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NICK: il_poetO
SESSO: m
ETA': 20
CITTA': Around Cittadella. Onara nolla conosce nisciuno.
COSA COMBINO: Lettere e Filosofia
STATUS: single

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STO LEGGENDO
Sigmund Freud - Il Sogno, Also Spracht Zaratustra - Nietzsche, Poesie - Andrea Zanzotto (2a volta), Il Garofano Rosso - Vittorini, i due manuali di storia contemporanea.


HO VISTO
La Città Incantata, Shrek 2, Fuoco Cammina con Me, L’ora di religione.


STO ASCOLTANDO
The Future Sound Of London, Mark Hollis, Mouse on Mars, Flaming Lips, Sonic Youth.


ABBIGLIAMENTO
del GIORNO
Nu ginz e ’na maglietta.


ORA VORREI TANTO...
Guardare la capovolta del cielo.


IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
Storia contemporanea, Letteratura contemporanea, Filmologia.


OGGI IL MIO UMORE E'...
So, why so sad?


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...




PARANOIE
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MERAVIGLIE

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“"Per limina effrangessi per lumina arachnea" ”

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ULTIMI 10 messaggi
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i giorni linkati sono quelli che contengono interventi )


venerdì 3 giugno 2005
ore 12:18
(categoria: "Poesia")


Le buone tradizioni

E' il giorno in cui i giorni si fanno più corti
e nel cadere d'autunno in dicembre, il freddo
racchiude veloce le pietre miliari, affonda
in Carcassona i suoi attacchi, o in Trieste
scivolando con motto arguto dal Carso:
è l'ora delle disaffezioni e delle variopinte
pudicizie di veli e maglioni, e i fuochi di stube,
e dei baci per casa alle vesti talari.

Hai tagliato i capelli il mattino di luna calante:
l'antico consiglio di nonna permette
un taglio in meno ogni quarantotto lunazioni;
e così ti capita di ricordarla il giorno bisestile
nei mezzogiorni delle ombre più corte,
fra gli occhi di madonne nei prati, benevoli
e traditori come i primi tepori, come la ciocca
che hai risparmiato e scoperto
a pizzicarti il seno. A sedici anni, ricorda,
non tutto è sempre economia:

la vecchia della luna, un po'
madonna un po' maitresse,
sopportava clausure invernali / calcolava
i quattro anni con un nuovo compagno.


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mercoledì 25 maggio 2005
ore 18:16
(categoria: "Musica e Canzoni")


Picastro. Una ordinaria domenica di follia

Beh, vedere una band canadese suonare nel mio paisiello di 2500 anime, in un
territorio paludoso, nella seppur scarna ma suggestiva scenografia dominata
dalla chiesetta di Santa Margherita, chiesetta voluta dal sanguinario e di
dantesca memoria Ezzelino da Romano, beh, m'ha fatto sentire per una
mezz'ora un po' lontano da quel deserto culturale nel quale credevo di
essere inscritto.
Insomma, domenica scorsa, in un tendone semiaperto, di quelli buoni solo per
tener fuori l'umidità di un posto da caimani come il parco di Onara (Pd), a
mezzanotte circa, salgono -anzi non salgono: stanno là, a tre metri tre dal
mixer- i Picastro. Accordano le due chitarre dliin dlooon dluoun dluooon
tren tren, e la tizia inizia con una litania che un po' ricorda i cantati
mogwaiani e un po' gli arab strap. L'accompagnamento a tratti languido a
tratti dissonante del violinista dalle facce buffe varia l'atmosfera
ciclicamente dal dreamy al folky al noisy al gorky -sì, perché un po'
mongolo lo sembra, dai- e il batterista per non far da manco, gli va dietro
ciondolando la testa come un metronomo con la scoliosi, incurante dei "*io
can *io porco" che escono dalle sboccate bocche degli zoticoni punkabbestia
più bestia (ancora *io, ogni tanto) che punk, satolli d'alcool e
cannabinoidi vari. Se la tizia fa ogni tanto don don sul mi e sul la
dell'acustica, il compare che l'affianca con un'elettrica pulita pulita fa
dreeen drion mezzo slide mezzo 'un c'ho voglia di suonare davanti agli scemi
del villaggio, ocio che il caimano mi magna il filo della fender.
Sì, perché dovete sapere che a Onara una volta c'è stato il maremoto, e la
leggenda del "fionco dea carossa" a dise che el conte durante a processiòn
del vénare santo, dovendo passare per raggiungere la sua villa, ordinò al
curato di interrompere il cortèo; e allora Cristo s'imballò, fece una
trottola del conte, s'alzarono le acque tipo sharm el-sheik, s'aprirono le
sabbie paludiche, ed egli vi finì dentro con la carrozza, pagando pedaggio
al casello per l'inferno. No, però è vero che ci sono le sabbie mobili, o
almeno, c'erano prima che l'acqua Vera cominciasse a pompare a fondo sulla
falda, vabèh.
Ritornando ai Picastro, insomma, ecco; bravi sì, intimi quanto vuoi, però
dopo mezz'ora son andato a letto che Sabri c'aveva le sue cose ed era
stanca. E io ero rotto un po' i coglioni -non per le sue cose, ché tanto
niente lo stesso- ma più che altro per i Picachucastro e per gli zoticoni
punkabbestia che, vabèh, ti piacciono gli animali, cara rossa dai capelli
lunghi e pure figa, ma insomma, limonare col cane che ha appena leccato uno
dei tanti passerotti 'pena scampai dal gnaro, ma vaffancùlo, dai, fai
cagare.
E questa è la gente che viene da fuori, e viene in mezzo ai caimani, a Onara
di Tombolo provincia di Padova, per ascoltare, bestemmiando, i canadesi
soporiferi; che adesso capisco perché mia zia, sorella di mio nonno, se ne
sia migrata in Canada; a chiamarsi Tranquilla c'è sempre un perché, no?
Ciao.


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martedì 17 maggio 2005
ore 09:59
(categoria: "Vita Quotidiana")


Ho aperto baracca deqquà

http://conversazioniprivate.splinder.it


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giovedì 12 maggio 2005
ore 10:05
(categoria: "Poesia")


Associazioni - Regressioni
Per Valeria,
che conversando al tavolo del bar
oggi, per uno svago associativo
m’è venuto in mente il cielo.
[…]

Nel gioco delle proiezioni astratte
delle rifrangenti introspezioni / una notte
-sidera in me, me che desidera-
ho notato per caso una nuvola in Boote
e l’ho chiamata, nel trapasso,
“l’isola di Arturo”. Alpha Bootis*
è il faro che vigila la baia, e poi
nel sospingere del vento, è diventato
il lume nella casa doganale; e ancora,
pochi istanti dopo, l’oblò lontano della nave.

Se non fosse stato per te / tutto questo
l’avrei dimenticato;
le occupazioni dei tredici anni / bollate
come giochi di ragazzi, rinnegati
in questi giorni dove un tavolo
è soltanto un tavolo,
lo sfogliare del vento null’altro
che avvisaglia di tempesta,
le stelle iridescenti tramutate
nella falsa rubrica dei destini.

E perciò ne è valso / se non altro
parlare con te, sfogliando
il libro segreto delle contingenze,
ché tu non sai, ma basta poco
arginare il fuoco alle fotografie,
ricordarmi chi sono stato.



*
”Arturo” è la stella alfa della costellazione di Boote.


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venerdì 6 maggio 2005
ore 12:15
(categoria: "Vita Quotidiana")


Chi sono?

Il saltimbanco dell'ave maria
.
.
.

segue lunga lista di abominevoli
sproloqui e onomatopeiche bestemmie

[...]

e dio qua [...]
bau bau bau

[...]

e madonna là [...]
beeeeeeeeeeèè
[...] 10 euro bocca figa

[...]

pacem in tetris. T ] [ | L ┌ ☻ ▀


Gratias tibi agimus omnipotens sempiterne Deus

[suds & soda mix OK with beer (or bears)]


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martedì 3 maggio 2005
ore 12:50
(categoria: "Poesia")


Cittadella
Deserto che non t'ho mai incontrato, deserto
che non t'ho mai conosciuto,
è un piacere averti per strade, scovarti
all'ombra di panchine, fra biche
fra ceppi di un ontano / abbattuto,
vederti -come lamelle di fuoco- scansare
il traffico autostradale, confonderti
con acari e polveri negli incavi,
nelle fisime, nelle sudice pieghe del popolo,
conglomerato in piazza in felice empatia
a vòlverti col fumo vietato / inframezzato
da sillabazioni che si fanno parola, eunuca parola,
deserto che confondi e sprofondi,
deserto che mi cammini accanto.



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lunedì 2 maggio 2005
ore 10:08
(categoria: "Vita Quotidiana")


Mi sono svegliato; e ho pianto come da anni non piangevo.

E' successo questa notte. L'antefatto, un sogno.
La scena inizia e si svolge a casa mia, con io che, con le mani, serro
fortemente la bocca di un coccodrillo. So che quella bestia va uccisa, so che quella bestia ha minacciato
continenti e paesi. Ma è strano come io, così facilmente, riesca a tenere la
situazione sotto controllo, come avverta uno strapotere in grado di
annichilire il feroce animale: il coccodrillo non avrà mai occasione per
dimostrare la sua aggressività. Contrinuo a stritolargli le mascelle, a tal
punto che dai lati della bocca inizia a sanguinare copiosamente; si avvicina
mia madre che conferma che l'animale va abbattuto, e le ficca due dita nelle
narici -così non potrà respirare- dice. L'animale si divincola e mia madre
desiste. Lascio andare il rettile che, sfinito, cerca pateticamente di
scappare; a quel punto non ho esitazioni e, con un grosso oggetto di
legno -forse sedia o bastone o pala- cerco di sfracassargli la testa. Questo
giace nel cortile, agitando mestamente coda e un paio di zampe.
La scena cambia e mi trovo dall'altro lato della casa. Il coccodrillo cerca
di infilarsi fra gli interstizi dei cancelli, prima uno e poi l'altro,
riuscendovi nel secondo. Io lo seguo in strada, lo afferro. Cerca ancora di
divincolarsi; mi graffia, ma non mi squama nemmeno la pelle. E' un grosso
gatto ora, dal colore grigio. Lo lascio andare, un po' inebetito -io- dalla
metamorfosi. Lui si volta, mi guarda, e per la prima volta sento che sta per
aggredirmi; ma compie un balzo come per venirmi in grembo a farsi coccolare.
Mi sento acceso da una violenza inaudita; ho avuto conferma, nel frattempo,
che il vecchio coccodrillo ha terrorizzato gli Stati Uniti. Come sollevato
nel dover fare ciò che va fatto, sollevo al cielo il grosso gatto e lo
lancio per aria, facendolo precipitare a cavalcioni del cancello; la
traversa lo colpisce al costato, la zampa sinistra anteriore è fratturata.
Quasi esanime, a terra, lo colpisco violentemente con un bastone alla testa.

Lo trascino in un angolo del giardino. Il gatto appena accenna un tremore
alla zampa ferita. Io me ne vado. Lo lascio lì.

E poi mi sveglio, alle cinque del mattino. Ripenso al sogno e cado in un
pianto a singhiozzi. Provo una gran pena per l'animale. Ancora adesso, che
ne scrivo.
Provo una inconsolabile pena.


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giovedì 28 aprile 2005
ore 19:09
(categoria: "Riflessioni")


L'mp3 e il p2p come strumenti rivoluzionari

Theodore Adorno, in "Il carattere di feticcio in musica", prendendo spunto
dal "Capitale" di Marx, rivela l'inautenticità della musica nell'era del
capitalismo. Ogni opera, sia questa classica, jazz o popolare, è soltanto il
feticcio, la vestizione esteriore di un oggetto di mercanzia, veicolo di
scambio economico e quindi di guadagno. Con le tecnologie di riproduzione e
di diffusione di massa, la musica viene ridotta a sottofondo pubblicitario e
a cavallo di troia allo scopo di spingere fette disparate di consumatori
all'acquisto dell'oggetto LP, CD, MC, oppure di merchandising inerente.
L'ascoltatore quindi, anche se convinto di appartenere a un'elite
musicofila, non è altro che un atomo dell'enorme massa di consumatori che il
mercato della discografia cerca via via di creare e saturare. Senza
considerare la musica più commerciale (Adorno considerava -visti i tempi-
massima manifestazione di musica "capitalistica" il jazz, soprattutto da
ballo, be-bop etc, che con i suoi ritmi frenetici crea reazioni compulsive
negli ascoltatori, costringendoli, in parole povere, a battere il tempo e a
ballare, togliendo ogni autenticità all'ascolto individuale, e a un
livellamento quindi), basti pensare ai miti che si costruiscono
continuamente attorno alla musica classica, a partire dai direttori
d'orchestra, proseguendo poi per i solisti famosi, alla ricerca di
quell'esecuzione perfetta, che, attraverso il "si dice, si narra"
(Heidegger) crea aspettativa e attenzione nel pubblico verso determinate
esibizioni pubbliche e registrazioni. In questo meccanismo, l'autenticità
della musica di un Beethoven viene meno, perché anche il più esperto
conoscitore dell'autore, soggiogato dalla catena del "passaparola
commerciale" si dirigerà verso prodotti e manifestazioni più "pompati",
rientrando in pieno diritto nel maccanismo della musica commerciale.

La nascita dell'mp3 e la diffusione attraverso canali di distribuzioni
anarchici e totalmente liberi quali il P2P, ha svincolato per la prima volta
nell'epoca capitalista contemporanea la musica dal suo supporto-prodotto.
Con la musica riprodotta attraverso un non-supporto digitale è impossibile
attuare un processo feticistico, di vestizione, del prodotto commerciale
comunemente inteso, ossìa, come dicevo prima, dell'oggetto LP, CD etc. La
"grande macchina" (e non solo musicale) comprendendo la forza eversiva del
formato e della distribuzione digitale, ha prima cercato uno scontro legale,
per poi, secondo una naturale evoluzione che le è propria, tentare di
inglobare anche questo potentissimo canale di distribuzione, con la vendita
a peso, o a tempo, o dei supporti digitali stessi. Ipod, Itunes etc, sono
prodotti commerciali specifici concepiti per vestire feticisticamente il
flusso di bit digitale; non sono altro che le prime manovre reazionarie per
"istituzionalizzare" l'innato potere rivoluzionario dell'mp3 e della sua
distribuzione "free" via internet.
Rivoluzionario perché un mezzo che potenzialmente possa raggiungere
miiliardi di persone in tempi brevissimi, senza la necessità produttiva e
riproduttiva di un qualsiasi supporto fisico, potrebbe far crescere una
generazione di Artisti con il virginale e sincero scopo di produrre musica
per la Musica, con tutta la conseguente carica eversiva e critica nei
confronti della realtà che è propria dell'arte quando essa si manifesta
sinceramente: e sarebbe quindi la prima concreta possibilità di
realizzazione di quanto teorizzato da Benjamin nel suo "L'opera d'arte
nell'epoca della sua riproducibilità tecnica".
Saluti.


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domenica 24 aprile 2005
ore 02:25
(categoria: "Poesia")


Paradigma


"Sono qui".
E l'avrei scandito con voce sicura,
se almeno una volta tu avessi avuto paura,
se fosse capitato di perderti
o di cadere in necrologi improvvisi;

io lo cerco, quando va via la luce,
spesso lo pronuncio da solo: "sono qui".
E mi tengo compagnia, nelle cicliche crisi / in scrivania
dove leggo di uomini illustri
circondati dai libri, nei loro
certami di parole.

Un paio di loro furono eretici pazzi
e nei secoli d'inganno vi conobbero
l'umidità delle carceri;
altri, non diversamente, presero moglie
e alcuni più di una
(ma spesso solo le prime comparvero in prosa).
Vi è pure un buon numero di tisici
che il talento non ha salvato;
poi la fila dei cultori d'immagini
e dei manieristi del manifesto.

Nessuno di loro però
scremò timidezza / azzardò
scrivere "Sono qui".
Che temessero il loro suono fra i posteri
è probabile; forse
erano solo pieni di forse,
dato che nulla fu più prato,
cucina, oppure camera da letto.
E l'unica via d'uscita allora
mille parole di specchio,
a incorniciare / quadrare
qualche lembo d'alterità.

Fra tre rilegature e un paio di brossure,
"io sono qui" e non ho paura:
ma se nessuno mi fa d'eco,
vìa le sillabe dal mio nome:

e sarò come
chi per lungo tempo ha urlato
senza nulla dire.



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domenica 17 aprile 2005
ore 16:33
(categoria: "Vita Quotidiana")


Et negro semen seminaba
Le cose migliori si scrivono quando non si ha nulla da dire. E' un dato di fatto. C'è l'impellenza del contenuto, della cosa buona, che inevitabilmente sopprime la forma, la cosa cattiva. Tipo quando sei innamorato, no?, che il sesso è contornato da mille e più di mille preoccupazioni e ansie che ne esce una paciuga che non accontenta nessuno. Mentre quella volta che capita perché congiunzioni astrali e ormonali dicono che sì, che va bene, che c'è l'attrazione e l'elettricità giusta per una sana cavalcata -ride the hormons- ecco che non-si-pensa e si semina molto più svaccatamente. Perché c'è chi dice che il sesso circoscritto attorno a se stesso è cosa cattiva; così come la forma fine a se stessa è cattiva.
Però, che bello ragionare con la testa degli altri, ché se io non ci torno sopra le cose 25 volte mi esce nulla di buono; devo essere creativo, reimpastare, variare, cancellare, fermarmi a respirare per poi accelerare fino al "hh ah hh ooh" e poi stop, pausa, rigira la frittata, sposta in alto, più in basso, più forte sì, spingi di più dentro... dentro al concetto, sfondalo sì.
E poi ripenso sopra e dico che è cosa buona pensare nel mentre e ripensare sopra, ché altrimenti -per me, eh, dico per me- d'istinto si rischia solo l'aborto.


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