Chiudere gli occhi e ritrovarti ancora una volta... sulle rive di quel fiume, sotto le fronde dell’albero che piange, al tramonto di una nuova alba....
STO STUDIANDO...
OGGI IL MIO UMORE E'...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
PARANOIE
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MERAVIGLIE
1) quando senti qualcuno che ti arriva da dietro e ti abbraccia..e d'un tratto provi la sensazione che non può succederti nulla di male e che non c'è altro posto al mondo dove vorresti essere se non nello spazio di quell'abbraccio....
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Someday baby, I don’t know when, we gonna get to that place, where we really wanna go... but ’till then, tramps like us, we were BORN TO RUN...
Nessun commento... solo cronaca... Bruce Springsteen è entrato nelle 100 persone più influenti del mondo nella classifica stilata dal Time... Tanti altri, Alcuni vestiti pure di bianco e dall’accento teutonico no... L’ho sempre detto io che quel ragazzo del Jersey era un tipo in gamba...
Si fece tardi devo andare se vogliamo combattere efficacemente la mafia dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia Tu me lo hai detto Giovanni, me lo hai detto in Procura Generale Il nostro lavoro fu solenne nelle cose semplici Fu semplice e solenne Come tutte le cose che non abbiamo il coraggio di dire Palermo ho imparato ad amarla Perchè il vero amore consiste nell’amare ciò che non piace per poterlo cambiare Ho amato così essendo stato Paolo Borsellino Ho amato così, Palo Borsellino, essendo stato.
Sulla collina il monumento ai Caduti è silenzioso Il ristorante vicino è chiuso c’è solo un cartello con scritto "non ci sono"
Sarà una lunga corsa verso casa Non mi aspettare Sarà una lunga corsa verso casa
Qui tutti hanno un vicino Tutti hanno un amico Tutti hanno una ragione per ricominciare a credere ancora che la vita dall’altra parte è spettacolare
Mio padre diceva "Ragazzo siamo fortunati questo è un bel posto dove vivere è un posto che ti abbraccia Nessuno ti sta addosso, nessuno ti lascia solo La Bandiera alta ci racconta storie scolpite sulla pietra Chi siamo, quello che faremo e quello che non faremo" ... è una lunga strada verso casa...
è solo rock ‘n’ roll...
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Lasciatemi iniziare con qualche storia che risale ai tempi dei miracoli, quei giorni di frontiera in cui “Mad Dog” Lopez e il suo particolare temperamento terrorizzavano la band, i proprietari di piccoli locali, civili innocenti, nonché donne, bambini e animali di piccola taglia. Giorni in cui poteva capi- tare di vendere la propria vita firmando un contratto sul vo- lante di un’auto parcheggiata a New York. Giorni immediata- mente successivi a quello in cui un giovane fisarmonicista dai capelli rossi trovò il suo primo momento di gloria nell’Ora del Dilettante di Ted Mack e fu mandato in Svizzera assieme alla madre per mostrare il proprio talento. Prima che i sederi in bikini fossero sdoganati dalla copertina di Time.
Sto parlando dei tempi in cui la E Street Band era un’organiz- zazione comunista, quando il pallido, silenzioso e timido Dan Federici era capace di creare guai tra i più grossi della nostra quarantennale carriera. E non era certo un compito facile, visto che doveva comptere con “Mad Dog”. Ma Danny lo surclassò.
Forse fu durante gli scontri con la polizia a Middletown, nel New Jersey, in un concerto che tenevamo per tirar su i soldi necessari per tirare “Mad Dog” Lopez fuori dalla galera di Ri- chmond, in Virginia, dopo che aveva avuto un alterco con al- cuni poliziotti, aggravato dal fatto che avevamo suonato un po’ troppo a lungo… Secondo un’incerta ricostruzione, Danny ro- vesciò i nostri grossi amplificatori Marshall addosso alla forza pubblica di Middletown che era salita sul palco perché avevamo infranto la legge… suonando, appunto, troppo a lungo. Mentre io me ne stavo lì impalato ad osservare la scena, alcuni poliziotti riuscirono a divincolarsi da sotto gli amplificatori e corsero a cer- care assistenza medica. Uno di loro, invece, arrivò di fronte a me e iniziò a far volteggiare il manganello insultandomi con epiteti piuttosto coloriti. Fu in quel momento che vidi Danny tirato via per un braccio da un piedipiatti ciccione che con l’altra mano teneva Flo Federici, la prima moglie di Dan, che aiutava il suo uomo a resistere all’arresto. A un certo punto, un ragazzino saltò sul palco e distrasse momentaneamente il poliziotto con alcuni clamorosi insulti, mentre Dan Federici – da quel giorno e per sempre “il Fan- tasma” – si mischiava tra la folla scomparendo.
Un mandato di cattura e un mese di contumacia più tardi, Danny non era ancora stato portato davanti a un giudice. Lo nasconde- vamo in vari posti finché non si presentò un problema: dovevamo fare un concerto al Monmouth College. Avevamo disperato biso- gno di denaro e non potevamo assolutamente disertare lo show. Provammo a sostituire Danny ma non funzionava. Così Dan, per la nostra ammirazione, sbucò fuori dal suo nascondiglio e disse che avrebbe rischiato la propria libertà.
Era la sera del concerto. Duemila fan urlanti nella palestra del Monmouth College. Avevamo organizzato la cosa di modo che Danny non sarebbe apparso sul palco fino al momento in cui a- vremmo iniziato a suonare. Pensavamo che la polizia che era lì per arrestarlo non l’avrebbe mai fatto durante il concerto, rischian- do un nuovo tafferuglio.
Lasciatemi descrivere la scena. Danny era nascosto sul sedile posteriore di una macchina nel parcheggio. Alle otto meno cinque – e cioè all’ora in cui dovevamo iniziare – andai a chiamarlo. Bus- sai al finestrino: “Danny, forza. È ora”. Da dentro sentii la sua voce: “Non vengo”. “Cosa vuol dire che non vieni?” E lui: “I piedipiatti sono sul tetto della palestra. Li ho visti. Se esco di qui mi beccano in un secondo”. Quando aprii la portiera capii che Danny s’era fumato qualcosa e che dava piuttosto sul paranoico. Gli sussurrai con calma: “Danny, non c’è alcun poliziotto sul tetto”. “Ma io li ho visti”, rispose. “Te lo giuro, li ho visti. Io non vengo”.
Così dovetti utilizzare una proceduura a cui sarei ricorso spesso nei successivi quarant’anni per far ragionare il mio vecchio amico. Lo adulai e lo minacciai. Finalmente uscì fuori. Corremmo dentro la palestra e tenemmo un concerto fenomenale ridendo come ladri al pensiero di come avevamo fregato i piedipiatti. Alla fine dello show, durante l’ultima canzone, invitai sul palco tutto il pubblico e Danny si confuse tra loro uscendo dalla porta principale. Ancora una volta “il Fantasma” era riuscito a squagliarsela. (Mi capita an- cora di ricevere ogni tanto delle cartoline dal vecchio capo della polizia di Middletown, in cui invia a me e ai ragazzi i suoi più cor- diali saluti. Le nostre storie sono legate a filo doppio per sempre).
E questo, comunque, amici miei, è solo l’inizio.
C’è stato un periodo in cui Danny lasciò la band durante alcune settimane tumultuose al Mx’s Kansas City di New York, dopo avermi spiegato che si licenziava per intraprendere la carriera di riparatore di televisori. Gli chiesi di pensarci un po’ su e di ritornare dopo un po’.
E mi ricordo di Danny, al volante della macchina che il gruppo aveva affittato, fare strike con una serie di auto parcheggiate dopo una notte di bagordi, e sbattere la testa al parabrezza salvandosi per via del grosso e duro cappello da cowboy che aveva da poco comprato in Texas.
Oppure di quando lasciò una piantina di marijuana sul sedile anteriore della sua auto in un divieto di parcheggio. Ovviamente, la macchina fu portata via. Danny venne da me e mi annunciò: “Bruce, vado alla polizia a denunciarne il furto”. E io: “Non credo che sia una buona idea”. Ma lui ci andò e ovviamente finì dritto in gattabuia.
O quando Danny riuscì a diventare l’unico membro della E Street Band ad essere buttato fuori dallo Stone Pony. E considerando tutti i soldi che abbiamo fatto fare a quel locale, non era un’impresa facile, onestamente.
O quando Danny subì (sopravvivendo) un assalto di un furibondo sebbene sobrio “Big Man” Clarence Clemons dopo averlo fatto incazzare di brutto.
Oppure Danny che mi aiuta a tirare fuori un piede da una cassa del suo stereo dopo essere stato l’unico membro della band ad avermi mandato davvero in collera.
E in mezzo a tutti questi casini, Danny suonava il suo meraviglioso organo B3 per me, e il nostro amore continuava a crescere (la vita è proprio strana!). Era molto più tollerante lui con i miei disastri che io con i suoi.
Quando Danny non produceva caos, era un dolce, talentuoso, timido, umile ragazzo di buon cuore che aveva la naturale capacità di far andare tutto meravigliosamente storto.
Ma, a parte tutto, aveva un sacco di lati positivi. Ad esempio, era un Ingegnere nato. Era sempre informatissimo sugli ultimi sviluppi della tecnologia e ti spiegava tutto fin nei minimi dettagli. Lavorava sempre per migliorare qualcosa: la sua macchina, il suo stereo, il suo organo…
Quando Patti si unì alla band fu il più entusiasta, prezioso e gentile amico della prima donna che entrava nel nostro club di soli maschi. Amava i suoi figli e si vantava sempre di Jason, Harley e Madison. Amava molto anche sua moglie Maya per la ventata di aria nuova che aveva portato nella sua vita.
E poi c’era il suo lato artistico. Era il musicista più intuitivo che io abbia mai conosciuto. Il suo stile fluido riusciva a riempire tutti gli spazi che gli altri della E Street Band lasciavano vuoti. Non s’imponeva mai, ma preferiva essere complementare. Era un vero e proprio accompagna- tore: il collante naturale che teneva insieme il sound del gruppo. Per far questo, aveva creato per sé uno stile personalissimo. Quando a- scolti Dan Federici non senti un uniforme e continua distesa di suoni, ma senti un riff, compresso ed energico, che vola sopra tutto il resto per pochi attimi e poi ritorna ordinatamente sui binari. “Phantom” Dan Federici: un momento lo senti, e quello dopo non lo senti più.
Quando non era sul palco, Danny non sapeva dirti un singolo verso o una singola progressione di accordi di alcuna delle mie canzoni. Ma quando era sul palco le sue orecchie erano ben tese: ascoltava, “sentiva” e suonava trovando il punto perfetto in cui inserire un accor- do o una sequenza di note. Uno stile che creava per la nostra perfor- mance un incredibile senso di spontaneità.
In studio, se volevo far evolvere il pezzo che stavamo registrando mettevo al lavoro Danny senza dirgli cosa suonare. Lo lasciavo libero. Portava con se i suoni dei luna-park, delle sale-giochi, dei lungo-oceano e della spiaggia – la geografia della nostra giovinezza, il cuore e l’anima del paese natale della E Street Band.
Poi siamo cresciuti. Molto lentamente. Abbiamo passato insieme anche momenti di difficoltà e tribolazioni. Ma la reazione di Danny a un errore sul palco o a un problema o a un qualsiasi evento catastrofico era nor- malmente una scrollata di spalle e un sorriso. Come dire: “Siamo in mezzo al mare in burrasca, ma non siamo ancora annegati”.
Ho visto Danny combattere e sconfiggere alcune serie dipendenze. L’ho visto darsi da fare a rimettere insieme i pezzi della sua vita e – durante l’ultimo decennio durante il quale si era riunita la band – letteralmente rinascere sedendosi allo sgabello dietro il suo grande organo, di nuovo pieno di vita e, sì, con una nuova maturità e una rinnovata passione per il suo lavoro e la sua famiglia.
Alla fine, l’ho visto combattere contro il cancro senza piangersi addosso, con grande coraggio. Quando ultimamente gli ho chiesto come andassero le cose, mi ha risposto: “Cosa posso fare? Posso solo sperare nel domani”. Ecco Danny, il fatalista ottimista. Non si è mai arreso fino all’ultimo.
Qualche settimana fa è salito sul palco a Indianapolis per quello che sarebbe stato il suo ultimo concerto. Prima di iniziare gli ho chiesto cosa volesse suonare e mi ha detto: “Sandy”. Voleva vo- lare sulla sua fisarmonica per ricordare il boardwalk della nostra giovinezza nelle sere d’estate quando passeggiavamo su quelle assi di legno con tutto il tempo del mondo. “Che ne dici se ci but- tiamo in macchina? È una notte splendida!”… “Che ne dici se ci facciamo una nuotata anche se siamo ricercati dall’intero diparti- mento di polizia di Middletown?”… Voleva suonare ancora una volta quella canzone che parlava della fine di qualcosa di mera- viglioso e dell’inizio di qualcosa di sconosciuto e nuovo.
Torniamo un attimo a quei giorni miracolosi. Pete Townshend ha detto: “Un gruppo rock è una pazzia. Conosci delle persone quando sei un ragazzino e, a differenza di ogni altro lavoro, ne resti avvinto per tutta la vita, chiunque essi siano o qualunque stupida cosa essi facciano”.
Se non avessimo suonato insieme, oggi noi della E Street Band probabilmente non ci conosceremmo affatto. Non saremmo qui in questa stanza tutti assieme. Ma l’abbiamo fatto: abbiamo suo- nato insieme. Tutte le sera, alle otto, entriamo in scena insieme e quello là, sul palco, amici miei, è il posto dove avvengono i mi- racoli… vecchi e nuovi miracoli. E le persone con le quali assisti a un miracolo non te le scordi più. La vita non riesce a separarti da loro. E nemmeno la morte può farlo. Sei fiero di far parte di gente che crea miracoli per te, come ha fatto Danny per me ogni sera.
Certo, siamo cresciuti e sappiamo che “è solo rock ‘n’ roll”. Ma in realtà non lo è. Dopo una vita intera passata a guardare un uomo che fa miracoli per te, sera dopo sera, capiamo che si tratta di amore.
Quindi, oggi, mentre fa la sua ennesima uscita misteriosa, diciamo addio a Danny, Dan “il Fantasma”. Padre, marito, mio fratello, mio amico, mio mistero, mia spina, mia rosa, mio tastierista, mio uomo dei miracoli e membro a vita della scuoti-pavimenti, cala-pantaloni, terremota-mondo, smuovi-piedi, spezza-cuori e… sì… sconfiggi-morte, leggendaria E Street Band!