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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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mercoledì 23 novembre 2005
ore 10:54
(categoria: "Vita Quotidiana")





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mercoledì 23 novembre 2005
ore 10:53
(categoria: "Vita Quotidiana")



Parola di ministro. «L’avevo detto durante la campagna referendaria: il secondo passo sarà mettere le mani sulla 194. Detto, fatto. Qui vogliono tornare a una condizione medioevale della donna. Di questo passo arriveremo ai picchettaggi, come in America».

Stefania Prestigiacomo, ministro per le Pari Opportunità, Corriere della Sera, 22 novembre


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martedì 22 novembre 2005
ore 17:21
(categoria: "Vita Quotidiana")



Nestlé: latte contaminato. Sequestrati 30 milioni di litri
di red.

Agenti del Corpo forestale dello stato hanno sequestrato in tutta Italia circa 30 milioni di litri di latte per bambini della Nestlé: praticamente tutto il quantitativo disponibile con scadenza settembre 2006. I nomi commerciali delle confezioni di latte sequestrate sono:Mio; Mio Cereali; Nidina 2 e Nidina 1. L’ordinanza di sequestro è stata firmata dal procuratore della Repubblica di Ascoli Piceno, Franco Ponticelli, dopo che le analisi dell’agenzia per l’ambiente delle Marche aveva individuato tracce di una sostanza tossica presente sulle confezioni del latte stesso. Un primo sequestro di una partita di due milioni di litri di latte era già stato eseguito il 9 novembre scorso.

La vicenda ha preso avvio nei giorni scorsi nelle Marche, dove erano state rinvenute alcune confezioni in TetraPak il cui contenuto era alterato dalla presenza di IsopropilThioXantone (ITX), una sostanza utilizzata «come fotoiniziatore di inchiostri nella fabbricazione di imballaggi», come si può leggere in un comunicato diffuso ieri dalla stessa Nestlé. Secondo una fonte della Forestale, la scoperta dell’ITX in una confezione di latte Mio si deve a un agente dello stesso Corpo, di servizio nelle Marche, che aveva fatto sottoporre ad analisi precauzionale in un laboratorio scientifico il latte che somministrava alla figlia.

Una nota della società informa che la sostanza che ha alterato il latte non è tossica: «In base alle stesse dichiarazioni del fornitore delle confezioni e ad un’analisi rigorosa effettuata sui dati disponibili, ottenuti anche da enti indipendenti, non si ritiene che la presenza di ITX rilevata nei prodotti analizzati costituisca un rischio per la salute», La funzionaria del Corpo Forestale ha detto che le analisi sui campioni sono in corso e che il ministero della Salute non ha ancora fornito indicazioni sull’eventuale tossicità della sostanza. In una nota della Direzione generale della sanità veterinaria e degli alimenti del ministero della Salute, pubblicata su Internet e relativa alla sorveglianza sulle sostanze contaminanti nel trimestre luglio-settembre di quest’anno, era già stata segnalata una notifica da parte della Regione Marche per la presenza di ITX in un latte di proseguimento per bimbi prodotto in Spagna, di cui non era indicata però la marca.


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martedì 22 novembre 2005
ore 15:33
(categoria: "Vita Quotidiana")



La stampa inglese rivela
"Bush voleva colpire Al Jazeera"

Bush pensò di far tacere la voce della tv satellitare araba Al Jazeera coprendola con le bombe. Secondo quanto scrive oggi il quotidiano inglese Daily Telegraph nel 2004 il presidente americano considerò la possibilità di bombardare la televisione che ha sede in Qatar. Il giornale inglese cita come fonte un memorandum segreto di Downing street.

Una trascrizione di cinque pagine di una conversazione tra Bush e il premier britannico Tony Blair, hanno detto fonti anonime, rivela che il premier e Bush parlarono dell’eventualità di un attacco militare sulla stazione televisiva, che ha sede in Qatar. Secondo questa trascrizione, che risale a una visita di Blair a Washington il 16 aprile 2004, Bush voleva attaccare la sede di al Jazeera, la cui copertura della guerra in Iraq è stata continuamente criticata da Washington.

Blair temeva invece che una tale azione contro il quartiere degli affari a Doha, capitale di un alleato chiave nel Golfo, avrebbe provocato violente rappresaglie. Secondo un responsabile britannico anonimo, la minaccia di Bush non aveva seri fondamenti ed era fatta in modo umoristico. Ma secondo un’altra fonte "Bush era molto serio, così come Blair".

Ancora un’altra fonte ha detto che "il memorandum è esplosivo e molto dannoso per Bush. Fa chiaramente capire che voleva bombardare Al Jazeera in Qatar e altrove. Blair ha risposto che ciò avrebbe posto un grave problema". Un portavoce di Downing street ha detto di non avere "niente da dichiarare su tale vicenda".


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martedì 22 novembre 2005
ore 15:26
(categoria: "Vita Quotidiana")



Rapporto Fao sulla fame nel mondo
"Ogni anno uccide 6 milioni di bimbi"

L’annuale rapporto sullo "Stato di insicurezza alimentare nel mondo" della Fao è una volta di più un pugno in faccia all’indifferenza dei paesi ricchi. Che non rispettano gli impegni presi e sono lontani dal realizzare gli obiettivi del millennio. Ogni anno circa sei milioni di bambini muoiono per fame e denutrizione, praticamente l’intera popolazione prescolare di un paese grande come il Giappone. L’organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura dell’Onu fotografa una situazione tragica, in cui le cause di mortalità infantile restano malattie curabili come la dissenteria, la polmonite e la malaria. Oggi nel mondo sono 852 i milioni di persone che soffrono di fame, di cui 815 nei paesi sottosviluppati, 28 in quelli in transizione e 9 nei Paesi industrializzati.

Se fame e malnutrizione sono le cause della povertà, dell’analfabetismo e degli alti tassi di mortalità, il rapporto dell’agenzia Onu si sofferma sulla necessità di mettere in pratica le politiche di aiuto utili per combattere la fame nel mondo, obiettivo del World Food Summit (Wfs) del 1996 e uno degli obiettivi del millennio (Mdg), da realizzare nel 2015.

"I progressi per dimezzare il numero di persone che soffrono di fame nei Paesi in via di sviluppo - scrive nelle conclusioni del rapporto il direttore della Fao, Jacques Diouf, appena rieletto alla guida dell’agenzia - sono molto lenti e la comunità internazionale è ancora lontana dal raggiungere gli obiettivi e gli impegni assunti al Wfs e Mdg".

"Se ognuna delle regioni in via di sviluppo continuerà di questo passo - aggiunge l’ex ambasciatore senegalese all’Onu - solo il Sudamerica e i Caraibi raggiungeranno gli obiettivi del millennio. La maggior parte, se non tutti, gli obiettivi del Wfs e del Mdg possono essere raggiunti, ma solo se gli sforzi saranno raddoppiati e ripensati". I Paesi industrializzati sono sotto accusa. Diouf chiede tariffe più basse ma soprattutto "meno sussidi ai produttori nordamericani e europei" e "più aiuti ai Paesi più poveri" che sono "le chiavi per permettere al Sud del mondo di raggiungere un livello di sviluppo soddisfacente".

Il 75% delle persone che soffrono la fame vivono in zone rurali nei Paesi più poveri, soprattutto in Africa. Qui vive la maggior parte dei circa 11 milioni di bambini che non superano i cinque anni, delle 530mila donne che muoiono durante la gravidanza ed il parto e dei 300 milioni di persone che muoiono di malaria.

Quasi tutti "vivono nelle zone rurali", ha
sottolineato Diouf, ma ciò nonostante, "negli ultimi 20 anni le risorse all’agricoltura sono diminuite del 50% - ha proseguito il direttore della Fao - anche se, qualche segnale di inversione si intravede, come dimostra la decisione dell’Unione Africana di aumentare la percentuale di budget nazionali destinata allo sviluppo rurale e al settore agricolo del 10% in cinque anni".

"La riduzione della fame", ha scritto Diouf, "dovrebbe diventare la forza trainante e il motore del progresso e della speranza, perché una migliore alimentazione è alla base di migliori condizioni di salute, fa aumentare la frequenza scolastica, riduce la mortalità infantile e materna, dà la possibilità alle donne di avere maggiori strumenti, abbassa l’incidenza e i tassi di mortalità da HIV-AIDS, da malaria e da tubercolosi".

La Fao propone una strategia su due fronti. Da un lato, investimenti a livello nazionale e internazionale per rafforzare la produttività e i redditi, tra cui la costruzione di infrastrutture e la promozione della pesca e del settore agricolo; dall’altro, il sostegno alimentare e sociale attraverso reti di sicurezza per i poveri, programmi di alimentazione per le madri e i neonati.

"La fame è un affronto alla dignità umana, tollerarla è una violazione dei diritti umani, combatterla un imperativo morale", ha dichiarato il direttore generale della Fao, che ha sottolineato che il messaggio centrale del rapporto presentato oggi "è che la lotta alla fame è una delle condizioni per raggiungere gli obiettivi del millennio".


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martedì 22 novembre 2005
ore 10:33
(categoria: "Vita Quotidiana")



Quelli che non fanno audience. «Ho una figlia di 17 anni che fa il liceo; chi ha figli mi può capire. Quando la sua scuola ha organizzato un viaggio di studio di 4 giorni in Inghilterra sono stato costretto, a malincuore, a dire di no, che non potevamo pagargliela. Lei ha capito, ma a me e a sua madre dispiace davvero negarle questa opportunità di crescita».
Pino Torraco, metalmeccanico Fincantieri, salario mensile tra i 1.100 e i 1.200 euro


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martedì 22 novembre 2005
ore 10:21
(categoria: "Vita Quotidiana")





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martedì 22 novembre 2005
ore 10:17
(categoria: "Vita Quotidiana")



Il ritorno all’ordine dei fraticelli d’Assisi
di GAD LERNER

A meno di vent’anni dal 1986, decisivo momento di svolta nel pontificato di Karol Wojtyla, il suo successore Benedetto XVI ha intrapreso la via della restaurazione. Nel giro di pochi mesi Giovanni Paolo II aveva parlato a ottantamila giovani musulmani riuniti nello stadio di Casablanca (19 agosto 1985); varcato per la prima volta la soglia della sinagoga di Roma per abbracciarvi i "fratelli maggiori" ebrei (13 aprile 1986); proclamato una Giornata mondiale di preghiera per la pace ad Assisi, dove si recò pellegrino fra i pellegrini insieme ai capi delle religioni di tutto il mondo (27 ottobre 1986).

Una spinta ecumenica ardita e possente, culminata quel giorno nella città di san Francesco non certo in un’impossibile preghiera comune ma - come spiegò il cardinale Roger Etchegaray - nello "stare insieme per pregare".

Quel giorno fu proprio Etchegaray a preoccuparsi che i numerosi cardinali presenti al raduno conclusivo non occupassero tutte le prime file, in modo che ne uscisse esaltata la pluralità delle presenze religiose. George Weigel, biografo di Giovanni Paolo II, annota che tale richiesta suscitò proteste. Del resto nella curia vaticana lo stesso progetto interreligioso di Assisi aveva destato numerose opposizioni.

Quell’evento naturalmente enfatizzò la speciale autonomia concessa nel 1969 da Paolo VI ai francescani di Assisi: la cittadella umbra diveniva capitale mondiale di una spiritualità ecumenica ben oltre i confini della cristianità che pure l’aveva generata. Impossibile prescindere dal ricordo di quella Giornata storica oggi che Benedetto XVI decide di ripristinare la disciplina vescovile sulla basilica di Assisi, col plauso dell’uscente monsignor Sergio Goretti che denuncia "queste assurde enclave autonome sulle quali non avevo nessun potere".

Papa Ratzinger non è certo uomo restio alla sfida delle idee. L’hanno dimostrato anche i suoi colloqui estivi a Castelgandolfo con il portavoce dei lefèbvriani, con Oriana Fallaci, con Hans Kung. Ma evidentemente la sua visione pessimistica circa lo stato di salute del cristianesimo nel mondo contemporaneo lo conduce a esercitare il suo pontificato innanzitutto come ripristino di una tradizione avvertita come pericolante. Nell’idea - presumo - che i fedeli sottoposti all’offensiva del pensiero scientista, nichilista o scettico, per non parlare dell’islam, debbano trovare un punto di riferimento saldo nella dottrina e nei suoi legittimi rappresentanti. Temo lo incoraggi in questa direzione anche lo spropositato peso politico attribuito alla Chiesa da leader e intellettuali ad essa estranei, portatori di un nuovo pensiero reazionario generato dal tempo di guerra.

Per intenderci, non è certo colpa di Benedetto XVI se Silvio Berlusconi ha fatto precedere la sua visita in Vaticano da una surreale copertina di Panorama in cui il pontefice giganteggia sull’insieme dell’intellighenzia italiana (da Antonio Fazio a Benigni, da Celentano a Mieli, da Casini a Cecchi Paone, da Pera a Scalfari). Diciamo che il clima mondano non aiuta.

Ma è un dato di fatto che il papa sta procedendo al ripristino della tradizione attraverso una serie di segnali coerenti, nell’intento probabile di porre fine a controversie aperte nel mondo cattolico fin dall’epoca
del Concilio.

Prima ancora della revoca dell’autonomia alla basilica di Assisi, merita di essere ricordata una decisione significativa in materia di dialogo con il mondo ebraico: la scelta di farsi rappresentare dal cardinale Lustiger, figura eminente e autorevole di ebreo convertito, alla celebrazione vaticana del quarantesimo anniversario della Nostra Aetate. Ben comprendo la decisione del rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, che ha disertato quella cerimonia. Non poteva sfuggire a Joseph Ratzinger, che partecipò ai lavori conciliari da giovane teologo, quanto avesse pesato in quell’acceso dibattito l’interrogativo sulla conversione degli ebrei.

Era stato proprio Ratzinger a confidare al cardinale Congar che Paolo VI "sarebbe convinto della responsabilità collettiva del popolo ebraico nella morte del Cristo" ("Storia del Concilio Vaticano II", vol.4, pag. 177, a cura di Giuseppe Alberigo, Peeters/Il Mulino). E in effetti il 21 maggio 1964 papa Montini aveva raccomandato per iscritto che al documento conciliare fossero aggiunte parole "circa la speranza della futura conversione d’Israele", in quanto "la condizione in cui gli ebrei si trovano ora - anche se degna di rispetto e simpatia - non è da approvarsi come perfetta e definitiva".

Dunque risulta difficile credere che la designazione del convertito Lustiger alla cerimonia dello scorso 27 ottobre in Vaticano sia stata casuale, o magari amichevole. Più corretto è annoverarla fra i suoi gesti di restaurazione dottrinale.

Certo il richiamo all’ordine gerarchico della basilica di Assisi è scelta assai più appariscente. Un messaggio preciso che farà il giro del mondo e non a caso ringalluzzisce tutti coloro che nella Chiesa mal sopportavano la vocazione ecumenica dei francescani, accusati di sincretismo religioso e di pacifismo irenistico. Giovanni Paolo II era già stato raggiunto dalle critiche di teologi tradizionalisti come Inos Biffi e Divo Barsotti ("L’ho scritto al papa, due volte, che non vedevo di buon occhio l’incontro interreligioso di Assisi dell’ottobre 1986"). Ora il successore evita di sferrare un attacco diretto a Wojtyla, ma ne delegittima la profezia dirompente. Restringe il significato della speranza ecumenica.

È evidente il tentativo di recidere per via amministrativa la linfa vitale dello spirito di Assisi: perché il dialogo intrapreso dagli eredi di frate Francesco presupponeva una disponibilità a lasciarsi vicendevolmente trasformare nella relazione con l’altro, senza timore di una contaminazione che di certo non allontana, ma semmai rivitalizza la fede. Da decenni la cittadella di Assisi è sede di incontri fecondi con la società italiana e con tante realtà mondiali. Immagino che adesso molti credenti leggeranno in una nuova luce la scelta altra di chi - come Enzo Bianchi - nel 1968 ha fondato a Bose una comunità monastica preservata al di fuori dai vincoli dell’ordinazione sacerdotale, e dunque della disciplina diocesana, anche per salvaguardarne la vocazione ecumenica.
Benedetto XVI ha eretto un nuovo recinto. Ma i recinti nel mondo contemporaneo non proteggono la fede, la mortificano. Per questo mi sento di adoperare la parola: restaurazione.


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lunedì 21 novembre 2005
ore 13:58
(categoria: "Vita Quotidiana")





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lunedì 21 novembre 2005
ore 10:31
(categoria: "Vita Quotidiana")



Lo Stato laico in salsa vaticana
di EUGENIO SCALFARI

Con gli accenti virili che gli sono propri quando afferma principi e valori nei quali crede profondamente George Bush ha ricordato al Partito comunista cinese e al governo di Pechino le loro inadempienze verso i diritti umani. Non poteva fare diversamente nel momento in cui metteva piede sul territorio della nuova potenza mondiale che nel giro di pochi anni sarà il vero "competitor" degli Stati Uniti mettendo fine al regime unipolare seguito alla caduta del Muro di Berlino.

Non è detto che il suo ammonimento cada nel vuoto anche se al momento la risposta del suo interlocutore sarà sdegnosa. Il governo di Pechino sta già allentando la stretta dogmatica e ideologica sui popoli che abitano quell’immenso territorio; man mano che il "risparmio forzato" e l’accumulazione del capitale procederanno, la macchina del benessere diffuso produrrà i suoi inevitabili effetti, sia pure con modalità che derivano dalla storia e dalla collocazione geopolitica della Cina.

Ma pensare che l’evoluzione oltre che economica anche politica del gigante asiatico attenui la sfida che esso lancerà all’America è pura illusione.
La storia non è affatto finita nel 1989, anzi non ha mai prodotto tante novità e suscitato tanti problemi come in questi ultimi quindici anni. Il tempo scorre sempre più rombante e veloce e chiede strategie adeguate di fronte all’irruzione di masse immense, portatrici di nuovi bisogni, nuove identità, antiche e profonde frustrazioni, intollerabili disuguaglianze.

L’Occidente rischia d’arrivare sfiatato e sfiduciato a questi decisivi appuntamenti ed è proprio George Bush il simbolo più eloquente di quest’affanno politico e morale. La sua credibilità in patria è precipitata ai minimi termini. La guerra irachena a tre anni dal suo inizio è impantanata. Il terrorismo incombe nella capitale e su un terzo del paese. La guerra civile non è un’ipotesi da scongiurare ma una realtà attuale fin d’ora. La stragrande maggioranza degli iracheni percepisce l’armata americana come un corpo di spedizione ostile e ne auspica entro breve tempo il ritiro.

L’opinione pubblica americana, d’altra parte, si è spostata su posizioni che sono esattamente l’opposto di quelle di appena un anno fa, il trionfo elettorale che premiò il presidente con un secondo mandato sembra ormai un reperto archeologico. L’esportazione della democrazia in Iraq produrrà nel migliore dei casi una fragile teocrazia sciita insidiata da avversari occulti e palesi.

Ma gli esiti sono altrettanto deludenti in Afghanistan, nel Kosovo, in Bosnia. E’ di ieri la denuncia di Emma Bonino secondo la quale a Kabul si è passati dalla teocrazia talebana alla "narcocrazia": metà del reddito di quel paese proviene dalla coltivazione e dal commercio della droga. In Kosovo la situazione è identica a dispetto della presenza dell’Onu, in Bosnia l’equilibrio etnico è pura finzione.

Dell’Africa, orientale e occidentale, meglio non parlare tanto è disperata la situazione che vede, oltre ai genocidi, alle guerre tribali, alle epidemie e alla fame, anche l’espandersi rapido della schiavitù quasi-legale, dall’Abissinia al Ciad, al Niger, alle coste della Guinea.
Se vogliamo guardare la realtà, con occhi non offuscati dalla propaganda, questo è lo stato dei fatti. Le periferie assediano il centro quando non diventino centro esse stesse. Bisogna esser ciechi per non vederlo.

* * *

Nel frattempo noi ci balocchiamo. Abbiamo un capo del governo che - gli siano rese grazie - ci fa almeno divertire. L’altro ieri, per festeggiare la "devolution" che ha scompaginato con metodo e norme incostituzionali, l’unità del paese, l’autonomia del Parlamento, il funzionamento del governo e il ruolo del capo dello Stato, ha ballato insieme ai parlamentari leghisti, sul motivo di "chi non salta comunista è". I commessi del Senato erano esterrefatti ed esilarati da quello spettacolo che può andare in scena soltanto nel Parlamento italiano. Uscito di lì si è proclamato santo; forse è per ottenere la canonizzazione ufficiale che ieri ha fatto visita a Benedetto XVI. Poi ha sillabato davanti ai microfoni e ai taccuini dei giornalisti che il suo programma di legislatura "è stato attuato al cento per cento". Quel programma, per chi non lo ricordasse, lo impegnava ad abbassare le tasse e la pressione fiscale, recuperare la sicurezza di persone e cose, effettuare un grandioso programma di opere pubbliche, rendere rapida ed efficiente la giustizia, riformare scuola e università.

Al cento per cento fatto. Lui lo dice e bisogna pur credergli anche perché ce lo raccomanda la sua mamma. In realtà, come provano tutte le statistiche ufficiali disponibili, i primi quattro punti sono stati interamente mancati, l’ultimo (la riforma della scuola e dell’università) non è stata che una rispolverata della riforma Berlinguer accentuandone il peggio e attenuandone il meglio.
Ma dicevo: lui almeno ci fa divertire. Vi par poco con questi chiari di luna?

* * *

Pier Ferdinando Casini, diciamolo, è assai meno divertente. Dopo aver votato, con tutti i suoi della gloriosa Udc, per ben quattro volte di seguito (due alla Camera e due al Senato) la legge di riforma costituzionale (detta "devolution") non ha fatto passare dieci minuti per dichiarare che a lui quella legge piace pochissimo e comunque ci sarà tra breve il referendum per il quale il bel Pier lascerà ai seguaci libertà di coscienza. Segno che finora quella coscienza qualcuno gliel’aveva sequestrata (salvo che al roccioso Tabacci che ha votato contro salvandosi l’anima).

L’arcano si è capito rapidamente. Il giorno dopo il cardinal Ruini ha rudemente criticato la "devolution" dicendo che questa volta i vescovi non daranno indicazioni di voto nel referendum. Detto da lui significa pur qualcosa. Astinenza da un vizio? Incoraggiamento a votare contro la legge? Ruini questa volta si asterrà dall’intervenire, ma quella legge la critica, accidenti se la critica.

La sinistra questa volta lo ha applaudito, ma commette secondo me un errore. Come ha scritto giustamente Berselli su Repubblica di ieri, Ruini non può e non dovrebbe cimentarsi con le leggi della Repubblica italiana. Non lo fa Ciampi, che è il capo dello Stato e può soltanto rifiutare la firma quando vi sia palese incostituzionalità.

Ma Ruini invece entra nel merito, mi piace quell’articolo, mi preoccupa quell’altro, suggerirei questo, sconsiglierei quest’altro, e tutti a dirgli bravo.
Diciamo la verità: Ruini è un impiccione nel senso che si impiccia di cose che non lo riguardano. Che direste, ripeto, se Ciampi si comportasse allo stesso modo? E che direbbe Ruini se un ministro, un prefetto, un ambasciatore, insomma un pubblico funzionario del nostro Stato dichiarasse che la Conferenza episcopale è un organismo non democratico, non trasparente, che svolge male il suo lavoro? Credo che quel ministro, quel prefetto, quell’ambasciatore se la passerebbero molto male. La loro carriera ne soffrirebbe un bel po’. Perché noi siamo uno Stato laico in salsa vaticana. E anche questo è un dato di fatto.

* * *

Mi perdoni, Eminenza, se le lancio ancora una pallottola di carta, di quelle che lei sa respingere con una racchetta da ping-pong: ho letto che lei è favorevole a inviare negli ospedali e nei consultori i militanti del comitato Scienza e Vita per convincere le donne che vi si recano a non abortire. Si vuole dunque impicciare anche dell’organizzazione ospedaliera? Non basta il ministro Storace che una ne fa e cento ne pensa? Dunque i volontari di Scienza e Vita. Sicuramente più efficienti delle suffragette dell’Esercito della Salvezza, che le loro musichette e i loro predicozzi le fanno rigorosamente sui marciapiedi di Londra.

Io me l’immagino quella povera donna col suo carico di dubbi e di dolori, che decide di abortire ed entra con passo timido e volto rattristato in un pubblico ospedale.
Sa che dovrà avere un colloquio preliminare col medico. Quel colloquio non solo se l’aspetta ma ci conta, ha ancora dubbi sul da fare e sul come fare, insomma nel novanta per cento dei casi arriva all’appuntamento col cuore in mano. E chi si trova davanti, nelle stanze e nei corridoi dell’ospedale o del consultorio? Un don Gelmini, un volontario di Scienza e Vita, di solito un po’ fanatico, abbastanza intransigente, uno che può anche minacciarle descrivendole le pene dell’inferno. Li abbiamo visti e sentiti infinite volte in televisione, quelli di Scienza e Vita ai tempi del referendum sulla procreazione artificiale. La petulanza, la certezza incrollabile nella propria verità, non un dubbio, non un sorriso, la religione dell’embrione, magari con il nome Giuliano Ferrara scritto sulla maglietta.

Ci rifletta, gentile cardinale; ci rifletta anche lei ministro Storace. Perché se questa pratica prendesse piede, aspettatevi l’arrivo in forze di Pannella, Bonino e Capezzone. Predico che allora sarebbero guai seri. Il consultorio e l’ospedale rischierebbero di trasformarsi in una rovente "Samarcanda", in uno scatenato "Ballarò", in un "Otto e mezzo", in un "Porta a porta", con la paziente relegata in un angolo e le due contrapposte squadre ad accapigliarsi in mezzo ai letti di un pronto soccorso e di una astanteria.

Io, per me, starei coi radicali, anzi gli darei pure una mano per quel che posso, ma che c’entra questo con la 194 e il diritto all’aborto motivato in una pubblica struttura? Anche l’aborto lo vogliamo in salsa vaticana? Poi vi lamentate degli anticlericali. Ma siete voi che li volete.

Stiamo attenti e state attenti perché tutta questa storia rischia di finire molto male. Con tante grane, ci manca anche questa.


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