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Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d’amore. Per sogni, per chimere e per castelli in aria l’anima ho milionaria. Talor dal mio forziere ruban tutti i gioielli due ladri: gli occhi belli. V’entrar con voi pur ora ed i miei sogni usati e i bei sogni miei tosto son dileguati. Ma il furto non m’accora, poiché vi ha preso stanza la dolce speranza!
Or che mi conoscete, parlate voi. Chi siete? Via piaccia dir?

Scrivo un diario inutile. senza note, senza parole, senza frasi. Solo pagine vuote, bianche. Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano. (Alessandro Sebastiano Morandi)
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giovedì 22 settembre 2005
ore 10:19 (categoria:
"Vita Quotidiana")
l'italietta..
Il ministro Siniscalco si è dimesso Fazio e Finanziaria, le ragioni
Domenico Siniscalco si è dimesso. E' andato via ieri a tarda sera, come il suo predecessore Giulio Tremonti, dopo un freddo colloquio con Silvio Berlusconi. Il ministro dell'Economia lascia proprio alla vigilia della riunione del Fondo Monetario internazionale a Washington. E forse non a caso: Siniscalco era atteso per oggi all'Fmi nel suo ruolo di capodelegazione italiano. Ma non ha voluto presentarsi fianco a fianco col governatore di Bankitalia Antonio Fazio.
Le dimissioni verranno ufficializzate oggi. Secondo le prime indiscrezioni, Silvio Berlusconi sarebbe intenzionato a prendere l'interim dell'Economia. Ma è anche possibile che si vada a una crisi di governo e a un esecutivo di transizione che faccia la Finanziaria e porti il Paese fino ad eventuali elezioni anticipate forse a febbraio.
Salta, dunque, il ministro dell'Economia, di nuovo in altomare la Finanziaria. Le ragioni sono tante, ma basta ripercorrere la giornata di Siniscalco per capire i motivi del suo addio.
Al mattino il ministro critica ancora il comportamento del Governatore della Banca d'Italia Fazio, commentando una sua eventuale iscrizione al registro degli indagati. "Ho sempre posto la questione bancaria e del governatore sul piano della credibilità e non su quello della legittimità. Quindi eventuali sviluppi di questo carattere non alterano senz'altro il mio giudizio che permane severo e permane sul piano della credibilità". Su questo tema, è stato indubbiamente lasciato solo dal governo. Poco più tardi, a una precisa domanda, ha risposto che sarebbe andato comunque a Washington per l'Fmi: "Sono il capodelegazione. Non ci sono problemi".
Poi, per tutto il giorno ha subito critiche sulla Finanziaria. Da Montezemolo, dalla Lega, dall'Udc. Si è difeso facendo sapere a tutti che non avrebbe accettato una manovra "elettorale". Ma sapeva che, nel suo ruolo di ministro tecnico, poteva reggere poco.
Fino a quando ha capito che il momento è arrivato. A palazzo Grazioli, dove lo aspettava il premier, si è fatto accompagnare da Fini, che fu curiosamente protagonista anche dell'addio di Tremonti. Il 3 luglio del 2004 Tremonti se ne andò proprio in polemica con An.
Stavolta è un'altra storia, lascia un ministro che continuava a dichiararsi tecnico. E che ha ha spiegato a Berlusconi di non poter accettare una "Finanziaria elettorale". Una storia che si aggiunge agli addii di Ruggiero, Scajola. E' un governo che ha il record di durata, ma anche in quanto a litigi è nelle prime posizioni.
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martedì 20 settembre 2005
ore 13:50 (categoria:
"Vita Quotidiana")
"Simon Wiesenthal era la coscienza dell'Olocausto ha detto il rabbino Marvin Hier, direttore e fondatore dell'Organizzazione per i diritti umani a lui dedicato, "quando nel 1945 l'Olocausto finì e il mondo intero tornò a casa per dimenticare, lui fu l'unico a voler ricordare. E non dimenticò mai. Divenne il rappresentante permanente delle vittime, determinato a portare di fronte alla giustizia gli autori del più grave crimine della storia. Quell'incarico non gli fu conferito da alcun capo di stato o primo ministro: semplicemente si assunse un compito che nessuno voleva".
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martedì 20 settembre 2005
ore 13:49 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Simon Wiesenthal, il cacciatore di criminali nazisti della Seconda guerra mondiale, è morto a Vienna. Aveva 96 anni. L'addio dopo una vita in cui aveva dovuto lottare anche contro l'indifferenza e lo scetticismo di quanti non hanno mai creduto fino in fondo agli orrori dei campi di sterminio. "E' molto difficile fare in modo che il pubblico comprenda realmente i crimini di costoro - spiegava - Ancora mi devo preoccupare di gente e gruppi che sostengono che l'Olocausto non è mai accaduto".
Wiesenthal, nato il 31 dicembre del 1908 a Buczacz in Ucraina, fu uno dei pochi fortunati che sopravvisse alla terribile esperienza dei campi di concentramento nazisti. Dopo la sconfitta di Hitler non tornò alla sua professione di architetto, ma si dedicò anima e corpo alla caccia dei criminali nazisti sfuggiti alla giustizia. Grazie al suo lavoro ne sono stati assicurati alla giustizia più di mille.
Nel novembre 1977 fondò il Centro Simon Wiesenthal che oggi conta 400mila soci. Con le sue sedi sparse per il mondo il Centro continua la lotta contro l'antisemitismo iniziata dal suo fondatore. "Quando la gente guarderà indietro, a quello che è successo, voglio che nessuno possa dire che i nazisti furono capaci di uccidere milioni di persone e farla franca" spiegava Wiesenthal a chi gli chiedeva le ragioni di una scelta che lo portò a subire minacce e attentati.
Una tenacia che non ha mai mostrato i segni della vendetta, piuttosto quelli della testimonianza: l'impegno perché la tragedia dell'Olocausto non fosse dimenticata, un impegno affiancato passo dopo passo al tema del perdono. E proprio al limite del perdono è dedicato uno dei suoi libri piu famosi, "Il Girasole", riedito di recente in Italia: "Nel giugno del 1942, a Leopoli, in circostanze insolite, una giovane SS che stava per morire mi confessò i suoi delitti. Voleva morire in pace, mi disse, dopo aver ottenuto il perdono da un ebreo. Ritenni di doverglielo rifiutare".
Il suo compito fu portato a termine nella primavera del 2003: "Se ci sono ancora criminali nazisti che non ho trovato, sono troppo vecchi e fragili per sostenere un processo. Il mio lavoro è fatto".
I funerali si terranno venerdì in Israele. A Vienna sarà officiata una cerimonia in suo onore nel cimitero della città e le bandiere del municipio saranno a mezz'asta.
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lunedì 19 settembre 2005
ore 17:21 (categoria:
"Vita Quotidiana")
........
Svizzera, madre a 10 anni Il neonato è stato dato in affidamento
In Svizzera una bambina di 10 anni ha dato alla luce un bebé in un ospedale del cantone Vallese. Di madre camerunense e padre svizzero, la bambina ha avuto rapporti sessuali con l'amante della mamma, un uomo di 68 anni, anche se dall'analisi del Dna non risulta che l'uomo sia il padre del neonato. Il bebé è stato dato in affidamento ad un'altra famiglia. Si indaga sulla vera identità del padre.
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lunedì 19 settembre 2005
ore 17:01 (categoria:
"Vita Quotidiana")
codardo
Prodi scrive a Famiglia Cristiana "Pacs non sono matrimonio gay"
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venerdì 29 luglio 2005
ore 17:31 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Pakistan, via gli stranieri da tutte le scuole coraniche
ISLAMABAD - Il presidente pachistano, Pervez Musharraf, ha annunciato che saranno espulsi tutti i circa 1.400 stranieri che frequentano le madrasse, le scuole coraniche da sempre sospettate di nascondere centri di reclutamento del terrorismo
"Tutti gli stranieri saranno mandati via" dalle oltre diecimila madrasse del Pakistan e non saranno concessi nuovi visti a stranieri che intendano studiare in seminari e scuole islamiche. Il divieto varrà anche per coloro che hanno la doppia nazionalità. Nei prossimi giorni sarà emessa un'ordinanza in tal senso", ha detto Musharraf. Il presidente ha anche ribadito che tutte le madrasse del Paese dovranno registrarsi entro la fine dell'anno.
Dopo la scoperta che alcuni dei kamikaze che colpirono il 7 luglio a Londra erano stati di recente in Pakistan, il primo ministro britannico, Tony Blair, esortò il presidente Musharraf a prendere iniziative contro gli estermisti e le scuole coraniche radicali nel paese.
Questa mattina Musharraf aveva ribadito l'impegno del suo governo nella lotta al terrorismo in una telefonata con il presidente americano George W. Bush.
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venerdì 29 luglio 2005
ore 14:26 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Prodi: "Se vinciamo le elezioni ritireremo le truppe dall'Iraq"
"Le battaglie si fanno per vincere". Così Romano Prodi incomincia l'intervista a Repubblica Radio parlando della sua corsa alle primarie dell'Unione. Quindi il leader del centrosinistra parla a tutto campo: Iraq? "Se l'Unione vince le elezioni ritireremo le truppe di occupazione". Berlusconi? "Come fa a dire che i media sono in mano alla sinistra?" Il caso Bankitalia? "L'istituto del governatore non può essere una carica a vita". Terrorismo? "Il pacchetto Pisanu è un buon compromesso".
Il Professore, che ha aperto ufficialmente ieri la campagna per le primarie che lo vedrà in giro per l'Italia su un tir giallo ("E' il proseguimento ideale della fabbrica del programma") ribadisce innanzitutto alcuni aspetti di quello che definisce un epserimento "straordinariamente nuovo per l'Italia". Chi vince le primarie, dice, terrà certo conto dell'opinione degli alleati ma "avrà l'ultima parola sul programma". Ma chi vince, spiega, "non è un dittatore". Bertinotti è d'accordo? "Certo. Lo ha detto lui stesso".
Agli ascoltatori di RR che gli fanno notare che esiste un rischio di infiltrazione nelle primarie - cioè elettori non di centrosinistra che vanno a votare un candidato con meno possibilità di vincere le politiche - Prodi risponde che sulle "centinaia di migliaia" di persone che voteranno alle primarie ci potranno essere tuttalpiù "qualche centinaio" di infiltrati. Il rischio, dunque, c'è, ma è "minimo".
Quindi i grandi temi di politica estera, Iraq in prima posizione. Il leader dell'Unione ricorda che tutte le forze della coalizione "hanno votato no al rifinanziamento della missione", una linea comune raggiunta "a fatica", ma molto più univoca delle "divisioni spaventose del governo". Poi torna a dire: "Se il centrosinistra andrà al governo i militari italiani saranno ritirati come contingente di occupazione, perché il nostro compito sarà quello di aiutare la ricostruzione del paese". "Questa guerra - dice ancora - non è la cusa del terrorismo internazionale ma ha contribuito a peggiorare la situazione".
C'è anche un affondo contro Silvio Berlusconi e sul monopolio dell'informazione: "Dice che i media sono tutti in mano alla sinistra, ma i dividendi di Mediaset vanno a lui, non alla sinistra". "Berlusconi - aggiunge il Professore - controlla il 46% del mercato di proprietà e ha il controllo indiretto di un altro 46% dell'informazione televisiva. La televisione è il vero strumento di influenza in campagna elettorale". Prodi torna a ripetere di essere favorevole a confronti tv con l'avversario definendoli "unici momenti di par condicio vera".
Sulla questione Fazio, e intercettazioni relative all'operazione Bpi-Antonveneta, Prodi dice di non voler entrare nel merito, ma ribadisce "che la mancanza della legge sul risparmio è uno dei punti fondamentali per cui il caso è diventato estremamente grave. Non si è mai affrontato in modo serio il problema della sorveglianza sulle banche e il problema della carica a vita del governatore, io l'ho posto più volte, ma non per quanto riguarda la persona". "Se al governo andrà il centrosinistra - aggiunge Prodi - io prometto che non ci saranno né vendette né punizioni".
Ma il Professore non risparmia a Bankitalia una critica di immobilismo: "Se fosse stato per la Banca d'Italia non saremmo neanche entrati nell'euro" e il governo ha commesso un errore a non aver cambiato le prerogative di Via Nazionale dopo l'adozione della moneta unica, come si è fatto in tutta Europa.
Infine, le misure antiterrorismo. Riferendosi al pacchetto Pisanu Prodi dice: "Mi sembra di buon senso. Su qualche punto può essere migliorato, ma mi sembra un buon compromesso". "L'importante - aggiunge il Professore - è che la società italiana non venga gettata nel panico come quella americana".
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giovedì 28 luglio 2005
ore 17:10 (categoria:
"Vita Quotidiana")
New York: prete truffa parrocchiani 800mila dollari in rolex e bella vita
La passione per la bella vita potrebbe costare molto cara a monsignor John Woolsey, 77 anni, accusato di furto, frode ed evasione fiscale dalla Corte Suprema di Manhattan per aver sottratto per sette anni più di 800.000 dollari ai facoltosi parrocchiani dell'upper East Side e per aver costretto una frequentatrice della chiesa di St. John the Martyr, a fare testamento a suo favore. Rischia 15 anni di galera.
Il parroco, un aitante uomo di 77 anni, atletico e abbronzato amava gli orologi preziosi, le cene raffinate, gli abiti lussuosi, le vacanze da sogno e le partite di golf. Tutti vizietti molto costosi che pagava utilizzando le generose offerte dei fedeli.
Per sette anni, ha trasferito la bellezza di 836.744 dollari sul proprio conto personale prendendolo direttamente dalle questue dei devoti parrocchiani. Soltanto in orologi, una collezione di Rolex, Breitling, Omega e Breguet, Woolsey avrebbe speso 200.000 dollari.
Per non parlare dei mondani spuntini al Petaluma, al Lenox Room e nei migliori locali della città. Il monsignore amava anche tenersi in forma giocando a golf: i suoi posti preferiti erano i golf club della Florida, del Vermont e due club vicini alla casa parrocchiale il Winged Foot, nel Westchester e il Beacon Hill, nel New Jersey.
Tutto è filato liscio fino a quando Rose Cale, una fedele frequentatrice della parrocchia deceduta nel 2003, ha accusato Woolsey di volerla costringere a far testamento a suo favore iniziando una causa che tra rinvii, ricorsi e carte bollate è arrivata fino alla Corte Suprema di Manhattan. Nicholas De Feis, l'avvocato del monsignore , sostiene che "I soli soldi che Woolsey ha speso per se stesso provengono da contributi che i parrocchiani gli hanno permesso di usare per scopi personali come riconoscimento del grande lavoro che lui stava facendo come loro pastore. Per le molte attività della parrocchia non sarebbero bastati i 15.000 dollari all'anno provenienti dalla diocesi". John Woolsey è stato rilasciato ieri senza cauzione. Gli è stato però ritirato il passaporto per impedire che fugga con il bottino facendo perdere le tracce. Per i prossimi mesi John Woolsey dovrà accontentarsi dei campi da golf dell'upper East Side di Manhattan, in attesa della sentenza definitiva. A questo punto i parrocchiani si chiedono quale delle due condanne sia più temibile per il loro adorato monsignore: se quella terrena o quella divina.
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giovedì 28 luglio 2005
ore 16:22 (categoria:
"Vita Quotidiana")
L'Ira abbandona la lotta armata Blair: "La pace sostituisce la guerra"
L'Ira (l'Armata Repubblicana Irlandese) ha ordinato a tutti i suoi militanti di "cessare la lotta armata" contro il governo britannico e di "perseguire gli obiettivi solo con la battaglia politica": una data storica per la Gran Bretagna. Il leader del movimento nazionalista Sinn Fein, Gerry Adams, ha annunciato anche l'ora in cui i fedeli dell'Armata irlandese deporranno le armi: alle sedici di oggi il movimento paramilitare cattolico cesserà ufficialmente le ostilità armata. Da oggi, l'unificazione tra Ulster e Repubblica d'Irlanda, proseguirà solo in maniera diplomatica. I membri della chiesa protestante e cattolica faranno da garanti al processo di disarmo.
La scelta dell'Ira è stata accolta con entuisiasmo dal premier inglese Tony Blair: "Oggi la pace sostituisce la guerra; la politica sostituisce il terrore. Una dichiarazione di questa chiarezza è un benvenuto passo avanti, un enorme passo avanti nella storia dell'Irlanda". "L'abbandono delle armi - ha continuato il primo ministro inglese - dovrà essere completato il prima possibile. E' importante però che il processo di disarmo sia verificabile e trasparente".
La svolta dell'Ira era attesa da diversi giorni, ma solo oggi è arrivato l'annuncio ufficiale. L'Ira continuerà ad esistere ma niente più armi: "Troveremo la pace con la politica. L'Ira sta lanciando una sfida ai repubblicani irlandesi, agli unionisti protestanti, al governo irlandese e a quello britannico. Mi appello a tutti - ha detto Gerry Adams, rappresentante del Sinn Fein che da tempo sostiene il movimento paramilitare irlandese - affinché leggano con attenzione quello che l'Ira ha da dire ed affinché si resti uniti. La dichiarazione dell'Ira rappresenta una sfida non soltanto per i repubblicani, ma per i due governi, Irlanda e Gran Bretagna".
Meno entusiasti i commenti dei conservatori e degli unionisti. All'annuncio dell'Ira, il leader unionista dell'Irlanda del Nord, Reg Empey resta diffidente: "Vedremo quello che succederà sul campo. L'Ira si è astenuto dall'annunciare quello che, evidentemente, egli considera il passo più importante, e ciò lo scioglimento del movimento". Secondo David Lidington, portavoce del Partito Conservatore, il proclama dell'Ira è motivo di "cauto incoraggiamento e speranza", ma anch'egli ha rinviato ogni giudizio definitivo a dopo che avrà visto cosa succederà in concreto. "Al momento non ci sono notizie di sparatorie e attentati dinamitardi, ma gli uomini dell'Irahanno la capacità di tornare all'antico se dovessero cambiare opinione. Perciò "dobbiamo constatare l'effettivo smantellamento della struttura paramilitare prima di esultare".
La svolta dell'Ira metterebbe fine a un ciclo di violenza che in un arco di 30 anni ha colpito indiscriminatamente le truppe britanniche di stanza nell'Ulster, gli unionisti protestanti e gli stessi civili cattolici. La "conversione" cominciò con l'accordo di pace del Venerdì Santo del 1998, che segnò la cessazione quasi totale degli atti di violenza e rese possibile l'insediamento di un'assemblea legislativa mista cattolico-protestante a Belfast. La collaborazione durò più di due anni, poi il patto fu congelato.
Lo scorso dicembre, le speranze di rilancio del processo di pace subirono un duro colpo dopo che il Sinn Fein impedì che il disarmo dell'Ira venisse dimostrato con una documentazione fotografica. Ma oggi, la storia sembra cambiar passo.
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giovedì 28 luglio 2005
ore 09:45 (categoria:
"Vita Quotidiana")
La psicosi dell'acqua avvelenata di GABRIELE ROMAGNOLI
Se il presidente del più grande Paese del mondo afferma solennemente che il dittatore dell'Iraq cerca di procurarsi in Niger l'uranio per un attacco atomico e il suo popolo, atterrito, gli crede e gli dà mandato per la guerra, ci sta che in una mattina d'estate uno o più imbecilli comincino a spargere la voce che l'acqua di Roma è stata avvelenata dai terroristi e una città in preda alla psicosi del "prossimo bersaglio" chiuda per due ore i rubinetti della ragione. "All'acqua! All'acqua!". È lo spirito (miserabile) dei tempi che viviamo: piccoli untori, grandi tragedie e un'infinita disponibilità a farsi contagiare. Ci sono, in una vicenda come questa, tre protagonisti da considerare: l'untore, il suo megafono e la platea in delirio.
L'untore della notizia può avere tre diverse nature: artistica, interessata, demente. Non è detto che due o addirittura tutte e tre non debbano coincidere. Era un untore artistico Orson Welles quando andò alla radio e cominciò a raccontare la cronaca dell'invasione marziana. Vittima della propria intelligenza o non previde che l'avrebbero preso sul serio o, più probabilmente, lo fece e se ne compiacque. L'untore interessato sparge informazioni che hanno per lui o per la sua parte un tornaconto. Quello dell'uranio dal Niger è solo un esempio. La propaganda del terrore è bipartisan. In queste ore molti egiziani vengono convinti da un passaparola cominciato chissà dove che "l'attentato di Sharm è stato commesso con esplosivo israeliano", "gli esecutori beduini sono stati addestrati dal Mossad", "il mandante è Israele, che vuole fermare il processo di democratizzazione in atto", "attenzione, colpiranno ancora, dove non hanno mai osato, alle piramidi". L'untore demente vuole soltanto vedere che effetto fa.
Mai come nel caso di ieri verificare se "se la bevono". Non si preoccupa della credibilità del virus che mette in circolazione, né della propria attendibilità come fonte primaria. Sa che in pochi minuti scatteranno l'effetto "valanga" e l'effetto "appropriazione". La notizia verrà ingigantita e diffusa con il marchio di "autenticità" di fonti secondarie, ritenute degne di fede. Sono loro a fornire il megafono. Esistono, nella sua struttura, tre livelli.
Il primo è quello, antichissimo, del passaparola, incontrolato e incontrollabile. Il secondo è più moderno, spesso anonimo, ad alta velocità. Partono sms, e-mail, segnalazioni su Internet. Nella rete telefonica e cibernetica il transito di informazioni utili e "patacche" colossali si chiude probabilmente in pari, tra immagini storiche e fotomontaggi, preziose segnalazioni di dispersi dello tsunami e assurdi gatti in bottiglia. Il terzo livello è quello più pericoloso, perché ricorre ai mezzi di comunicazioni tradizionali. Nel caso di Roma, soprattutto le radio. Nel panorama della radiofonia mondiale sono una cosa a parte: vivaci, impossibili da non ascoltare, improbabili. Quale più, quale meno. La loro capacità di permeare il tessuto della città è molto superiore a quella dell'acqua. La volontà di farlo, assoluta. Il controllo della fonte, limitato.
Sono passati pochi mesi dalla sera del derby sospeso all'Olimpico perché, con lo stesso meccanismo, era stata diffusa la voce (altrettanto infondata) dell'uccisione di un ragazzino. Ma sarebbe ingeneroso scaricare sulle radio l'accusa. In questi anni quotidiani che la gente paga in edicola hanno pubblicato titoli grandi quanto la prima pagina tutti spavento e niente fondamento.
Un giornale ha fornito la data dell'attacco nucleare a New York con la stessa leggerezza e vaghezza con cui si diffonde una qualsiasi bufala di calciomercato "Il Milan vuole Ronaldinho", "Vogliono cancellare Manhattan".
Tanto domani è sempre un altro giorno, non si vedrà. Per un curioso fenomeno alcune tra le più attinte fonti giornalistiche, in America come in Italia, sono siti dedicati al pettegolezzo. Se il pettegolezzo fa notizia, è inevitabile che poi si faccia notizia. Chi può distinguere?
Non certo la platea in delirio. Non certo questo pubblico tutto in piedi, con le mani al cielo, in allerta permanente, arringato da predicatori isterici, aizzati dal marketing della politica o dell'editoria, dalla propria agitazione sofista (a forza di cambiare posizione, una l'azzeccheranno pure), o dall'ansia di poter finalmente proclamare: "Io ve l'avevo detto!". Diciamocelo subito allora: un giorno probabilmente accadrà. A Roma, può darsi.
O altrove in Italia. Non sarà con l'acqua avvelenata, ma con qualche mezzo primordiale e spettacolare perché queste avanguardie della follia hanno anche la tara di dover versare il proprio sangue in una forma di malinteso e marcio eroismo. Accadrà e provocherà dolore, reazione e voglia di dimostrare che si sa andare avanti con la dignità e la fermezza di chi non cede una briciola delle proprie convinzioni sulla vita e su quel che c'è dopo. Perché peggio di morire per la mano di un imbecille è vivere seguendo i dettami di cento altri.
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