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Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d’amore. Per sogni, per chimere e per castelli in aria l’anima ho milionaria. Talor dal mio forziere ruban tutti i gioielli due ladri: gli occhi belli. V’entrar con voi pur ora ed i miei sogni usati e i bei sogni miei tosto son dileguati. Ma il furto non m’accora, poiché vi ha preso stanza la dolce speranza!
Or che mi conoscete, parlate voi. Chi siete? Via piaccia dir?

Scrivo un diario inutile. senza note, senza parole, senza frasi. Solo pagine vuote, bianche. Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano. (Alessandro Sebastiano Morandi)
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venerdì 6 maggio 2005
ore 11:08 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Beppe Grillo, attacco all'auto "L'energia deve costare tanto" di VINCENZO BORGOMEO
Il "Grillo-pensiero" vola sul web: nei blog, nei forum e nelle rubriche lettere si moltiplicano gli inni al 'comico' (ma lui si autodefinisce "un partigiano della terza guerra mondiale, quella dell'informazione"), alle sue teorie, al suo approccio con il mondo dell'economia. Il suo spettacolo d'altra parte si chiama Beppegrillo.it, e punta molto sul web, partendo proprio da Ian Clarke, fondatore di Freenet. "Secondo Clarke - dice Grillo - l'unico modo per assicurare la sopravvivenza della democrazia è avere la garanzia che il governo non controlli la possibilità dei cittadini di condividere informazioni e di comunicare".
Temi forti (con tutti questi argomenti - dice - se riesco a farvi divertire sono bravissimo), come le sue provocazioni in fatto di trasporti, altro suo "pallino". Prese per il collo un operaio Fiat (battuta da oscar: "Maledetto, tu costruisci la Stilo!"), aspirò a pieni polmoni i "fumi" di scarico di un'auto a idrogeno e portò il prototipo di Greenpeace ai vertici della Fiat. Oggi, se possibile va oltre. "Le dico subito che il più grande economista del mondo, Bin Laden, ha ragione".
E perché? Non esageriamo. "Perché il petrolio deve costare carissimo, deve andare oltre i fatidici 100 dollari al barile. Allora, e solo allora, la tecnologia e la ricerca per l'auto ecologica avrà un impulso pazzesco. La base di tutto è questo: l'energia deve costare molto e non poco".
Sta dicendo quindi che è possibile cambiare qualcosa? "Bisogna cominciare a rivedere tutti i canoni dell'automobile, iniziare da zero, evitare di investire in sviluppo e ricerca per cose inutili. Parta da questo: la velocità media dell'auto in città è esattamente la stessa di un mulo. Le macchine sono state inventate alla fine dell'Ottocento, e da allora non è cambiato nulla, ci sono sempre i pistoni che fanno su e giù. Sa qual è il problema?
(Grillo è un fiume in piena, si fa le domande da solo e si risponde da solo, impossibile interromperlo, n. d. r.) "Il problema è che l'auto la progetta oggi solo chi fa auto. Ossia piromani brucia petrolio. Le automobili bisogna farle fare a chi non ha mai fatto auto. Se a fare una macchina ci mettiamo tutti i Giugiari del mondo il risultato sarà sempre lo stesso. Quella è gente che se deve fare una macchina elettrica te la fa con interni in pelle e che va a 270 orari".
Il concetto è chiaro, ma se per fare un modello nuovo servono almeno 600 milioni di euro. Chi altro, se non le aziende automobilistiche possono avere soldi e know how? "E' proprio questo il punto. Guardi - per esempio - a chi è venuta l'idea geniale di fare la Smart: a un costruttore di orologi, quello degli Swatch. L'idea della macchina che costava poco e che fosse solo elettrica l'ha avuta lui, uno che non faceva auto. Era una roba geniale. Il suo progetto originale aveva un senso. Poi ovviamente è stato stravolto, lui si è ritirato dall'operazione. I piccoli costruttori hanno idee straordinarie, poi però non riescono a realizzarle".
Colpa dei colossi dell'auto. "Vedo che comincia a capire..."
Altri esempi? "Si ricorda la Renault Twingo modificata da Greenpeace? Con un litro e mezzo faceva 100 km e fu realizzata da quattro disgraziati. Andai a Orbassano, al centro ricerche Fiat per fargliela vedere. Ma lì c'era già tutto. Avevano prototipi fantastici, mai visti, dalla bifuel all'auto idrogeno. Torniamo al discorso di prima: ci vuole una grossa crisi petrolifera per dare impulso alla ricerca".
Ma lasciando perdere Bin Laden e catastrofi energetiche, ci sarà pure una soluzione possibile, almeno in linea teorica. "I costruttori di auto saltano sempre nello stesso stagno. Le faccio un esempio: una macchina che scatta da 0 a 100 in 4 secondi non ha senso, è una cosa anacronistica, antica. E' un po' come il Concorde, un fallimento annunciato, ancor prima che ne cascasse uno. La vera tecnologia è quella che ti permette di non muoverti, non di muoverti più veloce".
Il discorso si complica. "Per forza. Il punto è che bisogna rivedere tutto il sistema della mobilità e andare oltre. Come ci si sposta, perché ci si sposta".
Scusi, e il traffico? "E' una percezione di quello che è l'economia. Mi spiego meglio: se lei apre un camion che si sposta, dentro trova diverse lsorprese".
Tipo? "Un vasetto di yogurt alla fragola che prima di arrivare sulla sua tavola si è fatto 3500 km. Lei lo mangia e dentro ci sono 10 calorie, ma per arrivare a casa sua ha bruciato 3000 calorie. Una follia. Vuole che vado avanti?"
Certo... "Noi facciamo l'aereo più grosso del mondo, che trasporta molti più passeggeri, ma per farlo funzionare bisogna rivedere la mobilità complessiva di chi deve arrivare all'aeroporto. Tutte scelte fatte intorno al concetto che la benzina costerà sempre meno. Sbagliato. Guardi il capolavoro degli Svizzeri: nel 2010 avranno stroncato tutto il trasporto su gomma nel loro paese, spostandolo tutto su ferrovia. Si erano accorti che le polveri sottili dei camion stroncavano le foreste. E senza foreste sarebbero stati travolti da alluvioni e frane. Così per risparmiare sui costi dell'emergenza frane, ora usano solo il treno".
Nel suo spettacolo lei dice che "spostarsi è più una filosofia che una mentalità". Che vuol dire? "La gente si sposta perché sta male dov'è. Se miglioriamo l'habitat la gente si sposta di meno. Bisogna migliorare le città, e fare in modo che il posto di lavoro, di svago, sia vicino. L'alta velocità è infatti un controsenso perché serve solo per farci andare a lavorare - inutilmente - più lontano".
Provocazione finale? "Bisogna riconsiderare tutto, partire da zero. Guardi la ruota: è una cosa che non esiste in natura. Tutto il resto, o quasi, c'è già. Siamo sicuri che sia giusto usarla per i nostri spostamenti?"
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venerdì 6 maggio 2005
ore 10:43 (categoria:
"Vita Quotidiana")
nanni
Il problema è il silenzio. Ma, quale silenzio? Ci sono quattro tipi di silenzio: silenzio letterale, allegorico, morale, divino. E mettere insieme questi quattro tipi di silenzio è molto difficile, quasi impossibile. E' un gol. Ma dopo c'è l'armonia, capisci? E questo succede centosessantatrevolte nella vita, dopo si muore. E questo è molto importante, molto importante...
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venerdì 6 maggio 2005
ore 00:52 (categoria:
"Vita Quotidiana")
non è uno scherzo, è ministro...
Storace riapre il caso Di Bella
E' bastato un accenno per fare scoppiare di nuovo il caso Di Bella, con polemiche e reazioni che la morte del medico sembrava aver sopito. Il nuovo ministro della Salute, Francesco Storace, ha dichiarato oggi che valuterà se mettere tra i farmaci di fascia "A", cioè completamente a carico del servizio sanitario nazionale, la somatostanina, il famoso principio attivo della "cura Di Bella". "Dal dottor Giuseppe Di Bella, figlio del professor Luigi, mi è già arrivata la richiesta - ha detto Storace - Sono al ministero da pochi giorni, valuterò cosa effettivamente si può fare. Ritengo però di poter dire fin da ora che, su questo tema, sarà istituito al più presto un gruppo di lavoro che esamini con rapidità la situazione nel dettaglio".
Luigi Di Bella, scomparso nel 2003, negli anni '90 era stato al centro di un acceso dibattito sulla validità terapeutica della cura contro il cancro da lui sperimentata. Nel cocktail di farmaci messo a punto dal medico di Modena la somatostatina era uno degli ingredienti di punta. Oggi, dopo l'annuncio di Storace, l'associazione degli oncologi italiani, Aiom, ha ricordato che "le sperimentazioni condotte alcuni anni fa sulla cosiddetta terapia Di Bella diedero risultati incontrovertibilmente negativi, dunque è auspicabile che ai malati vengano garantite cure efficaci".
"Mi domando che senso possa avere una nuova valutazione sull'efficacia della cura di Bella - dice il presidente dell'Aiom, Roberto Labianca -, allo stato attuale non vediamo novità che possano giustificare l'istituzione di un nuovo gruppo di lavoro. I dati raccolti nel 1998 sono incontrovertibili: quel cocktail non funziona".
Immediate le reazioni dell'opposizione. Rosy Bindi, ex titolare della Sanità negli anni in cui esplose il caso Di Bella, afferma che per Storace "è una pessima partenza e una scelta irresponsabile, come dimostrano le prime reazioni dei medici e dei ricercatori". La Bindi sostiene che "Storace accredita un'idea distorta della libertà di scelta, che peraltro concede solo a chi gli fa comodo, e mette in discussione i principi di efficacia e appropriatezza delle cure,che garantiscono l'equità e la sostenibilità del sistema sanitario pubblico".
"Molti - aggiunge - si sono chiesti perché Storace sia stato nominato ministro della Salute. Finora c'erano almeno due spiegazioni evidenti: continuare a favorire gli interessi della sanità privata, come aveva fatto con grande zelo nel Lazio, e commissariare le Regioni del centrosinistra, come ha cominciato a fare con le ispezioni dei Nas. Da oggi sappiamo che c'è un terzo motivo: autorizzare il trattamento Di Bella a carico del Servizio sanitario nazionale".
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giovedì 5 maggio 2005
ore 14:46 (categoria:
"Vita Quotidiana")
nanni
In realtà il mio sogno è sempre stato quello di saper ballare bene. Flashdance si chiamava quel film che mi ha cambiato definitivamente la vita. Era un film solo sul ballo. Saper ballare...e invece alla fine mi riduco sempre a guardare, che è anche bello, però...è tutta un'altra cosa.
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giovedì 5 maggio 2005
ore 13:59 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Iraq, non sarà processato il marine che uccise il ferito nella moschea
E' stato prosciolto in istruttoria e non finirà di fronte alla Corte Marziale il caporale dei marines che il 13 novembre scorso fu ripreso da un giornalista freelance che lavorava per la Nbc mentre sparava e uccideva un iracheno ferito e disarmato in una moschea di Falluja.
L'ufficiale comandante della forza di spedizione dei marines cui apparteneva il caporale, del quale non viene rivelato il nome, ha deciso, dopo avere esaminato i fatti, che il comportamento del militare è stato "compatibile che le regole d'ingaggio previste e con la legge di un conflitto armato". La decisione avrebbe tenuto conto anche del fatto che i militari americani erano stati messi in guardia sulla possibilità che i guerriglieri iracheni si fingessero morti per attaccarli a sorpresa e sul fatto che spesso i feriti vengono usati per condurre attacchi suicidi.
La dichiarazione dell'ufficiale comandante è stata diffusa alla base dei marines di Camp Pendleton, in California. Il soldato, secondo quanto si è appreso, sarebbe stato prosciolto anche per la morte di altri due feriti oltre a quello ripreso nel filmato dello scandalo. Deve invece essere ancora valutata la posizione di un marine accusato di aver ucciso nella stessa moschea quattro ribelli disarmati.
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mercoledì 4 maggio 2005
ore 21:10 (categoria:
"Vita Quotidiana")
nanni
Sa cosa stavo pensando? Io stavo pensando una cosa molto triste, cioè che io, anche in una società più decente di questa, mi troverò sempre con una minoranza di persone. Ma non nel senso di quei film dove c'è un uomo e una donna che si odiano, si sbranano su un'isola deserta perché il regista non crede nelle persone. Io credo nelle persone, però non credo nella maggioranza delle persone. Mi sa che mi troverò sempre a mio agio e d'accordo con una minoranza...
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mercoledì 4 maggio 2005
ore 20:10 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Papa "nazista" su internet magistrati contro Indymedia
ROMA - Il gip Marco Patarnello ha disposto il sequestro preventivo di una parte del sito di Indymedia per vilipendio della religione cattolica e della figura del Papa. A sollecitare il provvedimento era stato il pm Salvatore Vitello, in quanto dagli accertamenti della Digos era emerso che sul sito vi erano fotomontaggi di Papa Benedetto XVI in uniforme militare nazista.
Nel sito di riferimento della sinistra antagonista, il Papa viene appellato come "nazista" e ingiuriato con offese in lingua spagnola. La società a cui fa riferimento Indymedia è la Imc, con sede in Brasile, pertanto il pm ha provveduto che venga fatta la rogatoria internazionale per la notifica dell'atto. E questa procedura rischia di andare per le lunghe.
Per il reato di vilipendio della figura del Papa è necessaria l'autorizzazione del ministro della Giustizia, atto che il pm ha già sollecitato. Il gip, nel disporre il sequestro preventivo ha avvalorato la tesi del pm ritenendo che il contenuto del sito internet ostenti disprezzo sia del sentimento religioso che della persona del Pontefice. L'offesa a Benedetto XVI sarebbe quindi evidente, così come quella recata alla religione cattolica che è tutelata dalla norma del codice penale che prevede il reato di vilipendio.
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mercoledì 4 maggio 2005
ore 18:51 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Io, compagno di scuola del mostro Quegli anni vissuti nella paura di MARCO LODOLI
Per cinque anni sono stato a scuola insieme ad Angelo Izzo, al liceo classico San Leone Magno, a Roma, una scuola dei Fratelli Maristi. Dalle otto alle otto e venti si recitava il rosario, tutti i giorni. Izzo stava una classe sopra la mia e la sua sezione era un'accolita di fascisti e di pazzi spaventosi.
Era come se, per uno scherzo assurdo, il caso avesse riunito nella stessa aula una ventina di canaglie violente e invasate.
Erano ricchi, bellocci, si sentivano invulnerabili, afferrati da un delirio superomistico. Avevano i Rayban e i giubbotti di camoscio, le Jaguar e le Mercedes, stivaletti a punta e sorrisi beffardi. Il più feroce era Gianni Guido, un demonio con la faccia da angioletto. Ricordo che una volta vidi uno di loro spegnere una sigaretta sul braccio di un quattordicenne e ridere. Dopo sei mesi quel disgraziato si suicidò. Dissero che si era sparato nel petto con il fucile del padre e la cosa finì lì. Anni dopo Izzo confessò che l'avevano ucciso loro, gli amici del cuore. Ancora non so se sia vero, se le indagini della polizia hanno confermato quell'orrore. Per il piacere di sentirsi un maledetto, Izzo ha confessato tanti delitti che rimangono misteriosi.
Il loro gioco preferito erano gli sfasci, così chiamavano gli stupri fatti in gruppo. Incantavano qualche ragazza ingenua, ma anche qualche pariolina, e la sfasciavano. Avevano pistole e soldi, erano sadici e strafottenti. Ogni tanto prendevano il microfono durante le messe, nello spazio aperto ai fedeli, e si lanciavano in lunghi sermoni misticheggianti. Izzo era una mezza sega, il più magrolino, il meno ricco, il più insicuro. Si diceva che fosse la mente di quella banda di criminali, l'eminenza grigia del gruppo, ma a me pareva solo un ragazzo debole e malaticcio. Girava voce che fosse impotente.
Una volta mi beccarono in tre per viale Eritrea e mi picchiarono, perché ero comunista. Un'altra volta convocarono fuori scuola Cittadini, il più famoso picchiatore nero di Roma. Fortunatamente ero uscito un'ora prima. Cittadini morì per overdose nel cesso del bar Euclide qualche anno dopo. Quando lessi sul giornale del massacro del Circeo, non mi stupii più di tanto. Sapevo quanto quei pazzi disprezzavano le donne e i poveracci.
Sapevo che Izzo e Guido erano capaci di tutto, avevano gli occhi senza luce di chi può uccidere una ragazza come si schiaccia una mosca. Eppure quando vidi in televisione una lunga intervista a Izzo, che condannava il suo passato mostruoso e si diceva cambiato, ho provato un sollievo. Si può sempre cambiare, ho pensato. Mi ero sbagliato.
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mercoledì 4 maggio 2005
ore 12:49 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Sylvester Weah, la prova delle espulsioni-scandalo
Torniamo a parlare della Cap Anamur: durante questa settimana sono accadute due cose importanti. La prima è che uno dei trentacinque immigrati espulsi illegalmente dall'Italia nello scorso mese di luglio è stato rintracciato: si chiama Sylvester Weah, ha 21 anni, è originario della Sierra Leone. Ne racconteremo la storia. La seconda è che alcuni lettori hanno espresso incredulità rispetto alla vicenda dei riconoscimenti di nazionalità "a vista" di cui avevamo parlato sette giorni fa a proposito della storia di Fatawu Lasisi, l'unico ex della Cap Anamur che ancora vive (da clandestino) in Italia. Li capiamo, non è facile credere che uno Stato come il nostro possa affidare il destino di un uomo al parere di un funzionario consolare che, dopo un colloquio di pochi minuti, ne stabilisce la nazionalità: nigeriano, sudanese o ghanese. Anche noi abbiamo sperato che fosse un caso isolato. Purtroppo non era così. E quel che è accaduto a Sylvester Weah lo dimostra.
Chi volesse saperne di più troverà la storia di Fatawu (e della guerra che l'Italia gli ha dichiarato) nell'indice di questa rubrica. Ma per seguire la storia del suo compagno di sventura, Sylvester Weah, basterà ricordare che dei trentasette naufraghi della Cap Anamur, ben trentacinque nel luglio del 2004 furono espulsi dall'Italia prima che la magistratura si pronunciasse sul loro ricorso. E che quando la pronuncia dei giudici arrivò - a loro favorevole - erano ormai stati rispediti in vari paesi africani. Quelli dove, secondo il riconoscimento "a vista", avevano la cittadinanza.
Sylvester, dopo lo sbarco a Porto Empedocle, aveva detto di venire dalla Sierra Leone. Ma, esaminato dal console del Ghana su incarico del nostro ministero, era stato dichiarato appunto ghanese. S'era disperato. Aveva spiegato di aver vissuto in Ghana, ma solo dopo essere fuggito dalla Sierra Leone, dove la sua famiglia era stata vittima di feroci persecuzioni politiche. In definitiva, aveva dato una spiegazione credibile, quanto meno da verificare, di quelle inflessioni che avevano indotto il console ghanese a dichiararlo suo connazionale. Fatica inutile. Il verdetto era stato ormai pronunciato. E, a quanto pare, non prevedeva appello.
Anche questo, temiamo, potrebbe apparire incredibile. Eppure fu compiuto veramente il tentativo di impedire agli avvocati di entrare nel Centro di permanenza temporanea di Caltanissetta per parlare coi loro clienti. Ricorda la senatrice Tana De Zulueta: "Telefonai al prefetto e gli feci notare che in quel modo l'Italia si esponeva al rischio di una sanzione per violazione della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Dopo un quarto d'ora gli avvocati finalmente ebbero il permesso di entrare. Era stato, si scusarono i responsabili del Centro, uno spiacevole equivoco".
Qualche giorno dopo, i trentacinque naufraghi della Cap Anamur furono espulsi e caricati sulla forza su alcuni aerei. Sylvester si ritrovò ad Accra.
Evidentemente, quanto all'individuazione della nazionalità, le autorità consolari e la polizia di frontiera del Ghana applicano criteri diversi. Infatti, Sylvester, che in Italia era stato dichiarato ghanese dal console del Ghana, all'aeroporto di Accra non fu riconosciuto come tale dalle guardie di frontiera ghanesi. Sì, può sembrare uno scioglilingua, ma è una tragedia. Per un attimo la polizia ghanese pensò di rispedirlo in Italia. Ma come, visto che l'Italia l'aveva appena mandato via? Fu così che Sylvester - precipitato nel limbo dei senza patria grazie all'incontro tra la burocrazia mediterranea e quella africana - fu lasciato libero. Che si arrangiasse, insomma, e andasse dove gli pareva.
In tasca non aveva né un documento valido né un soldo. Ma aveva un oggetto prezioso, un telefonino, che un giornalista gli aveva fatto avere di nascosto mentre si trovava recluso nel Centro di Caltanissetta. Quel cellulare era il suo unico contatto col mondo.
Il giornalista, senza grandi speranze, il giorno dopo la partenza dell'aereo per Accra compose il numero del cellulare. In quel momento Sylvester era appena uscito dall'aeroporto di Accra e, a piedi, vagava alla ricerca di un passaggio per arrivare a Kumasi, una città del Ghana dove era transitato durante la fuga verso l'Europa e sperava di trovare qualcuno che gli desse un posto per dormire e qualcosa da mangiare. Lo squillo del cellulare gli parve un sogno. Rispose subito e raccontò con la voce rotta dal pianto quel che gli era capitato. Capì che non era rimasto solo.
Cominciò un rapporto che non si è mai spezzato e che è anche la ragione per cui di Sylvester, unico tra i trentacinque espulsi della Cap Anamur, non si sono perse le tracce.
E' una forma un po' speciale di adozione a distanza. Neanche tanto speciale, a pensarci bene, visto che Sylvester da bambino è rimasto orfano di madre e del padre da anni non ha alcuna notizia. Dall'Italia non solo gli è arrivato un aiuto economico ma anche un appoggio per proseguire la battaglia legale per il riconoscimento del diritto d'asilo. A settembre è riuscito finalmente ad avere dalla Sierra Leone un passaporto e un certificato di nascita. Le prove, credeva definitive, che il console ghanese, l'esperto in riconoscimenti 'a vista', aveva preso un abbaglio. Ha fotocopiato i documenti e li ha inviati al suo avvocato italiano che li ha portato fino all'ufficio del giudice.
Ma c'era un errore. Uno di quelli che si chiamano "errori materiali". Sul passaporto i funzionari della Sierra Leone avevano sbagliato il nome di famiglia. Anziché Weah, cognome paterno dichiarato in Italia, c'era scritto il cognome del nonno, Seth. Tutti gli altri dati corrispondevano perfettamente. Era appunto un errore materiale, evidente, uno di quegli errori che una volta rilevati vengono semplicemente corretti. Almeno quando colpiscono i diritti di un cittadino italiano. Nel caso di Sylvester è bastato perché il ricorso venisse respinto e l'espulsione confermata.
Gli è rimasta la speranza, cioè quel cellulare che continua a funzionare. L'ultima telefonata è di pochi giorni fa. Sylvester sta seguendo un corso di informatica e non ha perso la speranza di raggiungere l'Europa. Sta anche studiando una lingua. Il tedesco.
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mercoledì 4 maggio 2005
ore 12:04 (categoria:
"Vita Quotidiana")
per gli amanti del genere
"Nichi", la politica scelta di vita Ecco il film sul governatore Vendola di CLAUDIA MORGOGLIONE
Un nuovo record, per Nichi Vendola. Non solo il primo politico a vincere primarie nel centrosinistra. Non solo il primo esponente di Rifondazione comunista a conquistare una Regione italiana. Ma adesso anche il primo governatore a diventare protagonista assoluto di un film-documentario, che si chiama come lui: "Nichi", semplicemente. E che sarà nei cinema da venerdì 6 maggio, nelle grandi città e in tutti i capoluoghi di provincia della sua Puglia: impresa notevole anche questa, visto che di solito opere del genere vengono relegate alle feste di partito o alla programmazione tv (meglio se notturna).
Insomma: da star della politica nazionale a divo del cinema? Lui, presente ieri sera all'anteprima del film, al cinema Nuovo Olimpia di Roma, si schermisce: "Io un governatore attore? - dichiara al termine della proiezione, applauditissima da una platea di veri fan - non credo, io qui non recito ma racconto: non si tratta di fiction, ma di qualcosa di legato alla realtà".
Al di là delle definizioni, quel che è certo è che siamo di fronte a un personaggio dall'immagine vincente. E lo dimostra anche il fatto che, a veder celebrare sul grande schermo le sue gesta, ci sono un bel po' di volti noti: Giovanna Melandri, Michele Santoro, Pietro Folena, il leader dell'Arcigay Franco Grillini, il produttore-editore Domenico Procacci, il regista Citto Maselli, Valentino Parlato, Corrado Augias.
Ma veniamo al film, opera prima di regia del produttore Gianluca Arcopinto, che con la sua casa di distribuzione, la Pablo, tiene alta la bandiera del cinema indipendente e alternativo ai grandi circuiti. E che questa volta, appunto, ha scelto di impugnare in prima persona la macchina da presa, per realizzare un'opera che, come spiega lui stesso, "non vuole raccontare la campagna elettorale di Vendola, né la sua vittoria, ma una persona. Nichi per me è una fiammella di speranza, in questo paese che rischia di andare alla deriva".
Con queste premesse, non sorprende che il documentario si concentri esclusivamente sull'attuale governatore. Alternando alcuni comizi della sua campagna in Puglia a suoi discorsi più rilassati, seduto su un divano, e a filmati che ricostruiscono i suoi riferimenti ideali e culturali: Enrico Berlinguer, in primo luogo, che non a caso apre il film. Vediamo così scorrere sullo schermo le immagini piene di sofferenza dell'ultimo comizio del leader del Pci, quello durante il quale si sentì male e che lo portò alla morte. E ancora, più avanti, lo vediamo qualche anno prima, mentre legge, nel corso di una tribuna televisiva, la lettera di un povero pensionato invalido che non riesce a tirare avanti.
Come a dire: una persona vera, coi problemi veri, che irrompe nel teatrino della politica. E poi vediamo la folla immensa accorsa per salutarlo un'ultima volta, ai suoi funerali. Insomma, per Vendola, lo scomparso segretario del Pci è un esempio, forse un maestro: rappresenta ancora oggi, come lui stesso spiega, "una barriera ai tentativi di banalizzazione" della realtà.
Altra figura ricordata nel film è quella di Pierpaolo Pasolini. Vediamo le immagini anche dei suoi funerali, con l'appassionata orazione di Alberto Moravia; e ascoltiamo Vendola che legge una sua poesia.
Al centro di tutto, però, resta sempre lui, Nichi, colui che dà nome al film.
Una scelta di per sé impegnativa, che sottintende grande popolarità: un po' come il film biografico su Ray Charles che si chiama, semplicemente, "Ray". Ma cos'ha di speciale, questo ragazzo quarantaseienne del Sud, comunista, cattolico e gay? Da alcuni spezzoni dei suoi comizi, emergono senz'altro la sua passione e la sua bravura oratoria. Insieme al suo mettere al centro di tutto, sempre, il problema della precarietà del lavoro, che crea ansia e disumanizzazione. Concetti espressi, spesso, con frasi a effetto: come quando dichiara che viene accusato di un reato grave, quello di sognare, e che lui ha intenzione di dichiararsi colpevole e recidivo.
Il tutto, va detto, in un contesto indubbiamente agiografico: nel film a parlare di Nichi è solo Nichi, non ci sono altre testimonianze che mettono in chiaroscuro, almeno un minimo, il personaggio. Che infatti, al termine della proiezione del film, quasi si schermisce di fronte a tale e tanto omaggio.
Dichiarandosi però soddisfatto, perché la pellicola "collega quel pezzetto di vita (la campagna elettorale, ndr) con i grandi percorsi della mia vita". E dunque lo spettatore Vendola esorterebbe il pubblico ad andare a vederlo al cinema? "Un po' mi vergogno, a consigliarlo - conclude lui - ma produttori e regista meritano che venga visto".
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