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PARANOIE
Nessuna scelta effettuata

 


MERAVIGLIE

Nessuna scelta effettuata








Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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mercoledì 25 maggio 2005
ore 19:54
(categoria: "Vita Quotidiana")



L'ANALISI
Astensionismo relativo
di ILVO DIAMANTI

COLPISCE il contrasto fra densità etica e realismo tattico, che caratterizza questa campagna referendaria. Fra la complessità delle questioni in gioco e la pragmatica semplificazione delle strategie adottate, dagli attori in campo. Da un lato, c'è la sostanziale radicalità dei temi, che scavano nei valori, nelle fedi, nelle identità e nelle basi della vita sociale. Il principio della vita, la natura del legame genitoriale, lo spazio della scienza e l'autonomia degli individui: oggi nella "procreazione"; domani, forse, di nuovo, in tema di aborto. Dall'altra c'è la natura stessa dello strumento usato per "risolvere" le questioni. Il referendum. Che, da circa vent'anni, si riassume nell'alternativa fra abrogazione e astensione.

Perché, com'è noto, un referendum è valido se vi partecipa la maggioranza degli elettori aventi diritto. Chi intende vanificare gli obiettivi di un referendum, per questo, preferisce usare, sempre più spesso, 'astensione "patologica" - quel 20% di elettori che non vota mai - come un "bonus", da sfruttare trasformando il "no" in ulteriore "non-voto". È quanto è avvenuto anche in questa campagna referendaria.

Oggi, come mostra il sondaggio condotto da Demos-Eurisko la settimana scorsa, il risultato si presenta ancora aperto, perché è ampia
l'incertezza sulla partecipazione al voto. Quattro elettori su dieci, infatti, si dicono certi, o quasi, che andranno a votare. Gli altri, invece, si dividono equamente, fra chi è certo di astenersi e chi, invece, non ha
ancora deciso che fare. Da ciò il paradosso, che vede la Chiesa "impegnata" a promuovere l'astensione. E, per questo, asseconda quella miscela di disagio e distacco, che pervade la società, su questi temi. Perché la tentazione astensionista, fra gli elettori, è alimentata da due diverse difficoltà. La difficoltà di comprendere le questioni poste dal referendum, che acuisce l'indifferenza. La difficoltà, per chi riesce a cogliere il senso dei problemi, di trovare risposte coerenti. Il che alimenta il dubbio soggettivo e suggerisce, alle persone, la "defezione" come via di fuga.

Ciò spiega, in parte, perché il 70% degli elettori ammettano di seguire il dibattito sul referendum con grande disattenzione. Segnala distanza, ma anche scelta e autodifesa soggettiva, di fronte a problemi che scuotono la coscienza. Naturalmente, mancano tre settimane alla data del voto; e tre settimane di campagna elettorale possono contribuire a informare, chiarire, mobilitare. Anche a questo d'altronde, servono i referendum. A creare sensibilità, dibattito su "questioni" rilevanti per il nostro tempo.

Tuttavia, l'impressione è che il dibattito resti sottotraccia, come protestano - a ragione - i radicali. Un po' perché sui media gli viene attribuito uno spazio molto ridotto. Poi, perché i partiti, anche quelli
di centrosinistra, si muovono in modo prudente, su questo terreno. Condizionati dall'orientamento dei loro elettori, che è, comunque, diversificato, nel merito. E dalla resistenza, generalizzata, fra i cittadini (come dimostra l'indagine) ad accettare l'indicazione dei partiti su questi argomenti. D'altronde, anche la Chiesa, che ha sostenuto la legge 40, sta affrontando la campagna elettorale senza enfasi. In nome del
realismo politico, professato dal cardinale Camillo Ruini, fa pressione
direttamente sugli attori politici, in Parlamento, come una lobby, mentre, in ambito sociale e politico, preferisce "astenersi". In tutti i sensi.
Promuovere l'astensione elettorale significa, infatti, limitare il conflitto e la polemica. Perché ogni polemica e ogni conflitto - e ogni campagna militante - rischia di sortire l'effetto opposto. Alimentare l'interesse, la passione, la comprensione; e quindi incentivare la partecipazione elettorale, limitando l'astensione.

D'altronde, sottolinea il sondaggio Demos-Eurisko, solo il 5% degli italiani si dice disponibile ad ascoltare le indicazioni della Chiesa sul referendum, mentre poco meno del 30% sostiene che la Chiesa dovrebbe
"astenersi" - appunto - all'intervenire su queste materie (e, in generale, dalle questioni politiche e legislative). Sei italiani su dieci,
invece, riconoscono alla Chiesa il iritto di esprimersi, ma non di
"vincolare" le scelte personali, che vengono, invece, ricondotte alla coscienza personale.

Ritorna, così, la questione, già sollevata altre volte, riguardo al rapporto fra gli italiani e la Chiesa; fra gli italiani e la religione.
Per molti cattolici, o meglio: per molti che si dicono cattolici, la religione è vissuta, espressa, in modo privatizzato. Come un codice di regole e di valori non prescrittivo, ma descrittivo: una sorta di mappa che permette alle persone di orientarsi, nella vita quotidiana e nella realtà sociale. Non come una bussola che fissa i punti cardinali dell'etica e della fede. Così, sulle questioni affrontate dal referendum e, più in
generale, sui temi della bioetica, gli italiani si affidano alla coscienza (2 su 3), ma anche alla scienza (1 su quattro), assai meno alla Chiesa (6%). Quasi per nulla agli attori politici (1%).

L'astensione, oltre che una via politicamente legittima, appare, quindi, alla Chiesa, una scelta quasi necessaria. Per rassegnazione. Un modo di riconoscere che i cattolici che frequentano i riti e i luoghi della Chiesa sono una minoranza sociale. E che, anche fra di loro, è alta la componente dei teo-non: coloro che ascoltano i sacerdoti e i loro insegnamenti ma, all'atto pratico, fanno a modo loro. Decidono da soli. Non per altro, la componente più decisa a fare campagna referendaria, battendosi attivamente per le ragioni del "no" - in nome dei principi della
bio-etica cristiana - sono gli "atei devoti", i teo-con del Foglio.

Per questo, diventa interessante verificare se, come molti si attendono, il Papa interverrà, su queste vicende, nelle prossime settimane. In occasione della visita a Bari o della prossima assemblea della Cei. Lo temono, in particolare, i sostenitori del "sì". A torto. La parola di Benedetto XVI, ove risuonasse alta e forte, contribuirebbe ad alzare il grado di attenzione e di mobilitazione sul referendum. E attribuirebbe all'astensione il significato di una scelta "assoluta", militante. In contrasto profondo con il "dio relativo" degli italiani, ma anche con l'"astensionismo relativo" della Chiesa.


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mercoledì 25 maggio 2005
ore 09:02
(categoria: "Vita Quotidiana")



Scienziati, sciopero della fame
"Manca informazione sui referendum"

Uno sciopero della fame, per chiedere iniziative immediate contro la "mancata informazione" sui referendum dei prossimi 12 e 13 giugno. E' la forma di protesta che adotteranno, dalla mezzanotte di oggi, dieci ricercatori, scienziati e accademici italiani, che hanno scritto una lettera al Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, al premier Silvio Berlusconi, ai presidenti di Camera e Senato, ai presidenti delle commissioni di Vigilanza Rai e dell'Authority per le telecomunicazioni, Claudio Petruccioli e Corrado Calabrò, al direttore generale della Rai Flavio Cattaneo e al presidente di Mediaset Fedele Confalonieri. Una richiesta di intervento per "restituire ai cittadini italiani" la possibilità di esercitare "il diritto politico".

"Chiediamo - scrivono i professori - che siano immaginate ed immediatamente inverate le misure compensative indispensabili per evitare di accettare a priori che il risultato referendario sia fondato su una gara falsata, antidemocratica". I Radicali si associano all'iniziativa, e Marco Pannella paragona i firmatari della lettera ai dodici professori universitari che si rifiutarono di giurare al regime fascista.

Firmano la lettera Gilberto Corbellini (ordinario di Storia della medicina a Roma), Luigi Montevecchi (medico), Demetrio Neri (Ordinario di Bioetica a Messina, membro del Comitato nazionale per la bioetica), Maurizio Mori (membro del Direttivo della International association of bioethics), Adolfo Allegra (direttore del Centro Andros, Palermo), Anna Pia Ferraretti (ginecologa, componente del Direttivo della Società europea per la riproduzione e la sterilità), Luca Gianaroli (direttore scientifico della Società italiana studi di medicina della riproduzione), Claudio Giorlandino (direttore Centro Artemisia), Marcello Crivellini (professore di organizzazione sanitaria a Milano), Fabrizio Starace (direttore area sociosanitaria ASL Caserta 2, docente di Epidemiologia comportamentale a Napoli).

I professori auspicano - e suggeriscono - che scattino le sanzioni delle autorità di controllo, che ci siano interventi normativi, che il capo dello Stato invii messaggi alle Camere. "Sappiamo che si tratta di una iniziativa anomala - sottolineano due dei firmatari, Gilberto Corbellini e Luigi Montevecchi, nel corso della conferenza stampa presso la sede dei Radicali italiani - anche perché di solito siamo abituati a poter parlare, ma evidentemente l'Italia è il 'malato d'Europa' non solo per l'economia, ma anche per alcune elementari garanzie democratiche".

"Una mobilitazione di questo tipo dei ricercatori - afferma il segretario dei Radicali italiani, Daniele Capezzone - è un evento choc, che speriamo sia sentito come tale, e al quale confidiamo che si risponda nell'immediato". Marco Cappato, segretario dell'associazione 'Luca Coscioni', smentisce invece che la comunità scientifica sia divisa sul referendum: "Esistono piuttosto dei casi rari di individualità con ottimi rapporti finanziari coi poteri politici che si pronunciano per l'astensione".

Emma Bonino attacca sulla questione del quorum, e spiega che in qualità di presidente del comitato "Donne per il sì" ha chiesto un incontro a Silvio Berlusconi. Per far sì che il referendum sia valido - accusa Bonino - il quorum "è diventato del 53-54 per cento", questo a causa, ad esempio, del fatto che dagli elenchi degli italiani all'estero (tre milioni) non sono stati tolti i "morti e fantasmi" che contribuirono a far fallire il quorum all'ultima consultazione referendaria.

Bonino insiste: non solo le liste non sono state ripulite, ma non viene fatta informazione ("Vorrei sapere che cosa ne sanno del referendum i 140 mila cittadini italiani che stanno in Canada") e in più non potranno votare tutti gli ambasciatori non inseriti nell'Aire e i militari delle varie missioni italiane nel mondo.

Anche per questo Marco Pannella critica i due schieramenti. "Mi auguro - dice - che nell'Unione sappiano che il 95 per cento dei loro militanti è sulle nostre posizioni". Mentre Berlusconi è in qualche modo 'giustificato' ("La legge 40 l'ha voluta, Gianni Letta l'aveva promessa ai vescovi"), ciò che emerge è che l'unica presa di posizione che ha fatto parlare è quella di Gianfranco Fini. Pannella auspica quindi che venga "qualche tributo dallo schieramento democratico, anche perché farebbe notizia".


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lunedì 16 maggio 2005
ore 17:31
(categoria: "Vita Quotidiana")



GM ammette: "Abbiamo usato
cadaveri nei crash test"
di VINCENZO BORGOMEO

Ricordate lo scandalo dei cadaveri usati nelle prove di crash? Alla fine solo le piccole aziende che producevano i manichini ammisero di usare corpi in questo tipo di test. Tutte le case automobilistiche negarono, in massa, di aver usato esseri umani. Ora, però, c'è una novità: la General Motors parla ufficialmente di aver avuto in passato "un progetto pilota per usare cadaveri per misurare le forze d'impatto". Non solo. La GM ammette anche di aver usato cavie umane. Più avanti, infatti, nello stesso documento, si legge che i cadaveri venivano usati "in test che avrebbero provocato lesioni troppo pericolose sui volontari". Esisteva quindi un gruppo di "volontari". Persone che si sottoponevano a crash test per migliorare la sicurezza delle vetture. Un fatto sempre negato da tutte le case automobilistiche e ora confermato.

Ma da dove arriva questo documento? Incredibile ma vero: direttamente dal sito ufficiale gm.com, dove, nell'ambito del lungo ricordo in ricordo di Harold Mertz, scienziato che ha perfezionato i manichini usati nei crash test, affermano apertamente quanto appena riportato.

Insomma, non si sono ancora placate le accuse all'Università di Graz, rea di aver utilizzato cadaveri umani in esperimenti diretti a migliorare la sicurezza automobilistica, che la tragica telenovela si arricchisce di una nuova puntata. Si è saputo infatti solo da poco che dalla metà degli anni novanta scienziati dell'"Istituto per la sicurezza dei veicoli" dell'università tecnica di Graz, in collaborazione con il locale l'istituto di medicina legale, avrebbero utilizzato circa 20 cadaveri per effettuare studi sul movimento di testa e collo nei crash-test.

Per il resto ormai è cosa nota che i morti, nel linguaggio scientifico definiti Pmhs (Post Mortem Human Objects), venivano messi sulle macchine per gli esperimenti e mandati a sbattere contro un ostacolo fisso ad una velocità di 10-15 chilometri all'ora. In questo modo - hanno spiegato più volte i ricercatori - studiando il comportamento dei cadaveri è possibile perfezionare i "dummies", rendendo sempre più sofisticati i manichini snodati a grandezza naturale e muniti di sensori elettronici, usati in tutto il mondo per migliorare la sicurezza del traffico.

Il punto è un altro. E' giusto scandalizzarsi quando c'è di mezzo la ricerca scientifica? Non entriamo nel merito, ma secondo un'indagine del Los Angeles Times, l'università locale può disporre di qualcosa come 175 cadaveri l'anno per la ricerca. E questo fin dagli anni cinquanta (tanto per capirci attualmente 11 mila persone hanno dato il consenso all'università per disporre del loro corpo dopo la morte). Cadaveri che vengono usati per molti scopi, e non solo nei laboratori di anatomia per addestrare i medici. Secondo l'inchiesta del Los Angeles Times, ci sarebbe un vero e proprio mercato di corpi. E non si tratta di illazioni visto che attualmente l'Ucla si è vista arrestare uno dei suoi dipendenti (Henry Reid, un imbalsamatore che era stato assunto nel 1997), per aver venduto in California alcuni defunti.

Solo una cosa è certa: i tanto decantati "Oscar" o "Dummies", i manichini usati nei crash test, per quanto ormai costino oltre 100 mila dollari l'uno, sono ancora molto lontani dalla perfezione. Soprattutto per quanto riguarda gli arti. Così braccia e gambe vengono ancora prelevati da cadaveri (previo permesso dai parenti dei defunti) per mandare avanti la ricerca. La posizione degli scienziati che lavorano in questo settore è la solita: "Questi test sono fondamentali per rendere più sicure le auto". Vero. Ma le speranze che il traffico di questi organi si razionalizzi, per ora, sono tutte legate al lavoro di Angus Fallace, ortopedico dell'università di Nottingham, che in collaborazione con altri istituti Usa sta mettendo a punto un piede artificiale identico a quello vero, da usare nei crash test.


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lunedì 16 maggio 2005
ore 15:29
(categoria: "Vita Quotidiana")



G8, per Bolzaneto
45 rinviati a giudizio


GENOVA - Quarantacinque rinvii a giudizio per abusi nei confronti delle persone fermate nella caserma di Bolzaneto durante il G8 del luglio 2001. Lo ha deciso il gup di Genova Maurizio De Matteis. Sono tutti appartenenti al personale della polizia penitenziaria, polizia di stato, carabinieri e medici dell'amministrazione penitenziaria.

Un agente della polizia penitenziaria di Vercelli è stato completamente prosciolto, mentre altri cinque indagati hanno avuto una sentenza di non luogo a procedere solo per alcuni capi di imputazione. Il processo è stato fissato al 12 ottobre.

"Non sono stupito ma, semmai, amareggiato per la decisione", dice Alfredo Biondi, vicepresidente della Camera e difensore di 11 sottoufficiali dei Carabinieri.

Il primo commento di Francesco Caruso, portavoce del movimento dei disobbedienti è: "C'è ora bisogno urgentemente di un provvedimento di rimozione o quantomeno di sospensione dal servizio per quei poliziotti e carabinieri imputati per le violenze commesse all'interno della caserma Bolzaneto durante il G8 di Genova".


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lunedì 16 maggio 2005
ore 15:20
(categoria: "Vita Quotidiana")



Donne e pari opportunità
L'Italia peggio dello Zimbabwe

Stanno meglio nello Zibabwe e in Colombia, e in Europa solo le donne greche se la passano peggio di quelle italiane, se si parla di rapporto tra tipo di lavoro e retribuzione, o di accesso a posizioni di potere. Il rapporto elaborato dal World Economic Forum non usa mezzi termini per descrivere le opportunità delle donne italiane: "Italia e Grecia hanno la situazione peggiore in Europa, con indici che riflettono i bassi livelli di partecipazione politica delle donne agli organi decisionali e le scarse possibilità di carriera in campo professionale".

Una bocciatura senza appello. Il "Gender gap index" (indice delle differenze uomo-donna) pubblicato oggi dal World economic forum nell'ambito del Programma globale per la competitività, relega l'Italia al 45esimo posto, dietro a paesi come la Colombia, l'Uruguay, il Bangladesh, lo Zimbabwe e la Thailandia. Il rapporto annuale dell'organizzazione internazionale indipendente prende in esame 58 paesi: all'ultimo posto della classifica ci sono Pakistan, Turchia ed Egitto, il primo tra i paesi non europei è la Nuova Zelanda, sesta, gli Stati Uniti sono undicesimi.

Le nazioni in cui le donne stanno meglio sono Svezia, Norvegia, Islanda e Danimarca. E non è una novità. Ma stupisce davvero che paesi appena entrati nell'Unione Europea se la cavino molto meglio di noi, o che le donne italiane possano avere più difficoltà ad essere pagate quanto un uomo delle donne argentine, sudafricane o malesi. Né consola che l'Italia salga all'11esimo posto nella classifica in fatto di assistenza sanitaria e sostegno alla maternità, quasi a sottolineare che se si deve investire lo si fa nelle mamme più che nelle imprenditrici.

Il rapporto infatti sottolinea che "i paesi europei hanno in genere buone posizioni nella classifica, con dieci nazioni tra le prime quindici", nonostante "ci siano differenze nelle cinque diverse aree tenute in considerazione". Le donne britanniche sono quelle che hanno i risultati migliori nel campo dell'istruzione, le tedesche maggiore rappresentanza politica e il rapporto enfatizza proprio i buoni risultati dei nuovi membri Ue, come Lettonia, Lituania ed Estonia. Un dato che fa risaltare i casi italiano e greco.

Il Wef ha utilizzato per la classifica cinque criteri: la partecipazione economica e la parità di remunerazione tra i due sessi; le opportunità di accesso a tutti i tipi di lavoro; la rappresentatività nelle strutture decisionali dei paesi; l'accesso all'educazione e l'assistenza alla salute e alla maternità. La classifica è stata compilata calcolando i dati forniti da statistiche nazionali, organizzazioni mondiali (tra le quali l'Onu) e ricerche compiute dallo steso Wef.

"Il nostro studio mostra che mentre alcuni paesi sono riusciti a diminuire il divario tra uomo e donna in modo consistente - commenta Saadia Zahidi, una degli economisti autori del rapporto - in altri le donne sono discriminate in alcuni settori fondamentali, come il lavoro, la politica, la salute e l'istruzione. Il dato davvero sconcertante è che nessuna nazione è riuscita ad eliminare completamente le discriminazioni".



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sabato 14 maggio 2005
ore 13:16
(categoria: "Vita Quotidiana")



Rivoluzione per gli studenti cinesi
libertà sessuale nelle Università

Uno studente che decideva di sposarsi o una studentessa rimasta incinta, per poter continuare gli studi nelle università cinesi dovevano rinunciare alle nozze nel primo caso, abortire nel secondo. A partire da settembre però questa normativa, in vigore da oltre mezzo secolo, verrà abolita. Gli universitari in età legale per il matrimonio, 22 anni per i ragazzi e 20 per le ragazze, potranno farlo come qualsiasi altro cittadino, senza più l'obbligo di chiedere il permesso all'ateneo.

"La situazione era insostenibile. Mentre alcuni giovani potevano sposarsi, altri dovevano rinunciare per continuare a studiare. Ma se uno è in grado di mantenersi economicamente, non vedo perché non possa farlo" dichiara Wang Yanyan, una studentessa di 25 anni dell'Università di Pechino, una delle più prestigiose del Paese.

La nuova regolamentazione fa riferimento a una legge in vigore dall'ottobre del 2003 che ha abolito l'obbligo di chiedere l'approvazione dei datori di lavoro per le coppie che intendevano unirsi in matrimonio. Finora le autorità accademiche potevano espellere uno studente che si sposava però, negli ultimi due anni, più di settanta atenei hanno abolito il divieto di nozze per gli universitari. Il ministero dell'Educazione ha avvertito che il cambiamento non vuol dire che i giovani debbano distrarsi dalla loro priorità: gli studi.

La Cina considera la formazione accademica cruciale per il futuro del Paese, tuttavia le università trattano gli studenti come collegiali e li obbligano a rientrare a casa entro una certa ora. Considerando però che la maggior parte risiede nei campus, la sera c'è un gran via vai nei dormitori comuni dove vengono evitati con cura i controlli dei vigilanti.

Di sicuro le nuove norme non porteranno un aumento di nozze. Sempre più giovani scelgono infatti la convivenza e l'età del matrimonio si è spostata in avanti: 28 anni per gli uomini e 27 per le donne. Però mentre i giovani mostrano un'attitudine sempre più aperta verso il sesso, in seguito alla profonda trasformazione economica e sociale che ha vissuto il Paese negli ultimi due decenni, le autorità non seguono lo stesso passo. La direzione di alcune università ha infatti bloccato la realizzazione di un'inchiesta sulla sessualità degli studenti organizzata dal comitato municipale di pianificazione familiare di Shanghai perché potrebbe provocare "fantasie sessuali". Il questionario prevedeva domande sul livello della conoscenza dei metodi anticoncezionali, come calcolare il ciclo mestruale, la masturbazione e la percezione delle attività sessuali dei compagni di classe.


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venerdì 13 maggio 2005
ore 16:59
(categoria: "Vita Quotidiana")



La missione "Antica Babilonia"
e il petrolio di Nassiriya

Siamo in Iraq per il petrolio. Certo anche per scopi umanitari e di salvaguardia dell'immenso patrimonio archeologico di quel paese - non a caso la missione si chiama "Antica Babilonia" - ma l'oro nero c'entra e come.

L'inchiesta di Sigfrido Ranucci, in onda oggi su Rai News 24, documenti alla mano, prova a dimostrarlo. E non sarebbe nemmeno un caso che i nostri militari siano stati dislocati a Nassirya e non altrove, perché il capoluogo della provincia sciita di Dhi Qar era proprio il posto in cui volevamo essere mandati. Perché? Perché sapevamo quanto ricca di petrolio fosse quella zona. In gran parte desertica, ma letteralmente galleggiante su un mare di quel preziosissimo liquido che muove il mondo.

Un vecchio accordo tra Saddam e l'Eni, che risale a metà degli anni Novanta, per lo sfruttamento di un consistente giacimento (2,5-3 miliardi di barili) nella zona di Nassiriya induce quantomeno a sospettarlo. Così come qualche dubbio lo insinua lo studio commissionato dal ministero per le Attività produttive, ben sei mesi prima dello scoppio della guerra, al professor Giuseppe Cassano, docente di statistica economica all'università di Teramo. Un dossier nel quale si conferma che non dobbiamo lasciarci scappare l'occasione in caso di guerra di basarci a Nassiriya, "se non vogliamo perdere - scrive Cassano - un affare di 300 miliardi di dollari".

Qual è il problema?, si chiederanno molti. In fondo che male c'è se dopo aver preso parte a una missione così onerosa e rischiosa, alla fine ce ne viene qualcosa? Salvaguardare "anche" il buon andamento dei nostri affari petroliferi, suggerisce il sottosegretario alle Attività Produttive Cosimo Ventucci, intervistato da Ranucci, è una scelta "intelligente".

Certo, bastava ammetterlo - questa la tesi di Ranucci - e rispondere alle interrogazioni parlamentari in materia senza nascondersi dietro formule di circostanza. Ammettere che in realtà la ragione petrolio era tanto più importante di quella umanitaria: "Ho cercato di occuparmi di progetti di ricostruzione - denuncia Marco Calamai, che ha lavorato con il governatore di Nassiriya per un periodo - ma la ricostruzione non è mai veramente partita. L'America esporta la democrazia a parole, in effetti ne ha impedito la crescita dal basso".

I nostri carabinieri hanno pertanto scortato barili di petrolio e sorvegliato oleodotti. E la strage di Nassiriya, come ha scritto il corrispondente del Sole24 Ore Claudio Gatti all'indomani dell'attentato, non era diretta contro il nostro contingente militare, ma contro l'Eni.

D'altronde, l'Iraq è la vera cassaforte petrolifera del pianeta. Con scorte che secondo Benito Livigni, ex manager dell'americana Gulf Oil Company e successivamente dell'Eni, sarebbero superiori a quelle dell'Arabia Saudita: "Secondo una stima le riserve dell'Iraq ammonterebbero a 400 miliardi di barili di petrolio, e non i 116 dei quali si è sempre parlato. Nel Paese ci sono vaste zone desertiche non sfruttate".



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giovedì 12 maggio 2005
ore 00:52
(categoria: "Vita Quotidiana")


biagi, santoro e... giorgino!
Tg1, Giorgino via dal video
il conduttore è stato sospeso
di GIOVANNI GAGLIARDI

In Rai esplode il caso Giorgino. Il giornalista è stato sospeso dalla conduzione del Tg1. All'origine della decisione del direttore del Clemente Mimun, una intervista (che il conduttore sosterrebbe essere solo frutto di una conversazione privata) e che è stata pubblicata sabato scorso da Libero in cui Giorgino critica il suo direttore e lo stesso Tg1: "Non mi pare di essere uno dei suoi prediletti". Ho un dissenso con lui sul modo in cui ha gestito certe notizie", è scritto nell'intervista. E poi Giorgino aggiunge: "Ho contestato i fischi tagliati e gli applausi finti". Intanto dal giornale di Vittorio Feltri confermano: "Nessuna conversazione privata, sapeva di essere intervistato".

Nell'intervista, Giorgino, smentisce le voci su presunte cene con il leader dell'Unione: "Non sono mai andato a cena con Berlusconi nè con Prodi", dice al telefono a Barbara Romano. E alla giornalista di "Libero" l'anchorman rivela: "I miei rapporti con Clemente Mimun non sono buoni. Forse la cosa nasce da qui".

Il giorno dopo, sempre su "Libero", era comparsa la rettifica di Giorgino, che smentiva in particolare proprio l'attribuzione a Mimun del taglio dei fischi e degli applausi finti: un riferimento che "in realtà era relativo all'intero sistema dei media", quando pone in essere pratiche troppo disinvolte (per fortuna, ciò avviene in casi limitati)".

La decisione di Mimun viene definita dal comitato di redazione del Tg 1 "un atto grave perchè avviene a seguito di un'intervista (che il collega conduttore sostiene di non aver concesso) nella quale si esprimevano opinioni critiche nei confronti della direzione del Tg1. Noi difendiamo in modo assoluto il diritto di critica e la libertà di esprimere qualsiasi opinione da parte dei giornalisti anche sul prodotto che va in onda. Questo non può in alcun modo comportare provvedimenti professionali che hanno il sapore della ritorsione e che ledono principi fondamentali di libertà".

Il Cdr boccia anche la circolare aziendale, a cui si appellerebbe Mimun per motivare in parte la sua decisione, che prevede la richiesta di autorizzazione per esprimere pubblicamente opinioni: "Queste circolari aziendali sono infondate in diritto, illegittime e configurano possibili lesioni di diritti costituzionalmente garantiti'". Sul caso Giorgino il cdr è stata indetta per venerdì prossimo un'assemblea di redazione del Tg1.

Fnsi, Usigrai e Associazione stampa romana, oltre a definire la decisione "un atto discriminatorio", colgono anche l'occasione per denunciare la rimozione di Stefania Conti dall'incarico di coordinatrice della rubrica del Tg2 Nonsolosoldi: "Si tratta di decisioni assunte dai direttori del Tg2 Mauro Mazza e del Tg1 Clemente Mimun che hanno un sapore chiaramente discriminatorio - sottolineano i sindacati - Sia Stefania Conti che Francesco Giorgino hanno infatti apertamente criticato la linea informativa e la gestione delle due testate".

"Divertente e incredibile, Giorgino come Santoro e Biagi", è il commento di Nuccio Fava che definisce la decisione del direttore Clemente Mimun "un atto caporalesco. Il direttore - commenta l'ex direttore del Tg1 - ha sicuramente i poteri per farlo, ma il suo resta un atto di arroganza e di prepotenza da fine regime".


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martedì 10 maggio 2005
ore 15:02
(categoria: "Vita Quotidiana")



In Brasile la Giornata dell'Orgasmo
Spettacoli teatrali e dibattiti a tema
Brasile, Paese solare, gioioso, festoso, celebre per il suo carnevale dove vengono mostrate, oltre ai carri allegorici, curve mozzafiato e bellezze da sogno. Quindi, solo un paese brasiliano poteva pensare di celebrare la Giornata dell'Orgasmo, con conferenze, proiezioni video, dibattiti e una grande festa popolare. Una full immersion cui difficilmente si rinuncerà alla replica del prossimo anno.

Dopo che il consiglio comunale di Esperantina, cittadina del Nordest, ha approvato una legge che istituisce la Giornata dell'Orgasmo, si sono susseguite manifestazioni, per così dire, a tema. E' stata messa in scena la rappresentazione teatrale 'Monologo della vagina' e, a spalti gremiti, una professionista del sesso ha diretto un dibattito affollatissimo sull'orgasmo e specialisti hanno tenuto conferenze sulla sessualità.



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lunedì 9 maggio 2005
ore 13:41
(categoria: "Vita Quotidiana")



Pasolini, Procura ordina
nuovi accertamenti

ROMA - La Procura della Repubblica di Roma ha deciso di compiere ulteriori accertamenti sul delitto Pasolini. Entro domani aprirà un fascicolo intitolato "atti relativi a...". L'indagine sarà gestita dal procuratore Giovanni Ferrara e dall' aggiunto Italo Ormanni.

Il fascicolo raccoglierà per il momento gli articoli di stampa, la memoria che l'avvocato Nino Marazzita, già parte civile nel processo contro Pino Pelosi presenterà domani alla procura, le testimonianze dello stesso Pino Pelosi e del regista Sergio Citti.


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