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MERAVIGLIE

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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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lunedì 24 ottobre 2005
ore 16:40
(categoria: "Vita Quotidiana")



I consigli di Caino. E quelli di Abele
di Aldo Grasso

Ci risiamo. Silvio Berlusconi vede nemici ovunque, specie fra i comici. E perché non ci siano equivoci ha anche fatto nomi e cognomi: Serena Dandini, Sabina Guzzanti, Gene Gnocchi, Enrico Bertolino, Dario Vergassola, Corrado Guzzanti, «e altri che cerco di non tenere a mente». Meno male, altrimenti non gli basterebbero le pagine gialle. Erano solo comici, alcuni bravi, altri meno: adesso sono eroi, martiri, vittime del tiranno.
Quanto resiste il premier a non occuparsi di tv? Un giorno, due, tre? Non di più. Eravamo ammirati per la noncuranza con cui aveva assistito al turbinio mediatico sollevato da Adriano Celentano che già arrivano, con rovinoso tempismo, le anticipazioni dell’ennesimo libro di Bruno Vespa: «Quello di giovedì 20 ottobre—dice a Vespa il presidente del Consiglio — è soltanto l’ultimo episodio di un sistema della comunicazione, televisione ma anche della stampa, che dal 2001 ha sistematicamente attaccato l’operato del governo e il presidente del Consiglio».
E così Prodi può tornare a parlare di liste di proscrizione, di ingerenze, di conflitto di interesse. Silvio Berlusconi è fatto così. E dire che avrebbe un mucchio di cose da fare invece di occuparsi di comici. Non è umanamente possibile che perda tempo a vedere un programma di Dario Vergassola. E allora perché si abbandona a queste cadute di stile? C’è una sola spiegazione: Berlusconi ha due consiglieri per la tv, uno buono (che chiameremo Abele) e uno cattivo, anzi pessimo (che chiameremo Caino). Abele ha appena finito di spiegargli che la battaglia dei voti in tv è una battaglia trasversale, che si gioca sulla quotidianità e sulla routine (l’ampia area dell’infotainment), che spesso gli attacchi diretti si ritorcono contro.
Gli ha anche spiegato che il pubblico più «debole » (scolarizzazione medio-bassa e livelli economici medi o medio-bassi) è quello più influenzabile, non certo quello che segue i comici o i programmi d’approfondimento (sa già per chi votare). Gli ha persino detto che nonostante Jay Leno e David Letterman (mica Vergassola o Bertolino) lo attaccassero ogni giorno, George W. Bush ha vinto per due volte le elezioni. Giorni fa, Berlusconi sembrava aver capito la lezione: bisogna stare attenti, aveva ammonito, a «Uno mattina». Aveva ragione: se un’Antonella Clerici, preparando la pastasciutta, impreca al governo ladro fa più danni di Michele Santoro (perché Fassino sarebbe andato da Maria De Filippi?).
Caino invece non è così raffinato, senza la clava non si diverte. E invece di spiegargli come e perché abbiano fallito conduttori come Giovanni Masotti o Anna La Rosa trova più facile dare sempre la colpa all’altro, all’immediato, alla battuta più corriva. Caino dev’essere un comico fallito che vuole solo vendicarsi di alcuni colleghi più fortunati. Dev’essere una mezzacalzetta, un giornalista mancato che non ha capito che, mettendo Gene Gnocchi al termine del suo tg, Mauro Mazza ha fatto una grande operazione di immagine (ci sarà mai un Tg3 che dà spazio a un comico di destra?). Dev’essere una bestia edotta in teoria e tecnica della comunicazione per fare la spia su un manipolo di comici. Si sarà capito a chi ha dato retta il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Eppure il presidente emerito Francesco Cossiga gli aveva regalato un consiglio splendido: vada da Celentano (allarghiamoci: vada dai comici) e dica la sua, ci scherzi su, si faccia una risata!
L’ebbrezza di una risata avrebbe ridotto a niente tutto il tourbillon di questo mondo mediatico (cui basta una predica di Celentano per perdere il senso della misura); e nessun problema di censura né tormento interiore sarebbe più venuto a turbare una gioia ritrovata. Siamo tutti vittime della «sindrome da finestra sul cortile», confondiamo la tv con la vita, l’aumento dell’audience con l’aumento dei prezzi. Un errore, però, che un capo di governo non dovrebbe commettere.


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lunedì 24 ottobre 2005
ore 16:13
(categoria: "Vita Quotidiana")



IRAQ: NO TRIONFA IN 2 PROVINCE, COSTITUZIONE A RISCHIO

Fiato sospeso per l’approvazione della Costituzione irachena dopo l’annuncio che sono gia’ due le province che nel referendum del 15 ottobre hanno nettamente bocciato il testo. Sabato si era avuta notizia della vittoria del no con l’81,5% nella provincia di Salaheddin e ora la Commissione elettorale ha fatto sapere che quella sunnita di Al-Anbar, feudo della guerriglia nell’Iraq occidentale, ha respinto la bozza con il 96,95%. A questo punto saranno decisivi i risultati delle ultime quattro delle 18 province, attesi tra domani e mercoledi’: se in una sola di queste il no dovesse prevalere con piu’ di due terzi dei voti, la Costituzione sarebbe bocciata nonostante la vittoria complessiva del si’. In quel caso sarebbe necessario mettere a punto una nuova bozza dopo le elezioni politiche di dicembre. Nelle ultime quattro province in cui lo scrutinio non e’ ancora terminato, la vittoria del si’ e’ data per scontata a Babel, Bassora e Arbil, e sara’ quindi cruciale il voto di Nineveh, provincia a maggioranza sunnita nel nord prevalentemente curdo il cui capoluogo, Mosul, e’ stato teatro di attentati e scontri interetnici.


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lunedì 24 ottobre 2005
ore 14:05
(categoria: "Vita Quotidiana")



S’impicca la madre di Giusy, la ragazza uccisa a Manfredonia

Si è uccisa impiccandosi la madre di Giusy Potenza, la ragazza di 15 anni massacrata il 12 novembre del 2004 nelle campagne alla periferia di Manfredonia (Foggia). Grazia Rignanese, 39 anni era al settimo mese di gravidanza. A quanto si è appreso, il suicidio della donna è stato scoperto dalla madre, che si era recata a trovarla a casa.

Per l’omicidio di Giusy è in carcere un suo zio di secondo grado, Giovanni Potenza, 27 anni, pescatore, sposato e con due figli di due e otto anni. Con Giovanni la ragazza aveva stretto una relazione clandestina che intendeva però troncare. L’uomo, reo confesso, è il cugino del padre della vittima.

La vicenda con il passare dei mesi ha avuto però anche altri risvolti tragici. Nel maggio scorso la polizia ha arrestato due giovani donne accusate di aver indotto la ragazza alla prostituzione e di averla costretta a dividere con loro i soldi guadagnati. In quella circostanza, con dolore e rabbia, Grazia Rignanese urlò: "Me l’hanno uccisa una seconda volta. Questa non è la verità. Loro sono delle ragazze facili, si sapeva da sempre. Mia figlia baciava il fidanzato solo sulle guance, dal primo giorno ho sospettato di loro".

Le due arrestate, Sabrina Santoro, 24 anni, e Filomena Rita Mangini, 19 anni, entrambe di Manfredonia, sarebbero state le ultime persone viste da Giusy il 12 novembre prima di incontrare il suo assassino. Il 30 maggio scorso, altro capitolo di questa tragica storia. Il papà di Giusy, Carlo Potenza, ferì a coltellate Pasquale Mangini, il padre di una delle due giovani arrestate. La vendetta ebbe luogo in un bar. Pare che Potenza abbia perso la testa quando, entrato in un bar, trovò Mangini. "E’ ancora vivo questa qua", disse il padre di Giusy. Poi tirò fuori un coltello e colpì l’uomo ferendolo abbastanza seriamente. Venne subito fermato per tentato omicidio.



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lunedì 24 ottobre 2005
ore 13:15
(categoria: "Vita Quotidiana")





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lunedì 24 ottobre 2005
ore 13:03
(categoria: "Vita Quotidiana")



fabio mussi:

Intanto io vorrei dire una cosa su Bruno Vespa. Alla fine della scorsa legislatura Berlusconi affidò nelle sue amorevoli mani il patto con gli italiani, allestito nello studio di Porta a Porta con solennità scenografiche impensabili. Ora mette nelle mani di Bruno Vespa un manganello.
Sì, perchè affida al suo libro una minaccia. Io penso che bisognerebbe smettere di andare a Porta a Porta. Vespa è diventato il tramite delle lusinghe e delle minacce. Vorrei sapere se di fronte al nuovo editto, gli ha fatto la domanda: ma presidente, cosa sta dicendo?



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lunedì 24 ottobre 2005
ore 12:05
(categoria: "Vita Quotidiana")



Lula sconfitto, il Brasile ha scelto: no al bando delle armi da fuoco

I brasiliani si schierano contro il divieto di vendere armi e munizioni. Ha vinto il no al referendum sulla proibizione del commercio delle armi da fuoco, realizzato nel Paese. All’80 per cento nello spoglio dei voti, il no prevale con il 64,3 per cento, mentre al sì sono andati per ora il 35,6 delle preferenze valide.

La popolazione brasiliana ha quindi scelto in larga maggioranza di poter continuare a comprare liberamente armi da fuoco di uso personale, nonostante la mobilitazione del governo, della Chiesa e di molte organizzazioni sociali. Il senso di minaccia che aleggia sugli individui per la violenza urbana e la sfiducia nelle istituzioni, e specialmente nella polizia, hanno contato di più degli appelli alla ragione e al disarmo di molte personalità note, da Ronaldo al cantautore Chico Buarque de Hollanda.

Si è trattato del primo referendum al quale è chiamata la popolazione brasiliana, e del maggior referendum con voto elettronico mai realizzato al mondo. Forte l’affluenza alle urne, visto che hanno votato oltre 120 milioni di persone, l’87 per cento degli aventi diritto al voto. "E’ comunque una vittoria della democrazia e della popolazione, che ha potuto esprimere la propria scelta direttamente", ha commentato il presidente Lula, che aveva votato per il sì.

Il referendum, il primo nel mondo su questo argomento, era sostenuto dal presidente brasiliano che aveva tentato d’imporre misure di controllo delle armi nel 2003. La causa del bando alla armi, per la quale si sono impegnate numerose star brasiliane dello spettacolo, aveva inizialmente convinto l’80 per cento dei 122 milioni di elettori, secondo quanto indicavano i sondaggi a luglio.

Ma l’opinione pubblica si è fatta poi convincere dagli argomenti dei proprietari agricoli, convinti della necessità delle armi per difendersi dalla criminalità dilagante. In Brasile ogni 15 minuti muore una persona per un colpo d’arma da fuoco: con 21,71 morti per armi da fuoco ogni centomila abitanti, il Paese è secondo solo al Venezuela in una statistica stilata dall’Unesco.


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lunedì 24 ottobre 2005
ore 11:48
(categoria: "Vita Quotidiana")



Il divorziato del signore: «Sono religioso, cattolico praticante. Ho cinque zie suore, e la domenica un mio cugino sacerdote viene ad Arcore a celebrare messa nella mia cappella privata. La comunione? Sì, mi comunico spesso. Anche perché se non lo faccio, mia madre mi chiama in disparte e mi rimprovera: “Cos’hai fatto a Dio, che oggi non ti sei comunicato?”»
Silvio Berlusconi, Epoca, 24 maggio 1994


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lunedì 24 ottobre 2005
ore 11:02
(categoria: "Vita Quotidiana")



Sme, chiesti 7 anni per Cesare Previti

Sette anni di reclusione per Cesare Previti nel processo d’appello Sme. E’ dura la richiesta fatta dal sostituto procuratore generale di Milano Piero De Petris. Una richiesta superiore alle condanna inflitta in primo grado (5 anni) al senatore forzista. De Petris ha chiesto la condanna di Previti anche per la vicenda della compravendita della Sme, oltre che per la presunta corruzione dell’ex capo dei Gip di Roma Renato Squillante. Per la vicenda Sme il parlamentare di Forza Italia era stato assolto. Sei anni sono stati chiesti per Attilio Pacifico (4 in primo grado), accusato di corruzione in atti giudiziari.

De Petris ha invecechiesto il proscioglimento per intervenuta prescrizione nei confronti del giudice Filippo Verde. Secco il primo commento di Cesare Previti: "Sono in silenzio in questo periodo, non parlo". Per l’avvocato Francesco Giovannini, che difende il senatore forzista, "le richieste rispecchiano una visione distorta e parziale delle carte processuali".


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lunedì 24 ottobre 2005
ore 10:41
(categoria: "Vita Quotidiana")



Le cantanti gemelle americane che inneggiano a Rudolf Hess

Adolescenti, cantanti, bianche e razziste. E purtroppo con un buon numero di fan. Le gemelle Lamb e Lynx Gaede, capelli biondissimi, occhi azzurri, sarebbero piaciute molto a Hitler come perfette rappresentanti della razza ariana, alla quale, per altro, si dicono molto fiere di appartenere. Piacciono molto anche al pubblico americano, che dopo aver apprezzato il loro primo album, aspetta con ansia l’uscita del secondo e smania per il loro video. Le loro canzoni non hanno niente a che vedere con i temi degli adolescenti, loro cantano di nazionalismo, di orgoglio di razza e in canzoni come "Sacrifice" esaltano personaggi storici quali Rudolf Hess, "un uomo di pace che non si sarebbe mai arreso".

Secondo quanto riferisce la Abc News, non è tutta farina del loro sacco, purtroppo e per fortuna. Le due gemelle cantano davanti a platee rigorosamente bianche da quando avevano nove anni, ammaestrate come due scimmiette dalla madre e dal padre (ora separati). La prima sostiene di aver dato loro "la sua versione dei fatti, così come avrebbe fatto qualunque genitore", il secondo va in giro con una cintura che ha per fibbia una svastica e marchia il suo bestiame con il simbolo nazista.

Le ragazzine, che non sono andate a scuola, poiché è stata la loro madre a "educarle", hanno imparato bene la lezione. "Siamo orgogliose di essere bianche - dice Lynx - e vogliamo continuare ad esserlo, non vogliamo diventare una specie di ibrido, vogliamo preservare la nostra razza". Da Bakersfield, in California, le "Prussian Blue" (nome d’arte che evoca l’origine tedesca della famiglia) sono diventate la bandiera del movimento nazionalista "National Vanguard", il cui simbolo campeggia sul loro sito , e David Duke, ex Ku-Klux-Klan ed esponente di spicco del movimento, le usa per raccogliere folle ai suoi comizi.

Ma l’America non è indifferente al pericolo del messaggio che le Prussian Blue e i loro sostenitori diffondono. Le gemelle hanno voluto fare donazioni alle vittime dell’uragano Katrina, purché fossero bianche. Nonostante i senza tetto e i bisognosi non afroamericani ridotti in povertà a New Orleans siano tanti, nessuno si è presentato per ritirarle, disgustato dal messaggio che portavano con sé. Il mese scorso un concerto previsto in una fiera della loro città natale è stato cancellato, dopo le proteste della cittadinanza. La madre delle cantanti ha reagito dicendo che si era già accorta che Bakersfield non era abbastanza "bianca" e così ha venduto casa e sta cercando un posto adatto a loro. Speriamo non lo trovi.


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lunedì 24 ottobre 2005
ore 10:07
(categoria: "Vita Quotidiana")



Doppiogiochisti e dilettanti: tutti gli italiani del Nigergate
di CARLO BONINI e GIUSEPPE D’AVANZO

L’intervento militare in Iraq è stato giustificato da due rivelazioni: Saddam Hussein ha tentato di procurarsi uranio grezzo (yellowcake) in Niger (1) per arricchirlo con centrifughe costruite con tubi di alluminio importati dall’Europa (2). Alla costruzione delle due "bufale" (non si troverà traccia in Iraq né di uranio grezzo né di centrifughe), collaborano il governo italiano e la sua intelligence militare. Repubblica ha cercato di ricostruire chi, come, dove e quando ha lavorato e "disseminato" alle intelligence inglese e americana il falso dossier che è valso una guerra.

Sono le stesse "bufale" che Judith Miller, la reporter che "ha tradito il suo giornale", pubblica (con Michael Gordon) l’8 settembre 2002. In una lunga inchiesta sul New York Times, Miller racconta dei tubi di alluminio con cui Saddam avrebbe potuto realizzare l’arma atomica. E’ l’argomento che i "falchi" dell’Amministrazione Bush attendono.

La "danza di guerra", che segue allo scoop di Judith Miller, appare a un attento media watcher come Roberto Reale ("Ultime notizie") "uno spettacolo preparato con cura".

Condoleezza Rice, allora consigliere per la Sicurezza nazionale alla Casa Bianca, dice: "Non vogliamo che la pistola fumante abbia l’aspetto di una nube a forma di fungo" (Cnn). Un minaccioso Dick Cheney rincara la dose a Meet the press: "Sappiamo, con assoluta certezza, che Saddam sta usando le sue strutture tecniche e commerciali per acquistare il materiale necessario ad arricchire l’uranio per costruire l’arma nucleare". E’ l’inizio di un’escalation di paura.

26 settembre 2002. Colin Powell avverte il Senato: "Il tentativo iracheno di ottenere l’uranio è la prova delle sue ambizioni nucleari".

19 dicembre 2002. L’informazione sul Niger e l’uranio è inclusa nelle tre pagine del President daily brief che ogni giorno Cia e Dipartimento di Stato preparano per George W. Bush. L’ambasciatore alle Nazioni Unite, John Negroponte, ci mette il sigillo: "Perché l’Iraq nasconde l’acquisto di uranio nigerino?".

28 gennaio 2003. George W. Bush scandisce le 16 parole che sono una dichiarazione di guerra: "Il governo inglese ha appreso che Saddam Hussein ha recentemente cercato di acquisire significative quantità di uranio dall’Africa".

La farina di questo sacco è romana.
Il coinvolgimento italiano negli eventi che precedono l’invasione dell’Iraq ha, sin qui, trovato nella distrazione generale un solitario e grottesco protagonista in un tale che si chiama Rocco Martino, "di Raffaele e America Ventrici, nato a Tropea (Catanzaro) il 20 settembre 1938".

Smascherato dalla stampa inglese (Financial Times, Sunday Times) nell’estate del 2004, Rocco Martino vuota il sacco: "E’ vero, c’è la mia mano nella disseminazione di quei documenti (sull’uranio nigerino), ma io sono stato ingannato. Dietro questa storia ci sono, insieme, americani e italiani. Si è trattato di un’operazione di disinformazione".

Confessione non lontana dalla verità, ma incompleta.
Nasconde gli architetti dell’"operazione". Rocco Martino è a occhio nudo soltanto una pedina. Come i suoi compari. Chi tira i fili delle loro mediocri avventure? Per saperlo bisogna, in ogni caso, cominciare da quel buffo tipo venuto a Roma da Tropea.

Rocco Martino è un carabiniere fallito. Uno spione disonesto. Intorno a lui si avverte l’aura del briccone anche se non si conosce la sua pasticciata storia. Capitano nell’intelligence politico-militare tra il ’76 e il ’77 "allontanato per difetti di comportamento". Nell’85 arrestato per estorsione in Italia. Nel ’93 arrestato in Germania con assegni rubati. E tuttavia, a sentire i funzionari del ministero della Difesa, "fino al 1999" collabora ancora con il Sismi. E’ un doppiogiochista.

Prende dimora in Lussemburgo al 3 di Rue Hoehl, Sandweiler. Lavora a stipendio fisso per l’intelligence francese protetto da un’agenzia di consulenza, "Security development organization office". O, meglio lavora anche per i francesi. Servo di due padroni, Rocco si arrabatta. Vende ai francesi notizie sugli italiani e agli italiani notizie raccolte dai i francesi. "Il mio mestiere è questo. Io vendo informazioni".
Nel 1999, il gaudente Rocco è a corto di quattrini. Come gli capita quando è "a secco", ne escogita una delle sue. La pensata gli sembra brillante e priva di rischi. La scintilla che lo illumina è la difficoltà dei francesi in Niger.

Per farla breve. I francesi, tra il 1999 e il 2000, si accorgono che c’è chi si è rimesso al lavoro nelle miniere dismesse per avviare un prospero commercio clandestino di uranio. A quali Paesi i contrabbandieri lo stanno vendendo? I francesi cercano le risposte. Rocco Martino annusa l’affare.

Chiede aiuto a un suo vecchio amico del Sismi. Antonio Nucera. Carabiniere come Rocco, Antonio è il vicecapo del centro Sismi di viale Pasteur, a Roma.
Fa capo alla 1^ e 8^ divisione (contrasto al traffico d’armi e tecnologie; controspionaggio sulla proliferazione delle armi di distruzione di massa "nel quadrante africano e mediorientale").

E’ una sezione che si è data molto da fare alla fine degli anni ’80 mettendo il sale sulla coda ai tanti spioni che Saddam ha sguinzagliato per il mondo prima dell’invasione del Kuwait. "Con qualche successo", a sentire un alto funzionario dell’intelligence italiana che, all’epoca, lavorava per quella divisione. L’agente ricorda: "Ci riuscì di mettere le mani sui cifrari nigerini e su un telex dell’ambasciatore Adamou Chékou che annunciava al ministero degli esteri di Niamey (è la capitale del Niger) la missione di Wissam Al Zahawie, ambasciatore iracheno presso la Santa Sede, "in qualità di rappresentante di Saddam Hussein".

Non fu l’unica operazione. Nel porto di Trieste riuscimmo, per dire, a sequestrare dell’acciaio marangin (garantisce un’ottima resistenza anche a temperature oltre i 1000 gradi). Secondo noi era destinato alla costruzione della cascata di centrifughe necessaria a separare i costituenti dell’uranio. Le informazioni sulla proliferazione nucleare irachena venivano scambiate, già alla fine degli anni ’80, soprattutto con gli inglesi dell’MI6, i migliori. Lì lavorava, un sincero amico dell’Italia come Hamilton Mac Millan, peraltro, l’agente segreto che ha iniziato Francesco Cossiga ai misteri dello spionaggio quando era il "residente" inglese a Roma".

Nucera decide di dare una mano al suo amico Rocco. Quello gliela mette giù facile. Non c’è nulla che mi puoi dare, un’informazione, un contatto buono con i nigerini? Basta qualsiasi cosa. I francesi sono assetati come viandanti nel deserto. Vogliono sapere chi sta comprando sotto banco il "loro" uranio. Sono disposti a pagare bene, per saperlo.

Nell’archivio della divisione del Sismi, come abbiamo visto, ci sono documenti utili a cucinare la frittata, guadagnando qualche soldo. C’è il telex dell’ambasciatore e qualcos’altro si può sempre rimediare nell’ambasciata nigerina a Roma di via Baiamonti 10. Riconosce, con Repubblica, il direttore del Sismi, Nicolò Pollari: "Nucera vuole aiutare l’amico. Invita così una Fonte del Servizio - niente di che, capiamoci; al libro paga sì, ma ormai improduttiva - a dare una mano a Martino". La Fonte del Servizio lavora all’ambasciata del Niger a Roma. E’ messa male. Vivacchia nel retrobottega del controspionaggio. Non ha un fisso mensile dall’intelligence italiana. E’ a cottimo, per così dire.

Qui l’informazione, qui il denaro. Comunque poca cosa, pochi centoni. Anche quelli, nel 2000, sono in pericolo. Da qualche tempo, che comincia ad essere sciaguratamente lungo, non ha nulla da spiare e dunque nulla da vendere.

Chiamiamo la fonte "la Signora".
Ora dovreste vederla, "la Signora". Sessant’anni, di più e non di meno. Una faccia che deve essere stata bella e ora è un foglio spiegazzato. La si può dire factotum dell’ambasciata nigerina. Aspetto da vecchia zia paziente. Accento francese. Occhi ammiccanti e complici. Parla sempre sottovoce. Anche se dice "buongiorno", lo soffia come un piccolo fiato misterioso che sembra doverti rivelare innominabili verità. Anche "la Signora" ha bisogno di denaro.

Nucera combina l’incontro. Rocco e "la Signora" non ci mettono molto ad accordarsi. Qualcosa si può fare. Quel Nucera non è forse il suo "contatto" ufficiale al Sismi? E allora perché "la Signora" non deve pensare che sia il Servizio a volere che faccia questa cosa? Che insomma questa cosa sia utile alla Ditta?
Rocco e "la Signora", astuti vendifumo, con la benedizione di Nucera, trovano l’accordo. Qualche carta da prendere e vendere c’è. Occorre però la collaborazione di un nigerino. La Signora indica l’uomo giusto. E’ il primo consigliere di ambasciata Zakaria Yaou Maiga. Come rivela Pollari, "quel Maiga spende sei volte quel che guadagna".

La combriccola di garbuglioni gaudenti a corto di spiccioli è pronta all’azione. Rocco Martino, la Signora, Zakaria Yaou Maiga. Nucera, lo vediamo appena un passo indietro nell’ombra. Maiga si organizza così. Attende che l’ambasciata chiuda i battenti per il Capodanno del 2001. Finge un’intrusione con furto. Quando il 2 gennaio 2001, di buon mattino, il secondo segretario per gli affari amministrativi Arfou Mounkaila denuncia il furto ai carabinieri della stazione Trionfale, ammette a labbra strette che quei ladri sono stati molto fiacchi. Tanto rumore, e fatica, per nulla.
Mounkaila tace quel che non può dire. Mancano carte intestate, timbri ufficiali, questa è la verità che è opportuno tacere. E’ materiale buono nelle mani della "squadretta" di vendifumo per confezionare uno strampalato dossier.

Vi si raccolgono vecchi documenti sottratti all’archivio della divisione del Sismi come i cifrari (Nucera vicecapocentro) più carta intestata che viene trasformata in lettere, contratti e in un "protocollo d’intesa" tra i governi del Niger e dell’Iraq "relativo alla fornitura di uranio siglato il 5 e 6 luglio 2000 a Niamey". Il protocollo ha un allegato di due pagine dal titolo "Accord". Rocco consegna il "pacco" ai francesi della Direction Générale de la Sécurité Extérieure (Dgse). Ne ricava qualche bigliettone che spende felice a Nizza. Rocco adora la Costa Azzurra.

Fin qui siamo a una truffa degna di Totò, Peppino e la Malafemmina. A suo modo innocua perché i francesi prendono quelle carte e le gettano nel cestino. Dice un agente del Dgse: "Il Niger è un paese francofono che conosciamo bene. Mai nessuno avrebbe preso la cantonata di confondere un ministro con un altro, come accade in quelle cartacce".
Partita chiusa, dunque? No, l’imbroglio burlesco si rianima diventando una faccenda terribilmente seria perché arriva l’11 settembre e Bush da subito comincia a pensare all’Iraq, a chiedere prove dei coinvolgimento di Saddam.

Il Sismi richiama in campo la "squadretta" di via Baiamonti. A Forte Braschi è arrivato un nuovo direttore, Nicolò Pollari. Come nuovo è il responsabile delle "Armi di distruzione di massa", il colonnello Alberto Manenti. "Un ufficiale preparato, ma assolutamente incapace di dire "no" a un capo", dice un alto funzionario del Sismi che con lui ha lavorato. Il colonnello Manenti conosce bene Nucera per averlo avuto nel suo staff, per molto tempo. E’ Manenti, con Nucera prossimo alla pensione, che gli chiede di restare come "collaboratore".

Il Sismi ha voglia di fare. Ha mano libera come mai l’ha avuta l’intelligence nel nostro Paese. Berlusconi chiede a Pollari un protagonismo nella scena internazionale che consenta all’Italia di sedere in prima fila accanto all’alleato americano. Le stesse sollecitazioni arrivano dal capo della Cia a Roma, Jeff Castelli. Occorono notizie, informazioni, utili brandelli di intelligence. Ora, subito. Washington cerca prove contro Saddam.

La Casa Bianca (Cheney, soprattutto) stressa la Cia perché saltino fuori. "L’assenza delle prove non è la prova dell’assenza" filosofeggia Rumsfeld al Pentagono.
In questo clima, con il loro dossier fasullo, i vendifumo di via Baiamonti (Rocco Martino e Antonio Nucera) possono tornare utili. Che cosa fanno in quell’autunno del 2001? Rocco Martino la mette così: "Alla fine del 2001, il Sismi trasmette il dossier yellowcake agli inglesi del MI6.

Lo "passa" senza alcuna valutazione. Sostiene soltanto che è stato ricevuto da "fonte attendibile"". Poi l’aggiusta ancora un po’: "Il Sismi voleva che disseminassi alle intelligence alleate i documenti del dossier nigerino, ma, allo stesso tempo, non voleva che si sapesse del suo coinvolgimento nell’operazione". Sono accuse che Palazzo Chigi respinge con sdegno. Il governo ci mette la faccia. Dopo che la guerra ha svelato l’imbroglio delle armi di distruzione di massa, giura che "nessun dossier sull’uranio né direttamente né in forma mediata, è stato consegnato o fatto consegnare ad alcuno".

La mossa è prevedibile. Governo e Sismi devono scavare un fossato tra Forte Braschi e i passi della "squadretta" di via Baiamonti. Ma la smentita non regge alla verifica. E’ un fatto che nell’autunno del 2001 il Sismi controlla a Londra le mosse di Rocco Martino. Lo conferma a Repubblica il direttore del Sismi Pollari: "Seguivamo Martino e avevamo anche le foto dei suoi incontri a Londra. Volete vederle?". E dunque perché Roma non sbugiarda subito quel suo ex-agente vendifumo? Di più perché addirittura le notizie contenute in quel dossier vengono accreditate da Pollari a Jeff Castelli, il capo della Cia a Roma? E’ un fatto che un report sul farlocco dossier made in Rome finisce sul tavolo dello State Department’s Bureau of Intelligence, l’intelligence del Dipartimento di Stato. Lo riceve l’Ufficio per gli affari strategici, militari e di proliferazione delle armi di distruzione di massa.

Affari strategici non è un grande ufficio. Vi lavorano in quel periodo 16 analisti diretti da Greg Thielmann. Che racconta a Repubblica: "Ricevo il report nell’autunno del 2001. E’ una sintesi che Langley ha ricevuto dal suo field officer in Italia. L’"agente in campo" informa di aver avuto visione dall’intelligence italiana di alcune carte che documentano il tentativo dell ’Iraq di acquistare oltre 500 tonnellate di uranio puro dal Niger". Dunque, il Sismi affida quelle informazioni, che sa essere false, alla Cia. C’è una seconda conferma. A Langley l’ambasciatore Joseph C. Wilson riceve l’incarico di verificare la storia "italiana" delle 500 tonnellate di uranio nigerino.

Racconta Wilson: "Il rapporto non è molto dettagliato. Non è chiaro se l’agente che firma il rapporto ha materialmente visto i documenti di vendita o ne ha avuto notizia da altra fonte".
Bisogna ora fermare la prima immagine di questa storia.

Autunno 2001. Il Sismi di Pollari ha in mano il farlocco dossier costruito da Rocco Martino e Antonio Nucera. Lo mostra alla Cia mentre Rocco Martino lo consegna a Londra al MI6 di sir Richard Dearlove. E’ solo l’inizio del Grande Inganno italiano.


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