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[ ELENCO ULTIMI COMMENTI RICEVUTI ]
martedì 22 novembre 2005 - ore 20:57
(categoria: " Vita Quotidiana ")
ho una punta di ghiaccio nellocchio che gela il sangue...
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sabato 19 novembre 2005 - ore 14:08
(categoria: " Vita Quotidiana ")
....far lamore con la guancia di una persona...
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mercoledì 16 novembre 2005 - ore 20:15
(categoria: " Vita Quotidiana ")
39 di febbre da due gg.....
ottimo direi!!!
...col cazzo visto che il capo mi costringe ad andare a lavorare lo stesso....
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PERMALINK
lunedì 14 novembre 2005 - ore 21:56
.................................................................
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Cos’è questo rumore d’onde
che si infrangono?
Cos’è questo cantare malinconico
dei gabbiani al crepuscolo?
Sono il disperato di sempre:
di nuovo non sento l’eco delle parole.
Che cos’era il silenzio?
Era una parola senz’anima?
O un prato dove i sogni erano muti?
Che cos’era il silenzio?
Era forse una ninfa del tempo?
O un universo di stelle affrante?
Come un dolce singulto, il
respiro sovente brilla di liacrime,
un silenzio di parole, di sguardi,
di sorrisi decapitati, di gesta,
indigesta al lor silenzio; di cuori,
di simulacri ed ombre, di carezze...
silenzio; il raccontare senza
parole, le delicate labbra
abbracciare calorasmente
il vuoto, gli occhi, le onde.
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PERMALINK
domenica 6 novembre 2005 - ore 14:13
buioooo
(categoria: " Vita Quotidiana ")
DI NOTTE, MENTRE DORMI, NON FARTI INGANNARE DAL SILENZIO.
NEL BUIO, DA QUALCHE PARTE, ANCHE SE TACE, CE QUALCOSA CHE SI STA MUOVENDO.
CHE TI BRACCA.
TI OSSERVA.
E ASPETTA IL MOMENTO BUONO. LATTIMO GIUSTO.
-Buonanotte, io vado a dormire!- esclamai, esausto.
-Buonanotte tesoro, tra poco arriverò anchio.-
-Ok, ciao mamma- salutai.
Feci la rampa di scale che congiungeva il salotto e il corridoio. Lo percorsi, aprii lultima porta a sinistra ed entrai. Guardai il letto vuoto di Ross, era uscito coi suoi amici. Io non potevo, ero ancora troppo piccolo.
Entrai quindi in camera mia. Feci tutto quello che ero solito fare prima di dormire e mi coricai. Osservai malinconico la foto di papà, partito due mesi prima per la Libia, impegnato in missioni umanitarie. Recitai la preghierina e spensi la luce della lampada sul comodino di fianco al mio letto. Solo da un paio di sere lo facevo, prima dormivo sempre con la luce accesa.
Mi rimboccai per bene le coperte, avevo solo il volto scoperto.
Chiusi gli occhi.
Dopo pochi minuti già dormivo.
ESCONO DI NOTTE, TRAMANO NEL BUIO.
NON HANNO ALCUNA PIETA.
LORO VOGLIONO SOLO LA TUA MORTE, PER CONTINUARE AD ESISTERE.
Un debole rumore mi svegliò di colpo, il cuore in gola. Lo sentivo battere velocemente.
Era lanta dellarmadio di fronte al letto. Era sbattuta.
Sgranai gli occhi, per cercare di vedere cosavesse provocato quel rumore, ma era troppo buio; distinguevo a malapena il profilo del mobile.
Deglutii. Uno strano ticchettio molto pacato si era diffuso nella camera.
"Devo accendere la luce" ma avevo paura a tirare il braccio fuori dalle coperte, mie uniche protettrici.
Nel frattempo il brusio persisteva e, anzi, pareva essersi fatto più forte, più vicino.
Con un movimento fulmineo premetti lindice della mano sinistra contro linterruttore della lampada, che illuminò di colpo la stanza.
Nulla. Non cera assolutamente nulla.
Guardai la sveglia, erano trascorsi appena dieci minuti da quando mi ero messo a letto.
E così appoggiai la testa sul cuscino e chiusi gli occhi. Passò appena qualche secondo e il ticchettio ricomparve. Più che un ticchettio ora sembrava una risata, una risatina malvagia e crudele, si prendeva gioco di me.
Un brivido mi percorse la schiena, mentre il cuore riprese a battere allimpazzata, lo sentivo rimbombare nel petto.
Schiacciai nuovamente linterruttore della lampada, ma con troppa forza: si accese per un istante, poi cadde, trascinando con sé il filo elettrico che andò a staccarsi dalla presa nel muro.
In quel flash di luce scorsi chiaramente muoversi qualcosa di nero, piccolo, forse anche peloso. Era di fianco al letto e mi stava fissando, con due minuscoli occhietti cattivi.
Il cuore mi stava per scoppiare nel petto, il terrore mi pervase, bloccando ogni mia capacità di ragionamento.
Volevo scendere giù e scappare, ma quella cosa era lì; mi avrebbe sicuramente preso prima che fossi riuscito ad accendere la luce del lampadario appeso al soffitto. Non ce lavrei mai potuta fare.
Scrutai il buio, ma era troppo nero. Non vidi nulla, si stava mimetizzando. Era nel suo ambiente.
Comandava lui.
La risatina ricominciò a farsi sentire. Qualcosa mi toccò il braccio che avevo fuori dalle coperte. Era caldo e leggero.
Emisi un rantolio soffocato, e ritrassi il braccio, gettandomi sotto le coperte.
Stavo tremando, il pigiama madido di sudore.
Mi sentii accarezzare le gambe da sopra le coperte.
Mi aveva trovato.
SE TI HANNO INDIVIDUATO NON PUOI PIU NASCONDERTI. NON SERVIREBBE A NULLA.
LUNICO SCOPO DELLA LORO ESISTENZA SAREBBE QUELLO DI CATTURARTI. TI CERCHEREBBERO OVUNQUE.
E UNA VOLTA PRESO, NON AVREBBERO DIFFICOLTA AD UCCIDERTI.
PERCIO SCAPPA, CORRI PIU IN FRETTA CHE PUOI VERSO LA LUCE.
SCAPPA.
La risatina divenne un soffio, alternato ad un gorgoglio; probabilmente mi stava annusando, per capire se ero una preda appetibile.
Faceva troppo caldo, non riuscivo a respirare. Dovevo uscire da lì sotto. Dovevo cercare di fuggire, ma avevo le gambe molli. E quella cosa era troppo vicina.
Senza pensarci, saltai giù dal letto, scaraventando il piumone sul pavimento. Iniziai a correre, attraversando la camera di Ross. Sbattei un piede contro uno spigolo della sua scrivania. Un dolore lancinante mi percorse la gamba. Zoppicando proseguii la mia fuga.
Sentivo il mostriciattolo dietro di me. Ora non era così silenzioso, sembrava quasi goffo, dai versi che stava emettendo.
Era sempre più vicino da me, sentivo quasi il suo alito caldo e acre sul mio collo.
In un attimo mi raggiunse, saltandomi in spalla. Urlai, cercando di staccarlo con le mani. Ma era molto forte, più forte di quanto mi aspettassi.
"Mamma, dove sei?"
Gridai ancora, per cercare di attirare la sua attenzione.
La porta di fronte a me si aprì rapidamente.
-Albert! Perchè stai urlando? Cosa fai nel corridoio?- gridò, spaventata.
Si abbassò su di me, abbracciandomi.
Cercai di calmarmi per riprendere fiato e raccontarle tutto.
Lessere era scomparso appena la mamma aveva aperto la porta, e un fascio di luce si era disegnato sul mio corpo.
-Cè un mostro nella mia stanza! E piccolo, vuole uccidermi!-
-Albert...-
-Ti giuro mamma! E la verità! Aiutami, ho paura!- ribadii.
-Albert...- disse spazientita -... hai dodici anni e credi ancora alla storia del babau?- mi sgridò.
-Ma è vero, vieni a vedere!- la esortai ansimando.
Ci alzammo da terra, forse lavevo convinta, e entrai nella mia stanza, al buio.
Una mano mi spinse con forza allinterno, facendomi ruzzolare di nuovo sul pavimento.
La porta della camera si chiuse con violenza, e tre giri di chiave mi imprigionarono nel regno della creatura.
-Mamma!!- gridai disperato. Battei i pugni sulluscio, ma era assolutamente immobile.
-Mamma!!-
-Mi dispiace Albert...-
La ascoltai con le lacrime agli occhi.
-... ma la cosa ha molta fame. Non vorrai mica che mangi la tua dolce mammina?-
"Cosa sta dicendo?..." pensai incredulo.
-Devi sacrificarti tesoro.-
-Nooo!!- mi catapultai contro la porta prendendola a spallate, ma pareva dacciao.
-E tutto inutile,è finita. Cioè.. .per te è finita. Io continuerò a vivere.- sussurrò.
-Mamma!! Nooo!- gridai, mentre sentivo la cosa avvinghiarsi a una gamba.
-E stato un piacere averti partorito.
Lessere entrò nella mia carne, molto lentamente.
-Davvero un piacere.-
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lunedì 31 ottobre 2005 - ore 18:53
(categoria: " Vita Quotidiana ")
solo ad halloween poteva morire Morte!!
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giovedì 27 ottobre 2005 - ore 21:07
......
(categoria: " Vita Quotidiana ")
La gente in unesposizione,
Tutti allineati in una fila.
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mercoledì 26 ottobre 2005 - ore 20:47
vorrei mettermi sotto spirito!
(categoria: " Vita Quotidiana ")
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mercoledì 26 ottobre 2005 - ore 10:32
grande sepolcro
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Amavo sedermi a gambe incrociate di fronte a barattoli di vetro, allinterno cerano piccoli animali che si dimenavano, arrancavano, e arrivavano ansimanti al traguardo della morte. Quello, era il mio passatempo preferito da ragazzino, aveva la precedenza su videogame, fumetti porno, e masturbazioni varie.
Avevo appena undici anni, gravi problemi di inserimento e un stramaledetta attitudine a inserire chiunque in qualsiasi cosa.
Questa tendenza alla costipazione altrui, mi segue anche adesso che sono un membro adulto della società civile. Per quanto mi sia sforzato di reprimerla, è lunica cosa che non riesco a tenere dentro.
Ed ecco che mi ritrovo da solo la sera, davanti alla tv. Al posto dei popcorn, appoggiato al pube tengo un barattolo, dentro qualche creatura che sta morendo asfissiata e mi tiene tanta compagnia, con il suo inutile dimenarsi, con il suo convulso ticchettio prodotto dalle ali che sbattono contro vetro. Poi quando se ne va, percepisco come un flebile suono, sembra un saluto daddio. Il sabato sera è trasgressivo. Mi vedo un porno. Metto in un sacchetto di naylon alluccello, do un giro di nastro adesivo. Ci chiudo anche uno sciame di mosche, una farfalla, oppure una libellula quando mi sento struggente e sentimentale. Con le lucciole faccio spettacoli pirotecnici, spengo la luce mi godo questa fantasmagoria del cazzo. Raggiungo vette di piacere ancora inesplorate dallumanità. Sera dopo sera, barattolo dopo barattolo, sacchetto dopo sacchetto. Va avanti così.
Cè un programma in tv che mi piace. Lo chiamano Reality. Un gruppo di persone dentro una casa. Milioni di persone fuori che si fanno gli affari loro. Lidea mi pare geniale ma incompleta. Decido di perfezionarla. Decido di fare per conto mio un Reality che è come finire vivi in una tomba. Lo chiamo Il Grande Sepolcro.
Per la scelta partecipanti punto sul target dei Giovani. Delle belle facce Giovani, sorridenti. Giovani di bella presenza, dinamici, eccentrici, trendy: la bella gente insomma.
Prendo un camper in prestito senza chiederne il permesso. Lo parcheggio nelle vicinanze dei soliti ritrovi per Giovani: discoteche, pub, giardinetti. Appiccico ai lati del camper delle grosse etichette con il nome di qualche fantomatico programma televisivo. Lo attrezzo con una telecamera e faccio finta di riprendere le loro interviste. Dico che stanno partecipando alla selezione per un nuovo Reality. Quando trovo le persone giuste, chiudo baracca e burattini e filo via.
Le selezioni durano circa un paio di giorni. Entrano nel Grande Sepolcro:
Boris, ventitré anni. Boris fa lanimatore turistico. Boris frequenta tutti locali di tendenza. Capisco subito di che tipo. Boris è Gay. In ogni Reality ce nè almeno uno. Quindi il caro Boris ci finisce a pieno titolo.
Sarah. Ventottenne dalle chiappe sode come la Nike di Samotracia. Scolpite a colpi di cazzo e fitness che insegna in una palestra. La sera quando non si fa pigiare dal suo ragazzo, studia per prendere il diploma di ragioneria. Adoro le ragazze che si fanno il culo.
Vittorio ha trentanni. Faccia da babbeo, inutile e apatico. Un vero mollusco seccato al sole.
Hita, mulatta, bellissima, esotica. Deambulazione cadenzata e sensuale come un bradipo in hotpants. Una ragazzina di appena trentotto anni. E un angelo planato da Bogotà perché rimasto senza carburante. Ama ballare, la dieta macrobiotica, montare a cavallo di bipedi e quadrupedi. E disposta a fare qualsiasi cosa pur di entrare in televisione. Lo dice chiaramente. Me lo vuole prendere in bocca solo perché la riprendo con la telecamera. Io le dico che fa già parte del cast. Esagero, le dico che vincerà.
La selezione di Magda e Tommaso fa eccezione a quella di tutti gli altri. Mi ero fermato ad una piazzola di sosta per pisciare, quando vedo unautomobile ferma, i vetri appannati, con ombre cinesi allinterno, quando i fanali delle macchine che vengono in senso opposto e la illuminano. Dopo essermi scrollato, mi avvicino, apro lo sportello. Nellabitacolo faccio conoscenza con Magda e Tommaso che giocano a scopa, Magda ha in mano la carta vincente, e Tommaso ne è felice. Temono che io sia un poliziotto. "No tranquilli," dico "non voglio farvi un verbale per atti osceni in luogo pubblico, anche se sinceramente lo meritate. Sto solo facendo delle selezioni per un nuovo Reality. Vi piacciono i Reality?" Mi confermano di sì con un cenno della testa, gli occhi corrono dalla fiocina che per puro caso mi ritrovo in mano, alla patta dei miei pantaloni rimasta aperta.
Il Grande Sepolcro è lo scantinato di casa mia. Un club per muffe del pleistocene, topi tanto lunghi che potrebbero avere anche otto zampe, scarafaggi così grossi da sembrare delle cabriolet. Ho passato un giorno intero a svuotarlo dalle migliaia di barattoli e contenitori vari. Quindici metri quadrati di vuoto squallore. Ci piazzo dentro quattro telecamere a circuito chiuso, un megafono, quattro microfoni, due fari da contraerea, che sparano dallalto un fascio di fotoni da terzo grado cosmico e non lasciano scampo alla retina. Tutto è collegato alla sala regia allestita nel soggiorno. Depongo i partecipanti al gioco delicatamente come se fossero paste sfoglie sulla superficie di terra battuta. Sono tutti sotto leffetto di Tavor. Un doveroso minuto di raccoglimento sulle tombe dei miei genitori e del mio fratellino sepolti sotto i miei piedi, poi di nuovo al lavoro. Chiudo le prese daria. Tappo tutti i buchi. Smonto la scala. Muro lentrata.
Giorno I
Il primo a svegliarsi è Vittorio. Ha perso completamente la bussola. Non ha più coscienza di sè. Dopo di lui esce dal dolce sonno Sarah, sbatte le palpebre, i suoi delicati occhi grigi sono investiti da uno sciame fotonico, si porta la mani al viso. Poi si resuscitano tutti gli altri come un equipaggio in un volo interstellare, deboli, disorientati e storditi, eccetto Magda che rimane in ibernazione, forse le ho dato una dose troppo potente di sonnifero. Tommaso è su Magda, la scuote, la strapazza, la schiaffeggia, lo fermano, se non lha ammazzata loverdose di Tavor ci pensa lui a farlo. Mi sembra di capire che non respiri più. Tommaso è sconvolto. Tutti sono sconvolti, ma Tommaso lo è di più. Io sono incazzato. Quella troia da morta mi rimescolerebbe tutti gli equilibri del gioco.
Dopo qualche ora tiro un sospiro di sollievo. Magda sembra si stia riprendendo, è tra le braccia di Tommaso che laccarezza come una bambola di pezza. Magda sembra proprio a pezzi. Non riesce a stare in piedi come se le avessero disossato gli arti inferiori.
Vittorio fa avanti e dietro, destra e sinistra, contando la distanza tra una parete e laltra, ma si dimentica ogni volta le misure e ricomincia, è un geometra impazzito. Hita piange, Boris strilla.
Giorno II
I morsi della fame e della sete sono insopportabili. Io ho fatto colazione solo due ore fa e già sento le pareti dello stomaco appiccicate, come se avessi qualcuno che mi aspira dal buco del culo. Sono due giorni che non mangiano né bevono lì sotto. Sullo schermo del mio monitor trasmettono un documentario di una muta di lupi che gira rasente le pareti dello scantinato. Nonostante avessi sigillato ogni più piccolo buco, chissà come un topolino smarrito ha alle calcagna sei giganti con pessime intenzioni. Boris nella foga lo calpesta. Quando alza il piede il topo è diventato un chewingum al ragù. Cè chi spinge Boris con una tale forza da proiettarlo contro la parete come se fosse fatto di polistirolo. Cè chi si avventa sul pasto sugoso. Cè chi lecca i piedi a Boris svenuto, con il sangue che gli esce dalla testa. Infine, non faccio nomi, cè perfino chi lecca il sangue dalla testa Boris.
Giorno III
Sono un vero maleducato, non mi sono ancora presentato.
"Benvenuti nel grande sepolcro!" Annuncio.
La mia voce esplode metallica, deve rimbombare in quello spazio angusto come un rutto del dio tonante in una lattina di coca. Boris porta le mani alle orecchie, il frastuono è devastante.
Mi metto a ridere. Vittorio farfuglia qualcosa. Hita parla in spagnolo e capisco solo: "H...d..puta" Il mio spagnolo è arrugginito, ma la parola puta la conosco bene. Devo aver regolato male microfoni e megafono, cè uneco infernale lì dentro. Un rimbalzare di decibel stonati, un effetto Larseen di un millepiedi unghiato e incapace, che fa free climbing su una parete di lavagna.
"Per favore parliamo uno per volta. Hita, chi è che ti ha sputato?"
Mi chiedono chi sono io, mi chiedono dove si trovano, mi chiedono che fine faranno. I soliti interrogativi che si rivolgono a Dio. Io faccio come lui: non do nessuna risposta.
Giorno IV
Il ritmo si sta afflosciando un po. Sarà che lossigeno comincia a scarseggiare. Butto là uno spunto di discussione politica:
"Che ne pensate dellavanzata della sinistra europea che strumenti dovrebbe usare il centrodestra per riprendere terreno nelle coscienze politiche dei cittadini che tipo di impostazione politica avete vi piacciono i cannelloni ai funghi porcini e il manzo alla Bourguignon con contorno di patate novelle?" Non mi risponde nessuno. Cè una rissa, le donne intervengono. Sono tritolo gettato sul barbeque di una tranquilla cenetta in famiglia.
Vittorio rimane steso sul pavimento. Occhio sinistro aperto, occhio destro semichiuso, gamba sinistra verso est, gamba destra a sud ovest. In questo Reality le eliminazioni sono totali e spontanee. Vittorio è il primo ad essere eliminato. E rimasto nella stessa posizione per ore, vegliato dai suoi compagni, insidiati da cupe visioni di roastbeef, di bistecche allosso. Nel silenzio, lo schioccare di lingue che deglutiscono eccessi di salivazione.
Del caro Vittorio ci rimangono solo dei pantaloni sbrindellati. Boris cerca di mangiarsi il cesto di capelli, ma sono troppo lunghi e stopposi e rimane strozzato. Non fa nemmeno in tempo a morire che già gli assaggiano i teneri polpacci.
Giorno V
Laria è talmente rarefatta e viziata.
Nessuno a pensato a risparmiare fiato, solo a mangiarsi e mangiarsi e ancora mangiarsi.
Frank e Sarah parlano debolmente, si baciano, quando si staccano hanno le bocche insanguinate, si sono strappati le lingue a vicenda, si lasciano trascinare dalla corrente dello Stige, in effluvi rossi e caldi. Sarah striscia verso quei bocconcini, comincia a bere sangue dalle loro bocche, cerca di sniffare qualche molecola daria depositata nei loro apparati respiratori, inutile, muore anche lei. Non posso fare a meno di notare il suo bel culo che ha un fremito convulso, sembra che la morte abbia approfittato per darle un ultimo colpetto. Rimane solo Hita, in finale.
Hita allarga le gambe, indica qualcosa lì in mezzo, dice che mi amerà per sempre se la libero. Lidea di poter essere amati da Hita finché morte non la separi, mi fa sentire eccitato e tenero, mi sento un ragazzino al primo bacio con la compagna di classe, ho le coliche intestinali, i testicoli mi si arricciano come capelli bruciati.
Scendo al piano terra, sfondo lentrata dello scantinato a colpi di piccone, quando cade il muro minveste un pesante ghibli doltretomba, calo una scala, corro da Hita trafelato, il cuore mi sfonda la cassa toracica, vorrebbe raggiungerla prima di me, arriviamo insieme. Hita è rimasta appoggiata con la schiena alla parete, i capelli neri e scomposti rigano la fronte come colate dinchiostro, il volto girato verso lentrata, il mento reclinato sulla spalla sinistra. Deve aver sentito il rumore delle picconate, deve aver pregustato la tenerezza di tutto il nostro amore ancora nel nascere. La mano destra la tiene piegata, stanca, ad angolo retto, il dito indice punta ancora la terra promessa fra le sue gambe. Dalle labbra screpolate e semichiuse precipitano delle parole, un flebile suono, sembra un saluto di addio.
Non cè un reality più reality del Grande Sepolcro. Esattamente come la vita. Ci ammazziamo luno con laltro. Nessuno vince, tutti muoiono, nellattesa che qualcuno lassù ci liberi dalla trappola in cui ci hanno risvegliato. Ma il passare del tempo ci convince che lassù godono solo a vederci crepare. Lunico sollievo da questo incubo è lamore, ma quando lo chiamiamo a noi, il tempo ormai è scaduto.
Le selezioni per la seconda dizione sono già cominciate.
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domenica 23 ottobre 2005 - ore 22:30
terminal shock
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Al Chamisky aveva quarantaquattro anni, sua moglie Claire era di un quarto di secolo più vecchia di lui. Si erano sposati diciotto anni prima. Erano senza figli, senza amore. Avevano in comune solo un matrimonio, un mutuo trentennale, e una tonnellata di disprezzo. Il carattere di Claire era peggiorato con il tempo. Prima così gioviale e dallo spirito leggero, era diventata acida, come se, a scorrere nelle vene ci fosse stato latte irrancidito al posto del sangue. Per una qualche forma degenerativa dellamore, il loro rapporto si era tramutato in una grottesca simbiosi, una specie di lichene tra alga e fungo, o quello ancora più depravato tra la merda e il merdaiolo: erano perversamente marito e moglie. Al non riusciva a lasciarla, proprio non aveva la forza per farlo. Non si ricordava nemmeno da quanto tempo loro due non scopavano più: sicuramente da un migliaio di capelli fa. Le era sembrata così religiosamente tenera, simmetricamente minuta, e dagli occhi pericolosi, sottili e incendiari come bocche di fuoco di due calibro 22, pronti a trapassarti il cuore, eppure...
Forse la colpa di quel suo grosso errore doveva darla alla miopia, o alla fumosa penombra di quel cinema dessai, dove si erano incontrati anni prima, che puzzava terribilmente di piedi e di popcorn lasciati a marinare dentro preservativi usati. Al in quel cinema ci lavorava la sera, faceva la maschera, e Claire in quel cinema quella sera ci guardava un film coreano, un remake di Chunhyang jon dei fratelli Yi. Nella sala cèrano solo due spettatori, lei e un vecchio balordo, che due file dietro la puntava come se la donna avesse avuto un venefico ragno arrampicato sul collo e lui stesse per piombarle addosso a salvarle la vita, ma da come si dava da fare con una mano, sembrava che una forza misteriosa nei pantaloni glielo impedisse. Claire era troppo presa dagli interessantissimi dialoghi sottotitolati tra Chun-Li e la striminzita Yao Po, per accorgersi di quello che le capitava intorno: si era tolta le scarpe da tennis e aveva i piedi nudi in bella mostra sullo schienale della poltroncina di fronte. Al le si era avvicinato richiamandola alle regole basilari della buona educazione, ma più che altro si sentiva in dovere di non lasciarla in balia di Mr. Aracnosega. Da quel momento le loro vite non sarebbero più state le stesse.
Durante la giornata Al pensava spesso a quali strade diverse la sua vita avrebbe potuto prendere se non avesse incontrato Claire. In quei momenti di piena consapevolezza del forse, aveva delle apparizioni come un SantAntonio sbronzo di misticismo post-nucleare. Nelle sue visioni non cera più nessuna traccia delle grosse natiche cellulitiche di quella stronza di Claire, il cinema non esisteva più, neppure la Corea esisteva più, a Hollywood tutti i soldi destinati al cinema erano stati convertiti nel nucleare, le uniche maschere che si vedevano in giro erano le maschere N.B.C.
Ma poi un dannato mostro sbucato dal suo subconscio, lo afferrava e lo ficcava come il genio della lampada al contrario, dentro una bottiglia da mezzo litro di niente, che aveva per etichetta "Al Chamisky - Da servirsi freddo o da non servirsene affatto".
Ma Al una notte riuscì a stapparsi, e brindò alla sua libertà.
Claire dormiva, voltata su un fianco verso di lui. Respirava rumorosamente, sembrava un cane usato in un esperimento da laboratorio per sapere come va a finire un polmone dopo due milioni di sigarette fumate. Al allungò la mano sinistra e aprì il cassetto del comò. Prese un tagliacarte a forma di spada - un souvenir del loro romantico viaggio di nozze a Toledo - lo sfoderò con epica drammaticità, ammirandone la lama brunita e i ghirigori moreschi. Affondò un colpo secco nel ventre molle di Claire. Lei fremette come unanguilla carezzata da dodicimila volts.
Si svegliò più stupita che spaventata. Più esterrefatta che dolorante. Ma quando guardò verso la propria pancia, realizzò tutto il terrore che le veniva fuori e non lo poteva più ricacciare dentro, perché spruzzava in ogni dove. Le sue unghie laccate di sangue, raschiavano risentite il dorso della mano di Al, che le spingeva tutta Toledo fino in fondo, fino a frantumare qualcosa di duro, fino a volerla passare dalla parte opposta e poi tornare indietro, e ricominciare avvitando il pugno, ancora e ancora. Claire affrontò quindici secondi di dolore impetuoso recitando vocalizzi infernali, poi morì, perdendo un lento respiro come se si fosse sgonfiata. Al rimase a fissarla per un tempo indefinito. Era così placida e muta. Questo lo sconvolse più dellomicidio in sé, chissà perché era convinto che i morti ammazzati non avrebbero mai smesso di gridare. Sul viso di Claire, la morte iniziava già a tratteggiare i lividi cieli e le grigie distese dei perduti paesaggi della decomposizione.
Al indossò il cappotto. Trascinò per i piedi Claire, rotolando il cadavere nel tappeto di pelle di pecora del Kazakistan, che stava tra il letto e larmadio. Fuori nel cortile la macchina aveva un portabagagli bello spazioso. Al girò le chiavi nel cruscotto. La macchina lo accompagnò per le strade desolanti, senza meta e senza tempo. Sfrecciando sotto semafori che pulsavano stanchi dei bagliori arancione. Attraversando quartieri che non lo riconoscevano più o facevano finta di niente. Il volante reggeva la sua mano, al dito medio la fede doro, loro era opaco, la fede avrebbe dovuto tenerla allanulare ma era troppo grande. Una volta gli si sfilò mentre sondava le Cavità uterine di Claire: dovettero ricoverarla durgenza, fu linizio della fine quello.
"C...Claire!"
Quel nome pronunciato balbettando, lo scosse come un vento freddo e gli condensò nella mente un vago pensiero.
Dovera Claire? Era con lui. Era sempre stata con lui, Claire.
Al si ricordò di un luogo, dove loro non erano più stati da molto tempo. Verso le colline, dove si appartavano per fare lamore quando erano fidanzati. Al percorse alcuni chilometri, salì per una stradina tutta pietre e tornanti, arrivò a uno spiazzo, spense i fanali e scese dalla macchina.
Da quellaltezza il panorama era struggente, soprattutto dopo il tramonto; quel luogo gli sussurrava un silenzio armonioso e naturale, svelandogli che in realtà non cera mai stato nessun suono nel mondo. Le luci della città brillavano come fitti e regolari fili di ragnatela, per disperdersi in gocce luminose, laddove finiva la periferia e si curvavano cupe le gobbe delle colline. Sopra la testa, la macchia siderale, profonda come un oceano nero, che a guardarla, faceva venire le vertigini. Ma, quando laria non era troppo umida, lo sguardo si perdeva tra le vorticose spruzzate della via lattea, le sue esplosioni di fuochi dartificio congelati nelle tenebre, e tu sembravi così tremendamente inutile e finito, da volerti aggrappare alla vile terra pur di non essere risucchiato in quellabisso senza pietà.
Era quasi lalba. In basso, alla sinistra di Al, Venere ammiccava timida ed eterna, e la foschia le si strusciava davanti, vestendola di filamenti dopale. Era lunica luce alla quale era sicuro di poter dare un nome, perché la donna che giaceva sventrata nella sua macchina, molti anni prima gli aveva dato una piccola ma preziosa lezione di astronomia.
"Si chiama Venere come la dea dellamore," disse Claire indicando un puntino luminoso alla sua sinistra. "In basso, inginocchiata sotto la cintura di Orione, la vedi?" Poi si voltò verso Al, aveva ancora impresso negli occhi quel luccichio, e proseguì: "Le stelle le distingui dai pianeti perché soltanto loro brillano di luce propria."
"Ma allora i tuoi occhi sono stelle." Rispose Al.
"Perché?"
"Perché brillano, bimba."
Si baciarono. Forse nello stesso punto in cui si trovava adesso Al. Quei fotogrammi colati dal passato, gli provocarono un brivido al miocardio, poi i ricordi uscirono a fiotti, e riaffiorò anche quello che era avvenuto dopo quel lungo e vibrante concerto di lingue: ora il miocardio se lo sentiva che collassava più in basso. Tornò alla macchina, trascinò fuori la moglie dal portabagagli, la distese sul sedile posteriore e aprì il tappeto di pecora tutto impiastricciato di emoglobina che la confezionava come una crisalide pelosa.
Supina e inerme stava Claire, con la bocca deliziosamente socchiusa e contratta. Gli occhi sbarrati di stupore infantile, che non brillavano più, e mancavano di profondità perché la morte le aveva annegato lanima. Il tagliacarte ancora piantato sopra lombelico, una cruenta e lacerante erezione di metallo. Al lo sfilò, le sollevò la camicia da notte color miele, si tirò fuori luccello e lo precipitò nella ferita fiorita di sangue bruno. La pelle di Claire era velluto ghiacciato, ma dentro, il corpo era tiepido e melmoso. Al era sicuro di non aver mai goduto così tanto in quel sacrario di carne, anche se oramai aveva acceso candele votive in tutti i suoi tabernacoli del piacere, ma decisamente quel taglio era la parte migliore.
Ma Al non era certo sul dove il suo cazzo stava impetrando la sublime deità dellorgasmo. Gli balenò alla mente la stramba idea che, se avesse attraversato lo stomaco e fosse entrato a contatto con i succhi gastrici, si sarebbe ritrovato in una situazione a dir poco difficile. Lo tirò fuori. No, era ancora tutto intero, si rimise al lavoro.
Cominciò a provare una punta di rimorso per averla ammazzata: "Avrei dovuto ferirla e basta, magari un taglietto qui e uno lì," pensò "sono troppo impulsivo, me lo diceva sempre la mia Claire."
Ad Al sfuggì una lacrima diridio, che piovve sulla guancia color neve azzurro di lei, scorrendo rapida fino a scomparire tra le labbra velate di grigio. Al di riflesso percepì un sapore salato. Sentiva che il cuore si stava sciogliendo, liquido ed eruttivo risaliva luretra. Lamore si stava risvegliando, esplosivo.
"Levami subito il cazzo dallombelico o giuro su dio che ti denuncio, lurido maiale." gridò Claire saltando giù dal letto come se avessero appiccato un incendio al materasso "A chi pensavi, eh? A quelle troie che vedi su internet? Pensavi di fartene una?"
"Claire no... no. Stavo sognando te. A noi due che facevamo lamore su quella collina dove andavamo da fid.."
"Quale collina, scemo!" rispose lei, ma da un impercettibile guizzo di sopracciglia sfuggì: "Su quella collina ci abbiamo fatto le più belle sgroppate della nostra vita, avevo la cosina viscida come la barba di una medusa." ma subito Claire la ricacciò dentro per paura che il marito ne traesse una qualche soddisfazione.
"Non ti ricordi che panorama si vedeva lassù? Le stelle e Ven..."
"Mi hai sporcato la camicia da notte, brutto schifoso, ora devo andare in bagno a lavarmi. Vaffanculo." Claire scese dal letto, trattenendo con due dita un lembo della camicia da notte chiazzato di macchie color sborra su miele.
Al si lasciò morire nellincavo del cuscino. Era ancora su quella collina, ancora ad annusare laroma di quella pace perfetta, di quellaria tiepida dove fluttuava una dolce brezza. Poi un crepitìo arrivò dal basso, viaggiando sulle ali di un mostro orribile, che lo agguantò, cercando di trascinarlo via con sè, per rinnovare il suo inferno oligominerale. Ma Al riuscì a divincolarsi, a trovare scampo dalla sua stretta fatale. Da quel muso enorme inclinato verso lui, usciva un minaccioso e monotono ronzio con la stessa frequenza della voce stridula di Claire. Al non riusciva a distinguere le parole tanto il rumore era insopportabile e morboso, sembrava un mantra recitato da un demente. Poi, un grido infranto da un frastuono terribile, uno schizzo pesante lo colpì in viso, come se lanimale gli avesse cagato addosso tutto il suo odio letale.
Al aprì gli occhi, accanto a lui, Claire: le mancava tutta la parte sinistra della testa, era sparsa qua e là. Un po ce laveva lui sulla faccia, un po era appiccicata alla parete e stava scivolando lentamente sulla superficie liscia dello specchio, lasciando una scia decorativa come la bava di una lumaca dai minuti contati. E pensare che di fronte a quello specchio lei ci passava ore a rifarsi il contorno labbra: Claire odiava le lumache.
Al guardò fuori della finestra. Quella puttana di Venere era ancora lì, lo inchiodò senza scampo con il suo occhio fisso e nudo. Al teneva ancora stretta in pugno la pistola calibro 22, un regalo per il loro diciottesimo anniversario di matrimonio. Si ficcò la canna ancora fumante in bocca, un gusto denso e ferroso fu la sua ultima sensazione.
"Questo fumo è una merda." Pensò, prima di piombare a precipizio nellincoscienza.
Era il 22 agosto. Voyager 1 aveva appena scavalcato il Terminal Shock, salutava Plutone e viaggiava senza biglietto verso linfinito.
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