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TU PAGARE, IO DARE CAMMELLO



Per una persona ottimista, il bicchiere e’ pieno a metà.
Per una persona pessimista, e’ vuoto a metà.
Per l’ingegnere, e’ due volte più grande del necessario.

Autocritica: "Grana hai rotto il ca22o co’ tutte ’ste menate. Smettila di spurgare odio nei post."

BRATTY = Describes a child(alwayas an adult n.d.emmegi.75) who is spoiled, whiny, throws tantrums, and always wants things his way.




Se tu e io ci scambiamo un dollaro, restiamo sempre con un dollaro ciascuno.

Se invece ci scambiamo le idee, dopo tu ne hai due e io pure.



Lo volevate? Ecco, per chi me lo ha chiesto, è giunto il momento di soddisfare quel trepidante e rischioso desiderio di leggere ciò che scriverò.
Commentate, lamentatevi, ma io avevo avvisato via speedy...








Le immagini sono prese dal web e saranno subito rimosse se chi, avendone il copyright, lo chiederà.

emmegi.75@sudinoinemmenounanuvola.it







SONDAGGIO: QUINDI...




Era ora
Ma anche no

( solo gli utenti registrati possono votare )

lunedì 23 novembre 2015 - ore 08:22


Buona giornata, guerrieri viziati.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


update11.20




Io preferirei davvero che tu evitassi di comportarti come un asino bigotto "più-santo-di te" quando descrivi la mia spaghettosa bontà. Se qualcuno non crede in Me, pace, nessun problema! Dico davvero, non sono mica così vanitoso. E poi non stiamo parlando di loro, quindi non cambiare argomento!

Io preferirei davvero che tu evitassi di usare la Mia esistenza come motivo per opprimere, sottomettere, punire, sventrare, e/o, lo sai, essere meschino con gli altri. Io non richiedo sacrifici, e la purezza è adatta all’acqua potabile, non alle persone.
(e qua io la allargo a campi vastissimi...alle relazioni in cui i giorni di festa si punta in alto il dito, e si pronunciano quelle famose parole: "tu mi devi", con quel tono di sacralità anatemica con cui imponi rispetto e venerazione alle tue paturnie) . No, non sto parlando di te, non ti preoccupare.

Io preferirei davvero che tu evitassi di giudicare le persone per come appaiono, o per come si vestono, o per come camminano, o, comunque, di giocare sporco, va bene? Ah, e ficcati questo nella tua testa dura: donna = persona. Uomo = persona. Tizio noioso = Tizio noioso. Nessuno è meglio di un altro, a meno che non stiamo parlando di moda e, mi spiace, ma ho dato questo dono alle donne e a qualche uomo che capisce la differenza fra magenta e fucsia.

Io preferirei davvero che tu evitassi di assumere comportamenti che offendano te stesso, o il tuo partner consenziente, maggiorenne e mentalmente maturo. Per chiunque avesse qualcosa da obiettare, penso che l’espressione corretta sia "Andate a farvi f******", a meno che tale espressione non sia ritenuta troppo offensiva. Nel qual caso possono spegnere la TV e andare a farsi una passeggiata, tanto per cambiare.

Io preferirei davvero che tu evitassi di sfidare, a stomaco vuoto, le idee odiose, bigotte e misogine degli altri. Mangia, e solo dopo prenditela con gli s******.

Io preferirei davvero che tu evitassi di erigere chiese/templi/moschee/santuari multimilionari in onore della mia spaghettosa bontà, perché tali soldi potrebbero essere meglio spesi per (fai la tua scelta):

Sconfiggere la povertà
Curare le malattie
Vivere in pace, amare con passione, e ridurre il prezzo delle pay-Tv. Posso anche essere un essere onnisciente dai carboidrati complessi, ma apprezzo le cose semplici della vita. Dovrei saperlo, no? Io SONO il Creatore!

Io preferirei davvero che tu evitassi di andare in giro raccontando alla gente che ti ho parlato. Non sei mica così importante. Finiscila! E poi ti ho detto di amare il tuo prossimo, mi capisci o no?

Io preferirei davvero che tu evitassi di fare agli altri quello che vorresti fosse fatto a te se sei uno che apprezza, ehm, cose che fanno largo uso di pelle/lubrificanti/Las Vegas. Se anche l’altra persona le apprezza (purché si rispetti il quarto punto), allora dateci dentro, fatevi foto, e, per l’amor di Mike, indossate un preservativo! In tutta onestà, è un pezzo di gomma. Se non avessi voluto che fosse piacevole farlo, avrei aggiunto delle spine, o qualcos’altro.

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domenica 22 novembre 2015 - ore 19:24



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Definizioni

A pervasive pattern of excessive emotionality and attention seeking, beginning by early adulthood and present in a variety of contexts, as indicated by five (or more) of the following:

1.is uncomfortable in situations in which he or she is not the center of attention
2.interaction with others is often characterized by inappropriate sexually seductive or provocative behavior
3.displays rapidly shifting and shallow expression of emotions
4.consistently uses physical appearance to draw attention to self
5.has a style of speech that is excessively impressionistic and lacking in detail
6.shows self-dramatization, theatricality, and exaggerated expression of emotion
7.is suggestible, i.e., easily influenced by others or circumstances
8.considers relationships to be more intimate than they actually are.

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domenica 22 novembre 2015 - ore 10:38



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Buona lettura.

fonte: paolobarnard.info
è fondamentale scegliere bene chi legge o racconta la favola.
A seconda di chi narra la storia può valere come la più bella delle morali, o la più squallida delle menzogne.

"LE FAVOLE DI BARNARD PER I BAMBINI DEI SUOI LETTORI: 1

(da leggere ai vostri bambini, e non è una battuta)

C’era una volta un vecchio vulcano che si chiamava Ubo. Viveva in una nazione dell’Africa nera e misteriosa, lontano, ma tanto lontano da casa nostra. La cosa da sapere è che per un tempo lungo come mille strade, e vecchio come cento nonni, Ubo aveva fatto il suo lavoro, che era di sputare fumo, poi lava incandescente, poi scintille infuocate, e tanto altro di focoso e caldo.

La gente che viveva in quelle regioni usava tutta quella roba incandescente che il vecchio vulcano sputava fuori per tante cose importanti. Per esempio, ci facevano il fuoco dei villaggi per cucinare le gazzelle o gli uccelli che catturavano, o per fare le zuppe di orzo che coltivavano nei campi. Eh! Come si fa a mangiare carne cruda o zuppe fredde? Ci vuole il fuoco per cucinarli, e la gente di quelle regioni africane il fuoco non l’avevano, se non quando Ubo lo sputava fuori in abbondanza, così che tutti l’avessero. Oppure, nelle stagioni fredde, bisognava scaldarsi coi fuochi nelle capanne, e di nuovo quelle regioni africane il fuoco non l’avevano se non quando Ubo lo sputava fuori in abbondanza così che tutti l’avessero e potessero accendere le stufe nelle capanne. Ma ancora: la luce di notte per tutta quella gente veniva dalle torce infiammate, ancora merito del fuoco di Ubo. Bene.

Ma sapete bimbi, gli uomini non sono mai contenti. Il vulcano gli dava il fuoco, ma anche cenere, fumo, e qualche volta dei tremori della terra che facevano un po’ paura. E quindi quella stessa gente che usava il fuoco di Ubo, poi gli dicevano cose brutte, che lo ferivano. Ad esempio, essi imprecavano quando cadeva troppa cenere sulle capanne, e dicevano “Maledetto vulcano, ma stattene buono!”. Oppure, se c’era un tremore della terra – che altro non era se non uno sternuto di Ubo ma che svegliava la gente di notte – gli gridavano “Ubo magari non ci fossi!”.

Ubo tutte queste cose le sentiva, e siccome i vulcani vivono mille e mille anni, lui le sentì per mille e mille anni. Fino a che il suo cuore, che era ancora più caldo dei suoi fuochi, cominciò a raffreddarsi. Offesa dopo offesa, il suo cuore cominciò a stancarsi, e a battere sempre più debole. Sempre più debole. Finché un giorno si raffreddò del tutto, perse il suo calore. Divenne freddo. E il freddo del cuore, bimbi, gela tutto. Così fu che Ubo il vulcano si spense col cuore fermo. Niente più fumo, niente più borbottii, ma niente più fuoco e lava da cui i villaggi prendevano il fuoco per vivere. Ubo si fermò, gli uomini gli avevano fermato il cuore.

Gli uomini sono stolti, certo, ma quando poi devono affrontare le conseguenze della loro stoltezza si perdono e hanno paura. Adesso, con Ubo spento, non c’era più fuoco, non potevano più trovare il fuoco per cucinare, per scaldarsi d’inverno, o per illuminare la notte. Ubo si era spento nella tristezza.

Allora i saggi dei villaggi pensarono che dovevano pregare gli Dei del cielo per convincere Ubo a risvegliarsi. E lo fecero, con grandi cerimonie e grandi processioni… ma nulla, Ubo non si svegliava. No cibo, no luce, no caldo.

Allora i guerrieri dei villaggi pensarono che se avessero fatto paura a Ubo con le loro armi, lui si sarebbe convinto a risvegliarsi e a ridare lava e lapilli per il fuoco. Così diedero l’assalto al vecchio vulcano, con grandi urla e minacce. Ma poveri fessi! Cosa può fare l’uomo contro la forza della natura di un immenso vulcano? Nulla, povero sciocco uomo. Ubo neppure li ascoltò. No fuoco. No cibo, no luce, no caldo.

Che disastro!

Dovete sapere che in uno di questi villaggi viveva un bambino di nome Bommi. Era un bambino strano. A lui Ubo era sempre piaciuto, e mai aveva avuto paura delle scosse della terra che Ubo causava quando sternutiva. Mai gli era dispiaciuto di trovare la cenere per terra la mattina… la cenere è soffice, pensava Bommi, e ci giocava a farci i disegni sopra. E così mentre tutti i saggi, tutti i guerrieri, tutti gli uomini importanti dei villaggi erano riuniti a pensare, disperati, come risvegliare Ubo, lui partì dal suo villaggio per andare dal suo vecchio immenso amico, Ubo.

Una mattina ci arrivò. Era ai piedi di questo grande vulcano, apparentemente morto. Bommi lo guardò. Poi lo chiamò per nome: “Ubooooo!”. Ma nulla, nessuna risposta. Ancora più forte: “Ubooooooooooo!!!!!!”. Nulla. Bommi iniziò a preoccuparsi. E se fosse vero che la stoltezza degli uomini mai contenti avesse veramente ucciso il suo grande amico? Bommi posò l’orecchio sulle pendici del grande vulcano per sentire se per caso il suo cuore batteva ancora. Ascoltò, ascoltò, ma nulla, il cuore non batteva.

Gli avvoltoi volavano in giri ampi nel cielo, come quando sotto di loro c’è una preda morta da aggredire. Bommi sentì paura. E ora cosa faccio? si chiese. Allora decise di scalare il grande vulcano fino alla cima e di vedere cosa era successo dentro di lui. Bommi era agile e corse su per la montagna veloce fino al cratere. Arrivato là vi si affacciò e guardò dentro. Tutto là sotto era fermo, un lago grigio di cenere e basta. Bommi chiamò Ubo con tutta la voce che aveva nei polmoni, ma nulla. “Ubo! Ubooo! Ubooooooo!”… inutile, nessuna risposta.

Allora pensò a una cosa. E se corro giù e raccolgo i più bei fiori che trovo e glieli dono? Di sicuro nessuno ha mai regalato a un vulcano dei fiori, si disse Bommi. Dai, lo faccio, magari mi dice qualcosa!

E così fu che Bommi si mise a correre su e giù per il vulcano a cogliere fiori e a buttarli nel cratere, su e giù, su e giù, su e giù cento volte.

E qui successe una cosa stranissima. Bommi correva svelto su e giù coi suoi piedini nudi da africano, e pestava lesto le pendici del vulcano avanti e indietro come una furia. Bè, bambini, Ubo che dormiva nel suo sonno di tristezza, iniziò a sentire come una specie di…

… solletico! I piedini di Bommi gli facevano il solletico, e così si svegliò per capire chi era che gli faceva il solletico. Al suo risveglio Ubo ebbe un’incredibile sorpresa:

Prima cosa sentì un profumo delizioso che in mille e mille anni della sua vita non aveva mai sentito. Erano tutti i fiori che Bommi gli aveva gettato dentro. Poi quando aprì gli occhi vide questo bimbetto coi suoi piedini nudi che correva su è giù per le sue pendici instancabile, con altri fiori in mano. Ubo era stupefatto. E così parlò per la prima volta da tanti anni:

“Ma chi sei tu? E perché mi fai il solletico correndo su e giù coi tuoi piedini?”

La voce di un vulcano è potente e può fare paura a un uomo, immaginate a un bambino come Bommi. Ma la cosa buffa era che siccome Bommi gli stava facendo il solletico correndo su e giù coi suoi piedini, Ubo parlava ma anche… ridacchiava, rideva… così Bommi non ebbe paura, e rispose:

“Mi chiamo Bommi e sono un tuo amico, Ubo. Perché non ci vuoi più bene e non ci dai più il fuoco? Abbiamo fame e freddo e le nostre notti sono ora buie!”

Ubo non poteva credere alle sue orecchie, e neppure al suo naso, perché Bommi continuava a correre su e giù per il vulcano e a buttarvi dentro fiori profumati, sempre facendogli il solletico coi suoi piedini svelti. E rispose:

“Bimbo, io ho mille e mille e più anni, ma mai nessuno mi aveva parlato. Mai nessuno mi aveva fatto il solletico. Mai nessuno mi aveva profumato. E tutto quello che vuoi in cambio per questo è... il fuoco? Corri a casa piccolo amico mio, te ne darò quanto ne vuoi per tutta la tua vita e di più!”

Bommi non poteva credere alle sue orecchie. Non sapeva cosa dire, non aveva mai sentito un vulcano parlare, specialmente Ubo, che tutti gli uomini davano per morto. I suoi piedini si misero a correre come una gazzella e tornò al suo villaggio, giusto in tempo per vedere il sole tramontare. E…

La notte aveva appena fatto spuntare le stelle nel cielo sopra ai villaggi senza cibo cotto, senza riscaldamento e senza luci, quando d’improvviso tutta la volta celeste s’illuminò di una fiammata immensa che si sparse in tutte le direzioni dalla bocca di Ubo. E la terra tremò. Ora il fuoco c’era di nuovo, per tutti, in abbondanza, eccome!

I saggi e i guerrieri dei villaggi uscirono dalle loro capanne con gli occhi spalancati, e da stolti quali sempre sono, declamarono che era merito loro! Ringraziarono gli Dei, o le loro armi…

Ma in un angolo di villaggio, sotto un albero, sedeva un bimbetto chiamato Bommi, che avrebbe voluto avere le braccia lunghe come le strade per abbracciare il suo grande amico Ubo, e magari fargli ancora un po’ di solletico…"

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domenica 22 novembre 2015 - ore 10:24



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Buona lettura.

fonte: paolobarnard.info

citare sempre le fonti, altrimenti qualche anima pura o altro potrebbe credere che sia farina del nostro sacco.
Un po’ come quelli che ti sventolano di fronte al naso la loro condizione come se fosse tutto frutto del sudore della propria fronte.
E tu ci credi, perché ti fidi.
Invece no.

Proprio vero, chi ha i coglioni mica deve starnazzare.

"14



C’è una cosa che io ho, che praticamente nessun uomo ha, e che, per fortuna, solo una minoranza di donne invece purtroppo hanno. La voglio condividere, ma la dedico a quelle poche donne.

Io conosco il terrore del momento in cui si è sul punto di essere stuprati dal branco. Io so cosa si prova.

Se voi mi aveste conosciuto fra i 16 e i 19 anni avreste detto che quel ragazzino, a essere ottimisti, sarebbe finito in un manicomio, ma più realisticamente in galera, dentro e fuori. Bé, mica tanto sballata come previsione, visto che una volta io e un amico affondammo una barca a vela di un notissimo medico bolognese che ce l’aveva prestata, giusto per fare i cretini, e poi solo dopo ci rendemmo conto che eravamo a più di 11 miglia dalla costa alle sette di sera e che saremmo affogati come due topi. E infatti iniziammo ad affogare, ci salvò un miracolo di peschereccio che passava in ritardo di 8 ore sugli altri per aver rotto i motori a Ravenna. Visto che una sera io e il mio amico Carlo ci mettemmo a pisciare per strada coi turisti che passavano, ma passavano anche i carabinieri in auto. Questi ci urlano. Io e Carlo ci guardiamo in faccia e per tutta risposta ci giriamo con l’uccello fuori tranquillamente continuando a pisciare per rispondergli con un sorriso (poi in caserma a Comacchio ridevamo un po’ meno in effetti). Visto che un giorno di primavera dei miei 17 anni, il qui presente Paolo si trovò ammanettato nel retro di una volante per furto. Visto che pochi mesi dopo ero in coma etilico riverso su un marciapiede di via Gandino. Visto che… ce ne sono parecchie altre, ma lasciamo perdere.

Ripescate ora quel coma etilico, era novembre. Mi salvò un medico che viveva a quel numero civico, mi riportarono a casa ancora puzzolente di vomito. Non ricordo nulla, ricordo però di essere stato a letto parecchio, poi mi alzai, mi rimisi quei vestiti vomitosi e me ne scappai di casa. Mentre vagavo mi salta in mente che a Padova viveva sta ragazza fortissima e che potevo andare da lei, perché no? Hei, questa era più grande di me, fa conto sui 24 anni, l’avevo conosciuta al mare l’estate prima, una gnocca notevole, e sta tizia era fidanzata con un nazionale di rugby di Padova appunto, una specie di Yeti che vedevo in spiaggia al week end quando la veniva a trovare. Ma durante la settimana lo spasso della tipa in questione era di prendermi a casa sua e di insegnarmi come masturbarla, leccarla, e poi… no, così non va bene, rifai… bene, e rifai questo un attimo… e via così per ore. Alla fine io avevo il contentino, che era una sega fattami da lei. Bè, ok, mica male come impegno. Peccato che un pomeriggio sentiamo il rombo del Gilera di lui che parcheggia in giardino con un giorno d’anticipo rispetto al solito. Puttana troia, saltai dal primo piano sul telone del tizio che stava a pian terreno.

Paolo post coma etilico prende un treno e va a Padova dalla tipa. Avevo il suo numero di telefono di casa, la chiamo e lei un po’ casca dalle nuvole, ma mi dice di passare a salutarla. Arrivo e trovo una villa signorile con cancelletto, sentierino ed entrata maestosa. Sapete, quando uno ha l’aspetto di un pazzoide con la faccia allucinata e i vestiti sporchi di vomito, e non se ne rende conto, ci rimane male a vedere come gli altri a momenti svengono quando ti vedono. Ci sono lei e sua madre sulla porta, hanno visto l’unicorno dal pelo viola che gli fa “Ciao, eh, sono qui!”. Entriamo e la tipa carina balbetta cose come “bé, ehm, allora, cioè… cioè, tutto bene?”. Con la coda dell’occhio vedo la madre che si precipita al telefono con il volto del terrore. Vaffanculo, questi chiamano la polizia o l’ambulanza, che palle, cazzo, andatevene a fan culo, e Paolo infila svelto l’uscita con le due che urlano noooo, dove vaiiiiiii!

Il set della scena successiva è un quartiere losco di Padova dove vado a zonzo. Ci sono prostitute (a quel tempo italiane) e travestiti che mi fanno i tirini. Qualcosa mi dice male, mi sento vulnerabile. Entro in un bar a sparo una balla: “Scusi ho rotto la marmitta del vespino, avrebbe una chiave inglese?”. Il tizio estrae una cassetta attrezzi e mi dice di cercare lì. Perfetto, trovo una cagna da idraulico di quelle pesanti, la prendo e mi volatilizzo. Sono armato. E qui inizia il peggio.

All’angolo di un portico una Fiat 1.100 grigia mi sbarra la strada. Al volante un signore grasso pelato e sui 50, che mi chiede dove sto andando, se ho bisogno di un passaggio. Io vorrei tornare in stazione e mi fido, ok, salgo. Sapete, avevo ancora un litro di whisky nel sangue, ed è questa la causa del fatto che quando il grassone come prima mossa mi prende dalle mani la cagna e la butta di dietro, io non mi allarmo. Cristo. Mi dice poi “Hai fame”? In effetti a 17 anni e a digiuno da due giorni… sì. Allora ci fermiamo in un bar che fa cose buone, mi dice lui. Entriamo: bancone sulla sinistra, donnaccia dietro che serve, ordino un toast e Fanta, lui si precipita nella sala bigliardo dove tre ceffi stanno giocando. Vedo che gli gesticola qualcosa di frenetico, loro si girano tutti dalla mia parte e dalla mia parte s’incamminano. Lì mi si aprì la coscienza e capii tutto. Divento all’istante un bambino di quinta elementare che in un luogo infame e puzzolente di sigari chiede pietà all’unica figura femminile presente. “C’è un’uscita di sicurezza qui?”. La megera rutta un No e manco mi guarda, zero, potrei morire lì per lei. I quattro mi sono attorno ora.

Mi sospingono fuori dal locale, sul marciapiede, ore 19, scuro. Battutine, spintarelle, buffetti sulla guancia. Io ho capito tutto, e da adolescente ora sprofondato in un orrore più grande di lui tento di fare il ‘grosso’, quindi sparo “O ragazzi sono nelle peste, ieri sera in disco ho accoltellato un tizo a Bologna, sono qui per un po’”. Ma ve l’immaginate quattro pederasti di 50 o 60 anni che credono al bimbo con pomo d’Adamo appena spuntato? Non so più che dire, l’occhio mi cade su una bellissima Mercedes blu parcheggiata proprio lì, e che aveva una fiancata interamente schizzata di vernice bianca. Nella disperazione di prendere tempo commento quell’auto. Loro: vuoi fare un giro? Ma certo. Portiere aperte e mi spingono dentro, io dietro nel mezzo di due, gli altri davanti. Quello alla mia destra è un mostro, tarchiato, butterato che gli potevi infilare un dito nei buchi della pelle e coi capelli ricci rossi. Fa ribrezzo. Io lì sono in silenzio, sto solo immaginando cosa deve essere quello che mi sta per succedere. E’ come però se l’idea che la mia mente deragliata sia all’origine di questo destino me ne lenisse un poco il terrore. Me lo merito, perché non sono a casa a studiare latino come tutti i miei amici?

La Mercedes ora svolta a destra nel cortile di un capannone, buio. Fermi, fari spenti. I due davanti si girano verso di me. Le mani cominciano a toccarmi le cosce. Donne, lo so, vi prego di credermi, lo so. Non è solo la paura e il ribrezzo che mi stanno sventrando, ma anche l’odio verso questi animali degni del mattatoio che si permettono di rovinarmi la vita per sempre a 17 anni, di infettarmi con un lurido da cui non mi libererò mai più, mai più sarò un ragazzo normale che fa l’amore con le donne senza queste feci memorizzate chi riempiranno di una puzza intollerabile ogni carezza, ogni penetrazione, ogni contatto con una pelle sudata a letto per il resto della mia vita. Perché mi possono fare questo? Perché è così facile che questi massacri di un futuro umano che ancora deve nascere possano accadere? Perché Dio non li uccide qui, ora?

Con una mano di non so chi sullo scroto mi giro verso il ‘rosso’ e gli dico a bruciapelo la frase più stupida del mondo, ma non lo fu: “Ma voi non sarete mica dei froci?”. L’abominevole butterato è immobile con la bocca mezza aperta. Poi emette un urlo belluino che diventa comprensibile con “pezzoooo di mmmmmmmerdaaaaaa! Pezzooooo di meeerdaaaaaa!” e le sua mani mi brancano per la giacchetta scaraventandomi fuori dall’auto. E’ impazzito, ripete pezzo di merda urlando come un porco al mattatoio, e mi masscara di calci nella pancia, pugni nella nuca, nel petto, ovunque. Gli altri scendono atterriti, nooo, fermo, che cazzo fai, e fermo fermo! Mi basta quell’istante per rialzarmi e volare, volare, correre con quei muscoli che nascono dal terrore della morte. Corro corro corro, scavalco cavalcavia, mi butto giù per terrapieni, rotolo, mi spello le mani, corro corro corro all’infinito, poi trovo una stradina residenziale e salto un cancello di oltre due metri. Mi rannicchio sotto un pino e sto lì immobile nel buio.

Dopo non so quanto esco, m’incammino guardingo. Incrocio un signore che porta a spasso il cane e gli chiedo dove sta la stazione. Ci arrivo. Stazione di Padova del 1975: si entra e un unico corridoio porta al binario 1. Leggo gli orari, il primo per Bologna è alle 6,25, sono le 5 e 10. Mi appoggio con la schiena al muro subito dietro l’angolo di quel corridoio con il volto verso il binario. Sto lì, sinceramente non ricordo nulla di cosa avessi pensato. Saranno passati 20 minuti e sento dei passi multipli venire dal fondo del corridoio alle mie spalle. Giro la testa verso quei passi. Sono loro quattro. Il rosso ridacchia e mi dice “segui il nostro consiglio? Torni a casa?”. Sono a 40 metri da me. Mi giro a destra, c’è solo binario buio, a sinistra, Dio ti ringrazio! c’è la scritta Polizia al neon. Quaranta metri in 1 secondo e mezzo. Entro trafelato, ansimo, sono come potete immaginare che fossi, uno spettacolo pietoso. Quello che ho di fronte è classico poliziotto di Aldo Giovanni e Giacomo. Gli srotolo la storia con la voce mitragliata, mi aiuti! Mi aiuti!. Quello, spettacolo universale di servizio pubblico, mi dice: “Venga con me, stia calmo”. E che fa? Mi riporta fuori dalla guardiola e mi accompagna nella sala di seconda classe. Apre la porta, è deserta e buia. Buia pesta. Il genio fa: “Stia lì che è al sicuro”, poi va.

Questo racconto è già durato abbastanza. Paolo è in piedi da solo in uno stanzone deserto e buio alle 5 della mattina e fuori ci sono 4 stupratori inferociti. Guardo le finestre, ma hanno le sbarre di ferro. Mi preparo a una crocifissione. La porta si apre di colpo, è il poliziotto coglione che mi dice “Ma lei è quel ragazzo segnalato dalla Questura di Bologna!” Io : SIIIIIIIIIIIIII’!!!!!!!!!!!!!. Sono salvo.

I carabinieri mi vengono a prelevare, mi portano nella caserma adiacente dove arriverà mio padre col primo treno. L’appuntato che siede con me sul retro mi dice: “Io alla tua età sai che facevo? Spaccavo legna a Cles. Mica facevo il deficiente.” e sbam, giù uno sberlone. Me ne avrà dati 10, ma lo volevo baciare, e dirgli “ancora, ancora”, lo amavo, ero salvo. Salvo.

Sono uscito da questa esperienza con 2 anni di psichiatria e una sindrome di manie di persecuzione che, credetemi, mi portava a episodi al limite dello psicotico.

Non oso immaginare cosa accade all’anima di chi, al contrario di me, si fa l’intera esperienza di tortura. Donne, veramente, non oso immaginare. E vi chiedo perdono per questo. Col cuore, vi chiedo perdono.

Questo ha senso raccontare ora. "

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sabato 21 novembre 2015 - ore 14:34



(categoria: " Vita Quotidiana ")


A pacchi e da mesi, anni.
Alla fine è un puzzle di fatti.



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venerdì 20 novembre 2015 - ore 16:26



(categoria: " Vita Quotidiana ")


ggggiiiiiiooootecccccnnnicca

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giovedì 19 novembre 2015 - ore 07:58



(categoria: " Vita Quotidiana ")




Assonanze di follia con i riti borghesiautoreferenzialgiargiani.

No, HAldo, più leggo la pagina wikipedia più mi convinco ad adottare i nuovi credo.
Ma anche lo stile campestre del video di seguito non sarebbe male.
Le sold’ ...le Rolls...

Video già proposto.





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giovedì 19 novembre 2015 - ore 07:39



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Bando alle puttanate.

Ka mate, Ka Mate

(Io Muoio, Io Muoio)






Ka ora, Ka ora

(Io Vivo, Io Vivo)



Ka mate, Ka mate

(Io Muoio, Io Muoio)



Ka ora, Ka ora

(Io Vivo, Io Vivo)



Tenei Te Tangata Puhuruhuru

(Questo e’ l’uomo peloso)



Nana i tiki mai

(Che ha persuaso il Sole)



whakawhiti te ra

(A splendere di nuovo)



Upa...ne, Upa...ne

(Un passo verso l’alto! Ancora un altro!)



Upane, Kaupane

(Ancora un passo in su, fino in cima)



Whiti te ra

(Il sole brilla)



Hi!!!

(Hi!!!; Hi!!!)



La leggenda narra che il capo Maori Te Rauparaha, nascosto in un pozzo per sfuggire ai suoi inseguitori, pronunciò le parole KA MATE! KA MATE! (Io muoio! Io muoio!) quando questi vennero a cercarlo nel luogo in cui aveva trovato asilo. Sussurrò poi KA ORA! KA ORA! (Io vivo! Io vivo!) quando gli inseguitori andarono via. “Ka ora, ka ora! Tenei te tangata puhuruhuru nana nei i tiki mai whakawhiti te ra!” (Io vivo! Io vivo! Questo è l’uomo peloso che ha persuaso il Sole e l’ha convinto a splendere di nuovo!) fu il ringraziamento diretto a Te Wharerangi, che aveva offerto rifugio a Te Rauparaha.



Fonti: Wikipedia


Nel suo libro Maori Games and Haka, lo studioso Alan Armstrong descrive la Haka così:
« La Haka è una composizione suonata con molti strumenti. Mani, piedi, gambe, corpo, voce, lingua, occhi... tutti giocano la loro parte nel portare insieme a compimento la sfida, il benvenuto, l’esultanza, o il disprezzo contenuti nelle parole. È disciplinata, eppure emozionale. Più di ogni altro aspetto della cultura M&#257;ori, questa complessa danza è l’espressione della passione, del vigore e dell’identità della razza. È, al suo meglio, un messaggio dell’anima espresso attraverso le parole e gli atteggiamenti. »

È dunque una danza che esprime il sentimento interiore di chi la esegue, e può avere molteplici significati. Non si tratta, infatti, solo di una danza di guerra o intimidatoria, come è spesso erroneamente considerata, ma può voler anche essere una manifestazione di gioia, di dolore, una via di espressione libera che lascia a chi la esegue momenti di libertà nei movimenti.

È comunque un rituale che cerca di impressionare, come si può ben vedere dall’esibizione degli All Blacks: si roteano e si spalancano gli occhi, si digrignano i denti, si mostra la lingua, ci si batte violentemente il petto e gli avambracci, si dà quindi un saggio di potenza e coraggio, che si ricollega allo spirito guerriero dei M&#257;ori.


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lunedì 16 novembre 2015 - ore 21:45



(categoria: " Vita Quotidiana ")


se ridete siete brutte persone

Come me.


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domenica 15 novembre 2015 - ore 09:08


Opinini.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Estratto da paolbarnard.info.
Che ti mette in discussione quando lo leggi.

"Siamo fottuti. L’hanno capito, loro, ISIS et al. In inglese si chiama Retail Terrorism, cioè terrorismo alla spicciolata. Economico, con mezzi rudimentali, risorse umane minime, ma effetto colossale su di noi ignoranti, menefreghisti, viziati, ipocriti del Nord che sulle loro fosse comuni ci abbiamo costruito la nostra civiltà. Siamo fottuti perché un terrorismo così…

… come lo fermi? *

Ora accendete una candelina e vediamo se il ‘negretto’ qui sotto, poverino piuttosto annerito da USA/Israele, si schiarisce.

(a seguito della frase c’è nell’articolo una foto terribile, ma vera, attraverso la quale si capisce che come razza umana siamo merde n.d.emmegi.75,)

* Lo fermi quando l’Occidente smetterà di terrorizzare i ’negri’ per i suoi porci interessi, e quando gli permetterà di vivere da svizzeri. Fidatevi: nell’ISIS non si arruolano ragazzi di Lugano. "

Buona domenica, a me e a tutti quelli che oggi celebrano con riti domenicali il proprio ego smisurato.

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