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1) doversi alzare da sotto il piumone alle 7 di mattina in pieno inverno
2) Dimenticare
3) Chi sa mentire guardandoti negli occhi

MERAVIGLIE


1) Sentire che per qualcuno tu conti davvero
2) svegliarsi accanto alla persona che si ama
3) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...


"Coloro che sognano di giorno sanno molte cose che sfuggono a coloro che sognano di notte soltanto." Edgar Allan Poe

"Non sono niente. / Non sarò mai niente. / Non posso volere d’essere niente. / A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo..."
Alvaro de Campos (Tabacaria)

"Un mattino, ci si sveglia. E’ il momento di ritirarsi dal mondo, per meglio sbalordirsene. Un mattino, si prende il tempo per guardarsi vivere" da Neve di M. Fermine

"Ci sono due specie di persone. Ci sono quelli che vivono, giocano e muoiono. E ci sono quelli che si tengono in equilibrio sul crinale della vita." da Neve di M. Fermine

"Mi sembrava che l’anima viva dei colori emettesse un richiamo musicale, quando l’inflessibile volontà del pennello strappava loro una parte di vita." W. Kandinsky

"Do asilo dentro di me come a un nemico che temo d’offendere, un cuore eccessivamente spontaneo che sente tutto ciò che sogno come se fosse reale, che accompagna col piede la melodia delle canzoni che il mio pensiero canta, tristi canzoni, come le strade strette quando piove." F. Pessoa da Poesie inedite




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martedì 4 luglio 2006 - ore 09:21


stasera
(categoria: " Vita Quotidiana ")


sperando che non annullino pure questo

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venerdì 30 giugno 2006 - ore 08:58


12. Il sapore dell’intuizione preziosa
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Più o meno volevo dire questo: i barbari non distruggono la cittadella della qualità letteraria (il rosso dell’uovo, l’abbiamo chiamato), ma è indubbio che l’abbiano contagiata. Qualcosa della loro idea di libro è arrivata fin lì. Mi ha aiutato a capirlo il fatto di esser cascato, tempo fa e per caso, su una pagina di Goffredo Parise. Sentite qua. E’ un articolo su Guido Piovene. E inizia così: (Piovene) è il terzo grande amico della last generation. Il primo fu Giovanni Comisso, poi Gadda. Ho detto "last generation" perché, in realtà, la generazione letteraria a cui Guido Piovene appartenne, insieme a Comisso e Gadda, e a cui appartengono oggi Montale e Moravia, è davvero l’ultima. La nostra, quella mia, di Pasolini e di Calvino è qualcosa di ibrido, dopo l’ultima: perché di quel veleno (la letteratura, la poesia) fummo nutriti nella giovinezza credendo in una sua lunga e affascinante vita. Era una cosa interessante. Sembrava spostare i termini della questione molto indietro: Parise scriveva cose del genere nel 1974!. E cos’era questa storia per cui già Calvino e Pasolini erano post? Ecco cosa diceva poco più in là: (La chiamo) ultima generazione perché ebbe tempo di goderla quella bellezza stilistica, e di vedere e vivere i frutti creativi e distruttivi di quell’animo, vita, guerre e arte, che appartengono oggi alla programmazione dei mercati industriale e politico. Ecco uno che mi dice che tutto è iniziato trent’anni fa, quando i megastore non esistevano, e nemmeno i libri dei comici. A un certo punto, dice, si è rotto qualcosa. Mi sarebbe piaciuto farmi dire cosa, esattamente. Ma l’articolo se ne andava poi per conto suo. Non prima però di aver appuntato, quasi di passaggio, una frasetta che mi è rimasta nella memoria: Piovene, come Montale e Moravia e al contrario di noi, aveva vissuto un certo numero di anni in cui la parola scritta fu espressione molto prima di comunicazione. Espressione molto prima di comunicazione. Ecco il punto. L’incrinatura. L’inizio della fine. Sono parole vaghe (espressione, comunicazione), ma io ci ho trovato il sapore dell’intuizione preziosa. Magari l’ho capita male, ma per me indicava molto bene la direzione di un movimento. Non lo spiegava, ma ne identificava molto bene la rotta: una rotta orizzontale invece che verticale. D’improvviso la parola scritta spostava il suo baricentro dalla voce che la pronunciava all’orecchio che l’ascoltava. Per così dire, risaliva in superficie, e andava a cercarsi il transito del mondo: a costo di perdere, nel commiato dalle sue radici, tutto il proprio valore.

Come intuì Parise, non si trattava di una semplice variazione allo statuto di un’arte: ne era la fine. Last generation. Quel che è venuto dopo, è già contagio barbaro, seppur molto prudente, graduale, riformista. La percepiamo come un’apocalisse, perché in effetti scalza i fondamenti della civiltà della parola scritta, e non le lascia prospettive di sopravvivenza. Ma in realtà, senza dare troppo nell’occhio, non distrugge solo ma insegue un’altra idea di civiltà e di qualità letteraria. E’ un’idea che abbiamo visto spuntare nella spazzatura che riempie le classifiche di vendita, ma che qui vediamo all’opera in un contesto più alto: addirittura nel rosso dell’uovo. Viene dalla frasetta di Parise, ma si spinge assai più in là. Dice questo: privilegiare la comunicazione non vuol dire scrivere cose banali in modo più semplice per farsi capire: significa diventare tasselli di esperienze più ampie, che non nascono, né muoiono, nella lettura. La qualità di un libro, per i barbari, sta nella quantità di energia che quel libro è in grado di ricevere dalle altre narrazioni, e poi di riversare in altre narrazioni. Se in un libro passano quantità di mondo, quello è un libro da leggere: se anche tutto il mondo fosse là dentro, ma immobile, privo di comunicazione con l’esterno, quello è un libro inutile. So che fa impressione, ma vi chiedo di assumere che questo sia, bene o male, il loro principio. E di capirne le conseguenze.

Lo voglio dire senza mezzi termini: nessun libro può esser una cosa del genere se non adotta la lingua del mondo. Se non si allinea alla logica, alle convenzioni, ai principi della lingua più forte prodotta dal mondo. Se non è un libro le cui istruzioni per l’uso sono date in luoghi che NON sono solamente libri. Dire che luoghi sono, non è facile: ma la lingua del mondo, oggi, indubitatamente, si forma in televisione, al cinema, nella pubblicità, nella musica leggera, forse nel giornalismo. E’ una specie di lingua dell’impero, una specie di latino, parlato da tutto l’occidente. E’ fatta da un lessico, da una certa idea di ritmo, da una collezione di sequenze emotive standard, da alcuni tabù, da una precisa idea di velocità, da una geografia di caratteri. I barbari vanno verso i libri, e ci vanno volentieri, ma per loro hanno valore solo quelli scritti in quella lingua: perché così non sono libri, ma segmenti di una sequenza più ampia, scritta nei caratteri dell’impero, che magari è partita dal cinema, passata da una canzonetta, approdata in tivù, e dilagata in Internet. Il libro, di per sé, non è un valore: il valore è la sequenza.

A un livello minimo, come abbiamo visto, tutto ciò produce il lettore che, per prolungare Porta a Porta compra i libri di Vespa, o per far proseguire Narnia, compra il testo da cui è tratto. Ma a livello un po’ più raffinato, produce, ad esempio, i lettori dei libri di genere, thriller su tutti: perché i generi trovano fondamento spesso fuori dalla tradizione letteraria: puoi anche non aver mai letto un libro, ma le regole del giallo le conosci. Sono scritti nella lingua del mondo. Sono scritti in latino. Per essere più precisi, il loro DNA è scritto in un codice universale, in latino: poi i loro tratti somatici possono anche essere particolari e bizzarri: anzi, questo costituisce una ragione d’interesse. Assicurata la porta d’ingresso di una lingua universale, il barbaro può poi spingersi anche molto lontano sul terreno della variante o della raffinatezza. Pensate a Camilleri: vi sembra, la sua, una lingua globalizzata, standard, mondiale? Certamente no. Eppure molti barbari non hanno difficoltà ad amarla: perché, a monte, quelli di Camilleri sono libri scritti in latino: lo sono talmente che quando il barbaro, secondo il suo tipico istinto, li immette in una sequenza più ampia e trasversale, traducendoli in linguaggio televisivo, quei libri non fanno resistenza, anzi sono già bell’e che tradotti. Eppure la lingua di Camilleri è favolosa, raffinata, letteraria, se volete anche un po’ difficile: ma non è quello il punto. Camilleri è più difficile tradurlo in francese che tradurlo in linguaggio televisivo: questo è il punto. In libri come i suoi, penso, si incontrano il portato della vecchia e nobile civiltà letteraria e la scossa dell’ideologia dei barbari: sono animali mutanti, e in questo descrivono bene il contagio a cui il rosso dell’uovo è andato incontro.

E’ spesso stupido dare una data precisa alle rivoluzioni, ma se penso al piccolo orticello della letteratura italiana, allora penso che il primo libro di qualità a intuire questa svolta, e a cavalcarla, sia stato Il Nome della Rosa, di Umberto Eco (1980, bestseller planetario). Probabilmente, lì, la letteratura italiana, nel suo antico senso di civiltà della parola scritta e dell’espressione, è finita. E qualcosa d’altro, di barbarico, è nato. Non è un caso che a scrivere quel libro sia stato uno che veniva da zone limitrofe, non uno scrittore puro: quel libro era, già di suo, una sequenza, un trasferimento da provincia a provincia. Non sgorgava dal talento di un animale-scrittore, ma dall’intelligenza di un teorico che, guarda caso, aveva prima di altri e meglio di altri studiato le vie di comunicazione trasversali del mondo. Per me è il primo libro scritto bene di cui si possa dire serenamente: le sue istruzioni per l’uso sono integralmente date in luoghi che non sono libri. Può sembrare paradossale, perché poi parlava di Aristotele, di teologia, di storia, ma in realtà è così: se ci pensate bene, potete anche non avere mai letto un libro prima, e Il nome della Rosa vi piacerà lo stesso. E’ scritto in una lingua che avete imparato altrove. Dopo quel libro, non c’è più stato rosso d’uovo al riparo da quella malattia.

Voilà. E’ stata un po’ lunga, ma la visita al villaggio saccheggiato dei libri è finita. Cosa vorrei che imparaste da questo viaggetto? Due cose. La prima: i grandi mercanti non creano bisogni: li soddisfano. Se ci sono bisogni nuovi, nascono dal fatto che è nuova la gente che ha avuto accesso al riservato campo del desiderare. La seconda: anche in quel villaggio i barbari sacrificano il quartiere più alto, nobile e bello, in favore di una dinamizzazione del senso: svuotano il tabernacolo, purché ci passi dell’aria. Hanno una buona ragione per farlo: è l’aria che loro respirano.

Prima il vino, poi il calcio, infine i libri. Se volevamo capire come combattono i barbari, ormai abbiamo alcuni strumenti per farlo. Finisce la prima parte di questo libro (Perdere l’anima), e inzia la seconda, quella che va dritta allo scopo: fare il ritratto al mutante, e la foto al barbaro. Titolo: Respirare con le branchie di Google. Capirete presto. Dieci giorni di vacanza, per me e per voi, e poi si parte.

(12-continua)

(30 giugno 2006 _ A.Baricco_ www.repubblica.it)

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giovedì 29 giugno 2006 - ore 16:48


prossimo acquisto
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ricordi di un vicolo cieco di Banana Yoshimoto


Cinque racconti per cinque personaggi che, in seguito a eventi improvvisi e dolorosi, si interrogano sul significato della propria vita e sulla possibilità di essere felici. Nel primo racconto, intitolato La casa degli spiriti, due compagni di università, Setsuko e Iwakura, sono legati da un profondo legame di amicizia destinato a trasformarsi in un amore profondo. Il secondo racconto, intitolato Mamma!, parla di un tentativo di avvelenamento ai danni di Matsuoka, una ragazza che lavora in una casa editrice. Matsuoka rimette in discussione il legame con le persone che credeva di amare e decide di tornare per un pò di tempo nel paese natale dove, grazie alla quiete e alle attenzioni della nonna, recupera la fiducia in se stessa e nei rapporti umani. Il terzo racconto è una tragica storia di amicizia tra bambini. Mitsuyo, una scrittrice affermata, ricorda il suo rapporto con Makoto, un amico d’infanzia con il quale trascorreva tutti i pomeriggi dopo la scuola. Nel quarto racconto, che dà il titolo al libro, Tomo è vittima di uno stupro. Sarà l’amore per Misawa, un uomo incontrato per caso alla mensa aziendale, a farle ritrovare la serenità? E’ quello che si chiede Banana alla fine del racconto, in un’amara riflessione sulla solitudine dell’uomo di fronte al dolore e sulla possibilità o meno di essere felici. L’ultimo racconto, Ricordi da un vicolo cieco, ha come protagonista Mimi, una ragazza che scopre il tradimento del fidanzato. Decide allora di cambiare città per cercare di dimenticarlo e incontra Nishiyama, la felicità: un piatto di riso al curry buonissimo fatto mescolando per caso alcuni ingredienti avanzati, tragicamente impossibile da ripetere una seconda volta con lo stesso, identico sapore.

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giovedì 29 giugno 2006 - ore 10:44


dicevamo...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Cancellate le date italiane dei Placebo
Gli appuntamenti che i Placebo avevano fissato con il pubblico italiano per stasera di ieri a Roma e per stasera a Azzano Decimo (PN) sono stati cancellati in seguito ad un incidente capitato al batterista della band, Steve Hewitt, che ieri si è procurato una lesione ad un braccio cadendo nel tour bus: al musicista è stato ordinato, dai medici che l’hanno visitato, 48 ore di assoluto riposo. Purtroppo, al momento non è stato comunicato se e quando le date verranno recuperate: i fan che hanno acquistato il tagliando in prevendita verranno rimborsati presso i relativi punti vendita.

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giovedì 29 giugno 2006 - ore 10:38


11. Tutti i figli della stessa illusione
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Che idea di qualità hanno imposto i barbari dell’ultima ondata, quelli che sono venuti a invadere i villaggi del libro negli ultimi dieci anni, facendone esplodere il fatturato? Cosa diavolo vogliono leggere? Cos’è, per loro, un libro? E che nesso ha quello che hanno in testa con ciò che noi ancora riconosciamo come editoria di qualità? Le domande cui eravamo arrivati erano queste. C’è una risposta?

Io ci provo. La prima cosa che credo di poter dire è che i barbari non hanno spazzato via la civiltà del libro che hanno trovato: se qualcuno teme un genocidio più o meno consapevole di quella tradizione, inquadra probabilmente un rischio possibile, ma non una realtà già in atto. Mi sono limitato a chiedere cosa ne è di quella letteratura, ad esempio, che noi vecchi continuiamo a ritenere "di qualità". Il responso di tecnici anche molto scettici sulla piega che il mercato dei libri sta prendendo, è che quella letteratura ha goduto dell’ampliamento del mercato: vende un po’ di più, alle volte molto di più, praticamente mai molto di meno. Né i megastore, né il cinismo delle case editrici e della distribuzione sono riusciti a scalzarla. Non mi dilungo, perché questo non è un libro sui libri, ma le cose stanno così. Oggi uno scrittore di qualità come Tabucchi vende di più di quanto potesse fare, oggettivamente, un Fenoglio ai suoi tempi. Quello che ci induce a pensare il contrario è la prospettiva, il gioco delle proporzioni: mentre il Tabucchi della situazione ha aumentato discretamente le sue vendite, tutti gli altri libri, quelli che a noi vecchi non sembrano di qualità, hanno aumentato il loro campo d’influenza enormemente. Così, il mercato dei libri finisce per sembrarci come un enorme uovo al paletto, in cui il rosso, più grande che in passato, è l’editoria di qualità, e il bianco, dilagato a proporzioni enormi, è tutto il resto. In questo senso, volendo capire i barbari, quel che bisognerebbe fare è capire quel bianco: è il campo in cui si sono assestati, senza troppo dar fastidio al rosso. Vogliamo provare a capire di cos’è fatto?

Io una mia idea ce l’ho. Il bianco è fatto di libri che non sono libri. La maggior parte di quelli che oggi comprano libri, non sono lettori. Detta così sembra la solita litania del reazionario che scuote la testa e disapprova (in pratica è la traduzione dello slogan: la gente non legge più). Ma vi prego di guardare la cosa con intelligenza: lì dentro è nascosta una delle mosse che costruiscono la genialità dei barbari, la loro bizzarra idea di qualità. Provo a spiegare partendo dall’indizio più evidente e volgare: se guardate una classifica di vendite, ci troverete un numero incredibile di libri che non esisterebbero se non partissero, per così dire, da un punto esterno al mondo dei libri: sono libri da cui hanno fatto un film, romanzi scritti da personaggi televisivi, racconti messi giù da gente in qualche modo famosa; raccontano storie che già sono state raccontate altrove, o spiegano fatti che sono già accaduti in un altro momento e in altra forma. Naturalmente la cosa infastidisce e dà quella sensazione diffusa di spazzatura imperante: ma è anche vero che lì, nella sua forma più volgare, crepita un principio che, invece, volgare non è: l’idea che il valore del libro stia nel suo offrirsi come tessera di un’esperienza più ampia: come segmento di una sequenza che è partita altrove e che, magari, finirà altrove. L’ipotesi che possiamo imparare è questa: i barbari usano il libro per completare sequenze di senso che sono generate altrove. Quel che rifiutano, che non li interessa, è il libro che si rifà, completamente, alla grammatica, alla storia, al gusto della civiltà del libro: questo lo ritengono povero di senso. Non è inseribile in nessuna sequenza trasversale, e quindi gli deve parere terribilmente asfittico. O quanto meno: non è quello il gioco che sanno fare.

Per capire bene dovete pensare, che so, a Faulkner. Per scendere con Faulkner in un suo libro, di cosa si ha bisogno? Di aver letto molti altri libri. In un certo senso bisogna essere padroni dell’intera storia letteraria: bisogna essere padroni della lingua letteraria, abituati al tempo anomalo della lettura, allineati a un certo gusto e a una certa idea di bellezza che nel tempo sono stati costruiti all’interno della tradizione letteraria. C’è qualcosa di esterno alla civiltà dei libri che vi è necessario per fare quel viaggio? Quasi niente. Se non esistesse nient’altro che i libri, i libri di Faulkner sarebbero in fondo comprensibilissimi. Lì, il barbaro si ferma. Che senso ha, si deve chiedere, fare una fatica porca per imparare una lingua minore, quando c’è tutto il mondo da scoprire, ed è un mondo che parla una lingua che so?

Volete una regoletta che riassuma tutto questo? Eccola: i barbari tendono a leggere solo i libri le cui istruzioni per l’uso sono date in posti che NON sono libri.

Quando tutto si risolve nel leggere i libri dei cantautori al posto di Flaubert, o i romanzi dello scrittore che ti è sembrato simpatico o sexy in televisione, la cosa suona piuttosto deprimente. Ma, ripeto, quello è l’aspetto più volgare, semplice, del fenomeno. Che ha anche attuazioni raffinate. Per me resta, ad esempio, formidabile il caso dei libri venduti insieme ai quotidiani. E’ un fenomeno che sicuramente non vi è sfuggito. Forse però non avete idea delle dimensioni della cosa. Eccole qua: da quando a qualcuno è venuta l’idea di vendere libri scelti, a poco costo, insieme ai quotidiani, gli italiani ne hanno comprati, solo nei primi due anni, più di 80 milioni di copie. Credetemi, sono cifre senza senso. E sapete una cosa curiosa? A detta degli esperti, una simile alluvione di passione letteraria, non ha spostato di un millimetro le vendite tradizionali. Si poteva pensare che quegli stessi libri non avrebbero più venduto per anni: non è successo. Si poteva pensare che avrebbero venduto di più: non è successo. Fantastico, no? C’è qualcuno che ci capisce qualcosa?

Spiegazioni ce ne possono essere tante. Ma per quel che importa a noi, in questo libro, la cosa illuminante è una: quel modo di vendere i libri dava l’impressione che quei libri fossero un segmento di una sequenza più ampia, che la gente usava correntemente, con grande fiducia e soddisfazione: erano un prolungamento del mondo di Repubblica, o del Corriere della sera, o della Gazzetta dello sport. La promessa, sottintesa, era che leggere Flaubert sarebbe stato un gesto perfettamente collocabile in sequenza col ricevere le notizie, avere quei gusti culturali, condividere una certa passione politica o praticare un medesimo hobby. La promessa, ancor più sottintesa, era che in qualche modo chi leggeva quel giornale aveva le istruzioni d’uso per poter far funzionare quegli strani oggetti-libro. In realtà non era così, perché poi Faulkner resta Faulkner, anche se ve lo mette in mano, con nonchalance, Eugenio Scalfari: per cui probabilmente li hanno comprati ma poi non li hanno letti: ma è bastato che qualcuno schiudesse la possibilità concettuale che Faulkner fosse collocabile in sequenza con altre narrazioni, per far sì che i barbari (o il tratto barbaro che è in noi, anche nei più obsoleti passatisti) rispondessero con istintivo entusiasmo. Risultato: hanno comprato Flaubert persone che mai e poi mai l’avrebbero comprato; e l’hanno ricomprato persone che ne possedevano già due copie. Tutti figli della stessa illusione: che, d’improvviso, l’autoriferimento della letteratura a se stessa si fosse magicamente spezzato. (E poi era simbolicamente così forte il fatto che li si potesse comprare in modo tanto semplice. "Mi dia anche questo, va’." Pochi euro. E via, con Faulkner dentro il giornale. Era veloce. Non sottovalutate questo: era veloce: era un gesto collocabile in una sequenza veloce di altri gesti. Non era andare in libreria, posteggiare, parlare un po’ con il libraio e poi scegliere, riprendere la macchina e finalmente poter far altro. Era veloce. Eppure in mano avevi Faulkner, non Dan Brown. La intuite, la micidiale illusione?)

Riassumo: se uno va a vedere il bianco dell’uovo trova molti atteggiamenti semplicistici, ma anche l’affacciarsi di un’idea, strana e non idiota: il libro come nodo passante di sequenze originate altrove e destinate altrove. Una specie di trasmettitore nervoso, che fa transitare senso da zone limitrofe, collaborando a costruire sequenze di esperienza trasversali. Quest’idea è talmente lontana dall’essere idiota che ha iniziato perfino a modificare il rosso dell’uovo, a contagiarlo. E’ una cosa difficile da spiegare, ma proverò a farlo. Domani.

(11-continua)

(29 giugno 2006_A. Baricco_ www.repubblica.it)

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giovedì 29 giugno 2006 - ore 09:02


giornata di merda...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


... e i placebo mi annullano la data...



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mercoledì 28 giugno 2006 - ore 18:00


Bolognina Revolution
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Scusa se anche questa notte voglio stare a casa, scusa ho solo stupide parole che ti accompagneranno se mi stai ascoltando, inizio dal fondo, ho bisogno di silenzio, incondizionabile la scelta dell’assenza, posso nascondermi dietro l’alone di una generazione che le rivoluzioni le pensa sul divano, in sottofondo un disco suona piano e accende sensi di colpa, c’è qualcuno che li svende. Scusa se anche questa notte voglio stare a casa, è una scusa un’altra volta. Scusa se anche questa notte voglio stare a casa, devo salvare il mondo. Scusa ma devo vegliare candele da umide soffitte, devo aggiornare il diario di tutte le sconfitte, il gomitolo che poi non userò, un altro anno un altra bella sciarpa, non sarà su quella strada, è troppo presto per scoprire un sassolino nella scarpa, forse un altro giorno poi ci giocherò, forse un altro giorno poi ci giocherò, forse un altro giorno.

Amari


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mercoledì 28 giugno 2006 - ore 09:57


meteo...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


uno dei più simpatici

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martedì 27 giugno 2006 - ore 10:22


Tiente in bon!
(categoria: " Vita Quotidiana ")


... ho 28 anni ragazze contattatemi scopatemi
e se resta un pò di tempi presentatevi
non conservatevi datela a tutti anche ai cani
se non me la dai io te la strappo come Pacciani
io fossi nato donna ascolterei madonna
vestirei senza mutande ovunque e sempre in minigonna
cosi non mi ci vedo e neanche tu scometto
allora cosa cazzo guardi nei bagni dal tuo armadietto
il mio cazzo in questione ne vuoi un illustrazione
vorresti anche toccarlo brutto pezzo di un recchione ...


Ecco l’inizio del nuovo singolo del sig. Fabri Fibra...
Che dire!? Se questo è uno degli esponenti migliori della scena hip hop italiana... beh concedetemelo... bella merda!!!

".... se non me la dai io te la strappo come Pacciani.../.. vorresti anche toccarlo brutto pezzo di un recchione..."

Applausi all’imbecille che cita Pacciani nei suoi versi... applausi all’imbecille che incita al razzismo contro i gay... e la gente ascolta sta roba e magari alla fine finisce pure per crederci....

Applausi per Fibra Fibra Fibra Fibra Fibra,
applausi applausi applausi per Fibra… !!!

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martedì 27 giugno 2006 - ore 10:10


bleah!!!
(categoria: " Vita Quotidiana ")


il caffè di sto ufficio fa proprio schifo!!!



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