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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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martedì 8 febbraio 2005
ore 10:07
(categoria: "Vita Quotidiana")



Il nostro agente nazista
così la Cia arruolava le ex SS
di ALBERTO FLORES d'ARCAIS

Che criminali di guerra nazisti avessero lavorato nel dopoguerra per i servizi americani non era un segreto. Ex Ss e agenti della Gestapo avevano del resto trovato dimora presso tutti i servizi di spionaggio delle potenze vincitrici, Urss di Stalin compresa, e nel clima di guerra fredda del ventennio a cavallo tra gli anni Quaranta e i Sessanta, non si guardava troppo per il sottile al passato delle spie tedesche: a Washington come a Londra, Parigi o Mosca. Anche se il tutto veniva, da tutti, tenuto rigorosamente "segreto".
La Cia ha deciso adesso di aprire un velo su questo passato oscuro, rendendo pubblici i files riguardanti i criminali di guerra nazisti che dopo la guerra lavorarono con l'agenzia di spionaggio americana, che a quel tempo non era ancora la Cia ma l'Oss, Office of Strategic Services. Lo ha fatto dopo essere stata "pressata" dagli studiosi che lavorano ai National Security Archives di Washington, da ricercatori universitari, da storici e da quelle organizzazioni ebraiche che vogliono sapere fino a fondo tutta la verità su quale è stato il ruolo degli Stati Uniti nel salvare uomini che sarebbero dovuti finire sotto processo a Norimberga.

È una vittoria personale per Mike DeWine, un senatore repubblicano dell'Ohio che nel 1998 era stato il coautore di una legge che imponeva la "declassificazione" di tutti i documenti governativi Usa relativi ai criminali nazisti. La Cia si era opposta finora a rendere noti i dettagli (nomi e azioni) dei suoi agenti, sostenendo che la legge del 1998 riguardava solo i documenti relativi ai crimini e non ai loro autori. Domenica - dopo che una settimana fa DeWine aveva minacciato di convocare il nuovo direttore della Cia, Porter Goss (anche lui repubblicano) a testimoniare pubblicamente davanti a una commissione del Congresso - l'agenzia di spionaggio ha confermato l'esistenza di "tutti i rapporti e le azioni condotte da criminali di guerra nazisti, inclusi membri delle Ss, su richiesta della Cia".


Pesanti critiche erano venute anche dall'Anti-Defamation League: "Sessanta anni dopo la fine della guerra con il numero dei testimoni che diminuisce ogni giorno e con la realtà dell'Olocausto che fa parte ormai della storia e della memoria non possiamo aspettare più a lungo". Si tratta di una mole di documenti impressionanti, circa due milioni di pagine, di cui dopo il braccio di ferro iniziato tra DeWine e l'agenzia di spionaggio nel 1999 ne sono stati già declassificati circa 1,2 milioni.

Pochi giorni fa, grazie ai National Security Archives gli americani avevano ad esempio saputo che - subito dopo la guerra - agenti dell'Oss e dei servizi militari di stanza nella Germania occupata erano riusciti ad arruolare cinque stretti collaboratori di Adolph Eichmann, l'uomo che aveva concepito la politica di sterminio degli ebrei nella Germania nazista e che venne rapito da agenti del Mossad, processato, condannato a morte e giustiziato nel maggio 1962 in Israele. DeWine e gli altri membri del Nazi War Criminal Working Group hanno accolto "con favore" la decisione della Cia anche se ritengono che non sia ancora chiaro se l'agenzia di spionaggio è d'accordo nel rendere pubblici "tutti, senza eccezioni" i documenti.

La legge offre alla Cia la possibilità di mantenere il segreto su documenti che vengano ritenuti troppo riservati per essere resi pubblici, ma deve giustificare le scelte con un rapporto al Congresso e su questo punto non è ancora chiaro che cosa deciderà di fare.
Secondo il New York Times - che è venuto in possesso di una e-mail inviata dalla Cia venerdì scorso - le tre persone più impgnate nella vicenda insieme a DeWine e agli Archives (l'ex deputata di New York Elizabeth Holtzman, l'ex procuratore federale Thomas Baer e l'avvocato di Washington Richard Ben-Veniste che in passato ha indagato sullo scandalo Watergate ed è stato tra i membri della Commissione d'inchiesta sull'11 settembre 2001) sono però ottimisti sulla decisione di Porter Goss. Ieri nella sede della Cia a Langley c'è stato il primo incontro tra il vice direttore generale dell'intelligence e altri due alti dirigenti con i membri del Nazi War Criminal Working Group. "L'agenzia - ha detto un agente alla Cnn - farà in modo che vengano declassificati e resi pubblici al più presto".



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lunedì 7 febbraio 2005
ore 11:03
(categoria: "Vita Quotidiana")



EDUARDO GALEANO
L'abbiamo visto che
il terrore genera altro
terrore e le cecità altra
cecità. L'Iraq, un paese
invaso, occupato, smembrato,
si è trasformato
in un tragico manicomio
condannato all'oscurità.
Ci sarà un'ultima scintilla
di umanità e di saggezza?
Che arde nella notte, come
la fiamma di un fiammifero
nella mano di qualcuno?
Che illumina il volto di
Giuliana, dicendole: non sei
sola, dicendole: l'incubo
finirà, scongiurandola:
non crollare!


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lunedì 7 febbraio 2005
ore 10:29
(categoria: "Vita Quotidiana")




il manifesto del 05/02/2005

Giuliana

Cara Giuliana, scusa se ti scriviamo una lettera che non potrai leggere subito ma solo tra un po', quando - come ogni mattina - ci telefonerai per dirci quale pezzo d'Iraq raccontare ai nostri lettori, come stavi per fare ieri. Scusa se ti mettiamo in prima pagina, ma oggi la notizia sei tu e il nostro mestiere - nel suo lato migliore - è proprio questo, parlare di ciò che succede, raccontando le linee d'ombra, ciò che magari non appare, ciò che non è «ufficiale», ciò che accade alle persone in carne e ossa. Dovrebbe essere un mestiere di confine e proprio per questo «uno dei pochi che valga la pena fare», diceva uno scrittore messicano; a volte è ridotto a piccola cosa, ma dipende da noi renderlo vero. Per questo tu ora sei lì, in Iraq, dove sei stata già tante volte, un paese che ami - non in senso astratto - ma perché ami la sua gente martoriata da troppi anni di guerre, dittatura, embarghi, terrorismo. Per questo hai voluto correre il rischio che sempre c'è a non restarsene in albergo, limitandosi a rilanciare i dispacci ufficiali, scendendo invece in strada a cercare la verità, le sue difficili ambiguità. Stiamo «dalla parte del torto», è vero ed è un bene. Cara Giuliana, a ogni vigilia di un tuo viaggio - come alla vigilia dei viaggi che ognuno di noi stava per fare in «zone difficili» - ci incontravamo non solo per stilare il programma di lavoro, ma anche per chiederci il senso di quella «missione», per dirci se ne valesse la pena. Ma la risposta è sempre stata - e sarà - la stessa: «Vale la pena, serve a noi per capire e far capire, serve alla nostra parte, gente che per non essere prigioniera di questo mondo deve essere in questo mondo». E poi è anche bello, accidenti se è bello, poter guardare e descrivere la vita in libertà, che è la storia di questo giornale, pagata con un'esistenza un po' precaria o, peggio, rischiando brutti incontri. E' un privilegio che ci teniamo stretti, perché rinunciarci sarebbe magari comodo ma terribilmente triste, una violenza contro noi stessi.

Cara Giuliana, ora tu sei tra persone sconosciute e che si pensano ostili. Non vale neanche la pena dirti che è come se fossimo lì con te e, con noi, tante altre persone, che ti conoscono o ti leggono, che ieri hanno chiamato o sono venuti a trovarci. Quasi non serve ricordartelo, tu lo sai già. Come saprai dire anche a chi ti ha sequestrata l'insensatezza di quel gesto, lo stesso modo con cui hai saputo spiegare a noi e a tutti la follia della guerra, di una «democrazia» imposta con le armi, del terrorismo. Proprio con le medesime parole che hai usato in questi anni sul giornale. In questo momento, anche se siamo preoccupati - insieme ai tuoi cari e ai tuoi amici - noi non lanciamo appelli, non facciamo abiure, non pietiamo nulla a nessuno. Vorremmo solo che la grande solidarietà che in queste ore è stata pronunciata nei tuoi confronti si traducesse in qualcosa di concreto. Chi ha scatenato la follia che è ricaduta su di te ha il dovere di muoversi per farti tornare libera al più presto. Chi ti ha sequestrata deve ascoltarti e convincersi che non sei nemica di nessuno.

Cara Giuliana, qualcuno sta già dicendo che il tuo sequestro è una nemesi, che a essere colpiti siamo noi - pacifisti, giornalisti di sinistra - e ci chiedono un pentimento. Siamo sicuri che tu non ti stai pentendo di una sola virgola di quello che hai scritto e non saremo certo noi a tradirti. Preferiamo condividere con te - per quanto possiamo, da qui - la paura di questo momento e di farlo insieme. E' la sola «arma» che abbiamo e che vorremmo esistesse nel mondo. E' il tuo e il nostro modo d'essere.

Cara Giuliana, oggi ci ritroveremo in una piazza romana per vincere assieme la paura, nello stesso modo in cui siamo scesi per strada cercando di fermare la guerra o per dire che la barbarie che l'ha accompagnata e seguita non ci appartiene. Sarà come se tu fossi con noi, esattamente come - anche se fisicamente non è proprio così - noi siamo lì con te. Aspettiamo tue notizie. Per ora, un forte abbraccio da tutti noi e a presto.


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lunedì 7 febbraio 2005
ore 10:28
(categoria: "Vita Quotidiana")



Berna, attacco al consolato spagnolo, diversi ostaggi

BERNA - Il consolato spagnolo a Berna è sotto attacco. Uno o più uomini armati hanno fatto irruzione e hanno preso diversi ostaggi. La zona è circondata dalla polizia svizzera. Al momento non si hanno notizie più precise sulla natura dell'azione.

Il sito del Mundo scrive che secondo quanto ha riferito l'ambasciata spagnola a Berna all'agenzia Europa Press varie persone hanno fatto irruzione nel consolato spagnolo della capitale elvetica dove avrebbero preso in ostaggio varie persone e potrebbe esserci un ferito. Invece l'agenzia di stampa Efe dice che c'è un solo sequestratore.


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giovedì 3 febbraio 2005
ore 09:32
(categoria: "Vita Quotidiana")



L'ultimo partito di massa
di ILVO DIAMANTI

IL CONGRESSO dei Ds costituisce un'occasione utile per riflettere sui cambiamenti in atto nel centrosinistra. Non solo dal punto di vista dei contenuti, ma anche dell'organizzazione.

D'altronde, i due aspetti si incrociano e si richiamano reciprocamente, in questa fase della politica italiana, soprattutto nel centrosinistra. Per i Ds, in particolare, il rapporto fra partito, federazione dell'Ulivo e alleanza (Gad? UpD?) costituisce una questione importante - e difficile, oltre che urgente - da affrontare.

I Ds, infatti, in questi ultimi anni sono diventati i sostenitori più convinti e leali della federazione dell'Ulivo. E del progetto di unificare il centrosinistra. Più della Margherita sono divenuti, per questo, il "partito di Prodi". Ne sostengono non solo la candidatura, come premier della coalizione, ma anche, appunto, il disegno "organizzativo". La trasformazione del centrosinistra in un soggetto unitario; e, in parallelo, le primarie, come metodo di selezione e di legittimazione dei candidati alle elezioni. Ma i Ds sono anche un "partito" vero. L'unico che disponga di un elettorato così ampio e, al tempo stesso, di una base associativa diffusa e radicata sul territorio. Da qui il problema.

Perché la costruzione di un nuovo soggetto politico, che aggreghi le diverse formazioni del centrosinistra, insieme alle primarie, limita lo spazio ai partiti dotati di identità specifica e di organizzazione specifica. E, quindi, minaccia il ruolo e l'influenza dei Ds. Diversamente, diventa difficile pensare che la federazione, per non parlare dell'alleanza, vadano al di là di una coalizione, di un'intesa fra partiti, comunque, sovrani. D'altra parte il gruppo dirigente dei Ds ha scelto la via dell'Ulivo in modo convinto, per forza ancor prima che per amore. Ritenendola, cioè, obbligata per vincere le elezioni.


Con questo programma, d'altronde, Fassino ha guidato il partito, in questi anni difficili, pacificandolo, fino a ottenere, nei congressi territoriali, un consenso molto esteso, vicino all'80% dei voti. Ben superiore a quello ottenuto al congresso di Pesaro, nel 2001.
Il che non permette, a lui e ai dirigenti Ds, di sfuggire al dilemma, che abbiamo delineato. Come costruire un soggetto di centrosinistra senza perdere l'anima? Senza rinunciare al proprio corpo? Senza rinunciare alla propria faccia?

Certo, i Ds non sono più il Pci. Sono cambiati. Il nome, molti riferimenti, le parole. La "taglia". Ma le loro radici affondano ancora nel passato. Nel territorio della tradizione. Certo, alle elezioni politiche del 2001, i Ds si sono ridotti al 16,6%. Meno della metà, rispetto agli anni '70. Il minimo, nella loro storia elettorale, a partire dal 1946. Ad eccezione del 1992, all'indomani della scelta (guidata da Occhetto) di andare "oltre" il Pci. Pagata con la scissione di Rc, che ancora oggi rivendica - con orgoglio - l'identità comunista. Tuttavia, le elezioni amministrative degli anni seguenti ne hanno sottolineato la ripresa. E i sondaggi più recenti li stimano attorno al 20%; forse perfino un poco sopra. Quanto alla base degli iscritti, non è più quella degli anni d'oro, ma appare ancora estesa e radicata. Più di 560.000 iscritti, con una crescita significativa, rispetto agli ultimi anni, che si spiega solo in parte, con l'incentivo prodotto dal congresso.

Si tratta, quindi, di un partito vero, con una base solida, visto che mantiene ancora quasi 7.000 sezioni. Per un confronto, si pensi che FI, pur affrontando il tesseramento con tecniche di marketing e criteri molto aperti, non ha mai superato i 300mila iscritti. Inoltre, sul territorio, è, per scelta, poco presente e ancor meno visibile. Il retroterra organizzativo dei Ds ne marca, in modo evidente, la continuità con il passato. La distribuzione degli iscritti su base regionale, infatti, conferma come le loro roccaforti siano le stesse della tradizione. Nelle regioni rosse del centro gli iscritti rappresentano il 13% degli elettori Ds e il 3% della popolazione nell'insieme. Toccano, peraltro, picchi molto alti in Emilia Romagna e in Toscana.

In tempi nei quali si sostiene la scomparsa delle appartenenze e delle strutture di partito, dati come questi inducono quanto meno alla prudenza, al dubbio.
Tuttavia, occorre evitare anche il vizio contrario: di cogliere e di sottolineare solo i segni della continuità. I cambiamenti, invece, sono avvenuti, negli ultimi anni. Rilevanti e significativi. Gli iscritti, rispetto al 1990, sono dimezzati. Inoltre, anche limitando l'osservazione all'ultimo decennio, il tessuto associativo appare sensibilmente ridefinito, dal punto di vista territoriale.
In primo luogo, il partito si è - relativamente - meridionalizzato.

La base dei suoi iscritti è cresciuta nel Mezzogiorno, ha tenuto nel Centro Sud, mentre si è ridotta in modo sensibile nelle regioni rosse e soprattutto in quelle del Nord (con un calo di quasi il 30% in entrambi i casi). Il Mezzogiorno, peraltro, risulta l'area dove la "mobilitazione di partito" risulta più forte, visto che ai congressi di federazione hanno partecipato circa 6 iscritti su dieci (e 7 in Campania). La maggioranza. Il doppio rispetto al Nord e tre volte di più rispetto alle regioni rosse.

Il che suggerisce alcune considerazioni, circa i mutamenti in atto, nel rapporto fra partito e società.
Si intuisce, anzitutto, una certa "fatica" a riprodursi nelle aree a maggiore dinamismo economico: nelle zone di vecchia e nuova industrializzazione; nei contesti della grande e della piccola impresa; ma anche nelle "capitali" della produzione dei beni immateriali - servizi, credito e finanza, comunicazione. Dove, peraltro, si sono affermate la Lega e Forza Italia. Peraltro, nel suo elettorato, sono cresciute le componenti maggiormente legate al ruolo dello stato, più che al mercato: i pensionati, il pubblico impiego.
E' come se i Ds stentassero, con il loro modello tradizionale, a contrastare i nuovi soggetti politici di centrodestra e abbandonassero loro la rappresentanza dei cambiamenti, profondi, che hanno segnato la società e l'economia; soprattutto nel Nord.

C'è, tuttavia, una diversa, possibile spiegazione, per queste tendenze. Che potrebbero riflettere i cambiamenti avvenuti nel partito, nel suo modello organizzativo. Nel Nord, come nel centro, il declino degli iscritti e degli insediamenti associativi, cioè, potrebbero indicare la rinuncia alle logiche del partito di massa. E l'affermarsi di nuovi e diversi metodi di rapporto con la società, che privilegiano la comunicazione, mirano a dialogare con gli elettori di opinione invece di rafforzare e conservare le appartenenze. Potrebbero, inoltre, rispecchiare un maggiore investimento nell'alleanza, nell'Ulivo, piuttosto che nelle logiche del partito.

Tuttavia, disporre di un'organizzazione estesa e radicata nella società e sul territorio ha costituito una risorsa importante, in occasione delle consultazioni degli ultimi anni: amministrative, europee, suppletive. Dove il centrosinistra ha ottenuto risultati e successi importanti, grazie al lavoro dei militanti, dei volontari, degli iscritti. Semmai il problema resta di bilanciamento. Fra l'organizzazione e la comunicazione. Il partito di massa e il soggetto leggero.
Per questo, il congresso che prende avvio oggi a Roma, costituisce per i Ds un'occasione importante per riflettere sul "proprio" futuro, in rapporto all'Ulivo e al centrosinistra. Per chiarire - a se stessi, agli alleati e agli altri partiti - cosa intendano - e cosa potrebbero - diventare. Senza finzioni. Affrontando, senza reticenze, i dubbi e i timori - perlopiù inconfessati - che le prossime scadenze - il voto regionale, le primarie - suscitano.

Fra gli alleati: la paura della "colonizzazione", attuata dai Ds, se "mobilitassero" i loro iscritti e le loro strutture di base. Fra i leader e i militanti Ds: la paura dell'eutanasia; della dissoluzione morbida. Di sciogliersi in un "nuovo" e "diverso" soggetto politico, costruito con il loro contributo attivo. La paura di essere condannati a lavorare per gli altri; promuovendo leader di appartenenza diversa (Prodi); ma, soprattutto, legittimando soggetti politici concorrenti (Bertinotti), in nome "del bene comune". I Ds, costretti a meditare sull'eredità, ambivalente, del passato. Che garantisce un retroterra importante, di iscritti, militanti, dirigenti; ma inibisce la possibilità di esprimere, autonomamente, la leadership del centrosinistra.

E, al fondo, il dubbio che il prezzo del "bene comune" venga pagato solo - o principalmente - da loro. I Ds. L'unico, l'ultimo partito di massa sulla strada del NSG (Nuovo Soggetto Politico). Difficile dissimulare un brivido. E' la paura di rimuovere, insieme al passato, anche se stessi.


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mercoledì 2 febbraio 2005
ore 16:36
(categoria: "Vita Quotidiana")



E lucevan le stelle...
ed olezzava la terra...
stridea l'uscio dell'orto...
e un passo sfiorava la rena...
Entrava ella, fragrante,
mi cadea fra le braccia...
Oh! dolci baci, o languide carezze,
mentr'io fremente
le belle forme disciogliea dai veli!
Svanì per sempre il sogno mio d'amore...
L'ora è fuggita...
E muoio disperato!
E non ho amato mai tanto la vita!...


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venerdì 28 gennaio 2005
ore 10:41
(categoria: "Vita Quotidiana")



Cambia sesso a 50 anni: licenziato
"Non è una buona pubblicità"

VARESE - All'età di 50 anni ha deciso di cambiare sesso diventando donna. Un desiderio che stava perseguendo da parecchi anni. Ma quando i suoi datori di lavoro lo hanno saputo hanno deciso di licenziarlo perchè "non giova alla buona immagine dei nostri uffici". Il protagonista di questa storia è un uomo residente a Uboldo, in provincia di Varese. Lavorava negli uffici comunali. Fabrizio B. ha deciso di ricorrere al giudice del lavoro ma anche di rendere nota la sua storia accusando l'amministrazione comunale di discriminazione sessuale. Sui documenti porta ancora il nome maschile ma già ha avviato le pratiche per sostituire la "o"o finale con una "a".


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giovedì 20 gennaio 2005
ore 11:56
(categoria: "Vita Quotidiana")



Il digitale terrestre assist per Mediaset
di GIOVANNI VALENTINI

ADESSO sarà chiaro a tutti, finalmente, a che cosa serviva il digitale terrestre introdotto dalla legge Gasparri nella riforma della tv. A consentire a Mediaset di trasmettere in diretta le partite di serie A, spartendosi la torta con Telecom che controlla La7 e Alice.

A danneggiare i diretti concorrenti: da una parte, Sky che ha pagato cara l'esclusiva per i diritti televisivi criptati e ora minaccia di ridurre drasticamente i compensi alle società; dall'altra, la Rai che evidentemente non avrà più lo stesso interesse a ritrasmettere nel pomeriggio o in serata, da "Novantesimo minuto" alla "Domenica sportiva", immagini già viste e riviste. E infine, la favola del digitale terrestre serve a svuotare gli stadi per riempire magari i bar, le trattorie o i salotti familiari, a vantaggio dei grandi club come il Milan, la squadra del presidente del Consiglio, l'Inter e la Juventus; ma a danno di tutte le altre società, anche quelle di serie B e perfino quelle dilettanti che sarebbero ancor più soffocate dal "calcio business".

Altro che pluralismo dell'informazione e libera concorrenza. Qui siamo, più modestamente, alla proliferazione delle telecamere negli stadi: fino a 40 per gli incontri di cartello. Siamo alla concorrenza sleale, con i big match a prezzi stracciati; al depauperamento del servizio pubblico e al saccheggio di tutto lo sport nazionale. È un'ipoteca che minaccia di compromettere definitivamente i conti della maggior parte delle società; di svilire il campionato di calcio, aumentando la forbice tra le grandi squadre e quelle minori; e anche di danneggiare il Coni che sul prodotto calcio fonda in prevalenza le sue entrate.

L'aspetto più sconcertante della vicenda è che un governo della Repubblica ha presentato una legge, imponendola all'approvazione della sua maggioranza in Parlamento a colpi di voti di fiducia, per favorire l'azienda televisiva e la società calcistica che appartengono entrambe al presidente del Consiglio. E per di più, promuovendo la diffusione del digitale terrestre con incentivi pubblici per l'acquisto dei decoder, a carico dello Stato e quindi dei contribuenti, di ciascuno di noi. Tutto ciò con la complicità del presidente della Lega Calcio, Adriano Galliani, al contempo vicepresidente vicario e amministratore delegato del Milan, che in questa veste ha trattato direttamente con Mediaset insieme a Juventus e Inter, senza informare e coinvolgere le altre 39 società che fanno parte dell'associazione, tradendo con ciò i suoi doveri e le sue responsabilità istituzionali.

Da grande opportunità tecnologica, commerciale e culturale, il digitale terrestre rischia insomma di ridursi a uno "tsunami" per tutto il calcio italiano. Ma in questo caso la colpa è di chi ha gestito male l'affare, all'insegna degli interessi personali e aziendali, contro l'interesse di tutto il sistema, sportivo e televisivo. Siamo arrivati così al trionfo, all'apoteosi del conflitto di interessi: quello di Silvio Berlusconi e anche quello di Adriano Galliani. Forse, gli allarmi lanciati ripetutamente in passato risulteranno ora più comprensibili e legittimi, ma purtroppo i buoi sono già scappati dalla stalla.

All'origine c'è la sciagurata decisione di abbandonare la vendita collettiva dei diritti tv sulle partite di calcio, da parte della Lega e sotto il controllo della Federcalcio, per passare alla trattativa privata, individuale, in forza di una legge sollecitata a suo tempo da alcune società ma che adesso tutti vorrebbero revocare. In questo modo, si attenta al "campionato più bello del mondo". E soprattutto, si scatena il conflitto tra il "cartello" dei club più ricchi e la moltitudine di quelli più poveri.

Nessuno può ignorare, d'altra parte, che l'introduzione del digitale terrestre è ancora in una fase sperimentale. La sua diffusione non copre interamente il territorio nazionale ed esclude vaste aree del Sud. E comunque, prima di acquistare il decoder, è necessario verificare se il proprio impianto è in grado di ricevere il segnale ed eventualmente, in caso contrario, farlo modificare.

Tant'è che, contro il pericolo di un "incauto acquisto", sono scesi in campo anche l'Adiconsum e il Movimento difesa del cittadino, mettendo a disposizione addirittura un "pronto intervento" contro il digitale terrestre. Nel contratto di vendita delle schede pre-pagate, definito "vessatorio" dalle associazioni dei consumatori, Mediaset e La7 si riservano la possibilità di variare, modificare o addirittura sospendere il servizio senza alcun preavviso. Declinano poi ogni responsabilità per la mancata fruizione del servizio, se ciò deriva da guasti o motivi tecnici.

Non solo, dunque, l'avvento del digitale terrestre non difende per il momento né il pluralismo né la libera concorrenza, ma anzi rafforza la posizione dominante di Mediaset sul mercato televisivo e pubblicitario, alimentando la nascita di un nuovo duopolio con Telecom. Oltre a smentire le intenzioni della legge Gasparri, la "guerra del calcio in tv" contrasta anche con la legge sul conflitto di interessi che porta il nome dell'ex ministro Frattini: in base alle sue norme, infatti, il governo non può adottare provvedimenti che favoriscano gli interessi del presidente del Consiglio o delle sue aziende, a pena di incorrere nelle sanzioni dell'Antitrust dove i presidenti Casini e Pera hanno appena nominato però l'ex sindaco di Bologna, Giorgio Guazzaloca, e l'ispiratore della legge Gasparri, Antonio Pilati. Tanto vale, allora, dare retta al buon Galliani quando invoca una "eccezione" per restituire a Berlusconi la presidenza del Milan: qui s'impone un decreto-legge, un provvedimento d'emergenza, per cancellare una tale ingiustizia e reintegrare il Cavaliere in tutte le sue funzioni. Cioè in tutti i suoi interessi.


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mercoledì 19 gennaio 2005
ore 14:40
(categoria: "Vita Quotidiana")



RAPINA SEXY SHOP: 65 EURO E UNA BAMBOLA GONFIABILE

65 euro, un telefonino e una bambola gonfiabile. Questo il bottino del rapinatore che, nella nottata, ha rapinato un sexy shop a Milano. Un uomo armato di pistola e' entrato, erano le 2.20, in un sexy shop in via Settala mentre il titolare, Rodolfo H., 24 anni, di origine ecuadoriana, stava per chiudere il locale. Il rapinatore, minacciandolo con la pistola, si è fatto consegnare dall'uomo l'incasso, di appena 65 euro, e il telefono cellulare. Prima di fuggire, il malvivente ha preso anche una bambola gonfiabile e una tuta di pelle, di quelle usate per gli incontri sadomaso. ()


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lunedì 17 gennaio 2005
ore 17:32
(categoria: "Vita Quotidiana")





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