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Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d’amore. Per sogni, per chimere e per castelli in aria l’anima ho milionaria. Talor dal mio forziere ruban tutti i gioielli due ladri: gli occhi belli. V’entrar con voi pur ora ed i miei sogni usati e i bei sogni miei tosto son dileguati. Ma il furto non m’accora, poiché vi ha preso stanza la dolce speranza!
Or che mi conoscete, parlate voi. Chi siete? Via piaccia dir?

Scrivo un diario inutile. senza note, senza parole, senza frasi. Solo pagine vuote, bianche. Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano. (Alessandro Sebastiano Morandi)
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martedì 3 maggio 2005
ore 13:39 (categoria:
"Vita Quotidiana")
I rapporti italiano e americano Due verità a confronto
SONO distanti le versioni italiana e americana su quanto accaduto il 4 marzo scorso al check point 541, sulla strada che da Bagdad porta all'aeroporto, quando Nicola Calipari rimase ucciso dal fuoco americano appena dopo aver preso in consegna Giuliana Sgrena rapita in Iraq un mese prima. Per i relatori americani rimane fermo che i soldati del blocco 541 non erano stati informati del passaggio del convoglio italiano, che la Toyota con a bordo i funzionari del Sismi e l'ostaggio liberato andava a velocità sostenuta e che, soprattutto, i militari si attennero alle regole d'ingaggio che includono, come ultima opzione, la possibilità di far fuoco per uccidere.
Ecco i principali punti sui quali i due rapporti si sono soffermati e che, sovente, fanno segnare discordi valutazioni.
Sito non preservato. Il rapporto italiano evidenzia come dopo la sparatoria "il luogo dell'evento non è stato preservato" e "dopo che la macchina si era fermata". Questa circostanza, quindi, "non ha consentito a coloro che hanno svolto l'indagine sommaria nelle ore immediatamente successive di potere acquisire misurazioni precise delle distanze e delle posizioni sul terreno degli oggetti di rilievo coinvolti nell'evento". A ciò si aggiunga la rimozione e l' eliminazione dei bossoli "effettuata, asseritamente, al fine di consentire libertà di movimento della torretta del veicolo col quale è stata trasportata la signora Sgrena all'ospedale e per evitare il rischio che forassero i pneumatici delle autovetture".
Coordinamento. Per gli americani "nessuno dei soldati" al posto di blocco, e nessuna autorità americana, sapeva dell'arrivo degli italiani, anche se un capitano ne era al corrente in quanto informato "poco prima della sparatoria". Secondo la versione Usa, Calipari avrebbe parlato degli spostamenti della Toyota solo con il funzionario di collegamento che li attendeva all'aeroporto. Nelle conclusioni del loro rapporto, gli americani sostengono che con un "maggior coordinamento" si sarebbe potuta evitare la morte di Calipari.
Nel rapporto italiano, si evidenzia che "non risulta che siano state diramate indicazioni o raccomandazione in merito all'esigenza, per coloro che percorrono la Route Irish e la Route Vernon, di utilizzare scorte o altre particolari precauzioni (ad esempio obbligo di comunicazioni preventive a autorità militari e civili) durante le fasce orarie non soggette a coprifuoco". Gli italiani dissentono con gli americani su una questione nodale: non è rilevante "chiedersi cosa sarebbe successo se la catena di comando avesse saputo del contenuto dell'operazione, né quale avrebbe potuto essere il comportamento dei militari nel caso avessero saputo che un'auto alleata si stava avvicinando". Un soldato americano, dice il rapporto, ha detto che nulla sarebbe cambiato, e altri due che avrebbero chiesto i documenti agli italiani.
Avvertimento. Secondo le regole d'ingaggio adottate dagli americani - e citate nel rapporto del Pentagono - i soldati al posto di blocco hanno nell'ordine: puntato un potente faro sull'auto in avvicinamento prima che questa arrivasse alla 'linea di allerta'; diretto il puntatore al laser verde contro il parabrezza della Toyota, una volta che l'auto aveva raggiunto la 'linea di allerta'; gridato e sparato due, tre raffiche sull'area erbosa alla destra dell'auto che si stava avvicinando alla 'linea di avvertimento'; infine, sparato un'altra raffica verso il motore, "sventagliandola dal terreno sul lato del passeggero verso il motore" nel tentativo di fermarlo.
Dai rapporti emergono due circostanze precise: i soldati del check point non sapevano che gli italiani si stessero avvicinando; gli italiani, per parte loro, non sapevano che sulla rampa della strada che porta all'aeroporto "ci fosse un posto di blocco".
Il check point 541. Gli americani hanno detto che gli uomini in turno al check point erano dieci: Capitano Michael Drew, tenente Robert Daniels, tenente Nicolas Acosta, sergente Sean O' Hara, sergente Luis Domangue, sergente Micheal Brown, soldato scelto Kenneth Mejia, soldato scelto Mario Lozano, soldato scelto Brian Peck, sergente Edwin Feliciano. Il posto di blocco - uno dei quattro su quella strada - era stato allestito per proteggere il passaggio dell'allora ambasciatore Usa in Iraq, John Negroponte, oltre un'ora prima della sparatoria. Nella Toyota erano presenti, secondo gli Usa, Nicola Calipari, il suo collega del Andrea Carpani e Giuliana Sgrena.
Sulla composizione del distaccamento Usa al check point 541, e sugli occupanti italiani della Toyota, nessun rilievo da parte italiana. Molte, invece, le critiche all'"errore di avere lasciato la gestione del Centro operativo tattico ai militari del battaglione di artiglieria, laddove non erano ancora capaci di gestirlo correttamente e non erano in grado di coordinarsi con le altre unità". Critiche, invece, alla "evidente mancanza di un adeguato approfondimento e specificazione" delle procedure da seguire nel caso di attivazione di un posto di controllo lungo una strada considerata ad alto rischio. In particolare le critiche sono indirizzate verso "le valutazioni di rischio, l'equipaggiamento necessario per il loro allestimento, le considerazioni sulla selezione del sito, e la collocazione di segnalai o di indicatori chiaramente visibili sia di giorno sia di notte, adottando standard comunemente accettati in ambito internazionale, per tanto riconoscibili facilmente sia da parte di soldati che di civili.
Addestramento dei soldati Usa. Il rapporto italiano sottolinea il relativo addestramento dei soldati che componevano il BP 541 i quali, provenendo - nella vita privata - da attività non specificatamente militari, erano stati affiancati a un'altra unità. Da questa, dice il rapporto italiano, hanno ricevuto un addestramento "per imitazione", "di per sé non ottimale per la formazione dei militari di professione, ancor meno efficace se applicato a personale della riserva".
La velocità della Toyota. E' uno dei punti più controversi tra Italia e Usa. Nel rapporto del Pentagono si sostiene che il sergente Brown, addestrato a stimare la velocità dei veicoli perché poliziotto a New York, ha valutato che la Toyota stava procedendo a circa 50 miglia orarie (circa 80 chilometri orari) e che non diminuì l'andatura, nemmeno dopo il primo avvertimento luminoso.
Secondo il rapporto italiano, "il conducente della Toyota non ricorda di avere controllato il tachimetro nei pressi della rampa, ma ricorda che procedeva a velocità costante pari a circa 70 chilometri orari prima di entrare in una enorme pozza d'acqua, in un sottopasso, a circa uno, due chilometri dalla rampa.
La signora Sgrena concorda sul fatto che prima di imbattersi nella pozza la vettura andasse ad una "velocità normale", e all'uscita della pozza d'acqua la marcia aveva subito "un sensibile rallentamento". "La strada era bagnata - prosegue il rapporto - e il conducente, uscendo dal sottopassaggio (....) aveva prudentemente rallentato l'andatura nel timore di incontrare ulteriori allagamenti.
Tale affermazione è confermata dal quella del funzionario del Sismi che li attendeva all'ingresso dell'aeroporto, in quel momento in contatto telefonico con il conducente. Apprestandosi ad affrontare la rampa di uscita dell'autostrada il conducente ha ulteriormente rallentato. Entrambi i rallentamenti d'andatura sono stati percepiti, e lucidamente ricordati, perfino dalla signora Sgrena, che in quel momento non era certo interessata allo stile di guida". Nel rapporto italiano, si sottolineano le contraddizioni nelle testimonianze dei militari Usa sulla velocità tenuta dalla Toyota ("viene stimata, con pretesa precisione, da ognuno in maniera diversa: si va dalle 50 alle 80 miglia orarie").
I proiettili. Sembrano concordanti le analisi contenute nei due rapporti sui proiettili sparati o che hanno colpito la Toyota. I due rapporti concordano, in particolare, sul numero dei proiettili (undici), tutti calibro 7,62 che hanno perforato la parte anteriore destra della vettura, esplosi dallo stesso militare, indicato nella relazione italiana con la sigla Usa-A-8.
Gli istanti successivi alla sparatoria. Secondo i relatori americani, il funzionario del Sismi Carpani esce dall'auto con le mani alzate, impugnando un cellulare. Quattro militari Usa gli si avvicinano ad armi puntate tenendolo a terra e chiedendogli chi ci sia sull'auto. Dopo l'esame del distintivo e dei documenti di Calipari, e la perquisizione del veicolo, prestano i primi soccorsi al funzionario - definito "gravemente ferito" - e alla Sgrena, anch'essa ferita. Calipari però "muore pochi minuti dopo".
Il rapporto italiano - che per grandi linee è simile a quello americano per quanto riguarda ciò che accadde subito dopo la sparatoria - definisce in "netta dissonanza", rispetto alle altre, la testimonianza di un soldato americano, che ha riferito di avere sentito il funzionario del Sismi Carpani dire che: "prima di essere inquadrato dalla luce e di essere colpito dai proiettili era nel panico; che per questo aveva accelerato e che aveva fretta di recarsi in aeroporto". Nessun altro soldato Usa ha definito, dice il rapporto, il conducente "nel panico", "semmai scosso per il fuoco amico".
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martedì 3 maggio 2005
ore 13:01 (categoria:
"Vita Quotidiana")
La strategia della reticenza di GIUSEPPE D'AVANZO
COMINCIAMO dalla coda di questo rapporto che vuole essere - e come tale viene annunciato - un contro-rapporto, una contro-deduzione: un'analisi e una verifica che dovrebbe svelare e indicare le responsabilità della pattuglia di soldati americani che, la notte del 4 marzo, ha ucciso Nicola Calipari. Nelle ultime righe delle 67 pagine si leggono 4 conclusioni alquanto nette.
1. "È da valutare aderente alla realtà dei fatti quanto asserito dalla signora Sgrena e dal conducente della Toyota Corolla". Dunque, Giuliana Sgrena e il maggiore C., alla guida della Corolla, non mentono: "La loro ricostruzione è coerente e plausibile".
2. I rappresentanti italiani della commissione (l'ambasciatore Ragaglini e il generale Campregher) "non hanno individuato elementi atti a far supporre che i fatti e le vicende che hanno portato alla tragedia siano riconducibili a elementi di volontarietà". Gli americani, per dirla in modo comprensibile, non l'hanno fatto apposta.
3. "È verosimile che lo stato di tensione dipendente dalle circostanze di tempo, modo e luogo, e probabilmente dall'inesperienza e dallo stress, abbia potuto indurre taluni militari a reazioni istintive e poco controllate". È verosimile, dunque. Non è né vero né falso, ma forse appena probabile o addirittura soltanto possibile, che qualche soldato per stanchezza o immaturità abbia perso quella notte il controllo.
4. Non ci sono regole chiare per un blocking position, insomma per un posto di blocco volante, e dunque è "problematica la precisa individuazione, attribuzione e graduazione di specifiche responsabilità individuali". Nessuno ha colpa o può essere detto responsabile della morte di Nicola Calipari.
Se si parte dalla coda, si comprende che il governo italiano non ha in mano nessuna fonte di prova - né forse la voglia o la possibilità - di accusare alcuno. Il governo italiano conviene che è stata una tragedia accidentale. Un omicidio colposo. Nessuno può finire sul banco degli imputati. è una conclusione che, se si escludono le percezioni del maggiore e della Sgrena, si sovrappone agli esiti dell'indagine americana come una fotocopia al punto che c'è da chiedersi perché Palazzo Chigi si è risolto a non firmare il lavoro della commissione.
La ragione delle decisione va rintracciata non in Iraq, non in quel che è accaduto durante il sequestro di Giuliane Sgrena e nella notte del 4 marzo quando venne liberata, né nelle correzioni della politica verso Washington, ma nel dibattito politico italiano, nelle convenienze di Berlusconi. Il governo deve salvare la faccia. Ha giocato la sua partita inalberando il vessillo della "dignità nazionale" e dell'"orgoglio patrio", avvantaggiandosi dell'inedito sostegno della sinistra radicale. Contemporaneamente il capo del governo non può davvero rompere con gli americani. Dà allora un colpo al cerchio e un altro alla botte. Accetta la conclusione del comando multinazionale e dissemina il rapporto di reticenze e trucchi verbali. Deve stare alla trama dei fatti non ai fantasmi della propaganda e, quelli, i fatti, non gli offrono alcuna vera possibilità di spingere in fuorigioco l'amico americano. Quando bisogna mettere parole nero su bianco non lo si può fare con i veleni o i bocconi tossici distribuiti in questi giorni all'opinione pubblica. Conviene dunque annotare - molto velocemente - che cosa non c'è di tutte le rivelazioni diffuse e accreditare da "fonti di intelligence" o da "fonti vicine al governo", in queste settimane. Non c'è la bubbola che Nicola Calipari fosse pedinato nella sua missione a Bagdad. Scompare nel nulla venefico da cui era nata, la notizia che un'auto ha seguito la Toyota Corolla per un'ora nelle strade della città. Non si ha traccia dell'aereo che teneva dietro l'auto degli italiani lungo l'autostrada verso l'aeroporto. Non c'è più traccia della comunicazione che il Sismi avesse informato il capostazione della Cia della missione che doveva riportare a casa la nostra giornalista. È stato uno dei punti chiave. Roma, il Sismi, il governo, il ministero della Difesa - non si sa chi - aveva comunicato al comando della forza di coalizione che Nicola Calipari sarebbe atterrato a Bagdad per liberare la giornalista? Le "soffiate" distribuite prevedevano, un sì o un nebuloso sì forse. La Cia lo sapeva. Di certo, dicevano le voci di dentro ai giornali, il capitano Green, aiutante di campo del nostro generale Marioli sapeva, era stato informato 20, 25 minuti prima della sparatoria. Purtroppo è saltato fuori che, è vero, il generale Marioli disse a Green che in aeroporto stava arrivando con Calipari la Sgrena, ma gli disse anche di tenere la bocca chiusa con tutti.
Non si propone più nemmeno l'ipotesi che a sparare non fosse stata una compagnia del 69° reggimento fanteria della guardia nazionale di New York, ma addirittura un manipolo di mercenari della Blackwater security di scorta all'ambasciatore Negroponte. Tutte le bagatelle costruite, con il consueto metodo depistatorio che ha governato la nostra lotta al terrorismo, si sono afflosciate come un sacco vuoto, alla prova di un documento ufficiale. Quel che resta nero su bianco sono, si può dire, osservazioni da polizia stradale incrociate alle notule di un burocrate ministeriale.
Che cos'è un blocking position (BP)? Il burocrate sostiene che la BP non "è codificata: non c'è né nei manuali dell'esercito né nelle procedure operative standardizzate emanate a cura delle unità, non c'è alcun accenno alle modalità di costituzione, di organizzazione e di gestione dei BP". Ovviamente, il burocrate deve ammettere che "la posizione di blocco (BP) è una locuzione comunemente utilizzata nel gergo dei militari Usa e non sarebbe altro che una delle diverse missioni che si possono assegnare a un Traffic Control Point". Stabilito che i posti di blocco volanti esistono anche per l'esercito americano, il burocrate lascia il posto all'agente della polizia stradale. Come ci si organizza in blocking position? Gli italiani pretendono di spiegarlo, dimentichi di quanto è accaduto a Nassiriya. Bisogna disporre di "segnaletica, in lingua locale e in inglese di preavviso della presenza del check point e dell'esigenza di fermarsi... tale segnaletica deve essere collocata a una distanza di 200-400 metri dalla linea di arresto... occorrono cavalli di frisia... coni riflettenti con funzioni di canalizzazione.. luci chimiche per segnalare gli ostacoli posti sulla carreggiata, strumenti per la visione notturna, rotoli di filo spinato e nastro da cantoniere, 1 (una) torcia elettrica per segnalazioni al traffico in afflusso... ". Visto che c'è, la "polizia stradale" prende il sopravvento nel contro-rapporto. "La scena dei fatti non è stata preservata dopo la sparatoria, nonostante il comandante di compagnia e i responsabile del veicolo fossero, nella vita civile, rispettivamente un sergente e un agente di polizia". Quel che segue è addirittura imbarazzante perché sembra che l'estensore, gli estensori del rapporto vogliano discutere della tragedia di Nicola Calipari come se si trattasse di un incidente stradale lungo la Roma-Civitavecchia. È fuor di dubbio, che i rilievi della scientifica sul tratto autostradale italiano siano possibile ad ogni ora del giorno e della notte, ma i rappresentanti italiani (o chi ha corretto il loro lavoro) sembrano pretendere che le stesse modalità siano rispettate su un'autostrada detta "della morte", dove per ogni miglio ci sono in media quasi dodici attacchi al giorno. Quando si deve affrontare, poi, l'assenza di ogni informazione, concessa agli americani, sulla missione di Calipari, il rapporto postula uno scenario messo insieme da un meccanico non abilissimo.
"Indiscutibilmente, è certo e assodato che il comando americano fosse al corrente dell'arrivo di Calipari". Ci mancherebbe altro. Gli danno bagde, pistola e l'accompagnano all'autonoleggio. Ma sapevano della sua missione? No, e comunque sottolinea, infantile e capriccioso il rapporto, "l'eventuale conoscenza della missione del Sismi non avrebbe potuto avere alcuna incidenza favorevole sul coro degli eventi". In soldoni, se anche i soldati americani del posto di blocco volante avessero saputo dell'obiettivo di Nicola Calipari, nulla sarebbe cambiato. Sempre avrebbero accoppato Nicola... Sono risposte così imbarazzate e tortuose, così poco consolanti che ci chiede se valesse davvero la pena fare un contro-rapporto. Davvero Berlusconi con questi argomenti pensa di passare per eroe della "dignità nazionale"?
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martedì 3 maggio 2005
ore 09:01 (categoria:
"Vita Quotidiana")
A un mese dalle dimissioni Muti riconquista la Scala di ANDREA MONTANARI
Un trionfo, oltre dieci minuti di applausi, ovazioni, grida di "bravo" ripetuti e lanci di fiori. E a sorpresa un bis tutto italiano, la sinfonia da La forza del destino di Verdi che ha scatenato il pubblico. La Scala ha festeggiato, ieri, con una serata da grandi occasioni, il ritorno di Riccardo Muti a un mese dalle sue clamorose dimissioni da direttore musicale del teatro. Nel palco d'onore, accanto al neo-sovrintendente Stephan Lissner, il presidente della Camera Pierferdinando Casini è entusiasta. "Sono voluto venire apposta stasera per trasmettere a Muti un sentimento che è di tanti: è un grande orgoglio nazionale".
Con il piglio di sempre, appena un po' emozionato, forse, il Maestro ha diretto i Wiener Philharmoniker, una delle sue orchestra preferite, nel concerto organizzato dal Fai - Fondo ambiente italiano. "Sono felice. È stata una magnifica serata", dirà poi in camerino. Teatro esaurito da giorni, i fan del maestro in fibrillazione, molti con in mano un appello "Muti deve tornare" e una lista di attesa lunghissima (davanti al maxischermo montato in corso Vittorio Emanuele, si sono raccolti altre duecento persone circa). E le attese non sono andate deluse, nonostante il programma non fosse certo popolare, ma raffinato: la Sinfonia in sol maggiore Hob:94 La sorpresa di Franz Joseph Haydn e la Sinfonia in do minore opera 43 Il divino poema di Aleksandr Skrjabin. Applauditissimi.
Una dimostrazione di affetto che ha commosso Muti. Un modo per tentare di gettare dietro le spalle le polemiche dei mesi scorsi. Solo le prossime settimane diranno se anche questo gesto aiuterà il tentativo di riportare Muti alla Scala già il prossimo anno, promesso dal nuovo sovrintendente, da oggi già al lavoro, tanto che domani è giù fissato un incontro con i sindacati. Anche se ieri tra gli applausi circolavano voci di un Muti diretto al Maggio Musicale Fiorentino.
In questo caso sarebbe un ritorno alle origini. È a Firenze, infatti, che negli anni Settanta il Maestro conquistò per la prima volta la fama internazionale. Ma ieri sera le polemiche dei mesi scorsi sono rimaste fuori. "Finalmente ha trionfato la musica", dicevano tutti. Lo ha ripetuto l'ex sovrintendente Mauro Meli, al suo ultimo giorno di lavoro e Fedele Confalonieri consigliere del cda scaligero. Lo ha ribadito la presidente del Fai, Giulia Maria Crespi ("Muti deve tornare e con lui Abbado, perché la musica deve essere sopra tutto") e tra le altre celebrità, il ministro Lunardi, il vicepresidente del Csm Virginio Rognoni, l'attrice Valentina Cortese e l'oncologo Umberto Veronesi e il sindaco di Milano Gabriele Albertini.
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lunedì 2 maggio 2005
ore 18:09 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Processo per le torture ad Abu Ghraib Lynndie England si dichiara colpevole
Lynndie England si è dichiarata colpevole. La soldatessa diventata famosa per le torture nel carcere iracheno di Abu Ghraib (tristemente celebre la foto con l'iracheno nudo al guinzaglio) è imputata al processo di corte marziale che si è aperto oggi a Fort Hood in Texas. E ha ammesso le sue colpe per sette dei capi di imputazione. Altri due sono caduti.
La England, che ha 22 anni, dovrebbe conoscere questa settimana il verdetto nei suoi confronti per aver partecipato alle sevizie e alle umiliazioni su prigionieri di guerra. Grazie all'ammissione di colpevolezza Lynndie rischia fino a 11 anni di prigione contro i 16 e mezzo iniziali, ma i suoi avvocati non escludono una riduzione ulteriore della pena.
La soldatessa è rimasta incinta a Abu Ghraib. Il padre del bambino e Charles Graner, un altro riservista condannato a dieci anni di prigione per lo scandalo delle torture.
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lunedì 2 maggio 2005
ore 03:15 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Vieni, vieni! Via dall'anima in pena l'angoscia paurosa. È notte serena! Guarda: dorme ogni cosa!
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sabato 30 aprile 2005
ore 09:38 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Quando la "verità" diventa politica il gioco d'azzardo del governo di GIUSEPPE D'AVANZO
LA Toyota Corolla di Nicola Calipari viaggia, dunque, a 96 chilometri all'ora nella notte del 4 marzo. In tre secondi l'auto "copre" gli ultimi 88 metri della sua corsa. Tre secondi sono un tempo infinitesimo che non consente molta consapevolezza. Soltanto percezioni. Se si conviene che - in quei pochi attimi - americani e italiani hanno soltanto intuizioni, si può sostenere che le due versioni, apparse in contraddizione, possono anche non esserlo.
Il maggiore C., alla guida della Toyota (come Giuliana Sgrena, seduta alle sue spalle), percepisce nell'auto una velocità non troppo sostenuta e, con il bagliore di un faro, gli spari. I soldati del 69° reggimento della guardia nazionale, fermi sul terreno, percepiscono forte la velocità dell'auto e, in tre secondi, accendono il faro e sparano nove colpi, quando la Toyota è ormai a 42 metri da loro. Due ragioni non fanno due torti. Sono due ragioni.
Il maggiore C. ha tutte le ragioni per voler venire via da quella strada in fretta, dopo ore penose in un vicolo di Bagdad in attesa del "contatto" iracheno. Conosce l'Irish Route. Sa che in quel punto non ci sono check-point (il "504" è infatti "volante"). Ritiene di poter (dover) dare un po' di gas. 96 km/ora non sono poi questa velocità da pazzi. Non sono pazzi nemmeno i soldati americani, però. Avvertono l'arrivo veloce dell'auto nel silenzio della notte. L'avvistano a 130 metri. Sparano quando manca all'"impatto", chiamiamolo così, più o meno un secondo e mezzo. Meno di niente, soprattutto se sei un ragazzo in armi, inesperto e addestrato alla carlona.
Le immagini del satellite, di cui riferisce la Cbs, dimostrano quel che è apparso chiaro fin dalla notte del 4 marzo: è stato un fottuto pasticcio di guerra. Confermano anche che il lavoro della commissione mista non è poi così rilevante, a meno a non voler credere alla bagattella che gli americani abbiano deliberatamente ucciso perché pedinavano quella sera i nostri agenti (chiunque sa che lo screening delle intercettazioni e delle immagini del satellite "random" è stato avviato soltanto in queste settimane per rendere più accorto il governo di Roma).
In questa storia sono altri i nodi da sciogliere, e sono tutti nostri, tutti italiani. E' stata aperta una trattativa con i sequestratori? E' stato pagato un riscatto? Soltanto queste possono essere le condizioni utili a spiegare perché Nicola Calipari affronta, con coraggio e dedizione, la missione irachena senza alcuna protezione e tacendo le sue mosse agli americani, contrari a trattative e a riscatti.
Una verità probabile ce la saremmo dovuta attendere dal lavoro della magistratura italiana. Purtroppo le procedure della procura di Roma sembrano in sintonia con gli antichi vizi del "Porto delle Nebbie". Il pool antiterrorismo apre un'inchiesta per sequestro di persona quando afferrano la Sgrena. Palazzo Chigi respinge l'ipotesi del blitz, proposto dagli americani, e decide di pagare.
Gianni Letta è colto da un timore. "E' legittimo?", chiede alla sua amica Augusta Iannini, direttore del Ministero di Giustizia. La Iannini chiede un parere ai suoi uffici. Gli uffici rispondono: "Pagare è reato". Allora Letta, vecchia volpe, convoca a Palazzo il pm Ionta e lo associa, con le opposizioni, alla decisione di trattare e pagare. L'inchiesta sul sequestro presto scolora e scompare.
E' pronto un rapporto che indica alcune fonti di prova che dimostrerebbero come la banda che ha rapito le Simone è la stessa che ha preso la Sgrena. Può essere la dimostrazione che pagare è controproducente perché mette in movimento un'industria che lavora soltanto contro gli italiani. E' un rapporto che la procura non ha fretta di leggere. Sostengono i pm: "I contatti telefonici e gli incontri avuti da Calipari, prima e dopo la liberazione di Giuliana Sgrena, sono un falso problema". Per loro c'è, con la morte di Nicola, una sola questione da affrontare: l'omicidio in un teatro di guerra. L'una e l'altra decisione giudiziaria sono, con evidenza e impropriamente, funzionali soltanto alla gestione politica del "caso".
Dopo il comunicato asciutto e rumoroso che sancisce la rottura tra ministero degli Esteri e Dipartimento di Stato, occorre allora affrontare proprio le ragioni politiche del governo guardando meglio alle mosse dei tre protagonisti. Berlusconi. Gianni Letta, autorità politica dell'intelligence. Nicolò Pollari, direttore del Sismi.
Il presidente del Consiglio, nel suo cinico dilettantismo, è un "genio" nel curare i propri interessi immediati e proteggere il suo destino politico. Si sente (è) già in campagna elettorale e comprende subito quanto, nel breve periodo, gli possa essere utile una cura antiamericana del "caso Calipari". Sa (e lo ha detto) che deve far rientrare in Italia, al più tardi da settembre, i tremila soldati italiani oggi in Iraq. Le casse dello Stato non consentono distrazioni e ogni risorsa va destinata a una "finanziaria elettorale".
Peraltro avverte che il riavvicinamento di Bush all'Europa e all'asse franco-tedesco restringe gli spazi che si è aperto nel Vecchio Continente come campione filo-americano. Sacrifica allora l'orto che ha coltivato - la politica della pacca sulla spalla, delle visite al ranch texano, come le pretese italiane sulla riforma del Consiglio di sicurezza - e gioca d'azzardo. Alza la voce, chiede "una verità" che penalizzi gli Stati Uniti. Si smarca fino a seminare zizzania tra la Rice e Rumsfeld. Posa a campione di indipendenza.
Addirittura, a difensore della dignità nazionale. Coltiva l'ambizione di decidere subito il rientro dei nostri soldati recuperando, con milioni di euro, anche quote di consenso in un'opinione pubblica che, per larga parte, la guerra irachena non l'ha mai gradita e accettata.
Anche Gianni Letta rivede la sua strategia. E' l'ideatore dell'intervento cosiddetto "di doppio livello". Il primo prevede la richiesta di collaborazione agli americani. Se le forze della coalizione non riescono a individuare la prigione del sequestro (come nel caso dei tre body-guard), scatta la seconda opzione: "trattativa e riscatto". Spettatori silenziosi e consenzienti: opposizione, comitato di controllo parlamentare e, come si è visto, magistratura.
E' tentato qualche giorno fa di "scaricare" ogni responsabilità sul direttore del Sismi. Pollari, dalle colonne del Riformista, gli fa sapere che "il vertice del servizio ha concordato passo passo con Palazzo Chigi ogni cosa". Quindi, "quanto a teste da far cadere di capi del Sismi, non se parla nemmeno". A Letta non resta che appoggiare le mosse di Nicolò Pollari per confondere le acque, distribuire in giro bùbbole come quella, per dirne una, che Calipari fosse pedinato dagli americani, quella notte.
In realtà, il direttore del Sismi si muove per proteggere soltanto se stesso. Sa che è perduto: può essere il capo di un'intelligence occidentale un uomo che gli americani giudicano non indipendente ma ambiguo, infedele, ingannatore? E' proprio la carta che decide di giocare Pollari. Non la gioca con il governo naturalmente che, prima o poi, dovrà ricucire alla bell'e meglio con Washington, sacrificandolo. Il capo del Sismi muove verso l'opposizione. In fondo, per Pollari, si tratta di resistere qualche mese in attesa del "cambio di stagione" che lo vedrebbe eroe dell'autonomia nazionale e legittimo candidato alla riconferma nell'incarico per la prossima legislatura.
Incredibilmente, con un capovolgimento di ruolo degno della commedia dell'arte, la sinistra radicale e riformista abboccano alle trame dei "magnifici tre". Indebolita dal morbo ideologico, accecata dall'antiamericanismo, bevono come acqua limpida ogni veleno distillato dall'intelligence di Pollari. Povero Nicola Calipari - sulle sue spoglie si è giocata una partita tutta deformata dall'interesse politico - e poveretta l'Italia che vede le sue politiche soffocate dalle baruffe del cortile di casa e le ambizioni di questo o di quello.
E' giunto il tempo che l'opposizione rinsavisca e che i leader di prima fila (e non le seconde e terze file di queste settimane) battano finalmente un colpo. In ballo non ci sono né gli esiti elettorali del centro-destra né il destino di Pollari, ma l'interesse e la sicurezza nazionali. I duri colpi al prestigio del Paese e il discredito dei nostri apparati d'intelligence ci rendono più deboli in una lotta al terrorismo internazionale che si nutre di rigore, integrazione delle informazioni e collaborazione delle strutture e non con l'isolamento in cui la dissennata gestione del "caso Calipari" ci ha purtroppo cacciato.
Chi potrà credere a un nostro agente segreto e, quel che è peggio, alla parola di un premier italiano quando si truccano, come è accaduto ieri anche le traduzioni dei comunicati congiunti e "findings" (scoperta, risultati) diventa "deduzioni"?
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venerdì 29 aprile 2005
ore 17:28 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Perchè ti volti qui? Perchè ti voglio! Perchè ciò è scritto nella vita tua! Perchè ciò volle il mio voler possente! Era fatale e vedi s'è avverato! Io t'ho voluto allor che tu piccina pel gran prato con me correvi lieta, in quell'aroma d'erbe infiorate e di selvaggie rose! Lo volli il di che mi fu detto: "Ecco la tua livrea!" e, come fu sera, mentre studiavi un passo di minuetto, io, gallonato e muto, aprivo e richiudevo una portiera. La poesia in te così gentile di me fa un pazzo, grande e vile! Ebben? Che importa? Sia! E fosse un'ora sola, io voglio quell'ebbrezza de' tuoi occhi profondi! Io pur, io pur, io pur voglio affondare le mie mani nel mare dei tuoi capelli biondi! Or dimmi che farai contro il mio amor?
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venerdì 29 aprile 2005
ore 17:08 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Un premio che 'abbaia' per Maria De Filippi
Maria De Filippi, regina incontrastata di Canale 5, dopo il successo riscosso con 'Amici' e la fugace apparizione a 'Striscia La Notizia' si accingerebbe ora a condurre un nuovo reality: 'Temptation Island'.
La bionda signora del talk-show, pero', deve prima adempiere ad un altro impegno ovvero quello di ritirare un 'prestegioso premio' assegnato alla sua trasmissione di punta, 'Uomini e Donne'. Il programma ha vinto il 'Telecane 2004' come peggior prodotto televisivo della scorsa stagione. A votare - tramite sms, e-mail e telefonate - gli ascoltatori di 'La Tv che Balla' in onda su RadioDue. Il 20,7% del pubblico ha stabilito che lo show dedicato ai 'Tronisti' e che ha fatto la fortuna di Costantino Vitagliano e Daniele Interrante sia la cosa peggiore che la tv italiana abbia mandato in onda l'anno scorso; seguita a ruota da 'Buona Domenica' il contenitore presentato dal marito della De Filippi, Maurizio Costanzo insieme alla bellissima Roberta Capua. In terza posizione con il 9,9% dei voti 'Punto e a Capo' programma d' attualita' in onda su Rai Due.
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venerdì 29 aprile 2005
ore 12:33 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Perde tutto nello tsunami Risarcita con 4 centesimi di euro La storia raccontata in un servizio sul sito della Bbc
ROMA - Dopo la tragedia che aveva colpito gli abitanti delle isole Andamane e Nicobare, il governo indiano aveva promesso milioni di dollari di aiuti per alleviare le sofferenze degli abitanti delle isole colpiti dal terremoto e dalla tsunami.
E invece, la storia resa nota dalla Bbc on line, racconta un'altra verità. Una donna delle isole indiane Nicobare ha ricevuto un assegno di due rupie, circa 4 centesimi di euro, come risarcimento per i danni causati dallo tsunami. Una magra consolazione per la perdita del raccolto di anacardi dai campi di sua proprietà.
Charity Champion, così si chiama la donna, abita nel villaggio di Nancowrie, in un'isola dell'arcipelago tra le più colpite. E raccomta così la tragedia: "Ho perso 300 alberi tra anacardi e noci nello tsunami, con un danno di oltre 20.000 rupie. Due rupie non bastano neppure per pagare il vetro rotto di una finestra".
E la storia di Charity non è un caso isolato. Molte sono le persone che in India hanno perduto tutto nel maremoto e hanno ricevuto dal governo cifre nettamente inferiori alle loro aspettative e necessità. E gli ambientalisti puntano l'indice contro la burocrazia che avrebbe fatto stime approssimative dei danni: "Le Nicobare sono state duramente colpite dallo tsunami, ma ora ci si è messa una burocrazia indolente a peggiorare le cose"
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venerdì 29 aprile 2005
ore 11:18 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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