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MERAVIGLIE

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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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i giorni linkati sono quelli che contengono interventi )


martedì 20 dicembre 2005
ore 15:50
(categoria: "Vita Quotidiana")



Tangentopoli ieri e oggi. «La magistratura ha fatto allora e fa oggi il suo dovere; mi pare piuttosto che la politica si sia sottratta. In America, dopo lo scandalo Enron si è varata una normativa severissima; in Italia si è cancellato il falso in bilancio»

Gerardo D’Ambrosio, la Repubblica, 19 dicembre


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martedì 20 dicembre 2005
ore 12:49
(categoria: "Vita Quotidiana")



E Mussolini inventò gli allegati dei quotidiani
di SEBASTIANO VASSALLI

Una domanda a bruciapelo per chi legge. Chi ha inventato, in Italia, i libri allegati ai quotidiani? Un attimo per riflettere e per dichiararsi impreparati, poi la risposta: Benito Mussolini, a cui tutto si può negare tranne di avere avuto un notevole talento come giornalista. L’anno è il 1944, il quotidiano è il Corriere della Sera del 9 agosto, il libro (stampato con i caratteri del giornale su carta del tempo che, ricordiamolo, era tempo di guerra) è una raccolta di articoli dello stesso Mussolini: Il tempo del bastone e della carota . Sottotitolo: Storia di un anno (Ottobre 1942 - Settembre 1943) . Mussolini vi racconta la sua versione del «colpo di Stato» del 25 luglio 1943; e, tra tanti protagonisti e comparse della tragedia italiana, nomina anche quell’ex funzionario dell’Ovra Saverio Pòlito, che da lì a poco sarebbe stato condannato da un tribunale della sua Repubblica a 24 (ventiquattro!) anni di reclusione per «atti di libidine violenta» compiuti contro sua moglie Rachele Mussolini, all’indomani dell’8 settembre. Nell’agosto del 1944, il «duce» era al corrente di quella storia? Probabilmente sì. (Tornato in circolazione il 25 aprile 1945, Pòlito continuò la sua carriera. Nessuno sapeva i motivi della sua condanna e lui diventò questore di Roma, credo per meriti antifascisti).


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martedì 20 dicembre 2005
ore 10:49
(categoria: "Vita Quotidiana")



Il confine tra affari e politica
di EUGENIO SCALFARI

FINALMENTE il Governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, ha rassegnato le dimissioni; ma scriviamo la parola "finalmente" non già con letizia ma con un sentimento di profonda tristezza e di non fugata preoccupazione. È infatti la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana che il capo dell’Istituto preposto al governo del sistema bancario e alla vigilanza sulla corretta gestione del credito è costretto a cedere i suoi poteri di fronte all’evidenza di anomalie, illecite connivenze, ipotesi di reato indagate dalla magistratura, pressione pressoché unanime dell’opinione pubblica interna e internazionale.

Se si vuole cercare un precedente d’una situazione così eccezionale bisogna nientemeno risalire a oltre cent’anni fa, allo scandalo della Banca Romana e alle torbide connivenze che ne emersero con affaristi di dubbio conio, politici corrotti e addirittura legami con la Casa reale. Nacque proprio da quello scandalo la radicale riforma delle banche di emissione e la nascita di un unico Istituto con poteri esclusivi sulla moneta e sul credito.

Ora almeno Antonio Fazio potrà dedicarsi alla difesa del suo operato senza coinvolgere l’Istituto che ha fino a questo momento guidato. Difendersi e chiarire è un suo diritto. Lasciare la carica di fronte ai fatti emersi con incalzante evidenza era un suo dovere cui ha adempiuto tardivamente dopo aver tentato di opporvisi con testarda e improvvida resistenza.

Il governo nel suo complesso ha dato per sei lunghi mesi uno spettacolo d’incapacità decisionale inquietante, diviso fino a pochi giorni fa tra nemici e amici del governatore, con un presidente del Consiglio sostanzialmente latitante e la Lega arroccata fino all’ultimo nella difesa acritica di Fazio.

Va detto con franchezza che la spallata d’una situazione ormai insostenibile è stata data da Giulio Tremonti che ha costretto Berlusconi ad uscire dalla nebulosa in cui si era chiuso e in cui probabilmente intendeva restare fino alle elezioni della prossima primavera. Il ministro del Tesoro ha dovuto minacciare le sue dimissioni se il governo non l’avesse compattamente seguito revocando la fiducia al governatore e preparando nuove norme in proposito. Le avrebbe certamente date se il Consiglio dei ministri di oggi avesse ancora preso tempo o avesse scelto formule pasticciate e ulteriormente dilatorie.

La determinazione di Tremonti d’altra parte non sarebbe stata così ferma senza l’intervento della magistratura sulla scalata Antonveneta. Cominciò, ricordiamolo, con le intercettazioni telefoniche dell’estate scorsa, che pure avevano suscitato tante e spesso palesemente interessate polemiche. Poi è arrivato l’arresto di Fiorani, le sue dichiarazioni, la chiamata in correità del governatore e l’iscrizione di quest’ultimo nel registro degli indagati. Queste sono state le tappe di una vicenda tristissima dalla quale occorre oggi ricavare esperienza e insegnamento per il futuro.

* * *

Il primo insegnamento riguarda la struttura di governo della nostra Banca centrale, che va radicalmente modificata tenendo fermo il principio della sua assoluta indipendenza rispetto al potere politico, in conformità a quanto avviene per la Banca centrale europea. L’indipendenza non va confusa con una autoreferenzialità che con la gestione di Fazio aveva di fatto messo la Banca d’Italia al di fuori del circuito istituzionale confinandola in un isolamento irresponsabile e insostenibile.

È vero che un caso del genere non era mai accaduto prima; i governatori che si sono succeduti dal 1946 in poi, pur ricoprendo un incarico senza termine, hanno costantemente colloquiato con il ministro del Tesoro, pronti a rimettere il loro incarico al solo sentore di non goder più la fiducia del governo. Così fu per Menichella, per Carli, per Baffi, per Ciampi: nessuno di loro ha mai pensato ad arroccarsi alle procedure formali di revoca e ciascuno di essi, quando dovette adottare decisioni che potevano essere sgradite al governo in carica, offrì contemporaneamente le proprie dimissioni se esse avessero incrinato il rapporto fiduciario che sta alla base del sistema.

Così è sempre stato in Italia e così è dovunque nelle democrazie occidentali: la Banca centrale è uno snodo autonomo della politica monetaria ma non deve diventare un centro di eversione istituzionale. In qualche modo questo equilibrio complesso tra autonomia e compatibilità di sistema ha la stessa natura che passa tra un ministro della Difesa e un Comandante militare sul campo.

Finora l’equilibrio tra le due autorità monetarie era implicito, ma l’"impazzimento" istituzionale di Fazio richiede una "governance" che lo renda esplicito. Il mandato a termine di cinque anni diventa così il completamento necessario, insieme alla collegialità delle decisioni del Direttorio della Banca, fermo restando (almeno a mio avviso) che al governatore spetti la parola finale sulle decisioni. Un Direttorio che lo mettesse in minoranza creerebbe infatti una situazione impensabile all’interno di un Istituto che opera sui mercati internazionali e con i tempi rapidi che i mercati impongono.

C’è poi il problema dei poteri della Banca centrale. Quello della politica monetaria non è più di sua pertinenza da quando l’euro e la Banca centrale europea sono stati creati. Ma gliene restano altri della massima importanza. Alcuni appropriati alla sua funzione, altri no.

Appropriato è certamente il potere di vigilanza sul sistema bancario. Personalmente credo che la Bce dovrebbe essere maggiormente presente di quanto finora non sia accaduto quando si tratti di operazioni transfrontaliere come per esempio le Opa e le fusioni tra istituti di diversa nazionalità.

Non appropriato è invece il potere di autorizzazione in capo alla Banca d’Italia per quanto riguarda la concorrenza tra le banche. Esse sono imprese come le altre e la tutela della concorrenza deve passare alla Autorità antitrust. Non c’è alcuna ragione che rimanga nelle mani della Banca centrale.

Quanto al principio della stabilità bancaria, invocato come massima preoccupazione della Banca centrale, è in buona parte un falso problema. Il mercato giudica. La Banca centrale deve controllare soprattutto l’adeguatezza dei mezzi propri degli istituti di credito rispetto agli impegni che assumono. Si tratta di un controllo necessario e inerente all’attività di vigilanza. Per il resto non esistono problemi di stabilità che non siano affidabili al mercato e agli organi di controllo interni delle singole aziende.

* * *

Le dimissioni di Fazio liberano il campo e consentono di procedere con speditezza sulla via della riforma. È evidente che la nomina del successore dovrà essere rapidissima ma non potrà esser fatta fino a quando la struttura di governo della Banca non sarà stata riformata.

Il Consiglio dei ministri di oggi serve a questo, poi la nuova normativa a cominciare dal mandato a termine del governatore dovrà essere sottoposta al Parlamento e ottenere, come è auspicabile, anche l’approvazione dell’opposizione nei modi che saranno opportunamente trovati per non confondere la concordia su un tema che richiede massima convergenza, con una fiducia al governo che non può certo esser chiesta all’opposizione parlamentare.

È fin troppo ovvio dire che per quanto riguarda il successore di Fazio, serve un nome che ridia la massima credibilità nazionale e internazionale all’Istituto che è stato improvvidamente trascinato in questa vicenda.

Ma l’insegnamento capitale che deriva dallo svolgimento dei fatti riguarda la distinzione di fondo tra la politica e gli affari. Su questo punto c’è ancora, mi pare, molta confusione. I partiti possono ricevere con le modalità e la trasparenza richieste dalla legge che disciplina il loro finanziamento, aiuti e sostegno da soggetti privati, individui e imprese. Non c’è scandalo per questo, purché avvengano alla luce del sole.

Il governo non deve mescolarsi alle iniziative delle singole imprese e alle loro operazioni sul mercato. Se lo fa e quando lo fa rompe una regola fondamentale della democrazia e di questo gli elettori debbono tener conto quando decidono il loro voto.

Il governo fa le regole. Le istituzioni vegliano sul loro rispetto. Quando la loro violazione configura un reato interviene la magistratura. Così funzionano i regimi democratici e così vogliamo sia per noi.


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lunedì 19 dicembre 2005
ore 19:30
(categoria: "Vita Quotidiana")



Prospettiva Nevski

Un vento a trenta gradi sotto zero
incontrastato sulle piazze vuote e contro i campanili
a tratti come raffiche di mitra disintegrava i cumuli di neve.
E intorno i fuochi delle guardie rosse accesi per scacciare i lupi
e vecchie coi rosari.
Seduti sui gradini di una chiesa
aspettavamo che finisse messa e uscissero le donne
poi guardavamo con le facce assenti la grazia innaturale di Nijinsky.
E poi di lui si innamorò perdutamente il suo impresario
e dei balletti russi.
L’inverno con la mia generazione
le donne curve sui telai vicine alle finestre
un giorno sulla prospettiva Nevski per caso vi incontrai Igor Stravinsky
e gli orinali messi sotto i letti per la notte
e un film di Ejzenstejn sulla rivoluzione.
E studiavamo chiusi in una stanza
la luce fioca di candele e lampade a petrolio
e quando si trattava di parlare aspettavamo sempre con piacere
e il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare
l’alba dentro l’imbrunire.


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lunedì 19 dicembre 2005
ore 18:57
(categoria: "Vita Quotidiana")



Parole chiare. «Non resta più nulla di quella sacralità della Banca d’Italia che per decenni è stata rispettata nel mondo intero. Fazio l’ha distrutta con il suo esercizio opaco della vigilanza. L’ha distrutta arroccandosi in una gestione meschina».

Guido Rossi, «Capitalismo opaco» Laterza, pagine 138-139


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lunedì 19 dicembre 2005
ore 18:42
(categoria: "Vita Quotidiana")



IL COMUNICATO UFFICIALE DI PALAZZO KOCH

«Il Governatore di Bankitalia Antonio Fazio ha rassegnato oggi le proprie dimissioni nelle mani del Consigliere anziano. Esse verranno presentate al Consiglio Superiore nell’oridnaria riunione di domani. La decisione, autonomamente assunta con tranquilla coscienza, è volta a riportare serenità nel superiore intreresse del Paese e della Banca d’Italia.
Il Governatore Antonio Fazio ha servito la Banca e il Paese per 45 anni, dal 1960. Nel corso del suo lungo impegno, interamente dedicato all’Istituto, ha dato impulso alla ricerca economica e istituzionale. Nel servizio studi ha costruito, negli anni sessanta, il primo modello econometrico dell’economia italiana, all’avanguardia a livello internazionale. Ha elaborato schemi originali di analisi monetaria applicati con efficacia per la stabilizzazione dell’economia italiana e del cambio negli anni settanta e ottanta.
La Banca d’Italia con la politica monetaria e del credito, ha abbattuto alla metà degli anni novanta l’inflazione, realizzando in tal modo la condizione per partecipare all’Unione economica e monetaria. A meta’ degli anni novanta il sistema creditizio era strutturalmente fragile. E’ stata condotta un’opera di ristrutturazione e di consolidamento dalla quale è emerso un sistema bancario ampiamente privatizzato, con accresciute dimensioni degli intermediari, solidità economica e patrimoniale, accentuata concorrenza.
Incessante è stata la promozione degli interessi nazionali, in coerenza con gli interessi europei, nel rispetto della legge e con gli strumenti posti a disposizione dall’ordinamento. La valorizzazione dell’indipendenza della Banca d’Italia, del suo assetto, della sua articolazione organizzativa, del suo impareggiabile patrimonio di professionalità e competenze è stata costante. Su questo ricchissimo patrimonio, sull’amore per l’istituto, sulla costante cura della sua autonomia il Paese può fare pieno affidamento».


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lunedì 19 dicembre 2005
ore 12:35
(categoria: "Vita Quotidiana")



Il flop delle lauree triennali: niente lavoro e si resta all’università
di SIMONE CERIOTTI

Traguardo finale o step intermedio? Secondo le prime indagini sulle prospettive dei laureati nel nuovo ordinamento, solo una minoranza dice addio ai libri dopo il titolo triennale. Gran parte degli studenti rimanda così l’appuntamento con il mondo del lavoro e, con il primo "pezzo di carta" in tasca, inizia la caccia alla laurea specialistica.

I dati nazionali di Almalaurea relativi al 2004 parlano chiaro: su 47 mila laureandi di primo livello interpellati, oltre il 76 per cento si è dichiarato intenzionato a proseguire, contro il 54 per cento dei laureati del vecchio ordinamento. Da un’indagine successiva, è risultato che il 66 per cento dei "triennalisti" abbia poi puntato proprio sulla laurea di secondo livello (più che su master o scuole di specializzazione). L’intenzione di proseguire raggiunge punte del 95 per cento nel gruppo disciplinare psicologico, dove evidentemente la laurea triennale è vissuta come un passaggio obbligato per arrivare ad altri obiettivi.

Questo trend, rilevato qualche mese fa, è confermato anche da altre ricerche di carattere territoriale. Il consorzio interuniversitario lombardo "Cilea" ha presentato nei giorni scorsi un rapporto su otto atenei in cui si confrontano le scelte di laureati triennali e di vecchio ordinamento che hanno concluso gli studi nello stesso periodo (in questi anni i due modelli universitari si sono trovati a coesistere). Ciò che emerge chiaramente è la maggiore propensione dei laureati del nuovo ordinamento a proseguire, in misura doppia rispetto agli altri.

Grazie alla formula del nuovo ordinamento la percentuale di studenti che si laurea fuori corso è diminuita. Ma contrariamente a quanto previsto dagli ideatori della riforma (l’idea di avere giovani dottori capaci di competere con i colleghi europei), chi si laurea in corso non si affaccia sul mercato del lavoro. Almalaurea rivela che proprio gli universitari "regolari", cioè i laureati under 23, sono più portati a proseguire la formazione con la laurea specialistica. Succede mediamente nell’85 per cento dei casi, con punte del 92 per cento tra i laureati del Sud.

Una così alta percentuale di iscritti al biennio successivo alla laurea triennale rappresenta certamente un’anomalia, almeno rispetto agli scopi che hanno mosso questo disegno di riforma. Come si spiegano questi dati? Andrea Cammelli, direttore di Almalaurea, individua tre motivazioni, partendo dalle difficoltà del mondo del lavoro: "È vero, c’è una parte persino eccessiva di studenti che chiede di proseguire. Il problema però non è solo la struttura di questa riforma. Il mondo del lavoro, in tutti i settori, vive un’oggettiva fase di stagnazione che rende difficile l’immissione dei laureati. Così si crea una percezione negativa delle prospettive occupazionali e l’università diventa un parcheggio. Era così già prima della riforma, ma ora, con il 3+2, gli atenei sono diventati un parcheggio a due piani. Eppure sulla carta l’Italia avrebbe un gran bisogno di laureati, visto che Spagna, Francia e Inghilterra ne sfornano il triplo di noi".

La seconda causa che, secondo il direttore di Almalaurea, sta alla base del plebiscito a favore del percorso di laurea completo, va ricercata all’interno degli atenei: "I docenti sono scontenti e non aiutano gli studenti a compiere una scelta serena. Quante volte i ragazzi si sentono ripetere, in aula, che la laurea triennale non è sufficiente, che è un titolo di serie B... Questo atteggiamento è dovuto soprattutto al nervosismo dei professori, costretti a ripensare i corsi di studio in tempi rapidissimi. È stato lasciato poco tempo ai docenti per entrare davvero nello spirito della riforma”.

L’ultima motivazione è squisitamente finanziaria: "Quella del 3+2 - conclude Cammelli - è una riforma che si può definire ’a finanziamento zero’. I rettori sono in difficoltà a far marciare il nuovo ordinamento, perché nel bilancio di un ateneo sono importanti anche gli introiti derivanti dalle (più costose) lauree di secondo livello. Attualmente un ateneo non vuole rischiare di perdere gli studenti dopo tre anni. Alla luce di tutto questo, mi domando da dove possano provenire gli stimoli per convincere un ragazzo a fermarsi alla triennale".


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lunedì 19 dicembre 2005
ore 09:19
(categoria: "Vita Quotidiana")



L’Urss torna nel cuore dei russi: è boom della moda sovietica

Guardaroba made in Italy da buttare. Arredi svedesi da confinare in dacia. Elettronica giapponese da nascondere in cantina tra video e dvd americani. Ristoranti francesi semivuoti. I russi riscoprono l’Urss.

La vergogna della nostalgia è passata. Non solo ai pensionati, che rimpiangono l’epoca del tutto gratis e garantito. Sono i loro figli il pubblico del nuovo canale tv Nostalghia, specializzato in filmati dei congressi del Pcus e parate militari sulla piazza Rossa. E sono i nipoti ad animare il talk-show "Nati in Urss", che resuscita le decrepite star dell’era brezneviana.

Nemmeno l’ombra di trame da servizi segreti, nell’esplosione collettiva del rimpianto. Sono moda, pubblicità e business capitalista a far rientrare Lenin e Stalin nella vita di miliardari sempre più annoiati. La consolazione del passato torna invece, per colpa delle speranze perdute, nei tuguri di chi non è riuscito a balzare sul treno dell’Occidente.

A 14 anni dal crollo dell’impero, vivere alla sovietica è lo stile del momento, eletto moda dell’anno 2006 da riviste di tendenza e tabloid popolari. Superati gli eccessi, addio "volgarità da oligarchi in pensione". Meglio la Zhigulì nera di una Bentley rosa, il lume in malachite sostituisce l’abat-jour in vetro di Murano. A Mosca si sfoggiano pelliccioni e colbacchi d’Astrakan, spariti loden in cachemire e borsalini. Gli accessori comunisti sono protagonisti natalizi delle sfarzose feste a tema nelle ville della Rubljovka.

Nelle squallide periferie si organizzano invece serate con uomini in camiciole prugna e cravatte strette e grigie, party con donne in pantofole e gonnoni alla caviglia. I ragazzi tirano le otto nelle discoteche anni Settanta: assordante folk-rock e luci da giostra di paese. Stanca degli hotel di Zermatt e Porto Cervo, l’alta società torna nei sanatori in Karelia e sul mar Nero. La banja della domenica (torridi bagni di vapore seguiti da immersioni gelate), sfratta il culturismo da palestra. Davanti a decine di negozi, bar, ristoranti e alberghi ispirati all’Unione sovietica, si moltiplicano le inchieste.

Tre, in pochi giorni, i sondaggi sulla "riscossa dei kolhoz". "Fare i proletari - dice il sociologo Lev Gudkov - non è solo lo status symbol dei milionari. Chi ha tutto esibisce il lusso di tornare al nulla. Ma chi non ha guadagnato niente, si consola con le privazioni della fanciullezza". "Cosa ti manca - chiede in questi giorni un sondaggio del Centro Levada - dell’Urss?" Finora il 64 per cento ha risposto "l’atmosfera semplice", gli altri "l’assenza delle differenze".

Il rito liberatorio è un affare colossale. Per una decina d’anni la paccottiglia comunista finiva sulle bancarelle per turisti dell’Arbat, o nei mercatini tipo Izmailovo. La mania di bollitori "Benatone" e fiori di plastica, aringhe affumicate e carta igienica abrasiva, contagia invece oggi i cittadini post-sovietici che al rifiuto del passato avevano affidato il futuro. I samovar, venduti per pochi rubli, vengono ricomprati per migliaia di dollari.

Cambiano attici sulla Moskova, shopping center sulla piazza Rossa e gallerie con vetrine nella Petrovka. Via cactus e sculture astratte, rispolverati i bustini di Lenin, Stalin e Breznev. Negli antiquari le porcellane prerivoluzionarie sono esche da tedeschi: i russi che indossavano false mutande Versace con la scritta "Vip" chiedono maschere antigas e caschi laringofonici, quadri del realismo socialista, manifesti con la propaganda del Pcus e riviste clandestine. "La gente - dice Svetlana Klimova, dell’Istituto Opinione Pubblica - non vuole più sentirsi senza storia. I simboli sono stati distrutti troppo in fretta, lasciando una società di orfani: il complesso della sconfitta si supera anche reinfilando la cintura dell’Armata Rossa, o regalando un accendino che fa la fiamma una volta su dieci".

A Mosca è stata ribattezzata "sindrome di Eltsin": è moda tutto ciò che il presidente delle privatizzazioni aveva costretto a buttare. I nuovi ristoranti assumono le sembianze delle vecchie mense aziendali. Signori del petrolio e posteggiatori abusivi tornano a divorare gelide uova con maionese e piselli, insalate di rafano e patate, zuppe di cetrioli in salamoia e orzo. Si paga in copeki, si tracanna vodka caucasica o ucraina, cameriere sopra il quintale trascinano le ciabatte e garantiscono scontrosità. Come al "Petrovich": cerate sui tavoli, strisce di riviste per tovagliolo, posate contorte in alluminio.

Tutto sa di lardo e barbabietola, nei bagni fetide turche, acqua fredda e micro-asciugamani fradici. "Non che ci manchi l’Urss - spiega l’arredatore Andrej Bilzho - è che dopo un po’ è tornata la voglia di immergersi nell’infanzia". Al pub "Kgb" gli adolescenti rivivono i racconti del papà lasciando denunce anonime contro chiunque: il proprietario, ex colonnello dei servizi, le affigge vicino alle scritte "deposito alimentari", o "stanza clistere". Le campagne del Pcus ammoniscono: "Reclutato come volontario!", o "Cura il tuo seno, risciaquati i capezzoli!".

Gli alberghi promettono invece una "notte da Guerra Fredda", o "emozioni da Intourist", spartani hotel per stranieri di trent’anni fa. Il "Sovetskij" vanta Margaret Thatcher tra gli ospiti. L’Urss però inizia con un facchino intabarrato da colonnello. Dentro, scricchiolii e puzza di umidità. Tutto originale: stuoie sfilacciate, lampadari di cristallo con lampadine fulminate, stucchi cadenti, ritratti di leader comunisti e copie della Pravda, rubinetti a canna lunga tra lavandino e doccia, falsa presa di corrente sotto il letto, telefono a disco, inflessibili matrone del piano a concedere (dopo lunga attesa) la chiave della stanza. Il conto si fa con l’abaco di legno. "Il massimo del lusso - dice la direttrice Yulia Mariashkina - è un viaggio nel nostro Novecento. In pochi, russi o stranieri, hanno provato un albergo dell’Urss".

Il marchio più pagato diventa così CCCP, stampato sulle t-shirt. Davanti al Cremlino i pezzi più venduti, a partire da ottobre, sono state bandiere rosse con falce e martello, borracce dell’esercito e matrioshke con i personaggi del Politbjuro. Andrej Gorelov, ambulante, le offre con le foto incorniciate di Vladimir Putin. "Perché è vero che la moda sovietica è una geniale trovata commerciale - spiega il politologo Nikolaj Petrov - ma senza l’operazione "recupero della potenza perduta" imposta dal Cremlino, senza il paternalistico autoritarismo putiniano, l’orgoglio nazionale non si sarebbe tradotto in stile di vita".

Fuori dai magazzini "Gum", una scritta mal cancellata: "Ex proletari di tutto il mondo, consolatevi e comprate".


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sabato 17 dicembre 2005
ore 13:15
(categoria: "Vita Quotidiana")



Il testimonial del banco accanto
il marketing Usa punta sui giovani
di TULLIA FABIANI

Lo vedi: sta lì attorniato dai compagni di corso che lo guardano e lo ascoltano. Qualcuno con l’aria dubbiosa e scettica, qualcun altro molto interessato all’argomento e prodigo nelle domande. In tempi di università occupate, almeno in Italia, la situazione farebbe pensare a un’assemblea in cui lo studente-leader sta proponendo le prossime azioni di protesta; o valutando l’esito di quelle già realizzate. E invece lo studente in questione magari è sì leader, ma di ben altra specie e con altri obiettivi. Fare pubblicità, ad esempio. Promuovere l’ultimo nuovissimo modello di videofonino, piuttosto che il jeans o un viaggio last minute.

La chiamano "student ambassador tactic" e negli Stati Uniti è una pratica di marketing cui si stanno dedicando molte aziende per raggiungere il target, molto critico, degli studenti. Come ha scritto di recente una giornalista, Sarah Schweitzer, sul "Boston Globe" "aziende di nicchia quali JetBlue, Airways, The Cartoon Network e Victoria’s Secret, ne sono già convinte sostenitrici e anche Microsoft la sta sperimentando".
La tattica dello studente ambasciatore in fin dei conti è semplice: si arruolano studenti per consigliare e vendere prodotti ai loro coetanei. L’azienda "seleziona" tra gli universitari quelli che fanno al caso suo e poi li spinge - con un piccolo o grande compenso, dipende - a essere ambasciatori di un prodotto presso la loro università: tempi e modi a piacimento, prima o dopo la lezione, fuori dalla biblioteca o nell’atrio d’ingresso. Non ha particolare importanza; l’importante è che scatti invece l’effetto "word-of-mouth": il ben noto passaparola che, secondo quanto emerge da interviste a studenti di college americani "fa leva sul sentimento di fiducia. Si ascoltano i consigli degli amici perché ci si fida e non si pensa mai che possano volerti vendere un prodotto, ma solo darti un’opinione".

Ecco allora che la scelta dello studente ambasciatore deve essere molto mirata. "Il presupposto fondamentale - scrive la giornalista del Boston Globe - è che gli studenti selezionati per la carica di ambasciatori devono essere dei veri e propri leader del campus, con un gran numero di relazioni sociali da sfruttare per le finalità di marketing. Questi ragazzi - prosegue la Schweitzer - devono infatti non solo dedicare circa dieci o quindici ore alla settimana a parlare agli amici dei prodotti dell’azienda che li ha ingaggiati, assicurarne la visibilità come sponsor agli eventi del campus e spingere i reporters dei giornali universitari a menzionare i prodotti negli articoli redazionali. Ma anche tappezzare le bacheche universitarie con posters, diffondere volantini e scrivere o disegnare col gesso il nome/logo dell’azienda sui marciapiedi". Insomma rappresentare il consumatore-medio che, secondo la neovulgata promozionale, è sempre più un modello di comunicazione pubblicitaria valido.

Ma cosa ne pensano gli studenti, protagonisti della faccenda? "Queste attività - spiega la giornalista - rasentano il limite delle regole dei campus, ma c’è anche da dire che per molti ragazzi è un tirocinio formativo nel campo del marketing e della comunicazione e può anche significare una possibilità di inserimento, dopo la laurea, nell’azienda da cui si è stati ingaggiati". Che tuttociò possa funzionare anche nelle università italiane? "Ancora non ne ho mai sentito parlare - afferma Mariachiara 26 anni, laureanda in Scienze della Comunicazione a Roma - ma per quel che mi riguarda non credo farei mai un’esperienza del genere. Mi sembra un modo di strumentalizzare la figura dello studente e risparmiare sui costi". Altro parere è quello di Matteo, 21 anni, al terzo anno di Giurisprudenza che si dice "molto propenso" a fare da ambasciatore, a condizione però che "paghino bene". "Se il compenso è uguale a quello che prendo per distribuire questi volantini, cambia poco" dichiara Valentina, 20 anni, primo anno di Biologia, "magari non ci chiamano ambasciatori e non siamo considerati leader, ma alla fine sempre di pubblicità si tratta". Questioni terminologiche secondo lei, che ci tiene molto - precisa - a essere leader, ma nella sua materia: un bel 30 e lode al prossimo esame di Istologia e va bene così.


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sabato 17 dicembre 2005
ore 09:56
(categoria: "Vita Quotidiana")





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fumetti della gleba

(da Arte e Cultura / Cartoni & Fumetti )

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