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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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lunedì 21 novembre 2005
ore 10:12
(categoria: "Vita Quotidiana")





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lunedì 21 novembre 2005
ore 10:05
(categoria: "Vita Quotidiana")



Assisi, svolta del Papa richiamo ai francescani
di ORAZIO LA ROCCA

"Cari figli di San Francesco, vi esorto ad essere disponibili, in spirito di sincera comunione, al vescovo di Assisi, alla Conferenza episcopale regionale e a quella nazionale. Nonostante qualunque cosa in contrario". Con queste parole, papa Benedetto XVI riporta i frati delle basiliche di San Francesco e di Santa Maria degli Angeli di Assisi sotto la diretta giurisdizione pastorale del vescovo locale e, tramite lui, della Cei. Una iniziativa indubbiamente clamorosa, una delle prime a carattere normativo e organizzativo decise da Ratzinger da quando è Papa.

Il provvedimento è contenuto nel documento "Motu Proprio" firmato ieri da Benedetto XVI, lo stesso giorno della nomina del nuovo vescovo di Assisi, monsignor Domenico Sorrentino, da soli due anni segretario della Congregazione per il Culto Divino. Anche questa una decisione clamorosa, che suona come un "allontanamento" dalla curia romana di un monsignore giudicato troppo anti tradizionalista.

Ratzinger con la sua iniziativa sostanzialmente priva i frati di Assisi di quella autonomia pastorale che era stato loro riconosciuta da un altro papa, Paolo VI, con un altro "Motu Proprio" emesso l’8 agosto 1969. In effetti, negli ultimi 30 anni di attività i frati custodi della basilica di San Francesco e di Santa Maria degli Angeli sede della Porziuncola (il luogo dove il Poverello morì), hanno goduto di una autonomia operativa non indifferente messa al servizio di una lunga serie di iniziative per la diffusione degli ideali francescani nel mondo. Autonomia che, benché usata a fin di bene, in più occasioni non è stata in sintonia con il vescovo di Assisi, e segnatamente - negli ultimi anni - con monsignor Sergio Goretti, il quale non a caso ieri ha subito esultato alla notizia del provvedimento preso da papa Ratzinger.

Il diktat pontificio, però, non sembra scoraggiare i diretti interessati, cioè i frati francescani. Come tenta di far capire il custode del Sacro Convento, padre Vincenzo Coli, che in un comunicato saluta calorosamente l’arrivo del nuovo presule. Commentando, poi, le prime parole dette da Sorrentino come vescovo di Assisi, Coli nota che "nel suo messaggio siamo felici di trovare un chiaro riferimento ai valori francescani di Assisi. E questo per noi è motivo di gioia e di speranza".

Nessun commento, invece, arriva dal Sacro Convento sul fermo invito del Papa a "Padri Francescani, Conventuali e Minori (le tre famiglie legate a San Francesco - ndr) a chiedere il permesso al vescovo di Assisi per tutte le loro iniziative pastorali". Qualche francescano, però, riservatamente fa notare: "Noi per prassi abbiamo sempre chiesto il permesso al nostro vescovo per ogni nostra iniziativa". La novità - giurano i frati - "è che ora questa prassi è stata formalizzata dal Papa. Per noi, in definitiva, non cambia nulla e andremo avanti secondo gli insegnamenti del nostro padre fondatore, San Francesco, per diffondere la cultura della pace alla luce del Vangelo".

In qualche altra congregazione religiosa, però, non sono così sicuri. Ad esempio padre Nino Fasullo, dei Redentoristi di Palermo, teme che "con queste iniziative si possano ledere quei sentimenti di libertà che per tradizione albergano nelle comunità religiose che nascono nella Chiesa proprio come esperienza di libertà e autonomia". La ricerca della fede e la testimonianza evangelica, nota padre Fasullo, "non possono fare a meno di una sana autonomia e di una serena ricerca, come ci ha insegnato il nostro fondatore S. Alfonso Maria dè Liguori".


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lunedì 21 novembre 2005
ore 10:02
(categoria: "Vita Quotidiana")



Parla Mieli. «Le mani di Berlusconi sul Corsera»
di red

La politica ha cercato di allungare la sua «zampa» per prendresi il Corriere della Sera, «ma adesso la cosa sta finendo». Parola del direttore Paolo Mieli che in «1/2 Ora», rispondendo alle domande di Lucia Annunziata su Raitre, spiega le difficoltà vissute dal suo giornale, nega l’interesse di Consorte e parla del suo futuro.Ma chi era il lupo politico? «La risposta più ovvia sarebbe dire - riponde Mieli -, vista la tensione forte con Berlusconi, con l’attuale governo. Ma io temevo qualcosa di più complesso, cose del mondo berlusconiano ma anche ramificazioni nel campo opposto. Ho creduto di intravedere, se non erano fantasmi, qualcosa di più complesso».

Ma, aggiunge il direttore, «mi pare che la parte più rischiosa sia passata, il momento dell’impresa riconducibile a Ricucci è passata. In parte avendo portato in porto l’impresa dal punto di vista editoriale, il full color e la riduzione del formato, mi pare che il rischio sia minore». Insomma per Mieli: «ci sono segni che stia finendo tutto».

Non è la prima volta che accade, spiega. «Ad essere sinceri il Corsera è sotto questo assedio da almeno da 30-35 anni. È come se fosse un simbolo e la politica, in genere di governo, ma talvolta anche l’opposizione si cimenta con il Corsera come se fosse uno scettro. I politici, quelli seri, sanno che con il Corsera non si vincono le elezioni, ma a loro sembra uno scettro di sovranità che lo rende potenti. è una lunga storia». L’operazione Consorte - chede Annunziata - potrebbe convivere con un’operazione di scalata del Corriere? «no, è estraneo a questa vicenda- risponde Mieli - per il momento lo critichiamo, se ci capita, come una cosa esterna. Alcuni fili molto complessi lo ricollegano a Fiorani e Ricucci ma mi rifiuto di fare certi collegamenti».

Il direttore comunque spiega che il suo ritorno al Corriere era legato al momento di difficoltà trascorso dal quotidiano. «C’era un tentativo di scalata da parte di un gruppo di immobiliaristi che rendeva la proprietà esposta. Ci voleva una persona di esperienza anche perchè questo avveniva in un anno che doveva segnare un cambiamento clamoroso con il rinnovato formato e l’introduzione del colore. Si temeva in questo contesto con questa scalata, dovendo fare percorso delicato che esponesse il Corriere a tentazioni...» Insomma «quando un giornale si trova in passaggio così delicato la tentazione della politica, in anno di vigilia elettorale, è di allungare la zampa...». Ma per Mieli «Il Corriere della Sera è forte perché è autorevole». Anche se il direttore non nega la sua appartenenza politica: «Io sono un elettore del centrosinistra e non ho difficoltà a dirlo, ma il mio giornale è capace di farsi sentire dal centrodestra sia dal centrosinistra in eguale misura», e a suo avviso «questo rende lo scettro ambito».

Altra domanda della giornalista: perché rifiutò la presidenza Rai, che la Rai sia meno libera del Corriere? «No no è meno libera - risponde Mieli - del resto lei è stata nominata subito dopo di me. È una cosa molto diversa, la Rai è un’istituzione pubblica con la quale la politica ha molto a che fare, è l’azionista di riferimento, usando una vecchia espressione di Bruno Vespa, mentre tra il Corsera e la politica c’è una barriera. I nostri azionisti non sono della politica».

La politica non pesa sul Corsera? «Nei giornali c’è conflitto d’interesse ma con gli azionisti. Noi ne abbiamo 15 quindi il conflitto è più grande ma più piccolo perchè frazionat, leo persone si compongono tra loro e trovano equilibrio, anche se è un duro esercizio. È differente». Mieli oggi al centro di 15 grandi imprenditori, può dettare le sue regole politiche - nota Annunziata - può avere uomini che può muovere in tutte le testate, può essere un grande potere che sfugge e condiziona la politica? «Si può esserlo, è una definizione generosa ma persone così sono sempre esistite nel mondo intellettuale e giornalistico. Io stesso cresciuto a scuola persona definita così, Eugenio Scalfari. Lo considero un bene finchè non si trasforma in qualcosa di diverso, se rimane nel controllo dell’opinione pubblica e si rivolge in modo equanime nei confronti dei poteri, politici ed economici. Se riesce a farlo, e l’unica misura è la credibilità, allora ha fatto dovere della libera stampa». Come si immagina il futuro? «Io so che cosa c’è dopo la morte. I direttori di giornali vivono con ansia il momento dell’addio, io l’ho già vissuto quindi me lo immagino esattamente uguale a quello che ho vissuto. La prima volta ho riscoperto che era uno storico, mi sono risposato». Arriverà a Palazzo Chigi? Mieli è allettato: «Potrebbe essere un’ esperienza interessante. Ma non è aria».


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sabato 19 novembre 2005
ore 09:39
(categoria: "Vita Quotidiana")



Parla Paolo Conte
"Ci vuole pasiòn per vivere"
di GINO CASTALDO

"Ebbene sì, ho fatto un dvd, ma non l’ho visto, e credo che non lo vedrò neanche dopo". Ma come, neanche un suo prodotto? "Non mi piace vedermi" spiega Paolo Conte nella hall del vecchio albergo bolognese dove va da anni. "Lo so, è strano per uno che fa il mio lavoro, ma nel mio caso c’è una ritrosia verso l’immagine. Giorni fa leggevo uno scritto di Campigli, che è uno dei miei pittori preferiti, scriveva meravigliose confessioni da artista: io conosco me stesso, diceva, conosco la mia pittura solo attraverso gli errori. E’ così, io patisco a sentire i miei dischi, so dove ci sono errori, anche se magari agli altri sfuggono. E soffro. Però gli errori se ben amministrati sono quelli che fanno lo stile". Lui non si vuol rivedere ma il dvd (da ieri nei negozi insieme a un doppio cd, sempre dal vivo) ci restituisce un Paolo Conte in ottima forma, nello splendore dell’Arena di Verona, unico concerto italiano dell’estate scorsa. Nel disco c’è anche un canzone inedita, Cuanta pasiòn.

Tempo fa ci aveva confidato di essere stanco, privo di ispirazione.
"L’appetito vien mangiando. Sì, sono contento, mi sono divertito molto. Il sapore della musica è spagnolo. Faccio alcuni esempi di passione nascosta: le vigne in luogo arido che tuttavia sembrano quasi ammuffite poi tirano fuori il frutto, certe donne pallide che invece contengono sorprese, cose di questo tipo".

Anche vederla all’Arena fa un certo effetto. In genere lei predilige luoghi più raccolti. Come si è trovato?
"Il rapporto col pubblico non è facile da decifrare, perché guardi l’oscurità, hai le luci in faccia, non vedi nessuno, devi captare nell’aria le sensazioni che ti dà la platea, la qualità dei silenzi, la reattività degli applausi. Poteva essere dispersivo, ma no, è stata una bella serata".

Nel video si nota chiaramente che lei quando il pubblico applaude dice delle cose, ma lontano dal microfono. Cos’è che dice?
"Aaahh, l’ha notato, eh? Sì, effettivamente dico qualcosa, qualche volta ripeto il titolo del pezzo, come dicendo a me stesso adesso ti ho fatto Lupi spelacchiati, poi sarà Bartali, cose che improvviso tra me e me, qualcosa che non deve arrivare in platea".

La canzone che ha scritto per Celentano ce l’aveva nel cassetto?
"No, lui mi ha chiamato, io ho detto vediamo. Poi mi è venuto un testo, facendo tesoro della confidenza che mi aveva fatto tanti anni fa, parlando della vita ultraterrena. Lui parla per parabole: il paradiso è un cavallo bianco che non suda mai, perché sai, se tu vai a cavallo qui in mezzo alle gambe senti il sudore del cavallo. Mi sembrava una parlata da indiano, e ho scritto una musica un po’ pellerossa che non mi dispiaceva, lui è stato un po’ timido nel cantarlo, un po’ cupo, sembra quasi che col mio provino l’abbia influenzato. Io invece sono molto stimolato dalla sua voce".

E non le ha chiesto di andare in trasmissione?
"Sì, ma non era il caso, non esageriamo".

Erano anni che non scriveva per altri. Come mai?
"Non mi va di andare in giro a proporre, e poi di dover soffrire perché ci vuole il tempo di seguire il cantante e l’arrangiatore. Ci vuole un attimo che ti tradiscano il senso. Questa volta me l’ha chiesto, c’era questa urgenza, pensi che abbiamo dovuto mandare un taxi col provino, fino a Milano".

Ma lei la televisione la guarda?
"Poco, magari le partite di tennis. Ma devo dire che di robe italiane mi piace "La squadra" o "Distretto di polizia", perché trovo che nella forza pubblica noi italiani diamo il meglio, per non parlare di Montalbano. Con queste cose vai tranquillo, le fiction le seguo, però mi sono beccato anche i Carabinieri, don Matteo...".

E’ vero che c’è qualcosa in ballo con gli Avion Travel?
"Sì, è vero, è una storia che va avanti molto lentamente, ma dovrebbe andare in porto. E’ un disco con mie canzoni cantate dagli Avion Travel".

Con la sua collaborazione?
"Sì, ci consigliamo a distanza. Perché loro hanno fatto una scelta di 28 canzoni e le stanno provando tutte per vedere quelle che riescono meglio. E’ bello, sì, perché ho avuto sempre ammirazione per loro e teoricamente il marriage dovrebbe funzionare".

Che ambizione può avere, o meglio, che sogni proibiti può avere un artista come lei che ha avuto grandi soddisfazioni?
"Molto semplice, la voglia di andare a caccia di una canzone più bella di quella che hai scritto prima. L’inseguimento è sempre su quella pista lì".

E quando si è avvicinato alla canzone perfetta?
"Di sicuro ci sono quelle che mi hanno emozionato mentre le scrivevo. Ma dopo trent’anni posso giudicarle solo a distanza e posso immaginare quelle che sono non dico più riuscite, ma più cariche, più generose".

Tra queste c’è "Genova per noi"?
"E’ tra queste. Quando nasce una canzone, specialmente se riuscita, ti inebria, sono momenti meravigliosi, che durano magari alcuni giorni. In quel momento sei vergine, ti stupisci di quello che sei riuscito a scrivere, e vivi di questo stupore. E’ il momento più alto. Poi cantandole per anni il profumo svanisce, ma ogni tanto ritorna".

Lei ha marciato sempre da solo. E’ una scelta precisa?
"Sì, perché se devo sbagliare sbaglio da solo, si deve sbagliare da professionisti, mi piace controllare tutti i dettagli, mi si confonderebbero le carte in mano, potrebbe essere anche carino, ma non so...".

E se la chiamasse Mina?
"No, guardi, con tutto il rispetto, ma il duetto lo escluderei proprio, io devo essere sovrano nelle mie cose".

Lei che è così attento alle parole, non si trova in difficoltà in tempi in cui la parola sembra aver perso la sua integrità?
"Me ne frego, non soffro per una caduta di letterarietà nei nostri gusti. Ho sempre detto che se di poeticità bisogna parlare, bisogna concederla non solo alla parte letteraria, ma anche alla musica. La musica deve essere poetica, l’interpretazione deve essere poetica, il rapporto che si stabilisce con il pubblico deve essere poetico. Quello che disturba a scrivere, al di là della scarsa plasticità della lingua italiana, è che tante volte scrivendo nella propria lingua uno sceglie le parole che ti danno la certezza assoluta e questa certezza a volte da fastidio perché il sogno artistico è molto astratto. Certo, a volte la torta riesce bene, hai messo proprio quelle parole che non potevi scambiare con altre, in altri casi ti frenano, il discorso artistico è fatto di dubbi, suggestioni".

Ha a che fare con questo la sua passione per l’enigmistica?
"Beh, ogni volta che incontro un incrocio di parole ci sto attento. Qualche volta l’ho usata per qualche doppio senso, ma in genere scrivo prima le musiche, però magari in viaggio mi annoto parole, e qualche volta lo scatto è quello di tre o quattro parole che tra di loro funzionano e cominciano a darti un profumo".



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venerdì 18 novembre 2005
ore 15:55
(categoria: "Vita Quotidiana")



Il fatto è accaduto il 25 ottobre, ma è stato comunicato per lettera ai genitori solo quando, passate tre settimane, è stato riportato da una tv locale.

Il preside della scuola, Anthony Ciampoli, non ha spiegato per quale ragione abbia lasciato passare tanto tempo prima di avvertire i genitori del bimbo.

"Nessuno dei 730 bambini che frequentano la scuola è venuto a contatto con la droga", ha fatto sapere il portavoce della scuola, Fernando Galliard.

Il bimbo e i suoi tre fratelli sono, per il momento, stati presi in custodia dal Dipartimento dei Servizi Sociali, che sta cercando una famiglia a cui affidare i piccoli fino a che le indagini si saranno concluse.


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venerdì 18 novembre 2005
ore 15:43
(categoria: "Vita Quotidiana")





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venerdì 18 novembre 2005
ore 14:56
(categoria: "Vita Quotidiana")



Il computer portatile da 100 dollari destinato ai bambini dei paesi poveri, elaborato dal Massachusetts Institute of Tecnology (Mit), è stato presentato ufficialmente ieri dal segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, e dal ’padre’ del progetto, Nicholas Negroponte, al Summit mondiale sulla società dell’informazione che si è aperto a Tunisi. I laptop saranno offerti gratuitamente attraverso governi o associazioni benefiche. Possono funzionare come libro elettronico, televisione o computer. Una manovella gialla che esce di lato permette di ricaricarli in assenza di elettricità.



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venerdì 18 novembre 2005
ore 14:36
(categoria: "Vita Quotidiana")



I naufraghi di An sull’isola di Claretta
di Michele Serra

Tutto ebbe inizio un lontano giorno del ’94, quando il decano dei comici Raimondo Vianello e la valletta Antonella Elia, nel corso di un varietà tv, dichiararono il loro voto per Berlusconi, seguiti a breve dalla cantante Zanicchi. Di lì in poi, la tv italiana divenne il luogo prediletto della politica, e presto l’unico luogo. La centralità della classe operaia venne rimpiazzata dalla centralità delle truccatrici e dei microfonisti. E di qui in poi? Di qui in poi, ecco cosa prevede il palinsesto politico.

Varietà Basta con i politici ospiti dei cantanti. Saranno i cantanti a partecipare, se invitati, agli show condotti dai vari leader, da ’Roccopolitik’, biografia in musica di Rocco Buttiglione, a ’Stasera Kesserling’, varietà revisionista condotto da Mirko Tremaglia con le gemelle Kessler, da ’Studio no’, di e con Umberto Bossi, al disinvolto e divertentissimo ’Viva la figa’, con Ignazio La Russa in diretta dal Gilda. Naturalmente anche la sinistra avrà il suo spazio. Si dice un gran bene del brillante e colto cabaret ’Hunsoferschafthausestein’, in onda dopo la mezzanotte, dove gli intellettuali di sinistra si rivolgeranno direttamente al popolo con recensioni spiritose dei quadri espressionisti degli anni Venti. Molto attesi il quiz ’Il concorrentone’, in quota al correntone dei ds, e il varietà prodiano ’Tutti in bici’, un format belga a tappe. D’Alema condurrà ’Controfiocco’, galà in barca a vela. In scaletta il recupero di un uomo in mare, una gara di nodi tra senatori e deputati, e lo stesso D’Alema che canta, al timone, ’C’era una volta un piccolo naviglio’ in coppia con Pavarotti.

Fiction Già pronte le quattro puntate di ’Casa Arcore’, vita di Berlusconi interpretata da un attore altissimo. La sinistra risponde con una ’Vita di Berlinguer’ nella quale il leader del Pci viene presentato come un uomo allegrissimo e gaudente, giocatore di dadi, donnaiolo, socio in affari di Rockefeller, elettore del partito liberale, che si scambiava le fidanzate e le cravatte con l’amico del cuore, Bettino Craxi. "Basta con l’immagine cupa e quaresimale di Berlinguer", spiega una nota dei diesse. Berlinguer sarà interpretato da una bravissima Monica Bellucci.

Reality Molto atteso ’Scissioni’, un reality a eliminazione con tutti i dirigenti della sinistra di ieri e di oggi rinchiusi in una sala congressi, disarmati all’ingresso dalla security. A buon punto la nuova edizione italiana di ’Temptation Island’, che si chiamerà ’L’isola di Claretta’. I dirigenti di An saranno confinati in un grand hotel di Mauritius con le attricette loro amanti. Le loro mogli saranno in un albergo vicino con i ballerini del corpo di ballo dell’Africa equatoriale al completo.

Meteo Le previsioni del tempo saranno equamente suddivise tra gli schieramenti, per dare spazio a tutti i punti di vista. In preparazione un meteo movimentista, che esalta la funzione delle perturbazioni e deplora la staticità dell’anticiclone. Uno riformista, nel quale Francesco Rutelli introdurrà cautamente e senza strappi i fenomeni di bassa pressione, esaltando il ruolo dei leggeri piovaschi e dichiarandosi in disaccordo con i temporali. E uno berlusconiano, in collaborazione con Coppertone, che annuncia solleone anche a Natale e sarà condotto dalle isobarine, due ragazze nude che si disegneranno a vicenda, con il pennarello, due nuvolette sulle tette sostenendo che sono le Alpi.

Varie La nuova ’Tribuna politica’ affidata al cardinal Ruini sarà aperta a tutti gli esponenti di partito, che ascolteranno il cardinal Ruini a turno, tre minuti ciascuno. Il ’Pavarotti and Friends’ è una formula ormai logora, verrà rimpiazzato da un attesissimo ’Previti and Friends’, in diretta dalle Isole Caimane, con un cast che si preannuncia clamoroso, da Bob Dylan ai Rolling Stones, da Madonna a Elton John, tutti convinti a duettare con Previti in cambio della distruzione dei dossier sul loro conto. In forse, invece, la partecipazione di Maria De Filippi al nuovo ’C’è posta per te’ condotto da Piero Fassino. Cancellato il musical ’Genova per noi’, ricostruzione molto realistica del G8, con le coreografie di Maurizio Gasparri: l’intero cast si è infortunato durante le prove. In controtendenza, Fausto Bertinotti ha annunciato che diraderà la sua presenza in video, evitando di comparire nei Simpson e nelle notizie sul traffico.


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venerdì 18 novembre 2005
ore 14:16
(categoria: "Vita Quotidiana")



Chiude il Summit di Tunisi, snobbato anche il "digital divide"
di Toni De Marchi

In Africa soprattutto, ma anche in altri continenti, ci sono ben quaranta Paesi che hanno una connettività internet verso il resto del mondo inferiore a 10 megabit al secondo. A casa mia, a Roma, la mia connessione internet è a 12 megabit al secondo. Cioè io dispongo personalmente del venti per cento di banda in più di quella utilizzabile da tutti gli abitanti di qualche Stato sub-sahariano. Un po’ me ne vergogno, lo ammetto, ma la vergogna dovrebbe essere di tutti, se è vero che il digital divide, oggi, è la nuova, inesorabile frontiera dell’esclusione e non c’è emigrazione che tenga per farla superare. I numeri sono impressionanti, se pensiamo che la minuscola Danimarca ha il doppio di banda internet disponibile (la banda misura la “larghezza” delle connessioni digitali: più è ampia, maggiore è il numero e la velocità delle connessioni possibili) di tutto il Sud America e i Carabi messi insieme. E se diciamo che il Giappone ha tre volte la banda disponibile dell’Africa forse non ci stupiamo, ma quando scopriamo che a Seul ci sono più utilizzatori internet che in tutta l’Africa sub-sahariana con l’eccezione del Sud Africa, è arrivato il momento di una un esame di coscienza collettivo.

In teoria, il World Summit on the Information Society che si conclude venerdì a Tunisi, avrebbe potuto o dovuto essere questa sorta di esame di coscienza collettivo che il mondo sviluppato (G8 e una manciata di altri Paesi) dovrebbe fare prima che la frattura digitale tra il Nord e il Sud (virtuali) diventi altrettanto insanabile di quella del mondo reale. Perché, se l’attenzione di tutti si è ossessivamente fissata sul problema del controllo di internet, l’altra grande sfida del Summit era il superamento dell’esclusione digitale. Una sfida che per molti, la maggioranza senz’altro, dei quasi ventimila partecipanti a questa gigantesca kermesse dell’era digitale, rappresenta in realtà “la” sfida tout court, la speranza di essere tra quelli che riescono a mangiare qualche candito della torta e non solo le briciole che cadono dal piatto dei ricchi.

Una sfida tradottasi in una presenza vociante, forte: il Summit di Tunisi è stato prima di tutto il Summit di un mondo che rifiuta di restare ancora una volta fuori della porta. Basta una scorsa alla lista degli oratori. Il mondo digitalmente satollo dei ricchi è venuto con delegazioni di basso livello: ministri, sottosegretari. Gli affamati hanno invece giocato la carta dei presidenti, dal palestinese Mahmud Abbas al senegalese Abdulaye Wade. Quest’ultimo ha riassunto i risultati finora raggiunti dal fondo di solidarietà contro il digital divide promosso l’anno scorso a Ginevra dal Senegal con l’adesione formale di gran parte dei partecipanti al Summit. Ebbene, Wade non ha potuto portare grandi risultati: i fondi promessi, sinora, sono dell’ordine dei sette o otto milioni di dollari e di questi mezzo milione messo a disposizione dallo stesso Senegal. Wade si è lamentato soprattutto del fatto che le aziende, le grandi beneficiarie della rivoluzione di internet e delle tecnologie connesse, non si siano fatte avanti con donazioni.

Eppure che le aziende siano parte del processo a Tunisi lo si è visto molto bene. Non solo l’amministratore delegato della Intel (l’azienda che produce il “cervello” di quasi la metà dei computer del mondo) ha parlato all’apertura del Summit assieme a Kofi Annan, ma all’interno del Kram Palace dove si è svolto il vertice era allestita una grande mostra campionaria dove i grandi nomi dell’informatica erano presenti. Uno Smau del digital divide dove c’era Microsoft e lo stand di Cuba, Hp e il Mali, l’Iran e Sun Microsystems. Anche l’Italia c’era, e l’azienda più importante presente gestisce call center. Ha aperto una filiale anche in Tunisia: tra poco, quando telefonerete per l’assistenza alla lavatrice di casa aspettatevi che vi rispondano da Djerba.

Inclusion era la parola d’ordine della mostra collaterale, inclusione. Che per molti era sinonimo di affari. Insomma, ognuno è venuto con una propria idea e se ne è andato serbandosela stretta. Resta, del Summit, un calendario di impegni formali e quel Forum mondiale della rete che ritroveremo l’anno prossimo in Grecia. Non molto, ma almeno il riconoscimento che internet, oggi, non è più l’affare soltanto di qualcuno.


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venerdì 18 novembre 2005
ore 14:15
(categoria: "Vita Quotidiana")



Parola di storico. «Celentano aveva invitato nel suo studio di Brugherio Enzo Biagi, Daniele Luttazzi e Michele Santoro, che avevano cessato di lavorare per la Rai dopo una denuncia pubblica di Berlusconi a Sofia (18 aprile 2002) sulle loro scorrettezze nella campagna elettorale del 2001»

Bruno Vespa, «Vincitori e vinti. Le stagioni dell’odio», Mondadori 2005


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