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E’ più esatto dire che...li sto rileggendo... [Pierre Riches]- La Fede è un bagaglio lieve;
D. Qual è l’atteggiamento più giusto per vivere una fede? R. Non avere mai tesi a priori o accettate ciecamente. Continuare a ragionarci sopra criticamente, cercando di capire la ragion d’essere di ciò che propone la fede e, se è il caso, rivedere le proprie tesi, perché solo così si può trovare la verità e sottoporla a verifiche e riprove.D. Gesù non dice nulla dell’Aldilà,perché? R. Sarebbe disastroso se ci avesse detto che non ci sono i cinema ma i semafori sì


- La vita segreta delle api [Sue Monk Kidd]


Maestro insegnaci a pregare [Padre Andrea Gasparino]Ogni "novità" di P. Gasparino è attesa ed accolta con gioia, come un "dono", da tantissimi giovani ed educatori. [...] In questo libro ritornano (ed era naturale) i temi cari a P. Gasparino [...] sono riprese, quasi alla lettera, molte delle riflessioni già pubblicate in un precedente volume della Elle Di Ci: La preghiera del cuore. ’’Pregare e’ un dono grande ed esigente. Non consiste nell’apprendimento di alcuna nozione: la preghiera e’ una vita.’’


Le omelie di Padre Aldo Bergamaschi
www.padrebergamaschi.com [...]il cristianesimo non è attuato o forse è attuato nelle singole persone, però appena usciamo dalla singolarità, o nella famiglia o nel sociale, vediamo tutto andare a pezzi, non c’è nemmeno l’ombra del Messaggio di Gesù. Questo sarà oggetto delle mie predicazioni future. Ciò accade - e la mia spiegazione resta ferma – perché il cristianesimo è caduto al rango di religione e non perché non è una rivelazione.[...]

Gli opuscoli di Padre Tornese
Li ho messi online tutti e 23





Sulla strada di Emmaus

Polvere... Incontri... Provocazioni...


’’Strada Statale Gerusalemme – Emmaus: siamo al tramontar della prima Pasqua.
Due viandanti - Cleopa e un altro - riflettono mesti. Tema di drammatica attualità: la morte di Gesù di Nazareth. Si parla di ciò che sta a cuore. Sta a cuore ciò che si cerca. Si cerca ciò che si ama.
Conclusione: ripercorrono un Amore.
Il Risorto s’accosta ma non li folgora: li istruisce e conforta. Li ha cercati e raggiunti per rincuorarli, correggerli e illuminarli.
Ma non attacca il discorso: varca la soglia con dolcezza, con una interrogazione semplice, discreta. "Di che cosa stavate discutendo lungo la via?" (Lc 24,17).
Converge sulla loro mestizia. L’incoraggia a parlare. Si conquista la fiducia.
Fa finta di volersene andar. Fa finta: piacevole un Dio che... Fa finta !
Entrano nella locanda. Lui spezza il pane: brividi che corrono sulla pelle.
Un messaggio in codice! Poi scompare.
E i due? Avevano iniziato il loro cammino con il passo stanco e depresso, adesso partono senza indugio, di corsa, verso Gerusalemme, ansiosi di dire a tutti che l’Amico è risorto: loro lo hanno incontrato.
Stanchi di camminare, iniziano a correre: contraddizioni tutte divine!

Ho comprato un pezzo di terra verso Emmaus.
Fra poco ti apro la porta.’’
don Marco Pozza



Dalla Parte dei Bambini

AMS ONLUS (associazione per la mobilitazione sociale)




Una Suora per Amica

[...]’’Uno dei luoghi della Terra Santa che mi sono rimasti più impressi è la "roccia dell’agonia". E’ una parte di roccia irregolare che spunta nel bel mezzo del presbiterio della Basilica delle Nazioni nell’Orto degli Ulivi. Lì ho potuto passare diversi minuti di preghiera con le mie mani appoggiate su quel sasso, quasi tentando di aggrapparmici, e ancora oggi, tre anni dopo, se chiudo gli occhi e ci penso, mi pare di avere le mani appoggiate in quel luogo dove Gesù ha sudato sangue e ha fatto la sua preghiera più difficile e straziante, chiedendo al Padre non di non soffrire ma di poter avere il suo aiuto se la sofferenza era nel suo progetto d’amore.’’[...]








WWW.IMITAZIONEDICRISTO.IT


Movimento dei Focolarini




"Nessuno sapeva quale sarebbe stato lo sviluppo di quest’opera: le circostanze verificatesi man mano l’hanno svelato. Anche la struttura del movimento più che suggerita da idee umane
è stata ispirata da un carisma, cioè da un dono di Dio"

"Vedi, io sono un’anima che passa per questo mondo.
Ho visto tante cose belle e buone e sono sempre stata attratta solo da quelle.
Un giorno (indefinito giorno) ho visto una luce. Mi parve più bella delle altre
cose belle e la seguii. Mi accorsi che era la Verità."

Chiara Lubich


HO VISTO

Ipocrisia - Apparenza
Non fidarsi mai delle apparenze, neppure quando si tratta di devozione! Anche i cammelli si inginocchiano, anche i fonografi recitano preghiere e laudi, anche gli affettatori di cipolle piangono, anche i cani cadono in estasi . (Gianfranco Ravasi, Avvenire 9/9/2000).

n.b. La comprensione in Cristo va ’’oltre’’ e si domanda il perchè non solo delle cose ma anche dei comportamenti indotti da una cultura cristiana superficiale e la conseguente afonia del messaggio cristiano.


Questa rubrica dovrebbe intitolarsi ’’ ho Ri-visto’’ ho ri-visto un film che ri-vedrei per altre 200 volte per ri-scoprire ogni volta che è proprio una bella storia,’’ Pomodori verdi fritti alla fermata del treno ’’ Pomodori verdi fritti... La trama: Negli anni Trenta, nel profondo e razzista Sud degli Stati Uniti, le regole della società tradizionale imbrigliano senza pietà le donne ed i neri, avvilendone le speranze di emancipazione e occludendone gli spiragli di riscatto. Fra i tavoli del Whistle Stop Cafè, gestito dalla ribelle Idgie e dalla delicata Ruth, spuntano i germogli della lotta non violenta per il riconoscimento di eguali diritti, accanto ai piatti della specialità della casa serviti caldi: fette di pomodori verdi infarinate e rosolate nel grasso. La storia del legame d’amicizia fra le due giovani donne dell’Alabama irrompe in forma di racconto nella conoscenza fra una ottuagenaria che vive in un ospizio ed una signora frustrata a causa d’un matrimonio sonnecchiante. Mansueta ed apparentemente a proprio agio nella cornice d’un menàge che galleggia sulla consuetudine più desolante, Evelyn si dimostra allieva volenterosa d’una lezione di vita vecchia di sessant’anni, ma più che mai giovane, [...] Recensione di :Simona D’Alessio


Dalle interviste di pif a youtube ’’l’esperienza di Suor Anna’’
Suor Anna su Youtube



Sono entrati con prepotenza nel mio cuore due film che ho guardato in questi giorni, li inserirò nei miei classici preferiti e intramontabili, ho pianto come la fontana di Trevi prima che la colorassero di rosso
Into the wild
‘’ Il film racconta la storia del giovane idealista Christopher McCandless che, abbandonata la vita normale di tutti i giorni, va a vivere nella selvaggia Alaska. ‘’ il film è ispirato da una storia vera Il Trailer


Ogni cosa è illuminata
’’Un esordiente nel cinema, Liev Schreiber, mette in schermo un esordiente della letteratura, J.S. Foer, un ebreo americano che racconta a sua volta di uno studente americano deciso a trovare in Ucraina la donna che salvò suo nonno dalla furia nazista.’’ Recensione e storia del film
Il Trailer




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Le parole sono preziose, ma più prezioso è il silenzio "
"Che valore ha il buon senso, se non viene in mio soccorso prima che io pronunzi una parola! "
Hazrat Inayat Khan





Non stare davanti a me,
potrei non seguirti;
non stare dietro di me,
potrei non esserti di guida;
ma, sta al mio fianco e
sii semplicemente mio amico.

Albert Camus



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martedì 12 febbraio 2008 - ore 00:36


L’ARTE CANTA PADRE NOSTRO
(categoria: " Vita Quotidiana ")




Is 55,10-11; Sal 33; Mt 6,7-15 - Chi spera nel Signore non resta confuso
Gen 17,1b-8; Sal 32; Pr 8,12-21; Mt 5,13-16

Mt 6,7-15
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. Voi dunque pregate così:

Padre nostro che sei nei cieli
sia santificato il tuo nome;
venga il tuo regno;
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.


Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe"


L’ARTE CANTA PADRE NOSTRO
di Gianfranco Ravasi

fonte





Il 27gennaio 1901 moriva a Milano Giuseppe Verdi. Di lui è stato detto e scritto molto durante quest’anno commemorativo, anche riguardo alla sua malferma fede cristiana. Noi ora vorremmo solo evocare una sua partitura marginale, un Padre Nostro per coro misto a cinque voci basato sulla libera resa della preghiera di Gesù offerta da Dante (sul manoscritto lo stesso Verdi aveva precisato: “volgarizzato da Dante”).
Ebbene, partiamo da questo spunto per dire qualcosa su una delle pagine più celebri in assoluto di tutta la S. Scrittura, cioè il Padre Nostro, la preghiera insegnata da Cristo ai suoi discepoli e presentata dai Vangeli di Matteo (6,9-13) e di Luca (11,2-4) in due forme e in due contesti differenti.

Cinquantasette parole greche, sette invocazioni e lo sfondo del monte delle Beatitudini, secondo Matteo; trentotto parole greche, cinque invocazioni e un fondale imprecisato durante il grande viaggio di Gesù verso Gerusalemme, secondo Luca.
Non vogliamo ora commentare questa che è divenuta la preghiera per eccellenza del cristiano, l’oratio perfectissima, come la definiva S. Tommaso d’Aquino nella sua Summa Theologiae (11,11, q.83, a.9).
Lo abbiamo già fatto proprio su queste pagine due anni fa. Ci accontenteremo, invece, di esemplificare la sua presenza costante e potente nella storia dell’Occidente.

Per far questo dovremmo partire proprio da Dante.
Egli nel canto XI (le prime Otto terzine) del Purgatorio mette in bocca alla lenta processione degli spiriti superbi, che si snoda nel primo girone di quel luogo di purificazione, una parafrasi solenne del Padre Nostro («0 Padre nostro, che ne’ cieli stai…»).
Non possiamo, per ragioni di spazio, citarla, ma suggeriremmo ai nostri lettori di cercare un’edizione della Divina Commedia forse quella usata a scuola in passato e di seguire con pacatezza e attenzione i versi di Dante che Verdi aveva usato come testo per il suo pezzo musicale.

E dato che stiamo parlando di musica, affiora facilmente una domanda: al di là della melodia gregoriana della liturgia, quali sono le riprese musicali del Padre Nostro? Bisogna riconoscere che, a differenza dell’Ave Maria che ha avuto un successo straordinario (per stare a Verdi, pensiamo a quella dell’Otello), la preghiera di Gesù ha prodotto vari testi musicali ma quasi tutti dimenticati o non particolarmente alti.
Se si vuole avere un’antologia di queste composizioni, bisognerebbe ricorrere a un compact disc (Ms 062) edito dalla San Paolo nel 1994, in cui è offerta una sequenza di testi che partono dal Palestrina nel ‘500 e approdano sino ai nostri giorni. Ritorneremo, comunque, sull’argomento la prossima settimana.



- PERMALINK



martedì 12 febbraio 2008 - ore 00:30


’’Voi siete il sale della terra’’Mt 5,13-16
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Is 55,10-11; Sal 33; Mt 6,7-15 - Chi spera nel Signore non resta confuso
Gen 17,1b-8; Sal 32; Pr 8,12-21; Mt 5,13-16


Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null`altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. 14 Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, 15 né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. 16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.



(catechesi di Mons. Angelo Comastri)
www.cantogesu.it


Cos’è che fa cantare? In altre parole, dov’è la felicità? Qui dobbiamo recuperare subito un’idea fondamentale: il Bene è bene non perché l’ha comandato Gesù, il Bene è Bello perché fa bene, e per questo Lui lo ha comandato. Il Bene è bello. La Bontà è affascinante. Dobbiamo crederci.

Dobbiamo crederci!
André Frossard, figlio del primo segretario francese, autore del libro “Dio esiste, io l’ho incontrato”, un uomo cresciuto nella più assoluta ambiguità e nella più assoluta estraneità alla fede, l’otto di luglio del 1937 entrò nella chiesa del quartiere latino di Parigi. Egli sa che da quel giorno è diventato un’altra persona: ha scoperto il sale della terra. André Frossard ha scoperto Gesù. Nel suo diario, termina il racconto di quella giornata con queste parole: “Dio, Amore mio! Non mi basterà l’eternità per dirti grazie!”Il credente o l’innamorato di Dio è figlio eterno. Dio da sapore alla vita. Lui è la luce.

Altrove, in una singolare vita di Gesù intitolata ‘Volete andarvene anche voi?, Luigi Santucci scrive: “Bisogna togliere a demonio la prerogativa della felicità!”. Continua affermando che i gaudenti del mondo devono sapere che non stiamo dalla loro parte per paura dell’inferno, maperché dalla nostra parte si gode infinitamente di più! In altre parole non fa che ribadire: il Bene è bello perché fa bene.

Una volta sentii dire da Madre Teresa di Calcutta: “Un giorno o l’altro tu verrai a sapere che io sono morta per schianto del cuore”. Ho pensato che si riferisse alla sua salute. Invece continuò: “Sentirai dire che sono morta per schianto del cuore perché sono troppo contenta.”Dormiva per terra. Negli ultimi due anni l’avevano obbligata ad usare una branda piccola piccola ed è caduta due volte. Non c’era più abituata. Il suo vestito...che dire. Eppure: “Un giorno o l’altro verrai a sapere che sono morta per schianto del cuore” per troppa contentezza.

Ancora una lezione. Un vecchio mi disse: “Stai attento, leggi bene il Vangelo. Chi è che ha composto l’inno alla gioia? Maria, la più piccola, la più umile. La più povera! Cantando ‘Il mio cuore esplode di gioia, l’anima mia magnifica il Signore, il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore’”.

Chi ha composto il Cantico della Creazione? Un impresario, un miliardario o un ricchissimo proprietario di questo mondo? No. Francesco, il più povero, ha detto “Laudato sii, o mio
Signore. Creatore dell’universo”. Aveva il cuore limpido capace di accogliere il messaggio. Il grande segreto del cristianesimo è la gioia! Chi non percepisce la gioia della fede vuol dire che non crede! Perché la fede non è altro che un’immersione in Dio, e la natura di Dio, diceva Dostoewskij, è rendere felici! Come possiamo immergerci nella Gioia? Quale è la via?

Una risposta può essere Maria Respigo. Qui, ricordo solo che Maria è nata con gravi problemi fisici: 58 cm di altezza, vive in una culla. Muore a 39 anni. Eppure il titolo della sua biografia è “Maria Respigo, felice di vivere”. In un passo leggo: “io esisto per gridare a tutti coloro che hanno la salute che non possono tenerla stretta in mano, perché la salute è un dono

e se non lo ridoneranno ad altri esso marcirà nelle loro mani. Io esisto per gridare a tutti quelli che si annoiano che le ore trascorse nella noia mancano a qualcuno e se non le regaleranno a qualcuno, quelle ore non li renderanno felici ma marciranno nelle loro mani. Io esisto per gridare a tutti coloro che la notte vanno da una discoteca all’altra, che quelle notti mancano a qualcuno ed esse non li renderanno felici finché non le regaleranno a coloro a cui appartengono, perché il senso di tutto è l’Amore, il senso di tutto è il dono”.

Questa testimonianza di vita è un pezzo di Vangelo...

Il sale della vita è l’Amore e chi vive l’Amore sente il gusto della vita trasmettendolo ad altri. Qui il discorso si fa serio, cos’é l’Amore? Il mondo di oggi non lo sa più al punto tale che chiama amore anche la prostituzione. Per rispondere a questa domanda possiamo prendere spunto da Santa Maria Goretti, nata in una famiglia che sapeva che cos’é l’Amore, dove ha
imparato che cos’é l’Amore. Dalla sua storia possiamo avvertire in maniera chiara tutto il significato della novità del messaggio cristiano “Voi siete il sale della terra”. Maria viene uccisa poiché rifiuta di donarsi a chi vuole solo abusare del suo corpo. Davanti alla violenza del suo assassino risponde con il candore dell’innocenza e del perdono. L’educazione
ricevuta è quella semplice di una famiglia di contadini che vivono della fiducia nella Provvidenza,di fatiche per un lavoro duro e tante piccole bocche da sfamare.

Maria cresce in fretta, ma ciò che veramente conta non manca mai. L’amore, il vero nutrimento, la sola necessità. Prima di morire perdona chi le ha fatto del male, e lo stesso fa la madre Assunta. Non c’é bisogno di scienza per amare, né di ricchezza. Oggi, cari giovani, correte il rischio di non sapere più cosa significa amare. Ecco perché sono in crisi le vocazioni. Non mi riferisco mica alla chiamata alla vita consacrata sapete. è in crisi la vocazione alla vita, alla famiglia, all’impegno! è in crisi ogni vocazione che sia impegno d’amore, la sola ricchezza, il terreno su cui costruire ogni giorno. Come potreste donare se non fosse così, cosa dareste alle persone? Si può donare solo se si possiede, se si ha in mano la propria libertà altrimenti si è solo egoisti!

Chi è che ha concesso al mondo la luce per uscire dall’egoismo? Chi è la Luce? Gesù, Lui è la luce dell’Amore. Egli è venuto fra noi per dirci cosa è l’Amore; allora perché privarci della possibilità di amare? Sul Calvario Gesù amo sino alla fine. Avendo amato,li amò sino al segno estremo. “Dio nessuno l’ha mai visto”. La traduzione dal testo greco prosegue: “Il Figlio unigenito l’ha manifestato”. Ma in realtà la traduzione corretta direbbe “Lui l’ha raccontato!” Gesù ha raccontato Dio!Con la Sua vita. Egli è il racconto del Padre! Dello Spirito d’ Amore!

Sapere incontrare Gesù significa cominciare ad Amare. Questo è essere sale della terra, la luce del mondo!
Mons. Angelo Comastri


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lunedì 11 febbraio 2008 - ore 00:49



(categoria: " Vita Quotidiana ")





B.V. Maria di Lourdes (mf)
Lv 19,1-2.11-18; Sal 18; Mt 25,31-46 - Le tue parole, Signore, sono spirito e vita
Gen 12,1-3; Sal 118; Pr 1,20-25a.32b; Mt 5,1-12°


Le beatitudini (Matteo 5, 1-12)


Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
"Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno
e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.


L’essenza dell’ottimismo non è soltanto guardare al di là della situazione presente, ma è una forza vitale, la forza di sperare quando gli altri si rassegnano, la forza di tenere alta la testa quando sembra che tutto fallisca, la forza di sopportare gli insuccessi, una forza che non lascia mai il futuro agli avversari, il futuro lo rivendica a sé".
Dietrich Bonhoeffer



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lunedì 11 febbraio 2008 - ore 00:32


Mt 25,31-46
(categoria: " Vita Quotidiana ")



Mt 25,31-46



Quando il Figlio dell`uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. 32 E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, 33 e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. 34 Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. 35 Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, 36 nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. 37 Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? 39 E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? 40 Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l`avete fatto a me. 41 Poi dirà a quelli posti alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. 42 Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; 43 ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. 44 Anch`essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? 45 Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l`avete fatto a me. 46 E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna".





Attraverso il linguaggio della parabola ci viene detto oggi non tanto come avverrà il giudizio finale ma su che cosa esso verterà. Mettiamo in luce alcuni aspetti.Uno di questi è che non ci può essere vero amor di Dio senza amore esplicito per l’uomo ma ci può essere vero amore per l’uomo - senza amore esplicito per Dio - che è amore implicito di Dio. Il cristiano è appassionato della verità dell’uomo, della sua promozione integrale , e ha ricevuto questa passione direttamente da Gesù Cristo, ma anche ogni vero amore per l’uomo è un amore implicito verso Dio.

La carità ha valore salvifico per chi la vive anche se non ne è consapevole, ci si può salvare senza culto e perfino se non si è mai pensato a Dio, ma non senza carità fraterna! E c’è una logica inquesto: ogni volta che si parla di amore nel Vangelo, tranne il brano dello Shemà, del primo comandamento, si parla sempre di amore fraterno. E’ questo che Gesù vuol far emergere e mettere in evidenza. Spesso andiamo alla ricerca di Dio, alla ricerca di segni e miracoli che – è nostra convinzione – rafforzerebbero la nostra fede, senza accorgerci che Lui vive accanto a noi in modo misterioso. La realtà dell’incarnazione sfugge a ogni spiritualismo, così anche questa scena grandiosa, del giudizio, ci impedisce in realtà di fantasticare su di esso e ci porta a rivedere momento per momento la nostra vita, nella prospettiva dell’incontro con Cristo che si presenta a noi nei poveri. I buoni sono chiamato “giusti”, così come c’insegnano i nostri fratelli ebrei - si tratta infatti di operare la giustizia - mentre gli altri nnon hanno fatto cose cattive, hanno solo omesso di praticarla! E’ nel quotidiano che avviene, per opera dell’uomo stesso, il suo giudizio: egli andràinfatti là dove avrà preso gusto, abitudine. Gesù ci restituisce sempre all’oggi, ci proietta nell’oggi, e ci dice che il giudizio è qui, ora, anche nei gesti semplici e quotidiani come dare un bicchierd’acqua.

La fede che Cristo ci richiede non è alienante e l’amore che va vissuto è perciò concreto,non un vago sentimento di amore per il prossimo ma un fare che ha sostanza: sfamare, dissetare,vestire, ospitare, visitare. La tradizione cristiana ha ben recepito tutto questo nelle sette opere di misericordia corporale “dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi,ospitare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti”, opere che hanno illoro fondamento in questo stesso brano. Però la svolta di questa parabola sembra essere la sorpresa,che tutti hanno, dell’identificazione misteriosa di Dio con i poveri e i sofferenti e nello stupore diuna rivelazione che supererà, sempre , quello che noi abbiamo potuto percepire in questo mondo. Il riconoscimento di Cristo non è sottinteso, anzi, tutt’altro. I giusti hanno fatto tutto per amore dell’uomo, nessuno ha scorto il Cristo nelle sembianze del fratello. La carità vera ha il fine in se stess , si deve aiutare l’uomo perché è uomo, in maniera disinteressata, non per gli effetti o il premio che dalla carità stessa potrebbe provenire. “Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra” (Mt 6,3) dice ancora Gesù.

Questo può avvenire solo se gli uomini sono in possesso di uno stato d’animo pacificato, senza preoccupazioni, stato d’animo che è l’opposto della “sufficienza” che deriva dal legalismo e dal moralismo, che conduce a credersi creditori nei confronti di Dio (fra itanti brani basta confrontare quello degli operai dell’ultima ora). Questa carità come un genuino
impulso, senza calcoli, una espressione spontanea di integrità e sanità interiore (cf. la parabola del buon samaritano).

Un po’ come le favole questa parabola ci dice che i contrassegni regali sono spesso celati, nascosti dalla polvere, dalle povertà, dalle miserie e dalla sofferenza. E come nelle favole solo alla fine del racconto verrà alla luce la magnificenza e la regalità di colui che credevamo tutt’altro. E ancora come nelle favole sarà solo alla fine, quando l’incantesimo si sarà dissolto, che avremo coscienza - e ci renderemo conto - di ciò che abbiamo fatto, di come abbiamo vissuto e di quello che veramente si nascondeva nei nostri cuori

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domenica 10 febbraio 2008 - ore 00:59


’’La montagna della tentazione di Gesu’ ’’Mt 4,1-11
(categoria: " Pensieri ")



I DOMENICA DI QUARESIMA
S. Scolastica (m)
Gen 2,7-9; 3,1-7; Sal 50; Rm 5,12-19; Mt 4,1-11 - Perdonaci, Signore: abbiamo peccato
Is 58,4b-10; Sal 50; 2Cor 5,18-21; 6,1-2; Mt 4,1-11

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 4,1-11



In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: "Se sei Figlio di Dio, di’ che questi sassi diventino pane". Ma egli rispose: "Sta scritto: ’’Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio’’".
Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: "Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: ’’Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede’’". Gesù gli rispose: "Sta scritto anche: ’’Non tentare il Signore Dio tuo’’".
Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: "Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai". Ma Gesù gli rispose: "Vattene, satana! Sta scritto: ’’Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto’’".
Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano



La montagna della tentazione di Gesu’ (Mt 4,1-11)





Una caratteristica del Vangelo di Matteo e’ che situa nei monti episodi importantissimi della vita di Gesu’.
Perche’ Matteo ? Perche’ e’ l’unico tra gli evangelisti che colloca sia l’inizio, ma soprattutto la fine dell’attivita’ e dell’esistenza di Gesù su un monte. Un monte che non ha mai un nome.
Quindi, l’evangelista ci vuol dire che questo monte non e’ un’indicazione topografica, ma una realta’ spirituale interiore.

Anzitutto vediamo, nella cultura dell’epoca, cosa vuol significare il termine "monte".
Essendo un luogo elevato dalla terra e quindi piu’ vicino al cielo, in tutte le culture religiose il monte e’ il luogo dove la divinita’ comunica con l’umanita’ e soprattutto il luogo dove essa risiede. Tanto e’ vero che anche nella nostra tradizione cristiana i santuari sono molto frequentemente posti in cima ad un monte.

Il monte a cui si fa riferimento lo troviamo al capitolo 4 di Matteo, nell’episodio delle tentazioni di Gesu’ nel deserto. Al versetto 1, l’evangelista scrive: "Allora, Gesu’ fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo". Anzitutto da notare questo "allora", che pone continuita’ con l’episodio avvenuto precedentemente, cioe’ il battesimo di Gesu’. Immergendosi nell’acqua del Giordano, Gesu’ viene riconosciuto dal Padre come "il figlio prediletto" (Mt 3,17).
In Gesu’ c’e’ tutta la pienezza di Dio, e il Padre gli effonde lo Spirito, cioe’ la sua capacita’ d’amore. Ricevuta questa pienezza d’amore Gesu’ viene condotto nel deserto per essere tentato dal diavolo.
Perche’ nel deserto ? In Gesu’ rivive tutta la storia del popolo di Israele, che una volta liberato dalla terra della schiavitu’, dall’Egitto, nel deserto viene messo alla prova da Dio per vederne la capacita’ di rimanere fedele all’alleanza.

Nel brano di Matteo le prove non vengono da Dio, ma Dio stesso viene tentato da questo personaggio, il diavolo. L’evangelista, mettendo questo episodio all’inizio dell’attivita’ di Gesu’, vuol dire che tutta la Sua vita sara’ all’insegna della tentazione. Non quindi un episodio di quaranta giorni nella vita di Gesu’, ma un avvertimento dell’evangelista perche’ in tutta la sua esistenza Gesu’ verrà sottoposto a queste terribili tentazioni che non sono facili da superare.
Intanto, dice l’evangelista, "Gesu’ fu condotto nel deserto per essere tentato dal diavolo".
Per la prima e ultima volta nel Vangelo appare questo personaggio. In effetti il diavolo nei Vangeli ha un ruolo estremamente marginale e in quello di Matteo compare una sola volta, in questo episodio delle tentazioni. Vedremo di capire chi e’ questo diavolo.
"E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame". Questo digiuno di Gesu’ non è un digiuno religioso, che mai Gesu’ fara’, ma e’ una prova di forza che lo mette alla pari di Mose’. Quest’ultimo, prima di ricevere da Dio sul Sinai la legge, digiuno’ quaranta giorni e quaranta notti (Es 34,28).

Perche’ l’evangelista non si limita a dire che digiuno’ quaranta giorni, ma aggiunge quaranta notti ? Perche’ il digiuno religioso, quello imposto dalla legge, inizia all’alba e termina al tramonto. Per far vedere che Gesu’ non fa il digiuno religioso l’evangelista aggiunge quaranta notti. Non e’, quindi, un digiuno fatto per ottenere dei favori da parte di Dio per chissa’ quali cose, ma e’ una prova di forza che lo mette allo stesso livello del grande profeta Mosè.
Perché il numero 40 ? I numeri nella Bibbia non vanno mai presi in maniera aritmetica, matematica, ma sempre in maniera figurata.
Nei Vangeli i numeri hanno sempre un valore figurato; il numero "tre" significa completamente (Pietro rinnega Gesu’ per tre volte, Gesu’ resuscita dopo tre giorni, cioe’ torna in vita completamente) e cosi’ via.
Il numero "quaranta" indica la generazione, la vita di un uomo. Allora l’evangelista, scrivendo quaranta giorni ci vuol indicare che tutta l’esistenza di Gesu’ e’ stata sottoposta a queste tentazioni.

Il tentatore prima e’ stato presentato con il nome di diavolo e adesso viene presentato come "tentatore", perche’ l’evangelista da’ delle chiavi di lettura importanti al lettore. "Tentare" o "tentatore" e’ un termine che nei Vangeli verra’ sempre attribuito ai farisei, sadducei e dottori della legge. Questo significa che farisei, sadducei e dottori della legge hanno esercitato un’azione diabolica dall’esterno del gruppo di Gesu’, mentre all’interno vedremo poi che sono i suoi stessi discepoli a fare la stessa cosa.

Il tentatore si avvicina a Gesu’ e gli dice: "Se sei Figlio di Dio..." Attenzione che non e’ un dubbio che il tentatore ha, perche’ Gesu’ e’ gia’ stato proclamato nel battesimo quale Figlio di Dio e il tentatore lo sa che Gesu’ e’ il Figlio di Dio.
Pertanto il significato e’: "Giacche’ sei Figlio di Dio, di’ che questi sassi diventino pane". Cioè, trai dei vantaggi da questa tua condizione; se c’e’ Dio che ti protegge, giacche’ sei il Figlio e quindi hai assicurata la sua protezione, usa le tue capacita’ a tuo vantaggio, di’ che queste pietre diventino pani.

Per il tentatore il pane dovrebbe servire per salvare se stesso, salvare la propria vita, mentre Gesu’, Lui stesso si fara’ pane per salvare la vita degli altri, donando la propria vita.
Gesu’ infatti risponde: "Sta scritto: Non di solo pane vivra’ l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio".

Questa risposta di Gesu’ e’ presa da un testo del libro del Deuteronomio, capitolo 8, che riguarda le prove del popolo nel deserto, dove l’autore scrive che Dio ha sottoposto alle prove il suo popolo per quarant’anni nel deserto (Dt 8,1-6). Ecco i quarant’anni nel deserto e i quaranta giorni di Gesu’. La tentazione di Gesu’ e’ la stessa che ha vissuto il popolo di Israele.
Allora, Gesu’, nella tentazione del diavolo, si affida alla parola che esce dalla bocca di Dio, parola con la quale il Signore manifesta la sua volonta’, che e’ la garanzia della protezione divina, senza usare a proprio vantaggio i benefici, ma usando tutte le proprie capacità a vantaggio degli altri.

Questa, dunque, e’ la prima tentazione, che poi si ripetera’ abbondantemente lungo tutta la vita di Gesu’."Allora il diavolo lo condusse con se’ nella citta’ santa, lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: "Giacche’ sei Figlio di Dio, gettati giu’, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini al tuo riguardo ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perche’ non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede".Gesu’ aveva risposto alla prima tentazione ponendo una fiducia totale nel Padre. Gesu’ sa che non c’e’ da affannarsi, lo dira’ Lui stesso, su cosa mangeremo, perche’ il Padre tutte queste cose le da’ in abbondanza (Mt 6,25-34).
Percio’ il tentatore - che conosce benissimo la Sacra Scrittura -, preso atto di questa fiducia, lo spinge agli estremi, lo conduce sul pinnacolo del tempio e lo invita a buttarsi di sotto, citando un Salmo (Sal 91,11-12). Questo diavolo si dimostra un esperto conoscitore della Bibbia, esattamente come lo erano i farisei e gli scribi avversari di Gesu’. E’ una tecnica che l’evangelista usa per dire che a questo diavolo che capisce tanto la Bibbia, che sa ribattere prontamente a Gesu’, Gesu’ si rivolge con la parola di Dio e il diavolo, prontamente, ribatte con un altro passo; e’ tipico delle dispute tra i rabbini. Quindi, il diavolo lo porta sul pinnacolo del tempio, cioe’ il punto più alto del tempio e gli dice di buttarsi giu’; perche’ ?

Queste non sono tentazioni sconsiderate, ma molto fini, perche’ la tradizione religiosa diceva: quando il Messia apparira’, lo si vedra’ improvvisamente sul pinnacolo del tempio, cioe’ ci sara’ un intervento prodigioso, straordinario da parte di Dio. Il tentatore pertanto non fa altro che dire a Gesu’: "Fai quello che la gente si aspetta da te: vuoi essere riconosciuto come il Messia ? Guarda che il Messia, te lo dico io, arriverà mostrandosi sul pinnacolo del tempio. Allora va’ sul pinnacolo del tempio e, gia’ che ci sei, scendi volando sulle ali degli angeli".

Ebbene, Gesu’ rifiuta di fare quello che la gente si attende, e rifiuta soprattutto un Dio che si manifesta attraverso segni di potere. Questo e’ importante anche per noi oggi. Chi pensa a un Dio di potere, chi attende di vedere i suoi segni come segni prodigiosi di potere, non li vedra’ mai, perche’ Dio e’ un Dio di amore e i suoi segni sono quelli dell’amore.

Questa tentazione che ora il diavolo fa a Gesu’, gli sara’ poi rivolta dai sommi sacerdoti, dagli scribi, dagli anziani e da tutto il popolo, sulla croce: "Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!" (Mt 27,40). Questo e’ il dio del potere, quello che la gente vuole, un dio che manifesta la sua divinita’ attraverso un potere che e’ chiaro, evidente, constatabile. Pertanto, la tentazione che il diavolo fa a Gesu’ di buttarsi dal pinnacolo del tempio e’ identica a quella che gli faranno sul patibolo, di scendere dalla croce per dimostrare di essere Figlio di Dio.

Gesu’, questa volta gli risponde: "Sta scritto anche: Non tentare il Signore Dio tuo". Abbiamo detto che nelle tentazioni si rivivono gli episodi del popolo ebraico nel deserto. Il popolo si trova ad un certo punto in una localita’, chiamata Massa, dove non c’era l’acqua ed allora si ribella contro Mose’ e contro Dio: ci hai portati in questo deserto a morire di sete, era meglio rimanere in Egitto, almeno la’ mangiavamo e bevevamo. Il popolo si chiese inoltre: ma questo Dio e’ in mezzo a noi o no? (Es 17,1-7). Nel libro del Deuteronomio si trova l’espressione: "Non tenterete il Signore vostro Dio come lo tentaste a Massa" (Dt 6,16).

Gesu’ non ha bisogno di chiedersi se Dio e’ con lui oppure no. In questo brano l’evangelista anticipa il momento di Gesu’ sulla croce, dove egli non ha il dubbio se Dio e’ con lui oppure se lo ha abbandonato, e non ha bisogno di chiedere interventi straordinari che confermino la Sua presenza. Gesu’ ha la certezza che Dio è sempre dalla sua parte.

Andiamo ora alla terza tentazione; da ricordare che il numero tre significa la completezza, ossia sta ad indicare che per tutta la sua vita Gesu’ ha avuto queste tentazioni. Quante volte gli chiedono: noi ti crediamo, facci solo un segno prodigioso dal cielo e cosi’ veniamo tutti con te. Ma Gesu’ rifiuta sempre ! Finalmente arriviamo al monte; in questa tentazione "il diavolo lo condusse con se’ sopra un monte altissimo e gli mostro’ tutti i regni del mondo con la loro gloria e disse: Tutte queste cose io ti daro’, se, prostrandoti, mi adorerai".
E’ la tentazione suprema.
L’ultima tentazione e’ posta nel monte, cioè il luogo di abitazione della divinita’. Questo monte, definito molto alto, e’ percio’ il massimo della divinità. Nella cultura di quell’epoca, ogni persona che deteneva una qualunque forma di potere aveva la condizione divina. L’imperatore veniva considerato un dio, un figlio di dio, e cosi’ il re, il faraone. Tutti coloro che detenevano il potere erano considerati di natura divina, ma per Gesu’ la sua natura divina, la sua figliolanza con Dio non si manifestera’ nel potere, nel dominio, ma nell’amore e nel servizio.

Satana mostra a Gesu’ tutti i regni, allo stesso modo in cui Dio mostra a Mose’, salito sul monte Nebo, tutto il paese (Dt 34,1-4). Ma mentre qui viene mostrato un territorio da conquistare, Gesu’ su di un monte, il monte della resurrezione, invitera’ i suoi ad "andare in tutto il mondo ponendosi in un atteggiamento di servizio". Gesu’ demolisce, in un sol colpo, tutta la tradizione religiosa ebraica di Israele come popolo eletto, chiamato a dominare tutti gli altri popoli.

C’e’ il Salmo 2, in cui al versetto 8 Dio dice al suo Messia: "Ti daro’ in possesso le genti e in dominio i confini della terra. Le spezzerai con scettro di ferro, come vasi di argilla le frantumerai" (Sal 2,8-9). Il Messia della "tradizione" e’ un Messia che impone l’ordinamento di Dio attraverso la violenza. Di conseguenza, le tentazioni non sono qualcosa di cattivo che e’ facile per Gesu’ evitare, ma viene a lui proposta la tradizione religiosa di Israele, quella radicata nel popolo. Sei il Messia ? Devi dominare le nazioni e, addirittura, le dovrai spezzare con scettro di ferro e frantumarle come vasi di argilla.

Perciò il tentatore non e’ il diavolo della nostra tradizione che si presenta in maniera orribile - ed e’ percio’ facile dire "Vade retro Satana" -, ma i tentatori sono i farisei, la parte più spirituale del popolo, sono gli scribi, questi teologi che parlano con autorità e con mandato divino. Essi dicono: "Sei il Messia, sei il figlio di Dio? Guarda che il Salmo 2, la parola di Dio, dice che il Messia dovrà dominare e schiacciare gli altri popoli".

Ecco la tentazione proposta a Gesu’: quella di conformarsi ad una tradizione religiosa, umana e spirituale. E Gesu’, invece, si sbarazza di questa logica; le sue ultime parole, quando invitera’ i suoi discepoli ad andare in tutto il mondo, non saranno di dominio, ma di mettersi al servizio. Gesu’ dira’: "Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nell’amore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt 28,19). Quindi, c’e’ si’ da andare verso altri popoli pagani, ma non con un atteggiamento di dominio, ma di servizio.
Gesu’ in questo modo elimina l’arroganza di una tradizione religiosa che presumeva il popolo di Israele come preferito da Dio a dispetto di altri popoli, come un popolo chiamato a dominare.
Gesu’ risponde al tentatore: "Vattene Satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto". Gesu’ scaccia Satana con le parole dello "Shema’" (= ascolta) di Israele, che si trova nel libro del Deuteronomio ed e’ la professione di fede nella quale si afferma l’unicita’ di Dio (Dt 6,13). Gesu’ si rifiuta di adorare il potere e si rimette al Dio che lui ha conosciuto, al Padre che lo ha investito con il Suo Spirito nel battesimo.

"Allora il diavolo lo lascio’ ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano".
Il diavolo lascia definitivamente la scena per non comparire mai piu’ nel Vangelo.
Il diavolo nei Vangeli ha uno spazio relativamente marginale. La sua azione, pero’, sarà sempre presente lungo tutta l’esistenza di Gesu’. Essa verrà incarnata, all’esterno, dai farisei e dagli scribi, i tentatori; quante volte nel Vangelo troviamo l’espressione "si avvicinarono a Gesu’ per tentarlo". Ma quello che e’ piu’ grave e’ che la tentazione di Satana verra’ manifestata anche all’interno del gruppo di Gesu’ dagli stessi discepoli, in particolare da Pietro, l’unico verso il quale Gesu’ dirigerà le stesse parole usate per Satana.(Mt 16,23).
Gli angeli, il segno della protezione divina, esercitano allora il loro servizio, confermando la fiducia che Gesu’ aveva nel Padre.
Il tentatore gli diceva "manifesta qualcosa di straordinario e gli angeli si metteranno al tuo servizio"; Gesu’ invece rifiuta lo straordinario, si mette in un atteggiamento d’amore, e "allora" gli angeli si manifestano. Questo e’ il monte della tentazione, nel quale viene presentato un episodio della vita di Gesu’, e qual e’ il significato ? La condizione divina, rappresentata da un monte molto alto, non si ottiene attraverso prodigi straordinari, dominando e schiacciando gli altri, ma mettendo la propria vita al servizio di tutti. Non con delle pietre che diventino pane a proprio vantaggio, ma con il fare se stesso pane a vantaggio degli altri.

Queste sono indicazioni che, se ben comprese, non rimangono in un episodio della vita di Gesu’, ma si possono riflettere nella vita di noi tutti.
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sabato 9 febbraio 2008 - ore 01:40


Lc 5,27-32 - Mc 6,30-34
(categoria: " Vita Quotidiana ")



Is 58,9-14; Sal 85; Lc 5,27-32 - Insegnaci, Signore, la tua via
1Re 3,4-13; Sal 118; Mc 6,30-34


Mescolarsi a tutti per portare speranza (Lc 5, 27-32)

SERIE: D’amore si muore, di speranza si vive

Lc 5,27-32
27 Dopo ciò egli uscì e vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». 28 Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.
29 Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla di pubblicani e d’altra gente seduta con loro a tavola. 30 I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?». 31 Gesù rispose: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; 32 io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi».

Lui va ad alloggiare dai peccatori, da quelli che non solo erano ritenuti poco di buono, ma erano disprezzati come traditori della fede di Israele Non ha paura delle critiche, non si cura di eventuali scandali, vuole far capire che di fronte a Dio siamo tutti uguali e che non c’è peccatore incallito che non possa ricuperare candore di vita



L’India è famosa perché la gente è suddivisa in tante caste, in tanti gruppi gerarchizzati, ciascuno dei quali vive la sua vita e non deve mescolarsi agli altri. I poveri stanno coi poveri, i ricchi con i ricchi, i puri con i puri e i malvagi coi malvagi. Anche presso il popolo d’Israele c’era una sorta di suddivisione e separazione tra la gente di diverso rango o diverso lavoro. Oggi crediamo di essere tutti uguali, ma ci sono ancora tantissime separazioni, tantissimi circoli privati, tante appartenenze di rango; sono aumentate ancora di più da quando vivono tra di noi popolazioni immigrate. Non è vero che siamo un popolo solo, abbiamo parecchi muri che ci tengono separati. Siamo tutti vicini, ma abbiamo costruito delle buone staccionate che ci dividono.
Gesù fa saltare una separatezza assurda. Lui va ad alloggiare dai peccatori, da quelli che non solo erano ritenuti poco di buono, ma erano disprezzati come traditori della fede di Israele Non ha paura delle critiche, non si cura di eventuali scandali, vuole far capire che di fronte a Dio siamo tutti uguali e che non c’è peccatore incallito che non possa ricuperare candore di vita. Non è un giudice, ma un amico; non si adatta alle situazioni anche le più incallite, ma vuol sempre superare ogni steccato che tiene uomini e donne in situazioni di peccato. La gente non lo capisce. E’ andato a mangiare con i mafiosi, con i massoni, con i papponi, ha avuto il coraggio di accettare di farsi invitare dai terroristi, sta con i kamikaze, coi drogati, si è fatto invitare da un banchiere che ha messo sul lastrico mezzo mondo… potremmo continuare. Non sarà il Figlio di Dio uno che se la intende con gente di questo rango.
Gesù è di altro avviso. Lui crede di più all’immagine di Dio impressa nell’uomo che a tutti i tradimenti che hanno tentato di deformarla. Lui sa che non si può mai cancellare dall’uomo la sua dignità. Per questo non è ammessa la pena di morte tra i cristiani, perché ogni uomo è sempre redimibile, ha sempre più passato che futuro, anche se è sull’orlo della tomba. La vita è una qualità di gesti di amore e non una quantità di opere o di misfatti.
Abbiamo bisogno di ponti, non di muri, di speranza soprattutto.
Ma questa speranza dove la trovo?


Mc 6,30-34
Dal Vangelo secondo Marco


In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. Ed egli disse loro: "Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’".
Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare. Allora partirono sulla barca verso un luogo solitario, in disparte.
Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero. Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.




Nelle letture di oggi ci sono due figure emblematiche che ricorrono spessissimo nella sacra scrittura: il pastore e le pecore.

Quello che ci ha colpito di più nel brano di Vangelo è questo senso di "essere pecore" che è proprio del "popolo di Dio".
"Gesù si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore".
E noi ci sentiamo, anche oggi, un po’ "pecore allo sbando": intendiamoci, anche senza "pastore" mangiamo, beviamo, godiamo della vita, ma... corriamo a vuoto, senza una meta. Se ci pensiamo bene le azioni che compiamo ogni giorno (lavorare, mangiare, andare in vacanza, fare all’amore...) sono fini a se stesse, si giustificano l’una con l’altra, ma nessuna (o tutte insieme) ci dicono perché lo facciamo e dove vogliamo arrivare.

Ecco, siamo proprio come pecore e, sotto questo punto di vista ben si giustifica l’azione di Gesù che, in conseguenza di questo smarrimento della folla, gregge disperso che "andava e veniva", "si mise ad insegnare molte cose". Gesù ci dice cosa fare, dove andare, dà un senso al nostro "essere gregge".

In questa immagine del "pastore e del suo gregge" c’è un altro aspetto particolare: il pastore condivide con il suo gregge ogni momento della giornata, il sole, la pioggia, la vita e la morte. Proprio come Gesù.
Anche nella vita della nostra coppia Gesù condivide con noi la vita di tutti i giorni. Siamo un piccolo gregge di due persone, o qualcuna in più con i figli, che il Signore guida con la sua Parola, con il suo insegnamento, stando con noi, condividendo la nostra vita.
Noi, famiglia, abbiamo un compito facile, facile: starlo ad ascoltare, seguire il suo insegnamento, come le pecore fanno con il pastore.

Le letture di oggi costituiscono un tema coordinato molto significativo di insegnamenti. E così Geremia ci garantisce che il Signore "personalmente" si impegna ad essere nostro pastore, ci radunerà, ci guiderà, ci darà nuovi pastori e non mancherà mai neppure una pecora.
Il Salmo è un immenso, poetico inno di fede nel Signore: di fronte a quelle parole, a quelle promesse, siamo (ci si permetta l’espressione) in una botte di ferro.

E nella lettera di San Paolo abbiamo la conferma degli effetti che l’essere "gregge del Signore" produce: "Egli è la nostra pace, ha fatto di due popoli uno solo, abbatte muri di separazione, distrugge l’inimicizia..."

E come "pecore" ci ha fatto dono della libertà di dire di si al nostro Pastore.

Commento a cura di Gloria e Riccardo Revello di Genova fonte



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venerdì 8 febbraio 2008 - ore 00:01



(categoria: " Riflessioni ")



S. Girolamo Emiliani (mf); S. Giuseppina Bakita (mf)
Is 58,1-9; Sal 50; Mt 9,14-15 - Tu gradisci, Signore, il cuore penitente
Sir 47,2-13; Sal 17; Mc 6,14-29

Mt 9,14-15
[14]Allora gli si accostarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché, mentre noi e i farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?». [15]E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno.


Mc 6,14-29
14 Il re Erode sentì parlare di Gesù, poiché intanto il suo nome era diventato famoso. Si diceva: "Giovanni il Battista è risuscitato dai morti e per questo il potere dei miracoli opera in lui". 15 Altri invece dicevano: "E` Elia"; altri dicevano ancora: "E` un profeta, come uno dei profeti". 16 Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: "Quel Giovanni che io ho fatto decapitare è risuscitato!". 17 Erode infatti aveva fatto arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, che egli aveva sposata. 18 Giovanni diceva a Erode: "Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello". 19 Per questo Erodìade gli portava rancore e avrebbe voluto farlo uccidere, ma non poteva, 20 perché Erode temeva Giovanni, sapendolo giusto e santo, e vigilava su di lui; e anche se nell`ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri. 21 Venne però il giorno propizio, quando Erode per il suo compleanno fece un banchetto per i grandi della sua corte, gli ufficiali e i notabili della Galilea. 22 Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla ragazza: "Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò". 23 E le fece questo giuramento: "Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno". 24 La ragazza uscì e disse alla madre: "Che cosa devo chiedere?". Quella rispose: "La testa di Giovanni il Battista". 25 Ed entrata di corsa dal re fece la richiesta dicendo: "Voglio che tu mi dia subito su un vassoio la testa di Giovanni il Battista". 26 Il re ne fu rattristato; tuttavia, a motivo del giuramento e dei commensali, non volle opporle un rifiuto. 27 E subito il re mandò una guardia con l`ordine che gli fosse portata la testa. 28 La guardia andò, lo decapitò in prigione e portò la testa su un vassoio, la diede alla ragazza e la ragazza la diede a sua madre. 29 I discepoli di Giovanni, saputa la cosa, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.

Commento su Marco 6,14-29
padre Lino Pedron

I discepoli sono partiti e la scena è vuota. Marco la riempie con due brani che servono d’intermezzo: l’opinione di Erode su Gesù e l’assassinio di Giovanni Battista. Questo episodio, collocato tra l’invio in missione dei discepoli e il loro ritorno, acquista un significato preciso: è un segno premonitore dell’opposizione e del martirio riservati a Gesù e ai suoi discepoli.

Questo brano del vangelo ci dà la versione "religiosa" della morte del Battista. Flavio Giuseppe ci dà quella "politica". Leggiamo in Antichità giudaiche 18,119: "Erode, temendo che egli con la sua grande influenza potesse spingere i sudditi alla ribellione (sembrando in effetti disposti a fare qualsiasi cosa che egli suggerisse loro), pensò che era meglio toglierlo di mezzo prima che sorgesse qualche complicazione per causa sua, anziché rischiare di non potere poi affrontare la situazione. E così, per questo sospetto di Erode, egli fu fatto prigioniero, inviato nella fortezza di Macheronte e qui decapitato".

Quando i profeti mettono il dito sulla piaga e arrivano al nocciolo della questione, vengono tolti di mezzo senza scrupoli. La testa di Giovanni Battista su un vassoio, nel pieno svolgimento di un banchetto, può sembrare una "portata" insolita. A pensarci bene, non è poi un "piatto" tanto raro: quante decapitazioni durante pranzi, cene...!

Questo brano, posto dopo l’invio in missione dei Dodici, indica il destino del missionario, del testimone di Cristo. In greco, testimone si dice "martire".

La morte di Giovanni prelude la morte di Gesù e di quanti saranno inviati. Ciò può sembrare poco confortante, ma l’uomo deve comunque morire. La differenza della morte per cause naturali e martirio sta nel fatto che la prima è la fine, il secondo è il fine della vita. Il martire infatti testimonia fin dentro ed oltre la morte, l’amore che sta a principio della vita.

Il banchetto di Erode nel suo palazzo fa da contrappunto a quello imbandito da Gesù nel deserto, descritto immediatamente di seguito (Mc 6,30-44). Il primo ricorda una nascita festeggiata con una morte; il secondo prefigura il memoriale della morte del Signore, festeggiato come dono della vita.

Gli ingredienti del banchetto di Erode sono ricchezza, potere, orgoglio, falso punto d’onore, lussuria, intrigo, rancore e ingiustizia e, infine, il macabro piatto di una testa mozzata. La storia mondana non è altro che una variazione, monotona fino alla nausea, di queste vivande velenose.

Il banchetto di Gesù invece ha la semplice fragranza del pane, dell’amore che si dona e germina in condivisione e fraternità.
qumran.net



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mercoledì 6 febbraio 2008 - ore 03:20


’’Il Padre tuo che è nel segreto...’’
(categoria: " Riflessioni ")




S. Paolo Miki e compagni (m)
Gl 2,12-18; Sal 50; 2Cor 5,20-6,2; Mt 6,1-6.16-18 -

MERCOLEDÌ DELLE CENERI


Vangelo: Mt 6,1-6.16-18
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli.

Quando dunque fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.

Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.

Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.

Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”.




Il cielo in una cella
Contributo di Adele Kaiser


Con più di sessant’anni e molti viaggi alle spalle non mancano certo luoghi che mi riecheggiano nel cuore e nella mente suscitando affetti e sentimenti diversi: il Brich ’d Zaverio, quella collina del mio paese in Monferrato dove nella bella stagione salivo quasi quotidianamente per trovare solitudine e pace, oppure via Po a Torino, con i suoi caffè dove trascorrevo sovente qualche pausa dopo pranzo o cena nei miei anni universitari...

Ma se c’è un luogo cui ancora oggi ricorro per trovare rifugio e possibilità di quiete per pensare a me stesso e alla comunione con gli altri, questo è la mia cella. Forse non potrebbe essere diversamente per un monaco che, nonostante le contraddizioni, vive da oltre 35 anni la forma di vita monastica.

La cella: non una prigione ma pur sempre una stanza segnata da quattro pareti e un soffitto... Può sembrare incredibile per chi non conosce l’antropologia monastica, eppure per ogni monaco la cella è quanto esiste di più necessario nella sua vita.

La cella, luogo di ritiro, è una semplice camera che abbisogna soprattutto di silenzio in modo che possa assicurare, con l’arredamento essenziale, tutto quello che serve per riposare (il letto), per leggere e scrivere (la sedia e il tavolo) anche o soprattutto di notte (la lampada). Per secoli la cella è stata ed è ancora questo per ogni monaco d’Oriente e d’Occidente: il luogo in cui il monaco impara ad con se stesso, in cui cerca Dio nella solitudine e nel silenzio, in cui si impegna a lottare contro le pulsioni malvage che lo abitano e in cui si esercita alla comunione con gli uomini tutti.

Così è stato anche per me, fin da quando, giovane studente universitario, ho intrapreso, al di fuori delle strutture allora esistenti, l’itinerario monastico che rimane fondamentalmente identico al di là dei contesti storici, culturali ed ecclesiali in cui si inserisce. E come tutti quelli che mi avevano preceduto in questo cammino, mi sono presto accorto che non era facile rimanere, sostare, abitare una cella, quel luogo troppo piccolo, privo di sbocchi e di mutamenti, un luogo capace addirittura di incutere paura. Sapevo bene che quella della cella era una delle prime battaglie che avrei dovuto combattere e, infatti, non appena vi entravo, avvertivo una voglia di uscirne, mi si affollavano nella mente le urgenze che mi chiamavano "fuori": il richiamo a vivere fuori da me stesso si faceva sentire insediandosi nella mia mente.

Era l’akedia, il non senso, il male tipico che assale chi sta nella cella. "Cosa ci sto a fare?" mi chiedevo, e assieme a questo interrogativo avvertivo il disgusto per lo sforzo spirituale, il rifiuto a pensare e a meditare, l’impossibilità a pregare: capivo sulla mia pelle quanto avevo letto sul malessere del solitario che può rasentare la depressione.

In quei momenti bui la cella diventa una prigione (non a caso il termine indica anche il luogo di detenzione...), il tempo che vi si passa un tempo vuoto, sprecato quando invece il fare, l’agire, il parlare, tutto quello che conta avviene fuori dalla cella.

Come accade a ogni monaco, anch’io ho conosciuto la cella come luogo di reclusione e di prigione ma poi, perseverando, l’ho scoperta come luogo in cui poco alla volta si impara ad abitare con se stessi in verità, intenti alla propria unificazione interiore. Con un sapiente gioco di parole, Guglielmo di Saint-Thierry accostava "cella" e "coelum", interpretandoli entrambi come derivati dal verbo "celare", nascondere: qui e là si ritrova Dio, il Dio segreto, nascosto. Del resto Gesù stesso, rivolgendosi a ogni discepolo - e quindi non solo ai monaci... - aveva rivolto un invito ben preciso: "Tu, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo che è nel segreto" (Mt 6,6).

Pregare nel segreto della cella, dove nessuno vede, nessuno controlla: questo è esempio di autenticità e luogo di verifica dell’eloquenza della fede. Antidoto contro ogni ostentazione, ogni esibizione religiosa, la cella diventa effettivamente il luogo in cui si può "dare del tu a Dio", parlare a Dio e vincere la tentazione di parlare di lui. Se questo "faccia a faccia" è franco, può assumere i tratti di un’intimità amorosa: allora la cella diviene "cella vinaria", la stanza del Cantico dei Cantici, autentica cantina dove si consuma l’incontro amoroso inebriati dal profumo e dal gusto del vino.

Ma la stessa autenticità può offuscare l’incontro con nuvole di caligine e oscurità: Dio nasconde il suo volto, tace... Oppure sono io che non ascolto, che non sono più in grado di percepire la sua voce? Dio non c’è oppure il mio cuore è così calloso che ha smarrito ogni sensibilità verso la sua presenza? Sono domande che abitano ogni monaco e che possono giungere a farlo sentire come ateo, senza Dio... Eppure, fattosi esperto anche di ateismo, il monaco riprende quella ricerca che Rimbaud arrivò a definire "chasse", "caccia": una ricerca che è anelito d’amore ma anche lotta contro le pulsioni, contro il male dell’idolatria alienante che affascina e seduce. Lotta terribile, senza esclusione di colpi, il combattimento spirituale da solo giustifica il ritirarsi in cella e la rende elemento essenziale all’interiorità.

Tra quelle quattro mura la verità dell’uomo è messa alla prova nel rapporto con il proprio corpo, con il cibo, con la propria sessualità, con il tempo, con gli altri, con l’avere, il fare, con Dio stesso, con tutte quelle presenze quotidiane che, paradossalmente, fanno percepire il proprio peso attraverso l’assenza.

La tentazione allora appare come sottile seduzione che spinge ad assumere atteggiamenti o a compiere azioni autistiche, egoistiche, narcisiste: contraddizioni viventi alla solidarietà e alla comunione con gli altri uomini e con il creato intero.

In questa lotta spirituale la cella è assediata da presenze dominanti che, accovacciate come belve alla porta, cercano di penetrare all’interno e divorare chi la abita. Dominare queste pulsioni, impedire loro di dare corpo al male, di concretizzarsi in gesti mortiferi è la lotta spirituale. Sì, se decodifichiamo queste immagini, se accostiamo questi animali a quelli che nel mondo greco accompagnavano il carro di Venere, allora capiamo che essi altro non sono che le passioni, le perversioni dei sentimenti, la pretesa del tutto e subito, l’arroganza di chi esige soddisfazione senza tener conto degli altri...
Davvero la cella è chiamata a essere il crogiolo che libera dalle scorie e forgia il monaco nella sua verità più profonda, quella di "uomo uno", unificato in se stesso e unito agli altri: senza questo luogo di lotta e di benedizione resteremmo persone di un momento, in preda all’emozione dell’attimo, incapaci di trovare e riconoscere gli altri perché incapaci di trovare noi stessi e di conoscere chi siamo.

Molti anni sono passati da quando ho iniziato ad abitare la mia prima cella a Bose, così simile nella sua semplicità a quella approntata per Eliseo: un letto, una sedia, un tavolo, un lume a petrolio, una stufa a legna... Per quindici anni è stata così, senza luce elettrica, senza servizi, spoglia e nuda: anni in cui ho toccato con mano quanto sia difficile l’arte di abitare con se stessi, quanto sia lungo l’apprendistato per imparare ad armonizzare lo studio e la preghiera, il lavoro e il riposo, la solitudine e la comunione.

Un padre del deserto diceva che il monaco, quando intraprende la vita monastica, non porta nulla con sé ma gli viene data una cella e un Vangelo. Il libro del Vangelo dovrebbe progressivamente diventargli superfluo perché egli stesso deve farsi Vangelo per i fratelli, ma della cella avrà sempre bisogno per ritrovare senso e unità in sé e attorno a sé...

Eppure, quando oggi guardo la mia cella, così piena di libri e di carte che si accumulano, un dubbio da principiante che ricomincia ogni giorno l’avventura monastica mi assale: forse qualcosa dell’essenziale di questo luogo a me così caro sta soffocando sotto il peso di carte che appannano il faccia a faccia con Dio e allontanano il dialogo con gli uomini.

Testo inviato da Adele Kaiser di Enzo Bianchi, priore di Bose - Fonte: La Stampa - TuttoLibri, 31 luglio 2004

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mercoledì 6 febbraio 2008 - ore 00:41


Mc 6,1-6
(categoria: " Vita Quotidiana ")


2Sam 24,2.-917; Sal 31; Mc 6,1-6

Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. 2 Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: "Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? 3 Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?". E si scandalizzavano di lui. 4 Ma Gesù disse loro: "Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua". 5 E non vi potè operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. 6 E si meravigliava della loro incredulità.

vignetta di : www.gioba.it

Il testo evangelico di oggi inizia così: Gesù andò nella sua "patria"; che brutta parola, infatti la traduzione è carente. Nell’espressione latina dal greco, la più giusta sarebbe: urbs patria (città paterna). Secondo Marco la gente si domanda se costui non è il carpentiere figlio di Maria; non dice "figlio di Giuseppe" il che è corretto sul piano teologico. Molti dicono che Gesù non sia nato a Betlemme, ma che questa città sia solo un riferimento culturale e che sia nato a Nazaret, città paterna.

Circa il profeta, che non è tale in patria, Gesù non dice: nessuno è profeta in patria, ma dice: "nessun profeta è accetto in patria". E non è accettato in patria, perché in quanto profeta sconfessa la patria; la patria è sinonimo di chiusura antropologica e di potenziale razzismo. Sarebbe come l’unione europea – invocata dai fondatori che erano tre cattolici – i quali l’avevano concepita come unità globale, non come l’unione di patrie diverse.

Gli abitanti di Nazaret si scandalizzano di Lui; da una approvazione iniziale si passa all’odio contro il profeta. In un passo di Marco si dice che lo vogliono portare sul ciglio di un burrone per ucciderlo; perché va a toccare i difetti di quello che è il gruppo originario. Gesù ha dichiarato che l’epoca delle religioni è chiusa, mentre ne sono nate delle altre; che lo Stato Nazionale Sovrano è il netto contrario del secondo precetto di Gesù: Ama il prossimo tuo come te stesso. Gesù ha lavorato fino a trentatré anni e lascia il lavoro per modificarne il concetto, ma questo è un tema che affronterò in un altro Vangelo.

Perché si scandalizzano di Gesù? La spiegazione la trovo in Kierkegaard, un grande cristiano che meriterebbe di essere studiato dai cattolici anche se era di matrice protestante, ma aveva capito il fondamento del Messaggio. Kierkegaard spiega questo "scandalo" degli abitanti di Nazaret così: Lo scandalo è quello che ciascuno può divenire oggetto quando come individuo sembra rifiutare di sottomettersi all’ordine costituito. Si pone allora un problema: l’individuo è al di sopra dell’ordine costituito? Con questa protesta l’ordine costituito intende obbligare l’individuo o a ritrattarsi o a confessarsi più che uomo; quindi si ha lo scandalo. Avevano capito che in Gesù c’era qualcosa di più di un semplice operaio ed era da domandarsi da dove era venuta a Lui tanta scienza, anche questo è un problema che non voglio discutere oggi.

Il concetto di "Nazione" da cui deriva quello di patria, sorge in Europa con l’affermazione del romanticismo – faccio delle enunciazioni – il quale concepirà la storia come una scienza sulla quale agiscono relazioni, succedendosi una all’altra nel portare la fiaccola della civiltà. Ogni nazione diventerebbe il primo attore delle vicende umane. Dalle vostre nozioni storiche, cominciate dalla Spagna, Portogallo, non parliamo dell’Inghilterra, della Francia e anche le più piccole come l’Olanda e il Belgio, e vedrete che tutte le nazioni europee hanno avuto il loro momento di "gloria" in cui hanno occupato terre e hanno praticato il colonialismo.

Analizziamo ora due autori, uno tedesco, l’altro italiano, per dimostrarvi come le radici di tutte le discordie attuali abbiano il loro fondamento nei nazionalismi.
Federico Schiller in un frammento preparatorio a una lirica denominata Grandezza Tedesca (siamo all’inizio dell’Ottocento) scrive: “Gli inglesi sono avidi di tesori, i francesi di splendore, ai tedeschi spetta in sorte il destino più alto; vivere a contatto con lo spirito del mondo. Ogni popolo ha la sua giornata nella storia, la giornata dei tedeschi sarà la missione di tutte le età”. Signori, questo è uno dei testi più raggelanti, anche se autori con il medesimo spirito li troviamo anche in Inghilterra, in Francia ecc. Anche il tentativo di Hitler di occupare non solo l’Europa, ma il mondo è esattamente in questa concezione.
L’altro autore, un italiano, è Mazzini, sentite cosa dice: “La patria è la casa dell’uomo non dello schiavo, Dio ha dato a ciascun popolo una sua missione, perché l’insieme di tutte quelle missioni compiute in bella e santa armonia per il bene comune, rappresenterà un giorno la patria di tutti. Solo allora dovrà sparire la parola straniero, questa uscirà dalla favella degli uomini”. Per Mazzini, l’umanità è essenzialmente l’Europa nuova che succede a quella del papato. Mazzini aveva dichiarato chiusa l’era cristiana. Voi capite perché sono perplessi a inserire nel preambolo della nuova Costituzione europea "l’Europa dalle radici cristiane". Il problema è ben altro che questo particolare, semmai è vedere se i cristiani ci sono e quale opinione debbono avere dell’Europa: debbono avere come meta l’unità del genere umano. Così conclude Mazzini: “Ecco il momento per l’Italia che ha la missione di universalizzare la propria vita”. Ed eccolo, caduto nei medesimi errori di Schiller, dei francesi, degli inglesi e tutti gli altri paesi europei. D’altra parte aveva dichiarato chiusa l’era cristiana, e così inevitabilmente si cade.

Gesù avrebbe fatto questo discorso di demolizione dell’ethos paesano per ribadire che i valori non erano quelli che a Nazaret si insegnavano e che c’è qualcosa d’altro al di là della piccola patria. Tutti costoro, da Mazzini a Schiller e quelli che non ho citato, devastano il Messaggio di Gesù, perché Gesù considera illegittimo il concetto di Nazione e quindi di patria. Considera ugualmente aberrante la teoria della missione affidata da Dio ad ogni popolo…; questo è il momento peggiore di tutto il Vecchio Testamento ed è anche uno dei motivi per cui Gesù muore in croce. Ma soltanto le Sue parole potranno universalizzarsi.

Vi citerò l’analisi di A. Manzoni, che vive più o meno in quell’epoca, muore nel 1873. Molti diranno che era per l’unità d’Italia, ma bisognerà vedere in quale considerazione. Manzoni di tutto questo discorso aveva capito che la fratellanza universale è una bella rivelazione del cristianesimo: due idee, un solo Salvatore per tutti e una patria immortale per tutti, sarebbe una concezione che dovrebbe eliminare la rivalità e gli odii, non solo fra i popoli, ma anche fra gli individui. Ecco una delle perle del Manzoni che in questo caso diventa psicologo, perché vuole andare a vedere da dove nascono questi odii nazionali. Ecco cosa dice: Tutto ciò che separa l’uomo è sempre una grande sventura. Ecco il congegno psicologico che porta agli odii nazionali e singoli: l’uomo tende a riferire tutto a se stesso, entrando in società con i suoi simili prolunga soltanto l’amore di se e lo estende a una società particolare; a quelli con cui ha comuni, l’interesse e l’orgoglio, perché non estende a tutto il mondo questo amore. Sembra che l’eccellenza propria cresca nel confronto giacché nel confronto si può attuare l’abbassamento altrui. Quando diciamo noi, riferito alla nazione, diciamo sempre io. Ne deriva che la parzialità per la propria nazione, cito le sue parole: É una ingiustizia che non fa stupore. L’amor patrio, dunque è sinonimo di amor proprio. Obiezione: Non fu Manzoni il celebratore e senatore d’Italia unita? Sì, ha accettato di essere senatore, ma non è mai andato a Torino ed è morto scomunicato.

L’Italia unita è un minuscolo punto di partenza di quel concetto evangelico enunciato sopra. L’unità merita plauso in quanto ha liberato milioni di uomini dai ghetti regionali e mafiosi, dall’isolamento linguistico e culturale. Se l’Italia è unita è perché è stata introdotta la lingua unica. Si insegna la medesima lingua, raffinata da Manzoni, riducendo le distanze tra noi e il Sud. Il fatto prodigioso è iniziare da un qualche punto l’unità del genere umano, ma questa unità non è un valore in sé e non è un traguardo cristiano in senso stretto. Il traguardo cristiano è sempre più in là, sui confini del mondo. Gesù infatti, percorreva i villaggi insegnando.
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martedì 5 febbraio 2008 - ore 00:58


Mc 5,21-43 - La figlia di Giairo -
(categoria: " Vita Quotidiana ")




S. Agata (m)
2Sam 18,9-10.14b.24-25a.30-32; 19,1-4; Sal 85; Mc 5,21-43

In quel tempo, essendo passato di nuovo Gesù all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla, ed egli stava lungo il mare.
Si recò da lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giairo, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi e lo pregava con insistenza: "La mia figlioletta è agli estremi; vieni ad imporle le mani perché sia guarita e viva". Gesù andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.

Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: "Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita". E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male.

Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: "Chi mi ha toccato il mantello?" I discepoli gli dissero: "Tu vedi la folla che ti stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?" Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Gesù rispose: "Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va in pace e sii guarita dal tuo male".

Mentre ancora parlava, dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: " Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?" Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: "Non temere, continua solo ad avere fede!" E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.

Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava. Entrato, disse loro: "Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme". Essi lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con se il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entrò dove era la bambina. Presa la mano della bambina, le disse: "Talità kum", che significa: "Fanciulla, io ti dico, alzati!". Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare; aveva dodici anni.
Essi furono presi da grande stupore. Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e ordinò di darle da mangiare.

La figlia di Giairo

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Per quanto suo padre insistesse a chiamarla, per quanto non finisse di scuoterla, lei non avrebbe più aperto gli occhi. Non voleva ascoltare le solite chiacchiere inutili fatte per alzare polvere piuttosto che per comunicare...Era sempre stata sola. Sola a gestire un mondo che batteva insieme al suo cuore. Mondo di sogni e desideri, pieno di sole dove la sua mente correva senza fiato..



Tanto era inutile. Tanto non avrebbe risposto, non si sarebbe mossa. Per quanto suo padre insistesse a chiamarla, per quanto non finisse di scuoterla, lei non avrebbe più aperto gli occhi. Non voleva ascoltare le solite chiacchiere inutili fatte per alzare polvere piuttosto che per comunicare. I discorsi che non portano in nessun posto e non sciolgono nessun nodo. Non voleva assistere ai soliti atteggiamenti formali, cerimonie vuote e sterili, mai un gesto spontaneo, del cuore, fatto così d’impulso a mano aperta. Un gesto fatto per toccarsi, per sentire e ricambiare il calore dello stesso sangue che scorre nelle vene. Sempre sorrisi rattrappiti. Movimenti misurati. Parole contate. Non voleva parlare, mai più, parole gettate contro un muro di fermezza cieca e sorda, parole prese e rivoltate oppure ignorate con disprezzo. Tanto era inutile, non avrebbe più risposto. Aveva provato e riprovato, cento e cento volte, senza alcun risultato se non quello di essere punita: sgridata o messa a tacere e percossa. La figlia ribelle, senza educazione, che non andava mai accarezzata perché avrebbe potuto mordere. Una testa calda e poco rispettosa dell’autorità di suo padre e delle tradizioni. Una delusione, un progetto fallito, un disegno che usciva dalle righe. La vergogna di un seme che aveva mal generato e di una mano che non riusciva a piegare la pianta alla sua disciplina. Non si sarebbe mossa da quel letto né avrebbe riaperto gli occhi. Era morta dentro e ora nessuno avrebbe potuto ignorarlo.

Sentiva intorno un agitarsi frenetico e l’umore di suo padre sempre più agitato, la sua voce alterata, forse il suo pianto. Attendeva da tempo quelle lacrime, da un tempo che sembravano secoli. Le lacrime quasi fossero riuscite ad aprire delle vene segrete che lasciate libere una volta per tutte avrebbero cominciato a scorrere veloci riportando vita e energia lì dove lei vedeva solo freddezza e rigore. Un nuovo modo di amarsi e una nuova voglia di conoscersi. Lacrime per riscaldare quello sguardo freddo che anche con gli occhi chiusi lei ancora sentiva trafiggerla. Troppe volte suo padre aveva risposto al suo sorriso con quello sguardo. Mentre lei danzava presa dall’euforia o giocava cantando o si intrufolava nei discorsi curiosa di sapere e capire le straordinarie storie che gli uomini raccontavano. Quando non voleva legare i capelli o sentiva il suo cuore battere rosso sulle guance per il suo compagno di giochi. Dove era il male? Suo padre la guardava freddo e immobile, come non la riconoscesse, anzi proprio domandandosi come potesse averlo generato lui questo astruso essere. Ed ora immobile e fredda sarebbe stata lei. E non l’avrebbe smossa il suo pianto.

Era sempre stata sola. Sola a gestire un mondo che batteva insieme al suo cuore. Mondo di sogni e desideri, pieno di sole dove la sua mente correva senza fiato. Mille volte aveva cercato di parlarne a Giairo per portarlo con lei in quella corsa che tanto la faceva sentire viva. Inutilmente. Suo padre sentiva di essere il primo nemico di quell’universo segreto quasi fosse una pericolosa follia, una debolezza del pensiero e non il futuro che trovava i suoi connotati, che cercava un volto cui somigliare. Ora era stanca, troppo stanca, per tentare ancora. Era sempre stata sola, ora le avrebbe fatto compagnia il suo mondo. Dietro il buio delle palpebre abbassate, si sarebbe scaldata al sole del suo mondo. Con il corpo rigido e freddo, avrebbe ballato e saltato senza che a nessuno sembrasse. Con la bocca che teneva serrata, avrebbe cantato a gola piena. Tutto nel suo mondo e niente fuori.

Quando lei si muoveva contenta di quell’entusiasmo che le rotolava dentro, suo padre la misurava con disprezzo e nei suoi occhi era evidente che avrebbe preferito mille volte una figlia muta, cieca, sorda e immobile piuttosto che quell’uragano senza catene. Bene, se il padre era così che la voleva, immobile muta, cieca e sorda alle speranze e alla felicità, lei gli avrebbe regalato questa figlia cieca, muta e sorda, immobile, una statua.

Intorno al letto tutti piangevano la sua morte e che una tale giovinezza fosse stata strappata alla vita. Quale vita? si domandava lei. Senza colore e senza trasporto? Misurata e razionale? Dove era la differenza tra quella vita e la morte che lei aveva scelto? Non doveva neppure riaprire gli occhi, li ricordava benissimo. Fantasmi senza emozioni che si aggiravano nella stanza, pieni di confidenza con il dolore e impauriti dalla gioia. E lei, invece, la morta con un cuore che batteva così forte.

Troppo male aveva sentito, adesso niente avrebbe potuto più scalfirla, fredda al tatto, di pietra. Prima di stendersi sul letto, si era lavata con cura, aveva pettinato e legato i capelli più stretti che poteva, poi aveva indossato uno di quei vestiti orribili e grigi che le nascondevano il corpo. Ecco la morta che tutti avrebbero voluto viva. Nessuno a piangere la felicità sudata e arruffata che tutti avrebbero voluto morta.

“Ritiratevi perché la fanciulla non è morta, ma dorme”.


La sorpresa di udire quella voce stava quasi per farle aprire gli occhi e sarebbe stato un errore imperdonabile. Conosceva quel suono, l’uomo buono del quale si parlava in tutto il paese e anche più lontano. Per lei era sempre stato l’uomo con gli occhi che sorridevano. Molte volte si era nascosta dietro gli alberi soltanto per vederlo passare. Quell’uomo sarebbe stato un abitante perfetto dell’universo che lei sentiva dentro, quando si muoveva era come se un alone di serenità e luce lo avvolgesse. Solo una volta il respiro affannato per la corsa l’aveva tradita e lui si era voltato a cercare con lo sguardo. In quell’occasione lei aveva scoperto che gli occhi di quell’uomo sorridevano. Non sapeva spiegarlo meglio, ma era proprio così. Anche per quello Giairo l’aveva sgridata e molto, era diffidente verso quel predicatore e non voleva per nessun motivo che lei si avventurasse a girargli intorno. Ed ora come era possibile che si trovasse ora nella sua casa? Non era stato certo suo padre ad andarlo a cercare, e anzi se fosse tornato e lo avesse trovato lì si sarebbe veramente infuriato. Forse nel passare per caso qualcuno gli aveva riferito che c’era lì una giovanetta strappata tanto prematuramente alla vita e lui così buono era entrato?

Ad occhi chiusi percepì un leggero movimento intorno al suo letto e un improvviso silenzio come se tutti fossero usciti tranne Gesù.

Una mano leggera cominciò a scioglierle i capelli e il dolore di quelle trecce serrate cominciò finalmente ad allentarsi. E le parlò come quando la voce che racconta una fiaba diventa un sussurro. Le raccontò di una vita lì fuori ad attenderla che nessuno avrebbe potuto scolorire come nessuno avrebbe potuto fermarle il cuore. Di un cammino difficile ma che non deve mai interrompersi perché porta alla salvezza. Di un compito che ognuno ha di rompere l’incantesimo malvagio che impedisce alle statue di tornare persone vive e solo l’amore può.

Di coraggio e perseveranza, di ostinata forza e insistenza caparbia. Se lei avesse tenuto solo per sé quel meraviglioso universo sarebbe stata un albero senza frutti, una terra sterile e secca. Insistere ad amare, nonostante tutto. Insistere ad amare nonostante tutti. Quando le lacrime cominciarono a farsi strada dagli occhi serrati, Gesù la prese per mano e la fanciulla si alzò.




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