Frak e pantofole, con calzino turchese, ovviamente.
ORA VORREI TANTO...
Espatriare.
STO STUDIANDO...
Sostengo (nonché ne sono parte attiva) il comitato:
OGGI IL MIO UMORE E'...
non proprio la comune tristezza più una lieve malinconia ...ma di altre sensazioni la paura e il coraggio di dire: " io ho sempre tentato, io ho sempre tentato... "
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
PARANOIE
1) Prediligere il parallelismo tra spigoli di oggetti vicini: es. libro vicino a bordo del tavolo, matita vicino a libro, scarpe appaiate e parallele (anche se é improprio)...
spazio di infiniti ritotni e slanci caratteriali e impressionistici...tutto il più eternamente coplicato che c’è "NON MI CONFONDERE CON NIENTE E NESSUNO E VEDRAI CHE NIENTE E NESSUNO TI CONFONDERA’"
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giovedì 4 marzo 2010 - ore 14:47
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Forse sono prolissa, ma non me ne frega niente, domani avrebbe compiuto gli anni.
La versione integrale comunque per chi volesse la trovate qui: Così morì Pasolini
Le ipotesi: un delitto ‘complessamente’ politico
Forse è andata così. O forse no. Perché anche in una ricostruzione come questa ci sono dei buchi, dei punti oscuri, che fanno pensare a qualcos’altro. C’è chi pensa che l’omicidio di Pier Paolo Pasolini non fosse così improvvisato, così estemporaneo. C’è chi pensa che quel massacro all’Idroscalo fosse qualcosa di più. Fosse un agguato. E che il movente fosse politico in senso stretto. Per seguire questa pista occorre riandare a sabato 20 gennaio 2001, quando il quotidiano La Stampa pubblica un articolo a nove colonne dal titolo «Mattei, un delitto italiano». Il fatto è strano per più di un motivo. Mattei è morto da quarant’anni. La sua morte è stata considerata accidentale. Eppure il quotidiano torinese quel giorno è l’unico giornale italiano a soffermarsi sull’argomento con tanta dovizia di particolari e a rilanciare la tesi dell’attentato. In verità, La Stampa sta informando i suoi lettori sul fatto che la procura di Pavia, competente per territorio, lavora da tempo alla riapertura del caso. C’è un giudice che, dal 20 settembre 1994, continua ad indagare in assoluta solitudine per ricostruire la vicenda e ribaltare verità fino a quel momento consolidate. Il suo nome è Vincenzo Calia. Ma il fatto davvero significativo è che il giornale dedica due intere pagine all’argomento, mostrando di prendere in seria considerazione i risultati della sua inchiesta. La morte di Mattei non fu un incidente. Mattei fu ucciso. E non – come si era ipotizzato all’epoca – dal cartello delle grandi compagnie petrolifere, le famose Sette sorelle, o dall’Oas francese, o da altre organizzazioni internazionali. Mattei fu ucciso in un complotto tutto italiano, maturato all’interno dell’Eni e della Democrazia cristiana, il suo partito di appartenenza. Che cosa c’entra Pier Paolo Pasolini con Enrico Mattei? C’entra. Per un motivo. Perché è uno scrittore. «Io so», aveva scritto Pasolini, «perché sono un intellettuale, uno scrittore», perché mettere insieme i fatti, ristabilire una logica, mettere in scena la ragione e il buon senso, «fa parte del mio mestiere, dell’istinto del mio mestiere». Queste cose Pasolini le scrive in un articolo che si intitola «Il romanzo delle stragi» e che mette assieme molte buone intuizioni sulle chiavi di lettura dei fatti della strategia della tensione. Questo romanzo, il romanzo delle stragi, ma non solo, il romanzo di parte della storia oscura d’Italia, Pasolini lo stava scrivendo. Si chiama Petrolio, ed uscirà molti anni dopo la sua morte, nel 1992 (perciò all’epoca dei fatti non si poté nemmeno prenderlo in considerazione); 500 pagine, ma dovevano essere 2 mila, incompleto, soltanto abbozzato, pieno di notazioni a margine, di aggiunte, e di tutti quei segni che fanno gli scrittori per ricordarsi qualcosa da scrivere meglio o da sviluppare. Di cosa parla Petrolio? Dell’Eni. Non soltanto di quello, parla di tante cose, ma parla dell’Eni, della morte di Mattei, del suo successore Eugenio Cefis, della strategia della tensione, della politica italiana fino alla metà degli anni Settanta. Cambia i nomi, Enrico Mattei diventa Ernesto Bonocore ed Eugenio Cefis diventa Aldo Troya, ma i personaggi sono volutamente riconoscibili. Uno dei paragrafi, «Lampi sull’Eni», è certamente tra i più scottanti. Pasolini stesso dice di averlo scritto e ad esso rimanda il lettore. Ma tra le carte dello scrittore non è mai stato trovato. Nella prima delle due pagine della Stampa sull’inchiesta del giudice Calia, sempre a nove colonne ma di taglio basso, Filippo Ceccarelli parla di Pasolini. Lo fa per ricordare queste cose, naturalmente. Ma, soprattutto, per citare un episodio davvero interessante. Ne è protagonista il celebre politologo Giorgio Galli, il quale, richiesto di una consulenza storica sugli equilibri e gli squilibri fra le correnti democristiane nel 1962 (anno della morte di Mattei), si vide sottoporre dal giudice Calia una specie di schemino, disegnato a mano, con tante diramazioni e alcuni nomi, tra cui quello di Eugenio Cefis. Ebbene, quello specchietto era desunto proprio dal libro di Pasolini. In Petrolio, Aldo Troya, cioè Cefis, viene descritto come un uomo «dal sorriso colpevole», «capace di tutto», alla guida di un «impero privato». Non solo. Quell’«impero» viene descritto fin nei più minimi particolari, per almeno una decina di pagine. Proprio Galli, del resto, nel suo recente libro su Mattei, ricorda che i collaboratori del presidente hanno sempre sostenuto che «Cefis creava società ad hoc (in proprio) per affidare loro commesse dell’Eni». Ebbene, nel romanzo di Pasolini quelle società sono descritte con dovizia di particolari. Ma c’è di più. Alla pagina 117 di Petrolio si legge: «In questo preciso momento storico […] Troya (!) sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei, cronologicamente spostato in avanti). Egli con la cricca politica ha bisogno di anticomunismo (’68): bombe attribuite ai fascisti». Si capisce perché il giudice Calia fosse così interessato. «Con venticinque anni di anticipo», commenta Ceccarelli, «lo scrittore Pasolini era giunto alle conclusioni della sua lunga inchiesta». E si comprende anche il presumibile stupore di Giorgio Galli. Tanto più forte, se si pensa che Pasolini, in uno degli appunti finali di Petrolio, ha persino previsto in una «visione», che è anche una profezia, la strage alla stazione di Bologna che avverrà molti anni dopo, ed è stato anche il primo a collegare, praticamente in tempo reale, l’attentato a Mattei a piazza Fontana e alle altre stragi. Tesi, questa, che proprio un politologo come Giorgio Galli ha cercato nel tempo di dimostrare e che è stata autorevolmente avallata da Amintore Fanfani in un discorso al Congresso dei partigiani cattolici tenutosi a Salsomaggiore nel 1986: «Chissà, forse l’abbattimento dell’aereo di Mattei, più di vent’anni fa, è stato il primo gesto terroristico nel nostro paese, il primo atto della piaga che ci perseguita». Dove, come commenta il giudice Calia, «Fanfani, dando per certo che l’aereo di Mattei era stato abbattuto, aggiungeva che, “forse”, dietro quell’abbattimento c’erano gli stessi ambienti che, in seguito, utilizzarono il terrorismo come strumento politico». A questo punto la domanda è d’obbligo: ma come ha fatto Pasolini a capire tutte queste cose? Che fosse un intellettuale geniale è fuori discussione. Che fosse riuscito con la sua intelligenza a collegare le tessere più diverse del puzzle, anche. Ma per essere così documentato, per citare nomi, fatti, dati, delle informazioni deve pur averle avute. La risposta si trova al Gabinetto Viesseux di Firenze. È lì che sono conservate, oltre al manoscritto originale del romanzo, tutte le carte preparatorie di Petrolio e i materiali che Pasolini andava consultando. Tra questi c’è un libro, Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente, scritto da un tal Giorgio Steimetz, anche se è stato accertato che si tratta di uno pseudonimo. Scrive Steimetz: «Ridurre al silenzio, e con argomenti persuasivi, è uno dei tratti di ingegno più rimarchevoli del presidente dell’Eni». Gli fa eco Pasolini: «Egli doveva, per la stessa natura del suo potere, restare in ombra. E infatti ci restava. Ogni possibile “fonte” d’informazione su di lui, era misteriosamente quanto sistematicamente fatta sparire». Le pagine sulle attività imprenditoriali di Cefis, sulle società a lui in qualche modo collegate, Pasolini le deve dunque al libro di Steimetz, di cui Petrolio per questa parte è né più né meno la parafrasi. Diverso il discorso per quel che riguarda il ritratto psicologico e umano di Cefis. L’introspezione pasoliniana è, a tale riguardo, finissima. Pasolini ne coglie le ambiguità e le riassume sotto la categoria del «misto»: il «misto della sua personalità, che si manifesta sin dai tempi della sua giovinezza», come dimostra anche la sua esperienza di partigiano in una «formazione mista degasperiana e repubblicana», che lottava sui monti della Brianza. Si può persino azzardare un’ipotesi: Pasolini conosceva Cefis. Erano infatti coetanei. Pasolini era nato il 5 marzo del 1922, Cefis il 21 luglio del 1921. Ma quel che più conta è che il futuro presidente dell’Eni e della Montedison era nato a Cividale del Friuli, a pochi chilometri da quella Casarsa della Delizia dove era nata la madre del poeta e dove lui stesso aveva a lungo vissuto. Pasolini si sofferma, in Petrolio, su questo dato e parla di «Cividale, Civitas: la città del Friuli; la Firenze del Friuli», con acribia filologica. Ma come era pervenuto a Pasolini il libro di Steimetz? La domanda è tutt’altro che irrilevante, dal momento che, edito nell’aprile del 1972 dall’Ami (Agenzia Milano informazioni, finanziata tra gli altri dall’Ente minerario siciliano di Graziano Verzotto), il volume era immediatamente sparito dalla circolazione, al punto che oggi è irrintracciabile anche nelle più importanti biblioteche e non compare mai in nessuna bibliografia. Su questo punto, per certi versi decisivo, non ci sono ancora delle certezze. Sappiamo solo che fu lo psicoanalista Elvio Fachinelli a inviarglielo in fotocopia, come attesta una lettera del 20 settembre 1974. Fachinelli dirigeva una rivista, L’erba voglio, che, curiosamente, si era occupata molto di Cefis, di cui aveva pubblicato articoli ed interventi. E ciò aveva attirato l’attenzione di Pasolini, che a sua volta era come ossessionato da Cefis. Il famoso «articolo delle lucciole», quello in cui il poeta diceva che non avrebbe dato nemmeno una lucciola per la Montedison, è di lui che parlava. E al Viesseux, oltre alle fotocopie del libro di Steimetz, ampiamente chiosate e sottolineate, è possibile rinvenire altri materiali relativi a Cefis, come un suo discorso all’Accademia militare di Modena, pronunciato il 23 febbraio 1972, e i ciclostilati di altre conferenze, persino l’originale di una conferenza intitolata «Un caso interessante: la Montedison», tenuta l’11 marzo 1973 presso la Scuola di cultura cattolica di Vicenza, con annotazioni a margine dello stesso Cefis mai da lui pronunciate. Per non dire che, nel paragrafo dal titolo «Storia del petrolio e retroscena» (corrispondente agli appunti 20-30 di Petrolio, oggi a pp. 117-118 del libro), Pasolini arriva a ripromettersi di inserire tutti i discorsi di Cefis, «i quali servono a dividere in due parti il romanzo in modo perfettamente simmetrico e esplicito». Per sbrogliare questa intricata matassa, ci viene in soccorso, ancora una volta, la conclusione dell’inchiesta del giudice Calia, che fornisce, sia pure indirettamente, una possibile chiave di lettura anche di questi fatti. Negli atti conclusivi della sua inchiesta (20 febbraio 2003), Calia dedica ampio spazio alla vicenda della sparizione del giornalista dell’Ora Mauro De Mauro. De Mauro fu rapito a Palermo la sera del 16 settembre 1970 davanti alla sua abitazione. Se il suo corpo non fu mai ritrovato e di lui, da quel momento, non si seppe più nulla, ben presto però fu chiaro che il suo rapimento era da collegarsi al «caso Mattei». De Mauro, infatti, aveva ricevuto dal regista Francesco Rosi la richiesta di collaborare alla sceneggiatura del suo film su Enrico Mattei attraverso la ricostruzione degli ultimi due giorni di vita del presidente dell’Eni, che si svolsero proprio in Sicilia da dove poi ripartì per il suo ultimo, tragico volo. Il giornalista si era molto appassionato al tema, anche perché otto anni prima proprio lui era stato inviato dell’Ora a seguirli «in presa diretta». E aveva cominciato a sentire un’infinità di testimoni. Fu proprio raccogliendo queste testimonianze che si trovò improvvisamente di fronte a una versione radicalmente diversa dei fatti, a un’altra «verità». A fornirgliela fu Graziano Verzotto, un senatore democristiano, che in quel momento era presidente dell’Ente minerario siciliano. Al giudice Calia, Verzotto dichiara: «Eugenio Cefis e Vito Guarrasi [un celebre avvocato civilista, consulente dell’Eni e di molte altre società nazionali operanti in Sicilia, quasi sconosciuto alla stampa e all’opinione pubblica, ma al centro di vicende economiche e politiche di rilevanza nazionale] – e il loro entourage – si erano sicuramente avvantaggiati della morte di Mattei: entrambi, infatti, erano stati poco prima della sua morte allontanati dagli incarichi che ricoprivano prima». E ancora: «Ritengo che il sequestro del giornalista sia intimamente connesso al progetto per la costruzione di un metanodotto tra l’Africa e la Sicilia». Era nata, infatti, un’accesa disputa tra l’Ems e l’Eni sulla fattibilità e sulla convenienza del controverso metanodotto. «Io avevo ritenuto», dichiara sempre a Calia Verzotto, «che era mio dovere, quale aderente a una corrente Dc (Gullotti) che si opponeva alla corrente “fanfaniana” (cui faceva riferimento Eugenio Cefis), nonché quale presidente dell’Ems (come tale direttamente interessato alla realizzazione del metanodotto), dare un fattivo contributo per contrastare chi si opponeva al più volte citato progetto di realizzazione del metanodotto. […] Tra gli oppositori al progetto […] si stagliava, naturalmente, il presidente dell’Eni». La ragione per la quale Verzotto decise di dire queste stesse cose, e molte altre, al giornalista dell’Ora fu, appunto, questa. Egli era perfettamente consapevole che il film di Rosi «poteva essere uno strumento per sostenere e alimentare la campagna che l’ente da me presieduto intendeva portare avanti contro la presidenza dell’Eni e contro coloro che si opponevano alla realizzazione del metanodotto». E quando De Mauro verrà sequestrato, Verzotto non ci metterà molto a capire che quella è anche un’intimidazione nei suoi confronti, e cercherà di adeguarsi. «Ebbi l’impressione che De Mauro fosse stato sequestrato anche per spaventarmi e per convincermi ad abbandonare il progetto del metanodotto». E dunque: dietro a De Mauro, che lavora per il film di Rosi, c’è Verzotto, con le sue informazioni; dietro a Pasolini, che lavora a Petrolio, c’è ancora una volta Verzotto! È a questo contesto che si riferisce Dario Bellezza nel suo libro Il poeta assassinato? «Pasolini», scrive, «mi disse un giorno, poco prima di morire, che aveva ricevuto dei documenti compromettenti su un notabile Dc». Per poi concludere: «Per me, ne sono più che convinto, c’è stato un mandante ben preciso che va ricercato fra coloro per i quali Pasolini chiese il processo. Un potente democristiano». Basta questo per uccidere un uomo come Pier Paolo Pasolini? Forse sì, se è bastato per far tacere per sempre una voce, certo meno temibile, come quella di Mauro De Mauro. E si può aggiungere un’altra riflessione. In Italia raramente gli intellettuali vengono uccisi per quello che sanno. Il muro di gomma, allora come adesso, è così resistente che le informazioni rimbalzano e la «sola puerile voce» non è mai così pericolosa. Diverso è se si diventa, anche inconsapevolmente, armi nelle mani di qualcuno più potente e organizzato, soldati inconsapevoli in una delle tante battaglie oscure che si combattono per il potere. È successo questo a Pasolini? Le informazioni che qualcuno gli stava passando lo stavano rendendo troppo pericoloso per qualcun altro?
Le ipotesi: un agguato premeditato
Sergio Citti era uno dei migliori amici di Pier Paolo Pasolini, aiuto regista in alcuni dei suoi film e fratello di Franco, il protagonista di Accattone. Pochi giorni dopo la morte di Pasolini va all’Idroscalo, raccoglie testimonianze e gira un filmato riprendendo tutti i particolari del luogo del delitto. Un filmato che non si può vedere, almeno per il momento, perché è stato assunto agli atti dalla magistratura. Adesso, non allora. Come allora non fu mai interrogato Sergio Citti, che avrebbe avuto qualcosa da dire. Avrebbe parlato di un furto, quello di alcune «pizze» del film Salò o le 120 giornate di Sodoma. In gergo si chiamano «pizze», e sono quei grandi contenitori di metallo in cui stanno arrotolate le pellicole dei film. Un giorno ladri rimasti ignoti entrano negli stabilimenti della Technicolor, una delle ditte di sviluppo più importanti di allora, e rubano le pizze di alcuni film. Tra queste ce ne sono alcune che appartengono a Salò, il film su cui Pasolini sta lavorando, e che uscirà dopo la sua morte. È un danno grosso, che Pasolini rimedia montando i «doppi», cioè le alternative alle scene che vengono girate con inquadrature diverse e tutto sembra finire lì. Invece no. C’è un uomo che si chiama Sergio Placidi. Conosce Citti e gli comunica di sapere come è avvenuto il furto. A rubare le «pizze» è stato un gruppo di ragazzi che frequentano un bar nella zona di via Lanciani, dove vanno a ballare e a giocare a biliardo. Attenzione, perché c’è un particolare importante su quel bar. Sarà un caso, sarà una coincidenza, ma quello è il bar frequentato proprio dal protagonista di questa storia. Pino Pelosi, detto Pino la Rana, e dai suoi amici: i quali, tra l’altro, in tutte le loro deposizioni, sono concordi nell’affermare che quel ritrovo è di proprietà di un loro comune amico di nome Sergio. I responsabili del furto sono disposti a restituire le pizze di Salò, però vogliono soldi. Ne vogliono tanti, vogliono due miliardi. La cifra viene comunicata al produttore del film, Alberto Grimaldi, che naturalmente non ci sta, offre al massimo 50, 100 milioni, che pure in quegli anni sono molti, moltissimi. Ma i ragazzi incredibilmente non ci stanno e la cosa finisce lì. Invece no, non ancora. Pochi giorni prima di quel 2 novembre, il giorno del massacro, i sedicenti autori del furto si fanno ancora vivi. È Sergio Citti che ce lo racconta, l’ha saputo da Pasolini. Chiamano il regista e gli dicono che si scusano, che non sapevano che ci fosse proprio il suo film tra le pellicole rubate e che glielo vogliono restituire. Vedi, dice Pasolini a Citti, che tra i ragazzi delle borgate conto qualcosa, che mi vogliono bene, che mi rispettano? Ed è felice di questo, Pier Paolo Pasolini. Ma all’appuntamento non ci può andare subito. Sta per partire per Stoccolma, deve presentare la traduzione in svedese di una sua raccolta di poesie, Le ceneri di Gramsci. A Roma ci torna la sera del 31 ottobre. Il giorno dopo, il primo novembre, i ragazzi lo richiamano. Quello stesso giorno Sergio Citti parla con Pasolini. Devono vedersi la sera tardi, perché stanno lavorando ad una sceneggiatura, ma Pasolini dice che non può. Prima deve andare a cena con Ninetto Davoli, al ristorante Il Pommidoro, poi deve vedere della gente. Deve vedere dei ragazzi. Quelli che vogliono restituirgli le pizze di Salò. La testimonianza di Citti è a dir poco clamorosa. Come clamoroso è il fatto che in questi trent’anni nessun magistrato abbia sentito il dovere di interrogarlo. Adesso sappiamo perché Pasolini quella sera andò a Piazza dei Cinquecento. Non per «rimorchiare» dei ragazzi, ma per recuperare le «pizze» del suo ultimo film. E solo così i conti cominciano a tornare. Abbiamo già visto, infatti, tutte le incongruenze della versione ufficiale. Ma solo limitatamente alla scena del delitto. Di incongruenze, però, è pieno anche il racconto su tutto ciò che precede il crimine. Non risulta che Pelosi e i suoi amici fossero dei «marchettari». Loro stessi raccontano che quel sabato erano andati a ballare con delle ragazze nel solito locale di via Lanciani e solo sul tardi avevano deciso di andare dalle parti della stazione per passare il tempo e per divertirsi a guardare i «froci». A guardarli, a provocarli magari, ma non ad andare con loro. La differenza è sostanziale. Perché non si è mai indagato a fondo su questo punto? Non è vero che il gruppo di amici non conoscesse Pasolini. Su questo particolare tutte le loro testimonianze concordano. Tanto lo conoscevano che lo riconobbero subito, lo salutarono e fecero il gesto di stringergli la mano. Non è vero – come testimoniò «a caldo» Pelosi – che fu Pasolini a proporre ai ragazzi di salire sulla sua macchina. È vero invece il contrario. Furono loro a chiederglielo, insistentemente, ma il regista non si fidò, mise la sicura alla macchina, e sollevò il vetro quel tanto che basta per rispondere al saluto, evitando spiacevoli sorprese. Può essere questo l’atteggiamento di uno che è lì per «rimorchiare»? Ma non basta. Uno di loro gli chiese di poter lavorare in un suo film e la sua risposta, sia pure in tono scherzoso, fu: «Tanto con la faccia da ladro che ti ritrovi». Un altro gli chiese di poter fare con lui un giro in macchina, al che Pasolini replicò che «non poteva farlo perché aveva un appuntamento». Dunque Pasolini aveva un appuntamento, e tutto questo è contenuto nei verbali delle deposizioni ufficiali! Da segnalare che, mentre succedono queste cose, Pino Pelosi è momentaneamente scomparso. I suoi amici sono unanimi nel testimoniare che lo rivedranno solo mezz’ora, tre quarti d’ora più tardi, quando Pino la Rana andrà a riprendere le chiavi. Ma quando esattamente si è incontrato con Pasolini? E soprattutto, dove sono stati tutto quel tempo? La risposta a questa domanda è fondamentale. Ancora. Che bisogno aveva Pelosi di riprendere le chiavi, se lui stesso dice che Pasolini si era impegnato a riaccompagnarlo a casa? E poi, possibile che della «sua» 850 (in realtà rubata, lui non aveva nemmeno la patente) ci fossero così tante chiavi? Comunque sia, verso le 23,30 sono in vista del Biondo Tevere. Qui le testimonianze concordano. Sì, ma perché andare al ristorante se i due devono consumare un breve atto sessuale? E soprattutto, perché andare in direzione della Basilica di San Paolo, e poi di Ostia, se i due devono fare ritorno sulla Tiburtina? E tanto più che, successivamente, Pasolini deve anche tornare a casa sua, all’Eur? Non sarebbe molto più logico andare in un prato della Tiburtina, evitando di fare, tra andata e ritorno, non meno di centoventi chilometri invece della metà? Finita la cena, poco dopo la mezzanotte, i due imboccano la via Ostiense. Pelosi è molto preciso su questo punto. Sì, ma chi conosce Roma sa benissimo che, provenendo da viale Marconi o da San Paolo, per andare ad Ostia si prende la via del Mare. Se si sceglie l’Ostiense in genere è perché si deve raggiungere qualche altra località: Acilia, Vitinia, Dragona. E si potrebbe continuare a lungo. Viceversa, se si parte dal presupposto che Pasolini fu vittima di un agguato, tutti gli elementi del puzzle tornano come per incanto al loro posto. Il furto delle «pizze» è un tranello: a rubarle potrebbero persino essere stati degli altri. Pasolini, comunque, va alla stazione all’ora convenuta sperando di riappropriarsene. L’esca (inconsapevole?) è Pelosi, che, forse, va lì con gli amici, ignari, per rendere credibile il suo racconto. E infatti loro salutano Pasolini, mentre Pino la Rana si fa perdere di vista. Poi sale sulla macchina del poeta, che si fida di lui, mentre un attimo prima aveva reagito con malcelata diffidenza alle avance degli altri ragazzi. Ma Pino gli dice che le pizze non le ha, e forse telefona (o finge di telefonare) per sapere dove devono andare a ritirarle. Gli dicono di andare dopo mezzanotte ad Acilia (o a Dragona, o a Vitinia). Ma è troppo presto e perciò Pasolini porta il ragazzo, che ancora non ha cenato, al Biondo Tevere, che è nella direzione giusta. Finita la cena, i due imboccano la via Ostiense (attenzione, la via Ostiense, non la via del Mare, che è quella che si prende naturalmente per andare a Ostia). A quell’ora non ci vuol niente a raggiungere una delle frazioni limitrofe, Acilia o Vitinia o Dragona. È lì che Pasolini viene raggiunto dai suoi assassini, sequestrato e portato fino all’Idroscalo, che se non è il posto più adatto per fare l’amore è sicuramente un buon posto per ammazzare qualcuno? Ci sono anche alcune testimonianze, in questo senso. Gente che vive all’Idroscalo e che parla di almeno due macchine arrivate al campetto quella sera. Gente che dice che sul corpo di Pasolini, del tutto volontariamente, non passò Pelosi con la macchina del poeta, ma uno dei killer con la sua. Le hanno raccolte in molti e, tra questi, Sergio Citti, che però, allora, non fu interrogato. Come non fu interrogato Bravi, il gestore del ristorante Il Pommidoro, dove Pasolini cenò assieme a Ninetto Davoli. Come non furono interrogati tanti altri. La nostra è un’ipotesi. Se ne possono fare anche altre. Quel che è certo è che solo così si può spiegare logicamente e razionalmente quel che accadde quella maledetta notte all’Idroscalo. Solo così si può cominciare a dare un volto, se non un nome, agli «ignoti» di cui parlò la sentenza di primo grado. Se si trattò di un delitto politico in senso lato, di un delitto «semplicemente politico», questi ignoti potrebbero anche essere delle persone che magari volevano soltanto rapinare Pasolini, o «punirlo» per la sua omosessualità e anche, forse, per la sua fede politica. Ma Pasolini, che era forte e coraggioso, si difese e allora il pestaggio degenerò in un massacro. È possibile, ma non del tutto convincente. Non è convincente, in particolare, tutta quella ferocia spinta fino alle estreme conseguenze nei confronti di un uomo che a quei ragazzi poteva persino essere molto utile. Se, invece, si trattò di un delitto politico in senso stretto, di un delitto «complessamente politico», allora è più probabile che i killer fossero dei veri professionisti, che rispondevano a un preciso mandato. Potevano far parte, tanto per fare un esempio, di quei gruppi che stavano dando vita a quella che di lì a poco tutti conosceranno come la banda della Magliana, che imperversò per Roma spargendo continuamente sangue e terrore, e agendo spesso in combutta con la mafia, con l’eversione nera, con i servizi deviati. Si può persino avanzare un’ipotesi particolarmente inquietante. Che Pasolini conoscesse i suoi killer; o che, quantomeno, conoscesse la loro provenienza. C’è in questo senso una testimonianza interessante, resa di recente a Fulvio Abbate, per il libro C’era una volta Pasolini, da Silvio Parrello. Parrello, detto «Pecetto», è uno dei protagonisti di Ragazzi di vita; uno dei ragazzi che lo scrittore conobbe negli anni Cinquanta a Donna Olimpia che gli ispirarono la trama del suo primo romanzo. Alla domanda di Abbate, su chi potrebbero essere stati gli assassini di Pasolini, Parrello risponde: «Malavita romana, e uno che aveva un plantare numero 41, piede destro». E continua dicendo che, se si fossero fatte delle indagini sul plantare, sarebbero arrivati subito al proprietario, in quanto nell’ambito della malavita romana erano soltanto in tre a portare il plantare, e non certo tutti e tre piede destro e 41». Ma è quello che aggiunge dopo ad essere ancor più interessante. Sentiamo. «Da tempo nel quartiere di Donna Olimpia gira voce che un personaggio, certo Antonio Pinna, assiduo frequentatore di Pasolini negli ultimi tempi per motivi che non sono chiari, il 14 febbraio 1976, a processo iniziato, scompare nel nulla, la sua auto fu rinvenuta parcheggiata all’aeroporto di Fiumicino, sempre nel quartiere si dice che fu eliminato perché sapeva la verità sulla morte di Pasolini». Chi era, questo Antonio Pinna? Davvero è scomparso nel nulla da trent’anni? Qualcuno ha indagato su questo? È un fatto che molti elementi della banda della Magliana provenivano da Donna Olimpia; che molti di loro avessero case a Ostia e ad Acilia; che tutti frequentassero i bar di San Paolo (il famoso bar di via Chiabrera) e di Ponte Marconi (il bar Barone, in particolare). C’erano, tra loro, anche alcuni degli «innocenti» e «poetici» ragazzi della Donna Olimpia e della Magliana degli anni Cinquanta, gli stessi che Pasolini aveva conosciuto e aveva raccontato nei suoi romanzi? La cosa è possibile. E renderebbe ancor più atroce tutta questa storia. Come spiegherebbe la famosa «abiura» del ’75 («I giovani e i ragazzi del sottoproletariato romano […] se ora sono immondizia umana, vuol dire che anche allora potenzialmente lo erano»), già contenuta proprio in Petrolio: «Se quei giovani e ragazzi erano diventati così, voleva dire che essi avevano la possibilità di diventarlo: la loro degradazione dunque degradava anche il loro passato (che dunque era tutto un inganno). […] Quei giovani e ragazzi avrebbero pagato la loro degradazione col sangue: in un’ecatombe che avrebbe resa (ferocemente ridicola) la loro presuntuosa illusione di benessere».
"Lampi sullEni" in mano a Marcello DellUtri? Giovanni Giovannetti
Dopo la morte violenta di Pier Paolo Pasolini la notte tra il 1° e il 2 novembre 1975, si scopre che parte di un capitolo di Petrolio (Lampi sullEni) è sparito. Il romanzo – preannunciato di 2000 pagine e destinato a rimanere incompiuto – parla dellEni (che Pasolini considera «un topos del potere») e della morte di Enrico Mattei. La profezia di Petrolio, linquietante intreccio tra politica criminalità e affari che lì si racconta, sarà chiaro solo molti anni dopo, così come la strategia delle stragi fasciste e di Stato che passa, anche terminologicamente, dagli articoli al romanzo: «Il romanzo delle stragi» (14 novembre 1974: «Io so...»). Indagando sulla morte del presidente dellEni, un coraggioso giudice pavese – Vincenzo Calia – ha constatato la lucidità dello scrittore "corsaro" nel ricostruire in quel libro il degrado e la mostruosità italiana e ha identificato il burattinaio principale in Eugenio Cefis, affarista e "liberista" tanto quanto Enrico Mattei era utopista e "statalista". Pasolini non è stato ucciso da un ragazzo di vita, poiché omosessuale, bensì da sicari prezzolati dai poteri, occulti o meno, in quanto oppositore a conoscenza di verità scottanti. Calia legge Petrolio, un titolo irresistibile per il magistrato, immerso nellindagine sulla morte del presidente dellEni. Fatica però a reperire "Questo è Cefis. Laltra faccia dellonorato presidente" di Giorgio Steimetz (pseudonimo di Corrado Ragozzino): un libro pubblicato nel 1972 e subito sparito. Sparito anche dalla Biblioteca nazionale di Firenze e di Roma. Il magistrato pavese non sa che una fotocopia di Questo è Cefis si può trovare al Gabinetto Viesseux di Firenze, tra le carte di Pasolini. Ma la fortuna incontra Calia e così Calia incontra il libro, una domenica pomeriggio, su una bancarella in piazza della Vittoria a Pavia. Il magistrato può finalmente cogliere – ed è il primo a farlo – analogie e simmetrie tra il testo di Steimetz / Ragozzino e il romanzo incompiuto di Pasolini. Di questo e di molto altro ancora si parla ne Il Petrolio delle stragi di Gianni DElia, un saggio-inchiesta pubblicato nel 2006 dalle edizioni Effigie, ora ripreso da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza in Profondo nero (Chiarelettere, 2009), lo stesso titolo dato a uno dei capitoli dellinchiesta di DElia, che i due autori correttamente indicano tra le principali fonti dispirazione del loro lavoro. Il Petrolio delle stragi doveva uscire come postilla a Leresia di Pasolini, dello stesso DElia, pubblicato con notevole successo nel 2005: un approfondimento monografico, dopo lo scalpore suscitato dalle poche righe sulla morte di Pasolini pubblicate nel primo libro; un modo per non disperdere le tante informazioni – anche informali – raccolte nel frattempo. Se ne ricava un ricco pamphlet, che ora – insieme a Profondo nero, al dossier di Carlo Lucarelli e Gianni Borgna su "Micromega" n. 6/2005 e alle firme per la riapertura del processo raccolte dalla rivista "Il primo amore" – forse porterà ad una nuova più approfondita indagine sulla morte del grande regista, poeta e polemista friulano. Un ragazzo di 17 anni, Pino Pelosi, si è autoaccusato dellomicidio. Recentemente Pelosi ha ammesso che quel giorno non era solo con Pasolini, che altri avevano partecipato al pestaggio: «Erano in tre, sbucarono dal buio. Mi dissero tu fatti i cazzi tuoi e iniziò il massacro. Io gridavo, lui gridava... Avranno avuto 45, 46 anni, gli gridavano "sporco comunista", "fetuso"». Insomma, fu un agguato e forse Pelosi era solo unesca. Chi sono i veri assassini? Quali i mandanti? forse sono gli stessi che hanno armato la mano degli assassini di Mattei e Mauro De Mauro. La "strategia della tensione" non vuole destabilizzare; al contrario vuole consolidare un sistema di potere stragista piduista e mafioso (lo stesso che nel 1962 ha eliminato Mattei, nel 1968 De Mauro e nel 1971 Pietro Scaglione) in movimento dalle bombe degli anni Settanta alla presa del potere con altri mezzi dei nostri giorni. La chiave di lettura di questo criminale asse politico-economico tentacolare sta tutta in Petrolio, il profetico romanzo-verità, incompiuto e mutilato, di Pier Paolo Pasolini che viene massacrato non dal reo sconfesso Pino Pelosi, ma da «tre siciliani»; nel frattempo altri provvedono a sottrarre da Petrolio il capitolo Lampi sullEni, «che dallomicidio ipotizzato di Mattei guida al regime di Eugenio Cefis, ai "fondi neri", alle stragi dal 1969 al 1980, e ora sappiamo fino a Tangentopoli, allEnimont, alla madre di tutte le tangenti. Troya è Cefis, nel romanzo, dal passato antifascista macchiato, e dunque ricattabile» (DElia, Leresia di Pasolini, p. 98). Lo «Stato nello Stato» e cioè lantistato di Eugenio Cefis, Licio Gelli e Umberto Ortolani consegna infine il testimone alla monocrazia mediatica dellaffiliato Silvio Berlusconi (tessera P2 n. 1816), che il 18 gennaio 1994 insieme a Marcello DellUtri (membro dellOpus Dei e amico di Gaetano Cinà, esponente della famiglia mafiosa dei Malaspina, vicina al boss Stefano Bontade) fonda Forza Italia. A sinistra il Pci sa, ma sta a guardare: il «partito dalle mani pulite» rivendica la sua diversità antropologica mentre il suo "doppio" partecipa come tutti al banchetto Enimont, amministra le clientele, soffoca i movimenti e ogni altro embrione di nuove culture politiche libertarie. È la palestra alla quale si forma buona parte della classe dirigente immortale e spesso immorale che oggi guida il Partito democratico.
" E necessario che io provi sempre e comunque un grande affetto una contentezza immensa o unondosa tristezza che con fisicità mi dia strattoni e mi ribalti che mi tocchi e mi ammali e che sappia lasciar lo spazio per inventare e porsi dubbi in modo che io debba fare attenzione, che debba guadagnare. "
Ci si domanda come sia potuto succedere, e nonostante l’ecopass... Il massimo livello tollerabile di pm10 nell’aria secondo le direttive europee sarebbe una concentrazione di 50 microgrammi al metro cubo; per varie settimane la densità della polvere ha toccato i 100 microgrammi. Lei muoveva le labbra a vuoto, cercando il coraggio di articolare la parola perduti. Il mondo è pieno di veleni che neanche te ne accorgi; intanto adesso sono vivo, domani si vedrà... Nei primi due mesi del 2010 si è registrato un picco di leucemie infantili senza precedenti nella città di Milano. Un’équipe di medici e specialisti è impegnata a studiare il fenomeno, ma non c’è ancora una risposta. Il cancro è bastardo, per ogni caso possono esserci moltissime concause. Crescono del 2% l’anno le neoplasie infantili in Italia con picchi in prossimità di aree industriali e inquinate: il primo rapporto in materia è del 2008, redatto dai centri di prevenzione, di oncologia e dall’Istituto superiore della sanità in base a ricerche che partono da fine anni ottanta. Dei figli degli altri chi se ne frega, io i miei li porto via tutti i finesettimana… poi, all’improvviso, uscì chissà come di strada per finire nell’impetuosa acqua nera… Probabilmente è doloso il danno provocato dall’apertura dei rubinetti, per l’esattezza delle vasche di mantenimento di un’ex raffineria a Villasanta, in provincia di Monza. Risulta che il contenuto del deposito fosse superiore a quello imposto dalla regione. La domenica del blocco mi sono infilato in auto e ho acceso il motore, un vigile mi ha avvicinato e gli ho detto: fa freddo, sto qui dentro per scaldarmi; mi hanno lasciato stare… sebbene all’interno ci fosse ancora dell’aria, una bolla, o alcune bolle. E’ indubbio trattarsi di qualcuno che conosceva bene la fabbrica e il sistema per manomettere l’impianto. Ogni giorno la cementificazione si mangia ettari di territorio. Le cifre non sono ancora precise, ma si valutano centinaia di migliaia di litri di sostanze inquinanti (l’azienda parla di un riverso di 2500 metri cubi, i tecnici di 15000) che stanno impregnando come una spugna l’intera pianura padana. L’allarme è stato dato dalla Lombarda Petroli con diverse ore di ritardo; in un primo momento l’azienda ha tentato di contenere il danno con i propri mezzi. I volontari sono riusciti a salvare tre germani, subito trasportati in un parco delle vicinanze… e i due si trovarono a lottare per la vita affondando nell’acqua nera che s’infrangeva contro il parabrezza cercando di forzarlo... Gli ambientalisti annunciano: a rischio 10000 specie dell’Adriatico. Tonnellate di gasolio e altri combustibili stanno ormai passando per il Po. Volontari di Legambiente e la Protezione civile sono all’opera già dalle prime ore del disastro. L’anatroccolo impeciato come il cormorano della Manica e tutti i pesci destinati a una lenta morìa… Non è possibile che stia davvero succedendo! La macchia nera, grande un migliaio di metri cubi che però continuano a espandersi, partita da Monza lungo il corso del fiume Lambro, ha già attraversato le province di Milano e Lodi, ha raggiunto il piacentino e ora nel Po dilaga in Emilia. La zona era fitta di zanzare e punteggiata di lucciole e alcune bionde canne dalla cima a pennacchio assumevano dimensioni grottesche ondeggiando grevi nel vento, come grottesche figure umane senza volto che a lei davano i brividi. Con il massiccio deflusso del petrolio nelle fogne è andato subito in panne il depuratore di Monza, che lavora per mezzo milione di cittadini della Brianza. Si è dovuta fermare anche la centrale idroelettrica nei pressi di Piacenza. I sindaci hanno invitato la popolazione a non bere acqua corrente. Devo morire? … così? Le barriere poste per impedire l’avanzata del petrolio non hanno tenuto… Possibilmente, non aprite le finestre. Tutt’attorno il penetrante odore salmastro della palude, l’umido odore della decomposizione, della terra, dell’acqua nera. Le più compromesse potrebbero essere le aree agricole del lodigiano e del piacentino. Le regioni Lombardia ed Emilia Romagna chiedono lo stato d’emergenza. Per una congiuntura di circostanze sfavorevoli neanche il tuffo dall’elicottero sull’Isola dei famosi ha funzionato come previsto. Questa volta non ci si potrà salvare sull’isola, né famosi né non-famosi. Forse andrà a monte addirittura la trasmissione… La Coldiretti ha subito assicurato che non ci sono rischi per gli alimenti provenienti dalla zona. Abbiamo tutti tirato un respiro di sollievo, adesso sì che ci sentiamo tranquillizzati. Inghiottiva l’acqua nera in piccole e rapide sorsate pensando che se l’avesse buttata giù con sufficiente rapidità sarebbe stato come berla, e lei se la sarebbe cavata. Sfiorato il disastro per un terzo del made in Italy alimentare, anche se non è ancora esclusa la sedimentazione degli idrocarburi nel suolo e la percolazione nelle falde più profonde. Ma intanto ha piovuto, l’inquinamento dell’aria è sotto controllo. Nelle campagne a sud di Milano e nel lodigiano la rete di canali e di rogge che derivano l’acqua dal Lambro per le coltivazioni è fittissima. Speriamo che la pioggia consenta un rapido decorso verso il mare e che se la vedano quelli della Romagna, intanto loro la prendono sempre dal lato migliore. Fra poche settimane si comincerà a seminare e la richiesta d’acqua sarà fortissima, un’acqua nera e fangosa, odorante di fogna. Non così, no. Il Lambro, uno dei fiumi più inquinati d’Italia, era stato giudicato irrecuperabile a confronto con i criteri europei del 2000 e dichiarato "biologicamente morto". Ciononostante negli ultimi anni si sono fatti numerosi investimenti nei tentativi di bonifica e per il buon funzionamento dei tre depuratori milanesi… come se l’onirica palude circostante si fosse ridestata alla vita e si stessa protendendo verso di loro per divorarli. I verdi denunciano che il parlamento ha appena deliberato una norma, il 2 febbraio 2010, per il ridimensionamento del reato di scarico industriale nelle acque, la cui pena consisterebbe adesso in una semplice multa compresa fra i 3000 e i 30000 euro. Il ministro dell’ambiente smentisce, la pena era ed è rimasta tale. Si prevede che sarà annullato il blocco delle auto di domenica prossima: i meteorologi dicono che pioverà, la decisione dei sindaci del Norditalia è unanime. … mentre l’acqua nera le riempiva i polmoni, e lei moriva.
Le citazioni in corsivo sono tratte dal romanzo di Joyce Carol Oates Acqua nera, Anabasi, Milano 1993.
Ciao Manuel, ben arrivato. E’ meglio che ci presentiamo subito, io sono la pessimista della compagnia, quella che andrà sempre male e sempre peggio, quella che puzza la cacca molle e che puzza la cacca dura. Quello che penso è praticamente il succo di questo:
"Bambino che non ho, figlio mai nato, cercherò di spiegarti tutto ciò che ti ho evitato. Il parto,innanzi tutto, e il dolore di saperti espulso dall’amore. La paura di venire abbandonato,quei vagiti lunghi come fischi dei treni notturni nelle stazioni secondarie, e il suono,il suono delle parole indecifrabili che ti impongono la loro dizione.E i birignao intollerabili con cui ti si rivolgono le persone. La prima volta che la tua mamma uscirà la sera. Il terrore che non tornerà più. Ti ho evitato la vergogna di fartela sotto a scuola, gli altri che ridono e ti mettono alla gogna. La fatica di sollevare la prima matita come un macigno, e il ghigno dei grandi quando deformi le parole. Ti ho evitato il freddo quando piove la paura dei tuoni dei fantasmi delle streghe, e poi le prime beghe:quando un compagno ti dirà "tuo padre è un ubriaco" oppure "noi siamo molto più ricchi di voi" e ti faranno vergognare della tua famiglia e del tuo nome. Io ti ho evitato,piccolo,l’angoscia di un cognome e delle ombre che comporta e poi, diciottenne al primo amore, la sconfitta di attendere ore dietro una porta lei che non ti vuole.E all’assillo del primo impiego, l’offesa di tutte le file burocratiche, i soprusi di chi ti comanda e l’arroganza dei potenti. Io ti ho evitato tutte le litigate,le sgridate, il dolore di quando moriranno tuo padre tua madre, la solitudine del deserto,quella provocata dall’invidia, dal tradimento,quella solitudine che ti farà percorrere tutte le periferie dell’anima. E poi,da vecchio,lo sgomento per aver tanto vissuto e sofferto e gridato e amato, inutilmente,in cambio di niente,inascoltato. L’elenco potrebbe continuare,ma è un’impresa inutile, come catalogare le gocce del mare.Inutile, perchè il dolore più grande,tuo padre non te l’ha evitato. Il dolore di non essere nato."
Quindi se sei intelligente come credo, sai già di quanto sia contenta. In bocca al lupo piccolino, la tutina di superman ce l’hai, e giuro che ti eviterò tutti i birignao. Benvenuto. (Ah, non fare caso al post che scriverò dopo)
Tutto prende piede da uno sputo. Uno sputo di un critico osservatore verso un quadro di Fontana. E la riflessione del tg2. Mi stupisce come sullarte riescano ad essere ancora cronisti, mentre i tre quarti del telegiornale è astutamente pilotato e controllato, cronisti capaci di andare un pò più in là delle categorizzazioni bene o male, dalla dicotomia facilona degli spettatori: il fatto, lo sputo, ed il commento. Un commento che ha riportato alla luce il dibattito sullo stato dellarte, su ciò che è degno dessere chiamato con tale nome, sulla illuminante visione di Sordi e di Totò...che se proprio si deve dissentire sullopera si sputa al pittore e non alla sua creazione.
Detto questo, riporto le parole più illiminate ed illuminanti di Louise Bourgeois (autrice anche del gigantesco ragno esposto Tate Modern Gallery di Londra, e visto in copia oramai ovunque, dallunwound alle vetrine di Zara uomo, andate a vederli sono simpatici)
"Ciò che larte moderna vuol significare è che bisogna continuare a trovare nuovi modi per esprimersi, per esprimere i problemi; che non ci sono modi prestabiliti, né un approccio obbligato. E una situazione penosa, e larte moderna tematizza tale penosa situazione, cioè il fatto di non avere alcun modo predefinito per esprimersi. Ecco perchè larte moderna andrà avanti: perchè questa condizione permane; è la moderna condizione umana... Larte moderna tematizza la ferita provocata dal non sapere esprimere adeguatamente se stessi, i propri rapporti intimi, il proprio inconscio, lincapacità di credere nel mondo, di credervi abbastanza da esprimersi direttamente in esso. E il tentativo di essere sani in questa situazione, di essere, almeno provvisoriamente, temporaneamente, sani di mente nellesprimersi. Tutta larte proviene da fallimenti spaventosi e dagli spaventosi bisogni che proviamo. Tematizza la difficoltà di essere individui poichè si è rifiutati. Ovunque nel mondo moderno si manifesta un rifiuto, linsoddisfatto bisogno di essere accettati. Larte è un modo di riconoscere se stessi, motivo per cui sarà sempre moderna. "
L.Bourgeois
E poi aggiungo due appuntamenti, avendo perso con mio dispiacere la mostra sul Surrealismo a Roma:
- Da Braque a Kandinsky a Chagall. Aimé Maeght e i suoi artisti. Ferrara, Palazzo dei Diamanti Dal 28 febbraio al 2 giugno 2010 +
-Schiele e il suo tempo. Dal 25 febbraio al 6 giugno 2010 Milano, Palazzo Reale ++
Piove e ci sono ancora i cuoricini nella homepage di spritz. San Valentino è passato, sai. In più è un periodo di abbandonati, di persone che vagano per strada pensando di aver perso un futuro, uno scopo nella vita, o una scopata, forse è uguale, con delle personalità sfitte che adesso si ritrovano a fare esattamente il contrario di quello che abitualmente facevano prima del suddetto periodo. Che rottura di palle. A tutto ciò sembra porre momentaneo sollievo Chiara Rapaccini. Grazie ironia. Grazie, benedici e corrompi tutti, per favore. (Ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale)