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Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d’amore. Per sogni, per chimere e per castelli in aria l’anima ho milionaria. Talor dal mio forziere ruban tutti i gioielli due ladri: gli occhi belli. V’entrar con voi pur ora ed i miei sogni usati e i bei sogni miei tosto son dileguati. Ma il furto non m’accora, poiché vi ha preso stanza la dolce speranza!
Or che mi conoscete, parlate voi. Chi siete? Via piaccia dir?

Scrivo un diario inutile. senza note, senza parole, senza frasi. Solo pagine vuote, bianche. Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano. (Alessandro Sebastiano Morandi)
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lunedì 9 maggio 2005
ore 12:36 (categoria:
"Vita Quotidiana")
"So io chi ammazzò Pier Paolo non mi hanno mai voluto sentire" di ANNA MARIA LIGUORI
"Pino Pelosi ha detto tante bugie, bisogna riaprire l'inchiesta. Per fargli dire la verità, tutta fino in fondo, dovrebbe rispondere alle mie domande. Vorrei un confronto con lui. Io so, con esattezza, come sono andati i fatti". Sergio Citti, 72 anni, amico fraterno e stretto collaboratore di Pier Paolo Pasolini, è da anni molto malato. La sua mente però è lucida e al telefono si commuove più volte mentre racconta la sua versione dei fatti "quella che - dice - doveva venir fuori trent'anni fa".
Perché è così sicuro che Pelosi mente? "Ho parlato con Pier Paolo l'ultima sera, prima che uscisse. Mi disse che andava alla stazione Termini perché aveva appuntamento con un gruppo di ragazzi, non con tre com'è stato detto, ma con cinque come ho appurato dopo. Non mi nominò mai Pelosi, non disse "vedo un amico" come sempre faceva. Non c'erano segreti tra noi. Queste cose avrei voluto dirle ai giudici ma non sono stato mai chiamato a testimoniare. A quel tempo la cosa che si temeva di più era fare chiarezza..."
La colpa secondo lei è di chi ha fatto le indagini? "I giudici hanno fatto un processo disonesto. Nessuno ha voluto cercare la verità. Io ho filmato i posti dove dicono sia avvenuto il delitto, ho ricostruito minuto per minuto quello che è successo in quelle ore. Avevo una "gola profonda". Parlavo con una persona che mi ha raccontato di quella sera. Una testimonianza di prima mano, vera, attendibile. Lui ha visto. Io a Pelosi direi solo un nome, quello di questa persona, e lui sarebbe costretto a dire finalmente quel che sa".
Qual è la verità che secondo lei non è mai stata svelata? "Pino Pelosi era solo un ragazzo. Ha fatto da esca a quei cinque. Non erano amici suoi, questo è da sottolineare. Lui non conosceva neppure i loro nomi. L'hanno solo usato, serviva qualcuno a cui accollare il delitto. Pelosi è dovuto stare al gioco di questa gente, gente "rispettabile" che aveva ordinato l'omicidio. Il ragazzo non aveva nessuna possibilità di ribellarsi, anche se avesse voluto. Pier Paolo è stato ammazzato sulla Tiburtina e poi è stato portato a Ostia dove lo ha trovato la polizia. Sono stati gli altri a metterlo in macchina e a trasportarlo fin lì".
E' la tesi del complotto che gli inquirenti hanno scartato. "E hanno commesso un errore. La sua morte è convenuta a tante persone. A chi aveva paura della sua mente, del suo spirito e della sua capacità di essere libero. L'Italia deve molto a Pasolini. Eppure per lui la maggior parte della gente, ora come allora, non prova né odio né amore ma solo morbosità. Nessuno lo conosce davvero. All'estero sì, lo studiano, sanno chi è, ne ammirano la grandezza e ce lo invidiano. E io prima di morire vorrei che si facesse luce sulla sua assurda morte".
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lunedì 9 maggio 2005
ore 12:35 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Pasolini, rivelazione di Pelosi "Non sono stato io a ucciderlo" di GIOVANNI MARIA BELLU
Trent'anni dopo Pino Pelosi, noto come "la rana", il ragazzo di vita che uccise Pasolini, cambia versione. "Non sono stato io l'assassino", dice a Franca Leosini che lo intervista per "Le ombre del giallo" (il programma sarà trasmesso su Rai 3 stasera alle 23,20) e accusa tre sconosciuti, tre giovani che parlavano "con un accento del Sud". Furono quei tre, la notte del 2 novembre del 1975, a pestare a sangue, in un piazzale sterrato dell'Idroscalo di Roma, lo scrittore, il regista, il poeta, il più coraggioso e anticonformista degli intellettuali italiani.
E' una "notitia criminis" che, con tutta probabilità, determinerà l'apertura di un nuovo fascicolo. E', soprattutto, la conferma di quanto in molti hanno sempre pensato e sostenuto. Nel processo di primo grado, lo stesso tribunale dei minori che condannò Pelosi per omicidio "in concorso con ignoti". Poi la sentenza d'appello individuò in "Pino la rana" l'unico responsabile. Ma i dubbi restarono. Non sembrava possibile che quel ragazzo di 17 anni avesse potuto compiere da solo un omicidio così feroce.
Ma Pino Pelosi, nella sua nuova versione, non si limita ad accusare i tre sconosciuti. Descrive un vero e proprio agguato che aveva come obiettivo Pier Paolo Pasolini in quanto intellettuale, in quanto "sporco comunista". E' quanto gridavano i tre mentre pestavano selvaggiamente l'autore de "I ragazzi di vita". Gridavano: "sporco comunista", "fetuso", pezzo di merda".
Poi andarono via, in macchina, e "Pino la rana" rimase solo. Da questo momento in poi il nuovo racconto coincide con quello conosciuto da tempo. Disperato e impaurito, Pelosi salì sulla macchina, la mise in moto, inavvertitamente passò sopra il corpo di Pasolini agonizzante determinandone la morte.
Identica anche la prima parte della storia. E cioè l'incontro tra il ragazzo di vita e lo scrittore nei pressi della stazione Termini di Roma, la sosta in pizzeria, il viaggio sino all'Idroscalo, quel rapporto sessuale consumato velocemente in macchina.
Ma non c'è più la lite, non c'è più "Pino la rana" che, da solo, colpisce Pasolini. In quel momento compaiono i tre misteriosi individui. Sbucano dal buio. Uno dei tre immobilizza Pelosi, gli ordina di non muoversi. Gli altri due estraggono lo scrittore dalla macchina e lo picchiano con violenza bestiale.
Nello studio televisivo, durante la registrazione della puntata, erano presenti gli avvocati Guido Calvi e Nino Marazzita, all'epoca giovani penalisti e difensori di parte civile dei familiari dello scrittore. La confessione di Pelosi è stata una sorpresa anche per loro. Sono rimasti di stucco. Soddisfazione, certo, perché fin da allora avevano sostenuto che Pelosi non poteva aver agito da solo, ma anche amarezza. "E' un'amara constatazione - ha detto Marazzita - poter dire oggi: avevamo ragione". E Calvi: "Pelosi ha ricostruito i fatti esattamente come li illustrai nella memoria conclusiva che poi fu recepita dal tribunale dei monomeri di Roma". Tra gli ospiti della puntata di "Ombre del giallo" ci sarà anche Carlo Alfredo Moro, autore di quella sentenza.
Non ci sono più molti di quelli che nel 1975 sostennero che Pasolini era rimasto vittima di un agguato. E che, come tanti altri in quegli anni, furono accusati di voler ad ogni costo vedere il complotto per negare la banalissima realtà di un omicidio maturato nel mondo degli omosessuali. Non c'è più Alberto Moravia, né Laura Betti.
Sostennero che "Pino la rana" non era stato che uno strumento di un piano criminale per eliminare un intellettuale scomodo. E' quanto ha detto Pino Pelosi, pur presentandosi come strumento inconsapevole. Non conosceva gli autori dell'aggressione, non sapeva che erano là. Li vide per la prima volta quella sera. Lo minacciarono di fare del male alla sua famiglia se avesse parlato. E lui, semplicemente, si adeguò. Oggi può dirla tutta, ha sostenuto, perché entrambi i suoi genitori sono morti.
E' un uomo di 47 anni che vive d'espedienti alla periferia di Roma. E' entrato e uscito dal carcere più volte. Franca Leosini, che lo intervistò nel 1994 per "Storie maledette," è convinta della sincerità del nuovo racconto: "La conferma viene dagli atti del processo. Solo adesso molte incongruenze, molte assurdità, trovano spiegazione. Credo che Pelosi con queste ultime dichiarazioni abbia veramente riscritto una pagina fondamentale di questo mistero".
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lunedì 9 maggio 2005
ore 10:07 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Recondita armonia di bellezze diverse!... È bruna Floria, l'ardente amante mia...
E te, beltade ignota, cinta di chiome bionde! Tu azzurro hai l'occhio, Tosca ha l'occhio nero!
L'arte nel suo mistero le diverse bellezze insiem confonde; ma nel ritrar costei il mio solo pensiero, Tosca, sei tu!
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lunedì 9 maggio 2005
ore 09:51 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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lunedì 9 maggio 2005
ore 09:50 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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lunedì 9 maggio 2005
ore 09:49 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Effetto governo per Berlusconi patrimonio familiare triplicato di ETTORE LIVINI
L'economia italiana fatica a tenere il passo del resto d'Europa. Ma l'impero di Arcore - malgrado il prestito del suo timoniere alla politica - continua a non conoscere crisi: negli undici anni dedicati a Forza Italia e al governo, infatti, Silvio Berlusconi è riuscito a moltiplicare per tre il suo valore. A inizio '94 il suo patrimonio era di 3,1 miliardi. Oggi i beni di famiglia sono lievitati a 9,6 miliardi. Pari alla somma dei soldi custoditi nelle holding di controllo (980 milioni contro i 162 del '94) e delle quote in Mediaset, Mediolanum e Mondadori, cresciute in valore da 3 a 8,5 miliardi, compresi i 2 miliardi di liquidità appena incassati vendendo in Borsa il 16,6% delle tv.
Le fortune del premier - che Forbes cataloga oggi come il venticinquesimo uomo più ricco del mondo - sono passate indenni attraverso la frenata congiunturale, un quinquennio di interregno dell'Ulivo e lo sboom della bolla internet. Trainate da Mediaset che dal '94 - grazie anche al salvataggio di Rete 4 e alla resistenza "relativa" offerta dalla Rai - ha macinato record di audience, di utili e di raccolta pubblicitaria. Il suo valore - come ovvia conseguenza - è decollato: dalla quotazione a oggi i titoli delle tv del premier hanno guadagnato il 187%. Un'anomalia nel panorama dei media europei - l'indice che registra il valore in Borsa del settore è sceso da allora del 4% - e anche rispetto ai risultati di altre blasonate dinastie imprenditoriali italiane: nello stesso periodo la Fiat ha ridotto del 76% la sua capitalizzazione e il titolo Benetton ha perso il 24%. Il valore della quota Mediaset in tasca al premier è salito in undici anni da 2 a 6 miliardi, con Mondadori che nello stesso arco di tempo ha raddoppiato il suo valore e Mediolanum che lo ha addirittura triplicato.
Le attività operative hanno pompato verso Fininvest centinaia di milioni di cedole. E la holding di via Paleocapa, a sua volta, ha versato nelle casseforti personali di casa Berlusconi (in via di riorganizzazione per "sistemare" tutti e cinque i figli del premier) quasi 700 milioni dal '94 a oggi. Pari a uno "stipendio" medio mensile di 5,2 milioni di euro per il presidente del Consiglio. Questa pioggia di dividendi potrebbe gonfiarsi ancor di più quest'anno: malgrado la crisi dell'Italia Spa, infatti, Fininvest ha chiuso il primo semestre 2004 con oltre 400 milioni di utili. Qualche rimpianto, però, rimane. Non tutte le avventure imprenditoriali dell'ultimo decennio hanno dato i risultati sperati. La spina nel fianco sono tre disavventure senza le quali il bilancio del premier avrebbe potuto essere ancora più rosa: l'investimento nelle tv tedesche di Kirch, le Pagine Utili e il Milan.
Queste tre partecipazioni, da sole, hanno bruciato un miliardo di euro, più dei soldi incassati da Fininvest con la quotazione di Mediolanum e Mediaset. Quasi 400 milioni sono spariti nel buco Kirch. Circa 300 sono andati in fumo nella sfida alle Pagine Gialle. Mentre la passione per i rossoneri (ripagata a suon di scudetti e coppe) è costata al premier dal '94 a oggi 230 milioni di euro.
Certo parte del merito del boom del conto in banca di Berlusconi va ai "supplenti" cui ha affidato i beni di famiglia, dai figli Marina e Piersilvio a Fedele Confalonieri. Ma un aiuto importante - sintesi di un conflitto di interessi mai risolto - è arrivato anche direttamente dai provvedimenti del governo. Magari non "ad hoc" come il salva-Previti o la Cirami, ma cavalcati a suon di milioni di risparmi dalle aziende di casa. Difficile quantificare quanto le "sbandate" della Rai targata centro-destra abbiano contribuito alle fortune di Mediaset. Ma gli esempi di ricadute dirette dell'attività politica sul patrimonio del premier sono tanti: la Tremonti uno e la Tremonti Bis hanno consentito a Mediaset di risparmiare oltre 150 milioni di imposte. Stesso discorso per il condono fiscale.
Certo Mediaset ha pagato 2 miliardi di tasse in 11 anni, ma Berlusconi si era pubblicamente impegnato a non utilizzare questo strumento per le società di casa. Peccato che dalle tv a Idra (la Spa che controlla Villa Certosa) quasi tutte le sue aziende ne abbiano beneficiato. In tutto sono stati versati 60 milioni circa per cancellarne 220 pretesi dall'erario. L'elenco degli "aiutini" dall'esecutivo è lungo: il salva-calcio ha consentito a Berlusconi di evitare di staccare un assegno di 242 milioni (la svalutazione dei giocatori ammortizzata in dieci anni). La riforma Tremonti sulla tassazione delle plusvalenze ha consentito di rimbalzo al premier di risparmiare 340 milioni di tasse sull'ultimo collocamento Mediaset. E la madre di tutte le riforme Tv, la legge Gasparri, "regala a Mediaset un bacino di crescita potenziale di 1-2 miliardi", come ha candidamente ammesso lo stesso Fedele Confalonieri. Forse - a undici anni dal primo successo elettorale e con un portafoglio che ha triplicato il suo valore - anche Berlusconi si è convinto che la politica è un calice meno amaro del previsto.
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domenica 8 maggio 2005
ore 17:26 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Ucciso in un pub a coltellate Aveva difeso un disabile
Ucciso per aver difeso in discoteca un disabile, sbattuto giù dalla sedia a rotelle e picchiato davanti ad un disco-pub. Francesco Mitidieri, 23 anni, imbianchino, è stato ammazzato così a Policoro, in provincia di Matera, da un suo coetaneo, arrestato insieme a tre complici. La rissa è scoppiata con ragazzi di un vicino paese calabrese.
Tutto sarebbe cominciato quando uno dei quattro fermati avrebbe rivolto uno sguardo "pesante" alla fidanzata del disabile. Questi ha chiesto spiegazioni e, per tutta risposta, sarebbe stato aggredito e fatto cadere della sedia a rotelle. Il suo aggressore lo avrebbe anche colpito con calci e pugni quando era a terra: a quel punto, alcune persone, fra le quali Francesco Mitidieri, sono intervenute per cercare di riportare la calma.
Ma proprio il ragazzo è stato colpito con una coltellata: e al suo arrivo in ospedale era già morto. L' assassino e i suoi tre amici (non sono ancora del tutto chiare le responsabilità di ciascuno nella vicenda) sono fuggiti dal locale, inseguiti da numerosi avventori. Poco dopo, sono stati bloccati dai Carabinieri, che stanno cercando di trovare il coltello con il quale il giovane imbianchino è stato colpito.
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venerdì 6 maggio 2005
ore 14:47 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Iraq, degradata generale Janis Karpinski per gli abusi nel carcere di Abu Ghraib
Il generale americano Janis Karpinski, responsabile della polizia militare in Iraq all'epoca degli abusi nel carcere di Abu Ghraib, è stata degradata a colonnello per il suo coinvolgimento nella vicenda delle sevizie commesse da militari Usa su prigionieri iracheni nel carcere di Bagdad.
Janis Karpinski è stata retrocessa da generale di brigata a colonnello su ordine del presidente George W. Bush. Si tratta del primo ufficiale di alto grado retrocesso in relazione allo scandalo: l'esercito ha giudicato il suo operato "gravemente carente", e l'ha anche accusata di avere tenuto nascosto un suo precedente arresto per taccheggio. Anni addietro aveva rubato profumi e cosmetici per un valore di 50 dollari in uno spaccio della base dove si trovava. Per questo era stata arrestata, ma aveva taciuto l'episodio ai suoi superiori e lo aveva omesso nei moduli ufficiali, nello spazio riservato alla domanda su eventuali arresti precedenti.
All'ex generale, si apprende da un comunicato dell'esercito Usa, viene fatto carico di mancato adempimento del dovere. "Oggi - si legge nella nota - il presidente ha approvato la raccomandazione di annullare la promozione del generale di brigata Karpinski dal suo grado. Questa decisione la retrocede al grado di colonnello della riserva dell'Esercito degli Stati Uniti".
Secondo quanto si era appreso alla fine del mese scorso, un anno esatto dopo lo scoppiare dello scandalo, i vertici del Pentagono in Iraq erano stati scagionati da qualsiasi responsabilità, con l'eccezione appunto della Karpinski, a quel momento soltanto sottoposta a biasimo amministrativo per negligenze in servizio.
Tre dei quattro generali della catena di comando che portava al braccio delle torture a Abu Ghraib erano invece stati assolti. Perfino le poche "mele marce" responsabili degli abusi se la sono cavata finora con pochi anni o pochi mesi di prigione per aver violato la Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra.
Ieri, infine, un giudice militare aveva respinto il patteggiamento di Lynndie England (la riservista ripresa in una foto con un iracheno nudo al guinzaglio nel carcere) che aveva chiesto uno sconto di pena in cambio dell'ammissione della sua colpevolezza. Ora la giustizia militare dovrebbe riformulare le accuse nei suoi confronti.
La decisione del giudice aveva fatto seguito alla deposizione, davanti alla Corte marziale, del sergente Charles Graner, il capo degli aguzzini di Abu Ghraib con cui la riservista ha avuto un figlio concepito proprio al tempo degli abusi e che è stato già condannato a dieci anni di carcere.
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venerdì 6 maggio 2005
ore 12:10 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Non mi far vedere che tortura, che tortura questa campagna elettorale. Speriamo che finisca presto. D'Alema reagisci, rispondi, dì qualcosa! Reagisci!... E dai!... Dai, rispondi! D'Alema dì qualcosa, reagisci...dai!... Di qualcosa, D'Alema rispondi. Non ti far mettere in mezzo sulla giustizia proprio da Berlusconi! D'Alema, dì una cosa di sinistra, dì una cosa anche non di sinistra, di civiltà, D'Alema dì una cosa, dì qualcosa, reagisci!...
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venerdì 6 maggio 2005
ore 12:07 (categoria:
"Vita Quotidiana")
"Difendere le democrazie è la missione della sinistra" di MASSIMO GIANNINI
Presidente D'Alema, la guerra in Iraq e il caso Calipari, per i due poli, sono diventati il terreno di una vera e propria ridefinizione politico-culturale. Come giudica l'intervento del premier in Parlamento sul nostro 007 ucciso a Bagdad? Davvero il caso Calipari è per Berlusconi quello che il caso Sigonella fu per Craxi? "Ma quale Sigonella! Oggi Berlusconi deve registrare una sconfitta. Dalla vicenda Calipari esce a pezzi la strategia miope e inefficace che il Polo ha cavalcato in questi anni. Si erano illusi che la creazione di un asse di ferro con gli Stati Uniti, a scapito delle relazioni europee, ci avrebbe portato solo vantaggi. Oggi, purtroppo, raccogliamo i frutti amari di quella sèmina, sbagliata e irresponsabile...".
Però è vero che una "commissione mista" non era mai stata ottenuta da nessun Paese. "È stata solo un'altra illusione, figlia dello stesso errore di politica estera. Era scontato che un Paese come l'America non avrebbe mai consentito a riconoscere il torto dei suoi militari in guerra. Del resto gli Stati Uniti, come Berlusconi dovrebbe sapere visto che li sostenne anche in quel caso, hanno rifiutato la giurisdizione di un tribunale penale internazionale. Riconoscono solo la loro, di giurisdizione. E l'amministrano con manica larga, come dimostra l'assoluzione per i generali di Abu Ghraib".
Ora attacca Berlusconi, ma ai tempi in cui lei era premier non le andò molto meglio sulla tragedia del Cermis. "È vero che anche in quel caso i militari furono assolti da un tribunale militare americano. Ma il nostro governo pretese di rinegoziare le regole sull'uso delle basi ed ottenne dagli Usa il riconoscimento delle proprie responsabilità e il risarcimento delle vittime, cosa mai avvenuta in precedenza. Nel caso Calipari non avremo nulla di tutto questo".
Comunque, nonostante la sconfitta alle regionali, il Cavaliere rilancia sul partito unico del centrodestra. Non vi preoccupa? "Mi sembra un falso rilancio. Non ci vedo il segno della novità, né di una effettiva ricomposizione politica. Ha più che altro il sapore di una minaccia verso gli alleati. Berlusconi prova a resistere, tenendo insieme i cocci della sua maggioranza. Ma al di là di questa "resistenza" non c'è uno sbocco politico chiaro".
Quindi secondo lei la partita è già chiusa, avete ha già vinto? "Niente affatto. Il centrosinistra si deve dare un'agenda per affrontare un anno molto difficile. La crisi del berlusconismo si porta dietro due rischi molto concreti. Il primo è che si inasprisca ulteriormente lo scontro politico, e il premier radicalizzi ancora di più le sue offensive ideologiche. Il secondo è che si incrini il sistema bipolare, che si favorisca una generale disgregazione del nostro assetto politico".
Dove coglie gli indizi di questa minaccia al bipolarismo? "Nel costante tentativo di certi ambienti di dimostrare a tutti i costi l'inaffidabilità del centrosinistra. L'intenzione è chiara: alimentare il caos anche nell'opposizione, visto che nella maggioranza il caos c'è già, serve a dimostrare che, con questo assetto politico falsamente bipolare, chiunque governi avremo sempre il caos. Questo agevola le tentazioni neo-centriste e proporzionaliste. Ma così si indebolisce il sistema politico, e quindi la nostra stessa democrazia".
La risposta migliore a queste minacce sarebbe che voi foste realmente coesi, almeno sulle grandi questioni programmatiche. Invece non è così. "È vero, a volte appariamo divisi. Ma spesso le divisioni sono il frutto della rappresentazione falsata che si dà del nostro dibattito interno. Lo si descrive o come lotta di potere, e quindi è un litigio di bassa cucina sulle poltrone ministeriali. Oppure come frattura insanabile tra anime inconciliabili, e quindi si strumentalizzano e si enfatizzano alcune posizioni della sinistra radicale, anche al di là della loro effettiva consistenza elettorale".
Presidente D'Alema, parli chiaro. Ce l'ha di nuovo con i giornali? Ricominciamo con i processi alle "iene dattilografe"? "Ce l'ho con le posizioni ambigue, tendenziosamente terziste, che emergono in certa stampa. Si montano casi, si inventano "svolte". Con il solo obiettivo di alimentare i conflitti, e di dare l'idea dello sfascio".
Stiamo ai fatti concreti. La sua uscita alla Fondazione Italianieuropei "sull'espansione della democrazia" che in certi casi non può prescindere dall'uso della forza non è una svolta? "Ma quale svolta? Sono affermazioni che ho fatto più volte, e di cui abbiamo cominciato a discutere già al congresso del nostro partito. Sarebbe una "svolta" dire che non dobbiamo lasciare alla destra il monopolio della difesa della democrazia nel mondo?".
Ma questa non rischia di essere una legittimazione ex post alla guerra in Iraq, che invece avete sempre contestato? "Sono questioni completamente diverse. La guerra unilaterale degli Usa non ha avuto alcuna legittimazione internazionale, e infatti è stata giustificata con la menzogna delle armi di distruzione di massa di Saddam. Non solo, ma aggiungo che l'esito di quella guerra, alla luce di come stanno andando le cose in Iraq, non è affatto certo che sarà la democrazia".
Senta, è stato Bertinotti a dire che è "in totale disaccordo con lei". Non se lo sono inventato i giornali. "Lo capisco. Se Fausto legge sui giornali un titolo che dice "Giusto esportare la democrazia anche con i carrarmati" fa benissimo a dissentire. Anche io dissentirei da me stesso, se avessi detto una cosa del genere. Peccato che io non l'abbia detta. Ho detto invece l'esatto contrario, e cioè che è un tragico errore esportare la democrazia con le guerre. Ma proprio per questo mi sono posto la domanda: cosa dobbiamo e possiamo fare, quando le democrazie in tante parti del mondo sono bandite o minacciate? Lasciamo tutto com'è, e confidiamo solo sulle marce pacifiste? Mi pare una risposta povera e cinica".
Quindi in certi casi la risposta più giusta è l'uso della forza? "È il tema drammatico che il centrosinistra non può più eludere. Dobbiamo farlo per dare risposte diverse da quelle dei "neo-con" della destra americana. Dobbiamo impegnarci per una riforma delle istituzioni multilaterali, a partire dall'Onu. E per una ridefinizione del diritto internazionale, che ci consenta di chiarire su quali basi, dalla soppressione dei diritti fondamentali al genocidio, il ricorso all'uso della forza può essere legittimo. Questo ho detto, questo ripeto. Se il centrosinistra vuole tornare a governare il Paese, si deve impegnare con serietà su questi argomenti, che rappresentano tanta parte della credibilità di una coalizione riformista".
Lei è sicuro che siate tutti d'accordo nell'Ulivo? Prodi, sugli americani, continua a mantenere un giudizio molto duro... "Sull'Iraq non siamo certo noi a dover fare autocritica. Semmai la sta facendo proprio l'America, che ormai ha abbandonato le assurde teorie sulla guerra preventiva o la Coalition of the willing. L'attacco all'Iraq è stato un fallimento disastroso. E la stessa tesi secondo la quale si resta lì finché il Paese non sarà pacificato, ormai, mostra tutti i suoi limiti, perché purtroppo può anche succedere che questa pacificazione non avverrà mai.
Per questo una riflessione sulla exit strategy ci riguarda tutti. Noi non chiediamo il ritiro immediato, ma è chiaro che se ci sarà mai una soluzione per l'Iraq, questa sarà solo politica, e non certo militare. Anche su questo, il centrosinistra deve prendere un'iniziativa forte, per rafforzare l'Europa ma cercando il dialogo con gli Stati Uniti. Se torneremo al governo, tra un anno dovremo trattare comunque con Bush".
Ma le sembra davvero pronto, questo centrosinistra, ad affrontare un compito così gravoso? "Nell'Ulivo c'è grande consapevolezza di quanto tutto questo rappresenti per noi un banco di prova. E mi sembra ci sia anche un grande consenso, sulle linee generali di politica estera che ho appena indicato. Certo, la discussione è appena iniziata. Stiamo entrando nel vivo di un confronto programmatico molto delicato...".
Siamo onesti: su questo un bel po' di ritardo c'è. "Dopo la sua nascita, la federazione unitaria non ha registrato i passi avanti necessari. È il momento di accelerare le tappe. L'Ulivo deve funzionare con i suoi organismi e deve operare con le sue decisioni comuni, contribuendo così ad accelerare la definizione del programma, la scelta dei candidati e le liste".
Il suo è un appello a Prodi, pare di capire? "Sì, lancio questo appello a Romano. Di fronte alla crisi del centrodestra, dobbiamo rispondere con la forza e la credibilità del nostro progetto riformista. Sta a Prodi farlo vivere e portarlo a compimento, in vista del ritorno al governo del Paese. E sta a lui farsi carico di far percepire la Federazione come la casa di tutti".
Ma nella Margherita Franco Marini non ne sembra tanto sicuro. "Ho letto delle sue preoccupazioni. Non credo affatto che vi siano assi privilegiati tra Prodi e i Ds. Ma il fatto stesso che lui abbia di queste preoccupazioni deve impegnare noi tutti, e Prodi per primo, a dissiparle".
Nel frattempo, in Europa, c'è una sinistra che continua a vincere, anche se fa la guerra in Iraq. È quella di Tony Blair, che molti, nell'Unione, considerano un "traditore della sinistra". "Sono analisi rozze e provinciali. Io critico Blair, per le sue scelte sull'Iraq. Ma lui ha vinto le elezioni perché, nonostante tutto, rappresenta una forza laburista che è riuscita comunque a garantire redistribuzione del reddito e solidarietà sociale".
Lo attaccano per le ragioni esattamente opposte. "Segnalo qualche dato: la spesa sociale in Gran Bretagna è superiore a quella italiana di ben 2 punti di Pil. Così come lo sono le spese per il sostegno alla malattia, all'invalidità, alla disoccupazione, che in questi anni hanno registrato un forte incremento. Ecco perché Blair continua a vincere. È il prototipo di una sinistra dinamica che sa fare scelte innovative. Dobbiamo comprenderla. Senza pregiudizi, senza scomuniche. Noi non siamo un gruppetto di no global, ma apparteniamo alla stessa grande famiglia riformista del socialismo europeo. E come Blair in Gran Bretagna, vogliamo e dobbiamo meritarci sul campo il governo del nostro Paese".
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