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domenica 23 ottobre 2005 - ore 22:26


shina-------x i piu malati
(categoria: " Vita Quotidiana ")


I morsi della padrona sono inconfondibili.
Lasciano segni bluastri nelle vicinanze delle vene.

Sono seduta qua. Sulle ginocchia. Ho i seni di fuori.
Sul petto lunghe striate rosse. Dovute alla frusta.
Stavo col capo riverso mentre ricevevo sottili strisce di cuoio a solcare la bianca pelle.



Un collare. In onore di O. Largo. Di gomma nera.
Un piercing circolare di metallo al suo centro.



Caschetto di capelli corvino a coprire gli spasmi del mio volto.
A nascondere il lago dei miei profondi occhi neri.



Vicino ad un palo. Dall’altro lato Lei.
La mia dolce Signora. Il mio amaro incubo.



Mi sono prostrata. Tutto in un religioso silenzio.
Non le vedevo il viso.
Maschera di latex a coprirlo. Un lungo abito a riprodurre le sue forme.
Io.
Io.
A guardarla.
Ad osservarla.



Ho proiettato la lingua di fuori. Ho toccato il freddo acciaio del palo.
Ho simulato un sentimentale bacio.



Si è seduta. Io ai suoi piedi.
Li ho leccati. Ho assaporato ogni minima parte della sua carne.
Poi l’ho rifatto. Ancora. Di nuovo ancora.



Tutto in un religioso silenzio.



... fino al calcio.
Ammutolita mi sono accovacciata. Sotto di lei.
Una delle mia mani faceva da portacenere.



L’amabile Signora fumava sigarette lunghe e bianche scrollando la cenere sul mio palmo.



Io la guardavo.



Insistentemente.
Ringraziando di quel piccolo gesto.



Poi l’ha spenta.
Sfrigolio. Pelle che tornava ad essere viva. A sentirsi viva.



Mi ha fatto un cenno. Solo uno. Uno soltanto.
Mi sono sdraiata a pancia in giù.
Ha preso il ferro messo a scaldare ed ora bollente.
La lastra di acciaio mi ha penetrata.
La lastra d’acciaio mi ha violentata.



Nero.
Perdita dei sensi.



Sasha si era messa a giocare con il mio fremente corpo.
Mi ero ripresa con lei sopra. Tremando.
Sottili aghi sulla fronte.
Cadeva fluido della vita nei miei occhi.
Costretta a serrare le palpebre.



"Sei una dea". L’ho sentita affermare.



Altri aghi a perforarmi i capezzoli.
Ha preso del nastro isolante nero e ha disegnato lunghi lacci intorno ai polsi ed alle mie caviglie.



La Padrona lucidandosi gli stivali prima di infilarseli ci lasciava fare.



Tutto in un religioso silenzio.



Ha preso i guinzagli. Ci ha separate con uno strattone. Tirando.
Poi ha unito nuovamente i due collari. Ci ha riavvicinate.
Abbiamo passato le dita sulle sue gambe, godendo di quel gesto.
Una di fronte all’altra, così, ci siamo leccate le ferite baciandoci.
Saliva a colare sul collo.



La padrona ora ci ha fatto distendere.
Il mio corpo nudo steso accanto a quello di Sasha.
Prende la mia testa.
Tira i capelli con forza.
Collo reclinato.
Mordo il labbro inferiore fino a farlo sanguinare.
Fino a farlo sanguinare.



Sasha si alza. Si mette sopra di me.
Gambe divaricate.
Orina.
Sul mio viso.
Nella mia bocca.
Poi si inchina, si piega in avanti. Si sistema a quattro zampe.
I suoi occhi cercano disperatamente i miei.
So cosa vuole.
Ma la padrona mi fa cenno di aspettare.
Non ora.
Non è ancora il momento di saziarla.
Sasha deve morire dalla voglia.
Sasha deve morire dal desiderio.
Sasha deve morire e basta.
Deve morire e basta.
Morire e basta.
Basta.
Ripeto basta.



Vedo la mia signora sollevare una gamba fasciata di nero e posare con la forza del suo corpo il tacco a spillo sulla sua schiena.
Gemiti.
Dolore e piacere a mischiarsi diventando sovrani.
Invidiosa di tanta attenzione mi prostro a lei.
Inutilmente.
Il tacco si insinua nella carne.
Vedo affiorare rosso.
La schiena di Sasha a piegarsi.
Si incurva.
Mi avvicino.
Sospiro.
Mugolio di frasi senza troppo senso.
Godo.



"Padrona..."
Si volta. Mi guarda.
I suoi occhi freddi. Di ghiaccio.
Faccio per allungarmi a toccarla.
Sento un rumore. Forte.
Sasha stremata a terra.
La padrona ha uno scatto.
Per la prima volta vedo nei suoi occhi un bagliore.
Un interrogativo.
Guardandola mi sento ancora più eccitata.
Allargo le cosce.
Bagnata. Vogliosa.
Giro la testa per seguire il suo sguardo.
Vedo il volto di un ragazzo alla finestra.
Vedo un movimento strano.
Non capisco.
Flash nella testa.
Così immobile. Completamente aperta.
In attesa.
Mi sento raggelare.



Vetri a terra.
Rumori ed isteriche grida.
Resto stupita. Occhi sbarrati. Attonita.
Uno mi viene davanti.
Mi dice che sono troia sferrandomi una manata.
"Lurida puttana cristiana".
Lo sento dire con rabbia.
Sono atea. Penso.



Vedo la padrona in un angolo della stanza.
Sasha è sempre a terra.
Ci sono altri dentro.
Dentro ci sono altri.



Mi allarga le gambe.
Si struscia su di me. Lo sento duro.
Non so cosa stia accadendo.
Sembra una lama. E’ un attimo. Subito dopo non c’è.



Strillare. Sento strillare. Voci di donne.
Non vedo.
Non vedo. Più.
Nero.
Ho lui davanti. Solo lui.



Si avvicina un altro ragazzo.
Gli porge una ciotola.
Lo vedo immergere le dita. Le tira fuori rosse. Impregnate di rosso. Disegna sulla mia pelle.



Sempre più bagnata tra le cosce.



Pentagoni a cinque stelle.
666.
666.
Pentagoni a cinque stelle ornano i miei capezzoli.
666.



"Tienila più aperta" sussurra eccitato l’amico. Ha degli occhi da folle.
Lo squadro con incertezza.
Mi infila due dita dentro. Mi fa male. A fondo.
Mormora insulti.



L’amico inveisce contro il mio pube rasato.



Muove veloce le dita. Mi morde il collo.
Spasmi di terrore. Sento colare tra le cosce.
Mi scuoto con violenza.
"Fottimi" gli dico. Non mi ascolta.
"Fottimi!!"...



Si guardano.



Ho un annebbiamento.
Mi sento piena.
Sono appagata.



Sbreghi sull’addome.
Ho sbreghi sull’addome.
Carne lacerata.
Il sangue mi manda in fusione la vista.



Tocco i tagli. Profondi.
Succhio le dita sporche.
Faccio per sporgermi verso il tipo che mi sta davanti.
Lo voglio dentro.
Ora. Subito.
Tutto.



Avvinghio le cosce intorno alla sua vita.
Le unghie sulla schiena.
Strappo la pelle. Con forza.
Conficcate a fondo nella carne.
Voglio che si ricordi.
Allucinato.
Voglio che mi possieda.
Che mi punisca.
Che si incazzi perché ho espresso desideri invece di prostrarmi.
Esemplare slave.
“Puttana mi fai male!”
“Ripetilo” lo apostrofo, sperando in un qualche schiaffo.
Allucinato.
Alienato.
Vorrei averne dentro anche un altro.
Ormai siamo solo noi.
L’amico non si decide a prendermi da dietro.
Voglio essere sottomessa.
“Coglione” penso.
Sento una fitta. Dovuta ai tagli.
Li guardo bene.
Vengo. Orgasmo.



Distrutta mi acquieto.



Sento la presa.
Sento la morsa alla gola.
Ora che ho calmato l’istinto. Apro gli occhi di scatto.
Così.
Sbarrati.
Lo vedo fissarmi. Ha quel ghigno.
Inizio a tossire.
Confusione.
Labirinto che disperde i miei pensieri.
Sensazioni a svanire.
Preda dei sensi.
Corpo disteso a cercare un ultimo alito di piacere.
Lo vorrei mio.
Ora. Ancora una volta.
Spasimi.
Immagini offuscate.
Voglia.
Rabbia.
Impotenza ad esplodere con prepotenza.
Cerco di urlare.
Ficco un’unghia nella mia pelle.
Non emetto suono.
Nessun fottuto suono.
Nessuno.
Solo il silenzio.



Il silenzio.
Totale.
Regna sovrano. Adesso.
Pace.
Non sento grida laceranti. Non sento sospiri.
Alcuna sensazione.
Io distesa.
Sfondo omogeneo di nero. Tenebre ad accogliermi.
Le gambe rilassate ad attendere.
Il silenzio.
Re della mia anima.
Maestà del mio corpo.
Il silenzio.
Sono tornata regina.
Ora cammino nuda sull’asfalto.
Non c’è più nessuno.
Solo dolore ad incoronare il mio capo.

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giovedì 20 ottobre 2005 - ore 20:44


rituale di passaggio
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Mio Signore, è stata struggente l’attesa di veder riempirsi le cinque coppe sotto i cadaveri dei cani appesi sgocciolanti. Si scatena il fremito delle mie Sorelle nell’assaporare il gusto ferroso del fluido e nel passarcelo di bocca in bocca... sentire l’eccitazione che cresce tra le nostre gambe e aspettare smaniose che Tu arrivi a soddisfarci, una dopo l’altra, instancabile.
E’ ormai l’alba del terzo anno: si conclude il mio ciclo di iniziazione, sta per compiersi il rituale di passaggio. Tra poco mi nutrirò del sangue e delle tenere carni del bambino che tu hai insediato nel mio ventre... sangue del nostro sangue... tra poco sarò consacrata a Te per sempre, mio Signore!
Mi preparo al rituale: ho masticato la mirra; le Sorelle hanno inciso per tredici volte sul mio corpo il simbolo, invocando il tuo nome in grida folli; mi hanno penetrata con il corno bianco e poi tutte hanno leccato i succhi del mio piacere misto al sangue delle mie carni lacerate... ora sono pura mio Signore!
Le Sorelle preparano nostro figlio: lo distendono sull’altare di pietra da cui mi sono appena levata e lo legano agli arti. La luce tremula delle candele rende meno bianca la sua pelle vellutata. Le Sorelle ti invocano in un canto sommesso, in cerchio attorno all’altare. Vieni mio Signore, voglio che Tu appaia in tutto il tuo splendore!
Il canto si fa convulso, il tono violento. Poi all’improvviso il silenzio.
EccoTi.
La tua potente nudità fa contorcere me e le mie Sorelle. Io sarò l’ultima... mi prenderai alla fine del rituale. Ti avvicini alla prima: la tua coda si avvolge intorno al suo collo e la trascini a terra in ginocchio. La possiedi nella bocca. La tua enormità la lacera agli angoli e il sangue le sgorga rapido. Le liberi allora il collo e con la coda ti insinui tra le sue gambe. Sentiamo il suo orgasmo esplodere proprio quando il tuo seme le ha riempito la gola.
Ti vedo contrarre le spalle e dilatare le ali... con un balzo getti a terra la seconda, ti avventi sulla sua schiena e la penetri afferrandola per i fianchi mentre schiacci il suo viso a terra. Dopo averla riempita del tuo seme ti unisci ferocemente alla terza: la afferri per le caviglie e, dopo averla trascinata lungo il pavimento, la sollevi lasciando la sua testa a pochi centimetri da terra... allora tenendola sospesa le divarichi le gambe e la possiedi nel retto... le sue urla di piacere sembrano suoni strozzati.
Di nuovo dilati le ali e balzi verso la quarta: con la coda la afferri per la vita e la trascini a terra supina. Le infili nella bocca il tuo membro incessantemente eretto e intanto con le due punte della tua lingua ti insinui nelle sue fessure.
Raggiungi potentissimo il tuo quarto orgasmo.
E’ il mio momento.
Le Sorelle, ormai soddisfatte, piene dell’energia del tuo seme, si spostano ai lati dell’altare su cui è legato nostro figlio. Sanno esattamente cosa fare, sono esperte: ripeteranno ciò che altre Sorelle hanno fatto ai loro figli... i tuoi figli.
Mi avvicino all’altare. Lui è pronto. È steso e legato agli arti, mentre la sua testa è reclinata oltre il bordo della pietra. Tu, mio Signore, mi porgi il sacro coltello del rituale, quello che è già stato sollevato su ogni tuo figlio.
Lo afferro con entrambe le mani. Miro al collo di nostro figlio e affondo sulla destra, trascinando la lama fino alla sinistra. Il suo corpo si contrae e il suo grido rompe l’aria. Si muove ancora quando affondo di nuovo la lama per aprirgli il piccolo torace.
Ora le Sorelle si avventano sulle sue carni, strappandole e divorandole voracemente. Il sangue che cola ai lati dell’altare e sotto la testa va rapidamente a riempire le nostre cinque coppe. Beviamo.
E ora tocca a me... afferro il cuore ancora caldo e me ne nutro, lasciando che diventi parte del mio corpo. Il rito è quasi completo: sei davanti a me, Mio Signore, e il tuo membro mi pretende.
Mi afferri per i polsi e cominci a muovere le tue ali sollevandomi con te da terra. Mi penetri ferocemente e io non ho appigli. Mi possiedi in aria, sopra ciò che resta del corpo di nostro figlio.
Sento il tuo sperma caldo inondarmi e bruciarmi dove il corno bianco mi aveva lacerata... scateni in me un piacere disumano.
Poi mi lasci cadere a terra.
Sono esanime, sfinita. Ora sono Tua per sempre.

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lunedì 17 ottobre 2005 - ore 19:38



(categoria: " Vita Quotidiana ")


che gran rottura di coglioni tutte ste cose!!!



chi deve capire capisce!non vige il silenzio assenso....e non vige l’obbligo di parlare e spiegare.... e per me non vige nemmeno la voglia di perdere tempo con ripetizioni.....mi basta sapere quello che so io!

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giovedì 13 ottobre 2005 - ore 19:07


bakel
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Sei ritto di fronte alla tua opera compiuta. Cosa pensò Michelangelo davanti al suo David adesso finalmente lo sai: un improvviso, fiammeggiante e preoccupante impulso di fotterlo. La tensione erotica ti fa sprofondare lo stomaco fino ai talloni, te ne vieni solo a vederlo, il tuo capolavoro. Cammini all’indietro, uno, due, tre passi. Ti domandi come sei riuscito a creare una cosa simile. Giuri a te stesso che non lo sai proprio. Gli orbiti intorno. Vedi solo perfezione, vedi solo irresistibili punti di attracco per le tue libidini alla deriva. Qui potrei farci questo, lì potrei farci quest’altro.



Ti inginocchi ma non preghi, osservi. Osservare per ore senza mai stancarsi. Senza mai cogliere tutti i particolari più intimi, è come guardare un altare di barocco spagnolo. Le tue pupille si dilatano. Il bioritmo impazzisce. A nessuno è capitato di vedere il caos in carne ed ossa. Un’architettura di lussurie che si regge su sei gambe, sei braccia le hai infilate in qualche modo, come spilli in un puntaspilli. Uno scienziato potrebbe considerarla come una specie a sè, ma invece è umana, anzi, sei uman-e.



Non ti sei mai deciso su come avrebbe dovuto essere la tua donna ideale. Prima di arrivare a farti un’idea organica, sei andato in perlustrazione per locali, associazioni onlus, viali, parcheggi di supermercati. Hai prelevato campioni di fauna femminile. Inizialmente senza l’idee precisa su cosa fartene di quelle femmine, non avevi un progetto. Tutte carine, tutte con lo sguardo simpatico, sia sopra che sotto. Tutte che gridano.
Poi all’improvviso in qualche luogo remoto del tuo ipotalamo, ti si è attivato un pensiero democraticamente sconvolgente, tutto in uno, all for one, l’unione fa la fica.
Hai calzato un paio di guanti di lattice nero che arrivano fino all’ansa del gomito. Prendi mannaia, sega, ago, filo. Lasci che il tuo estro guidi il braccio. E il tuo braccio taglia e strappa e cuce.
Barbara.
Katy.
Elvira.
Hai dovuto lottare con loro, sgusciavano via disordinatamente. Era come far intendere a delle trote a cui stai togliendo le lische, di non dibattersi tanto, perché un volta pulite, cotte in forno, condite con la maionese, saranno più gustose di come lo sono adesso con la testa, la coda, e tutto il resto.
Visto che dovrete convivere, devi cercarle un nome, il nome dovrebbe essere di genere femminile. Pensi di chiamarla con le iniziali delle fanciulle che la compongono: viene fuori ‘Bakael’.
Nome che richiama angeli biblici, trombe e diluvi, sette piaghe, Sodoma, Gomorra. Tu sei dio. Bakael, il tuo ultimo inquilino.



Passate la prima notte insieme. Bakael non chiude gli occhi, mai, nessuno. Nemmeno tu, non riesci a prendere sonno. Ci hai giocato tre ore di fila con lei, il resto del tempo lo hai impiegato a guardarla incapace di pensiero. Bakael non ti ha chiesto nemmeno una volta se la ami, nemmeno una volta quanto guadagni al mese, ma faceva tutti i versi giusti al momento giusto, e con tonalità differenti. E’ come scopare con un coro polifonico. Sei proprio un uomo fortunato tu.



Il mattino vi coglie all’improvviso. Beccati mentre rubate la marmellata. Siete un groviglio di braccia, un ingorgo di peli e dita, un incrocio di gambe. Il ragno che penzola dal soffitto, se avesse la favella griderebbe per lo spavento. Un occhio di Bakael adesso ti punta, ha l’espressione di chi improvvisamente si è ricordato una cosa che aveva sulla punta della lingua. Da una delle bocche, bofonchia quattro sillabe in una lingua che non è terrestre. Potevi metterle in corpo anche tre cervelli, ma avevi paura di rimanere in ombra nelle conversazioni, di essere contraddetto in continuazione, hai deciso di impiantarne uno solo di cervelli, quanto basta.
Organizzi un party per presentarla ai tuoi amici. Fai dell’archeologia telefonica, decifrando nelle rubriche ingiallite, numeri che non chiamavi da secoli. Dei proprietari di quei numeri, alcuni sono sottoterra, altri in galera, altri sfrattati.
A quelli che rispondono e non ti riattaccano in faccia, fai il tuo invito.



Il party è fissato per le dieci di sera. Sono le undici e non è arrivato nessuno. Ti stai appisolando sul divano di finta pelle, hai in mano un bicchiere vuoto di finto cristallo, di lì è passata un’intera bottiglia di Vino, quello è vero. Il citofono raglia, scatti in piedi, almeno ce la metti tutta per farlo.
“Cazzo, arrivano!” Gridi euforico.
Premi il bottone dell’ascolto, “Venite pure, sono al terzo pi...”
“Sono il suo vicino del secondo piano. Non ho le chiavi, mi faccia la cortesia di aprirmi il portone.” Dicono da sotto.
Gli rispondi che ha sbagliato numero.



Il party è stato un fiasco. La colpa è tua, non lo hai pubblicizzato nella maniera giusta: come P.R. sei una merda. Hai fatto un giro di chiamate dicendo che organizzavi una festa per presentare la tua nuova fidanzata. Ci riprovi. Un altro giro di telefonate. Questa volta sei più vago, dici che ci saranno tre fiche alla festa. Così, la butti lì, l’esca.



Gli amici abboccano, anche quelli di cui non ricordi il nome, o addirittura non ricordavi la faccia, e sopratutto non ricordi di aver chiamato, e sono il numero maggiore. Non pensavi di essere così pieno di amici.
Olà, stronzone. Ciao. Eravamo nella stessa squadra di Yoga alle elementari. Ciao. Piacere. Come stai? Ciao. Tutto bene?. Una vita che non ci si vede. Ciao bello.
Tutti apprezzano il buffet, il vino, il divano, il cesso.
“Le fiche? Dove sono le fiche?” Chiedono.



Il momento delle presentazioni è arrivato. Batti le mani, un solo rapido schiocco.
Una tenda della finestra del salotto comincia a vibrare. Bakael si mette in moto come un cingolato della grande guerra. La tenda che la nasconde per intero, le scivola sopra man mano che lei si avvicina a te. Cammina con andatura goffa e dinoccolata, le sue gambe sono quella di un elefantino che ha appena rotto la placenta. Bakael è nuda, non sei riuscito a trovare un abito della taglia giusta. Una taglia ottantadue, ottantadue e mezzo.
Inizialmente nessuno si rende conto di cosa sta realmente vedendo. Passano sessanta secondi di mutismo.
Aria interrogativa.
Galvanizzazione generale.
Espressione di torbida delizia.
Un tipo che ti sta accanto, riprende a deglutire e chiede: “Non vorrei sembrarti indiscreto, ma... cosa, chi, che è questa!”
Allarghi le braccia, inclini la testa come un passero che fa la posta ad un verme, sorridi tutto soddisfatto. “Ti presento Bakael, la mia fidanzata.” Dici.
“Posso toccarla? ” Domanda.
“Come no!”
“Morde?”
Gli dai uno spintone, lui finisce con il muso su una delle fiche di Bakael. Le stringe una mano e si presenta. Stanno qualche minuto in conversazione. Dio solo sa cosa si diranno. Appena ti avvicini, il tipo ti dice senza guardarti in faccia: “Ma dove vi siete incontrati?”
“In vari posti.” Rispondi. Lui rimane a fissarla.
Dietro di te un altro amico ti bussa alla schiena e chiede se la presenti anche a lui.
Certo: “Ti presento Bakael, la mia fidanzata.”
E così continua la giostra. Vi presento Bakael, la mia fidanzata.



Due ore dopo, tu e Bakael siete a nanna. Bakael fa sesso stupendamente, non è facile starle dietro. Ti senti appagato senza aver pagato, è già un bel successo. Non ne potevi più degli incontri occasionali. Non reggevi i tempi lunghi di un corteggiamento, troppo stressante, e ogni volta finivi a puttane. Era un circolo infinito. Hai trovato la soluzione universale.
Gli amici continuano a chiamarti, la tua casa ogni sera si riempie di persone, è sempre festa.
Tu e Bakael parlate di sposarvi, di avere figli, di fare un viaggio alle Maldive, di ridipingere di turchese la vostra camera da letto, perché fa pandant con il coordinato nuovo in viola di Provenza, tu vuoi comprarti uno Sharpei, ma lei è allergica alle rughe, decidete per una tartaruga acquatica. La vita gira per il verso giusto. Le stelle in cielo si spengono quando smettete di guardarle voi due.



Un pomeriggio rientri a casa dal lavoro prima del solito orario. La porta di ingresso è socchiusa
“Amore sono a casa,” riprovi, “amore sono tornato. Amore?”
Starà riposando, pensi. Bakael non esce mai.
Ti andrebbe un bel sonnellino. Ti andrebbe un pompino come solo Bakael sa fare. Ma prima vai in cucina a preparati un caffè. C’è un uomo seduto al tavolo. Non ti sembra di aver mai incrociato i suoi occhietti da roditore incastonati in quella faccia ipertrofica. È vestito come un imprenditore finito sul lastrico o come un venditore di accendi fornelli di successo. Sta contando delle banconote, e le fa transitare da un mucchietto all’altro.
“Scusi... chi è lei, che ci fa nella mia cucina?” chiedi.
“Cinquecentocinquantacinque... cinquecentosettanta... schhhh.” Lui alza l’indice della mano destra per farti capire che non può risponderti, altrimenti perde il conto.
“Ehi!” Sbatti un pugno sul tavolo.
Prosegue: “Cinquecentonovantacinque... seicento.” Poi alza gli occhi e li punta verso la tua direzione, ma sbaglia mira e finisce di qualche grado più in là di te, come se parlasse alla tua aurea. Prende la cicca dal posacenere, fa un tiro, ti butta in faccia il fumo grigio e queste parole: “Datti una calmata, la puttana è di là, è tutta occupata, quindi, frena le palle e sgancia intanto i soldi, sono cinquanta euro, appena si libera un buco ti faccio un fischio.”
Voli in camera da letto, ti arrivano da lì grugniti e insulti. Spalanchi la porta e vedi una fioritura di culi bianchi in rapido movimento sussultorio e ondulatorio, ricoprono tutta Bakael.
Raggiungi il vuoto estremo e conserva una rigorosa tranquillità, citi mentalmente Lao Tze, tre volte.
Cerchi di dare alla tua voce un tono il più possibile indulgente con un lieve accento di severità, più o meno come quando si rimprovera ad un bambino di non mangiare tante caramelle perché avrà male al pancino. Questo è il risultato: “Come vi permettete, è la mia fidanzata quella.”
Nemmeno a pensarci che qualcuno ti ascolti, se possibile aumentano ritmo, vigore, e volgarità.
Allora, la tua voce tradisce il tuo stato d’animo, che è molto indispettito. Ne viene fuori una tonalità in falsetto: “La volete smetteereee!” Nell’ultima sillaba sembra che ti stiano spremendo gonade contro gonade.
Un paio di loro si voltano. Poi anche gli altri arrestano il loro lavorio. Sono come uno sciame d’api imbestialite, perché le hai disturbate mentre si davano un bel da fare per rimpinzare di nettare l’ape regina. Ti vengono incontro, non per stringerti la mano.



Quando riprendi i sensi, riesci solo a strisciare come una serpe, perdi pure la pelle come una serpe. Ti tocchi la testa per vedere se il tuo cervello andrà a secco, la senti appiccicaticcia e tiepida, pulsa tutta la tua testona. L’unico occhio da cui riesci ad intravedere qualche ombra, è perché le palpebre le hai divise con la forza bruta di indice e pollice, ti si dischiudono solo per un quarto e strilli come se lo facesse Torquemada in persona. Riesci a rassicurarti che non è sangue quello che hai sparso sulla testa. Qualcuno, per spregio, ti ci ha sborrato sopra. Cammini gattonando, stai ripercorrendo tutta la fase dell’evoluzione motoria di un bambino. Speri di non aspettare altrettanto per ritornare bipede, non hai più pazienza per aspettare. La casa è silenziosa e sottosopra. Devi raggiungere il bagno ma è in un altra nazione. Vomiti nella provincia dei tuoi pantaloni.
I tuoi amici se ne sono andati, tutti, e anche Bakael se ne è andata.
In qualche modo arrivi alla finestra. Di sotto vedi un gruppetto che solleva Bakael senza tante cortesie, la caricano in auto, poi mettono in moto e se ne vanno.
Ti stanno lasciando solo e in balia di te stesso, che è ancora peggio che rimanere soli e basta. A questo punto, avresti preferito che si fossero portati via pure lui.
Gridi, agiti le braccia, non riesci a spiccare il volo per andare a salvare Bakael, non sei un supereroe.
Resti a fissare l’auto, fino a che, non svolta l’angolo. Resti a fissare il sole, fino a che, non svolta l’angolo anche lui.

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domenica 2 ottobre 2005 - ore 15:27



(categoria: " Vita Quotidiana ")




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sabato 24 settembre 2005 - ore 14:15


bianchi ricordi di paura
(categoria: " Vita Quotidiana ")


La scritta "buon Natale" verga sanguigna i cancelletti delle bianche villette a schiera sepolte dalla neve. Le case svaniscono svelte, una dietro l'altra. Nel buio paiono carta velina che sventola e poi si straccia in tanti filamenti luminosi. Madidi di luce, pioppi inghirlandati si fondono sul cofano lucente dell'auto uno nell'altro restituendo un'ininterrotta pennellata densa e abbagliante.
Dai minuscoli giardini brillano a intermittenza alberelli natalizi, che nel buio attonito sorgono come roventi diamanti marziani. Il riverbero del circuito luminoso sulla neve disegna sterminate dune lunari, infiniti sudari che abbracciano le case fin sulla soglia, in un silenzioso e gelido abbraccio. Ombre domestiche galleggiano nell'acquario mite di una finestra, l'occhio buono della notte. E' quando decelero, quando stacco il piede incollato al pedale che il paesaggio inizia a mutare, svelando la sua reale, intima natura.
L'automobile ora procede a passo d'uomo e l'immagine torna nuovamente a fuoco, le linee si slacciano dalla fredda compressione della velocità, i palazzi si riassestano in geometrie tozze. Svanisce l'ebbrezza della fuga. Non ho il coraggio di guardare nello specchietto retrovisore. Eppure ne sono certo, se solo alzassi gli occhi verso quel vacuo pezzo di vetro, seduta nel sedile posteriore riaffiorerebbe la sua sagoma composta, le mani conserte, perché lei è là, seduta, non mi ha abbandonato.
Ho percorso tanti chilometri, ho imboccato le stradine più tormentate, la fitta boscaglia, poi curve a gomito inerpicandomi nelle valli e montagne più desolate, infine la lunga striscia nera dell'autostrada lanciato a folle corsa. Volevo sfiancarla, vederla rimpicciolire nell'oscurità, dietro la fosforescenza dell'ultimo cartello stradale, strepitare, decomporsi come parti di un pupazzo, le dita delle mani avvinghiate alla portiera, infine spezzarsi. Volevo che quel corpo rantolasse come uno straccio, si lacerasse contro il guardrail. E invece no, l'angoscia è ancora con me, e non mi abbandonerà, finchè non riesumerò tutto, per intero il ricordo tremendo che, piano piano riaffiora, preme sotto la terra, raschia con le unghie, soffia, sbuffa, inghiotte piccole spirali di frane, seppellito invano dalla memoria …
Quando parcheggio la macchina, non riesco più a respirare; mi accerto immediatamente che la sicura della portiera sia abbassata. Sono davanti al numero civico 22 di via Giorgio Paglia, la mia vecchia strada.
L'immagine ritorna ora, nitida, un groppo alla gola si forma, esattamente come quindici anni fa. Nello specchietto retrovisore svanisce il volto adulto segnato dalla barba, ogni certezza, le rughe si distendono assorbite dalla pelle, i capelli diradati si riafflosciano gonfi sulla fronte, riemerge il mio viso latteo e imberbe, gli occhi vacui, paralizzati da una paura infantile che ben conosco.
I palazzi non sono più eterei giochi di luce, ritagli sulla carta con la maestre sorridenti dell'asilo, ma rugosi spettri, lividi mausolei che ospitano migliaia di ignari morti; gli alberi urbani hanno foglie malate, ingiallite, bucherellate, i loro fusti si annodano stravolti verso il cielo.
Dietro i quadri luminosi degli ultimi piani, un volto sfiorito annaspa, mi fissa a lungo interrogativo, poi riaccosta il sudario merlettato.
Speravo di averla dimenticata questa storia, speravo che il tempo avesse definitivamente disfatto ogni ricordo di quei terribili giorni, che la memoria continuasse a proiettare sullo schermo dei ricordi immagini solari di giochi, gelati e vacanze. Speravo che serbasse quella diapositiva, lacera e oscura, negli archivi più remoti nella mente, chiusa, finalmente, a doppia mandata.
Eppure il cancello è ancora là, due leoncini in pietra vigilano con la bocca spalancata e la fitta trama di aste nere nasconde il cortile, il mio …
Cerco con lo sguardo una, due volte, quel cognome che non oso pronunciare; nel citofono smaltato in oro compaiono ora nomi nuovi, inauditi, è normale, è passato tanto tempo, sono molti anni che ho cambiato residenza. Poi però gli occhi si fermano su quella grafia, inizialmente inintelleggibile, poi chiara, senza possibilità di fraintendimento: A-B-A-T-E. Famiglia Abate. Leggo più velocemente, è uno scherzo della vista, no, non può essere. La scritta famiglia Abate scintilla da qualche minuto sul citofono, elidendo la selva di consonanti e vocali, ora improvvisamente piccole, sfaldando gli altri inutili nomi, tutti quei titoli, dottori, ragionieri, studi notarili. Dunque sono tornati, dopo tanto tempo.
Sapevo che si erano trasferiti in montagna, lì la gente è taciturna, si fa i fatti propri, quando t'incrocia per il sentiero al massimo si fa uno svelto segno della croce e tira dritto, svanendo presto nella nebbia. Il diverso, il malato o, più crudelmente, deforme viene visto con un occhio buono, comprensivo, quasi rispettoso, come se egli fosse testimonianza tangibile della forza oscura della Natura, monito sibillino di un'energia ferina e occulta ancora regnante nelle vallate …



Il cigolìo sinistro e doloroso della sua bicicletta sulla ghiaia ci scuoteva immediatamente dai nostri giochi. Il bambino che, ignaro, continuava il commercio di figurine, veniva prontamente scosso con il gomito, quello di spalle avvisato con un'allarmata alzata di sopracciglia, chi, resosi improvvisamente conto che qualcosa non andava, guardava nel riflesso dei vetri della portineria, riconoscendo immediatamente l'orribile sagoma appena annacquata dal sole, il faticoso e ciondolante incedere delle due teste.
Là dove pochi minuti prima si rincorrevano urla, gridolini e risate calava un silenzio gelido. I bulli del quartiere disserravano la presa sul piccolletto di turno, e con un ghigno di sofferenza, si dileguavano per i mille rivoli, intercapedini che bucavano lo scalcinato muro di cinta del nostro cortile. Sgusciavano via tutti e alla fine restavamo in quattro o cinque nel cortile improvvisamente troppo grande e vuoto. Paolo, Giovanni, Elvira e io guardavamo verso le finestre sperando, invano, che le madri ci richiamassero dai terrazzi per la merenda, ci risvegliassero da quella paura che ci faceva restare lì, impalati, come statuine di sale.
Cominciava guatandoci con volute circolari sempre più strette, poi ad un tratto, quando il sole non allagava più giardini e facciate del palazzo, ma affogava dietro l'autorimessa, lasciando una luce plumbea su tutto, i raggi delle sue ruote cessavano quel vorticoso rincorrersi, i piedi si piantavano nella ghiaia sprofondando, e lui sorridendo sussurrava: "posso giocare con voi?"
Luca Abate aveva la mia stessa età, e come mi avrebbero spiegato più in là i miei genitori era "bicefalo", affetto da una malattia rarissima che nelle città non si vede ormai più confinata in remote scuole speciali di montagna, dove, finalmente liberati bimbi down e vecchi dementi, restano, da nessuno reclamati, bambini deformi, frutti strani della Natura, amorevolmente accuditi dalle suore che non chiedono.
Le due teste nascevano da un unico collo, incollate per tutta la superficie dell'emisfero sinistro, il cranio più piccolo, poco più di due pugni, era quasi calvo, il volto era un intrico di pieghe e rughe, pelle cadente che ne alterava la fisionomia come una sorta di yo-yo di carne imbolsita. Gli occhi perennemente chiusi, suggerivano l'immagine dormiente di uno gnomo saggio. L'altra volto, quello con cui dialogavamo, era del tutto normale, eppure con un'espressione enigmatica: alle volte come infastidita dalla presenza dell'altro, altre come se fosse invece del tutto ignara che, attaccata al suo lobo, esisteva un altro prolungamento di carne.
I suoi genitori lo facevano uscire di casa di rado. Qualche volta si avventuravano per le vie cittadine per portarlo alle periodiche visite dagli specialisti della clinica, coprivano pietosamente quella testa con un passamontagna. Gli avevano trovato persino un precettore privato che gli forniva i primi rudimenti dell'abbecedario, sapendo, del resto, forse sperando, che ogni pretesa di socializzazione si sarebbe scontrata il decimo anno con la sua morte, così dicevano i dottori.
E invece no, la persistente letargia dell'altra testa lasciava sufficiente ossigeno per nutrire quel corpo deforme, che continuava tenacemente a volere vivere contro tutto e tutti.
A dodici anni forse lo avrebbero iscritto addirittura ad un istituto professionale …



Ogni tanto li incontro ancora: davanti agli sportelli della banca, mentre pigiano pulsanti sul registratore di cassa del supermercato, oppure mentre sorseggiano un drink in un locale, abbracciati ad una bionda ebbri delle loro gloria. Si materializzano con volti di impiegato, di cassiera o di ricco avvocato, eppure sono loro, i miei compagni di gioco del cortile. Alcuni mi fissano per un istante, fingono di non ricordare, poi bofonchiano un saluto e, imbarazzati, si lasciano inghiottire dalla flusso della gente e dalle balenanti luci al neon. Anche Elvira, la cassiera, finge. Era una delle mie più care amiche ma ostinatamente tace, non vuole ricordare; mentre scannerizza la mia spesa sul nastro parla d'altro.
Tra tutti noi esiste un tacito accordo, mai siglato da parole del resto, di non rievocare quel nome, eppure la tensione, un filo di paura scorre sottocutaneo e ci unisce ancora, tutti, dopo tanti anni, malgrado tutto.
Ma loro non sanno la verità fino in fondo, non sanno e io vorrei urlarglielo in faccia, quello che mi è successo davvero: nei corridoi delle cantine da solo, con Luca Abate. Forse potrebbero aiutarmi, dirmi: "ti sei sbagliato", "è frutto della tua fantasia" e darmi una pacca sulla spalla.
Poi però le parole mi muoiono in bocca, mi vergogno di questa debolezza, raduno frettolosamente tutta la merce nel sacchetto, pago la spesa e mi avvio verso l'uscita ...



… Un tardo pomeriggio di novembre qualcuno propose di giocare a guardie e ladri.
Nel cortile brinato due gruppi di bambini si fronteggiavano: da una parte Elvira, Paolo e io, i ladri, dall'altra Marco, Stefano e Luca Abate, le guardie.
Le regole prevedevano che la caccia si svolgesse entro la cinta muraria del palazzo, in un piccolo mondo immaginario che includeva il giardinetto, i garages e le cantine. Ci bastava poco, allora, per radunare tutta la nostra felicità infinita e proteggerla. Dopo gli ultimi sommessi bisbiglii delle due squadre, qualcuno urlò "via!!"; in breve mi ritrovai a correre al fianco di Elvira, cercando di seminare le guardie che stavano scandendo ormai gli ultimi secondi di tempo prima di lanciarsi al nostro inseguimento.
Dalla sua bocca uscivano nuvolette di vapore e le siepi di bosso fuggivano veloci ai nostri lati. Discendemmo la rampa che porta alle cantine, ma Elvira improvvisamente cadde sbucciandosi una gamba, "vai!!" mi gridò "non ti fermare ...".
Dopo un attimo di esitazione mi lanciai nel labirinto oscuro delle cantine, un rifugio sicuro. Le lampadine d'illuminazione erano rotte, non restava che attendere nella penombra annaspando a tentoni negli angusti corridoi numerati. L'odore di vino e muffa era nauseante, mi stordiva. Spifferi di umidità s'insinuavano dalle piccole grate delle remote finestrelle. Il mondo lassù, sembrava non esistere. Come un cieco, a tentoni tastavo le mattonelle umide del corridoio. Ad un tratto, dai fondali di quell'imbuto senza fine, sentii dei passi, prima lievi, quasi esitanti, poi sempre più pesanti, vicini. Trattenni il respiro per non farmi individuare, qualcuno si stava avvicinando. Mi appiattii contro il muro, ma un braccio mi aveva già cinturato alla vita, era Luca Abate.
Dopo qualche secondo di silenzio, rotto solo dal nostro respiro, riuscii a mettere bene a fuoco le due facce, livide, demoniache. Ad un tratto, con un sussulto, la faccia dormiente si destò; con mio sommo raccapriccio, due occhi striati di sangue si spalancarono, le labbra di entrambi i visi cominciarono a mormorarmi all'unisono una litania che all'inizio non compresi, o che, forse, non volli comprendere.
"Tu lo sai che esiste il male? Tu lo sai che esiste il male?", non sapevo cosa rispondere, terrorizzato, guardavo e speravo solo che fosse un brutto sogno, dal quale destarmi presto. Improvvisamente i due volti smisero di parlare, si avventarono contro le mie guance e iniziarono a mordermi violentemente, come bestie.
Il sangue mi colava sul piumino, s'insinuava caldo nel dolcevita, mi stava letteralmente sbranando, le scarpe da tennis facevano cik ciak nella pozza del mio sangue colato, è questo il ricordo più vivido. Finalmente mi ricossi e, divincolatomi dalla presa iniziai a fuggire nel buio. Dietro Luca Abate urlava e m'inseguiva sbattendo violentemente le due teste contro le mura, quasi fossero inutili propaggini. Correvo gettando scatole di cartone, rovesciando strabordanti sacchi della spazzatura, chiudendo porte, cancelletti, ma lui arrancava sempre dietro. Alla fine delle scale, le percorsi a perdifiato e finalmente rividi la luce del sole morente, poi i miei amici sorridenti "che fine hai fatto?" disse Elvira "E' da mezz'ora che ti cerchiamo, il gioco è finito è ora di cena" …
Le notti successive non riuscii più dormire, l'immagine di Luca mi tormentava. Solamente dopo un mese, la vigilia di Natale, terminata la cena e aperti i regali, mi disposi tranquillo a tuffarmi nelle calde coperte, quel terribile ricordo stava svanendo.
Abitavamo a pian terreno, la mia finestra si affacciava proprio sul cortile adesso invaso dalla neve e illuminato dalle luminarie natalizie. Ad un tratto, non saprei dire che ore della notte fossero, sentii grattare contro la finestra.
Mi giraii di colpo, e destatomi sul letto lo vidi di nuovo: Luca Abate, sorridente, batteva piano la testa dormiente contro il cristallo facendolo tintinnare, mi invitava ad uscire.
Mi rituffai nel letto, chiusi gli occhi e cominciai a inventarmi una preghiera tutta mia, una preghiera per il diavolo e sue creature. Alla fine riuscii ad addormentarmi …



Dunque è tornata, la famiglia Abate è tornata, dopo tanto tempo.
Alzo lo sguardo verso le finestre del quinto piano, la sua stanzetta è illuminata da una fioca luce, si direbbe un'abat-jour, un'ombra danza lieve nella penombra, è lui, ne sono certo.
Dunque è tornata, dopo tanto tempo. Nessuno crede a questa storia, neanche voi, che nella luce azzurrina del computer scorrete queste pagine, mi credete, lo so: spegnerete il mare celeste dello schermo e tornerete alla realtà, ai vostri impegni, lasciandomi nuovamente solo.
Non vi biasimo, come potreste? Ma Luca Abate esiste ed è tornato, dopo tanto tempo. Perché è giusto, è giusto che ognuno abbia il suo personale e privatissimo inferno.

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giovedì 15 settembre 2005 - ore 19:57


Cappottino rosso
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Poi quando è cresciuto un po', hai iniziato a ripetere che non lo volevi in casa. Sostenevi che sporcava, anche se non era vero. Dicevi che aveva le pulci, e che avrebbe finito con attaccarle a tutti quanti. Ed allora impugnavi la scopa come fosse una spada, e lo colpivi sulla testa per farlo scappare. Ma Snoopy era buono. Lui non reagiva. Piegava la coda in mezzo alle gambe e guaiva. Se io ero nelle vicinanze, correva da me a piangere. Allora io lo coccolavo, gli dicevo che alla fine le cose sarebbero cambiate, che avevi solo bisogno di tempo per abituarti a lui. Snoopy, sentendo le mie parole, scodinzolava e si calmava. Appoggiava il muso sulle mie ginocchia fiducioso e, ne sono certa, in quel momento era talmente felice che ti perdonava persino le botte che gli avevi dato.
Nonna, ti ricordi il giorno in cui me lo hai portato via? Avevo dodici anni. Era venuto a trovarci quel signore che in paese è riverito da tutti. Tu lo salutasti con un inchino, come se si fosse trattato di un'autorità. Poi mi chiamasti perché, a tuo avviso, dovevo assolutamente conoscerlo. Ovviamente ti diedi ascolto, ti raggiunsi, sorrisi e gli porsi la mano per fare la sua conoscenza. In quel momento Snoopy entrò di corsa, ringhiando. Lui, il mio Snoopy, sapeva. Lui aveva già capito tutto.
Hai detto a quel signore che poteva stare in mia compagnia nella stanza da letto. Quando siamo usciti ho cercato il mio Snoopy. Volevo abbracciarlo e nascondermi nella sua folta pelliccia scura, perché ogni volta che invitavi qualcuno a casa per farlo stare con me, dopo mi veniva da piangere. Soltanto Snoopy mi faceva stare bene. Quella volta però, Snoopy era sparito.
Qualche giorno fa il guardiacaccia mi ha chiesto se volevo andare a salutare il mio Snoopy. Ovviamente le sue parole mi hanno colto di sorpresa. Tu mi avevi detto che Snoopy era scappato, ed io avevo preso per buona la tua testimonianza. Il guardiacaccia invece, mi ha detto che tu glielo avevi portato affinché lui lo ammazzasse. Lui però non aveva avuto cuore di fare quanto gli avevi chiesto. E poi aveva scoperto che Snoopy in realtà è un lupo, e non un cane. I lupi sono animali protetti e non possono essere uccisi. Mi ha detto che avrebbe voluto liberarlo nel bosco, ma poi alla fine non l'aveva fatto perché essendo cresciuto in cattività, probabilmente non si sarebbe più abituato alla vita selvaggia.
Sapessi che gioia, nonna cara, quando ho rivisto Snoopy! Lui ha ululato, mi ha fatto le feste, e forse ha persino pianto di gioia proprio come ho fatto io.
"Deve ancora mangiare", ha detto il guardiacaccia, prima che io me ne tornassi con Snoopy. "Mi raccomando, appena arrivi a casa preparagli un pranzo abbondante. Ricorda che è un lupo, non un cane. I lupi se non mangiano diventano pericolosi".

Nonna, a quanto pare tu eri troppo magra: il mio Snoopy non si è ancora tolto la fame. Ma non ti preoccupare; oggi lo porterò con me in paese. Voglio andare a fare visita a tutte quelle persone che venivano a trovarci, e che ti davano dei soldi per stare con me. Sono certa che dopo il mio lupo non avrà più fame.
Dimenticavo: forse è meglio che gli pulisca le zanne, altrimenti c'è il rischio che la gente che lo vede si spaventi senza ragione. Però non vedo nessuno straccio qui. Non importa. Userò il mio cappottino rosso. Su quello le macchie di sangue non dovrebbero vedersi.

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lunedì 12 settembre 2005 - ore 18:43


babysitter
(categoria: " Vita Quotidiana ")


-Ciao mamma!- salutai, mentre uscivo di casa.
-Ciao tesoro! Ci vediamo domattina!-.
Era già la terza volta che andavo dai Timpert per tenere d'occhio i loro due figlioli. Non è che mi piacesse molto fare la baby-sitter, ma era l'unico modo per guadagnare dei soldi durante l'estate.
Inoltre, i figli dei Timpert erano diversi dagli altri: calmi, non scorrazzavano di qua e di là buttando in terra qualche oggetto prezioso che ovviamente si frantumava e poi la colpa del misfatto ricadeva sempre su di me. Non dicevano quasi una parola e sorridevano raramente.
Entrai nel giardino della loro grande villa; suonai il campanello, attendendo che qualcuno venisse ad aprirmi. Il rombo del Porsche nero dei Timpert richiamò la mia attenzione; stavano uscendo dal garage, sul retro. Vidi la signora Timpert che mi salutava affannosamente, e suo marito che invece mi fece un cenno con la testa. Risposi al saluto, alzando la mano destra e mostrando un sorriso compiaciuto.
-I soldi sono nel solito posto!- urlò Melanie, dal finestrino abbassato dell'auto.
-Va bene, grazie!- esclamai.
In quell'istante la porta si aprì, e molto più in basso di me notai il corpicino grassottello di Herr, che senza pronunciare parola, lasciò la porta aperta tornando a sedersi sul tappeto in salotto accanto alla sorellina.
-Ciao Herr! Ciao Grace!- li salutai, sorridendo.
-Ciao- risposero sottovoce.
-Allora, come va? Pronti per una serata entusiasmante?- chiesi.
Nessuna risposta.
-Eh?- sbottai, sempre sorridendo.
Il loro sguardo era fisso nel vuoto.
-Oh, bambini! Mi avete sentito?- domandai irritata.
Ancora nulla. Mi stavo arrabbiando.
-Ok! Mentre pensate a questa difficile risposta, io vado a posare la mia giacca in cucina.-
"Almeno vado a prendere i soldi che Melanie mi ha lasciato."
Arrivai in cucina, appoggiai la giacca su una sedia e aprii il cassetto del mobile; dopo aver controllato la cifra infilai le banconote nel portafogli.
-Senti Jo, non c'è il caso che ti preoccupi per cosa facciamo e soprattutto non annoiarci con il tuo comportamento da brava baby-sitter.- disse di colpo Herr.
-Tanto lo sappiamo che sei falsa e che di noi non te ne importa niente!- aggiunse Grace, che spuntava dietro di lui.
-Ma bambini!- dissi stupita per il loro linguaggio - Cosa dite? Certo che mi interesso di voi! Altrimenti non sarei qui!-
Herr lanciò un occhiataccia al mio portafoglio e bisbigliò con disprezzo:- Soldi!-
Poi, andarono di nuovo a sedersi sul tappeto, di fianco alla televisione spenta.
-Quando moriremo tu non ti interesserai di noi! Tu vuoi solo i soldi. Quando moriremo tu non ti interesserai di noi! Quando moriremo non ti interesserai di noi!- gridò Grace.
-Ma siete impazziti? Quando morirete? Ma non sono cose a cui dovrebbe pensare un bambino!- dissi angosciata.
-Lascia perdere. Tanto non può capire.- sussurrò Herr. -Non può.-



Preparai la cena che Melanie mi aveva lasciato nel frigorifero. I due fratellini non avevano pronunciato più parola dopo quella conversazione, nonostante le mie domande.



Guardammo un cartone alla televisione, che probabilmente piaque più a me che a loro, dato che rimasero tutto il tempo con lo sguardo perso nel vuoto, come ipnotizzati, poi andammo a dormire. Sì, infatti, ogni volta che facevo la baby-sitter dai Timpert mi fermavo a dormire a casa loro, poiché essi, quando mi chiamavano, era perché dovevano recarsi a riunioni di lavoro per tutto il giorno. Riunioni presso le più grandi aziende statunitensi.
Herr e Grace si misero da soli il pigiama e dopo essersi diligentemente lavati i denti, si coricarono. Andai a salutarli, con il solito bacino della buonanotte, mentre loro, come sempre, tenevano gli occhi chiusi e non contraccambiavano minimamente le mie dolci effusioni.
-Mi raccomando, dormite! Buonanotte.- sussurrai, e poi chiusi la porta della loro cameretta da letto, recandomi nella mia. E fu così che mi addormentai beatamente.
Nel pieno del sonno, però, dei rumori dal piano di sopra, dove dormivano Herr e Grace, mi risvegliarono dalle braccia di Morfeo.
TUM! TUM!
"Cosa stanno combinando quei due? Tanto santerelli, poi invece..." pensai, scendendo dal letto, scalza.
Il pavimento era gelido, e anche l'aria era molto fredda. Rabbrividii.
"Mamma mia, che freddo fa?" Mi recai prima in cucina, dove osservai attentamente la temperatura segnata sul termostato: 0° C.
-Cosa?- Guardai ancora, temendo di avere letto male, ma non mi ero sbagliata. Guardai fuori dalla finestra. Tutto sembrava normale. Allora uscii in cortile, notando immediatamente la vampata di caldo afoso che mi investì di colpo, facendomi socchiudere gli occhi.
"Ma cosa sta succedendo?" il cuore mi batteva a mille. I rumori di sopra, intanto, proseguivano.
Iniziai a correre su per le scale. Giunsi nel corridoio che portava alla camera dei due fratellini e i tonfi cessarono improvvisamente. Anche il freddo era scomparso quasi del tutto, ma il pavimento rimaneva comunque gelido.
Aprii improvvisamente la porta della cameretta dei due bambini e li trovai nei loro lettini, coricati ma svegli.
Le coperte erano state tolte dal letto e gettate a terra di fianco all'armadio azzurrino.
-Herr, Grace! Ma cosa avete combinato? Le coperte... perché le avete buttate sul pavimento?- domandai.
-Non siamo stati noi.- pronunciò Herr.
-A no, eh? E chi, allora? Un fantasma?- replicai, ironicamente. - Non è ora di giocare alla lotta!- guardai l'ora nella sveglia sul comò alla destra del letto di Grace. - Sono le tre e venti. E' un po' tardi per fare tutto questo baccano! Anche perché domani avrò una giornata molto dura e non posso permettermi di stare sveglia siccome voi due volete giocare a tirarvi le coperte.- Mentii, ma volevo farli sentire in colpa.
Raccolsi le coperte e le infilai come meglio potevo nei due lettini. Stavo per rimboccare le coperte di Grace, ma mi fermai, notando una piccola macchia rossa-violacea sulle sue piccole caviglie. Scostai l'estremità del pigiama che indossava e osservai attentamente. Due macchie abbastanza grosse fasciavano le caviglie e l'inizio delle gambe.
-Cos'hai fatto?- domandai preoccupata.
Ma Grace non rispose. -Avanti, sono stufa di questi stupidi giochetti! O mi dici cosa ti è successo o saranno cavoli amari per voi due! Forza. Sputate il rospo.- minacciai arrabbiata.
La bambina girò lentamente il capo verso la sua sinistra e sgranò gli occhi.
Mi voltai di scatto. Pensavo di vedere chissà che cosa, pronto a ghermirmi. Ma ovviamente non c'era nulla. Tranne la porta che conduceva nello sgabuzzino. Era uno stanzino veramente minuscolo, di fronte a quella casa così grande.
-Beh?- dissi.
-Non vedi niente di strano?- mi sfidò Herr.
-Dove?- chiesi curiosa.
-Sulla porta.- rispose solennemente.
-No! E' una porta normalissima, come qualsiasi altra porta.- esclamai senza voltarmi.
-Ma tu non hai guardato bene.- mi esortò ancora il bambino.
-Sentimi bene! Invece di divertirti a prendermi in giro, dimmi cosa si è fatta tua sorella.- pronunciai scandendo bene le parole.
Herr allora si voltò dal lato dove non potevo più vederlo in faccia. Guardai Grace. Mi fissava.
-Herr non c'entra niente.- sussurrò. - Dico per le gambe, lui non mi ha fatto nulla.-
-E quindi si può sapere cosa ti sei fatta, se tuo fratello non ti ha toccata?- chiesi.
Passarono alcuni secondi. Poi:- E' stato il signore senza occhi.-
Rimasi in silenzio, non riuscivo a parlare.
-E' stato lui. E' uscito dallo sgabuzzino e ci ha tolto le coperte.-
-Cosa?- domandai, con una strana voce rauca e debole.
-Poi ha cercato di tirarmi giù dal letto. Ha tentato di prendermi per la caviglie e trascinarmi via. Ma non riesce mai a portarmi con lui.- proseguì, bisbigliando con una certa fatica.
-Mai?-
-Sì. Lui esce tutte le notti dallo sgabuzzino e cerca di portarci via. Ma io e Herr ci teniamo per mano e chiudiamo gli occhi. E' stato l'unico modo fin'ora per fermarlo.-
Non mi usciva nessuna parola dalla bocca. Non sapevo più se le stavo credendo o forse pensavo a una giusta punizione per tutte le balle che mi stava raccontando.
-Le sue mani sono molto fredde. Gelide. E quando si avvicina con il viso al mio, mi soffia in faccia.- disse Grace.
-E ha l'alito che puzza. Sa di morto.- proseguì Herr.
Le mani mi tremavano. Richiusi la bocca, che non mi ero accorta di aver lasciato aperta. Rabbrividii.
Coprii per bene la bambina fino al mento, dandole un bacio sulla guancia. Bagnata. La guancia era bagnata. Di un qualcosa di gelido. Mi pulii le labbra frettolosamente. Un odore di marcio mi colpì all'improvviso. Mi annusai le mani, coperte da quello strano liquido. Era da lì che arrivava l'odore, o meglio, dalle guance di Grace.
-Hai visto che gli puzza l'alito?- bisbigliò Herr.
-Non fa altro che annusarci. E leccarci, con quella lingua freddissima. Più fredda del ghiaccio.- continuò la sorellina.
-Ok, ragazzi! Ora basta con gli scherzi. Sono assonnata, non ho voglia di ascoltare le vostre frottole.
Non ho proprio nessuna intenzione di essere presa in giro.- sentenziai.
Aprii l'uscio che dava sul corridoio. -Buonanotte.- E poi scesi in camera mia. Non avevo guardato la porta dello sgabuzzino. Non me la sentivo.
Feci appena in tempo a coricarmi.
TUM! TUM!
Un brivido mi percorse la schiena. Deglutii.
Vedevo chiaramente nel chiarore emanato dalla luna di quella notte il vapore che usciva dalla mia bocca ad ogni respiro. Il freddo era tornato.
Scesi di scatto.
"Adesso basta." Mi dissi.
TUM! TUM!
La porta della camera si aprì. Mi uscì uno strano verso dalla bocca, mentre sbalzai indietro.
Era Herr. Pallidissimo.
-Dov'è Grace?- domandai, osservando il terrore nei suoi occhi.
-Tu non ci hai creduto.-
-Dov'è tua sorella?-. gridai, in preda al panico.
-Tu non ci hai creduto.-
Crollai a terra sulle ginocchia. -Dov'è?- ascoltai la mia voce tremare.
-E' tornato appena te ne sei andata.-
-Chi? Chi è tornato?- sbraitai.
-Il vecchio senza occhi.-
Questa volta non lo interruppi; sentivo il pavimento ghiacciato che si stava attaccando alla mia pelle bollente.
-E' riuscito a prenderla. E l'ha portata nello sgabuzzino.-



Non ricordo cosa fosse accaduto esattamente dopo che Herr pronunciò quella frase, ma posso dire con sicurezza di aver corso come una matta fino alla loro camera.
Le coperte erano state di nuovo scaraventate a terra.
-Nooo!- gridai, aggrappandomi alla testiera di un letto, sentendomi cedere le ginocchia.
Herr mi raggiunse dopo pochi secondi.
-Guarda là- indicò la porta dello sgabuzzino. Quella maledetta porta.
Era aperta. C'era dell'acqua sulla sua superficie, che colava sul pavimento, raggrumandosi in qualcosa che sembravano i capelli di Grace, che passavano da sotto l'uscio.
Mi alzai di scatto, contando su forze inaspettate. Giunsi dinanzi alla porta socchiusa. Sul cuscino sopra il letto della bambina c'erano delle macchie verdastre. Un pò dappertutto. Il puzzo di marcio ora riempiva tutta la stanza.
-Ti prego Jo! Aiutala.- mi implorò Herr, che stava stringendo al petto un orsacchiotto di peluche.
Ma non avevo il coraggio. Avevo troppa paura.
Accostai il viso all'apertura che portava nello sgabuzzino.
Buio. Tremendamente buio. E ancora più gelido.
Poi caddi a terra. Qualcosa era scheggiato via come una saetta al di là del muro, passando davanti a me. E aveva chiuso la porta, facendola sbattere sonoramente.
Non era sicuramente Grace. Quella persona era infatti molto più alta della bambina.
E poi non aveva gli occhi.



-Grace!!- gridai, sbattendo i pugni sulla porta bagnata.
La luce nella stanza si stava affievolendo. Era quasi buio.
Poi l'uscio cigolò.
Herr iniziò a indietreggiare.
-Jo... è dietro di te... -
Fu la questione di un attimo. Le sue mani gelide mi afferrarono. Cercai di oppormi a quell'essere sovrumano, ma era troppo forte. Mentre mi stava soffocando, potei osservare Herr, guardarmi distrutto, in preda a uno shock dal quale non si sarebbe più sicuramente ripreso, sempre se fosse riuscito a salvarsi.
Avevo perso completamente la forza, cosicché le braccia mi caddero lungo i fianchi. Iniziò a trascinarmi, vedevo Herr allontanarsi, e poi scomparire definitivamente dietro la porta dello sgabuzzino in cui mi stava portando. Urtai contro qualcosa di caldo e bagnato, forse era Grace.
Strinse più forte.
Fino a che il buio dello sgabuzzino divenne solo quello di una stanza. Il buio vero e proprio, mi aveva inghiottito in quell'istante.

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venerdì 9 settembre 2005 - ore 16:54


il licantropo e la studentessa
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Lara stava giocherellando con il suo lecca lecca al limone e vi passava la lingua di sbieco come se volesse levigarlo in una stranissima, indefinita forma. Il crepuscolo uccideva ogni bagliore e la fatiscenza dei cassonetti dei rifiuti tentava di invadere le strade semideserte della città borghese.
La ragazza pensava in maniera sbarazzina a cose assurde e irrealizzabili, frivole ma quasi complesse nella loro incompiutezza.
“Pensa se fossi una Spice Girl, strafiga su tutte a dominare gli uomini tra feste d’ogni tipo, invece sai che palle papà a casa con la tele che mi aspetta e si masturba le cervella, l’autobus che non arriva e gli albanesi coi coltelli che sbucano dagli angoli.”
Effettivamente un Albanese fuoriuscì poco dopo da una piccola collina di rifiuti accatastati. Aveva pantaloni di pelle e maglietta nera unta e ricoperta di lattughe, cominciò a fissare Lara con insistenza da necrofilo.
“Ed eccolo manco a farlo a posta che sbuca l’albanese, cazzo fanno sempre più paura.”
Ma l’albanese in realtà si fermò in mezzo alla strada e vomitò un cerbiatto blu, poi ci si mise a cavallo e sgommò nella sera incombente.
Lara strizzò gli occhi, poi si mise a posto le mutandine, a sedici anni a volte ti vengono le traveggole se la tua sessualità è repressa.
Finalmente spuntò l’autobus all’orizzonte.
“159 Scordate poesia e cose profonde” vi era scritto sulla didascalia luminosa, ma Lara non vi badò.
Nel pullman vi era una vecchietta e una ragazza, erano le uniche persone oltre il conducente ed erano sedute l’una accanto all’altra.
Lara si divertiva a sentirle parlare come spesso faceva quando non aveva niente di meglio da fare.
“Cosa fai dunque bella principessina?”
“Studio igiene filosofica del sadomasochismo vaginale, ma in realtà vorrei fare la scrittrice, ho scritto già un libro, si chiama Socrate contro Dracula.”
Al che la vecchietta si alzò dal sedile e cominciò a vomitare addosso alla ragazza, poi si strappò con le unghia le carni di dosso, in una cruenta, sanguinolenta e violentissima esibizione scenica la vecchia si scuoiò aprendosi in due come avesse una cerniera dalla quale svettavano immani quantità di sangue maleodorante.
La ragazzina era tutta impastata di vomito e sangue e nè Socrate nè Dracula potevano spiegarle cosa stava succedendo.
La vecchietta aveva rivelato la sua vera identità, era un diabolico essere metà DeFilippi metà Costanzo con al posto dei genitali un enorme fucile da caccia a doppia canna.
Un colpo sfondò il fegato della fanciulla aspirante scrittrice che si spiaccicò sul finestrino alle sue spalle colando come un pomodoro marcio.
Lara era sconvolta mentre osservava la scena, e intanto però notava che nuovamente le mutandine erano bagnate, che strana storia, che cazzo era quel essere mezzo Maria mezzo Maurizio? E l’albanese sul cerbiatto blu?
L’essere mostruoso gettò in terra la sua prima, sanguinante pelle di vecchietta, si avvicinò a Lara con fare laido e lascivo da cui si intuivano propositi di sadismo e affilata penetrazione.
Ma d’un tratto l’autobus si arrestò di botto, il goffo essere fu catapultato e fece un capitombolo fino ai piedi dell’autista che ora s’era alzato in piedi.
Era un grosso Licantropo peloso e ringhiante, era talmente grosso che poteva strappare via le lamine del pullman con gli artigli, probabilmente era un Ursus Cimiterialis, uno dei più grossi lupi mannari sulla piazza.
Il grosso licantropo fece a pezzi l’essere diabolico e ne disseminò i pezzi lungo tutto l’autobus, lo sfracellò senza emettere nemmeno un ringhio.
Lara sussultò, e ancora le sue mutandine, e non solo, si rivelarono esser bagnate
Il lupo la fissò e le disse:
“Posso penetrarti con il mio grosso membro peloso?”
Ed allora le mutandine di Lara furono inondate, letteralmente travolte da una diga affluente. Il mannaro le strinse le morbide carni nelle mani artigliate, la denudò ferocemente e le fece vivere il rapporto sessuale più brutale ed estatico della sua sedicenne vita, stare qui a raccontare i particolari sfocerebbe nel pornografico, insomma Lara fu penetrata ovunque e in ogni modo plausibile dalla licantropa foga.
Quando si risvegliò e capì che era tutto un sogno Ezio Greggio era sopra di lei e la fotteva a sangue con in testa un frontino con le corna da satanasso.
Lara aveva sedici anni, e avrebbe dato il culo per fare la velina.



Dedicato a coloro che vogliono circondarsi solo di stronzate, che non meritano poesia ne sublime metafora, che forse non se ne accorgono, ma sono proprio dei coglioni.

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mercoledì 31 agosto 2005 - ore 12:00


la befana vien di notte
(categoria: " Vita Quotidiana ")


- Nonna! Nonna! Ce la racconti una storia?
- E' tardi...
- Ma nonna, non riusciamo ad aspettare... Continuiamo a pensare alla befana! E se ci porta il carbone?
- Nipotini miei... Se non vi addormentate la befana non passerà proprio!
- Una storia corta corta cortissima?
Un sospiro
- E va bene. Ma poi dovrete dormire, perché la befana vien di notte, non di mattina.

"Scartando un cioccolatino alla fragola, guardò il grosso gatto nero entrare silenziosamente dalla porta socchiusa.
Il pelo arruffato dell'animale la fece sorridere.
- Occhio Marcio ti sei fatto valere, eh?
Il gatto si limitò a saltare sul grembo della sua padrona. Le mani dolci della padrona lo accarezzarono, lisciandogli il pelo nerissimo e lucente.
Il cioccolato fondente le si era ormai sciolto in bocca, lasciandole una gradevole impronta di liquore nel palato.
Tic Toc Tic Toc
L'antico orologio affisso alla parete grigiastra segnava le dodici.
Notte fonda.
Le forti mani deposero il gatto per terra.
- Mi dispiace, Occhio Marcio, ma devo andare. E' ora.
Guardandola attraverso il suo unico e giallastro occhio sano, l'animale sembrò annuire comprensivo. Iniziò a leccarsi il pelo.
Lui sa tutto
Tante lune erano passate da quando Occhio Marcio era venuto ad abitare con lei. Tante lune erano passate, ma Occhio Marcio non dimenticherà mai.
Lui è l'unico che sa
Sprimacciandosi l'abito scuro e sistemandosi gli svariati amuleti prese in mano un sacco di tela grossa, vuoto.
Uscì dalla piccola casa, prendendo la scopa appoggiata alla porta. Le sue vecchie scarpe affondarono nella neve gelida. Riflettenti ghiaccioli pendevano dall'albero rachitico.
L'albero era contento. Sapeva ciò che lei stava per fare.
I rami incrostati sembravano salutarla, quando lei partì nella nebbia.
Come ogni anno lei lo avrebbe soddisfatto.

Il sole stava per spezzare il buio con i suoi mille raggi lucenti quando lei tornò lentamente. La scopa volava lentamente, quasi tentando di accarezzare le varie nubi. La colpa di questa lentezza era del sacco, ora pieno e pesante.
Il gatto nero uscì velocemente, per salutare la sua padrona.
Anche quest'anno ce l'aveva fatta.
Le vibrisse dell'animale fremevano d'impazienza, ansioso di vedere cosa sarebbe successo dopo.
Lo sapeva, lo sapeva cosa sarebbe successo ma ogni volta era una cosa diversa
Il tronco dell'albero si mosse impercettibilmente.
Ogni volta era un'emozione travolgente.
Finalmente toccò terra con le sue vecchie scarpe sporche. Scese a fatica dalla scopa, facendo cadere pesantemente il sacco. Occhio Marcio trotterellò lì vicino, annusando l'odore del sacco.
Ogni anno nuovi odori
Il sacco si muoveva.
Questo non cambiava mai
Un movimento spaventato. Un movimento terrorizzato. Il gatto inspirò, chiudendo l'occhio sano.
Gli piace l'odore della paura
Lei, intanto, era accovacciata ai piedi dell'albero, scavando nella neve e nella terra gelata.
Li trovò.
Come ogni anno, erano lì. Li afferrò con le sue mani infreddolite. Dodici piccoli cappi.
Chissà quante volte erano stati usati
Si rialzò goffamente, mordendosi il labbro inferiore.
Molto lentamente attaccò gli sdruciti cappi ai vari rami dell'albero, posizionandoli in modo distanziato tra loro.
Un piccolo vento solleticava la vecchia corteccia.
Ogni anno, sempre così
Si girò, fece qualche passo incerto e finalmente slegò il sacco.
Il gatto nero spalancò l'occhio sano.
Ogni anno, un'emozione travolgente
Dodici bambini, nudi, si contorcevano nella tela. Con le sue mani adunche ne prese uno, incastrandolo nel primo piccolo cappio.
L'albero sentì, come ogni anno, una dolce e fluida spinta di calore nelle sue radici.
Diventava più forte
Lei sorrise, accaldata.
Anche lei diventava più forte
Un legame indissolubile annoda le loro due vite.
06 - 01 - 06 d.C.
Questo è l'anno del loro patto. E da allora, ogni 6 gennaio, lei arriva.
I bambini avevano paura.
Così sono state inventate storie, su di lei.
La befana è buona. Porta dolci ai bambini buoni.
No. FALSO
I dolci lei se li mangia.
Ai bambini cattivi al massimo porta il carbone.
No. FALSO
La befana non fa distinzioni: prende tutti i bambini.
Li attacca al suo albero. Al suo segreto.
Ogni Sei Gennaio.
Li attacca tutti, e sente le loro energie entrare nel suo corpo.
Il vento si fa allora più forte, scuotendo i dodici corpi inermi.
Uno per ogni mese
Rimangono appesi, sì, finché gli scheletrini gelati non cadono a terra confondendosi tra gli altri.
Allora lei slega i cappi e li sotterra.
E aspetta, con Occhio Marcio che le fa compagnia.
Aspetta pazientemente il Sei Gennaio, la data del suo patto."
Il silenzio è calato nella stanza.
- No..Nonna...?
La voce della nipotina più piccola spezza il silenzio.
- Hai inventato tu questa storia.. vero?..
Sussurra la nipote più grande, deglutendo.
- Sofia, Margherita, ora dovete veramente dormire.
La vecchia uscì dalla stanza.
Povere figliole, erano appena state mandate dai suoi genitori in vacanza dalla nonna. Non si erano ancora ambientate. Forse perché quella non era la loro vera nonna?
Si sedette sulla sedia.
Tic Toc Tic Toc
L'orologio segnava le dodici. Un grosso gatto nero la aspettava vicino alla porta della casa, strusciandosi contro il legno, impaziente.
Lei si avvicinò alla finestra, accostò le tende e vide un grosso e vecchio albero scosso dal vento.
- Sono vecchia... Ormai sono passati troppi anni...
Guardò la luna piena, facendo un sorriso sdentato.
- Quest'anno dovrò accontentarmi solo di due...
E si avviò per prendere un paio di cappi, sprofondando nella neve soffice.

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