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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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venerdì 2 marzo 2007
ore 11:19
(categoria: "Vita Quotidiana")







Una comunità di nudisti nella città di Loxahatchee, in Florida, partecipa tranquillamente a un dibattito per la candidatura del consiglio comunale. La comunità è piuttosto numerosa, e i loro voti hanno un peso consistente nella vita politica locale.


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venerdì 2 marzo 2007
ore 10:30
(categoria: "Vita Quotidiana")



Srebrenica, le radici dell’odio: "La vendetta si avvicina"
Rabbia dopo l’assoluzione dei serbi: "Traditi dall’Europa"
di GIAMPAOLO VISETTI

SARAJEVO - Alle madri di Srebrenica, dodici anni dopo, non è rimasta che l’accetta. Nadija Alic, rifugiata a Tuzla, questa mattina ha raggiunto la foresta dei figli bruciati dalla guerra. Abeti, betulle, larici, un albero per ogni vittima del "genocidio senza colpevoli". Le donne speravano di seguire almeno la crescita delle piante, battezzate con i nomi degli scomparsi.

Dopo lo schiaffo dell’Aja, hanno deciso di abbattere anche i simboli di chi è stato loro rubato. "Mentre fucilavano mio marito e i nostri tre ragazzi - dice - sono stata stuprata da un ufficiale dell’esercito di Belgrado. La comunità internazionale ha deciso che è colpa mia". I suoi quattro alberi sono caduti poco dopo mezzogiorno. I primi: la cataste di tronchi, accanto ad altre vecchie silenziose e infagottate, ora sono già alte.
La sentenza della Corte internazionale di giustizia, che ha assolto la Serbia dall’accusa di genocidio per il massacro del 1995, spacca la Bosnia-Herzegovina e riappicca l’incendio nei Balcani.

Per protestare contro il verdetto-scandalo, studenti e professori chiudono oggi l’università di Sarajevo. "Siamo tramortiti - dice il rettore Faruk Caklovica - dubitiamo della salute mentale dei giudici". Martedì, nella capitale, hanno sfilato oltre 5 mila persone. La più grande manifestazione dalla fine del conflitto. Sui cartelli c’era scritto: "Sono stati i marziani" e "Occidente, l’ennesimo tradimento". Musulmani e croati contro serbo-bosniaci. Il vaso dell’odio nazionalista e delle vendette etniche è di nuovo senza coperchio.

L’11 marzo, a Tuzla, si annuncia la protesta-choc che spaventa i contingenti militari internazionali. Da dieci anni, ogni mese, le sopravvissute di Srebrenica espongono nell’indifferenza generale i drappi con i nomi delle 8 mila vittime. Mentre a Vienna si deciderà l’indipendenza del Kosovo, le madri bosniache bruceranno le loro stoffe-reliquia per denunciare davanti al mondo la "cinica ipocrisia della Serbia e dell’Onu". Mai, dopo l’accordo di Dayton, pace e rinascita nei Balcani sono parse così lontane. Nei tribunali ormai si fermano anche i processi contro i crimini di guerra.

Naza oggi è arrivata a Sarajevo in autostop per testimoniare le sevizie subite. Non aveva i soldi per tornare a Visegrad. La preghiera di una colletta, in tribunale, non le ha risparmiato di riavviarsi a piedi verso casa. Sono queste umiliazioni, il senso di abbandono e di disperato isolamento, di ingiustizia, a riportare indietro la storia. "La prospettiva di una riesplosione della violenza - dice Zlatko Dizdarevic, direttore del quotidiano Oslobodjenje durante i tre anni di assedio della capitale - diventa ogni giorno più concreta". La verità negata apre ferite antiche e scava pericolosi solchi nuovi.

"In Europa i musulmani - dice Resid Hafizovic, docente di scienze islamiche a Sarajevo - non possono aspettarsi che la loro vita sia protetta come quella degli altri". Un modo prudente per introdurre la domanda collettiva che sta sconvolgendo la Bosnia: se a Srebrenica fossero stati massacrati 8 mila cristiani, la sentenza dell’Aja contro i musulmani sarebbe stata la stessa? "Questo verdetto - risponde il cardinale Puljic Vinco - rispecchia semplicemente interessi politici. E offende tante vittime innocenti". Per questo la Bosnia ha deciso di dare all’Occidente una risposta politica.

"Se il problema è la mancanza di prove contro la Serbia - dice il presidente del comitato per la ricerca dei dispersi, Amor Masovc - ne porteremo di nuove e chiederemo la riapertura del processo". Il parlamento bosniaco, a maggioranza bosgnacco-croata, si appresta così a votare la riforma della costituzione. Si chiede di cancellare la Republika Srpska, "ormai ufficialmente fondata sul genocidio", e di punire chi lo nega. Una bomba, nell’ex Jugoslavia. Oggi a Banja Luka il presidente serbo - bosniaco Milorad Dodik riceve Carlo d’Inghilterra e la moglie Camilla, in visita al contingente britannico.

"Siamo pronti a scusarci per crimini di guerra contro i non serbi - concede rifiutando di riconoscere il genocidio sancito dall’Aja e attaccando la Ue - ma tutti i gruppi etnici devono chiedere scusa per i massacri commessi tra il 1992 e il 1995". Il messaggio ultranazionalista è chiaro: guai a chi tocca la Republika Srpska, pronta a indire un incostituzionale referendum per l’indipendenza e a chiedere l’annessione alla Serbia. Un incubo, nonostante le "pulizie" belliche.

La minaccia di secessione dei serbo-bosniaci, sostenuti da Belgrado e Mosca, risponde all’offensiva dei musulmani di Bosnia: l’obiettivo però è congelare l’indipendenza del Kosovo, destabilizzando i Balcani. "Altro che Unione europea - dice Haris Silajdzic, rappresentante islamico della mostruosa presidenza tricefala della federazione bosniaca - basta una scintilla perché il rogo torni a divampare.
Cosa accadrà a Sarajevo e a Banja Luka, se a Pristina gli albanesi cacceranno i serbi"?

A dodici anni dalla fine dei combattimenti, un Paese spaccato secondo l’assurda linea dei fronti bellici affonda nel rancore, nella miseria, nell’isolamento e nell’assenza di prospettive. La metà del bilancio statale serve per pagare la burocrazia, 187 ministri si contendono le tangenti degli stranieri, la disoccupazione sfiora il 50%, solo quattro edifici su dieci sono stati ricostruiti. Le strade restano interrotte dalle voragini delle cannonate, nei villaggi si sopravvive con due euro al giorno. Nelle scuole, separate secondo l’appartenenza etnica, ai bambini si insegnano storie opposte: il seme per l’odio di domani.

Un bilancio desolante, per la comunità internazionale.
Al punto che ieri Bruxelles ha deciso di prorogare la permanenza dell’alto rappresentante Ue, che doveva smobilitare a giugno. Dimezzate invece le forze di pace, ormai troppo costose. "Ma nelle case e sotto terra - avverte a Sarajevo un diplomatico europeo - restano arsenali impressionanti. Una guerra civile è tecnicamente affrontabile, mentre un colossale contrabbando di armi è già realtà".

L’alternativa all’Europa, secondo la stampa bosniaca, resta "un buco nero". "Se i Balcani dovessero fare i conti solo con se stessi - dice l’analista Tahir Belkic - un’altra Srebrenica sarebbe possibile". Basta guardare le vecchie paralizzate davanti alle tombe dei cimitero di Potocari. Per non abbandonare morti e dispersi, vivono di carità, accerchiate dai loro carnefici della Srpska. L’esistenza si risolve nell’attesa del ritrovamento di nuove fossi comuni. Finora sono 6 mila i cadaveri riesumati, 4 mila quelli identificati grazie al Dna, 2 mila i dispersi.

Ventimila, nell’intera Bosnia decapitata di 100 mila vite. "Ogni mese - dice Bakira Hasecic, leader delle donne vittime della guerra - si riapre una fossa. Stiamo per giorni nel fango, a cercare i resti dei nostri cari. Poi si scopre che le ruspe hanno devastato gli ossari: una tibia riemerge in un campo a sud, il cranio magari è duecento chilometri a ovest. Oppure si trova il corpo di uno a cui è già stato fatto il funerale". C’è chi impazzisce, aspettando invano una tomba su cui pregare.

"Per questo - dice Hatidza Mehmedovic, portavoce della madri di Srebrenica - non possiamo accettare la volgarità del giudizio dell’Aja. Mladic e Karadzic erano stipendiati e agli ordini di Milosevic, celebrato poi come statista a Dayton. Ma siccome l’Occidente ha ancora bisogno della Serbia, contro la Russia di Putin, Belgrado può evitare di pagare il conto".

Una metastasi fatale, ignorata da un’Europa distratta. Come se la prospettiva della Ue, in assenza di verità e giustizia, potesse da sola risanare i Balcani. "La verità - dice Liljana Smajlovic, politologa serbo-bosniaca - è che cresce un rancore nuovo, anti - occidentale. Si sogna Bruxelles per abolire i visti e divorare i finanziamenti: ma dodici anni di beffe ci hanno riportato sull’orlo del precipizio e nessuno crede più nella democrazia europea".

E’ sera quando un pullman croato scarica cinquanta rifugiati bosgnacchi tra le macerie di Srebrenica. Erano fuggiti da bambini, sotto le raffiche delle esecuzioni. Vengono a portare un fiore sui tumuli di padri e fratelli maggiori, a vendere la casa. "Adesso ogni giorno - dicono - avvicina quello della vendetta". Ripartono subito. Vivono negli Stati Uniti: qui non torneranno più".


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venerdì 2 marzo 2007
ore 10:07
(categoria: "Vita Quotidiana")



Multa agli alberghi senza preservativi
Cina, lotta dura contro l’Aids

PECHINO - La provincia cinese dello Zhejiang, sulla costa orientale del paese, multerà gli alberghi che non offrono preservativi ai loro ospiti. Lo afferma oggi il quotidiano Notizie di Pechino. La decisione è stata presa per rafforzare la lotta contro l’Aids, spiega il giornale.

Secondo le direttive della provincia, "macchine per la distribuzione automatica di preservativi devono essere installate in tutti gli hotel, i bar e negli altri luoghi pubblici. In caso contrario una multa di 5.000 yuan (500 euro) verrà imposta ai manager".

Lo Zhejiang, una delle province più industrializzate della Cina, ha registrato l’anno scorso 1.859 casi di Aids. In tutto il paese i malati accertati sono oltre 600 mila.


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mercoledì 28 febbraio 2007
ore 16:52
(categoria: "Vita Quotidiana")



La scuola sempre più ’vecchia’. Over 50 la maggioranza dei prof
di SALVO INTRAVAIA

Insegnanti italiani sempre più ’maturi’. Per la prima volta negli ultimi vent’anni gli ultracinquantenni rappresentano la maggioranza e anche gli over 60 ancora alle prese con registro, interrogazioni e compiti in classe crescono. Sempre irrilevante in Italia la percentuale di maestre e prof giovani: nelle aule italiane rappresentano una assoluta minoranza. E anche i supplenti, che dovrebbero rappresentare il serbatoio per la scuola del futuro, invecchiano rapidamente mentre resta prevalente la presenza femminile. La radiografia del cosiddetto corpo docente impegnato quest’anno è stata appena completata dai tecnici di viale Trastevere. Nell’anno scolastico in corso (il 2006/2007) il numero complessivo di docenti si avvicina alle 900 mila unità con in aumento e titolari in calo.

L’età degli insegnanti. Quest’anno, l’età media degli insegnanti di ruolo è di 50 anni (49,9, per la precisione) con un ulteriore incremento rispetto a 12 mesi fa di oltre mezzo anno. Tra le cause del rapido invecchiamento del corpo docente il risicato turn over imposto dal precedente governo e l’innalzamento dell’età pensionabile. E se qualcuno pensa che per ringiovanire la scuola italiana basti attingere dalle graduatorie dei supplenti è destinato a rimanere deluso. L’età media dei precari ha ormai superato i 40 anni e oggi, girando per i corridoi delle scuole, incontrare supplenti con i capelli bianchi e tutt’altro che una sorpresa.

I numeri. Per comprendere un fenomeno che ci allontana sempre più dai partner europei bastano pochi dati. Per la prima volta nel corso degli ultimi venti anni la classe docente a tempo indeterminato del nostro Paese è over 50. La percentuale degli ultracinquantenni con cancellino e gesso in mano è passata dal 49 per cento del 2006 al 52 del 2007. E gli oltre 40 mila insegnanti con più di 60 primavere sulle spalle (pari al 6 per cento del totale) la dicono lunga sul distacco esistente in classe fra giovani sempre più tecnologici e insegnanti che hanno studiato con penna e calamaio. I meno di 5 mila insegnanti under 30 (4.792, appena lo 0,6 per cento) costituiscono una sparuta presenza abbondantemente compensata da un numero simile (4.445 in totale) di docenti over 65.

Il confronto. Basta andare indietro di un decennio per comprendere come si è evoluto il fenomeno. Nell’anno scolastico ’97/’98 gli insegnanti con meno di 30 anni erano il 2 per cento e quelli con meno di 40 addirittura 23 su cento: quasi il doppio di oggi. Per converso, gli over 50 erano il 27 per cento, quasi la metà di quelli in cattedra quest’anno, e gli ultrasessantenni il 2,7 per cento. In pochissimi anni, da un rapporto quasi paritario fra gli over 50 e gli under 40 (1,2 per l’esattezza) si è passati a 4. Cioè, oggi, gli ultracinquantenni in cattedra sono il quadruplo di coloro che non hanno ancora spento 40 candeline.

La presenza femminile. A scuola sono decisamente le donne a farla da padrona che con la loro presenza surclassano i colleghi maschi. Sono infatti 8 su 10 le cattedra occupate quest’anno dal gentil sesso. Segno che per decenni l’insegnamento è stato uno dei lavori preferiti dalle donne, forse perché ritenuto non troppo impegnativo e perché consentiva di conciliare gli impegni familiari con quelli del lavoro.

Gli insegnanti europei. Il confronto con gli altri paesi (europei e non) è destinato ad impressionare. Secondo l’ultimo rapporto dell’Osce sui sistemi di istruzione e formazione in Francia, Corea, Irlanda, Inghilterra, Stati Uniti e Giappone il tasso di insegnanti non ancora trentenni supera abbondantemente il 10 per cento, con punte del 20 per cento in alcuni gradi di istruzione. L’Italia ne può contare un numero quasi venti volte più piccolo.


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mercoledì 28 febbraio 2007
ore 12:10
(categoria: "Vita Quotidiana")



Pistola alla tempia al bimbo che disturba
Milano, il gesto di un vigilante in una biblioteca.
di Biagio Marsiglia

MILANO — Il ragazzino, undici anni e le gambe magre, è stato sorpreso con il bicchierino della cioccolata calda davanti alla macchinetta distributrice della biblioteca comunale di via San Paolino, periferia sudovest di Milano.
La guardia giurata, 50 anni, quindici di onorato servizio, gli è arrivato alle spalle come un felino e non ci ha visto più. Con la mano sinistra ha afferrato il giovanissimo discolo per i capelli, tirando verso l’alto, e con la destra ha estratto l’arma d’ordinanza avvicinando l’acciaio brunito della canna alla tempia del malcapitato. «Ti avevo detto di smetterla di dare fastidio — gli ha urlato con voce ferma e minacciosa — e adesso ti dico che te ne devi andare di qua immediatamente, altrimenti...».
Impietrito, il ragazzino ha perso la parola e il respiro. E mentre i suoi amichetti se la filavano a gambe levate è rimasto lì, in balia del gelido contatto ravvicinato con la calibro 45, mentre la cioccolata bollente gli finiva sui pantaloni e sul pavimento.

Aveva dato fastidio tutto il giorno, Cristian. Lui e gli altri, tutti poco più che bambini, erano usciti e entrati dalla biblioteca comunale decine di volte, senza preoccuparsi troppo di chi, su quei tavoli, studiava, leggeva o faceva ricerche. La guardia lo aveva rimproverato a più riprese, ma dalla biblioteca comunale di periferia, trasformata dall’abitudine e dalla necessità in una sorta di centro sociale per giovanissimi, Cristian non se n’era mai andato.

Scorribande per tutto il giorno, grida, corse dalla sala biliardino alla sala lettura, fino a quando, verso le 19, è comparsa la pistola.
A chiamare la polizia, atterrito, è stato un amico di Cristian che aveva il cellulare in tasca. Ha fatto il 113 e ha chiesto aiuto. Così, in biblioteca, in fretta e furia, è arrivata una volante del commissariato di Porta Ticinese. Ascoltati in disparte uno dall’altro, i ragazzini hanno dato tutti la stessa versione dei fatti e per la guardia giurata sono arrivati i guai. Il fatto, mai saputo prima, risale a qualche tempo fa, mentre è storia di queste ore il processo che vede il vigilante sul banco degli imputati per il reato di «minacce gravi aggravate», articoli 612 e 339 del Codice penale.

Lui, Bruno F., la guardia, si difende raccontando che quei ragazzini sono dei «disgraziati che fanno casino tutto il giorno», che lui quella sera «era stanco, esasperato... che li aveva pregati più volte con le buone maniere perché la smettessero di disturbare...», e che in ogni caso aveva «sì estratto la pistola, ma l’aveva puntata verso il soffitto, non alla tempia del bambino». E poi, giura ancora la guardia, l’arma «era in sicura».
Fatto sta che al vigilante pagato dal Comune di Milano, che per la sicurezza della biblioteca si affida a un istituto privato, la polizia ha sequestrato la pistola d’ordinanza, una Tanfoglio Witness 1911 calibro 45, e ha segnalato il fatto alla Prefettura, cui spetterà ora decidere il da farsi in merito alla sua licenza di lavoro.

I genitori di Cristian, che di notte ha gli incubi e si è rivolto ai medici, nel processo davanti al giudice milanese Anna Introini si sono costituiti parte civile. «Non si può tollerare che un bambino venga minacciato con la pistola — sostiene l’avvocato di famiglia, Marco de Giorgio — la guardia non si è trovata a scorgere all’improvviso due ombre dentro una gioielleria, aveva davanti dei ragazzini all’interno dei locali di una biblioteca del Comune e il suo gesto non può trovare giustificazione alcuna».


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mercoledì 28 febbraio 2007
ore 10:19
(categoria: "Vita Quotidiana")



L’acqua vale più del petrolio: la Russia scopre l’Oro blu
di LEONARDO COEN

MOSCA - Non solo la Russia galleggia su immensi giacimenti di petrolio e gas, al punto da averla trasformata in una superpotenza energetica. Nel suo sterminato territorio c’è tanta acqua dolce da dissetare due pianeti: 120mila fiumi, 2,3 milioni di laghi, paludi vaste come Italia, Spagna e Francia messe assieme. Le risorse idriche superano i 97mila chilometri cubi se ci aggiungiamo le acque del sottosuolo e i ghiacciai: tradotto in vil moneta - o meglio, in denaro liquido - significa poter disporre di scorte idriche il cui valore supera, già oggi, gli 800 miliardi di dollari l’anno. Siccome l’acqua sarà il petrolio del nuovo millennio, i sogni di grandezza del Cremlino stanno diventando ancor più ambiziosi, tanta ricchezza e tante prospettive aumentano l’influenza politica, specie sui paesi confinanti dell’Asia Centrale, assediati dai deserti e dalla siccità.

È bastato un rapporto della Fao, apparso lunedì, in cui si rilancia l’allarme per l’emergenza acqua ("nel 2050 quasi due miliardi di persone potranno restare senz’acqua potabile") e subito i russi hanno fatto sapere che saranno pronti ad operare nel florido mercato dell’oro blu, anche se preferiscono chiamarlo "oro trasparente" (così ha scritto ieri il giornale Novye Izvestia): "La Russia ha buone chances, bisogna però sfruttarle con intelligenza. Potremo occupare un buon posto tra i fornitori d’acqua e tra gli esportatori di prodotti che richiedono grande consumo d’acqua", spiega Viktor Danilov-Daniljan, direttore a Mosca dell’Istituto Nazionale per i Problemi Idrici, "per esempio, l’Africa settentrionale e il Medio Oriente importano una quantità tale di frumento che per produrla ci vorrebbe l’acqua di due fiumi come il Nilo".

I numeri dello "stress idrico" sono da brivido. Per ottenere un chilo di riso ci vogliono da 2 a 5mila litri di acqua. In media, per produrre cibo occorrono 3mila litri d’acqua a testa al giorno.

Quando l’acqua comincerà a scarseggiare, la Russia grazie alle sue smisurate risorse diventerà leader della catena alimentare. Basterà adeguare le infrastrutture, costruire acquedotti diretti a sud, come succede per gli idrocarburi, avvolgere in una tela di ragno gli assetati dell’Eurasia. Pensare che il regime sovietico aveva messo in piedi un progetto per invertire il corso dei grandi fiumi siberiani che sfociano nell’Artico e irrigare le repubbliche dell’Asia Centrale: un’impresa titanica ma potenzialmente anche una catastrofe ambientale. Prevalse il buon senso, e tutto rimase come prima. Era il 1986. Oggi, Nursultan Nazarbaev, presidente del Kazakistan ha rispolverato quella vecchia idea, però da Mosca hanno fatto finta di non capire. "Che comincino a eliminare gli sprechi", suggerisce Tatiana Moisseenko, membro dell’Accademia delle Scienze. Ai Paesi che dispongono di scarse risorse idriche lei consiglia di evitare l’emancipazione totale ("l’indipendenza") dalle regioni del mondo che invece ne dispongono in abbondanza: "In Asia Centrale l’acqua viene sfruttata in maniera abbastanza irrazionale", osserva la Moissenko, "devono introdurre tecnologie per risparmiarla, mettere in uso nell’irrigazione le tecnologie a gocce".

I Paesi ex satelliti dell’Urss soffriranno pesanti danni se non correranno ai ripari. E il riparo si chiama Grande Madre Russia. Dice Anatolij Barkovskij, direttore del Centro per i rapporti esteri dell’Istituto di economia dell’Accademia delle Scienze russa: "Bisogna risolvere in anticipo una serie di problemi: come e quanta acqua può essere trasportata senza creare danni ambientali. Dopodiché, potremmo dissetare fino a saziare".

Acqua come merce, fiumi di rubli, anzi, di dollari. Il business dell’oro blu arricchirà ulteriormente la Russia, scrivono i giornali.

Il controllo dell’acqua è vitale, senza si muore. Senza non si produce. L’acqua è un bene di consumo, lo ha stabilito l’Organizzazione mondiale per il commercio, alla quale la Russia sta aderendo. L’industria globale dell’acqua ha un giro d’affari di 400 miliardi di dollari. Un "asset" fluido che garantisce profitti a go-go e sudditanze strategiche. Da annegarci.


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martedì 27 febbraio 2007
ore 18:37
(categoria: "Vita Quotidiana")





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martedì 27 febbraio 2007
ore 18:04
(categoria: "Vita Quotidiana")



Autoreferenziale, utilitarista e in crisi
La classe dirigente non piace e fa autocritica
di ROSARIA AMATO

ROMA - Una classe dirigente che non piace e che soprattutto non si piace, incapace di identificarsi nel ruolo guida e di rappresentanza dell’interesse generale che il Paese richiede. Dopo le molte analisi sulla crisi del ceto medio, la Luiss ha pubblicato oggi il primo Rapporto ’Generare classe dirigente - Un percorso da costruire’, un censimento dei vertici della società che si propone anche di esaminarne valori, modelli e obiettivi.

Per scoprire che, come ha spiegato uno degli autori del Rapporto, Massimo Bergami, della Alma Mater Studiorum e Alma Graduate School Università di Bologna, "I dirigenti italiani non si sentono classe dirigente". Nel senso che descrivono la classe dirigente con "stereotipi negativi" analoghi a quelli utilizzati dal resto della popolazione, a cominciare dall’orientamento all’utilitarismo e dalla scarsa predisposizione verso le competenze e i valori.

Ragion per cui, rileva il Rapporto, "i dirigenti non ritengono l’attuale classe dirigente un gruppo attrattivo, nel quale riconoscersi e identificarsi". E la mancanza di identificazione porta a una conseguenza ovvia: "Se io non mi riconosco in quel gruppo - spiega Bergami - non agisco come membro di quel gruppo. Per cui una cosa è fare l’imprenditore, o l’ambasciatore, e un’altra è riconoscere la responsabilità che questo comporta. Non riconoscersi come classe dirigente diventa quindi un modo per dire che è sempre colpa degli altri. E per non sentire come propri gli interessi della collettività, ripiegando su quelli di parte".

La classe dirigente specchio dunque di un Paese disgregato, che non riesce a identificarsi nell’interesse generale. Come invece dovrebbe fare, a detta degli stessi dirigenti, che alla richiesta di tracciare un "profilo ideale della classe dirigente italiana" hanno indicato come competenze maggiormente rilevanti la "visione strategica", "senso morale, legalità, etica", "capacità d’innovazione e creatività", "capacità di attuare le decisioni" e "credibilità internazionale".

Qualità non troppo diverse da quelle che il resto della popolazione vorrebbe riscontrare nella propria classe dirigente: "La popolazione vorrebbe una classe dirigente con maggiori competenze specifiche - spiega un altro degli autori del Rapporto, Carlo Carboni, dell’Università Politecnica delle Marche - e maggiore assunzione di responsabilità, vorrebbe che fosse meno un’elite autoreferenziale. Il leader ideale del futuro deve comportarsi come un buon padre di famiglia, avendo come registro fondamentale il buon senso".

Se da un lato le attuali carenze della classe dirigente sono da attribuirsi, rileva il Rapporto, a un eccessivo ricambio operato negli ultimi anni, anche in modo piuttosto traumatico (si citano Mani Pulite, ma anche uno spoil system ’selvaggio’), dall’altro sono messi sotto accusa i ’meccanismi di reclutamento’, tutt’altro che meritocratici. Per arrivare ai vertici infatti più che "la conoscenza" contano "le conoscenze", si arriva per "cooptazione", non certo per "merito": infatti ricchezza e relazioni importanti sembrano le due risorse che maggiormente caratterizzano, secondo il giudizio generale, le classi dirigenti italiane.

Che, secondo la popolazione, sono carenti di visioni strategica (per il 42,7% degli intervistati), di capacità decisionale (44,7 per cento), innovazione e creatività (46,3) e, soprattutto, di senso della moralità e della legalità (58) e di responsabilità pubblica e sociale (50,9). Insomma, si legge nel rapporto, "la banalizzazione di questa percezione popolare è che comandano "i ricchi e i raccomandati" e non i migliori.

Il giudizio negativo investe soprattutto la classe politica, e in minor misura gli altri settori dirigenti. Nella percezione generale si riconosce anzi un rafforzamento, un maggiore prestigio alle professionalità economiche (imprenditori, vertici bancari, finanziari e assicurativi). Tra i politici mantengono un certo prestigio le principali cariche istituzionali dello Stato: sono loro, nell’opinione comune, e in minor misura i politici nazionali ed europei, che potrebbero "portare il Paese fuori dalle secche della crisi".

Il Rapporto della Luiss si è anche preoccupato di effettuare un ’censimento’ delle classi dirigenti, individuando tre gruppi: una prima mappa ristretta che comprende circa 2000 unità, una intermedia di 6.000 unità, e una ’allargata’ di 17.000 unità. L’elite è sostanzialmente anziana: l’età media è passata da 56,8 a 61,8 anni tra il ’90 e il 2004.

Nell’opinione degli intervistati nei primi quattro posti si trovano i magistrati, gli esponenti dei mass-media, i vertici sindacali e i vertici di banche e di istituzioni finanziarie, seguite dai vertici istituzionali e politici. Gli esponenti dei mass media hanno però un ruolo rilevante solo nella percezione della classe dirigente, ma non in quella del resto della popolazione, che manifesta anzi una certa insofferenza per il ruolo dei mass media, soprattutto di quelli tradizionali.

L’elite appare chiusa, soprattutto ai giovani: i due terzi degli intervistati tra i 20 e i 30 anni sono convinti che "avranno un lavoro e una posizione sociale sostanzialmente simile oppure tendenzialmente inferiore a quella dei genitori".


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martedì 27 febbraio 2007
ore 15:45
(categoria: "Vita Quotidiana")



Europei bocciati in lingue straniere: così le imprese perdono 100 miliardi
di ALBERTO D’ARGENIO

BRUXELLES - Le piccole e medie imprese europee attive nel settore dell’export sono quasi un milione (945 mila, per la precisione). E perdono in media ciascuna oltre centomila euro all’anno in contratti mancati a causa della scarsa o insufficiente conoscenza delle lingue straniere. Se ne desume che il danno complessivo dunque, potrebbe essere valutato in circa cento miliardi di euro.

E’ questo il dato più impressionante che emerge da uno studio sulle carenze nella conoscenza delle lingue straniere che la Commissione europea ha fatto condurre intervistando i responsabili di duemila piccole e medie imprese in 29 paesi europei (i 27 stati membri più Norvegia e Islanda), comparando i risultati con i dati emersi da una indagine parallela condotta su trenta grandi gruppi multinazionali. Delle duemila aziende interpellate, l’undici per cento ha ammesso di aver perso possibili contratti di export a causa della scarsa conoscenza di una lingua straniera. Anche se è possibile che il danno subito sia andato a beneficio di altri concorrenti europei, resta comunque il fatto che la padronanza delle lingue e, secondo il rapporto, anche la conoscenza delle diverse culture, costituisce un serio handicap alla produttività di molte imprese esportatrici, soprattutto di dimensioni medio-piccole.

L’indagine ha valutato quattro tipi di "strategia linguistica" per facilitare il contatto con i clienti: assunzione di personale con conoscenza delle lingue, traduzione dei propri siti web in una lingue diversa da quella d’origine, utilizzo di interpreti e di traduttori, e infine ricorso ad agenti locali di madrelingua straniera. In base alle conclusioni a cui sono giunti i ricercatori, risulta che le piccole e medie imprese che hanno investito in questi quattro settori adottando una adeguata "strategia linguistica" registrano vendite mediamente superiori del 44 per cento rispetto ai concorrenti che non lo hanno fatto.

La lingua d’affari più diffusa è, ovviamente, l’inglese. Ma il rapporto avverte che non sempre questo basta per affermarsi su un mercato. Il russo, per esempio, viene usato come lingua franca in molti Paesi dell’est Europeo, insieme con il tedesco e il polacco. Il francese è lingua corrente per chi vuol fare affari con una larga parte dell’Africa, e così lo spagnolo per l’America Latina.

Nonostante il punto di partenza relativamente svantaggiato, o forse proprio per questo, dal questionario comparativo che viene fornito in allegato al rapporto risulta che le pmi italiane non sono poi messe male rispetto alle concorrenti europee. Il 55 per cento, afferma di aver adottato una "strategia linguistica" contro il 40 per cento dei francesi, il 44 per cento degli spagnoli e solo il 3 per cento dei britannici. Tra i grandi Paesi, solo la Germania ci supera con un 63 per cento dichiarato.Solo l’8 per cento delle imprese italiane lamenta di aver perso contratti a causa della scarsa padronanza delle lingue straniere contro una media europea dell’11 per cento, che è ancora più alta per francesi e spagnoli (13 per cento).

Gli italiani risultano invece nettamente sotto la media europea quando si tratta di offrire ai propri dipendenti corsi integrativi di lingue straniere. Solo il 32 per cento dichiara di aver mai organizzato o finanziato corsi di lingue per il proprio personale, contro una media europea del 49 per cento. I tedeschi sono al 54 per cento, i francesi al 47 per cento, gli spagnoli al 56 per cento. In compenso le nostre imprese risultano più aperte delle concorrenti europee circa le necessità di capire meglio, al di là della lingua, la realtà dei Paesi dove operano. Alla domanda: ritenete che la vostra società debba migliorare la propria conoscenza di altri paesi nei prossimi tre anni, il 31 per cento degli italiani rispondono positivamente, contro una media europea del 20 per cento. Molto più soddisfatti di sé appaiono i francesi (19 per cento), gli spagnoli (16 per cento). E, manco a dirlo, i britannici con solo l’1 per cento.


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martedì 27 febbraio 2007
ore 13:52
(categoria: "Vita Quotidiana")



Il caso d’incesto che divide la Germania
di Francesco Tortora

LIPSIA - Sono fratello e sorella ma si amano e sono pronti a portare il loro caso davanti alla Corte Costituzionale tedesca affinchè l’antica legge che proibisce l’incesto sia abolita. E’ la storia di Patrick Stübing e di sua sorella Susan, entrambi di Lipsia, rispettivamente 29 e 24 anni, che in questi giorni sono sulle pagine di molti giornali tedeschi: Patrick e Susan hanno iniziato una relazione nel 2000 e oggi hanno 4 figli, tre dei quali adesso sono in affidamento

STORIA - La loro storia d’amore non è così chiara e lineare, come potrebbe apparire in un primo momento: i due infatti hanno vissuto la loro infanzia divisi nella Germania dell’Est comunista e si sono conosciuti quando erano già grandi. Patrick fu adottato da un’altra famiglia e conobbe i suoi parenti biologici non prima del suo diciottesimo anno di età. Il suo vero padre era già morto, ma egli riuscì a trovare la madre, Annemarie e sua sorella Susan solo nel 2000. Sei mesi dopo la riunione la madre Annamarie morì per un attacco di cuore. Presto Susan e Patrick s’innamorarono e cominciarono ad avere una relazione

AMANTI - Adesso però i due amanti sono stanchi di essere trattati come criminali e hanno annunciato domenica scorsa che porteranno il loro caso davanti alla Corte costituzionale tedesca per cercare di far abolire una legge «vecchia di 100 anni» che dichiara crimine l’incesto: «Vogliamo che la legge che presenta l’incesto come un crimine sia abolita» ha specificato Patrick Stübing che ha passato due anni in carcere e adesso rischia un ulteriore pena proprio perchè non ha messo fine alla relazione con sua sorella. «Non ci sentiamo colpevoli di quello che è accaduto» hanno affermato tutti e due in una dichiarazione rilasciata ai media locali.

DIVISIONE - La storia ha diviso non solo la Germania, ma anche i Paesi vicini, come il Belgio, l’Olanda e la Francia, dove l’incesto non è proibito per legge. La maggior parte dei dottori che si è interessata al caso però ha sottolineato che sebbene la loro storia sia comprensibile è giusto rispettare le regole della natura: infatti come dimostra la loro storia i figli nati da fratelli e sorelle hanno maggiori possibilità di presentare malformazioni e malattie. Due dei figli di Patrick e Susan sono disabili. Tuttavia alcuni politici e esperti legali sono critici nei confronti della legge che era parte della politica «dell’igiene razziale» promossa dai nazisti: «Noi dobbiamo abolire una legge che appartiene al secolo scorso e che non ha più senso» ha detto Jerzy Montag, portavoce del Partito verde tedesco

VITA - «Vogliamo vivere come una famiglia normale» hanno dichiarato i due amanti, mentre il loro legale, Endrik Wilhelm, che porterà il loro caso davanti alla Corte Costituzionale, dice che i due hanno buone possibilità di vincere la loro battaglia. Egli imposterà la sua linea di difesa specificando che nessuna legge tedesca proibisce a persone anziane o disabili di avere bambini, anche se queste corrono seri rischi di generare figli con malformazioni fisiche e mentali. Anche i fratelli e le sorelle, a questo punto, dovrebbero avere gli stessi diritti e non essere discriminati: «Questo è una questione che interessa sia i diritti della famiglia sia la libertà sessuale» afferma l’avvocato Wilhelm. «Susan e Patrick non hanno fatto del male a nessuno».


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