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martedì 23 agosto 2005 - ore 15:52


L'alba della notte
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Così ci ritroviamo.
Sappiamo entrambi che sarà per l'ultima volta.
Oramai sono solo un vecchio, stanco nel fisico e nella mente. Da cinquant'anni inseguo i miei demoni; da cinquant'anni non passa notte ove il mio sonno non sia sconvolto da incubi indicibili e il giorno non è per me sollievo, ma solo una meditata vendetta contornata da ricordi che mi squarciano l'animo.
Ora siamo qui.
Non scapperai stavolta. È la fine di tutto.
L'oblio avvolgerà in un oscuro abbraccio uno di noi due.
E spero che sia tu, maledetta.
Maledetta, così come quella notte di cinquant'anni fa divenne la mia vita; avevo solo dodici anni, e tuttora mi chiedo: perché?
A dodici anni si è ancora bambini, si dorme con la luce dell'abat-jour accesa a contrastare quel buio che, nella fantasia di fanciullo, nasconde ogni sorta d'incubi e mostri, come il babau nell'armadio pronto a saltarne fuori per ucciderti di paura. Solo che quella notte l'orrore, vero ma irreale, c'era veramente.
Non puoi sapere come può sentirsi un bambino, solo, nel suo letto quando un grido squarcia la notte silenziosa. Un grido di disperato orrore che proviene dalla camera dei tuoi genitori. La mente è sgombra da pensieri, c'è solo un'atavica paura, un istinto vecchio come il mondo, che paralizza. Altre urla, altri gemiti disperati. Grida d'aiuto... Ma cosa potevo fare io? Cosa?
Sai, non so quanto tempo passò prima di riuscire a muovermi, di poggiare i piedi nudi sul pavimento freddo, con il cuore impazzito che urlava il suo dolore e l'adrenalina che affluiva copiosa nel sangue. La camera dei miei genitori era di fronte alla mia. Come in trance uscii dalla mia camera e qual brivido mi diede stringer nella mano il gelido pomello d'ottone di quella porta che, allora non sapevo ma immaginavo, mi avrebbe catapultato nel buio angosciante del terrore.
Mamma, sussurrai aprendo i cancelli dell'inferno.
Le parole mi morirono in gola.
È ancora tutto stampato nella mia mente come una fotografia.
La luce della lampada sul comodino che rischiarava in modo fioco la stanza, la finestra aperta le cui tende si gonfiavano verso l'interno sospinte da un gelido vento che mi fece accapponare la pelle. Ricordo che le pareti avevano strane striature di rosso, come se qualcuno avesse, per chissà quale motivo, lanciato bottiglie di salsa contro il muro. Lo sguardo si posò sul letto e su ciò che rimaneva di mia madre. Aveva degli enormi squarci sul petto e la testa era stata per metà spiccata dal collo.
Volevo urlare, ma tutto ciò che emisi fu un suono strozzato.
Distolsi lo sguardo da quella scena raccapricciante e in quel momento vidi mio padre. Al momento non riuscii a capire cosa stesse facendo. Era fra le braccia di una donna, e lei lo stava baciando sul collo. Qualcosa però non quadrava, le braccia di mio padre pendevano inerti e non pareva muoversi...
Papà? Chiamai.
La donna si giro e lasciò cadere il corpo di mio padre che, esanime, si afflosciò sul tappeto della camera.
Non sei mai cambiata, e ti ho rivisto altre volte. Ma mai ho provato un orrore e un'estasi paragonabile. Eri lì, figura alta dai lunghi capelli neri. Mi guardasti con quegli occhi bui e profondi nei quali brillano tuttora venature rosse. Chissà quante persone hai ammaliato con tali occhi, quante povere anime sono cadute nella tua rete...
Eri l'essere più vicino alla perfezione su cui mai cadde il mio sguardo. E mi sorridesti. Con la tua bocca perfetta, sporca di sangue. Con la luce che risaltava dolcemente i tuoi denti, così belli, così aguzzi.
Così mortali.
Semplicemente mi sorridesti e te ne andasti. In un attimo... tu... fuori dalla finestra... a sei metri dal suolo. Mi guardasti un'ultima volta e nel mio cervello ipnotizzato dal tuo sguardo echeggiò una frase: ci rivedremo.
Già.
I miei genitori avevano un immenso patrimonio. Ciò mi evitò di essere rinchiuso in un istituto psichiatrico ed ebbi la dubbia fortuna di riuscire a documentarmi su di te, seguirti in capo al mondo. Ma solo Dio sa se non avrei preferito essere solo una povera vittima senza la possibilità, anche economica, di darti la caccia con il fardello del ricordo di quella notte. Dio solo sa se non avrei voluto dimenticarti. Ma non è andata così. Il fato, o chi per esso, ha deciso che non poteva essere così. E forse anche tu.
Così cominciai a darti la caccia.
Ho battuto le strade da te percorse, visitato luoghi che i tuoi occhi avevano visto. Ho imparato a pensare con la tua mente e ragionare come te. Ho passato la mia vita in una simbiosi orrida con la tua natura d'essere immondo.
Solo una volta riuscii a dimenticarti, a mettere da parte l'orrore e la vendetta.
Ricordi Linda, vero?
La conobbi in Scozia, mentre peregrinavo per il mondo seguendo le tue tracce; un giorno la vidi e me ne innamorai. Mi unii a lei in matrimonio e per la prima volta nella mia vita mi sentivo felice. E la vendetta, passati vent'anni, andava diluendosi con l'amore per la vita.
E così sei tornata, per ricordarmi il mio compito, per ricordarmi di te. Lurido essere. Il cuore mi si spezzò e la mia anima da allora cessò di esistere. Ancora una volta una porta mi celava l'orrore e ancora una volta avevi reciso una vita.
Rammenti lo scempio che facesti del suo povero corpo?
Ricordo quelle parole scritte con il sangue di Linda sul soffitto, un semplice ed efficace messaggio: 'nell'oscurità io regno'.
Da allora ho ripreso la mia caccia con una foga e un odio impensabili.
Negli stretti e magici vicoli di Praga una notte assaggiasti il dolore. Ma l'acqua santa non ti fermò.
"Ne porto ancora il segno."
Vedo, e mi spiace di non averti rovinato quel viso che, impassibile, uccide ogni sorta di vita.
Tra le colline d'Irlanda, e i sobborghi di Londra. Tra la Romania e l'Ungheria. Tra luoghi selvaggi e civilissimi. La mia caccia è durata a lungo e spesso ti ho trovata e snidata, impedendo nuovi massacri e piangendo quelli già occorsi. Una sola traccia del tuo passaggio è sempre stata per me fonte di speranza. La mia sete di vendetta si acuisce e vedo. Vedo coi tuoi occhi. Come se vorresti farti trovare.
Ne hai avute di possibilità, mia odiata creatura.
Eppure non mi hai mai ucciso.
"Io vago da secoli sopra questa terra, io regno nella notte. Il mio stesso regno è la notte. Un regno dove il cui unico credo è la paura.
Sei sempre stato un buon avversario. Saresti un abile giocatore di scacchi. È vero, hai imparato a pensare come me, a capirmi.
Ma chiediti: se altre persone, nel passare dei millenni, avessero avuto la forza e la lucidità che credi d'avere tu, per sterminarci.. credi che saremmo ancora qui?
Ho solo giocato. Ho solo giocato con te. Mostrandoti solo ciò che volevo. Facendoti intuire cose che gli umani difficilmente capirebbero. È per questo che talvolta ci siamo incontrati. Però non voglio sminuirti del tutto. Solo una buona mente poteva reggere e capire tutto ciò... e me ne compiaccio."
No. Non è possibile. Tu menti!
Sono quasi riuscito ad eliminarti e molte ferite ti ho inferto... non puoi aver messo in gioco la tua esistenza insensatamente...
"Oh, sì.
Nel mondo, nonostante la nostra razza ci sia sempre stata, siamo in pochi.
E soli.
Alcune volte la solitudine è eccessiva, anche per noi immortali, e per superare il tedio del tempo ci inventiamo passatempi in grado di far trascorrere lietamente il fiume delle stagioni e degli anni."
I miei genitori... Linda... La mia vita stessa... sono stati solo vittime di...
No... mio Dio...NO!
UN GIOCO! SOLO UN PASSATEMPO PER VOI CREATURE INFERNALI!
La mia vita... ho creduto di avere in mano le redini del gioco ma...
"Le avevo io. Il re era in scacco da cinquant'anni."
Ora siamo qui, e la mia disperazione ha raggiunto il culmine.
Stanotte uno di noi due morirà. Ma non sarò io.
"Hai ragione. Non sarai tu. Ma non sarò neanche io. L'unica a morire sarà la tua anima, perché mi appartiene. La verità è che quella notte non ti uccisi insieme ai tuoi genitori perché volevo sì divertirmi, ma anche provare la resistenza della tua mente e la tua fedeltà a me. Sì, perché quella notte ti scelsi come compagno per l'eternità. Ho alimentato la tua sete di vendetta nel tempo per renderti sempre più, anche se inconsapevolmente, legato a me.
La solitudine è lunga, l'eternità ancor di più. In due passerà in modo più piacevole.
E ora vieni qui, bevi dal mio polso il sangue che ti donerà una nuova vita e ti restituirà la giovinezza di un tempo, lasciandotela per sempre."
No... non riesco a distogliere lo sguardo...
I tuoi occhi...l'oblio...
"Bravo, lascia cadere quel paletto e quella boccetta, e vieni a me.
Bevi, bevi la linfa immortale, cosicché noi due si possa regnare nella notte.
Nell'oblio..."

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domenica 21 agosto 2005 - ore 11:31


bad luna of blood
(categoria: " Vita Quotidiana ")





Anno 1532-47 Cornovaglia.

Questa e la storia di una giovane donna di nome Rosa luna che viveva nell’antica Scogliera della Cornovaglia, in un vecchio castello circondato da un grande giardino.

Da un anno e mezzo gli erano morti per colpa di un‘ epidemia di peste il marito e due figli, che erano stati seppelliti lontano da lei ,così nn poteva andare a trovarli e portargli dei fiori.

Una sera di Luna Piena, Rosa luna, continuando a sentirsi il cuore trafitto senza mai una attimo di tregua , decise di maledirsi per l’eternità.

La sera seguente dopo l’ora del tramonto la povera giovane andò nella soffitta del castello, preparò la stanza con la giusto materiale da evocazione, con la giusta luce ed evocò il Demonio.

Durante l’evocazione chiese e supplicò il Demonio di farla diventare una Vampira, una Creatura della Notte e che solo di notte usciva per cacciare vittime umane, nutrendosi del loro sangue, chiese anche il potere di trasformare se voleva le sue vittime come lei e la massima conoscenza delle Arti Occulte.

Il demonio chiese l’anima di lei in cambio solo se fosse morta e di farci l’amore quando avesse voluto,Rosa Luna accettò, il demonio gli porse una pergamena con la scritto dell’oro Patto. Lei lo avrebbe dovuto firmato con il suo sangue , il Demonio scomparve e l’evocazione finì.

Rosa Luna andò a dormire nella sua camera da letto,all’ inizio gli sembrò soltanto di stare male, ma poi si rese conto di stare male davvero,preoccupata, provò a toccarsi la fronte e scoprì che era bollente come la lava di un vulcano, si sentiva eccitata e provava una sensazione forte che nn riusciva a spiegarsi.

Allora pensò di sdraiarsi,rilassarsi e cercare di dormire. Dormì per tre giorni di seguito, senza svegliarsi mai. Quando si svegliò gli pareva che

gli fosse passato tutto e si diresse verso una delle sue tre Biblioteche e visto che era appassionata di tutte le cose che riguardavano il bene ,il male,

il mistero, la magia (bianca, nera , rossa), i miti e le leggende di qualunque tipo,prese un libro a caso, si accovacciò in una poltrona li vicino e iniziò a leggerlo.

Mentre leggeva si sentì la testa come stretta da una morsa mortale, si alzò tenendo ancora il libro in mano, lentamente si diresse verso il bagno al piano di sotto ,il castello aveva solo tre piani e delle segrete, lei scese passando da uno dei passaggi e si reco verso il primo piano , arrivata davanti alla porta, debolmente si avvicinò alla ciotola d’acqua che c’era, appoggiò il libro su uno scaffale a pochi centimetri da lì.

Si bagno la faccia, il collo e un po’ i capelli di un nero corvino che lunghi le cadevano sulle spalle e oltre, si guardò allo specchio lì di fronte a lei e notò qualcosa di strano, ma ignorandolo tornò a letto al piano di sopra e si riaddormento.

Erano passati alti tre giorni da quando aveva fatto l’evocazione e il sesto giorno , mentre dormiva, si ricordò di aver lasciato la finestra della sua camera aperta perché in piena notte venne svegliata da un isterica urla che spezzava l’aria, da un branco di lupi ululanti e dallo strano soffiare del gelido vento che entrava dalla finestra . si svegliò del tutti i capelli scompigliati. Allora aprì gli occhi, si raddrizzò con calma su suo letto guardandosi intorno e mettendosi la vestaglia da notte, scese dal letto notando che una forte luce attraversava la finestra aperta, illuminando tutta la stanza, Tutto gli era passato, allegra e tranquilla di ciò, si avvicinò alla finestra, vide che c’era Luna Piena. In quell’istante seppe di essere cambiata, di essere diventate una Vampira.

Si sentiva benissimo, una forte gioia la invadeva, tranquillissima, in sintonia con tutto e tutti una fortissima energia , era fredda come il ghiaccio si giro, verso un altro specchio che si trovava proprio lì accanto, si guardò e vide il suo viso più giovane, tutta splendidamente più giovane, i suoi occhi da celesti che erano , erano diventati una mescolanza tra il blu ghiaccio e il nero ebano leggermente velati di bianco, la sua pelle color cenere, ma che risplendeva alla chiara luce lunare, i suoi occhi avevano dei riflessi bianchi contro quella luce e i sui cinque sensi erano perfetti ed ora aveva anche un sesto senso, anch’ esso perfetto.

Si sentiva bellissima, fantastica, più forte,immortale e immune da qualunque cosa e come nn si era mai sentita prima, sapeva dentro di se ce tutto questo nn saprebbe mai finito, anzi sarebbe durato per sempre .Dopo avere accolto con purissima gioia il suo cambiamento ed ringraziato il Demonio, ritornò alla finestra aperta e stette per qualche ora a curiosare fuori e ad ascoltare i rumori che provenivano da intorno al castello . Poco prima dell'alba sapendo che il sole l'avrebbe uccisa e quello era uno dei suoi pochissimi nemici , chiuse la finestra per bene, accese una delle candele mettendole sullo scaffale vicino al letto, si rimise sotto le coperte e dormì fino alla notte successiva. Poco il tramonto riemerse dalle coperte ancora più smagliante della volta prima, riscese dal letto riaprì la finestra e a passo sonnambulo raggiunse la camera della sua povera vecchia madre morta negli anni precedenti.

Arrivata nella stanza Rosa Luna, volteggiando nell’aria, arrivò al vecchio armadio della madre e ne trasse fuori un vecchio particolare vestito fuxia scuro un po’ rovinato, lo riaggiustò e dopo essersi tolta la vestaglia se lo mise, fortunatamente gli stava a pennello.

Quasi immediatamente sentì un certo languorino in bocca e subito dopo una fame da svenire. Allora si ricordò che qualche giorno prima aveva invitato un suo carissimo amico a cena per quella sera, sollevata al pensiero andò nel salone delle feste, lo sistemò in modo da essere accogliente e attese con impazienza l’arrivo del suo amico.

Finalmente dopo una così lunga attesa che sembrava infinita, il suo amico Jan Pier bussò al grande portone che gli si aprì davanti, vide Rosa Luna che scendeva bellissima e con una certa sensualità dalla scalinata centrale in fondo all’enorme ingresso.

Avendo preso per mano il suo ospite, ignaro della morte imminente che lo attendeva con ansia dietro l’angolo, andarono nel salone apparecchiato e sistemato a dovere. Jan Pier aveva fame, ma Rosa Luna insistette per fargli ascoltare un pezzo di musica con la sua grande arpa che si trovava proprio lì.

Prima di mangiare, Jan Pier si concesse di ascoltarla, mentre la ascoltava venne quasi stregato da quell’Angelo Nero che gli stava di fronte e infatti incerto si avvicinò a lei e i due iniziarono a baciarsi sfrenatamente. Lei stette al gioco solo perché aveva un bisogno incontrollato di nutrirsi col sangue di quell’uomo e così, mentre continuavano a baciarsi, la sua bocca scese fino alla gola di lui e immobilizzandolo con una forza mostruosa, lo morse.

I suoi denti, più lunghi e affilati come rasoi, penetrarono in quella carne tenera e saporita. Jan Pier cercò disperatamente di liberarsi, ma non ci riuscì e lei iniziò a nutrirsi tanto disperatamente quanto spietatamente e bevve, bevve incontrollatamente fino alla sazietà e finché lui non cadde a terra morto e completamente svuotato.

Essendosi nutrita abbastanza, Rosa Luna si passò con soddisfazione la lingua sopra le labbra per pulirsi del sangue che le era rimasto addosso e che sporcava quel dolcissimo viso da Angioletto innocente. Dopo di che portò il cadavere del povero Jan Pier in una delle segrete e stranamente non sentì niente per lui. Pensò di essere finalmente diventata una vera Vampira figlia delle Tenebre e una temibile predatrice, fece ritorno alla sua camera da letto, si riaffacciò alla finestra ad ammirare tutto ciò che c’era là fuori e che la circondava ma ad un certo punto la sua mente venne attraversata da un brusco fulmine per un pensiero straziante, era il triste ricordo dei suoi figli, un maschio e una femmina, morti per la terribile epidemia di peste.

In quello stesso istante un Corvo atterrò proprio sul davanzale di quella finestra, Rosa Luna istintivamente seguì il Corvo che dopo un lungo viaggio la portò in un piccolo cimitero, era ancora notte fonda, ma presto sarebbe spuntata l’alba, al pensiero, si mise a cercare la tomba della sua figlia più cara che si chiamava Lucy.

La trovò e iniziò a scavare furiosamente, in preda a un panico terribile, poi dopo una buona mezzora scoprì la bara, controllò che dentro ci fosse ancora il corpo di sua figlia Lucy, la richiuse, tirò fuori la bara, rimise la terra a posto e ritornò vittoriosa al castello con la bara, fece appena in tempo prima che sorgesse l’alba.

La sera seguente Rosa Luna portò la bara della figlia in un’altra stanza dove non passava mai un raggio di luce, posò la bara per terra, illuminò con delle candele magiche che non si sarebbero mai spente tutta la stanza e si accucciò accanto alla bara.

Avendo aspettato abbastanza a lungo, con le lacrime agli occhi, spalancò la bara, si fece un taglio sul braccio sinistro, aprì la bocca di Lucy e ci fece colare un po’ del sangue che ardente sgorgava dalla ferita che si richiuse subito, dopo qualche minuto Lucy aprì gli occhi.

La ragazzina si alzò lentamente, si girò e riconobbe subito la madre che piangendo la guardava, le due si abbracciarono subito passarono quasi tre ore abbracciate piangendo entrambe.

Finalmente Lucy si era risvegliata, dopo essersi staccate un po’, la piccola disse a sua madre che aveva mandato lei il Corvo a chiamarla, che lui portava la sua anima e che per questo la madre aveva fatto bene a fidarsi fin da subito e che il Corvo era davvero un tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Ora erano lì, madre e figlia, due nuove Vampire insieme e non si sarebbero mai più divise. Se mai sarebbero dovute morire, allora sarebbero morte insieme, poiché l’amore tra madre e figlia è più forte e potente di qualunque altro legame che possa esistere.

La piccola Lucy rispecchiava tantissimo sua madre in ogni minimo particolare, sembrava quasi di guardare un’unica immagine allo specchio, essendo anche lei appassionata delle stesse cose delle quali lo era anche la madre, disse che avevano raggiunto la loro” Illuminazione Oscura”.

Rosa Luna, orgogliosa della sua piccola Vampirella, la accarezzò sul viso e si baciarono tutte due sulla bocca, sapendo che quello era il classico bacio della loro razza, oltre che un segno di rispetto.

Lucy uscì dalla bara e prendendola tra le braccia, andò con la fidata madre nella stanza dei vestiti (in cui Rosa Luna aveva preso il suo nuovo vestito), Lucy appoggiò la bara accanto all’armadio dei vestiti, lo aprì se ne cercò uno adatto per sé.

Ne trovò uno simile a quello di sua madre, poi col suo permesso, si diresse giù nel giardino per raccogliere delle Rose in modo da poterci abbellire ogni angolo del castello.

Stare in giardino e cogliere le rose era tra le cose che le piacevano di più. Quando i fiori si seccavano gli tagliava i capi, che poi venivano messi in mucchi spezzettati dentro delle ciotole di legno, di cristallo, di terra cotta o di pietra. Usando i gambi per farci varie sculture.

Ogni giorno, qualche minuto prima dell’alba, quando andava nella camera accanto a quella di sua madre e si sistemava a suo piacimento sotto le coperte, Lucy amava stare seduta sul letto appoggiando la schiena su uno dei due cuscini al muro dietro di lei e mentre aspettava che gli venisse sonno faceva dei lunghi bracciali intrecciati con rotoli di lana o di seta colorata che trovava in giro per il castello alla luce di una candela. Si divertiva anche a fare con un carboncino su pergamena i ritratti della sua tanto amata mamma, poi il sonno si faceva sentire e si addormentava.

Riusciva sempre a svegliarsi prima di sua madre per nascondere tutti i suoi lavori dentro il cassettino del suo comodino, mettendo la chiave sotto di esso.

Una sera Lucy andò a cercare sua madre per dargli un braccialetto che aveva fatto apposta per lei, con il nero, il rosso e un bianco cenere. Ne aveva anche lei già uno al polso, così, portando quei due braccialetti identici al polso, sarebbero state sempre unite e i braccialetti sarebbero stati anche il Prezioso Pegno del loro amore.

Dopo pochi istanti riuscì a trovare sua madre che stava a fare pure lei dei ritratti di sua figlia, Rosa Luna stava davanti a un grande camino a forma circolare che si trovava nel salone delle feste. Appena percepì l’ombra della piccola nascose le pergamene dietro di sé, aspettando quasi come se sapesse cosa voleva dargli sua figlia, ma fece finta di niente, Lucy si sedette stretta a lei e gli legò il bracciale intorno al polso dicendogli a cosa sarebbe servito e facendogli una lunga carezza sul viso. La madre la ringraziò tanto, stringendogli le mani tra le sue.

Verso le tre di notte le due vennero invase da una grandissima fame e così decisero di andare al primo villaggio vicino per nutrirsi avidamente del dolce e succoso sangue delle loro prede umane, e compirono crimini tanto mostruosi che solo loro potevano compiere.

Queste Creature Indemoniate da quella volta in poi andavano a banchettare ogni notte, alla stessa ora ma in posti diversi e poi ovviamente tornavano al castello.

Se le due Vampire fossero state separate con cattiveria, i loro bracciali avrebbero emanato una luce accecante colore rosso sangue di ghiaccio, una luce alla quale loro soltanto avrebbero potuto resistere.

Assunsero un maggiordomo, in modo che potesse fare le pulizie e rimettere apposto tutto il disordine che c’era in giro.

Il maggiordomo si chiamava Arthur Quincey che sapeva benissimo che Rosa Luna e Lucy erano Vampire ma non gliene fregava nulla, semplicemente perché avendoci parlato per più di una volta, non gli era sembrato che fossero poi così cattive a meno che non venissero sfidate, ma se lui si fosse comportato da vero amico non avrebbe corso alcun rischio, ne era certo.

In quel castello le età non avevano importanza perché il tempo al suo interno quasi sempre si fermava .

Le Vampire e Arthur Quincey andavano molto d’accordo, tanto che si affezionarono parecchio, addirittura una volta al mese, solo quando c’era la Luna Piena, i tre si univano in cerchio nel grande giardino, intorno ad un grande fuoco, raccontandosi le storie o anche solo parlando.

Quando però si inoltravano nel discorso del passato, Arhtur capiva subito che le due non amavano parlarne e talvolta lui cambiava argomento, quando succedeva così Rosa Luna e Lucy gliene erano grate, ma gli erano grate per tutto.

Pure quando succedeva qualcosa anche stupida, ma che le infastidiva, Arthur accorreva sempre e una sera giurò davanti a loro che si sarebbe sempre preso cura di loro.

Si fecero insegnare tutto quello che lui sapeva e loro ricambiavano insegnando a lui quello che loro sapevano, passando le serate sempre in pace e non litigando mai.

Chi l’avrebbe mai detto che delle Vampire e un essere umano sarebbero andati tanto d’accordo tra di loro, questo è uno dei tanti Misteri incomprensibili a chiunque.

Dopo qualche anno, Lucy iniziò ad avere dei terribili sogni febbrili, reali, quasi degli incubi piacevoli e sensuali, ritrovandosi ogni volta in posti del castello a lei sconosciuti.

Sognava di essere con strane creature in posti che non riconosceva e che quelle creature la seducevano e le facevano fare cose e azioni sessuali oltre ogni perversione possibile, risvegliandosi confusa e terrorizzata. Era durante questi sogni che essa rabbrividiva mostruosamente e si sentiva avvolta in un freddo che non riusciva a sopportare, che la faceva eccitare e agitare come una vera puttanella e talvolta urlava di eccitazione talmente forte che le mura stesse del castello tremavano.

Ma una mattina presto un gruppo di uomini armati, provenienti da un villaggio che era stato attaccato dalle due Vampire, rapirono la piccola Lucy portandola lontana dal castello.

I malfattori entrarono nel castello, arrampicandosi ed entrando direttamente nella sua camera da letto. Sapevano dove andare, perché erano stati qualche notte a sorvegliare il castello.

Quella stessa notte Rosa Luna come suo solito si svegliò e con orrore vide il suo bracciale che luccicava di quella luce accecante, lo coprì con un pezzo di stoffa e in delirio corse da Arthur che cercando di calmarla gli disse che sarebbero andati a salvarla.

Intanto in una vecchia cantina avevano legato la povera Lucy ad un grosso masso a forma di altare e la stavano torturando a mò di Vampiro, con corone di aglio e piccoli crocifissi d’oro addosso.

Alla fine ne uscì tutta bruciata, poi venne incatenata ad un muro e lasciata lì, dopo tanta sofferenza finalmente percepì la vicina presenza di sua madre e iniziò a urlare forte, Rosa Luna e Arthur sentirono le urla e si diressero alla vecchia cantina buttando giù la porta.

La madre e il maggiordomo attaccarono dei contadini, riuscendo ad ucciderne qualcuno, la battaglia durò un po’, mentre Lucy si guardava la scena con timore sperando che non succedesse nulla di male nè ad Arthur, né alla Vampira.

A quel punto Lucy venne allontanata dal muro che la imprigionava e buttata con violenza in una specie di bara di ferro, con al suo interno i santini d’oro, le corone di aglio e con ancora i catenacci che gli penzolavano dalle braccia e i due robusti ceppi ai polsi, poi coperta da un telo fangoso e insanguinato e venne chiusa la bara con un catenaccio non facile da aprire.

Tutti i cattivi morirono, lasciando la bara lì in modo che i fedeli compagni di Lucy poterono portarla al castello.

Ritornarono al castello con lo stesso carro con il quale i malfattori avevano rapito Lucy, arrivati stanchi e preoccupati Rosa Luna e Arthur andarono nella camera da letto della Vampira madre, accertandosi che ci fosse abbastanza buio e con una candela vicino cercarono di aprire la bara, Lucy aveva smesso di lottare per liberarsi e non si sentiva più un rumore.

Rosa Luna disse al maggiordomo che sarebbe dovuta essere una morte apparente, che i vampiri usano come difensiva inconscia e che era normale che il loro corpo in alcune occasioni reagisse così.

Il bracciale di Rosa Luna luccicava ancora, se non si fossero sbrigati non avrebbero fatto in tempo. Dopo aver tentato varie volte di aprire la bara e aver fallito, Rosa Luna era infuriata e con gli occhi che rilucevano di una luce infernale, sembrava come se il diavolo stesso fosse lì. Arthur si spaventò non avendola mai vista in quello stato, poi con un grido demoniaco e con una forza innaturale Rosa Luna dette un brusco colpo al catenaccio con la spada che aveva usato durante la battaglia e che si era portata dietro, riuscì a romperlo, spalancò il coperchio e tirò fuori sua figlia.

Poco dopo la piccola riaprì gli occhi ritrovandosi tra le braccia della madre.

Per la seconda volta Lucy era caduta in un sonno infinito e per la seconda volta si era risvegliata miracolosamente e il viso di sua madre si era ritrovato in lacrime per il forte contrasto tra la paura di perdere la figlia e la pura gioia di averla salvata.

Lucy restando tra le braccia di sua madre gli disse che l’avevano drogata e che per quello era cascata nelle sembianze della morte, ma ora i loro due bracciali non luccicavano più, erano salve con Atrhur al loro fianco, all’interno di quelle mura.

Stava per venire l’alba, le due vampire si ritirarono nell’oscurità e Arthur nel frattempo andò in cima alla scogliera e buttò la ferrosa bara, ricordo di quella triste avventura, e la fece cadere nel mare, impegnandosi dopo alle pulizie.

La sera seguente Rosa Luna e Lucy, era da un po’ che non si nutrivano, iniziarono ad indebolirsi, Arthur non sapendo cosa fare decise di offrirsi di aiutarle donando loro il suo sangue, le due non volevano, ma Arthur insistette, dopo tutto sarebbero morte se non avessero accettato.

Allora Arthur sollevato si tirò su la manica sinistra della camicia e gli porse il braccio, nel farsi mordere sentì un lieve dolore e tirò un sospiro di soddisfazione, ma le due vampire non stettero molto a gingillarsi col suo braccio, dopo qualche succhiata si ritrassero lentamente per non causargli maggiore ferita.

Rosa Luna e Lucy ringraziarono il loro maggiordomo dandogli entrambe un bacio al centro della fronte, Arthur rivelò che farsi mordere era stata la sensazione più bella, dolce e divina che avesse mai provato prima, le due gli risposero che lo sapevano bene e che non ne erano tanto entusiaste.

Non sapendo più come nutrirsi, dopo quello che era successo, decisero di nutrirsi solo una volta al mese, giusto quando c’era la Luna Piena e abbastanza almeno, da poter resistere fino alla volta successiva.

Una notte Rosa Luna si accorse che Lucy aveva ancora le scottature dei Crocifissi nella pelle, allora la portò nella stanza del grande focolare, la fece sedere davanti ad esso per terra e con un Incantesimo gli fece sparire tutte le scottature, ma gliene rimase una sulla fronte che ci sarebbe rimasta incisa per sempre.

Quell’immagine per loro maledetta aveva sfregiato eternamente il viso della dolce Lucy che sconvolta pianse e si agitò tanto istericamente che si chiuse in camera sua e non uscì per tre settimane.

I catenacci e i ceppi gli vennero tolti con un modo molto rischioso, ma che fortunatamente ebbe successo e non sciupò, né ferì la sensibile e candida pelle di Lucy.

Durante quei giorni di insopportabile dolore Lucy continuò a fare i ritratti di sua madre, riprese a scrivere un suo diario segreto che aveva lasciato incompiuto prima di morire e approfondì la sua amicizia con quel Corvo che era il magico tramite fra loro e che ogni tanto andava a trovarla, poi al termine del suo isolamento Lucy finalmente uscì dalla sua stanza, sentendosi pronta per tornare tra i suoi cari.

Ma quando fu fuori, lungo il corridoio, vide sua madre che sofferente stava per terra accanto ad Arthur immobile, freddo e col cuore che non gli batteva più, allora Lucy corse veloce verso di loro, si buttò a terra e in lacrime anche lei, chiese a sua madre che cosa fosse successo.

Rosa Luna disse che era cascato per terra all’improvviso, mentre camminava, la causa della sua morte risultò misteriosa, mentre Rosa Luna avvolgeva il povero defunto Arthur in un lenzuolo bianco come la neve, Lucy fece una corona di spine, prese una rosa rossa e andò a prendere la bara dalla quale lei si era risvegliata la seconda volta.

Le due vampire portarono il corpo inerte dell’uomo, presero il resto, andarono nel loro giardino e fecero una buca abbastanza profonda mettendoci la bara con al suo interno Arthur che vi giaceva protetto dal lenzuolo funebre e con sopra il petto la corona di spine fatta dalla dolce Lucy e con al centro la rosa rossa, appoggiata delicatamente insieme alla corona sopra di lui. Non conoscendo nessuna preghiera, ne inventarono una per il loro povero maggiordomo e poi lo seppellirono.

Rosa Luna avrebbe voluto fargli bere il suo sangue per farlo tornare in vita, ma Lucy l’aveva fermata all’ultimo momento, dicendo che sarebbe stato ingiusto anche se lui avrebbe voluto, e che lui non faceva parte della loro religione, misteriosa come la morte che lo avvolgeva freddo e sofferente dentro il lenzuolo, e oscura come la notte. Anche Lucy avrebbe voluto farlo tornare in vita, ma sarebbe stato ingiusto e così rassegnata Rosa Luna diede ascolto a sua figlia.

Per riconoscere il posto della sepoltura ci misero una croce di legno subendo delle scottature non tanto gravi, ma che per un amico come Arthur valeva la pena di sopportare quel lieve dolore, lo stesso che lui aveva provato quando loro lo avevano morso quella volta che si nutrirono per sua insistenza.

Povere Rosa Luna e Lucy che non facevano altro che sopportare e subire mali e sofferenze sia fisici che psicologici quasi in continuazione, ma erano forti e con una grande forza di volontà.

Dopo quell’evento Lucy, con un terribile bruciore addosso aggiunse nel suo Diario dopo l’ultima cosa che aveva scritto: ( Senza data, con calligrafia incerta).

“Dio, nel quale non ho fede, aiutami! Non credo in Te:

non ci credevo ma, se devo accettare il male infinito

che sono diventata, allora prego che esista anche il

bene infinito, e che abbia misericordia di ciò che rimane

della mia anima. Io sono il lupo, la Vampira. Il sangue

degli innocenti macchia le mie mani, e ora io attendo di

ucciderlo”.

Dopo aver chiuso il suo Diario Lucy si rese conto che non sarebbe stato affatto facile smettere di macchiarsi di quel sangue maledetto e che per farlo sarebbe dovuta morire anche lei, o suicidarsi, comunque anche fosse morta, essendo una Vampira, una Figlia del Demonio, chi gli avrebbe assicurato che tutto giungesse a termine.

Sconsolata e con quel pensiero che gli martellava la mente, per calmare un po’ le acque dei suoi pensieri, si sdraiò nel letto e si addormentò. Anche sua madre si era addormentata, ma nel proprio letto e con pensieri ben diversi da quelli di Lucy.

In quei momenti di folle disperazione Lucy aveva imparato a plasmare, velare la sua anima e il suo cuore, cioè li aveva educati, si era costretta a non lasciarsi più sopraffare dall’odio o dalla dolorosa sofferenza, ma a reagire cercando di ignorare le sue emozioni molto spesso laceranti.

Sua madre invece pur avendoci provato, non ci era riuscita e continuava a essere implacabilmente preda di se stessa e a farsi lacerare e ferire la sua anima e il suo cuore, che presto l’avrebbero portata sull’orlo di quella pazzia che ormai da tempo spadroneggiava inosservata dentro di lei.

Da qualche tempo Lucy sentiva delle voci, ma non ne conosceva la provenienza, poi una volta all’ora del tramonto quando le voci si fecero risentire, ascoltandole con attenzione le riconobbe:

erano le voci di suo padre Chris e di suo fratello Salem.

Venne la volta che queste voci attirarono Lucy nell’infinita folta foresta chiamata la foresta spettrale, che si trovava ai piedi del castello e perché si diceva fosse il luogo dove tutti i fantasmi e gli spettri si rifugiavano.

Venne attirata fino all’entrata di quella foresta e al suo interno apparirono gli spettri di Chris e Salem, che stando muti ma chiamandola con le mani, la invitarono ad avventurarsi.

La portarono nella parte più interna, in un punto dove c’era un grande cerchio di pietre, con al l’interno una stella a cinque punte, anch’essa grande sempre delineata da file di pietre.

Arrivata al bordo esterno del cerchio lucy entrò, dato che era lì l’ultimo posto dove i due spettri si erano manifestati. Appena varcò il bordo si scatenarono dei cerchi di ghiaccio che infuriavano all’interno come enormi barriere non facendo del male a Lucy. Sentendo nuovamente le voci che gli ordinavano di scavare, sentendosi in stato di ebbrezza, obbedì.

Iniziò a scavare, scavò nei cinque punti, trovando in ognuno di essi delle bottigliette di vetro diverse, con dentro delle Pozioni contenenti diversi poteri, poi scavò nel sesto punto nella parte centrale della stella, trovando anche lì altre due bottigliette, ma di cristallo, più grandi e con strani Infusi. Sempre nella parte centrale trovò anche uno Scrigno di ferro chiuso da un piccolo lucchetto con ancora inserita la chiave, il tutto era protetto da un involucro di legno. Raccolse tutta la roba e si avviò nuovamente al castello.

Mentre percorreva il sentiero all’indietro si mise a piovere. Quando fu arrivata al portale ed entrò, vide sua madre che l’aspettava in fondo all’enorme ingresso.

A metà percorso tra il portale e l’inizio della scalinata (che si trovava in fondo all’ingresso), Rosa Luna gli si avvicinò e mentre la fissava con uno sguardo furioso, sua madre gli tirò un violento schiaffo. Lucy a sua volta gli rispose anche lei con un altro violento schiaffo. Rosa Luna gli tirò un altro schiaffo, che però Lucy bloccò, afferrandogli il polso, stringendoglielo finché non gli diventò viola e si gonfiò, poi lo spinse via con rabbia.

Le due Vampire si fronteggiarono, fissandosi negli occhi al cui interno si agitavano fiamme minacciose. I loro volti erano contorti in un’espressione malvagia di odio e non più di amore infinito, e in quel momento erano impenetrabili. Chi fosse stato tra loro sarebbe morto fulminato dalla loro inequivocabile rabbia che emanava “forti scariche” di un sentimento incomprensibile: sembrava ci fossero due demoni pronti a scontrarsi da un momento all’altro.

Ad un certo punto si levò un forte vento e l’espressione di Rosa Luna sembrò addolcirci leggermente e parlò, disse che era arrabbiata moltissimo perché Lucy non l’aveva avvertita che sarebbe uscita, e che perciò era preoccupata. Poi il suo volto assunse una via di mezzo tra preoccupazione e profonda rabbia, mentre Lucy continuava a guardarla incredula, sorpresa e indignata senza dire una parola tenendo ancora la roba che aveva trovato nella foresta. Alla fine il vento iniziò ad ululare in maniera così terrificante che fece rabbrividire le due e solo allora Lucy aprì la bocca per parlare con espressione inconsapevole e mascherata da qualcosa che neppure lei stessa non sapeva cosa fosse, con voce calma disse solo che gli dispiaceva e si allontanò con il vento che le scuoteva i suoi lunghi capelli scuri, facendogli agitare il lungo vestito.

Quella fu una delle pochissime volte che litigarono. Lucy cercando di plasmare e ingannare il dolore e la rabbia dentro di se andò nella vecchia camera sepolcrale piena di colonne cadute e con milioni di topi che rovistavano in giro e ci si chiuse.

La madre sapeva che era lì dentro ma la lasciò perdere e dato che stava per sorgere il sole, si ritirò in camera sua.

La piccola Lucy ancora devastata dall’agitazione, si mise a sedere davanti ad un tavolo, al cui fianco c’era un baule antico, posò le bottigliette e l’involucro di legno sul tavolo. Dopo aver messo da una parte le bottigliette, decise di girare la chiave che avrebbe aperto lo Scrigno e così fece.

Lentamente Lucy si calmò e rimase affascinata da quello che trovò dentro lo Scrigno.

Davanti ai suoi occhi nuovamente increduli e incuriositi, si palesarono:

Un Medaglione Talismano avente la forma del grande cerchio con la stella a cinque punte, che aveva trovato nella foresta avvolto da un nastro di seta viola scuro e accanto un’antichissima pergamena chiusa da un sigillo di cera lacca rossa a forma di Ariete, uno dei Segni dello Zodiaco.

Piena di una nuova eccitazione, Lucy afferrò la Pergamena postagli davanti, la aprì facendo attenzione a non staccare del tutto il sigillo che vi era attaccato e ne lesse il contenuto che era scritto in antico latino e che tradusse...

La Pergamena, era stata probabilmente scritta da una persona che in quel momento aveva scritto di fretta perché tutte le frasi erano appiccicate tra di loro e c’era anche un po’ di ostilità, quindi tolse quella roba dal tavolo, nascondendola sotto un ammasso di pietre che facendo attenzione a non fare rumore, le rimise in modo che non potessero attirare l’attenzione.

Uscì dalla camera sepolcrale e tornò all’interno del suo castello, senza rendersene conto si diresse alla camera da letto di sua madre, dove la vide che stava riposando.

Delicatamente salì sul letto, si avvicinò e con espressione divertita si divertì a soffiargli nel viso, sapendo che non avrebbe disturbato in modo particolare sua madre che alla fine si svegliò.

Rosa Luna sospirò voltandosi verso Lucy, che appena vide che lo sguardo di sua madre si stava muovendo dalla sua parte, la sua espressione cambiò subito e quasi compassionevole, i suoi occhi erano grandi, di un verde scuro, circondati di nero e leggermente velati di delicatissimo bianco, lucidi e infinitamente profondi e il suo sguardo era follemente ipnotico e sensuale, quello sguardo in cui sua madre stava per perdersi, ma che poi si riprese, quegli stessi occhi fatali che l’avevano guardata centinaia di volte.

Sua madre la guardò a sua volta, cercando di non pensare troppo a quello sguardo così ipnotico, Lucy poté notare che gli occhi di sua madre evocavano e risplendevano una leggera pazzia infantilmente dolce. Le due si fissarono per un po’ cercando entrambe di sostenere i loro sguardi, nessuna delle due cadde sotto l’effetto dell’altra.

Passarono un po’ di tempo fissandosi intensamente, ma non accadde nulla finché una notte, che gli le due non si ritrovarono in cucina, Lucy seduta in uno sgabello di legno vicino al tavolo e sua madre che rigovernava le stoviglie, ma nessuna era disposta a farsi notare troppo, stavano entrambe mute e c’era solo il rumorio del lavoro di Rosa Luna.

Però ad un tratto quel pietoso silenzio venne spezzato dal forte rumore di una ciotola di ceramica, che cascando per terra si frantumò. Allora Lucy con un veloce impulso si avvicinò alla ciotola rotta raccattandone i pezzi.

Dopo averli raccattati, si rialzò e li mise silenziosamente sul lavello lì di fronte. Il silenzio proseguì qualche istante poi la madre, vedendo che sua figlia teneva ancora le mani sopra i cocci, si distolse da quello che stava facendo e con timidezza gliele afferrò stringendole tra le sue, così forte da fargliele diventare viola.

Passò qualche altro istante e poi finalmente Rosa Luna, si scusò dicendo che si era preoccupata non avendola più vista e che non sapeva cosa avrebbe potuto fare se fosse successo qualcosa. A quel punto cercando come al solito di Plasmarsi il cuore, Lucy rispose e anche lei si scusò e promise che avrebbe fatto in modo che una cosa del genere non succedesse più.

Le due non sapendo cos’altro dirsi, si avvicinarono stringendosi tanto forte fino quasi a sentire le ossa che si spezzavano, accarezzandosi il viso con affetto e baciandosi nuovamente sulla bocca.

Non facendo molta attenzione, si morsero le labbra e il loro sangue si mescolo nelle ferite, potendo così godere ognuna del sangue dell’altra.

Questo era il segno della loro pace.

Dopo quel momento di inspiegabile stordimento, Lucy chiese a sua madre se poteva insegnargli a suonare la Grande Arpa.

Rosa Luna disse di si e insieme andarono nella sala delle feste, dove si trovava l’Arpa e iniziarono gli insegnamenti, Lucy imparava infretta, essendo una giovane Vampira e quindi con la mentalità leggermente più evoluta di qualunque altro bambino o bambina umani, ed essere consapevole di essere di una Razza molto superiore ai comuni mortali.

Via via che si esercitava, la piccola, ma grande Lucy si rendeva conto che il dolce ed armonioso suono di quell’oggetto musicale l’ammaliava e la appassionava sempre di più, così decise di diventare una vera musicista.

Così facendo Lucy, diventò una delle musiciste più famose dell’intera Cornovaglia, e presto una volta ogni ventisette giorni, tutti gli abitanti del luogo andarono ai ricevimento delle due Vampire, che duravano quasi tutta la notte e in ogni concerto, c’erano delle musiche diverse e sempre più incantevoli. Sua madre la guardava con gli altri invitati e rimaneva tanto colpita e orgogliosa di sua figlia.

Tutti gli invitati ogni volta rimanevano affascinati da quella musica così melodiosa e paradisiaca, che sembrava che le note venissero delicatamente e appassionatamente, volanti come piume nell’aria e che ci fosse un Angelo a dargli vita, Lucy era si un Angelo in quei momenti, ma un Angelo Nero che guardava con ammirevole disinteresse il pubblico, ma con un sorrisetto ironico che ingannava e ipnotizzava le persone che stavano lì davanti.

Alla fine di ogni concerto però, gli invitati, sparivano e non tornavano più a casa. Il vero mistero erano Lucy e Rosa Luna che ogni volta dopo averli ipnotizzati si scaraventavano addosso a loro nutrendosi fino alla sazietà, come bestie feroci, del loro sangue che fluiva e scorreva una volta nei colli delle vittime e poi nelle gole delle predatrici, e nessuno sapeva dare una spiegazione a queste sparizioni oscure e nessuno sembrava rendersene conto, così ché via via le Vampire potessero agire ferocemente senza essere disturbate o scoperte.

Qualche tempo dopo Lucy, avendo avvertito la madre, tornò nella camera sepolcrale, ritornò al tavolino e ritirò fuori tutto quello che aveva nascosto tempo prima.

Mentre tirava fuori la roba, vide passare un Ratto, lo afferrò con un movimento fulmineo e lo prosciugò di tutto il sangue che conteneva, poi lo getto via in un buco di fogna che, si trovava dalla parte opposta di dove si trovava lei, e riprese a occuparsi di quello che faceva prima.

Non riuscendo a concentrarsi abbastanza sulla roba che aveva sul tavolo, la rimise a posto e se ne tornò nella sua camera.

Avendo trovato in un posto segreto nel pavimento, un Antichissimo Libro ricoperto in pelle umana, alto quanto una mano aperta e con pagine tipicamente Pergamenate, lo ripulì dalla polvere, sulla copertina davanti notò il disegno del muso di un Lupo, che stava a bocca aperta mostrando i suoi tenaci denti aguzzi.

Eccitata lo aprì ed era scritto con sangue umano, il tutto era una enorme Guida ai Vampiri, c’era scritto e spiegato ogni cosa possibile su quella Razza così sconcertante, e infondo c’era una piccola firma, che apparteneva alla sua vecchia nonna morta da secoli ormai, probabilmente era stata anche lei una Vampira.

Il nome che c’era scritto era Contessa Elizabeth Francis, le pagine erano scritte in una vecchia lingua della Danimarca, mischiata con il genere della Cornovaglia e Latino.

Nella prima pagina, c’era scritto: Con affetto alla mia futura nipote, ma come in tutto il resto del libro, L’inchiostro che sarebbe dovuto essere rosso, essendosi asciugato negli anni, era diventato nero scuro, ma forse dopotutto ora si poteva leggere più facilmente.

Dopo aver esaminato con attenzione quel Libro, lo nascose sotto le coperte del proprio letto e andò
a fare una lunga girata per il Castello.
Abitualmente Lucy e Rosa Luna, tenevano le imposte delle loro camere chiuse durante il giorno, quando si ritiravano nelle loro Bare (che stavano ognuna nella propria ”loro” stanza), e di Notte invece quando uscivano dalle loro Bare, le tenevano sempre aperte, in modo che la fresca aria notturna, potesse circolare in piena libertà.

Nonostante tutto, Lucy non passava un buon periodo, c’era qualcosa che la faceva sentire terribilmente triste, addolorata, non sapeva cosa potesse essere di preciso, forse il rimpianto e la nostalgia della sua vita mortale.

Erano periodi molto difficili per Lucy, periodi di Crisi di nervi, Crisi isteriche ed emotive e non usciva mai da camera sua, senza volerne parlare con sua madre.

Lucy chiamava quei momenti senza fine: “Periodi Komatosi”, e la (pure) povera Rosa Luna era disperata, perché non sapeva cosa fare, erano entrambe nella stessa critica situazione, ma forse Lucy aveva più ragione di lamentarsi.

La povera figlioletta, passò anche molto tempo senza nutrirsi, peggio di una terribile delusione d’amore.

Di tanto in tanto la madre, gli portava un piccolo vassoio di ferro lucidissimo, come l’Argento(dato che secondo alcune Leggende dicono che l’Argento e pericoloso per i Vampiri), comunque con dentro un bicchiere di cristallo pieno di sangue.

Lucy, non si chiedeva dove la madre trovasse quel sangue, e non lo beveva quasi mai, casomai si faceva lasciare da una parte il vassoio col bicchiere e se gli andava lo beveva quando gli sarebbe venuta voglia, ma a piccoli sorsi.

Quando poteva Lucy, passava il tempo appoggiata alla finestra aperta a guardare il panorama fuori dalle mura, a volte da quando era tanto presa dai suoi pensieri, la Luna risplendeva negli occhi di lei, una scia passeggera di malinconia, nel suo sguardo fisso, assente e vuoto, quasi come fosse in una profonda catalessi.



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venerdì 12 agosto 2005 - ore 20:37


altra zona
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Il cielo era limpido e la luna risplendeva alta. L'afa sembrava quasi danzare e muoversi da quanto era presente.
Il rumore delle proprie scarpe che si depositavano sul marciapiede si diffondeva per tutta la strada.
Era solo ed iniziava a credere che quella non era la Main Street e che aveva commesso un piccolo errore a girare a destra all'ultimo incrocio.
Il suo respiro era regolare ad aveva la giacca calata sulla spalla. Le maniche della camicia bianca erano state tirate su fin oltre il gomito.
La festa dalla quale proveniva era stata solamente noiosa: non si era divertito affatto e aveva solamente mangiato molto. Così aveva trovato opportuno fare due passi fino alla fermata dell'autobus.
Fermata che sembrava essersi quasi spostata.
Davanti a lui vi era adesso una piccola piazzetta.
Ralph si guardò attorno, indeciso sul da farsi e capì in quel momento, che quella piazzetta non aveva niente a che fare con la Main Street. Si era perso.
Quella considerazione così immediata, ma anche così razionale, lo gelò completamente facendogli passare anche la leggera sbronza che aveva.
Perchè quella paura?
Gli tornò così alla mente una cosa che gli diceva sempe suo padre, quando lui era piccolo: Se c'è un luogo dove veramente l'uomo può combinare rapporti con l'inferno è nelle Altre Zone... Sono luoghi estranei alle persone, che tutti ignorano, ma che prima o poi ti si presentano davanti nella vita e quando entri in un'Altra Zona, sono guai ragazzo mio... E ricordò che terminava sempre quel discorso ridendo come un matto.
Adesso non sapeva perchè gli era riaffiorata alla mente quella sorta di leggenda metropolitana che anni prima suo padre gli aveva ricordato... Non c'era da aver paura... In fondo era pur sempre in una grande città; qualcuno avrebbe potuto aiutarlo in qualsiasi momento.
Cercò in qualunque maniera di autoconvincersi, ma non ci riuscì tanto bene. Davanti a lui c'era una piazzetta e attorno a quella, cinque strade che sfociavano tutte lì.
Era strano... Quella forma.... Cinque strade che convergono in un punto centrale...
La sua mente stava inspiegabilmente intrapendendo sentieri tortuosi ed inutili.
Fece qualche passo e fu in quel momento che avvertì (o almeno gli parve) un rumore, simile a quello di passi.
Si fermò di colpo, immobile e lasciò che piccole perle di sudore gli attraversassero il volto. Poteva quasi sentire il proprio cuore che batteva velocissimo all'interno del suo petto.
Non aveva il coraggio di voltarsi.
Sentì nuovamente quei passi, ma questa volta molto più vicini.
Con la destra continuava a tenere ancora la giacca sulla spalla e il suo sguardo continuava a muoversi in più angolazioni, quasi nel disperato tentativo di compiere un giro di trecentosessanta gradi per osservare chi gli era dietro.
L'aria afosa continuava ad impedirgli di respirare bene.
Un secondo dopo avvertì nuovamente i passi dietro di lui, vicinissimi, ma questa volta non vi fu neanche il tempo materiale per provare ad aver paura, perchè un secondo dopo sentì qualcosa posarsi sulla sua spalla sinistra.
Per un attimo tutte le sue attività corporee si interruppero: il suo cuore smise di battere, il suo cervello si scordò di respirare e i suoi arti furono immobili.
Poi non avvertì più il peso della mano sulla sua spalla e potè voltarsi un secondo e mezzo dopo. Fu più istinto che coraggio.
Guardò con timore quello che gli si presentava davanti. Poi, quando i suoi occhi ebbero visionato con la dovuta calma il barbone che gli stava davanti, la paura svanì e con essa anche tutti i problemi: arrivò quasi a sentire dei piccoli brividi di freddo percorrergli tutto il corpo e un principio di ilarità gli subentrò poco dopo.
«Hai qualche spicciolo?» Ralph riuscì a sentire fin da due metri di distanza l'odore impregnato di alcool dell'alito dell'uomo. Era completamente ubriaco e i suoi abiti, o quello che ne rimaneva, lasciavano intuire che l'uomo non avesse una dimora fissa.
Ralph sorrise, maledisse l'uomo, negò di avere spiccioli (ed era vero) e si voltò nuovamente pronto ad andarsene.
Stava già per iniziare a fischiettare qualche canzone (più per darsi nuovamente coraggio che per necessità), quando la mano si posò nuovamente sulla spalla sinistra.
L'ira gli montò per tutto il corpo e prese il posto di quella che prima era stata paura.
«Ti ho già detto che non ho...» Ralph si era voltato di scatto, in maniera brusca e contemporaneamente sfoggiava la sua ira a parola; ma non terminò mai il proprio discorso perchè i suoi occhi caddero nuovamente sull'uomo.
I vestiti erano i soliti (e questo evitava ogni sorta di scambio di persona), ma il corpo era diverso: le sue mani difettavano della mancanza di qualche dita e dal suo volto pezzi di pelle ondeggiavano fieramente, mostrando la carne viva sotto. Il suo occhio destro era completamente spappolato e una sostanza giallastra era colata su tutta la guancia e si era coagulata in alcuni punti. Il labbro superiore era presente solamente per metà e l'altra parte lasciava intravedere una bocca priva di denti.
Ralph si sentì quasi mancare per un attimo e il terreno da sotto i piedi gli sembrò cedere nell'attimo in cui vide nella guancia destra prima sporgere una protuberanza, poi la pelle che si spaccava (la sua mente paragonò quell'azione a quella di un uomo che tenta di sfondare una porta) e poco dopo un verme che faceva capolino, quasi a recriminare la sua parte.
Tutto ciò che aveva mangiato durante la sera iniziò a muoversi velocemente, ma fu abile a tenersi tutto dentro.
Deglutì, si voltò ed iniziò a correre velocemente.
La giacca gli era caduta dalla spalla nel momento in cui aveva visto l'uomo per la seconda volta.
La sua mente intanto, mentre il suo corpo continuava a correre a vuoto, pensava ad una spiegazione logica per tutto quello. Giunse ad una conclusione disarmante: non c'era.
Ralph continuò imperterrito la sua corsa, anche se non vi era nessuna traccia del barbone. Svoltò in alcuni vicoli alla cieca e decise di fermarsi, quando ormai le sue forze erano allo stremo e il sangue gli martellava nel cervello un antico ritmo di battaglia.
Non fece caso di essersi fermato in un vicolo buio. Ralph si piegò in due, con le mani posate sulle ginocchia ed iniziò a riprender fiato.
Pochi secondi dopo il suo corpo fu percorso da una serie di brividi: infatti, mentre continuava ad essere accasciato, avvertì un secco e prolungato rumore metallico a pochi passi da lui.
Inizialmente e irrazionalmente pensò che il barbone fosse tornato. Poi trovò meglio voltarsi (aveva ancora il fiatone e il suo petto si muoveva veloce avanti ed indietro) e quello che vide lo paralizzò completamente: a meno di un metro da lui vi era un tombino. Il rumore metallico che aveva avvertito apparteneva al coperchio e dal buco nero, in quel momento, stava fuoriuscendo un grosso tentacolo nerastro; aveva delle ventose grandi e rosse, altre più piccole intervallate le una dalle altre da piccole spine. Il tentacolo si muoveva circolarmente, quasi nel disperato tentativo di trovare alla cieca una preda. A contatto con il marciapiede lasciava sull'asfalto una gelatinosa ed appiccicosa sostanza.
Per sua fortuna il tentacolo era dalla parte opposta al suo piede e Ralph, anche se con qualche difficoltà perchè sentiva le gambe come due pezzi di tronco, riuscì a toglierlo.
Scosse la testa e riprese, incomprensibilmente a correre ancora.
Non c'erano rumori in quella parte della Città. Solamente il silenzio.
Ralph correva veloce, anche se la stanchezza iniziava lentamente a farsi sentire. Il suo volto era un maschera di paura e il suo sguardo continuava rapido a muoversi lungo tutto il suo raggio di azione, nel disperato tentativo di trovare qualcuno.
Era quella la cosa che più lo preoccupava: la totale assenza di persone.
Alzò lo sguardo al cielo, attratto nuovamente da un rumore: era stato simile allo sbatter d'ali di qualche uccello e quando aveva alzato lo sguardo, sempre continuando a correre, i suoi piedi si erano rifiutati di muoversi e le ginocchia avevano interrotto bruscamente la corsa.
In alto nel cielo, uno stormo di pipistrelli si stava muovendo lento e maestoso. Erano centinaia, forse anche migliaia: la loro avanzata infatti coprì addirittura un quarto della luna visibile.
Ralph rimase esterrefatto. Non aveva mai visto niente di simile in vita sua.
Le domande gli si accavallarono veloci nella mente e gli impedirono di ragionare. Così non fece caso alle due bambine che stavano avanzando verso di lui.
Ne prese atto solamente quando gli furono davanti.
Erano identiche e i loro vestiti erano candidi e puliti. I capelli biondi delle due ragazzine ricadevano sulle loro piccole e minute spalle. Avevano degli splendidi occhi azzurri e si tenevano per mano.
«Ciao bambine... Sapete dov'è la fermata dell'autobus?» fu una domanda stupida tra tutte quelle che poteva fare e se ne rese conto. Il suo respiro poi, continuava ad essere affannato.
La bambina di destra in risposta iniziò a sfoderare un sorriso: prima solamente con le labbra, quando poi volle aggiungere anche i denti, estendendo il sorriso, il sangue di Ralph si gelò letteralmente nelle proprie vene.
La bambina andò aumentando l'estensione del sorriso e poco dopo rivelò una serie di denti aguzzi e neri, la lingua era una strisciolina fine e lunga. Poi continuò ad allargare quelle che erano divenute fauci, raggiungendo dapprima un angolo di apertura innaturale e poi emettendo un urlo disumano.
Ralph fu costretto a chiudere per un attimo gli occhi: aveva sentito un abbassamento della pressione e il suo cuore che saltava quasi un battito.
Quando, mezzo secondo dopo, si fu ripreso e potè riaprire gli occhi, la scena era peggiorata: le due bambine avevano entrambi i vestitini intrisi di sangue, senza un'apparente spiegazione ed una delle due stava tentando in tutte le maniere di spezzarsi un dito. L'altra continuava ad emettere quel suono osservandolo.
Questa volta fu Ralph a gridare, prima di intraprendere una nuova corsa, nella quale urtò anche con le bambine e la sua mano sfiorò quella a destra. La sensazione fu peggio della vista: gli sembrò di aver infilato la mano in un canestro di serpenti.
Riprese a correre nuovamente, con i suoi capelli attanagliati alla fronte.
Imboccò un vicolo e quando si fermò, per pura fatica, si osservò attorno. Era capitato in una piccola corte, circondata da case, tranne da dove era entrato. Il diametro della corte era di circa venti metri, dunque molto piccola.
Ralph si osservò attorno, indeciso sul da farsi e fu in quel momento che li vide: attorno a lui c'erano circa otto finestre. E dietro ognuna di queste, al buio, vi erano delle persone che lo stavano osservando. Alcune scuotevano la testa, altre sembravano quasi essere prossime al pianto. Vi era una coppia di anziani signori stretti assieme; una bambina con la testa infossata nella pancia della madre e piangente; un uomo e una donna; un vecchio senza capelli. E tutti lo stavano osservando.
«Aiutatemi!» non sapeva come, ma aveva capito che quelle persone non potevano o non volevano aiutarlo. Erano solamente in contemplazione.
Ma per cosa?
Un attimo dopo che questa domanda gli ebbe attraversato la mente (nel frattempo Ralph aveva provato anche ad avvicinarsi ad una finestra implorando aiuto, senza successo), da dove lui era entrato in quella corte, sortirono le due gemelline e il barbone.
Sopra di sè avvertì un grande sbatter d'ali; non dovette però alzare la testa, perchè sapeva già che cos'era.
Al centro della corte infine, vi era un tombino. Il coperchiò saltò.
Ralph capì che suo padre aveva ragione.
Quella era un'Altra Zona.
Lui era finito lì.
E si era perso.
Semplicemente si era perso.
Perso.

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giovedì 28 luglio 2005 - ore 13:16


catarsi oscura
(categoria: " Vita Quotidiana ")


La nebbia avvolgeva come un lugubre sudario i grigi e scrostati muri della grande villa che si ergeva solitaria in mezzo ai campi. Le persiane chiuse parevano grondare di lacrime amare, accompagnate da struggenti litanie che riempivano gli spazi orfani di silenzi imperturbabili.
All’interno, la sua stanza, dalla porta semi aperta era intatta, come se qualcuno ci risiedesse ancora, allietando i suoi angoli più nascosti con risa e canti. Le bambole delle Sailor Moon, i pupazzetti dei Pokemon, le Barbie e tutti gli altri giocattoli giacevano ancora sulle mensole, immobili fissando il nulla con i loro occhi vitrei. Alcuni volumi di fiabe per bambini giacevano riversi, ad attendere speranzosi che una dolce voce desse di nuovo vita ai loro scritti immobili. Pluto era ancora adagiato sul copriletto a fiori in quella posizione innaturale, con le gambe aperte, che tanto la faceva sorridere.
Sopra una mensola c’era anche quella maledetta statua africana di legno nero, raffigurante un terribile mostro, che forse fu l’inizio della sua malattia.
Fuori da quella porta, giù per le buie scale, regnava fiero Re Dolore con le sue dame Pianto e Disperazione.
Ombre funebri si stendevano impadronendosi della pallida luce che rischiarava fiocamente la grande sala dall’arredamento austero. Singhiozzi, pianti soffocati, preghiere bisbigliate scuotendo il capo parevano quasi increspare i delicati filamenti di fumo che si contorcevano, alzandosi dai larghi brucia essenze.
Al centro della stanza si trovava una piccola bara bianca, che scoperta lasciava intravedere il volto pallido e dormiente di una giovane bambina dai capelli color del miele. Attorno a lei figure completamente vestite di nero si disperavano con contegno, creando un’innaturale ma armonica sinfonia del tormento. Corone di fiori dai colori vividi si contrapponevano alle tinte violacee dei pesanti paramenti funebri, che andavano a creare il giusto palcoscenico dove mettere in scena il dolore umano.
La madre di Elena singhiozzava abbracciata dal marito, stringendosi alle ultime certezze e abbandonandosi alla disperazione di una genitrice che ha perso la sua unica figlia.
Da quando lui era tornato dal Congo, quella strana malattia se l’era presa lentamente, succhiandole la linfa vitale giorno dopo giorno. Nessuno aveva avuto risposte all’insensato deperimento che aveva portato la piccola ad una lugubre e straziante morte.
Ora davanti a quel piccolo catafalco che reggeva l’ultimo giaciglio, le ombre dei presenti imbrunivano con i loro sguardi sofferenti il volto scavato della piccola addormentata. Elena era bellissima con le guance lievemente arrossate dal trucco che le nascondeva il colorito smunto che solo la morte sa dare alla pelle degli uomini. Sembrava riposare tranquilla, rilassata, incurante di tutto ciò che accadeva intorno a lei e della gente che le singhiozzava attorno.
Presto però, tutti se ne sarebbero andati, lasciando quel luogo come spettri sbiaditi le cui litanie penetrate nelle mura, le avrebbero segnate indelebilmente con le tracce della sofferenza. Tutto sarebbe stato di nuovo vuoto e silenzioso, le tende candide mosse da un vento innaturale avrebbero danzato per corridoi lunghi e stretti, sottolineando incolmabili solitudini. Le ombre si stavano allungando ed il tempo della tristezza giunse con il volo lontano di corvi neri. Un tramonto tagliente come lacrime amare, finalmente scese portando con se i dubbi dell’oscurità e i suoi timori aprendo il sipario alla madre Tenebra. La prima notte senza Elena, la prima notte che non sarebbe passata mai, filtrata goccia a goccia nel setaccio dello sconforto più cupo.
Ada non riusciva a dormire, fino a tarda ora era stata al capezzale della piccola bara, pensando agli artigli immondi della malattia che le aveva strappato la sua piccola coccinella, privandola di tutta la gaiezza che riempiva i suoi giorni. Persa in oscure meditazioni stringeva il suo ventre gravido di un'altra vita, che forse avrebbe un poco attenuato i ricordi di quella insensata tragedia famigliare. Le ore passavano grevi scandite dai rintocchi dell’orologio a pendolo, finché una mano si posò leggera sulle sue spalle dandogli un brivido. La voce di Sandro dissipò i pensieri plumbei con il suo tono sicuro e confortante. Esortata dal sussurro del marito, si lasciò convincere a sdraiarsi un poco e riposare... ma come avrebbe potuto rilassarsi persa in quell’incubo maledetto di cui era impossibile svegliarsi?
Dopo poco tempo, la spossatezza ebbe il sopravvento e lento calò il sipario sulle sue palpebre stanche. Morfeo stava riuscendo a fatica a trascinarla nei suoi reami onirici, quando... qualcosa accadde.
I suoi sensi fremettero in balia del terrore, facendogli sbarrare gli occhi. Dall’oscurità gli era sembrato di sentire un pianto leggero e una voce fievole sembrava chiamare, quasi supplicare: <Mamma, mamma dove sei, ho tanta paura...>
La donna si mise a sedere sul letto con uno scatto, sentendo il cuore che gli pulsava in gola, realizzando di essere sveglia e pienamente padrona delle proprie emozioni. Cercò di non svegliare il marito, si infilò le ciabatte e uscì trepidante dalla stanza, tendendo l’orecchio ad ogni più piccolo rumore.
Scese le scale lentamente appoggiandosi al corrimano, come ammagliata da un oscuro richiamo si trovò nella spaziosa sala dove si trovava la bara della sua piccola Elena.
Accese i deboli fari, come a non voler disturbare con troppa luce il riposo della sua bambina. Si strinse addosso la camicia da notte pervasa da una profonda sensazione di inquietudine. Si fermò in preda ad un crampo di terrore allo stomaco quando si rese conto di sentire leggeri movimenti all’interno della cassa. Piccoli colpi, lo sfregare delle vesti e dei velluti, come se ci fosse qualcuno che si rigirasse in preda ad un sonno agitato. La donna deglutì, si mise una mano davanti alla bocca cosciente dell’oggettiva inalterabilità del sonno dei morti, ma sicura di ciò che stava vivendo.
Cercando di dominarsi fece un lungo respiro, avanzò ancora di qualche passo per poi fermarsi nuovamente paralizzata dal terrore. Una piccola mano pallida si era appoggiata al bordo della bara e la fievole voce che credeva di avere sentito nei suoi sogni, riprese: <Mamma, perché mi lascia sola tra le ombre... ho paura ci sono dei mostri cattivi qui... quella brutta statua mi ha preso...>
La donna dovette raccogliere tutto il suo coraggio (e qualcosa in più) per non svenire, cercando di ostacolare il gelo che gli saliva strisciando dalla colonna vertebrale fino ad arrivare ai capelli. Dal feretro veniva un tremendo puzzo di putrefazione e fissando la manina, la donna vide grossi vermi bianchi e gonfi, staccarsi da essa e ricadere a terra contorcendosi.
Leggeri singhiozzi venivano dall’ultimo giaciglio e ancora dei lievi rumori giunsero dall’interno. Ada si sentì sprofondare nel baratro del terrore, quando con un movimento lento ma fluido, la piccola Elena si levò dal suo “letto”, mettendosi a sedere nella bara.
La testolina ruotò, i suoi occhi inespressivi e privi di luce la fissarono tristemente mentre il suo pianto si fece rabbioso e le sue parole dure: <Mamma perché mi hai lasciato morire, ti odio, non ti voglio più bene... ti odio!>
La sua voce divenne prima simile ad un sibilo rabbioso, per poi distorcersi in un ringhio tremendo e inumano che vomitava parole in una lingua sconosciuta. La sua testa sbatteva in ogni direzione in preda a spasmi che avrebbero sicuramente spezzato il collo ad un vivente. Il suo piccolo volto tondo, prese a distorcersi, incresparsi, tendersi fino a diventare la maschera del terrore più cupo. Un sorriso malvagio tagliò il pallido viso allargandosi a dismisura sul suo faccino. Era come un taglio che estendendosi squarciava labbra, pelle fino a quasi ad arrivare alle orecchie, mostrando fila di orride zanne acuminate e bavose. La donna urlò mentre quella cosa terrificante stava uscendo dalla bara con movimenti innaturalmente snodati. Con un tonfo fu giù sul tappeto in tutta la sua bestialità, accucciata a carponi, appoggiando anche le manine artigliate a terra, come una belva pronta a scattare.
<Mammina, adesso ti farò un po’ di male per festeggiare la mia nuova nascita...>
Ada, povera Ada, non fece nemmeno in tempo a difendersi che la sua gola fu squarciata e il grugno del demone fu intriso del suo sangue rosso e caldo.
Sandro accorse giù dal letto, svegliato dal trambusto e da quel tremendo urlo di terrore che era risuonato in tutta la casa. Scese veloce le scale saltando a due a due i gradini, per poi bloccarsi sulla soglia della stanza, paralizzato dal terrore e dal puzzo di morte, simile a quello che ristagna in un mattatoio.
Al suolo giaceva Ada in una pozza di sangue, poteva vedere il volto devastato voltato verso di lui in un ultima espressione di assoluto orrore.
Forse le sue labbra si mossero agognando l’ultimo parola... un grido muto che risuonò nella mente di lui come un tuono e che diceva <AIUTO!>
Chino sopra il corpo di lei, quella cosa che una volta era sua figlia e che ora sembrava pervasa da una nuova linfa vitale corrotta e malefica.
La bestia si girò verso l’uomo, mettendo in mostra tra le sue fauci un feto non ancora formato, attaccato al ventre divelto della donna da un sottile cordone ombelicale. Lo sconvolto Sandro fece per scappare in preda al delirio e al panico più totale. Le orrende mandibole della bestia si aprirono lasciando cadere il pasto infame e una voce leggera, amorevole, sottile –in contrasto con l’orribile aspetto- parlò delicata: <Ciao papà, hai visto la mamma che si è fatta la bua? E’ stato bello il tuo regalo dall’Africa... grazie... adesso c’è un nuovo amico dentro di me. Ora verrò anche da te, ho voglia di coccole...>
L’uomo urlò sconvolto da quella scena che non avrebbe mai immaginato nemmeno nei suoi incubi più cupi. L’ultima cosa che si fissò sulla sua retina morente, fu la visione del volto della morte stessa, simile a quell’osceno idolo che lui stesso aveva portato a casa dalle profondità maledette dell’Africa nera.
Quando la polizia il giorno dopo fece irruzione nella villa si trovò di fronte una scena da film splatter di serie Z. Le forze dell’ordine erano state allertate dai parenti, che venuti a rendere visita alla piccola defunta avevano trovato invece la casa stranamente vuota.
Lo spettacolo ai loro occhi fu orrendo e pregno di una crudeltà inumana.
Il sangue era ovunque; sui muri, sulle tende, per terra... formando con gli schizzi oscuri simboli dalle geometrie imperscrutabili. Qualcuno aveva disegnato quei misteriosi e malefici segni in maniera forse rituale.
I brandelli della donna orrendamente macellata erano sparsi in ogni stanza, posti nei punti più visibili, come demoniaci soprammobili di una brutalità diabolica.
Per suggellare l’incubo, la scena più orrida si manifestò con macabra enfasi teatrale, nella spaziosa sala. Impiccato al lampadario di cristallo con i propri intestini attorno al collo, penzolava il corpo del padre. Il torace era divelto come le porte di un vecchio bar, l’addome squarciato e quasi svuotato del suo contenuto, lasciava penzolare lunghi brandelli di carne e interiora. Nella cassa toracica, dove avrebbe dovuto esserci il cuore, si trovava una strana statua africana –antica, tribale, oscura- a cui nessuno diede il giusto interesse.
Inutile dire che molti dei poliziotti vomitarono a quella vista ed altri si coprirono il volto impreparati a quell’orrore così anomalo e brutale. A fatica fecero le loro rilevazioni lasciando quel fatto di sangue in un mistero che forse sarebbe durato in eterno.
Tuttavia il particolare più orrendo e misterioso, fu il costatare che la piccola bara bianca era inspiegabilmente vuota.

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sabato 16 luglio 2005 - ore 11:25


altrove
(categoria: " Vita Quotidiana ")


E di notte c’erano i sogni. Ma di questi non recava memoria al risveglio perché l’unico riscontro della loro effettività erano le proprie grida ulcerose che lo strappavano di soprassalto dalle lenzuola, nella penombra appannata della stanzetta dalle pareti di tronchi. Si svegliava fradicio quasi sempre prima dell’apparire del sole, e i turbinosi fantasmi onirici, quali che fossero, lo abbandonavano prima che li potesse mettere a fuoco. Spiriti non di questo mondo. Ma quale mondo era poi? Sembravano secoli quelli trascorsi da quando si trovava in quella casa, sulle pendici della grande montagna scura, ed evitava di pensare a come vi fosse pervenuto, anche in questo la memoria lo tradiva. Tutto era meno tetro al principio però. Col trascorrere dei mesi, anni?, la vetta remota della montagna si era fatta più nera, aspra e scorticata, il dente spezzato di un mostro che trapana l’organo di una carogna. Il bosco sulle pendici nel quale dapprima, passeggiando, giungeva fino al torrente s’era tramutato in una foresta, e le piccole forme sgargianti e spensierate che ballonzolavano sui rami frondosi erano cambiate in agglomerati viscosi di membra, livide come i borbottii che emanava la terra. Non raramente, dal folto profondo inviavano muggiti martoriati e lamentosi, mentre si districavano tra gli avvitamenti tubiformi dei rami urtando sacche vegetali che quando cadevano si aprivano: ne aveva vista una un giorno, scoperchiata dall’impatto col suolo, e i vermi racchiusi dentro avevano tracciato molte piste allontanandosene.
Ma quella figura! Apparsa il giorno che da sottoterra aveva cominciato a pulsare qualcosa come un profondo cuore. L’aveva intravista appena, fuggevole, sembrava che lo stesse spiando: bianca, e un solo occhio, tondo e rosso, fra le corna flaccide. E’ quella cosa ad avere grattato le persiane, stanotte. E stamattina le acque del fiume incedono con fatica... più pastose. Sono diventate rosse.

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venerdì 1 luglio 2005 - ore 10:02


dawnloading(realmente accadutami)
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ero nel letto come tutte le sere con il computer acceso e lo schermo spento. Con Winmx di notte scaricavo film illegalmente da tutto il mondo. L'unico inconveniente era stato abituarsi al rumore della ventola del processore. Era tardi dovevo alzarmi alle sei! Il sonno non arrivava come sempre…
Solo le lucette del pc brillavano nel buio, ma sapevo che la mia sedia era lì davanti alla scrivania.
-Alzati!- la voce mi giunse improvvisa. Sbalordito spalancai gli occhi e accesi la luce.
La sedia era occupata.
Un signore di mezza età stava lavorando sul pc.
Mi balzò il cuore in gola.
Cosa ci faceva uno sconosciuto nella mia stanza?
Non mi degnava di uno sguardo. Sembrava non temere nulla da me.
-Ehi, chi Diavolo sei?!- esclamai alzandomi dal letto impugnando il peso con cui mi allenavo.
Ma quello niente. Completamente indifferente continuava a ticchettare sulla tastiera posando gli occhiali da vista sul tavolo.
La rabbia e la paura mi pervasero. Mi tremarono le gambe e strinsi il peso nella mano.
-Togliti di lì, bastardo! - urlavo a squarciagola.
Ma il signore di mezza età mi ignorò. Vidi l'orologio: le 4:50.
-Ehi!- ululai -ti ammazzo!- avventandomi su di lui. Cosa avrebbe fatto adesso? Doveva pur difendersi no? In quel momento vidi la porta che si spalancava: gli urli avevano svegliato i miei. Questo in parte mi rassicurò e rallentai prima di colpirlo. In quell'istante lo sconosciuto voltandosi mi guardò con i suoi occhi rossi, ammicando.
-Allora?- domandò mio padre sulla porta.
-Eh?- mi tirai su dal letto, il peso nella mano, il computer ronzava come al solito. Posai subito il peso e vidi la sedia rovesciata.
L'avevo colpita io?
-Un incubo?- chiese mio padre.
-Sì, tutto a posto- risposi.
Feci per spegnere la luce quando vidi gli occhiali vicino alla tastiera…

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lunedì 27 giugno 2005 - ore 20:08


blacky
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Improvvisamente squilla il cellulare, è la proprietaria della pensione: "Marina, domani puoi venire al lavoro?"
"Sì!, ... Certo posso. Come mai? Che cosa è successo?"
"Niente, non ti preoccupare. Allora ci vediamo alle 9,30 come al solito."
"Va bene!" dice Marina pensierosa.
Dopo aver spento il telefonino, inizia a porsi domande e a parlare a voce alta: "Come mai l'altra ragazza non si è presentata? Le è accaduto qualcosa nella pensione?"
Quel luogo aveva sempre avuto un qualcosa di strano, ma non era ben definito; è come quando hai un presentimento, sai ma non sai ...
La pensione "Respiro" si trova nei pressi della Stazione Termini, in uno di quei vecchi palazzoni di una volta. L'ascensore è ancora come quello di un tempo con la rete esterna. Entrando in quell'androne sembra di entrare in un'altra dimensione. Si perde quasi la cognizione del tempo. Non si vede mai entrare o uscire nessuno, sembra deserto; se non fosse per il fatto che si sentono passi per le scale, pianti di bambini e ogni tanto il rumore dell'ascensore che sale e scende ...
Marina chiama Francesco: "Domani vado al lavoro, ma non mi sento sicura, non so come spiegarlo, prima che squillasse il telefonino ho avuto come un flash, una di quelle mie solite premonizioni e quello che ho visto non mi rassicura, c'era molto sangue ..."
Lui come al solito cerca di rassicurarla "Tesoro, ma che dici? La signora la conosco anch'io e non mi sembra una sanguinaria. Se non te la senti potevi dire di no. Non andare se non vuoi, resta a casa."
"Ma no!, ... Forse è l'insieme, lo so che la signora mi vuole bene, ma c'è qualcosa; anche se non so spiegarmi cosa, che mi preoccupa. Forse sono io che non stando bene non mi va di vedere nessuno."
"Ma dai, non fare la bambina. Vuoi che ti accompagno io così forse ti tranquillizzi. Va bene? Domani passo a prenderti alle 9,00, sei contenta?"
"Grazie!, ... Sei sempre un tesoro, ci vediamo domani". Ora si sente un pò tranquilla.
Si sta preparando la cena, come al solito quella sera è sola, il suo amore lavora e con quegli strani orari che ha non si vedono mai. Quando lui torna lei esce e viceversa, si vedono molto di rado, ma la loro è un'unione felice ...
Mentre pensa alla sua vita, sente suonare alla porta. Questo la spaventa. A quell'ora chi può essere? Non aspetta nessuno ...
Si avvicina piano piano alla porta, nella casa è tutto silenzioso si sentono solo i battiti del suo cuore ...
Guarda dallo spioncino: è una signora, quella del secondo piano; strano che sia venuta a suonarle, è una donna molto riservata, non dà mai confidenza a nessuno. Si infonde coraggio: "Chi è?".
"Signorina, scusi se la disturbo a quest'ora, sono la signora Caterina, quella del secondo piano. Ho bisogno di parlarle? Può farmi entrare?".
"Sì, un attimo solo per favore?" risponde lei.
"Faccia pure".
Marina è pensierosa, cosa vorrà da lei? Non si sono mai frequentate? Torna in cucina per spegnere il fuoco e poi torna alla porta, è ancora di fuori. Decide di aprire.
"Buonasera signora, cosa posso fare per lei?".
"Cara ragazza" inizia con tono beffardo "è da diverso tempo che il suo gatto ..."
Solo in quel momento Marina si rende conto che la sua gatta nera ancora non si è fatta vedere. Cosa molto strana perché appena lei torna le viene incontro miagolando e le si struscia sulle gambe, ma quella sera no! ... Non si è ancora fatta vedere, che fine ha fatto? ...
"Che fa dorme? Non mi ascolta? Non mi risponde? Ha capito cosa le ho detto?"
"Cosa? E'! ... Si, certo!... Certo!... Mi scusi, ma oggi non mi sento molto bene, la prego cerchi di capire. Per cortesia mi ripeta. L'ascolto non si preoccupi".
"Allora! ... Per farla breve, il suo gatto è nuovamente entrato in casa mia e ha fatto la pipì in giro per casa. Io non sopporto più questa situazione e così ..." Le dice porgendole una scatola.
La ragazza la apre e dentro trova la sua gatta. Non è morta, è terrorizzata e tremante, ma non emette alcun lamento. La prende in braccio e la trova sporca di sangue, sul momento non capisce.
Osserva meglio e: "Signora, ma cosa è successo, cosa le ha fatto?"
"Io!... Nulla di grave. Le ho fatto un favore. Le ho cucito tutte le sue fessure così non potrà arrecare più danni ..."
Marina ora ha capito, osservando meglio la micia ha visto l'atrocità della donna, lei non ha avuto nessun riguardo per quell'essere piccolo e indifeso, con che crudeltà ha potuto fare questo? Urla "Ma lei è pazza? Questo povero esserino non le ha fatto nulla di male? Con che coraggio ha ridotto così la mia povera "Topolina". E' così piccola. Maledetta! ..."
La signora si è girata per andarsene a casa, lei è ormai fuori di sè e così la colpisce alla testa e la stordisce ...

Dopo un pò Caterina si sveglia, si sente stordita, non ricorda bene. Sente strani dolori in alcuni punti del suo corpo. I suoi occhi le bruciano e così cerca di aprirli, ma non ci riesce. Vuole gridare, ma la sua bocca resta implacabilmente chiusa. Non riesce a capire. Poi un atroce dubbio, l'assale. Cerca di ricordare, ma sente una voce in lontananza ...

"Mia povera gattina cosa ti ha fatto? Quando la mamma ha finito di là ti porta dal veterinario, ma no forse è meglio che ti faccia uno dei miei incantesimi, se no che strega sono? Ora Topolina devo lasciati, ho da finire il mio lavoro di cucito prima che l'anestetico svanisca e la signora si svegli, non sono poi così cattiva. L'ho addormentata per non farle sentire il dolore dell'ago mentre le cucivo la bocca, il naso, gli occhi e il resto; ho quasi finito devo solo cucire un orecchio, l'altro lo lascio libero. Ora prendo ago e filo e finisco. Mi devo sbrigare, domani devo andare al lavoro ..."

Caterina ora ha capito cosa sono quei fastidi, ma ha anche capito che Marina è una strega e lei le ha ridotto in fin di vita la sua gatta. Cosa le capiterà? ...

Suona la sveglia. Marina prende in braccio la sua gatta e va in cucina a prepararsi la colazione.
"Buongiorno Caterina, dormito bene? Lo vuole un caffè? Ops!... Mi scusi, dimenticavo che lei non può. Meglio, il caffè le fa Male …"
Guarda l'orologio, è tardi; tra poco il suo tesoro sarà lì per portarla al lavoro, deve fare presto.
"Buona giornata Signora Caterina, mi raccomando, non chiacchieri troppo. Questo le servirà di lezione. Non bisogna mai fare del male ai gatti, specialmente poi a quelli delle Streghe."
Torturare gli animali può creare molti problemi ... non si sa mai di chi possono essere ...

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lunedì 27 giugno 2005 - ore 13:18


l'ultima mossa
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ti aspettavo. Sapevo che mi saresti arrivato alle spalle. Ti sento, non ti vedo ma so che hai quel pensiero in mente, quel bisogno impellente..., quel coltello in mano. Tu però non sai per niente cosa ho io nello stomaco, come ti ho preceduto, come ti ho amato anche poco fa. Mi volto, e la prima cosa che osservi è il buco nel mio ventre che sgorga sangue cremisi come il barlume improvviso dei tuoi occhi irosi, feriti. La tua bocca spalancata nell’urlo, il mio sorriso beffardo e il tuo coltello serrato nel pugno. Ho vinto, ti ho battuto.

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domenica 26 giugno 2005 - ore 11:22


collina dell'impiccato
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Non so per quante volte giurai a me stesso che mai e poi mai avrei raccontato ad anima viva quanto accadde la notte durante la quale la casa di Sherman Holly venne risucchiata nelle fauci dell'inferno, ancora oggi, prima di addormentarmi, posso sentire il fragore del cielo, l'urlo delle tenebre mentre ingoiano quella casa in collina.
Quella notte il cielo era molto insolito, gigantesche nuvole rigonfie d'acqua capeggiavano sull'intera vallata di Patville che si estendeva innanzi ai miei occhi per un raggio di circa 30 chilometri, sulla cima della collina dell'impiccato (cosi chiamata in passato per via dell'enorme faggio al quale pare venissero impiccate le donne sospettate di stregoneria) di tanto in tanto veniva rischiarata dai lampi e dai tuoni la casa di Sherman Holly, vecchio burbero ubriacone di Patville da poco rimasto vedovo della sua povera moglie Annie.
Conoscevo Sherman dai tempi della guerra, un tipo normale, forse scontroso e poco socievole ma pur sempre normale e poi non erano mai serviti piu di due bicchieri di buon whisky per farlo addolcire e stringerci amicizia.
Prima, quando sua moglie Annie era ancora viva, passavo a casa loro quasi tutte le sere per prendere delle deliziose pietanze che la dolce signora Holly preparava per mia moglie Susan, poi però, dopo la sua morte, presi ad andare sempre più di rado in quella casa; Sherman era diventato intrattabile e forse anche pericoloso. Voci dicevano che fosse stato addirittura visto correre con un paletto ben affilato dietro ad un ragazzino che si era fatto sorprendere mentre rubava della uova del pollaio.
La morte di Annie aveva destato lo stupore di tutti gli abitanti di Patville, pare che fosse stata trovata dal marito la notte del 13 dicembre con una corda legata al collo e ben stretta ad un ramo del grande faggio che maestoso si ergeva di fronte alla loro casa. Ovviamente questa fu la versione che Sherman diede alla polizia ma puntualmente i maligni cominciarono a gettare sentenze e in men che non si dica prese a girare fra tutti gli abitanti l'ipotesi che la povera Annie fosse stata uccisa dal marito dopo un raptus di follia o peggio ancora in preda ad una possessione demoniaca che avrebbe spinto l'uomo a sacrificare sua moglie per rientrare nelle grazie di una qualche forza malefica.
Ovviamente io non credetti a questa assurda ipotesi ma ad essere sincero la cosa mi affascinava non poco, insomma, omicidi, possessioni sataniche, erano tutti elementi a me molto congeniali, il fatto che qualche oscura forza si fosse impossessata del vecchio Sherman era daverro intrigante come ipotesi e le malelingue di Patville questo lo sapevano bene.
Comunque, il povero signor Holly cominciò a non farsi più vedere in giro, non che la sua assenza la notassero in molti ma io ne fui insospettito, non usciva neppure per andare a farsi un buon bicchiere di St.Martin invecchiato di dieci anni, come piaceva a lui.
Così mi decisi ad andare a vedere cosa stava combinando quel vecchio diavolo dentro quella stramaledettissima casa, tutto solo e senza nessuno che badasse a lui. Percorsi il sentiero colmo di ciottoli che dalla fattoria degli Stewart tagliava dritto per il bosco di Ork, lungo il fiume Denken, era la strada più veloce da percorrere e anche quella meno esposta agli attacchi notturni dei lupi che la notte scendevano dalle colline in cerca di sventurati viandanti.
Camminai a lungo sotto le folte chiome degli alberi agitate dal vento che incalzava da dietro le montagne, il suo rumore era simile a quello di un demone incatenato nelle viscere infernali, procedetti a passo svelto per paura dei lupi e dopo una brevissima sosta presso una sorgente d'acqua sita nei pressi di un vecchio mulino abbandonato uscii dalla fitta vegetazione boschiva e subito vidi in lontananza spuntare la casa di Sherman Holly. Vista dal basso, quella casetta sulla collina sembrava un fiero guardiano, attento e ben vigile, pronto a fulminare chiunque avesse osato avvicinarsi al suo abitante, rimasi per alcuni secondi immobile, la cosa che più mi terrorizzava era quel dannato albero accanto alla casa, mi dava l'impressione d'essere una porta d'accesso sul regno dei morti.
Rimasi fermo qualche istante nell'intenzione di recuperare un pò di forze e nuovamente mi rimisi in cammino.
A grandi falcate percorsi la salita che portava a casa Holly, in lontananza era possibile sentire gli ululati dei lupi che scendevano dalle colline limitrofe, salii a testa bassa e d'un tratto mi ritrovai a terra, forse inciampai in un sasso, non potei giurarlo ma quando rialzai lo sguardo troppo fu lo sgomento che ancora oggi mi terrorizza al solo pensiero, la casa di Sherman Holly mi stava guardando, aveva due grossi occhi proprio sopra le due finestre dei piani superiori, mi fissavano con odio e con spirito di sfida, profondi, rossi come il sangue e malefici, quegli occhi sono ancora nella mia mente e moriranno con me.
Mi rimisi in piedi a fatica ma ricaddi subito a terra, le gambe mi tremavano come foglie al vento, non riuscivo a muovermi, ero come paralizzato, decisi di proseguire strisciando sul corpo, molto lentamente, sotto il terribile sguardo della casa che seguiva ogni mio singolo movimento. Con grande difficoltà, aiutandomi con una sedia abbandonata all'esterno dell'abitazione, riuscii a rimettermi in piedi ma in maniera molto precaria, sentivo che sarei potuto tornare a terra con un soffio, apponggiando le mani alle pareti mi diressi verso la porta e diedi due grossi colpi a pugno chiuso.
"Sherman... sono Kurt, Kurt Stevenson".
Non si udì risposta.
"Sherman... sono Kurt Stevenson".
"Vattene via".
La voce che mi giunse da dietro la porta era quella di un'uomo sofferente ma al tempo stesso mi mise paura, non era la voce di Sherman, non dello Sherman che conoscevo da una vita.
"Sherman, qualcosa non va?"
"Vattene!"
Il tono fu talmente autoritario da scoraggiarmi.
Decisi di raggiungere una finestra e di guardare cosa diavolo stesse accadendo lì dentro, temevo per Sherman, mi sembrava in difficoltà.
Camminai molto lentamente strinciando con la schiena contro la parete, il cielo sopra la mia testa si attorcigliò su se stesso a formare un'enorme spirale oscura, rimasi attonito a guardare quello strano fenomeno, temevo che da un momento all'altro qaulcosa di orribile sarebbe sbucato fuori da quella voraggine tenebrosa e mi piombasse addosso, starziandomi le carni.
Di colpo la mia attenzione venne catapultata verso una strana voce che proveniva da dietro le mie spalle, più precisamente da dentro la casa.
"Te adoramus veneramus"
Riconobbi la voce di Sherman, stava parlando in una lingua che non conscevo, non riuscivo neppure a decifrare una sola parola di quello che stava blaterando quel vecchio pazzo.
"Dona novi scientia"
Avvicinai l'orecchio alla parete per tentare di decifrare ciò che stava farneticando quel maledetto vecchio ma non udii più nulla. Continuai a strisciare lungo la parete dell'abitazione sino ad arrivare ad una finestra chiusa, la tapparella non del tutto abbassata, strinsi gli occhi il più possibile, quasi a farli divenire due piccole fessure in grado di penetrare persino il buio più pesto, appiattii il naso contro la plastica della tapparella e mi spinsi dentro la casa con la sguardo. Poche e confuse furono le scene che riuscii ad intravedere, c'era un uomo in gincchio al centro di una stanza, illuminata solo dalle fioche fiammelle di alcune candele che lasciavano aleggiare il proprio fumo intorno a quella figura piegata sulle ginocchia. Poco dopo mi accorsi che quella insolita sagoma che presenziava il centro della stanza era prprio Sherman Holly, era lì, piegato sulle ginocchia, con le mani protratte verso il soffitto, i suoi occhi erano ben serrati come se stesse provando dolore in quel momento.
Rimasi sbalordito, strofinai gli occhi per mettere a ben a fuoco quanto stava accadendo all'interno dell'abitazione, continuavo a non capire cosa diavolo stesse combinando quel matto di Sherman, continuava ad urlare cose senza alcun senso, perlomeno per me, soltanto tempo dopo capii che in realtà sapeva bene quello che stava farneticando quella notte mentre se ne stava in ginocchio con le braccia alte al soffitto.
"Ho fatto quello che volevi, ti ho dato mia moglie, ora voglio quello che mi hai promesso... voglio sedere alla tua destra e capire ciò che agli altri non è concesso di capire".
Il mio corpo si irrigidì di colpo, quella frase suonò come un fulmine a ciel sereno.
Un tuono potentissimo esplose nel cielo, quella grande spirale che già da tempo stava aleggiando sulla mia testa si allargò a dismisura urlando come un'anima dannata, un vento violentissimo ne uscì improvvisamente e cominciò a risucchiare all'interno di quella cavità sospesa fra cielo e terra tutto ciò che riusciva a sradicare.
Sentì il suolo tremare sotto i miei piedi, le pareti della casa presero a staccarsi, calcinacci e tegole caddero ovunque disseminandosi un po d'appertutto, corsi verso il grande faggio per cercare qualcosa di resistente al quale aggrapparmi prima che anche io venissi risucchiato nella tenebra più fitta. Non appena lo raggiunsi mi sentii afferare per le caviglie, guardai a terra e vidi le radici di quell'albero camminare e allungarsi come tentacoli, il terrore oltrepassò la mia mente rendendola debole e terrorizzata, il cielo divenne nero, impenetrabile, i rami cominciarono a trascinarmi verso l'albero che nel frattempo aveva iniziato ad agitare nervosamente i suoi rami, la casa di Sherman era ormai completamente sollevata da terra e per di più incominciò a bruciare.
"Indicami la strada della conoscenza mio Signore, istruisci il tuo servo alla legge del tre volte sei."
Dalla voraggine uscì una bocca fatta di fumo nero che inghiottì per intera l'abitazione del povero Holly mentre quest'ultimo stava ancora blaterando qualche spergiuro.
L'enorme bocca si riggettò nella voraggine e sparì nel frastuono di un fulmine.
A quel punto persi conoscenza.
Quando mi risvegliai tutto era tornato come in principio, l'albero aveva riassunto la sua posizione, le radici erano tornate saldamente nel terreno e nel cielo erano finalmente uscite le stelle... ma della casa di Sherman Holly non vi era più traccia alcuna.
Ancora oggi gli abitanti di Patville si chiedono dove siano finiti quel maledetto pazzo e la sua casa sulla collina, alcuni parlano di un rapimento alieno, altri asseriscono che Holly l'abbia distrutta e ne abbia bruciato ogni singolo pezzo e che se ne sia andato in chissà quale parte del mondo.
Io non ho mai parlato a nessuno di quanto accadde quella notte ma ora, che sono in punto di morte, ho voluto alleggerire la mia coscienza da un peso non più sopportabile; Sherman Holly era entrato in contatto con qualcosa di pericoloso, di demoniaco, per qualche assurdo motivo si era messo a giocare con l'ignoto e ne aveva pagato tutte le conseguenze. Adesso, ogni notte, sogno una porta che si spalanca su una stanza buia e vedo al suo interno un'ombra che piano piano mi viene incontro e dice che mi sta aspettando... all'inferno.
Penso di sapere chi sia quella strana figura che puntulamente fa irruzione nei miei sogni notturni... somiglia tanto al vecchio Sherman Holly.

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giovedì 23 giugno 2005 - ore 11:32


il battaglione dei morti viventi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Era una fredda mattina di Natale, esattamente il 25 dicembre 1944. Era il primo Natale che passavo sul fronte, i giornali e le radio continuavano a gridare con entusiasmo che Berlino era vicina ma io cominciavo a non crederci più.
Mi chiamo Kerman Ravi e sono il comandante della 2° compagnia della 101° Airbone paracadutato nel bel mezzo di una regione della Francia chiamata Normandia e ora costretto a fronteggiare il nemico in una cittadina, o almeno in quel che ne rimane, di nome Kassel, nella Germania meridionale.
Pensavo alla sera precedente in cui io e la mia compagnia avevamo scoperto una specie di laboratorio nelle fondamenta della scuola elementare del paese, che era stata rasa al suolo da un colpo da 75 mm di un carro Sherman durante il nostro assalto. Non abbiamo ancora capito a cosa servisse ma mi venivano ancora in mente tutti quei corpi umani sezionati sui banchi in acciaio di quel dannato posto.. .una scena raccapricciante.
Fui distratto bruscamente da tali pensieri dal soldato semplice John che dall’alto del campanile iniziò ad urlare “Arrivano!!! direzione nord-ovest. Vedo cinquanta uomini circa... e conto uno... anzi due Tigre II”.
“Uomini ai proprio posti!”. Lo sapevamo che i tedeschi avrebbero tentato di riprendere Kassel e così avevamo già predisposto un piano di difesa. Al mio ordine erano tutti in posizione.
La gran parte degli edifici della città erano in rovina e offrivano molti punti per sparare da una posizione rialzata. Per sfruttarli dovevamo però costringere il nemico ad entrare nella via centrale, in modo da evitare di essere accerchiati e neutralizzare l’efficacia dei mezzi corazzati in uno spazio ristretto ed ingombro.
Non fu difficile, bastò far saltare qualche carica nei punti strategici per bloccare le altre vie. Kassel ora aveva una sola via di ingresso e una sola di uscita.
Alle 7.30, l’aria gelida e silenziosa fu invasa da un rumore pesante e cupo di scarponi che marciavano e dai motori diesel che spingevano quelle mastodontiche bestie in acciaio chiamate Tigre e armate di un potentissimo obice da 88 mm.
Alle 7.40 sentii un sibilo potente alla mia destra ed ebbi solo il tempo di gridare “Giù” ed abbassare la testa che l’edificio che una volta era una ferramenta si polverizzò letteralmente in una nuvola di fumo scagliando detriti in tutte le direzioni. Ora i carri erano all’inizio della via con i cinquanta uomini che avanzavano ai loro fianchi.
Miller, appostato al secondo piano di un caseggiato diroccato a cento metri davanti a me, prese una granata e con un tiro da vero professionista la lanciò all’altezza del cingolo destro. L’esplosione spezzò il cingolo e il carro si arenò pesantemente nella macerie mentre tre soldati tedeschi furono dilaniati dalle schegge. In quel momento con una sincronizzazione perfetta uscì da una via laterale Richard, anche lui con una granata nella mano destra. Coperto dal fuoco di copertura di Miller saltò sul carro, alzò lo sportello della torretta e lanciò la granata dentro poi corse via. L’acciaio spesso della torretta ovattò il rumore della deflagrazione ma è facile immaginare lo stato dell’equipaggio.
In tutto l’operazione era durata meno di dieci secondi. Lo stesso sistema fu adottato da Brian e Red 50 metri più indietro con l’altro Tigre.
Ora era il mio momento.
“Tutti fuori” urlai. Uscimmo come pazzi col fucile in mano verso la fanteria che non aveva più la copertura dei carri. Philipe non fece nemmeno in tempo ad uscire che una pallottola gli attraversò la testa spargendo resti di materia cerebrale sul cumulo di macerie dietro di lui.
Io mi misi a sparare con assoluta freddezza abbattendoli come se giocassi al tiro a segno. Lo stesso valeva per tutti gli altri.
Red che aveva prima distrutto la minaccia del tank fu ferito a una gamba e stramazzò al suolo. Mi girai per vedere se stava bene e uccisi un tedesco che stava per assalirlo alle spalle. Mi sorrise e fece 0k con le dita.
Lo spettacolo infernale era appena agli inizi.

Kerman non poteva minimamente immaginare che il suo battaglione era stato scelto come cavia per esperimenti... al pari di quei corpi che aveva trovato con i suoi compagni nel laboratorio segreto sotto la scuola.
“Prendete nota signori” disse l’ufficiale Herman guardando la cittadina di Kassel col binocolo “il piano Nazione Libera inizia ora, 25 dicembre 1944 alle ore 7.40”

Dopo dieci minuti tutto era finito, erano tutti morti... l’ultimo colpo che sparai risuonò come un pesante punto esclamativo per far terminare ciò che era successo.
Della mia squadra persi 7 uomini ed ebbi quattro feriti per fortuna non gravi. L’aria era intrisa del sapore della polvere da sparo e risuonava ancora il rombo delle esplosioni e degli spari.
Ci stavamo organizzando per il soccorso dei feriti e per la rimozione dei corpi dei caduti quando senti un rantolo e uno scricchiolio alle mie spalle.
Mi girai di scatto, tolsi la sicura al mio fucile e lo tenni saldo tra le mani.
Quello che vidi mi fece strabuzzare gli occhi... non era semplicemente possibile che quello che stava accadendo fosse... reale.
Il soldato della fanteria tedesca si rialzò come se nulla fosse accaduto, con in bella vista l’orrendo foro di proiettile che gli aveva attraversato l’occhio destro.
Anche i miei ragazzi rimasero immobili, impietriti dalla paura... almeno credo perché non avevo la forza di girare lo sguardo. Tutti i soldati si rialzarono in piedi come se si stessero risvegliando da un sonno profondo...
In preda al panico riuscii a mormorare “Tu... tu... tu dovresti essere morto... come fai a essere vivo?”
Poi attanagliato dalla paura iniziai ad urlare e a sparare.

Herman sentii il suono della battaglia nelle sue orecchie come una dolce melodia. “Sì”, si disse, “è stato un successone, una idea brillante creare un esercito di morti viventi”.
“Per fortuna” pensò “quegli stolti americani erano arrivati a esperimento concluso e il laboratorio da loro scoperto era gia stato abbandonato... ma gli altri erano perfettamente attivi”.
Dopo aver dato un ultimo sguardo agli americani che venivano falciati, dilaniati e massacrati, l’ufficiale tedesco si girò verso il gruppo di persone che aveva alle spalle e lo aveva osservato tutto il tempo con grande silenzio.
Erano i maggiori scienziati di tutta la Germania Nazista, le menti brillanti che avevano reso possibile la realizzazione di un’arma potentissima che avrebbe forse ribaltato le sorti del conflitto.
Rivolgendosi a loro disse “Il progetto è un successo, procedete pure al suo sviluppo. Nazione Libera passa alla fase B”. Poi parlando tra sè e sè disse “... e sarà una gran bella sorpresa per gli americani, ci sarà da divertirsi... o se ci sarà da divertirsi”.

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