|



NICK:
ecce_
SESSO:
m
ETA': 33
CITTA': padova
COSA COMBINO:
STATUS: single
[ SONO OFFLINE ]
[PROFILONE
COMPLETO]
[
SCRIVIMI
]

STO LEGGENDO
HO VISTO

STO ASCOLTANDO
ABBIGLIAMENTO
del GIORNO
ORA VORREI TANTO...
IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
OGGI IL MIO UMORE E'...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...

PARANOIE
Nessuna scelta effettuata

MERAVIGLIE
Nessuna scelta effettuata
|

Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d’amore. Per sogni, per chimere e per castelli in aria l’anima ho milionaria. Talor dal mio forziere ruban tutti i gioielli due ladri: gli occhi belli. V’entrar con voi pur ora ed i miei sogni usati e i bei sogni miei tosto son dileguati. Ma il furto non m’accora, poiché vi ha preso stanza la dolce speranza!
Or che mi conoscete, parlate voi. Chi siete? Via piaccia dir?

Scrivo un diario inutile. senza note, senza parole, senza frasi. Solo pagine vuote, bianche. Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano. (Alessandro Sebastiano Morandi)
|
(questo BLOG è stato visitato 27389 volte)
ULTIMI 10 VISITATORI:
ospite,
ospite,
ospite,
ospite,
ospite,
ospite,
ospite,
ospite,
ospite,
ospite,
ULTIMI
10 messaggi
(per leggere i precedenti naviga attraverso
il calendarietto qui a destra:
i giorni linkati sono quelli che contengono interventi )
|
martedì 19 luglio 2005
ore 15:28 (categoria:
"Vita Quotidiana")
COMMENTA
(0 commenti presenti)
- SEGNALA questo BLOG
martedì 19 luglio 2005
ore 11:30 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Bagdad, il museo rinasce sul web on-line le opere d'arte di Babilonia di GIOVANNI GAGLIARDI
La tecnologia lo ha distrutto, la tecnologia lo ricostruirà. E' il museo di Bagdad che fino alla prima guerra del Golfo era un vero e proprio concentrato di tesori e cultura, si calcola che contenesse circa un milione di reperti archeologici. Poi quello che non hanno fatto le bombe intelligenti, lo hanno fatto i saccheggi del 2003. Una razzia che ha fatto volatilizzare almeno diecimila pezzi. Ma presto le teche e le collezioni saranno nuovamente visitabili, anche se in modo virtuale. E questo grazie ad un progetto tutto italiano, promosso dal ministero degli Esteri e curato dal Cnr.
Un impegno che permetterà di ammirare online i reperti salvati e quelli andati perduti. Prima della guerra diverse opere furono portate nei magazzini o nei caveaux della banca centrale e non sono più state esposte. Inoltre, il catalogo ufficiale risale al 1975-1976. Dopo quella data non se ne registrano aggiornamenti.
"Si tratta di un intervento non estemporaneo, ma fortemente simbolico, un gesto significativo per rafforzare l'amicizia e la collaborazione tra i due paesi", ha spiegato il vicepresidente del Cnr Roberto de Mattei, illustrando il progetto che prevede la collaborazione dei ministeri dei Beni culturali e della Difesa, del Comando dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio e di numerose università.
Dunque in attesa del ritorno a una normalità che al momento appare ancora lontana, il "Museo virtuale" raccoglierà ed esporrà i reperti ancora disponibili e quelli andati purtroppo perduti. Tra gli altri, il vaso e la dama bianca di Uruk, ambedue in alabastro, l'elmo d'oro del re Meskalamdug e il pugnale d'oro e di lapislazzuli provenienti dal cimitero reale di Ur, i leoni in terracotta di Tell Armal, le sculture e i bassorilievi dell'antica Khorsabad, gli avori di Nimrud, le statue partiche di Hatra, reperti tutti restaurati dall'Istituto Centrale del Restauro di Roma. E poi ancora minbar, la nicchia che indica la direzione della preghiera nelle moschee, gli stucchi di Samarra e sarcofagi lignei. Grazie alla realtà virtuale sarà possibile un tour nelle grandi civiltà del passato testimoniate da questi preziosi oggetti.
Ma il "Museo virtuale" è destinato ad ampliare le sue sale. A questa prima fase ne seguirà, infatti, una seconda, che punta a includere una gran parte dei tesori iracheni esposti in altri Paesi, principalmente Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Turchia. Poi si potrebbero anche aggiungere altre "sale virtuali" per documentare i restauri in corso, per l'esposizione dei pezzi recuperati dalle forze dell'ordine e per esposizioni temporanee. E come tutti i moderni musei, infine, anche quello di Bagdad avrà un bookshop per gli acquisti di merchandising tramite web.
La prima fase del progetto "Museo virtuale di Bagdad" potrebbe essere pronta ai primi del 2006 con la presentazione delle prime quattro sale in versione digitale. Il programma, ha aggiunto la responsabile scientifica Silvia Chiodi, avrà uno sviluppo semestrale e sarà realizzato con risorse provenienti dal pacchetto di finanziamenti varato dal governo per la missione di pace in Iraq. Per l'avvio sono stati stanziati 800.000 euro.
Non è la prima volta che il Cnr si cimenta nella ricostruzione virtuale di monumenti, beni artistici e siti archeologici. Il "curriculum" del Centro parla di lavori come il David di Michelangelo, la Cappella degli Scrovegni, l'Appia Antica, la Tomba di Nefertari, la città di Axum e molto altro ancora. Tesori che l'ingegno dei nostri esperti ha reso accessibili a tutti.
COMMENTA
(0 commenti presenti)
- SEGNALA questo BLOG
martedì 19 luglio 2005
ore 10:25 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Così si può morire di carcere in cella un suicidio ogni 5 giorni di ATTILIO BOLZONI
Lo fanno con il gas e sempre di notte. Si avvicinano alla bombola dei fornelli e sniffano e sniffano fino a quando il torpore li porta via. Nel loro gergo è la "piccola neve", butano e propano liquidi, al cervello non arriva più ossigeno, un po' di euforia e poi l'avvelenamento. Se ne vanno senza un grido. Li trovano la mattina dopo immobili sul materasso, come fossero ancora nel sonno profondo. I referti medici li archiviano sbrigativamente come "incidenti", a volte però le perizie si spingono a diagnosticare un "decesso per overdose".
L'amministrazione penitenziaria preferisce seppellirli così: tossici in astinenza. Mostrano sempre una certa avversione nel riconoscere quelle morti. Sono troppo scomode. E troppe. Nelle carceri italiane c'è un suicidio ogni cinque giorni.
Si muore di disperazione nelle prigioni. E contrariamente a ciò che potrebbe sembrare ragionevole, si muore anche presto.
Dopo pochi mesi o solo dopo poche ore da quando si varca quel filo spinato, nelle sezioni, nei camminamenti per l'aria degli "isolati", sotto le torrette, dietro le mura che separano dall'altro mondo. E sono gli uomini giovani che decidono di andarsene più degli altri, che si ammazzano.
Marco ha legato il lenzuolo alle sbarre e poi intorno al collo. E si è lasciato scivolare. Nunzio si è infilato un sacchetto di plastica alla testa e ha stretto stretto fino a quando non respirava più. E poi Maurizio a San Vittore con il fornellino, lo stordimento con il gas, anche lui con la piccola neve, lo "sballetto delle carceri". Avevano tutti e tre meno di quarant'anni.
Nessuno di loro doveva passare il resto della vita in quella o in un'altra galera. Imputati di piccoli reati, pene brevi da scontare, erano in attesa di giudizio. Come Marco e come Nunzio e come Maurizio, il 40 per cento di chi si uccide aspetta ancora il processo di primo grado.
Ci si toglie la vita più che fuori, nelle prigioni d'Italia. Diciotto volte di più: è il tasso dei suicidi tra la popolazione detenuta e l'altra, quella libera. E ci si uccide soprattutto nei penitenziari che sono diventati casba, le case circondariali dove in una cella ne ammucchiano sei o sette anche per un anno o due, dove i letti a castello quasi toccano il soffitto, dove sono pochi gli educatori e pochi gli psicologi, dove ancora meno sono i medici. E dove la doccia non la puoi fare tutte le mattine, perché l'acqua non basta mai per tutti. E le pareti trasudano di umidità. E c'è buio anche quando splende il sole.
I più a rischio sono proprio quelli che chiamano i "nuovi giunti", smarriti, spaventati, non abituati al carcere. "I detenuti più giovani, quelli che entrano in penitenziario per la prima volta, non hanno dimestichezza con gli stili di vita, le regole e le gerarchie dominanti e sono sprovvisti di un "codice di comportamento" che li pone al riparo delle insidie e dai traumi della vita reclusa", spiega il sociologo Luigi Manconi, garante dei diritti "delle persone private della libertà" per il Comune di Roma e autore di una ricerca con Andrea Boraschi sui suicidi in carcere negli ultimi anni. Sarà pubblicata nel prossimo autunno sulla "Rassegna italiana di sociologia", è uno spaccato di quello che accade nel cupo isolamento dei bracci, numeri, storie, tabelle e grafici che svelano l'orrore della morte dietro le sbarre.
E' uno studio che disegna l'identikit del detenuto suicida, che scopre a sorpresa come non c'è quasi mai relazione tra il togliersi la vita e la "riduzione della speranza": non sono gli ergastolani che si impiccano, che si avvelenano, che si soffocano. Non è solo la lunga detenzione che fa paura. Dice ancora Manconi: "L'ineluttabilità della pena e la certezza di dover scontare una condanna pesano meno dell'incertezza sulla propria condizione. E la possibilità di essere riconosciuti innocenti non appare sufficiente a scongiurare la decisione del suicidio".
E' giovane il detenuto che si uccide, aspetta ancora di essere giudicato, è appena entrato in carcere. Quasi il 20% dei suicidi avviene tra il primo e il settimo giorno dall'ingresso alla "matricola", il 50% nei primi sei mesi. E molti, subito dopo un trasferimento da un carcere all'altro.
Il cambiamento provoca uno stress che per alcuni è insopportabile. Per M. ad esempio, schizofrenico, già assolto per incapacità di intendere e di volere, ricoverato più volte in ospedali psichiatrici giudiziari. Appena l'hanno portato a Rebibbia, un primo maggio si è impiccato.
Spesso la stampa non viene a conoscenza di quelli che non ci sono più. Nessuno ne dà notizia. Il carcere custodisce tutti i suoi segreti. E tende a far sempre una sua conta di quei morti. Sono 25 in questi primi sei mesi dell'anno secondo il Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
Sono 30 secondo Manconi e tutte quelle associazioni che provano a "guardare" nel pozzo nero dei bracci. È una guerra di numeri.
Come per i detenuti che muoiono per malattia. Le statistiche ufficiali non calcolano mai quelli che tirano l'ultimo respiro su un'ambulanza o in un reparto ospedaliero esterno. Alzano la media. "Viceversa dalle carceri arriva con inesorabile puntualità la segnalazione di tutti gli spettacoli musicali e teatrali, delle gare sportive, dei concorsi di pittura e di poesia", scrivono su "Ristretti Orizzonti", agenzia di informazione dal carcere che ha appena sfornato un altro dossier su suicidi e "morti per cause non chiare". E aggiungono: "L'istituzione carcere vuole dare di sé un'immagine addolcita, troppo parziale".
E' guerra di numeri per il presente e per il passato. Dicono al Dap: "Negli ultimi tre anni i suicidi sono calati". E hanno anche istituito un gruppo, l'Umes, l'unità di monitoraggio degli "eventi suicidiari". Ma abbiamo già visto anche per altre vicende carcerarie come le direttive del centro non arrivino sempre a destinazione, nei penitenziari. C'è un carcere virtuale fatto di norme e di regolamenti, di progetti elaborati anche con le migliori intenzioni. E c'è un carcere reale, quello dove si sente il sudore dei corpi, l'odore della paura, il puzzo di morte. È un fosso. E in fondo al fosso ci sono loro, i suicidi.
Raccontano Stefano Anastasia e Patrizio Gonnella - il primo tra i fondatori dell'associazione Antigone e il secondo ex direttore di istituti di pena e attualmente presidente nazionale di Antigone - nel loro libro "Patrie galere": "Dopo il primo morto, traumatico per tutti, a partire dal secondo ci si scandalizza sempre di meno. Una grande percentuale di detenuti esprime idee di morte. Alcuni ci provano. I tentativi di suicidio sono alcune migliaia l'anno...". E quasi un quinto di chi minaccia di farsi fuori, poi lo fa davvero. Anche in questo 2005 ce ne sono stati tanti.
Ogni prigione italiana ha le sue croci. Gioia, quarant'anni, carcere di Parma. Detenuto italiano di ventotto anni, carcere di Bologna. Detenuta jugoslava di trentuno anni, carcere di Torino. Nunzio ventotto anni, carcere di Sulmona. Alfonso, trentacinque anni, carcere di Torino. Sergio, ventinove anni, carcere di Padova...
LEGGI
I COMMENTI (1)
- SEGNALA questo BLOG
lunedì 18 luglio 2005
ore 18:27 (categoria:
"Vita Quotidiana")
COMMENTA
(0 commenti presenti)
- SEGNALA questo BLOG
lunedì 18 luglio 2005
ore 18:05 (categoria:
"Vita Quotidiana")
COMMENTA
(0 commenti presenti)
- SEGNALA questo BLOG
lunedì 18 luglio 2005
ore 18:02 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Diedi gioielli della Madonna al manto, e diedi il canto agli astri, al ciel, che ne ridean più belli. Nell'ora del dolore, perché, perché Signore, perché me ne rimuneri così?
COMMENTA
(0 commenti presenti)
- SEGNALA questo BLOG
lunedì 18 luglio 2005
ore 17:11 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Vissi d'arte, vissi d'amore, non feci mai male ad anima viva... Con man furtiva quante miserie conobbi, aiutai... Sempre con fe' sincera, la mia preghiera ai santi tabernacoli salì. Sempre con fe' sincera diedi fiori agli altar.
COMMENTA
(0 commenti presenti)
- SEGNALA questo BLOG
lunedì 18 luglio 2005
ore 16:54 (categoria:
"Vita Quotidiana")
L'inatteso happy end che ci regala l'inconscio di MICHELE SERRA
L'IDEA CHE LA MORTE abbia una specie di anticamera psichica è perfino un luogo comune popolare, il famoso "ho rivisto tutta la mia vita come in un film" riferito da alcuni redivivi e scampati. (Anche se circola, in proposito, una vecchia e cinica battuta: "ho rivisto la mia vita come in un film, e devo dire che la regia era pessima e i dialoghi scadenti"). Ora uno studio su Newsweek rende noto che la morte sarebbe spesso preceduta da un sogno rivelatore, una specie di quadratura dei conti in extremis che l'inconscio regala agli agonizzanti, rasserenandoli.
Che un "Ultimo Sogno" benefico possa alleviare la partenza sarebbe, a ben vedere, il più sorprendente dei doni, posto che l'inconscio, per rimanere in metafora cinematografica, in genere non è molto propenso agli happy end. L'universo onirico è fonte inesauribile di inquietudini e di spiazzamento, e la sua specialità sembra scompaginare la faticosa certezza degli affetti, dei comportamenti e perfino dei luoghi fisici. Le case e le città dei sogni non sono quasi mai quelle che conosciamo, lo spaesamento è regola, nei sogni non siamo mai padroni di noi stessi, quasi che le zone profonde dell'io, compresse e negate nella vita cosciente, vogliano ribaltare la situazione in loro favore.
Lo studio di Newsweek, letto in questa chiave, contiene una vera e propria rivalutazione dell'inconscio, attribuendogli (e dunque attribuendo a noi stessi, individuo per individuo) la potestà dell'ultimo viatico, di un auto-saluto riconciliante.
La notizia - se possiamo definirla tale - ci è istintivamente simpatica. Perché l'inconscio e la psicanalisi sono, culturalmente parlando, quasi in disgrazia, l'uno perché sospettato di essere un surrogato "scientista" e dunque immiserito dell'anima, l'altra in quanto disciplina delle pulsioni e non dei Valori, e insomma figlia di un secolo razionalista e misconoscente le categorie spirituali e le verità rivelate.
Di conseguenza i sogni, che nella seconda metà dello scorso secolo parevano finalmente diventati, e non solo per le classi colte, il ricettacolo di preziose rivelazioni sul funzionamento della psiche, essi sono da tempo retrocessi, a furor di popolo e di televisione, al rango precedente di apparizione magica, buona per i numeri al Lotto, per la superstizione, per il penoso traffico di maledizioni e benedizioni da consegnare alle cartomanti.
I sogni come l'oroscopo, i tarocchi e la sfera di cristallo. Troppo complicato interpretare i sogni come segni del linguaggio, pur sempre reale, della psiche profonda, meglio fantasticare su presagi e apparizioni di defunti. Meglio la superstizione della scienza, e non è che uno dei tanti corollari della nuova diffidenza di massa (e di molte "avanguardie" culturali) contro la razionalità.
Ora, a sorpresa, ci vengono a dire che l'inconscio, questo maledetto complicatore degli stati d'animo, perturbatore notturno del comune senso della vita, ingarbugliatore indefesso dell'idea che ci siamo fatti di noi stessi, all'ultimo istante viene finalmente a "spiegarci" qualcosa, ad addolcire anziché amareggiare, a semplificare invece che intrigare, regalandoci finalmente un sogno perfetto, risolutore. Una voce fuori campo che accompagna alla fine con amicizia, e quella voce è la nostra, la stessa voce che in vita ci ha così spesso sviato o accusato, ci ha fatti sentire deboli o insinceri.
Il sogno è una voce di dentro, la più autarchica delle immagini, la più intima e inviolabile delle storie. Non delega ad altri nemmeno il più trascurabile dei dettagli, né il volo (quando si sogna di volare) né la caduta, né la luce né il buio, non la cattiva figura e non la buona. Se Newsweek ha ragione, ritroveremo nell'ultimo sogno le scarpe o le chiavi o l'automobile che dormendo abbiamo sempre sognato di avere smarrito.
Io sogno da una vita di avere dimenticato in una strada di Milano il mio primo motorino Guzzi, che in realtà mi venne rubato. E mi scervello per ricordare a quale palo lo avevo incatenato, più di trenta anni fa, facendomi una gran colpa di tanta distrazione. Nell'ultimo sogno, quello pacificatore, spero dunque che la mia vecchia psiche riottosa si decida infine a rivelarmi dove diavolo lo avevo dimenticato, il mio motorino, e dove i miei quindici anni.
COMMENTA
(0 commenti presenti)
- SEGNALA questo BLOG
lunedì 18 luglio 2005
ore 16:26 (categoria:
"Vita Quotidiana")
India: punizioni contro film porno Spettatori costretti ad inginocchiarsi
Flessioni in pubblico e atti di contrizione per aver peccato guardando un film porno: è quanto accaduto in un cinema del distretto di Balasore, nello stato orientale di Orissa, in India. Agenti di polizia hanno fatto irruzione mentre lo schermo proiettava immagini spinte e, dopo aver costretto l'addetto a spegnere il proiettore, hanno acceso le luci in sala, costringendo i presenti a uscire nella piazza antistante.
Oltre 200 persone, tra cui alcuni ragazzini di diciasssette anni, hanno dovuto "cospargersi il capo di cenere" davanti ai loro concittadini, promettendo solennemente di non incappare mai più nella demoniaca tentazione. I minorenni, in particolare, hanno ricevuto una pena esemplare e si sono dovuti inginocchiare di fronte ai loro genitori.
La campagna di moralizzazione, in atto in altre città dello Stato dell'Orissa, colpisce una delle attività più diffuse e redditizie del Sub-continente. Bollywood, la più grande industria cinematografica del Sud-Est asiatico, sforna infatti centinaia di titoli porno all'anno.
Sanjeev Panda, ufficiale della polizia, ha dichiarato che tutti i tentativi fatti fino a quel momento per impedire la proiezione di film porno erano falliti e che non era rimasta altra strada se non quella della punizione del pubblico.
Non sarà certamente un divieto e una esposizione al pubblico ludibrio a scoraggiare gli appassionati "voyeurs" indiani: se non nelle sale cinematografiche, i viziosi all'ultimo stadio potranno sempre gustarsi scenette osé sui videotelefonini, dove le attrici di Bollywood compaiono ad alta risoluzione di pixel e senza veli .
COMMENTA
(0 commenti presenti)
- SEGNALA questo BLOG
lunedì 18 luglio 2005
ore 15:13 (categoria:
"Vita Quotidiana")
COMMENTA
(0 commenti presenti)
- SEGNALA questo BLOG
> > > MESSAGGI PRECEDENTI
|
|
MAGGIO 2026
<--Prec.
Succ.--> |
| Do |
Lu |
Ma |
Me |
Gi |
Ve |
Sa |
| |
|
|
|
|
1
|
2
|
|
3
|
4
|
5
|
6
|
7
|
8
|
9
|
|
10
|
11
|
12
|
13
|
14
|
15
|
16
|
|
17
|
18
|
19
|
20
|
21
|
22
|
23
|
|
24
|
25
|
26
|
27
|
28
|
29
|
30
|
|
31
|

|