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"La bellezza salverà il mondo."
F. Dostoevskij

Canova. "Amore e Psiche".
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"Fleba il Fenicio,
morto da quindici giorni,
dimenticò il grido dei gabbiani,
e il flutto profondo del mare,
e il guadagno e la perdita.
Una corrente sottomarina
gli spolpò le ossa in sussurri.
Mentre affiorava e affondava
traversò gli stadi della maturità e della gioventù
entrando nei gorghi.
Gentile o Giudeo,
o che volgi la ruota e guardi
nella direzione del vento,
pensa a Fleba,
che un tempo è stato bello e ben fatto
al pari di te."
Thomas Stern Eliot
"Death by Water"
da: "The Waste Land"

Edwar Moran, "Shipwrecked", 1877
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venerdì 3 marzo 2006 - ore 00:37
The Spirit of the Radio
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Allora... calma e sangue freddo. Prendiamo fiato.
Sabato mattina, credo verso le 11.00 o giù di lì, sarò in diretta nella trasmissione Laltrolato di Radiodue, condotto da Federico Taddia.
So solo che a un certo punto un esperto parlerà di grafologia, e io dovrò fare il ruolo dello studente, cercando di capire (ma siamo sicuri che questi abbiano pescato giusto?) e facendo domande.
"Cosa caspio c’entri tu con tutto questo?" direte voi. Niente, dirò io.
In realtà, sabato vado a Radiodue per registrare una puntata "zero" o "pilota" (se non sapete cos’è chiedete a tale Jules), sempre di Taddia, sulle tesi di laurea. Un mio prof ha parlato del mio lavoro a Taddia, che mi ha chiamato. In trasmissione, mentre esporrò la mia tesi, saranno presenti un professore universitario (ma di materia ordinaria incognita) il direttore di Topolino e un "uomo della strada".
La puntata, essendo un pilota, ovviamente non andrà on air. Speriamo che la grande corte Radiorai la promuova.

Ok. Riprendiamo fiato.
Probabilmente, sono rimasto intrappolato da qualche parte in un sogno di bukowski o in una penichella post-peperonata di Kafka.
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giovedì 2 marzo 2006 - ore 00:01
(categoria: " Vita Quotidiana ")
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martedì 28 febbraio 2006 - ore 13:05
13.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
- Carta -, disse il piccolo uomo seduto al tavolo del blackjack.
Il croupier dal panciotto rosso scuro e la camicia bianca ne prese una dal mazzo.
L’ometto si accarezzava la sottile barba a punta, di un rosso acceso. Nervosamente, con l’altra mano, tamburellava le dita sul panno verde del tavolo. Davanti a lui, come un totem sacro di tutte le sue speranze e paure, si ergeva una piccola collina di gettoni colorati.
Il croupier fece avanzare la carta prescelta, rovesciata.
Gli occhi azzurri del piccolo uomo tremarono al fuoco dell’attesa; e ciò – si badi bene – nonostante sapessero che la carta era sta scelta, e il destino segnato.
La carta fu voltata.
- Cinque di cuori –, disse il croupier. – Il banco vince.
Il piccolo uomo tirò un piccolo pungo al banco verde. Imprecò quindi a bassa voce, usando una lingua così arcaica e sconosciuta al mondo che a nessuno fu dato sapere con chi se la stesse davvero prendendo: se col fato, col gioco o con sé stesso.
Il croupier si allungò sul tavolo e tirò a sé le fiches dell’uomo, il quale riprese rapidamente il controllo di sé stesso, sebbene i suoi piccoli occhi continuassero a vibrare, nervosi. Si alzò dalla sedia, si aggiustò il colletto della camicia bianca e prese dal tavolo il suo cappello in feltro grigio. Fece scorrere le dita fra i capelli rosso fuoco corti prima di mettersi il copricapo in testa.
Poi, senza dire una parola, né degnare di uno sguardo il mazziere, si voltò e se ne andò.
Si diresse verso il banco bar da dove lo stavo osservando da qualche tempo. Si sedette proprio al mio fianco.
- Un martini! – disse, mentre ancora borbottava qualcosa a bassa voce.
Eva era vicino a me, e giocava con l’ ombrellino di carta che aveva trovato dentro il suo succo di frutta.
Il drink arrivò.
- Questo lo offro io al signore… - dissi alla cameriera, allungandole con la mano una banconota da dieci dollari.
Il piccolo uomo dai capelli e barba di fuoco non fece una piega; nemmeno mi guardò. Prese il suo martini e ne tirò lentamente una sorsata, cercando dentro l’alcol la ragione della dimenticanza per la sua recente perdita al tavolo di gioco.
Poi, con movimento lento, posò il bicchiere e, senza guardarmi, mi disse:
- Quanto mi costerà?
- Solo qualche informazione -, risposi io.
- Hmm… Allora deve essere un martini maledettamente buono. Buono almeno tanto quanto quello che ho bevuto l’anno scorso a L’Avana. Fu poco dopo la baia dei porci. Io rimasi là perché quei bastardi mi lasciarono indietro. Fortuna che noi entità possiamo cambiare facilmente aspetto, e prenderci una tintarella caraibica in pochi secondi… la vera invidia di ogni donna dell’Europa bene. Ero finito in quel putrido sobborgo dell’Avana, in mezzo alla puzza del pesce di porto e della pece sui tetti di paglia. Anche il bar aveva il tetto di paglia, e le mura bianche. Se tornassi ora il barista mi staccherebbe la testa. Abbiamo un conto aperto… nel vero senso della parola. Maledetto quel barista… però il martini lo faceva bene…
Tirò un’altra sorsata. Lo guardai stranito.
- Già già… allora? Che vuoi sapere? Ho una ballerina di là, nel salone spettacoli, che mi aspetta appena avrà finito di sgambettare su e giù per il palco con quella pelle di gatto morto addosso. Quel musical fa proprio schifo. Lloyd Webber è un vero mentecatto. L’ho incontrato sai? Eravamo entrambi ubriachi fradici, e abbiamo parlato un po’ prima che scoprissi chi fosse. L’unica cosa di un certo peso nelle sue parole era l’alito. Sarei ancora riuscito a conciarlo per le feste, ripagandolo per aver distrutto per sempre l’arte della commedia, se non fosse intervenuta lei all’improvviso, urlando e strepitando e chiedendogli un autografo. Beh, per quello che Lloyd capiva in quel momento, avrebbe anche potuto firmare il proprio testamento. E lei tutta felice ad agitare quel suo batuffoletto di cotone che le avevano appicciato ad uno spago dietro al sedere. Ma ho in serbo una bella sorpresa per quel costumino dopo…
Lo ammetto: rimasi sorpreso. Sbattei gli occhi, cercando di contrastare quella montagna di aprole che mi aveva appena investito. “Troppa grazia!”, pensai. Nella mia lunga carriera di cacciatore di entità mi era capitato di incontrare tipi strambi, ma quello sembrava batterli tutti. E non perché apparisse particolarmente eccentrico, ma proprio perché il suo corpo non sembrava riflettere le sue parole; quelle parole non sembravano provenire da lui. E’ difficile da descrivere, ma la sensazione che provai fu proprio quella. Quelle parole, come un inarrestabile fiume in piena, sembravano sciacquare e strizzare tutto ciò che incontravano: quell’uomo, nel delirio impetuoso del suo ciarlare, nella sua incontenibile logorrea, dava l’assurda impressione che qualcosa stesse dicendo. I suoi occhi rimanevano fermi; le dita immobili.
Stava ancora parlando di non so bene cosa quando gli chiesi, interrompendolo, cosa ci facesse lì.
- D’accordo che i profeti non sono bene accetti in patria, ma addirittura Las Vegas! – dissi, cercando di sfoggiare un timido sorriso. Istintivamente, cercavo di assecondarlo; come si fa con tutti i matti.
- E’ quel maledetto deserto, te lo dico io. Quando nasci nel deserto afghano e ci vivi una vita intera, la sabbia te la porti nella tomba. Non puoi più farne a meno, anche se lo odi. Qui il deserto c’è, ma è come se fosse lontano mille miglia. Vengono ancora persone da fuori che hanno più sabbia negli stivali di…
- E vedono anche di buon occhio i predicatori… - aggiunsi rapidamente io.
Si bloccò.
- Anche troppo di buon occhio.
Prese un altro sorso.
- Senti… perché non la finisci di girarci attorno e mi dici cosa diavolo vuoi?
Rimasi un secondo a guardarlo, quasi valutando se fosse il caso o meno di metterlo al corrente della situazione. Era ancora in uno stato di leggera agitazione; la rabbia per la perdita al gioco gli ribolliva ancora dentro. Probabilmente, non gliene fregava niente di chi io fossi o del perché fossi lì a cercarlo; o del come fossi arrivato a lui.
Mi voltai verso Eva e le feci cenno di avvicinarsi. Lei scese dallo sgabello e si mise in piedi, a fianco a me.
- Eva: ti presento il signor Zarathustra -, dissi.
Eva si avvicinò, saltò fuori da dietro di me e si mise davanti al piccolo uomo.
Quando lui vide, successe qualcosa di strano. Improvvisamente sbiancò; i suoi occhi si spalancarono, e quasi volessero schizzare fuori dagli occhi per un momento. Deglutì a fatica, e la mano che stringeva il bicchiere cominciò a tremare. Un po’ di sudore cominciò a solcare la fronte stempiata facendosi largo tra il pelo rossiccio del cranio, e subito le labbra, diventate quasi viola, cominciarono a muoversi convulsamente sospirando qualche parola sconosciuta.
- Ehi, tutto bene? – chiesi mettendogli una mano sulla spalla. Non ebbi risposta.
La trasformazione era stata impressionante e piuttosto repentina. Ancora una volta, fui sorpreso da quell’atteggiamento, e pure Eva lo fu; era davvero spaventata.
Non ci volle molto perché la cameriera notasse quello strano comportamento e si avvicinasse allarmata, chiedendo se tutto fosse a posto. Intanto il piccolo uomo aveva riversato il capo sul tavolo, appoggiandolo sulle proprie braccia, mentre il suo corpo veniva scocco da lievi tremori.
- Non molto, credo -, risposi sbrigativamente.
La ragazza chiese se dovesse chiamare la sicurezza. Riflettei un secondo, attratto per un attimo dalla possibilità di scaricare quella patata bollente e scaraventarmi a diecimila miglia di distanza da quello sporco covo di falliti a Las Vegas.
- No: quest’uomo è malato di cuore. Ma non si preoccupi: qui ho tutto il necessario per farlo star meglio. Sono il suo medico. Devo solo portarlo in bagno e vedrà che si rimetterà – dissi, rassicurante.
La cameriera indietreggiò spaventata e, continuando a guardarci con gli occhi sgranati, tornò al lavoro, ben lieta di potersi disfare del peso della situazione. In altri luoghi quel comportamento così cinico avrebbe destato qualche stupore, ma non vi era di dimenticare che eravamo a Las Vegas: decisamente una punta di diamante del variopinto universo di disperati casi umani che popolavano la terra. Probabilmente, il nostro piccolo amico era stato scambiato per uno dei soliti arrivisti imbottiti di stupefacenti, che il personale di un casinò di seconda scelta come questo era ben abituato a trovarsi riversi sul tappeto della hall, salvo poi spazzarli fuori insieme ai rimasugli di popcorn.
Presi di peso sottobraccio il nostro piccolo profeta e, facendo segno a Eva di seguirmi, mi diressi verso il bagno degli uomini. Attraversammo tutta il grande salone a tinta rossa, superando file di roulette e slot machines infarcite di signore dal trucco cadente e di uomini attempati dagli odori sospetti.
A metà strada, mi accorsi che il nostro amico stava cominciando ad essere preso da alcune leggere convulsioni. “Cazzo”, pensai, e affrettai il passo.
Arrivati all’altro capo del salone, arrivai davanti alla porta del bagno degli uomini, che si aprì a spinta. All’interno, un signore grasso e tarchiato, con un grande cappello bianco da cowboy texano, sembrava far finta di lavarsi le mani ma, nonostante i suoi sforzi, l’odore di erba era ancora distintamente presente.
Non gli badai nemmeno, e portai Zarathustra verso il più vicino lavandino. Aprii il rubinetto dell’acqua fredda, e subito cercai di gettarci sotto la sua testa a forza, cercando di vincere i tremiti e le convulsioni del suo corpo.
Mi voltai per un momento verso il ciccione col cappello texano: ci stava osservando quasi paralizzato con la bocca semiaperta. Per un momento sembrò volersi avvicinare e chiedere cosa diavolo stesse succedendo, e se stava male, e se doveva chiamare la sicurezza… Poi sembrò ripensarci; si sistemò la cintura attorno ai pantaloni e, con passo svelto, si diresse verso l’uscita.
La testa di Zarathustra era ancora sotto l’acqua. In un primo momento quella tecnica non sembrò funzionare poi molto: la sua testa rossiccia continuava a tremare sotto il gemito freddo dell’acqua.
Ero davvero allarmato, pensavo come un contrabbandiere in fuga: “Mi prenderanno. Accidenti a questo stupido nano rosso. Devo andarmene in fretta da qui. Il Nevada è uno degli ultimi posti al mondo dove farsi morire tra le mani un uomo”.
Non so perché ragionavo così. Sentivo tutto intorno alla pelle la sensazione di sudore viscoso tipica della preda in fuga, della lepre che sente l’odore dei cani, e i cani che sentono l’odore della lepre.
Come una lepre in fuga, non mi occupavo della cosa essenziale, e cioè il fatto che, se Zarathustra fosse morto, non avrebbe potuto rivelare le proprie conoscenze ad Eva, e la mia missione sarebbe fallita. No; in quel momento sembravo preoccupato solo di uscirne pulito. I cani da caccia mi stavano alle costole, e invece di trovare la strada verso casa, non riuscivo a fare altro che a correre come uno scemo attorno alle mie stesse paure.
Mi girai un momento verso Eva, la quale assisteva impassibile – come spesso le capitava – agli eventi. Era chiaro che non potevo aspettarmi nessun aiuto da lei.
Poi, improvvisamente, Zararthustra smise di avere quelle strane convulsioni, e il suo corpo sembrò sciogliersi come acqua nell’acqua del lavandino. Per un secondo temetti, con terrore, che fosse morto. Allora lo girai e lo poggiai a terra, seduto con la schiena contro le pareti fredde di quel bagno. Aveva un’espressione intontita, e tossì forte. Questo mi risollevò: era ancora vivo. I suoi occhi però continuavano a roteare in alto, e la sua bocca proferiva, a bassissima voce, alcune parole:
- No! Il Saggio Signore vi punirà… a Susa la corte s’è mossa… no! Il sacro braciere no! … I nemici stanno versando l’haoma sacro nei nostri templi! Vengono dal deserto! Il deserto… fermatevi stolti, posate le armi... non muovete il braccio sui miei sacerdoti… Hamete! Nipote mio! No!… chiudete le porte… le fiamme… il deserto… il deserto…
Stava evidentemente delirando. Cercai di schiaffeggiarlo mentre gli aprivo la camicia per farlo respirare meglio, ma non sembrò funzionare. Zarathustra continuava a ripetere: “il deserto… il deserto”.
In quel momento una donna sui quarant’anni, bionda, uscì da uno dei bagni, col trucco sfatto. Probabilmente era stato il texano di prima a rovinarglielo. La guardai: prima ostentò noncuranza, poi anche lei accelerò prontamente verso l’uscita, facendo schioccare i tacchi sul pavimento piastrellato.
“il deserto… il deserto…” continuava a dire Zarathustra. Non sembrava voler migliorare: sembrava in uno stato catatonico temporaneo. Allora lo risollevai a forza e lo appoggiai sotto il mio braccio.
<Facciamo un giretto fuori città> dissi a Eva, e uscimmo dal bagno.
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martedì 28 febbraio 2006 - ore 03:05
I ricordi notturni pesano di più
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Non so.
Cosa si deve fare se, pensando al passato, ti senti come se avessi perso? Cosa succede se vedi sull’agenda di aver raggiunto quasi tutti i tuoi obiettivi ma di non aver realizzato neanche un sogno? Di aver vinto, ma di averlo fatto da solo?
Cosa si fa quando qualcosa ti scava dentro ma non sai cos’è? Quando hai puntato tutta la vita sul reagire e sul lottare, ma non ci credi più? Quando continui a correre, ma pensi che non arriverai mai? Quando trovi poco da rimproverare e da rimproverati, ma comunque non sai essere davvero felice?
E’ speranza? Ambizione? Rassegnazione? Destino? Presagio?
Non so...
Continuo a battermi ma ti pare di aver perso il senso. A volte mi pare che questa vita sia una specie di ruota, che avanza ma che è sempre la stessa. Che torna e torna.
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PERMALINK
domenica 19 febbraio 2006 - ore 22:39
Catch the time
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Domani potrebbe essere una giornata decisiva... forse per la mia vita, almeno per quanto riguarda i prossimi anni
Aspettiamo fiduciosi e incrociamo le dita.

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PERMALINK
domenica 12 febbraio 2006 - ore 20:33
Speremo ben...
(categoria: " Vita Quotidiana ")

Forza Tosi!
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UPDATE 1:
ahahah... ga sempre da combinarne una par coeore l’inter. 
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UPDATE 2:
Olè... altra stagione da incorniciare.
Ma gli juventini non si stufano mai di avere tutto questo culo?
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sabato 11 febbraio 2006 - ore 00:12
Relitti
(categoria: " Vita Quotidiana ")
A volte, succede.
A volte, il tempo ritorna. Come le mareggiate e la Luna. Come il mare.
Il vento scorre. La pioggia ritorna.
Le nuovole passano; una volta sola.
Ma il sole che spunta, è sempre lo stesso.
Così, l’acqua di un fiume cambia sempre; si trasforma. Ma l’acqua del mare, semplicemente, si rimescola.
Io non so se crediate che la vita sia un fiume o un mare. Se avete una rotta o solo una corrente. O il sogno di un approdo.
Ogni tanto, però, dall’enorme ruota d’acque che scivola sotto la nostra zattera, qualcosa riaffiora. Come un relitto sulla spiaggia, frammento di un ricordo abbandonato.
Mentre navighi, e vedi solo quel che è di fronte a te, qualcosa squarcia il filo delle acque, svelando un mondo che pensavi perduto. Qualcusa emerge, e lo riconosci, anche se non l’hai visto mai. Ne distingui la forma, te ne ricordi l’odore, anche se è solo parte del tuo io; un frammento del tuo ricordo.
Ma è lì. Il timone del tempo te l’ha riportato.
Succede che qualcosa riaffiora. Un pezzo di legno come mille altri, nel mare. E coccia contro la tua zattera, e il rumore è lo stesso. Lo raccogli e ha lo stesso profumo di terra; proprio quella terra che hai lasciato, il suo profumo tra le dita. Proprio quella terra che ricordavi. Un pezzo del tuo passato che naviga senza senso nel tuo mare che credevi ordinato, meridiani e apralleli; nel tuo mondo d’orizzonte.
Emerge dove ora non dovrebbe essere.
Il relitto riaffiora. Ed è una cosa stupida; banale. Un sorriso come mille, ma diverso. Lo guardi: un sorriso fatto proprio come te lo ricordi tu. E sembra lo stesso; ma non è lo stesso. Non è diverso; ma non è lo stesso.
Un pezzo di legno curvo che sembra la stessa carena con cui un tempo hai solcato le tue acque; la stessa nave per cui hai combattuto e poi perso. Lo stesso guscio che lasciasti senza troppi rimpianti, tante leghe di mare indietro quanto può durare un ricordo.
Riaffiora. E non sei tu che hai girato in tondo. E non è il mare che ti ha portato, ma il tuo timone; le tua carte.
Ma sei tornato. Il relitto è lì.
Allora, ti trascina in basso, in profondità, sottacqua. Ti reimmerge in un mndo che avevi lasciato. E manca l’aria. Chiudi gli occhi.
E lei è lì. E pensavi che non sarebbe tornata più, e nemmeno che te ne importasse più. Però, accidenti, è lei. E’ ancora lì. Sott’acqua, dove nulla dovrebbe essere dov’è: nè tu nè lei.
Chiudi gli occhi e rivedi lo stesso colore, lo stesso sorriso che un tempo ti passava davanti, e che amavi senza coscienza. E che vedi senza fiato.
Chiudi gli occhi; sei in profondità. Non c’è più fiato, non c’è più luce. Sei la mente senza aria e la vedi davanti a te. E’ riemersa, e ti sorride; e tu non volevi. E il fiato non lo senti più; e fa male. E fa bene.
La tua rotta era diversa, ma il relitto ritorna, e con esso porta la coscienza. Sì. Quel che non sapevi prima. Che nons apevi prima e che la mareggiata ti ha riportato. Quel segno che avevi tanto aspettato allora, ti assale adesso: potente e tardivo.
E fa male. E fa bene.
L’onda sottomarina ti scuote forte. Riapri gli occhi. Il relitto affiora ancora. Guardi avanti a te; sei in superficie: la pelle bagnata, il ricordo fuori vita. Ma ancora in mente.
Guardi il mare. Devi andare avanti.
Stracci le tue carte nautiche, spacchi la prua. Che il tuo timone se lo mangino i molluschi, che le alghe lo avvolgano per sempre.
Maledizione a te. Che sia sempre la mareggiata a portarti.
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PERMALINK
giovedì 9 febbraio 2006 - ore 13:16
Ah no?
(categoria: " Vita Quotidiana ")
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PERMALINK
mercoledì 8 febbraio 2006 - ore 00:45
O MIO DIO...
(categoria: " Vita Quotidiana ")

Tra poco mi sveglierò... è tutto un’incubo vero? Non può essere tutto così grottescamente e incredibilmente schifoso... vero?
Un’uscita onorevole deve esserci... una via di scampo. O entrambe le strade che ci si prospettano davanti sono un puzzolente vicolo cieco?
Ditemi che non è così... ditemelo! Vi prego!

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PERMALINK
martedì 7 febbraio 2006 - ore 13:04
"A chi piace la patatina?"
(categoria: " Vita Quotidiana ")

Lui sì che ne ha mangiate di tutti i tipi.
Oiea.
P.S. E’ un complotto! Ammettetelo! Un maledetto complotto!
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