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Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d’amore. Per sogni, per chimere e per castelli in aria l’anima ho milionaria. Talor dal mio forziere ruban tutti i gioielli due ladri: gli occhi belli. V’entrar con voi pur ora ed i miei sogni usati e i bei sogni miei tosto son dileguati. Ma il furto non m’accora, poiché vi ha preso stanza la dolce speranza!
Or che mi conoscete, parlate voi. Chi siete? Via piaccia dir?

Scrivo un diario inutile. senza note, senza parole, senza frasi. Solo pagine vuote, bianche. Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano. (Alessandro Sebastiano Morandi)
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lunedì 17 gennaio 2005
ore 17:27 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Fecondazione, interviene la Cei "La legge non va cambiata"
No a modifiche della legge sulla procreazione per evitare i referendum, in quanto non sarebbero migliorative di norme che per lo meno salvaguardano alcuni principi e criteri essenziali. Lo ha detto il cardinale Camillo Ruini, nella prolusione al consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana a Bari. E' netto il no al "peggioramento della legge", mentre per i referendum Ruini invita i cattolici ad "avvalersi di tutte le possibilità previste", quindi, pur non nominandola direttamente, anche dell'astensione per far mancare il quorum
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sabato 15 gennaio 2005
ore 10:18 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Abu Ghraib, condannato il torturatore Graner
Colpevole di torture e sevizie. Charles A. Graner è diventato paonazzo e ha chinato il capo mentre i giudici leggevano la sentenza che lo ritiene responsabile di tutti e 5 i capi d'imputazione. Una nuova camera di consiglio stabilirà la pena che il "diavolo di Abu Ghraib" dovrà scontare. Rischia 15 anni di detenzione.
Nella Hyundai grigia che alle 7.30 del mattino lo aveva scaricato di fronte ai suoi giudici, insieme a mamma e papà, Graner aveva abbozzato una smorfia da divo sotto i lampi dei flash. Allungando mani tozze e benedicenti attraverso il muro di cronisti e telecamere. Ripetendo a se stesso e a chi gli si faceva incontro che "sta fantasticamente bene, perché oggi sarà un giorno fantastico. Come lo sono stati ieri e avanti ieri".
Non è un fesso lo specialista Charles A. Graner, 16a brigata di polizia militare del Maryland. Sa che i 7 bianchi, i 2 neri e l'ispanico della Corte Marziale che deciderà di lui, dell'orrore di Abu Ghraib, devono rispondere ad una sola domanda. Se debba essere il solo a pagare. O, al contrario, se i 17 anni e mezzo chiesti dall'accusa non vadano alleggeriti, e di molto. Perché il mondo sappia che di quell'inferno tutti sapevano nella catena di comando. Peggio, ne sollecitavano e incoraggiavano l'orgia di guinzagli, mazze, piramidi umane, masturbazioni, fellatio.
La pubblica accusa ha gran fretta di chiudere. Rendendo l'ultimo atto di questo affare il più freddo possibile. Per questo, dal banco dei procuratori si alza il giovane capitano Chris Graveline e non il maggiore Michael Holley, che ha istruito l'intero dibattimento. Graveline parla ritto accanto al leggìo alzato di fronte ai giurati elenca le ragioni per le quali Graner merita una vecchiaia dietro le sbarre. "Non esiste alcun dubbio - esordisce - che l'imputato abbia commesso ciò di cui è accusato. Ci sono le foto e un video a dimostrarlo".
Lapalissiano, forse, ma vero come le immagini che torna a somministrare allo stomaco dei giurati. A cominciare dalla piramide di prigionieri nudi che - dice il capitano - "non vogliamo diventi il poster per una campagna di reclutamento dell'Esercito". E dunque: "Notte dell'8 novembre 2003: video digitale della forzata masturbazione di gruppo; foto di prigioniero nudo pronto ad essere colpito alla nuca; immagine di fellatio simulata tra detenuti". Una pausa. E ancora: "Notte del 23 ottobre 2003: foto del soldato Lynndie R. England che trascina al guinzaglio un prigioniero nudo; foto del medesimo soldato che indica i genitali dei prigionieri".
"Già, Graner picchiava i detenuti, ne abusava fisicamente e psicologicamente. Ce lo hanno raccontato i testimoni Jeremy Sivitis e Ivan Frederick e non quelli che mentono come la sua ex amante Megan Ambuhl. Ce lo raccontano le sue vittime Hussein Mutar e Ameen Al-Sheikh. E poi? Poi scriveva a casa per vantarsene". Sono le 10 e-mail catturate nella memoria del pc di Graner. "Leggetevele: E-mail: "Un'altra notte di noioso lavoro ad Abu Ghraib". Attachement: un prigioniero che si contorce sanguinante sul pavimento. E-mail: "Le cose sarebbero potute andare peggio quando abbiamo cominciato a fargli delle domande". Attachement: foto di Graner che sutura la palpebra spaccata di un detenuto".
La fatica del capitano Graveline dura quaranta minuti. Si chiude così: "La difesa vi racconterà che Graner obbediva agli ordini dell'intelligence militare. E' una favola. Vi dirà che il suo lavoro ha consentito di acquisire informazioni preziose. La donna costretta a mostrare il seno doveva forse consegnarci Saddam? Fortunatamente, l'ultima parola sugli abusi di Abu Ghraib non spetta all'imputato. Spetta a voi. Ebbene, esiste una sola parola che potrà spiegare all'imputato, all'esercito, al nostro Paese, al mondo cosa è accaduto. E quella parola è: colpevole".
Il lavoro della difesa non è complicato. Anche se Guy Womack decide di affrontarlo con un passo da principio farsesco. Osserva che "piramidi umane, esibizioni di nudità e simulazioni di fellatio", sono "trovate di ingegno ragionevoli, creative, innocue". Insiste che i "guinzagli" sono arnesi di largo uso dei "genitori americani per tenere sotto controllo i loro bambini". Che "solo due giorni dopo i fatti di Abu Ghraib, Saddam venne arrestato e questo dimostra il frutto delle informazioni che lì venivano raccolte". Solo negli ultimi venti minuti infila l'argomento che può decidere un destino: "Perché Graner è così pazzo da consegnare a chi lo accusa il cd con le foto che lo dovrebbero inchiodare? Perché è così ritardato di mente da farsi fotografare sorridente mentre fa ciò che fa e da spedirlo a casa? No, Graner non è un demente. Ha 129 di quoziente intellettivo. Graner obbediva a degli ordini. E il modo in cui lo faceva era apprezzato del colonnello dell'intelligence militare Jordan (ora sotto inchiesta ndr). Che l'intelligence fosse padrona del carcere lo abbiamo dimostrato producendo la nota di merito del 16 novembre 2003. Ce lo hanno raccontato i testi Davis, Ambhul e persino Frederick, che per altro lo accusa di cose che Graner non ha fatto, come costringere i prigionieri alla masturbazione. Il video di quell'episodio è stato girato con una videocamera che non è la sua. La verità è che l'accusa non ha prodotto una solo documento o teste che dimostri che a Graner erano state date delle direttive che lui ha disatteso. Le prove che abbiamo raccontano il contrario. Il governo Usa e la catena di comando fingono di non sapere quel che accadeva nel braccio 1 Alfa. Vogliono che a pagare per quello che consideravano un eccellente lavoro sia solo il caporale Graner, il più giovane. Tocca a voi decidere se questo deve o meno accadere". La corte non ha avuto dubbi.
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giovedì 13 gennaio 2005
ore 14:48 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Insulta capo sul blog: licenziato
E' capitato ad un uomo di Edimburgo Lavoratore irreprensibile con il "vizio" del blog. Vizio fatale, perché proprio il suo diario online gli è costato il posto di lavoro. E' capitato in Scozia a Joe Gordon, che la catena di librerie Waterstone’s, di Edimburgo, ha deciso di cacciare. Questa la motivazione della commissione disciplinare: "Il signor Gordon ha infangato il buon nome dell’azienda. Va licenziato". Sul suo blog, l'uomo aveva ironizzato sul suo capo e sulla sua azienda.
Lo "scivolone" è contenuto nelle pagine del "Woolamaloo Gazette", dove Joe Gordon, da unidici anni impiegato in una libreria della città scozzese, ha storpiato il nome della sua azienda, la Waterstone’s, chiamandola "Bastardstone’s", fatto riferimento a orari da schiavitù, e soprannominato il suo dirigente "capo diabolico" o "portasandali" oltre a paragonarlo a personaggi dei cartoons scelti per la propria debolezza. Il tutto, ovviamente, senza mai citarne il nome e il cognome. Una precauzione, quest'ultima, non sufficiente ad evitare la dura reazione della sua azienda, inflessibile nel licenziare l'uomo. Si è infatti rivelato inutile anche l'estremo tentativo di Joe Gordon di spiegarsi: "Non volevo offendere nessuno - ha detto -. Se mi avessero chiesto di non parlare più del mio lavoro nel blog lo avrei fatto. Invece hanno preferito usare le maniere forti".
Il licenziamento del povero Joe non è il primo in assoluto nel suo genere. Qualche tempo fa fece infatti scalpore la storia di Ellen Simonetti, che perse il proprio posto di lavoro negli Stati Uniti per aver osato pubblicare una propria foto con la divisa da hostess sulle pagine del suo blog. Dove, evidentemente, a nessuno è permesso mischiare la propria vita privata con quella "pubblica".
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giovedì 13 gennaio 2005
ore 14:33 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Il figlio della Thatcher confessa Ha finanziato un golpe in Africa
Il figlio dell'ex premier britannica Margaret Thatcher, ha ammesso il suo coinvolgimento nell'organizzazione di un golpe in Africa. Mark Thatcher, 51 anni, era stato arrestato ad agosto con l'accusa di aver finanziato il tentativo di rovesciare il governo della Guinea Equatoriale ed era in attesa di giudizio in Sudafrica. L'ammissione di colpevolezza gli risparmierà il carcere.
L'imputato ha raggiunto un accordo che prevede il pagamento di una multa da tre milioni di rand, circa 500 mila dollari. Mark Thatcher è comparso davanti all'Alta corte di Città del Capo questa mattina. Verosimilmente sarà condannato a cinque anni con la sospensione della pena, e potrà riunirsi alla moglie e ai figli che vivono negli Stati Uniti.
Dopo l'udienza il figlio dell'ex premier, in un inappuntabile abito scuro, ha detto che "nessun prezzo è troppo alto per potersi riunire alla famiglia". Thatcher, che si è dichiarato in particolare colpevole di aver noleggiato un elicottero, ha anche accettato di collaborare con le autorità sudafricane nelle indagini sul tentato colpo di stato.
La Guinea equatoriale, Paese ricco di petrolio, ha condannato a novembre undici stranieri a pene detentive tra 14 e 34 anni per il loro ruolo nel tentato golpe. Lo Zimbabwe ha condannato a sette anni un ex ufficiale britannico dei servizi, Simon Mann, e 65 presunti mercenari sudafricani a 12 mesi, sempre per accuse relative al tentato colpo di stato.
Non è la prima volta che il figlio della "lady di ferro" finisce nell'occhio del ciclone per vicende controverse. Nel 1982, anno in cui il governo britannico guidato da sua madre decise la guerra contro l'Argentina per la vicenda delle Falklands, Mark Thatcher partì per la Paris-Dakar e si perse nel deserto, dando il via ad una missione di soccorso internazionale che fece scalpore e imbarazzò non poco Downing Street.
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giovedì 13 gennaio 2005
ore 10:11 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Al processo del "diavolo" dell'inferno di Abu Ghraib
FORT HOOD (Texas) - Il diavolo di Abu Ghraib, lo "specialista" Charles A. Graner junior, sedicesima brigata di Polizia militare del Maryland, è una sagoma immobile e corpulenta che fatica a stare nell'uniforme verde oliva che ha insozzato con guinzagli, mazze d'acciaio e arnesi di sodomia per musulmani. Ha lo sguardo straniato del bambino, occhiali grandi da seminarista, l'incarnato liscio, ripulito dai baffi e dal ghigno che lo hanno consegnato all'orrore nella notte tra il 7 e l'8 novembre 2003.

L'America lo processa da tre giorni nell'anonimato di questa aula di Corte marziale foderata da pannelli e scranni in mogano scuro, moquette color cenere, pareti dall'intonaco giallo crema. Fort Hood, un punto geografico al centro del Texas, 60 miglia a nord di Austin. Cielo basso, grandi laghi, dolci colline, rivenditori d'auto di occasione, motel a buon prezzo, e carri armati. La casa della 4a divisione di fanteria, della 1a di cavalleria, del 3° corpo d'armata. Il pugno corazzato dell'esercito degli Stati Uniti in Iraq.
Il destino di Graner è affare di simili, che sarà risolto tra simili. Nella giuria siedono 10 uomini. Sette bianchi, due neri, un ispanico. Quattro ufficiali, sei sottufficiali. Tutti veterani delle campagne in Iraq e Afghanistan. Se vorranno consegnarlo ai 17 anni e mezzo di reclusione che per lui chiede l'accusa per 5 capi di imputazione (cospirazione; mancata osservanza dei propri doveri; maltrattamento di persone affidate alla propria custodia; lesioni aggravate; atti osceni), almeno 7 di loro dovranno pronunciare la parola "colpevole". "Al di là di ogni ragionevole dubbio" dovranno stabilire se nella notte di Abu Ghraib lo "specialista" si sia abbandonato alla vena sadica della sua vita disgraziata, alla passione per la sopraffazione che da civile gli era costata il matrimonio e il posto da secondino in un carcere della Pennsylvania o non, piuttosto, agli ordini di chi oggi non siede in quest'aula, ma al riparo delle gerarchie militari.
Il processo è nella risposta a questa domanda. Lo sa Graner, che fissa immobile un punto nel grande schermo dell'aula che ripropone ai giurati gli ingrandimenti dell'orrore di quella notte tra il 7 e l'8 novembre. Il "lavoro" che faceva sui prigionieri e che con feticismo documentava con la sua macchina fotografica digitale. Lo sa il suo avvocato Guy Womack, tenente colonnello dei marines a riposo, che nella sua petulante cantilena di uomo con l'accento del Sud, va ripetendo che "i fatti dimostreranno che Graner ha soltanto obbedito a degli ordini". Lo sa il maggiore Michael Holley, pubblico ministero e ufficiale sornione, che ha voglia di chiudere questa storia presto e in modo esemplare. Interrompendo le responsabilità della "catena di comando" lì dove oggi le fissa quest'aula. Allo specialista Charles A. Graner. Trentasei anni, "1.991,50 dollari al mese" per finire a spaccare ossa in una galera irachena, come documenta il cedolino dello stipendio depositato tra i documenti a disposizione della Corte.

Il maggiore Holley ha buon gioco. E lo sa quando deposita agli atti un nuovo video con masturbazioni di gruppo tra prigionieri. Chiede il buio in aula. Il maxi schermo illumina il volto di un disgraziato che dice di chiamarsi Hussein Mutar. Sarà questo primo testimone e come lui un secondo - anticipa l'ufficiale - a spiegare cosa significhi quella nuova prova di accusa.
Mutar parla lentamente. La sua deposizione è stata registrata in dicembre a Camp Victory, Bagdad. "Vivo a Bagdad, nella stessa casa dove sono stato prelevato a forza dalla polizia irachena una sera di ottobre del 2003. Mi accusarono di aver rubato una macchina e mi consegnarono agli americani, nel carcere di Abu Ghraib. Sono l'uomo in cima alla piramide di prigionieri nudi ritratta nella fotografia scattata dal caporale Graner la notte tra il 7 e l'8 novembre 2003...".
Holley interrompe la deposizione registrata. Un'immagine proiettata in sovraimpressione mostra la piramide cui Mutar fa riferimento. E il cerchio luminoso con cui, a beneficio dei giurati, lo stesso Mutar indica un corpo di uomo contratto nell'umiliazione e nel terrore, riconoscibile per una cicatrice. Il suo. Il mucchio perde il suo bestiale anonimato.
Il nastro con la voce dell'iracheno riprende a correre. "La notte tra il 7 e l'8 novembre, Garner ci ordinò di uscire dalle celle. Ci fece spingere in uno stanzone dove ci venne ordinato di spogliarci completamente. A chi non faceva in fretta, gli abiti erano tranciati con un coltello. Cominciarono a pestarci, tra le urla e le risate dei soldati. Graner ordinò quindi di masturbarci e mentre lo facevamo girò un video. Poi, ci ammucchiò nella piramide. Io fui picchiato proprio da lui. Al volto, alle ginocchia. Riuscivo solo a sentire le mie urla e quelle dei miei compagni. Quando ci fecero rientrare nelle celle, i pavimenti erano stati allagati. Ci obbligarono a stenderci in quella melma gelida per tutta la notte. Ho pregato di morire...".
Una nuova videocassetta illumina lo schermo di un secondo volto. Ameen Al-Sheikh, siriano. La notte tra il 7 e l'8 novembre 2003 era nella piramide di Mutar. Ad Abu Ghraib, Ameen godeva di pessima reputazione. Con una pistola ottenuta da un secondino iracheno aveva cercato la rivolta e, sparando, aveva trovato nei bracci i colpi di risposta dei GI americani. Racconta: "Non so se Graner fosse o meno il responsabile. So che dava gli ordini. So che è un uomo cattivo. Quella notte, mi camminò sulla ferita da arma da fuoco che avevo alla gamba. E non era la prima volta che mi torturava. Lo aveva già fatto costringendomi a rimanere ammanettato alle inferriate della mia cella per una notte intera, finché la mia spalla non aveva ceduto. Ho visto Graner ordinare ai suoi soldati di pisciare sui prigionieri. Costringere uno dei nostri fratelli a raccogliere e mangiare la sua razione di cibo dal fondo di una tazza del cesso. Ci imponeva di bere alcool e agli affamati dava carne di maiale, minacciando di violentare le mogli e le figlie di chi rifiutava. Neppure Saddam era arrivato a tanto".
* * *
Lo "specialista" Graner fissa le immagini come se non lo riguardassero. Ha un solo sussulto. Che lo accende di disprezzo. "L'ultima volta che ho visto quel tale Ameen, ha cercato di ammazzarmi", dice. Ma poi torna prigioniero di un silenzio cupo. L'accusa chiama sul banco dei testi il soldato Ivan L. Frederick II e il soldato Jeremy C. Sivitis. I compagni di quella notte di violenze. Hanno patteggiato con l'accusa condanne miti (un anno Sivitis, 8 Frederick) in cambio del colpo di grazia con cui ora giustiziano Graner, senza mai incrociarne lo sguardo.
Racconta Sivitis: "La notte tra il 7 e l'8 novembre, un sottufficiale della polizia militare che indossava un paio di guanti ci diede l'ordine di impilare una serie di prigionieri nudi al centro del braccio. Quell'uomo è seduto in quest'aula. E' il caporale Graner...". Quell'uomo, prosegue, faceva mostra di essere il padrone del braccio, delle vite dei suoi prigionieri. "La pratica di ammanettare i prigionieri alle sbarre delle loro celle era abituale. Se ne occupava personalmente Graner. Una volta gli vidi stringere a tal punto le manette di un detenuto che le mani di quel poveretto diventarono viola. Ero convinto che avrebbe perso gli arti. Dimostrava di essere molto sicuro di quel che faceva e lo documentava in modo ossessivo. Non faceva altro che scattare foto. Una volta, mi mostrò quella di una irachena di 19 anni a seno scoperto e mi disse che, purtroppo, non era riuscito a fotografarle il pube". Della sopraffazione, Graner sembrava godere.
Ancora Sivitis: "Una volta si accanì su un prigioniero accusato di violenza sessuale su un ragazzo. Cominciò a tempestargli le tempie di pugni, finché quello non svenne. Io provai a farlo smettere. Gli dissi: "Signore, credo che il prigioniero abbia perso conoscenza..". E lui, guardandosi le nocche del pugno, scoppiò a ridere e disse: "Cazzo, fanno male, eh?"".
Ivan L. Frederick è un ragazzone alto, con un taglio di capelli che rende la testa ancor più piccola di quanto già non sia e due occhi infossati, che sembrano seguire il filo di un ragionamento non necessariamente legato alle domande che gli vengono rivolte. Ha picchiato con Graner. Sta già scontando il prezzo di quelle sevizie. "Quando la nostra unità arrivò ad Abu Ghraib - racconta - chiesi ai ragazzi dell'unità che rimpiazzavamo per quale motivo i prigionieri dovessero rimanere nudi e indossare biancheria intima da donna sulla testa. Mi venne risposto che le cose, ad Abu Ghraib, andavano in quel modo e che se l'intelligence militare lo chiedeva, il lavoro andava fatto. Graner era un interprete entusiasta di quell'andazzo. Tanto che ricevette l'apprezzamento degli ufficiali dell'intelligence militare. Poi, cominciò ad essere sempre più aggressivo, fino a quando io non ce la feci più a stargli dietro...".
L'avvocato Guy Womack ha un guizzo. Vede un primo spiraglio. Lo incalza. "Dunque, era l'intelligence militare a stabilire che venissero usati certi metodi?". "Posso dire che quando chiesi direttamente ad un ufficiale dell'intelligence militare come andasse fatto il lavoro, mi rispose: "Non me ne frega un accidente di come lo fai, purché lo fai e purché i prigionieri restino vivi". L'unica istruzione che ci venne data era di lavorare sui "punti di pressione"". Womack: "Posso chiederle cosa intendeva l'intelligence militare per "punti di pressione"?". "Le aree della cute che provocano dolore". Womack sorride. "Era quello che volevo sentirmi dire...".
Il maggiore Holley si drizza come chi avverte un improvviso pericolo. Fa due sole domande: "Soldato Frederick, eravate consapevoli che quanto facevate lei e il caporale Graner nel carcere di Abu Ghraib era contrario alla legge?". "Si, Signore". "Soldato Frederick, qualche ufficiale dell'intelligence militare vi ha mai ordinato di usare guinzagli e bastoni sui prigionieri. Di usare violenza sui loro corpi?". "No, Signore".
* * *
La difesa prova ad allargare il varco con il sergente Brian Lipinsky, sottufficiale dell'unità in cui Graner prestava servizio. Womack gli chiede conto del rapporto con cui, il 16 novembre 2003, diede atto dell'apprezzamento che per il lavoro del caporale nutriva l'intelligence militare. Lipinsky conferma quelle note, ma ne aggiunge il contesto. E sono ancora brutte notizie per Graner. "In quel periodo, Graner aveva cominciato a tirare la corda. Il suo comportamento si era fatto eccentrico, sia nel modo di presentarsi e vestire l'uniforme, sia nel modo di interpretare le generiche direttive dell'intelligence sulla necessità di ammorbidire la resistenza dei prigionieri".
Non va meglio con Thomas Archambault. E' un curioso ex sottufficiale di polizia. Si presenta (e così lo presenta la difesa) come "esperto in tecniche di coercizione sui detenuti". Prova a spiegare alla Corte che, per quel che gli consta, "Graner ha fatto un uso ragionevole della forza. Che, dato il contesto, chiunque, si sarebbe comportato in quel modo". Che "guinzagli e pile di corpi umani, non sono una novità nelle tecniche di controllo dei detenuti".
Il presidente della Corte, il colonnello James L. Pohl, ha una fiammata d'ira. Investe l'avvocato Womack. E le sue parole sembrano anticipare il giudizio. "Mi stia bene a sentire, avvocato, perché non glielo ripeterò una seconda volta. Se lei sta provando a far entrare in questo processo valutazioni ipotetiche su quale grado di sofferenza abbiano provato i prigionieri di Abu Ghraib, se lo scordi. A questo signore, vale la pena chiedere una sola cosa e sono io a fare la domanda: esiste un qualche manuale adottato in un qualunque penitenziario americano, civile o militare, che prevede l'uso di guinzagli e di piramidi umane come tecnica legittima di coercizione?". Archambault è una statua di sale. La risposta, un monosillabo che lo congeda: "No, Signore. Non esiste". Lo specialista Graner, per la prima volta, si piega su se stesso.
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mercoledì 12 gennaio 2005
ore 16:54 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Lettera aperta a Romano Prodi di Paolo Flores d’Arcais
Caro Romano, rompi gli indugi: fatti leader! Perché i giochi sono tutt’altro che fatti, purtroppo (anche se da ieri il bicchiere sembra quasi “mezzo pieno”, e di queste lune non è poco). Diventare leader dell'opposizione non dipende solo da te, naturalmente. Ma dipende innanzitutto da te, di questo sono fermamente convinto. Finora ti sei rivolto solo ai partiti del centro-sinistra, anzi ai loro dirigenti. Ma questi dirigenti non ti vogliono come leader, ti vogliono come candidato (quasi tutti): e non è affatto la stessa cosa. Un candidato unico le opposizioni lo dovranno accettare comunque, anche obtorto collo, perché senza questa minestra, nel maggioritario ad un turno, si salta dalla finestra, cioè si perde senza nemmeno giocare. Ma le opposizioni, per vincere, hanno bisogno proprio di un leader un leader), non di un candidato. Di un leader riconosciuto come tale, dotato di tutto il potere decisionale (e responsabilità conseguenti, sia chiaro) che a un leader compete. Senza di che, la litigiosità permanente, le ambizioni sfrenate alla visibilità personale, la babele programmatica, i ricatti e i ricattucci, e insomma tutto l'indigeribile masochismo che ci viene propinato quotidianamente da troppi dirigenti del centro-sinistra (e che in tre mesi ha consentito a Berlusconi di colmare i quindici punti - quindici! - di svantaggio che aveva nei sondaggi), diventerà canea e frastuono onnipervasivo. Non trombe di vittoria ma tromboni di sconfitta. Conosco bene l'obiezione, dalle accattivanti sembianze democratiche (e da una impressionante caratura di ipocrisia): ma noi non vogliamo un leader alla Berlusconi, un leader-padrone. Vogliamo un leader che sia sintesi di tutte le diversità che fanno la ricchezza della coalizione di centro-sinistra. Naturalmente. Ma l'alternativa non è tra l'autocrate massmediatico di una coalizione asservita, e la rissa permanente tra piccole primedonne d'apparato. La via democratica è ovvia e tautologica e respinge entrambe i corni di questa ingannevole alternativa. Cioè: se vogliamo un leader democraticamente rappresentativo, basta sceglierlo democraticamente. Dunque, Romano, fatti leader! Rifiuta esplicitamente il ruolo di semplice candidato di una mera coalizione di partiti. Questo ruolo lo hai già svolto, e sappiamo come è andata a finire. Rimanere invischiato in una replica significherebbe rendersi complice di una ribollita di scadentissima qualità. Tutti ti indicano come unico leader possibile. Con una metà della lingua, però. So che può sembrare ingeneroso, e addirittura eccentrico (i soliti “intellettuali astratti”, insomma) insistere oggi con queste tesi, visto il documento quasi unanime (De Mita rappresenta solo se stesso?) della Margherita. Ma sai bene che non sono affatto un “incontentabile”. Anzi, sono tra quelli che - appena c'è un po' d'acqua - il bicchiere lo vedono subito “mezzo pieno”. Temo piuttosto, proprio da riformista moderato e gradualista quale sono, dunque in nome del più sobrio realismo politico, che - di fronte alla strapotenza mediatica, finanziaria e di prevaricazione istituzionale del regime - l'altra metà del bicchiere sia assolutamente indispensabile per vincere. E si chiama, questa irrinunciabile metà, unità dal basso, come scriveva l'altro giorno in queste pagine Clara Sereni. Cioè partecipazione e potere, nella costruzione della coalizione, dei militanti di base cui le singole appartenenze vanno ormai strette, e dei tantissimi cittadini che non si riconoscono in nessun partito. È solo con loro, infatti, con la loro partecipazione-potere, che si possono conquistare consensi dentro quel 30/40% - decisivo - di elettori indecisi (o attualmente decisi a non votare). Dunque, fatti leader, sottraendoti all'abbraccio troppo avvolgente di quanti indefettibilmente ti vogliono, ma solo come punto di equilibrio dei rapporti di forza tra i partiti, come firmatario, senza poteri di coreografo, di una quadriglia tra dirigenti che vogliono restare proprietari incontestati dei rispettivi “pacchetti azionari”. Fatti leader! Cioè avanza la tua candidatura, direttamente ed esplicitamente, presso tutti i cittadini dell'elettorato potenziale che dovrà mettere fine al regime populista di Berlusconi. E non limitarti a rispondere che lo hai già fatto, poiché hai proposto le primarie entro maggio. Queste primarie, possono restare una ipoteca sul nulla, al massimo un palliativo per porre un freno alle schermaglie logoranti degli apparati. E invece: elenca innanzitutto e senza reticenze i poteri che tutti i partiti devono riconoscere a un leader democraticamente eletto: tra i quali, ineludibilmente, il dovere/diritto di avere l'ultima parola sulle candidature nei collegi, quanto si scatenerà il sabba di tutti gli appetiti, dai più legittimi ai meno confessabili. Diritto/dovere irrinunciabile, proprio per essere garante della articolata ricchezza dell'opposizione (dei partiti e della società civile), di cui tutti si riempiono la bocca ma che non sempre coltivano nel cuore. E per non essere ridotto a notaio che mette un timbro di credibilità civile su accordi partitocratici e altri scambi di figurine realizzati in camera caritatis. E proponi nel modo più netto le modalità che rendano le primarie un esercizio vivente ed esemplare di democrazia e non l'ennesima e formalmente inattaccabile manipolazione del consenso. Il che significa come minimo tre cose: a) un'effettiva molteplicità delle candidature, non solo di partiti ma anche (direi: soprattutto) dalla società civile; b) l'impegno solenne dei candidati a una campagna elettorale di rigorosa par condicio (sempre confronti tra i candidati, in tv, nei giornali, nelle piazze, nei teatri, e mai monologhi personali di potenza comunicativa inevitabilmente asimmetrica); c) la proibizione, certosinamente garantita (anche senza gli osservatori internazionali di Jimmy Carter) che non ci sarà intervento alcuno degli apparati per convogliare elettori ai seggi e altre apparizioni di “truppe cammellate”. Senza questa fioritura certa di democrazia, la primavera delle primarie naufragherebbe invece nel boomerang delle speranze sbandierate e poi brutalmente (o peggio: sottilmente) vanificate. Cerchiamo di non fare altri regali al regime. Dando invece dimostrazione di quanto la democrazia possa essere presa sul serio, l'opposizione si assicurerebbe una ipoteca sulla vittoria elettorale che tutto lo strapotere mediatico e finanziario berlusconiano (con annessi abusi istituzionali) non riuscirebbe a sradicare. Perché c'è una voglia di democrazia coerente che circola in profondità in una parte cospicua dell'elettorato decisivo: quello incerto e quello del non voto. E solo chi conquisterà quei cittadini (o ne allontanerà il minor numero) vincerà le elezioni. Conosco a memoria anche l'altra obiezione: ma così si delegittimano i partiti. Niente affatto. Anzi, farai loro un regalo: alla loro base ma anche ai loro poco realisti dirigenti, troppo spesso refrattari ad ascoltare chi poi li dovrà votare. Eugenio Scalfari, per dire una persona piuttosto autorevole che non ha i partiti in uggia, anzi, e che non può proprio essere accusato di estremismo movimentista, ha parlato delle prossime elezioni come di uno scontro decisivo tra democrazia ed autocrazia. Non si poteva dire meglio e più sobriamente. Ma se l'autocrazia populista berlusconiana - che ha fallito in tutto - ancora regge e minaccia anzi di tornare a vincere, è solo perché costituisce comunque una risposta al monopolio partitocratico d'antan, esecrato ormai da una maggioranza di cittadini schiacciante e irreversibile. Risposta illusoria, sia chiaro, cura peggiore del male. Che si sconfigge, però, solo con un'alternativa vera, con un surplus di democrazia, e non segnando il passo o praticando il surplace dei vecchi riti di apparato. Per cui, caro Romano, fatti leader. E da leader agisci subito. Ora. Questo giornale, ha avanzato alcune settimane fa la proposta di una grande manifestazione a Roma, in piazza san Giovanni: di tutte le opposizioni, partiti e società civile. Ha sollevato entusiasmi. Se non alimentati, tuttavia, si spegneranno. E si pagherà un prezzo anche elettorale. Una tua immediata e autonoma decisione di partecipare - invece - non concordata o mediata con vertici di partito, moltiplicando quegli entusiasmi ne garantirebbe il successo, la farebbe diventare l'occasione irrinunciabile di mobilitazione per tutti i militanti di partito e per tutti i “moderati intransigenti”, cittadini senza partito ma in cerca di una politica degna della democrazia presa sul serio. Fatti leader, e troverai da subito un mare di cittadini democratici pronti a vincere con te le elezioni del 2006. Il momento dove si decide se la possibilità diventa “destino” o si spegne in illusione (il momento come kairos, è ora. Non domani. Cogli l’attimo. Un abbraccio
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mercoledì 5 gennaio 2005
ore 01:29 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Corollario di McDonald alla legge di Murphy: In ogni serie di circostanze, la corretta linea d'azione e` determinata dagli eventi successivi
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domenica 2 gennaio 2005
ore 10:27 (categoria:
"Vita Quotidiana")
E nel maremoto di Natale nasce la "zattera" multimediale di VITTORIO ZAMBARDINO
"Cataclismi in Prima Persona", titola il blog di un pubblicitario milanese in questi giorni. E descrive come l'autore si sia costruito il suo itinerario di siti e fonti di informazione in molte lingue. Sono successe due cose in questi giorni: un mito è crollato, il mito di un mondo "wired", sempre connesso, dove l'informazione è ubiqua e rieccheggia da un angolo all'altro del pianeta grazie ai mezzi vecchi e nuovi. Ma "dentro" il mondo finora irreale di internet è emerso il pubblico che non mangia solo televisione. L'onnivoro dell'informazione.
Aveva torto il giovane Guzzanti a prendere in giro il mito del mondo interconnesso. Ricordate la gag sulla comunicazione globale? "Grazie a Internet posso comunicare con un aborigeno che sta dall'altra parte del mondo. Ma la domanda è: aborigeno, ma io e te, che cazzo dobbiamo dirci?". Avrebbero potuto dirgli con tre ore di anticipo (agli asiatici, non agli aborigeni) che stava arrivando lo Tsunami. Ma il punto è che una buona parte dell'umanità vive ancora senza corrente. Un'altra , più grande, la usa come noi negli anni '30 e non ha mai fatto un telefonata. Un altro paio di miliardi di persone sono chiuse dietro cortine di ferro che filtrano e censurano anche la rete. E il governo indiano (siamo sicuri che solo loro?) funziona coi fax. Che, com'è noto, si perdono. Il mondo interconnesso, peccato per chi se n'è riempito la bocca, non c'è ancora.
"Cataclisma in prima persona" invece, che è giovane, tiene la televisione in sottofondo, sintonizzata sulla Cnn, ma non è soddisfatto, non ce la fa ad aspettare che gli inviati superino la strada distrutta e trovino il mondo di mandare un servizio.
Il nuovo utente ha fretta e guarda le bacheche elettroniche con i nomi dei dispersi, ospedale per ospedale, va a cercare le fotogallerie "selvagge", non filtrate dalla pietà professionale dei giornalisti, e quindi si espone al trauma di guardare dentro il pozzo dell'orrore. Prima delle organizzazioni internazionali e benefiche, che hanno impiegato almeno tre giorni per mettersi in moto, sottoscrive presso un pool di blogger asiatici che già poche ore dopo i fatti, avevano organizzato un vero e proprio circuito di raccolta fondi. E' un utente che corre i suoi rischi nel caos.
In quel marasma molti giornali online si sono trasformati in veri e propri "hub" dell'informazione. Decine di migliaia di messaggi in ogni formato sono stati collazionati, editati, inseriti dentro le pagine html o semplicemente linkate, collegate. Il "giornale" online oltre che filtro professionale insostituibile nel marasma dei fatti, si è fatto ponte che ha trasportato prima messaggi, immagini, voci notizie "dal basso". Poi si è fatto sintetizzatore delle notizie di altri circuiti, dalla televisione alla radio, dal web ai cellulari, alle mail spedite dai pochi centri che funzionavano e dalle case di chi cercava parenti e dispersi. Non è esagerato dire che la televisione è stata spesso battuta sul tempo, sui modi e sulla profondità della sua copertura, da quesi "circuiti di mezzi multipli" che si sono assemblati per affinità elettive e culturali. E li ha usati a man bassa, ovviamente.
Qualche studioso americano (segnalato nel blog "Giornalismo d'altri") se lo è già chiesto. Di fronte alle catastrofi il giornalismo aveva finora il problema della scarsezza di notizie e fonti. Oggi ha la necessità di filtrare il Niagara informativo dei filmati e delle foto amatoriali, dei resoconti dei blogger, delle impressioni e delle grida d'aiuto della gente che si esprime come se tutto ciò che ha vissuto fosse "l'unica verità". E questa non è nemmeno una novità assoluta, è ciò che accade da mesi in Iraq, con i siti, i comunicati del terrore, gli annunci falsi e veri, e i filmati dell'orrore. Ma nel cataclisma di Natale è nato un mezzo multimediale. Una "piattaforma" affollata dove si sono incontrati tutti gli altri modi umani di comunicare. Non se ne andrà più via.
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martedì 21 dicembre 2004
ore 10:21 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Gli elettori traditi di MIRIAM MAFAI
UNA giornata amara per chi ha creduto e crede nello schieramento di centrosinistra e nelle forze riformatrici dell'Ulivo come le sole capaci di indicare al nostro paese una via d'uscita dalla crisi, dal degrado non solo economico ma sociale e culturale nel quale è stato precipitato da chi, dal 2001, ci governa. Una giornata amara che ha rivelato quanto i gruppi dirigenti della coalizione siano distanti dai sentimenti e dalle speranze del loro elettorato. Sono passati pochi giorni da quando, a Milano, una platea entusiasta acclamava Prodi al grido di "unità, unità, unità". L'eco di quella invocazione non si era ancora spenta e i leader della coalizione annunciavano ieri sera di dover rinunciare all'ipotesi, apparsa vincente alle elezioni europee, d'una lista unitaria alle prossime elezioni regionali.
Interessi personali e di partito, di cui è esempio il leader della Margherita Francesco Rutelli, piccoli protagonismi e ambizioni hanno reso impossibile una soluzione unitaria che qualcuno aveva giudicato, con un eccesso di ottimismo, a portata di mano, dopo il ritorno in Italia di Prodi. Solo per pudore o per ipocrisia potremmo declassare questa decisione al rango di una battuta d'arresto del processo unitario. È più corretto forse parlare di una sconfitta, che investe i leader dello schieramento che a questo progetto avevano lavorato da più di un anno.
Una sconfitta, duole dirlo, anche di Prodi, che dal luglio scorso aveva avanzato per primo la sua proposta di una lista unitaria. Una sconfitta di Piero Fassino che ha impostato, con coerenza e tenacia, tutta la sua azione e lo stesso congresso del suo partito, già convocato per febbraio, su questa ipotesi politica. Una sconfitta per coloro che, in questi mesi, anche al di fuori dei partiti, si erano mobilitati in forme e con inziative diverse, per sostenere queste prospettive. Una sconfitta, e un'amara delusione, per tutti coloro che, anche fuori dei partiti e degli schieramenti politici, avevano chiesto e sperato che le varie forze dell'Ulivo volessero e potessero accantonare le proprie divergenze e giungere invece ad una soluzione unitaria, sia nella definizione di un programma sia nella scelta delle candidature.
Una battuta d'arresto o una sconfitta tanto più amara perché giunge nel momento in cui la Casa delle libertà appare, nonostante una formale ricomposizione delle sue fratture interne, divisa su temi cruciali di politica estera, economica, interna.
Si veda, tanto per fare un esempio, la posizione della Lega a proposito dell'ingresso della Turchia nell'Unione Europea, l'incredibile richiesta di Maroni di cancellare l'art.18, la proposta del vicepresidente Follini di azzerare i vertici della Rai strenuamente difesi, invece, dal ministro Gasparri. Un governo in difficoltà, che sopravvive in virtù di ripetuti voti di fiducia, miserabili espedienti demagogici, vergognose leggi ad personam, cosidette "riforme" in violazione di principi costituzionali, e che con la sua politica sta mettendo in serio rischio non solo l'uguaglianza dei cittadini e il loro tenore di vita, ma anche la democrazia nel nostro paese.
L'opposizione dovrebbe sentire, oggi più che mai, la responsabilità che grava sulle sue spalle. Sono, a ben vedere, le stesse forze politiche che, uscite dalla crisi della Prima Repubblica, seppero trovare attorno a Prodi, nel lontano 1996, la generosità e l'intelligenza necessarie per mettere insieme culture che erano state non solo lontane, ma anche avversarie, rinunciando ai propri simboli e alle ambizioni personali.
Una operazione, quella del 1996, coraggiosa e generosa, che portò l'Ulivo alla vittoria. Molta acqua, da allora, è passata sotto i ponti. E si potrà discutere a lungo sulle responsabilità di coloro che non hanno creduto fino in fondo a quella esperienza, e che hanno, più o meno volutamente, sollecitato il riemergere di pulsioni identitarie, oggi tanto più forti quanto minore è il consenso elettorale. La lunga assenza di Prodi dall'Italia ha, probabilmente, facilitato il riemergere di quelle pulsioni e di ambizioni personali nei vari partiti che facevano e fanno parte della coalizione.
Il ritorno di Prodi non poteva da solo compiere il miracolo di rivitalizzare un Ulivo che aveva già sofferto troppe ferite. Abbiamo assistito così al riemergere anche tra le forze dell'opposizione di nostalgie proporzionaliste che, assieme al tentativo di Berlusconi di modificare la legge elettorale, hanno sollecitato le latenti ambizioni identitarie all'interno del centrosinistra.
Sta anche qui, probabilmente, la ragione o una delle ragioni dell'infelice esito della riunione di ieri, di quella che possiamo chiamare più che una battuta d'arresto una sconfitta nel processo unitario dell'opposizione. Ma una opposizione che, ripiegata su meschini interessi e giochi di parte, non fosse in grado di proporre al paese una via d'uscita dalla crisi in cui si trova, una via d'uscita credibile attorno alla quale raccogliere quanti sono oggi preoccupati per il proprio avvenire e delusi dalla gestione berlusconiana della cosa pubblica, una opposizione incapace di assolvere a questo ruolo, si assumerebbe, non credo di esagerare, una pesante responsabilità di fronte al paese.
Le scadenze sono ormai vicine. Il tempo è ormai una risorsa scarsa. Il rischio è che si accentui la stanchezza, l'amarezza e la delusione in coloro che chiedono, invano e da tempo, una maggiore unità a tutti i propri leader. La vicenda di ieri può significare l'inizio di un vero e proprio declino del consenso attorno alle forze dell'opposizione. A meno che, come talvolta accade nella vita e nella politica, la sensazione del pericolo imminente non spinga a un ripensamento, a un rilancio del progetto unitario sia sul piano programmatico che sul piano organizzativo. Ma chi ne avrà la forza e l'autorità?
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giovedì 16 dicembre 2004
ore 16:29 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Oggi è nato Ludwig van Beethoven (16 dicembre 1770)
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