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MERAVIGLIE

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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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martedì 30 ottobre 2007
ore 11:46
(categoria: "Vita Quotidiana")





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martedì 30 ottobre 2007
ore 10:04
(categoria: "Vita Quotidiana")



Una volta si chiamavano differenziali
Una morale da Legione straniera
di MARCO LODOLI

E’ DIFFICILE capire quale sia stato il pensiero della preside dell’Istituto Gastaldi di Genova, quali tortuosi percorsi mentali l’abbiano portata a una conclusione così bislacca: fatto sta che adesso tutti i bocciati del primo anno si ritrovano concentrati in una sola classe. Dopo tanta allegra pigrizia, dopo un anno trascorso al paese dei balocchi, senza ascoltare i professori, senza aprire i libri, senza ascoltare i buoni e noiosi consigli, i venticinque ragazzacci, trasformati in ciuchini, vengono collocati tutti quanti nella stessa stalla.

Immagino le reazioni degli altri studenti della scuola, quando passano accanto all’aula degli ignorantoni.
Risate, lazzi, prese in giro, ma forse anche brividi di terrore, l’incubo di potersi ritrovare un giorno nella stessa tragica situazione, tra i reietti, tra gli angeli ribelli, lì nel gregge compatto delle pecore nere. Una Tortuga popolata solo da filibustieri, un canile comunale dove si comprimono i cani senza collare, un cimiterino di anime perse.

Non mi pare proprio che sia una grande idea, non vedo in quale modo potrebbe stimolare i ripetenti a dare il meglio di sé, a recuperare in fretta l’anno perduto malamente. E non capisco come alunni e genitori possano accettare a cuor leggero il ghetto dell’infamia, quali argomenti possano convincerli a far parte di questa armata Brancaleone ripulita e istituzionalizzata.

A meno che alla base di questa soluzione della preside non ci sia una recente visione, alle tre di notte, su qualche canale secondario, di Quella sporca dozzina: tutti insieme a riscattare l’onore, a dimostrare di essere eroi nonostante il passato poco edificante! Una morale scolastica da Legione Straniera, la sceneggiatura perfetta per uno di quei film tosti ma commoventi, dove gli ultimi saranno i primi, dove le carogne si rivelano pezzi di pane e, anche se qualcuno inevitabilmente ci rimette le penne, il grosso del plotone entra nella Storia a testa alta. Insomma, un’assurdità.

Già è complicato restituire un po’ di entusiasmo e di fiducia ai ragazzi respinti, trattenerli a scuola, convincerli che è stato solo un episodio, che quest’anno tutto andrà diversamente, che la nuova classe li accoglierà benissimo, perché molti di loro sono prontissimi a mollare in un secondo la scuola, a sparire nel nulla: non aggiungiamo il sospetto di creare classi-galera, classi differenziali, come si diceva una volta, dove crescevano solo ragazzi dichiaratamente differenti da tutti gli altri, uguali solo a loro stessi, alla loro triste sconfitta.


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lunedì 29 ottobre 2007
ore 18:58
(categoria: "Vita Quotidiana")



Liste di attesa record negli ospedali per i cocainomani che si rifanno il naso

SORRENTO (Napoli) - Rifarsi il naso distrutto dalle sniffate di cocaina è una necessità per i consumatori di polvere bianca. Ma la richiesta per questo tipo di intervento, gratis in ospedale o con diecimila euro in una struttura privata, si sta diffondendo in misura tale che i chirurghi hanno ormai delle vere e proprie liste d’attesa.

La segnalazione giunge dal Congresso di Federserd, la federazione degli operatori pubblici delle dipendenze, in corso a Sorrento. Fino a poco tempo fa, i casi di ricostruzione del naso - dicono gli esperti di Federserd - erano rarissimi, uno su cento cocainomani, quasi nessuna donna. E riguardavano per la quasi totalità vip dello spettacolo o manager.

Ora la richiesta di questo intervento si è ampliata. Ci sono liste di attesa di cinque mesi in cliniche private e più di un anno e mezzo in ospedale, quasi quanto per una Tac. Non sono più rare le donne, e sono sempre più numerose le persone di tutti i ceti sociali.

"Si sniffa cocaina, si vede il naso danneggiato con grande difficoltà nella respirazione - dice Claudio Leonardi, coordinatore del Comitato scientifico di Federserd - si va dal chirurgo plastico per un intervento, si soffre un po’ e poi se non si è imparata la lezione e non ci si è curati, si torna a sniffare". Il dato allarmante è che il fenomeno è in costante crescita. "E’ un problema in aumento - aggiunge Leonardi - e lo verifichiamo ogni giorno parlando con i tossicodipendenti. La situazione è ancor più grave se si pensa che sono costretti alla ricostruzione del naso anche tanti giovanissimi, nei quali le mucose e la cartilagine sono più delicate".

"Il naso da coca" è ormai una vera e propria patologia spiega il professor Gaetano Paludetti, direttore dell’Istituto di clinica otorinolaringoiatrica del policlinico Gemelli, che lancia l’allarme sull’aumento degli italiani costretti a ricorrere a un’operazione chirurgica per rifarsi il naso distrutto dalla droga.

Granulomi sottocutanei, vasi sanguigni cicatrizzati e inservibili, riassorbimento dei tessuti: il naso del cocainomane è fortemente compromesso, la carenza di circolazione sanguigna manda in necrosi i tessuti, e l’operazione chirurgica a lungo andare è inevitabile. "Sono venute da me - racconta Paludetti - persone con due buchi al posto del naso, senza più tessuti. Sono sempre più numerosi quelli che chiedono un intervento, anche se quasi tutti non ammettono che la causa scatenante è la cocaina. Ma è importante per un chirurgo saperlo, anche perché i tessuti sono così deperiti che è molto complicato procedere a una ricostruzione".

Interventi delicati, insomma, con lo scopo di garantire un ritorno a un livello accettabile di capacità respiratoria, ma che per molti pazienti sono solo uno strumento per poi tornare a "sniffare" liberamente: "Tutti dicono che hanno smesso - rivela l’otorino - ma quasi tutti poi riprendono ad assumere cocaina, e non è raro il caso di gente che torna, dopo alcuni anni, per rioperarsi".

A bussare alla porta del chirurgo sono le persone più disparate, giovani e meno giovani, uomini e donne, benestanti e ceti più modesti: "Non c’è un identikit del malato di ’naso da coca’ - spiega Paludetti - diciamo che si va dai 20 ai 60 anni di età, ma talvolta anche oltre, e spesso sono persone insospettabili. Di certo il naso rovinato dalla cocaina è una patologia emergente, ma non la sola: esistono casi di persone che hanno buchi nel palato, con la comunicazione tra naso e palato aperta, a causa dell’effetto distruttivo della coca. E’ una cosa molto seria, e non è necessario essere cocainomani da molti anni: se la droga è tagliata male, bastano poche sniffate per avere le vie respiratorie danneggiate".


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lunedì 29 ottobre 2007
ore 15:39
(categoria: "Vita Quotidiana")



Chi ha rubato il sesso a Tutankhamon?
Scomparso l’organo genitale maschile dal cadavere mummificato del re-bambino

LONDRA - Chi ha rubato i "gioielli" di Tutankhamon? La domanda campeggia maliziosa sul Sune i "gioielli" di cui si parla non sarebbero (solo) quelli in oro e pietre preziose. Stando all’articolo del tabloid, infatti, anche l’organo genitale maschile sarebbe misteriosamente scomparso dal cadavere mummificato del famoso faraone. Non solo. I tombaroli avrebbero pure tagliato lo sterno del re per prelevare una preziosa collana che era appiccicata alla cassa toracica.

RAGGI X - La sconvolgente scoperta sarebbe opera della professoressa Salima Ikram dell’Università del Cairo, la stessa che ha rivelato le vere circostanze della morte di Tutankhamon, che non venne ammazzato, come si credeva, bensì rimase vittima di un banale incidente con il cocchio reale, lanciato a tutta velocità nel deserto, durante una battuta di caccia. Nella caduta, il re si sarebbe fratturato una gamba e la setticemia sopravvenuta gli sarebbe stata fatale. Come già fatto per accertare le cause della morte del faraone, anche per scoprire la scomparsa del suo organo maschile la studiosa si è affidata alle analisi ai raggi X. Analizzando, infatti, i referti degli esami compiuti sul corpo di Tutankhamon nel 1926 e confrontandoli con quelli eseguiti nel 1968, la professoressa Ikram si è accorta della scomparsa del "faraonico pene".

TRA STORIA E MITO - «Tutankhamon è stato mummificato con il suo membro – ha raccontato – e questo si vedeva. È stato davvero un furto di pessimo gusto e credo si sia verificato durante la Seconda Guerra Mondiale». In quel periodo, la tomba del re-bambino era mal vigilata ed è, quindi, probabile che la gente del posto ne abbia approfittato per rubare i "gioielli" del faraone. Ma le teorie in proposito si sprecano. Secondo altri esperti, infatti, il pene di Tutankhamon potrebbe essere stato ridotto in polvere per fare una pozione magica che favorisse la fertilità, mentre un’altra possibile ricostruzione del furto indicherebbe nei soldati inglesi i responsabili del raid criminale, compiuto durante i combattimenti contro le truppe naziste in quella zona del Nord Africa. La bara d’oro pesante quasi 110 chilogrammi nel quale era contenuto il corpo mummificato di Tutankhamon venne scoperta dall’archeologo inglese Howard Carter nel 1922, all’interno di un sarcofago di pietra. I risultati delle scoperte della Ikram verranno resi noti nella trasmissione televisiva «Tutankhamon: Secrets of the Boy King», in onda il 30 ottobre su Five Tv.


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lunedì 29 ottobre 2007
ore 09:51
(categoria: "Vita Quotidiana")



Lavoro nero, Italia al top
Compensi fuori busta al 7%

ROMA - L’allarme della Ue è chiaro: il lavoro nero resta un problema che ostacola la crescita dei posti di lavoro e la crescita. Un allarme accompagnato dalle cifre fornite da Eurobarometro che vedono l’Italia al primo posto in Europa occidentale per numero di compensi ’fuori busta’ (non dichiarati), percepiti dai dipendenti. Un 7%, ben al di sopra di altri paesi come Regno Unito, Francia e Germania che si collocano all’1%.

L’indagine (oltre 26 mila intervistati nei 27 paesi Ue) evidenzia come l’11% della popolazione riconosca di aver acquistato beni o servizi che coinvolgono il lavoro sommerso. In media, il 5% dei dipendenti ammette di aver preso compensi fuori busta negli ultimi 12 mesi. Una tendenza che è diffusa, in maniera diversa, in ogni Stato. I compensi fuori busta sono però più frequenti in paesi come la Romania, con punte del 23%. Percentuali alte si registrano anche in Bulgaria, Polonia e Lituania (11). In pratica in tutti gli stati dell’Europa centrale e orientale, eccetto Repubblica Ceca (3) e Slovenia (5) il numero dei lavoratori che ammettono di aver ricevuto fuori busta è sopra la media europea del 5%. All’opposto si trova l’1% di Germania, Francia, Lussemburgo, Malta e Regno Unito. L’Italia, con il suo 7%, si colloca al primo posto tra gli Stati dell’europa occidentale. Seguita dal Belgio con il 6%.

Le categorie. Il lavoro nero risulta più frequente tra i disoccupati, gli studenti e i lavoratori autonomi, compresi i professionisti. Ed è più diffuso tra gli uomini. Il 6% della popolazione maschile riconosce infatti di aver svolto lavoro irregolare negli ultimi 12 mesi, mentre in quella femminile la percentuale si attesta al 3%. E almeno i due terzi (62 per cento) dei datori sono uomini.

Rischi? nessuno. Il dato più allarmante è che la percezione del rischio di essere scoperti non risulta particolarmente elevata: sono infatti quei lavoratori che si sentono sicuri di non essere scoperti, ad accettare lavori irregolari.

Che fare? "L’economia sommersa pregiudica il finanziamento dei sistemi di sicurezza sociale, ostacola buone politiche economiche e può comportare un dumping sociale dice Vladimir Spidla, commissario responsabile dell’occupazione - nessun segnale consente di concludere che tale fenomeno sia in diminuzione". Anzi, in alcuni settori come il lavoro domestico e l’edilizia sarebbe in crescita.

Secondo Spidla a favorirne l’incremento sarebbero le alte imposizioni fiscali e contributive, ma anche le spinte generalizzate verso il subappalto ed il falso lavoro autonomo per evitare controlli. Senza dimenticare la maggiore tassazione degli straordinari e la mancanza di un salario minimo in molti Paesi.


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domenica 28 ottobre 2007
ore 19:54
(categoria: "Vita Quotidiana")



"La televisione fa venire l’ansia"
Psicologi accusano Talk show e Tg

MILANO - Guardare la televisione provoca ansia: lo sostiene uno studio promosso da Meta Comunicazione e realizzato in collaborazione con un pool di 60 psicologi e psicoterapeuti. Sotto accusa toni concitati, annunciatori che sembrano lanciare allarmi bomba, termini super allarmistici. Lo studio ha analizzato, per un periodo di 4 settimane, i contenuti, i toni e il lessico utilizzato in diverse tipologie di trasmissioni.

Il primo degli elementi sotto accusa è costituito dai temi trattati, che rappresentano la causa più evidente dell’ansia e dello stress che sempre di più si associano al piccolo schermo, come sottolinea il 63% degli intervistati. Scandali, efferati delitti, accuse e litigi che minano ogni fiducia nei confronti della politica e dell’economia del paese: sono solo alcune delle tematiche che quotidianamente vengono evidenziate in Tv.

Ma per l’84% degli esperti non sono solo gli argomenti di cui si parla a generare questo clima: a contribuire a far sentire il telespettatore letteralmente accerchiato è il modo in cui si parla di qualsiasi argomento, da quello più scottante a quello più tranquillo e leggero. Sotto accusa, infatti l’allarmismo (58 per cento), ormai utilizzati in ogni tipo di trasmissione, dalle news ai contenitori di costume.

A questo si aggiungono poi i toni dei diversi servizi: a qualsiasi ora del giorno, infatti, anche quelli più normali vengono annunciati come se si stesse dando la notizia di una meteora che sta per colpire la terra. Insomma per il 51% i toni isterici che ormai dominano nel piccolo schermo rappresentano una delle maggiori cause dell’ansia che sempre più spesso prende chi resta troppo tempo davanti alla Tv.

Di conseguenza, il piccolo schermo sta perdendo la funzione di intrattenere, come dice il 34%, ma anche, sotto certi aspetti quella di informare (27 per cento): il continuare ad utilizzare certi toni rischia di far mettere sullo stesso piano notizie e temi di importanza diversa, causando alla lunga una sorta di atarassia dell’informazione, dove il modo in cui viene data una notizia diventa più pregnante della notizia stessa.

Di fatto per il 63% degli intervistati la Tv sta sempre più diventando una fonte di stress (anche dal punto di vista acustico), genera ansia (55) e aggressività (49), ma fa venire anche l’idea di essere continuamente fregati(43), tanto che si sta sviluppando una sorta di sindrome da accerchiamento, che rischia di avere conseguenze anche sulla vita quotidiana (43 per cento).

Sicuramente in una sorta di classifica del grado di ansia catodica i Talk show sono al primo posto, come sottolinea il 58% degli esperti e conferma l’analisi dei programmi andati in onda nelle ultime 4 settimane. In media, infatti, ogni 6 minuti di messa in onda vengono utilizzati toni e termini che alzano il livello di ansia e aggressività, oltre al fatto che gli stessi temi trattati bombardano lo spettatore con tutto ciò che di più stressante avviene quotidianamente, che si tratti di politica, di scandali o di fatti di cronaca nera.

Subito dietro ai Talk show ci sono naturalmente i telegiornali (52): sicuramente gli argomenti ansiogeni sono più concentrati, ma i toni e il lessico utilizzato sono più controllati e meno allarmistici (in media si raggiungono alti livelli di stress ogni 12 minuti).

Lo stesso vale per le trasmissioni sportive, dove l’ansia catodica sembra la costante per cercare di fidelizzare gli spettatori (45%, con i picchi di ansia catodica che hanno una frequenza media di uno ogni 15 minuti).
Seguono le trasmissioni di servizio, dove si vogliono tutelare i consumatori o dirimere controversie (41%, con i picchi di ansia catodica che hanno una frequenza media di uno ogni 20 minuti).

Ma ad essere messe sotto accusa sono anche le trasmissioni di costume e di puro intrattenimento come i contenitori pomeridiani (38%, dove i toni e gli atteggiamenti di conduttori e partecipanti fanno impennare il livello d’ansia in media ogni 21 minuti).
Seguono i reality (36 per cento), che seguono lo stesso principio delle trasmissioni sportive e dove i toni e gli atteggiamenti di conduttori e partecipanti fanno impennare il livello d’ansia in media ogni 24 minuti.


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sabato 27 ottobre 2007
ore 10:08
(categoria: "Vita Quotidiana")





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venerdì 26 ottobre 2007
ore 11:26
(categoria: "Vita Quotidiana")


ARIDATECE CRYSTAL!!!

rivogliamo la vecchiaccia che usa quel dialetto del cazzo!!


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venerdì 26 ottobre 2007
ore 10:06
(categoria: "Vita Quotidiana")





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giovedì 25 ottobre 2007
ore 09:19
(categoria: "Vita Quotidiana")



Ultimo avviso agli ignoranti: quello in cui credete è falso, o quasi
di STEFANO BARTEZZAGHI

ROMA - Per beata, o beota, che sia, nemmeno l’ignoranza può ambire a essere sempre uguale a sé stessa: come ogni altra cosa che abbia a che fare con gli esseri umani ammette varianti e sottogeneri, si articola in distinzioni, alimenta paradossi e può arrivare ad assomigliare paradossalmente al suo rovescio.

Oggi come oggi vige per esempio un’ignoranza "a vocazione maggioritaria", e anzi francamente egemonica, che ritiene il non sapere la prima e principale forma di libertà, un diritto umano con i controfiocchi - che viene anche rivendicato in quanto tale dagli studenti delle scuole in rivolta contro insufficienze ed esami. Non che negli altri supposti templi dell’istruzione e della cultura - dagli atenei alle case editrici - vada molto meglio: tanto per l’ortografia ci sono i correttori ortografici, per le nozioni c’è Google e Wikipedia, per le opinioni c’è il tg. Essere ignoranti è visibilmente bellissimo, e si fa qualche fatica a ricordarsi che l’ignoranza qualche risvolto negativo alla fine ce l’ha.

Questa iper-ignoranza globale è fatta di parecchie ipo-ignoranze: l’analfabetismo di ritorno (avevo imparato, e ora non so più), la specializzazione perversa (so tutto di una cosa sola, e niente di tutto il resto), la sindrome dell’infarinato (so pochissimo di quasi ogni campo del sapere), il Tenebra Pride (so niente di niente, et pour cause: ogni volta che ho ascoltato una frase che potesse essere stampata sul libro ho messo mano alla pistola)... Fra tutte la più insidiosa e pervasiva è forse quella forma di ignoranza che consiste nel credere di sapere. Alla legge di Ennio Flaiano "Il cretino, oggi, pensa" andrà aggiunto un comma integrativo: "L’ignorante, oggi, sa".

È proprio a quest’ultima e paradossale propaggine del non sapere che è dedicato il curioso Libro dell’ignoranza (Einaudi, 12,80 euro, pagg. 226) compilato dai conduttori di un programma divulgativo della Bbc, John Lloyd (solo omonimo del politologo) e John Mitchinson.

Se le leggi del marketing fossero meno ferree di quelle della precisione semantica, questo libro si intitolerebbe: Libro delle credenze infondate. Non che ci annoi confutando dogmi religiosi o dottrine esoteriche. Ai due autori non interessa ciò a cui aderiamo per ragioni devozionali o psicologiche, ma ciò a cui crediamo razionalmente, ciò che abbiamo appreso come vero e non abbiamo mai messo in dubbio perché la fonte ci pareva sicura e la notizia verosimile. Insomma il libro non ci dice che Babbo Natale non esiste, ma che il primo presidente americano si chiamava Peyton Randolph, che gli imperatori romani ordinavano la morte di un gladiatore mettendo il pollice in su, che l’esatto numero della Bestia è 616 e che l’universo è beige.

Praticamente ogni pagina contiene una sorpresa. Il materiale più comune al mondo non è l’ossigeno, non è il carbonio, non è l’azoto, non è l’acqua ma si chiama perovskite, dal nome del mineralogo russo Lev Perovski. Non ci sorprende venire a sapere che l’inventore del telefono non è Alexander Graham Bell ma il nostro connazionale Antonio Meucci: però il libro spiega le circostanze dell’invenzione e quelle in cui si è determinato l’equivoco, il tutto in una sobria paginetta chiusa da una fantastica profezia dello stesso Bell: "Un giorno ci sarà un telefono in ogni grande città degli Stati Uniti".

Argomento successivo, lo champagne, che è stato inventato dagli inglesi: "Il monaco benedettino Dom Pérignon (1638 - 1715) non inventò lo champagne: in realtà passò gran parte del suo tempo a cercare di eliminare le bollicine". La citazione è solo un esempio del sense of humour con cui è stata condotta la delicata operazione. Che naturalmente non ha né la pretesa di riempire gli abissi della nostra ignoranza né quella - forse anche più ambiziosa - di svuotare il mare delle nostre credenze infondate, ma si propone innanzitutto di far sorgere qualche dubbio a proposito della nostra principale religione: la fede in ciò che abbiamo appreso in via indiretta, senza verifiche sperimentali e revisioni critiche. Sull’altro tipo di religione, il libro dice poco, anzi si limita a una bellissima citazione da Aldous Huxley (il cui nonno aveva inventato la parola "agnostico"): "Uno è un grande sostenitore della religione finché non visita un paese davvero religioso. Allora diventa un grande sostenitore di fogne, macchine e salario minimo". E, si vorrebbe aggiungere, di un po’ di buona istruzione.


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