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MERAVIGLIE

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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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giovedì 8 febbraio 2007
ore 09:38
(categoria: "Vita Quotidiana")





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mercoledì 7 febbraio 2007
ore 14:00
(categoria: "Vita Quotidiana")







Due scheletri, probabilmente di un uomo e una donna, abbracciati da 6000 anni. Sono stati trovati a Valdaro, in una zona industriale vicino Mantova durante alcuni scavi. Secondo gli archeologi si tratterebbe di una coppia di individui giovanissimi, morti nel periodo neolitico. I due sono stati sepolti uno di fronte all’altro, faccia faccia; le ossa delle braccia e delle gambe si sovrappongono in un abbraccio che gli ha già fatto guadagnare il soprannome di ’amanti di Valdaro’.


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mercoledì 7 febbraio 2007
ore 10:26
(categoria: "Vita Quotidiana")



Obama, l’ultima sigaretta in nome della Casa Bianca
di VITTORIO ZUCCONI

WASHINGTON - Se Parigi poteva ben valere una Messa per Enrico di Navarra, Washington deve valere almeno una cicca per i pretendenti al trono dell’impero americano. E infatti Barack Hussein Obama - il 46enne concorrente democratico alla successione di Giorgio II nel 2009 che è l’unico fumatore confesso nella processione di personaggi che anelano alla Casa Bianca - ha dovuto promettere di buttare le sigarette nella spazzatura della storia della repubblica americana, fondata, 220 anni or sono, da un uomo che aveva fatto fortuna coltivando tabacco, George Washington. Ma il fumo, oltre che alla salute, oggi nuoce gravemente all’immagine pubblica con l’elettorato di pelle bianca, anche per un candidato di pelle scura cui pure i fratelli di colore guardano come a qualcuno "nero di fuori e bianco dentro".

Un Barack Obama con una Marlboro alla Casa Bianca sarebbe forse piaciuto a quell’America "afro" che ancora accende sigarette proporzionalmente più di quella "euro", ma per l’elettorato di mezzo, per le "mamme di sobborgo", per le armate della "fitness" sarebbe stato uno scandalo più intollerabile di un Bush che mente sugli arsenali di Saddam o di un Clinton con un sigaro spento e una stagista tra le mani, come dimostrò la signora Hillary quando fece sparire tutti i portacenere da casa, forse preoccupandosi anche della incolumità delle povere segretarie. Barack, il primo candidato afro-americano con possibilità concrete di ottenere l’investitura del suo partito e di competere per il titolo, fuma da quando era al liceo, in media 10 sigarette al giorno, ha confessato ai giornali di Chicago, ma assai di più sotto esami accademici ed elettorali. Ha smesso più volte, e poi ripreso, l’ultima alla fine dello scorso anno, tra i buoni propositi per il 2007. "Sto masticando gomma alla nicotina come un disperato" e la moglie conferma: "Dalla fine dello scorso anno, non l’ho più visto accendere una sigaretta". Si osservi la finezza diplomatica della formula che afferma senza affermare.

Poiché il fumo uccide più americani ogni anno - oltre 300 mila, e un numero sproporzionato di neri che fumano di più e hanno meno soldi per curarsi la salute - di quanti la Internazionale dei Terroristi potrebbe neppure immaginare, un Presidente che fumasse sarebbe visto come una minaccia all’incolumità della popolazione e come il massimo del cattivo esempio in una nazione dove alcuni sindaci di preparano a bandire il fumo ovunque in pubblico e a proibirlo anche nei palazzi di appartamenti, come in California. Secondo Dick Morris, una delle menti più sottili e mercenarie delle strategie elettorali, colui che dopo avere fatto eleggere schiere di repubblicani conservatori, salvò Clinton e i democratici dal caso Monica per un ingaggio più alto, un "presidente fumatore" oggi "è l’equivalente di un presidente pedofilo", semplicemente "ineleggibile". Neppure l’opzione di accendere una cicca di nascosto, come Clinton che usciva di notte sulla balconata interna della Casa Bianca quando la moglie non c’era per accendersi un sigaro, o come si dice faccia tuttora Laura Bush, con le sue sigarettine sottili da signora, naturalmente negandolo in pubblico secondo il modus operandi di famiglia, è più disponibile. Come scoprimmo che Bush aveva rischiato di strozzarsi con i salatini davanti alla tv, un Presidente che emanasse puzza di fumo sarebbe certamente esposto da qualche gola profonda e irritata.

L’ultimo fumatore ufficiale di sigarette nello Studio Ovale, se anche Barack dovesse vincere dopo avere davvero smesso, resterebbe dunque Dwight Ike Eisenhower, che morì a 79 anni senza avere mai rinunciato alle Lucky Strike che lo avevano intossicato durante la guerra, nonostante due infarti. Anche "Ike", pur nei meno salutisti anni ’50, evitava tuttavia di fumare in pubblico, ostentando il vizio come invece amava fare Franklyn Delano Roosevelt, il cui bocchino d’avorio era perennemente incastonato tra le labbra. E se di George Primo, il padre, si sa che aveva rinunciato al fumo dopo il congedo militare, Gerald Ford tirava golosamente da sigari e soprattutto da pipe, brutta abitudine che lo accompagnò quasi fino alla sua morte, il mese scorso, a 93 anni, forse aiutato dall’aria fina della Montagne Rocciose tra le quali aveva abitato dal 1976. Ma se il tabacco fu pietoso con Ford, non lo fu con il vincitore della Guerra Civile, il generale e poi presidente Ulysses Grant, ucciso con un tumore in gola dai 30 sigari che consumava al giorno, in pace o in combattimento.

Più che le sigarette, che avrebbero bruciato sul nascere le ambizioni del giovane senatore dell’Illinois, sono sempre stati i sigari il vizio prediletto degli inquilini della Casa Bianca, forma di tabagismo più freudianamente virile dell’esile ed effeminata sigarettina. A parte Washington, che lo vendeva ma non lo consumava (pare che la gentile signora, Martha, non disdegnasse invece una presina via naso, occasionalmente) fumavano accanitamente sigari James Madison, che se ne portò uno tra le labbra sul letto di morte a 85 anni, Herbert Hoover, il presidente del crack di Borsa nel 1929, e Lyndon Johnson, che li masticava con rabbia osservando le foto aeree del Nord Vietnam. Grover Cleveland, due volte eletto, lo masticava e lo scaracchiava, in sputacchiere di rame degne della Città Proibita maoista.

Fumavano molte First Ladies, Jackie prima fra tutte, e ancora sotto il regno del pio Carter, negli anni ’70, dopo le cene ufficiali le signore si ritiravano nella "Stanza Rossa" della Casa Bianca per accendere le loro sigarette mentre i gentlemen si accomodavano nella "Sala Verde" per dar fuoco ai loro cannoni. E nessuno era fanatico di sigari, ovviamente cubani, come John Kennedy, che ordinò al proprio confidente e addetto stampa, Pierre Salinger, di fare incetta dei suoi cigarillos prediletti, gli Upmann Petit Coronas, il giorno prima di proclamare l’embargo commerciale contro Fidel. Secondo Salinger, riuscì a rastrellarne 1200.

Dunque almeno in materia di tabacco, saranno risparmiate in questa campagna elettorale a Barack Obama, le implacabili etichette di "Nuovo Kennedy", che affliggono ogni candidato democratico presidenziale che non sia decrepito o irritante. Il fumo, nella campagna elettorale americana, è ormai da tempo strettamente riservato alle idee politiche, non ai polmoni.


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mercoledì 7 febbraio 2007
ore 09:03
(categoria: "Vita Quotidiana")



Sbaglia bus, torna a casa dopo 25 anni: l’odissea di una donna thailandese

BANGKOK - Sbagliare autobus può costare caro. E costringere il malcapitato, o la malcapitata come in questo caso, a un esilio forzato di ben 25 anni, al vagabondaggio e anche all’arresto. Jaeyaena Beurraheng, malese, oggi 76enne, venticinque anni fa era andata a trovare degli amici in Malaysia. Jaeyaena fa parte di una minoranza musulmana dell’estremo sud della Thailandia e che non parla il thailandese, dettaglio fondamentale da tener presente. Salutati tutti, era salita sull’autobus che pensava, senza poter leggere la destinazione essendo analfabeta, la dovesse riportare a casa, nella provincia di Narathiwat. Ma il destino era stato inclemente, e la signora, all’epoca cinquantenne, si era ritrovata a Bangkok, 1200 chilometri a nord del suo paese.

Accortasi dell’errore, era salita su un altro autobus, di nuovo senza poter leggere la destinazione né chiedere informazioni a qualcuno perché nessuno, nel nord della Thailandia, capisce il malese. E si era ritrovata ancora più lontana da casa, a Chiang Mai: aveva percorso altri 700 chilometri in direzione nord. Insomma, invece di dirigersi a sud, la signora si era inoltrata sempre più verso settentrione. Nessuno con cui comunicare, nessuna possibilità di inviare lettere o altro a casa perché la penna non le era familiare, e Jaeyaena aveva dovuto rassegnarsi.

Per cinque anni aveva vissuto come una vagabonda, mendicando il cibo e dormendo all’aperto. Poi, quasi che la sorte si fosse accanita contro di lei, era stata anche arrestata e condotta in un centro di accoglienza per senzatetto. Stiamo parlando del 1987. Nel centro la poveretta era stata creduta muta, e abbandonata a se stessa. Poi, venti anni dopo, il colpo di scena. Un giorno, indecisa se fossero quelle vocine che ogni tanto i malati di mente credono di sentire, o la realtà, Jaeyaena ha l’impressione che qualcuno stia parlando il suo idioma. E ha ragione: sono tre studenti musulmani di Narathiwat, che lavoravano nella struttura.

Lei piange, ride, è fuori di sé, e corre loro incontro balbettando frasi sconnesse che imparerà a ricucire: 25 anni senza spiccicare una parola fanno dimenticare come si mette insieme una frase di senso compiuto. Superato lo stupore per la scoperta incredibile, gli studenti spiegano tutto ai responsabili del centro di accoglienza, e finalmente, dopo un quarto di secolo, la donna viene riportata a casa dove finalmente può riabbracciare i suoi otto figli, stringendo a sé anche i tanti nipotini che in quei lunghi anni si erano affacciati al mondo.

"Solo nel momento in cui i tre ragazzi in abiti musulmani l’hanno incontrata e lei ha cominciato a parlare, abbiamo capito che la donna non era muta", ha detto Jintana Satjang, direttrice del centro. La sfortuna di Jaeyaena Beurraheng, l’origine della sua assurda odissea, è stata quella di abitare in una delle tre regioni del sud del paese, annesse alla Thailandia un secolo fa, e che nonostante l’annessione, hanno mantenuto la loro peculiarità culturale. L’otto per cento dei loro abitanti è di religione musulmana e parla malese come prima lingua. E prende l’autobus molto raramente per dirigersi verso nord.


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martedì 6 febbraio 2007
ore 13:01
(categoria: "Vita Quotidiana")



Dagli Usa arriva la frutta ibrida. Arriverà anche in Italia.
Decine di nuove varietà: incroci tra prugne e ciliege, tra pesche e prugne e tra pesche e albicocche
di Alessandra Farkas

NEW YORK – Hanno nomi esotici quali Crimson Heart, Dapple Fire, Flavor Jewel e Royal Treat e nei reparti di frutta e verdura dei grandi supermercati sono esposte accanto a mele, uva e arance, sotto etichette quali “nectaplum”, dalla fusione di nectarine (nettarina) con plum (prugna); “pluot”, incrocio tra plum e apricot (albicocca), “Aprium”, (apricot e plum) e “Peacotum”, un ibrido che fonde pesca, albicocca e prugna.

PRONIPOTI - Sono gli eredi di pesche noci e mandaranci, l’ultimissima generazione di frutta ibrida progettata a tavolino per ottenere sapori e profumi nuovi per il palato capriccioso di un’America stufa delle solite mele, pere e banane. Il trend ha preso letteralmente piede negli States, diventando in breve tempo un business da 100 milioni di dollari. Finiti per lo più nelle tasche della Zaiger’s Genetics di Modesto, California, che ha brevettato la maggior parte di questi ibridi.
Ma nonostante quel nome ingannevole, non si tratta affatto di prodotti geneticamente modificati. «Sono tutti frutti naturali al cento per cento», spiega il fondatore della compagnia Floyd Zaiger, «Il risultato di successivi e pazienti incroci tra specie diverse». Incroci ripetuti anche per dieci o vent’anni, «Fino a quando il frutto non ha la pelle, il colore, la polpa e il sapore desiderato».

EFFETTO CLIMA - Zaiger ha brevettato oltre 200 nuove varietà di frutta che presto conta di offrire anche sul mercato europeo, Italia inclusa. Dietro il lavoro degli scienziati della frutta come lui c’è anche l’effetto serra che ha costretto gli agricoltori di tutto il mondo ad aggiornare tradizioni agricole spesso vecchie di secoli, per adattarle alla realtà dell’accelerato riscaldamento della terra.
«Molti fattori ambientali stanno mutando a causa del
riscaldamento globale», spiega Zaiger. «Le varietà di frutta devono potersi adattare più facilmente a tali trasformazioni». Negli Stati Uniti, ad esempio, il global warming sta causando la ritirata delle colture verso nord, alla ricerca di temperature meno bollenti. Tanto che i climatologi prevedono che di qui alla metà del secolo la cintura del grano nordamericana, con le sue grandi pianure coltivate, arretrerà dal Midwest fino al Canada.

PASSATO E FUTURO - Per il consumatore americano, sempre alla ricerca di nuovi sapori e sensazioni, è una vera manna. Spiega David Karp, critico della rivista «Gourmet magazine», bibbia dei buongustai Usa: «Un tempo i fruttivendoli offrivano tre o quattro varietà di mele, mentre oggi ne hanno almeno venti».
Non sempre i nuovi ibridi sono azzeccati. «Prendi quello ciliegia-prugna», incalza Karp, «E’ come incrociare un alce ad un formichiere. Ti fa rimpiangere la frutta semplice e buona che mangiavi da bambino».
Altrove la ricerca di nuovi gusti guarda invece al passato. In Italia, ad esempio, cresce la tendenza a recuperare la frutta antica, o vintage, oggi coltivata da agricoltori che cercano di riscoprire le varietà pressoché estinte che un tempo finivano sulle tavole dei Medici o dei Granduchi di Toscana.
Una mostra dedicata proprio a questa tendenza sta per essere allestita dall’Accademia Nazionale di Agricoltura e aprirà i battenti in aprile alla biblioteca universitaria di Bologna. A curarla sarà Enrico Baldini, ex docente di agraria all’università del capoluogo emiliano.


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martedì 6 febbraio 2007
ore 10:34
(categoria: "Vita Quotidiana")



Lui adesso vive ad Atlantide
con un cappello pieno di ricordi
ha la faccia di uno che ha capito
e anche un principio di tristezza in fondo all’anima
nasconde sotto il letto barattoli di birra disperata
e a volte ritiene di essere un eroe

Lui adesso vive in California
da 7 anni sotto una veranda ad aspettare le nuvole
è diventato un grosso suonatore di chitarre
e stravede per una donna chiamata Lisa
quando le dice tu sei quella con cui vivere
gli si forma una ruga sulla guancia sinistra

Lui adesso vive nel terzo raggio
dove ha imparato a non fare più domande del tipo
conoscete per caso una ragazza di Roma
la cui faccia ricorda il crollo di una diga?
io la incontrai un giorno ed imparai il suo nome
ma mi portò lontano il vizio dell’amore

E così pensava l’uomo di passaggio
mentre volava alto sul cielo di Napoli
rubatele pure i soldi rubatele anche i ricordi
ma lasciatele sempre la sua dolce curiosità
ditele che l’ho perduta quando l’ho capita
ditele che la perdono per averla tradita.



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martedì 6 febbraio 2007
ore 10:07
(categoria: "Vita Quotidiana")



Ue: videotelefoni, troppi rischi per i bambini
In italia il 50% dei bambini tra gli 8 e i 13 ha un telefonino.

BRUXELLES - Troppi telefonini in mano ai bambini. L’Europa lancia l’allarme. La Commissione Ue sta lavorando a un insieme di regole per ridurre i rischi legati all’uso dei cellulari di ultima generazione: dalla possibilità di inviare o ricevere video messaggi di ogni genere a quella di collegarsi liberamente a internet e scaricare ogni sorta di musica, immagini o giochi.

IPOTESI ALLO STUDIO - Le preoccupazioni di Bruxelles - che domani celebra la «Giornata per un accesso a internet più sicuro - nascono dalla cronaca, che offre quotidianamente episodi che riguardano ragazzi sempre più indifesi di fronte a contenuti Internet non adatti ai minori, ma facilmente scaricabili sui cellulari: dai giochi più violenti ai filmati a sfondo sessuale e pornografico. Dilaga poi la moda di inviare foto e video «fatti in casa», i cui contenuti sempre più spesso sono illegali. Per la Commissione Ue - che tempo fa ha lanciato una consultazione con gli operatori della telefonia mobile e con le associazioni dei consumatori - è dunque l’ora di agire.
I NUMERI - Le cifre sono impressionanti, soprattutto per alcune classi di età: secondo i dati di Eurobarometro, nei Paesi dell’Unione europea posseggono un telefonino il 70% dei ragazzi tra i 12 e i 13 anni e il 23% dei bambini tra gli 8 e i 9 anni. Ma ancor più preoccupante è che il 20% dei bambini tra i 7 e i 15 anni non consulta mai i genitori sull’uso del cellulare, e il 30% dichiara candidamente: «Papà e mamma ignorano cosa faccio col telefonino». Il fenomeno è particolarmente diffuso in Italia dove (gli ultimi dati sono quelli di Eurisko) ad avere un proprio cellulare sono la metà dei bambini tra gli 8 e i 13 anni e addirittura il 90% dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni. Per le famiglie controllare diventa sempre più difficile, se non impossibile.

POSSIBILI RIMEDI - Per questo allo studio di Bruxelles ci sono varie ipotesi, a partire dalla sensibilizzazione degli stessi genitori, spesso non consapevoli e non informati sui rischi corsi dai figli nell’uso di internet e dei telefonini: si pensa, dunque, a una vasta campagna informativa nelle scuole e nei posti di lavoro. Tra le altre misure possibili - ma nulla è ancora deciso - vi sono poi il divieto per un minore di acquistare sia un cellulare sia carte telefoniche pre-pagate (dovranno essere i genitori a farlo), oppure l’obbligo per gli operatori telefonici di fornire, insieme al numero del cellulare, una password per l’accesso ad internet. C’è infine l’idea di promuovere telefonini dedicati ai bambini, idea che piace anche a molti operatori del settore. Si tratta di commercializzare cellulari che permettano agli adulti di controllarne le funzioni. In pratica (anche qui attraverso un sistema di password) la famiglia deve poter controllare con chi parla il proprio figlio e con chi scambia messaggi, permettendo la comunicazione esclusivamente con i numeri presenti in rubrica. Sempre una password, poi, renderà possibile o meno l’accesso a internet o a contenuti multimediali.


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lunedì 5 febbraio 2007
ore 17:24
(categoria: "Vita Quotidiana")



Sesso: le italiane prime in Europa, fanno l’amore più frequentemente

ROMA - Le italiane sono le donne europee che fanno più spesso l’amore. A stabilire l’invidiabile primato è uno studio reso noto oggi a Berlino dalla Società Europea di Contraccezione, in occasione della presentazione nella sede della Bayer Schering Pharma a Berlino, in occasione del lancio di una nuova pillola di "Yasminelle", una nuova pillola anticoncezionale a basso dosaggio di estrogeni che promette di non avere effetti collaterali. Secondo l’indagine, condotta su 12mila donne europee fra i 15 e i 49 anni, il 59% delle italiane ha più di un rapporto sessuale a settimana: la media più alta del Vecchio Continente. Seguono le ceche (57 per cento), le russe (56 per cento), le francesi (55) e le spagnole (54). Ultime le donne austriache, di cui solo il 38% ha dichiarato di fare l’amore una o più di una volta a settimana. Le italiane sono all’ultimo posto, invece, nell’uso di contraccettivi: solo il 29% usa la pillola e moltissime preferiscono i metodi "naturali" come il coito interrotto o il preservativo.

In base agli ultimi dati del 2006 sono 2,2 milioni le italiane tra 15 e 49 anni che usano contraccettivi ormonali: in testa le sarde, 28,6%, seguite da valdostane (22,8 per cento) , liguri (19,9) ed emiliane (19,4). In coda le campane (7,6) e le donne lucane 7,3%.


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lunedì 5 febbraio 2007
ore 11:24
(categoria: "Vita Quotidiana")





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lunedì 5 febbraio 2007
ore 10:52
(categoria: "Vita Quotidiana")



"Io, assassino dei miei genitori provo a salvare i ragazzi come me"
Maso: mi scrivono a migliaia, dico a tutti che l’odio non serve
di PAOLO BERIZZI

MILANO - "Sono una persona diversa. Sedici anni di carcere mi hanno cambiato. Mi ero perso, ho cercato di ritrovarmi, grazie anche alla fede. Ai ragazzi che mi scrivono e mi raccontano che vogliono uccidere i genitori, dico di fermarsi, di ragionare, di ricucire i rapporti. Non ho potuto salvare me stesso, almeno ci provo con gli altri. Perché quando fra cinque anni uscirò da qui, anche queste cose, forse, mi serviranno per iniziare una nuova vita". Parla Pietro Maso, il giovane veronese che il 17 aprile 1991, a 19 anni, massacrò - aiutato da tre amici - i genitori a colpi di padella e bloccasterzo.

Erano le 23,30 quella sera nella villetta di Montecchia di Crosara. Antonio Maso e Maria Rosa Tessari sono appena rientrati da una funzione religiosa. Pietro, il figlio minore che abita con loro e le due sorelle, Laura e Nadia, li sta aspettando in cucina. È un’imboscata. Mascherati da demoni e draghi, Maso e i suoi tre amici (Paolo Cavazza, 18 anni, Giorgio Carbognin, 18, e Damiano Burano, 17) danno il via a una mattanza che dura 53 minuti. Dopo l’aggressione, simulano una rapina e vanno tranquillamente in discoteca.

A portare i carabinieri sulle tracce del delitto, qualche giorno dopo, sono proprio le due sorelle di Pietro, le quali scoprono che dal conto corrente della madre erano stati prelevati 25 milioni di lire con un assegno recante la sua firma contraffatta. Soldi che sarebbero serviti a estinguere un debito contratto da Carbognin con una banca per comprare una lancia Delta integrale, ma che nel frattempo erano stati spesi lo stesso nel giro di due mesi. Per fare la "bella vita" nei locali. Secondo l’accusa, fu proprio per evitare che i genitori se ne accorgessero che Maso decise di ucciderli. Condannato a 30 anni e due mesi (confermati fino all’ultimo grado di giudizio), Maso, che oggi ha 35 anni, finirà di scontare la sua pena il 18 agosto del 2015, anziché nel 2018 (grazie ai benefici dell’indulto).

A Opera, dov’è detenuto e dove si occupa della gestione della palestra, il killer di Montecchia parla per la prima volta. Lo fa con un consigliere regionale della Lombardia, il verde Marcello Saponaro, che, in visita al carcere, dove è stato sia nella sezione maschile sia in quella femminile, lo ha incontrato ieri mattina. Il colloquio è durato quasi un’ora, nell’ufficio di un agente di custodia. Jeans, pullover marrone a girocollo, scarpe Nike bianche di pelle, capelli corti, un rosario di legno dal quale pende un crocifisso. Pietro Maso è sorridente, garbato e riflessivo. Questa è la trascrizione di quanto si sono detti.

"Possiamo partire da questo rosario? - esordisce Maso - Lo recito spesso, anche mentre lavoro in palestra. Pregare è come dire "ti amo" alla tua donna. È una cosa che può sembrare banale e scontata ma che invece non lo è. Perché fa piacere dirlo, e fa piacere sentirselo dire. Grazie alla fede, in questi anni, ho iniziato un percorso di redenzione. Ho chiesto perdono, mi sono pentito. E Dio mi ha aiutato molto. Ci credevo anche prima, ovviamente. Ho fatto la prima media in seminario, e il mio tutor, oggi, è fra’ Beppe Prioli. Ci siamo scelti l’un l’altro. Quando ci vediamo lo diciamo sempre".

Come ha vissuto questi anni in carcere? Ci racconti le sue giornate.
"Sono molto piene. Non è vero che in carcere il tempo non passa mai. Io curo la palestra, insegno body building (con il compagno di cella, al-Assadi Jabbar, un omone alto due metri, ex guardia del corpo di Saddam Hussein condannato in Italia per omicidio, ndr). Prego e leggo, leggo molto. Ma non le cose che riguardano la mia vicenda. Quelle le evito accuratamente. Preferisco Platone, Aristotele, e anche i moderni. All’inizio non capivo tanto, poi, con il tempo, mi sono reso conto che certi messaggi, il senso delle cose, possono venire fuori da ogni lettura. Dalle più difficili, a Topolino. E poi rispondo alle lettere. In questi anni ne ho ricevute migliaia".

Anche di ammiratrici, si diceva un tempo.
"Anche. Ma a quelle non rispondo più. Non ha senso. Preferisco aiutare i giovani che rischiano di perdersi in situazioni uguali o simili alla mia. Mi scrivono per raccontarmi i loro sentimenti, l’odio verso i genitori, il desiderio di fargli del male o di ucciderli. Io cerco di dissuaderli, dico che è bestiale fare quello che ho fatto io. È un piccolo contributo al disagio enorme che c’è oggi tra i giovani. Non dico che faccio da psicologo, ma quasi. Parlo il loro linguaggio, capisco cosa vogliono trasmettere quando lanciano certi messaggi. Alcuni sono davvero giovanissimi. E ti accorgi che vivono proprio male".

Ci spieghi meglio, per favore.
"Lo so che fa effetto detto da me, ma c’è un vuoto e una solitudine pazzesca oggi tra i ragazzi. Avrebbero bisogno di risposte, e soprattutto di prevenzione. Quando vai in crisi e stai per perderti non c’è nessuno che ti ascolta. E non è vero che quando commetti un’atrocità non sei cosciente. Sei razionale, eccome, ti rendi conto perfettamente di quello che stai facendo. Dall’inizio alla fine. Ecco, bisognerebbe creare delle strutture per prevenire, per evitare che tanti ragazzi arrivino a commettere dei delitti così. Non sempre i sociologi sono spinti dalla volontà di capire. Spesso cavalcano l’onda mediatica perché gli conviene".

Della sua vicenda oggi che cosa pensa?
"Non ho mai cercato alibi. Ho sbagliato, ho fatto una cosa atroce e, come ho detto, quando commetti una cosa del genere sei assolutamente consapevole. Anche a 19 anni. Oggi cerco di guardare al futuro, penso a costruire una vita quando sarò fuori di qui".

Tra otto anni. Che cosa farà dopo?
"Intanto sto ancora studiando. Sono al quarto anno di ragioneria. Faccio cinque ore al giorno, dal lunedì al venerdì. Ho ricominciato da capo, perché prima avevo fatto tre anni di agraria. L’anno prossimo prenderò il diploma, poi mi iscriverò a filosofia".

Cosa c’è nel suo futuro?
"Di sicuro sarà lontano da Verona. Le mie sorelle vivono ancora lì. Ma per ricominciare devi cambiare anche i luoghi fisici. Magari, chissà, me ne andrò anche lontano dall’Italia. Dove nessuno sa chi sono, quello che ho fatto, quello che sono stato. Mi piacerebbe continuare ad aiutare i giovani, parlare con loro, incontrarli nei momenti di difficoltà. Tendere loro una mano prima che facciano cose assurde. Che so, magari anche insegnare".

Lei ha ucciso i suoi genitori perché coi loro soldi voleva fare la bella vita. Divertirsi, andare in discoteca, comprarsi le macchina nuova. È stata una storia drammatica ambientata nel ricco Nordest. Quelli che hanno 19 anni oggi secondo lei che persone sono?
"La prima cosa che noto di loro, almeno dalle lettere che ricevo, e anche da quello che vedo in televisione, è la grande solitudine. E poi, certo, la massificazione. Oggi i ragazzi sono tutti uguali, pensano tutti allo stesso modo. Ne vedi cinque e ne hai visti tutti".

Ha seguiti i recenti fatti cronaca. Per esempio il massacro di Erba?
"Sì, l’ho seguito e mi ha molto colpito. La figura che mi ha impressionato di più è quella del signor Castagna. All’inizio, quando ho sentito le parole di perdono per gli assassini di sua figlia, di sua moglie e del nipotino, ho pensato: questo o è stupido o è davvero guidato da una grande fede. Poi ho capito che è una grande persona, e che credere in Dio lo ha aiutato a non provare odio per quei vicini di casa. Io ho ucciso, mi sono perso e sono stato aiutato da Dio. Certo, però, non avrei reagito come lui. Almeno non a caldo. Di impulso avrei buttato fuori tutta la rabbia. Anche se è sbagliato".

Gli assassini di Erba in carcere sono stati accolti con offese e minacce. Nel codice dei detenuti quello che hanno fatto è un reato infamante. Anche lei ha avuto problemi con gli altri detenuti?
"No, mai. In tutti questi anni nessuno mi ha mai insultato o minacciato".

Maso, se guarda indietro ci sono ancora delle sequenze orribili che affollano la sua mente?
"Di questo preferirei non parlare. Me le tengo dentro queste cose. Potessi tornare indietro, certo, chiederei aiuto a qualcuno".


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