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OGGI IL MIO UMORE E'...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


Nessuna scelta effettuata

MERAVIGLIE


Nessuna scelta effettuata


Sì, sono un cantore nella notte dei sensi, risvegliato da un sospiro..


... nato dal mio io, e morto in una lacrima






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giovedì 3 dicembre 2009 - ore 13:27



(categoria: " Vita Quotidiana ")


me morosa ieri sera me ga fatto i caveii a poker -.-

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venerdì 27 novembre 2009 - ore 13:53



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ieri sera al Palaverde di Treviso il reverendo ha fatto il suo sporco lavoro..





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martedì 24 novembre 2009 - ore 21:39



(categoria: " Vita Quotidiana ")


UN UOMO NORMALE
ll’inizio pensò di non aver sentito bene. Era uscito di casa, al solito, molto presto di mattina, e come sempre aveva incrociato il portiere che lavava le scale.
«Buongiorno Giorgio. Tutto bene?»
«Slatopec» borbottò il portiere ricurvo sul gradino e inzuppò lo strofinaccio nel secchio.
“Slatopec? Ma no, avrà detto ‘Salve’” si confermò Eugenio e con quattro falcate raggiunse il baretto all’angolo. Al suo «Buongiorno» la cassiera rispose con uno svogliato «Slatopec» che lo lasciò di sasso. Pagò un cappuccino con brioche, dal bancone chiamò la sua solita ordinazione. Il barista gli porse la brioche, poi aggiunse: «Stratos o burgos?» Rimase in attesa davanti alla sfavillante macchina Faema, attendendo che Eugenio specificasse -suppose- come meglio preferiva il cappuccino.
Stratos o burgos? Ma che intendeva dire?
«Senza schiuma no?» gli ricordò.
Il barista annuì e in trenta secondi gli servì il suo cappuccino. Eugenio, sovrappensiero, stava portandosi la tazza alle labbra quando la signora del piano di sopra, la Giannini, ordinò «Deltos burgos laccos.» Poi si volse, lo riconobbe, esclamò sorridendo: «Slatopec!» E con un’arietta confidenziale, a fil di voce, gli si accostò, chiese: «Uberendel rest orkies 129?»
Eugenio, un italiano sulla quarantina impiegato al ministero degli Interni, in genere tanto educato da sembrare di un’altra epoca, quasi affettato, si lasciò sfuggire un volgare «Ma come cazzo parlate stamattina?» a voce alta e con una specie di ghigno, come a intendere “Guardate che mica sono scemo, l’ho capito che mi state facendo uno scherzo”. Ma la signora Giannini si ritrasse spaventata, e la cassiera e il barista lo squadrarono con evidente imbarazzo. «Wosh?» gli chiesero. Poi si misero a ridere perché avevano parlato all’unisono.
«Boh, fate un po’ come vi pare» concluse Eugenio. Ingollò il cappuccino con un gesto secco e deciso, rovesciando la testa all’indietro, in modo così brusco che si macchiò la cravatta, afferrò la maniglia della porta vetrina, uscì di corsa; non abbastanza, però, da evitare un paio di «Slatopec!» alle sue spalle.
Al parcheggio pubblico, montato sulla sua Grande Punto, ci mise un bel po’ a infilare la chiave poiché la mano sinistra gli tremava. «Calmo» si disse. «Dunque: ragiona. Cos’è successo in fondo? Non ti ricordi quando, da un giorno all’altro, si passò dalla lira all’euro? Avranno fatto lo stesso con la lingua. E tu, testardo, che non guardi più la televisione, non sei stato avvertito. Cosa vuoi che sia? Sarà una specie di esperanto. Inoltre loro ti capiscono perfettamente. Sei tu che non capisci loro. Quindi il problema è tuo.» Mise in moto, un poco rassicurato dalla sua radicale autocritica, abbassò il finestrino e fece una mattata. «Slatopec!» salutò sorridendo il garagista calvo che, seduto su una seggiola, stava leggendo il giornale. Quegli alzò distrattamente la testa lucida dalla prima pagina, e rispose: «Salve!»
“Ho capito bene? Ha detto salve!” Tutto era tornato normale, esultò Eugenio in cuor suo, ingranò la prima, ma inchiodò all’inizio della rampa. Con la coda dell’occhio aveva intravisto la testata del quotidiano del garagista. Era del tutto simile a quella de “Il Messaggero”, ma con gli stessi caratteri c’era scritto: “Ulakia Trunc”.
«Scusi Arturo, che cosa sta leggendo?»
Arturo il garagista alzò le spalle e gli mostrò il quotidiano come la cosa più ovvia del mondo. «Ulakia trunc» rispose.
«Grazie, arrivederci».
«Slatopeeec!» cantilenò il garagista tornando a leggere.
«Non aveva detto ‘Salve’ aveva detto Slatopec. Sei tu che avevi capito male» si criticò ancora Eugenio. Adesso non vedeva l’ora di raggiungere il ministero per scoprire se anche in ufficio avessero cambiato lingua. Ma ebbe un malore. Un attaccio di tachicardia violentissimo che l’indusse a rivolgersi al pronto soccorso.
L’ospedale, adesso, si chiamava “Wardocus”, per fortuna una freccia intermittente con una croce rossa sovrastante gli indicò la strada giusta. Parcheggiò davanti alla porta a vetri piantonata da due barellieri e si precipitò all’interno, inseguito da uno dei due omoni che protestava perché la Grande Punto ingombrava il passaggio delle ambulanze. Ma il barelliere gridava: «Budenbus, budenbus!» e lui non era tenuto a capirlo.
Si aggrappò al camice di un chirurgo, quasi piangendo: «Sto malissimo, non capisco cosa dite. La prego, lei parla italiano?»
Il chirurgo trasse un sospiro di sollievo: «Il si-gno-r Eu-g-e-nio Ful-gen-zi?» chiese con sforzo linguistico e di memoria notevoli.
L’impiegato annuì fra lacrime di pianto e gioia.
«Fi-nal-men-te. Lei e-ra l’ul-ti-mo.»
«L’ultimo di che?» fece l’impiegato atterrito, perché a un ordine del chirurgo, pronunciato speditamente nella lingua misteriosa, era stato circondato da medici e infermiere che lo sospinsero a spintoni in sala operatoria.
In meno di tre quarti d’ora, con un’elaborata ma non troppo invasiva operazione al cervello, anche Eugenio fu ridotto alla normalità. Uscì umile e prono, ringraziando il personale medico e salutando le suore con grandi inchini. «Slatopec! Slatopec!» a tutti.
Il barelliere di prima, vedendolo arrivare, sgusciò dalla Grande Punto dove si era stravaccato ascoltando la radio.
Il programma era il famosissimo “Biribi’ penk 5 tubs” dove trasmettevano la hit parade delle canzonette più in voga. Al primo posto risultò “Cetopals” di un certo Uri Bilx.
Nel traffico caotico della capitale, ancora frastornato da quel burrascoso inizio di giornata, Eugenio tentò disperatamente di darsi un tono:
«Cetopals, cetopals/ in bix bustocals…» canticchiò al semaforo come tutti gli automobilisti dai finestrini aperti sulla primavera.
In realtà non capiva mezza parola ma finalmente non era più diverso dagli altri.


Diego Cugia

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venerdì 20 novembre 2009 - ore 13:50



(categoria: " Vita Quotidiana ")




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giovedì 19 novembre 2009 - ore 14:40



(categoria: " Vita Quotidiana ")


immagine del giorno




pur essendo stato un cesso, è proprio vero che era un donnaiolo incallito e che scopava come un riccio lol





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mercoledì 18 novembre 2009 - ore 14:14



(categoria: " Vita Quotidiana ")


A Coccaglio (Brescia) l’amministrazione comunale ha lanciato l’operazione “White Christmas”. Di che si tratta? Di “sbiancare” il Natale, non spalando la neve, ma ripulendo la cittadina dagli extracomunitari. Entro il 25 Dicembre, i vigili, casa per casa, dovranno scovare gli “irregolari” e revocargli la residenza. L’ideatore del “bianco Natale” è Claudio Abiendi, assessore leghista alla sicurezza. E già due sindaci leghisti dei paesi vicini, Castelcovati e Castrezzato, gli hanno copiato l’idea. Ma tutti i comuni leghisti del bresciano non vedono l’ora di festeggiare il Natale con questa iniziativa, tanto che lo stesso ministro degli Interni Maroni “ci ha dato dei consigli per attuare il provvedimento senza incorrere nei soliti ricorsi ai giudici”, ha dichiarato il sindaco Claretti. “Natale non è la festa dell’accoglienza” ha infine giudiziosamente osservato l’assessore della trovata natalizia “ma della tradizione cristiana, della nostra identità.”
La verità è che la nostra identità è il contrario. Come italiani e cristiani non possiamo che riconoscerci negli extracomunitari cacciati nella notte di Natale. Perché, nella concezione della Chiesa, il santo per eccellenza è il martire. E la Lega, quella di “Roma ladrona”, si comporta né più né meno dei persecutori romani dei martiri cristiani di duemila anni fa. Sono centurioni. Ne consegue che i veri extracomunitari sono esattamente loro: i leghisti, clandestini d’Italia. Tanto che ti scappa la voglia di chiedergli: “Scusi, a lei chi gliel’ha dato il permesso di soggiorno, Babbo Natale?” Ma siamo cristiani. Abbiamo accolto quei mesti riti pagani, le loro cravattone verdi da cafoni, le acquasantiere barbariche con dentro due dita del Po, abbiamo loro concesso persino una regione inesistente: la Padania. E il ministero più strategico e autoritario di tutti, quello dell’Interno. Il nostro presidente del Consiglio, come duemila anni fa, è il loro più fedele alleato: Ponzio Pelato. E adesso assistiamo all’operazione “White Christmas”, mentre ci prepariamo a festeggiare cristianamente il Natale. Volgendo lo sguardo mentre questi stranieri cacciano di casa i nostri fratelli.
Siamo italiani di tradizione cristiana. Armati di santa pazienza.
La pazienza dei popoli: la mangiatoia dei tiranni.
Sporco Natale.

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lunedì 16 novembre 2009 - ore 17:55



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Diego Cugia

Sono caduto tante volte e tante volte mi sono rialzato. Ogni volta mi sembra più dura e ho la sensazione che il dolore, con le sue possenti mareggiate, abbia invaso nuovi spazi intimi, sabbie ancora indenni, fino a violare ogni più elementare certezza precedente, ogni piccola baia felice.
Il puro dolore non ha scialuppe di salvataggio, né pudore, ricorda solo se stesso, è senza tregua e senza pietà. Poi passa. Si ritira come l’alta marea, lasciando ossi di seppia, detriti, vuote bottiglie di vino, lacrime incapsulate nell’ambra, conchiglie scolorite, esperienze in cocci. È il museo del dolore. Privato e pubblico, ma sempre mitico, come la Biblioteca di Alessandria.
Si è tentati di fuggire da questa terra desolata, di tuffarsi nel flusso felice al primo chiarore, nella bonaccia. Non è prudente né saggio. Bisogna restare da soli un altro poco, catalogare i reperti da bravi archeologi di se stessi, perché ogni lacrima ha un senso, ogni fallimento lascia una traccia indelebile, e le sconfitte devono essere archiviate con diligenza, mentre le vittorie lo fanno da sole. Le vittorie sono frivole. Vincere è facile.
Fallire in assoluto è difficile. Io ci sono riuscito benissimo, anche parecchie volte di seguito. Il fallimento è come la musica, bisogna esserci portati, avere orecchio, saperlo ascoltare. Il dolore ha un ritmo mentre la felicità è sorda. La sua è una marcetta trionfale, starle dietro non richiede alcuno sforzo, perché il successo trascina, il fallimento emargina e ci lascia da soli. Mentre cadiamo sentiamo risate e motteggi sinistri, poi il rullo delle ruote dei carri dei vincitori, infine più nulla. Allora il dolore viene. Dapprima è un sussurro di malinconia, uno stridìo come i primi accordi di un’orchestra, poi una sinfonia d’archi e tamburi, di vuoti e pieni, elaborata, sapiente, incredibile, perché il dolore è sempre sorprendente: il dolore è un genio.
-Stai dicendo che dovremmo cercare il dolore?- domandò il tale. Non ce n’è bisogno, il dolore è abilissimo a cercarci da solo, e ci trova sempre, nei momenti più inopportuni e quando siamo impreparati a riceverlo. Il dolore fa come le tempeste che offendono i metereologi che non le hanno previste. Il dolore è maleducato. Ma noi dobbiamo essere così cortesi da riceverlo.
-Io mi barrico in casa!- disse l’altro. Inutile. Il dolore sfascia le porte. Tanto vale preservare la facciata e comportarsi da signori. Altrettanto inutile farlo accomodare e offrirgli un bicchierino. Si prenderebbe tutta la cantina. Il dolore fa come gli pare.
-E allora?- Allora niente, sto semplicemente tessendo un elogio del fallimento, (un po’ costretto, ne convengo) ma se non parlassi di quel che ho imparato, che scriverei a fare? Davvero non c’è fallimento dal quale non si possa trarre una lezione, mentre la felicità non ci insegna mai niente che già non sapessimo, tanto per cominciare che è facilissimo perderla, altrimenti come potremmo essere felici un solo istante? La felicità, l’ho già detto, è sorda. Il dolore risuona nella Storia.
Di conseguenza dico grazie al mio fallimento di uomo e di artista. Non avrei mai saputo augurarmi di meglio. Il dolore ne sa una più del diavolo, mi sono laureato alla sua scuola. Attualmente sto seguendo un master di specializzazione. A breve sarò un professionista del fallimento. Potrò finalmente elargire felicità. Da questi miei rami secchi nascerà un fiore.
Mia isola maledetta io ti benedico. Ho imparato a nuotare grazie alle tue bacche velenose. Mi hanno nutrito e irrobustito e adesso posso tuffarmi e prendere il largo. Nessun mare sarà così nero e ostile da spaventarmi più.
Dagli abissi è emersa la mia fortuna, è stata la mia sfortuna a tenermi a galla. Nel più gelido degli oceani il mio cuore si è riscaldato. Non ho una casa né una meta. Sono compiutamente straniero.
È in questo mondo, disadorno e inospitale, che brilla la mia stella.

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giovedì 8 ottobre 2009 - ore 15:14



(categoria: " Vita Quotidiana ")


ecco cosa penso di tutto sto a,baradan politico che ci sta bombardando in questi giorni:

Berlusconi ha ragione: è colpa di Napolitano



«E’ una trappola, mi sono sentito preso in giro dal capo dello Stato. Se Napolitano chiamava i giudici la legge passava.» (Berlusconi).
Il presidente del Consiglio ha perfettamente ragione.
È colpa di Napolitano.
In un Paese in cui se non conosci nessuno sei fregato e soltanto i raccomandati fanno carriera, perché mai il presidente della Repubblica non ha fatto una telefonata alla Corte Costituzionale per far passare il lodo Alfano? Con una spintarella si risolveva tutto.
E non ditemi che il presidente della Repubblica non fosse al corrente delle intercettazioni delle telefonatine in Rai di Berlusconi.
Vi rendete conto? In questo Paese siamo arrivati al punto che per far sgambettare in Tv una poveracrista si deve scomodare il premier in persona!
Eppure anche l’articolo 3 della Costituzione degli Utilizzatori Finali (CUF) canta chiaro:
“Tutte le escort hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza delle escort e delle soubrettes, impediscono il pieno sviluppo della velina umana e l’effettiva partecipazione di tutti i nani e le ballerine all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
Berlusconi ha ragione. Napolitano gli ha teso una trappola. L’ha preso in giro. Ne ha fatto una vittima. Uno come noi che non abbiamo santi in paradiso. Che quando restiamo disoccupati non sappiamo a chi cazzo rivolgerci. Neanche lui, poveraccio. Adesso è giudicabile come chiunque altro. Porco mondo.
Se Napolitano chiamava i giudici la legge passava.
Se Napolitano chiamava i giudici la legge passava.
Se Napolitano chiamava i giudici la legge passava.
Ripetetelo come un mantra.
In queste parole c’è l’Italia degli ultimi vent’anni.

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domenica 27 settembre 2009 - ore 15:50



(categoria: " Vita Quotidiana ")


stiamo sfiorando l’assurdo... senza parole!


http://silvioperilnobel.sitonline.it/

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sabato 19 settembre 2009 - ore 15:34



(categoria: " Vita Quotidiana ")


eh Parigi...

con il Louvre


la tomba di Morrison.. (e di Chopin, Oscar Wilde., Balzac, Modigliani...)



I demoni di Notre Dame...



quel colosso inaudito alto 324 metri..



la rive gauche.. cazzo la rive gauche con tutte le sue brasserie..



lungo gli champs elyseè





Notre Dame di sera... magnifica



seduti ai caffè della rive gauche..



e sulla Senna



tutto scintilla!!!!





da mozzafiato veramente..



poi c’è anche picasso al pompidoù...



e il mio amore con quell’aria da cerbiatta che mi fa impazzire... mentre aspettavamo l’ascensore per l’ultimo piano della eifel...




quante emozioni... quante emozioni...





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