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E’ più esatto dire che...li sto rileggendo... [Pierre Riches]- La Fede è un bagaglio lieve;
D. Qual è l’atteggiamento più giusto per vivere una fede? R. Non avere mai tesi a priori o accettate ciecamente. Continuare a ragionarci sopra criticamente, cercando di capire la ragion d’essere di ciò che propone la fede e, se è il caso, rivedere le proprie tesi, perché solo così si può trovare la verità e sottoporla a verifiche e riprove.D. Gesù non dice nulla dell’Aldilà,perché? R. Sarebbe disastroso se ci avesse detto che non ci sono i cinema ma i semafori sì


- La vita segreta delle api [Sue Monk Kidd]


Maestro insegnaci a pregare [Padre Andrea Gasparino]Ogni "novità" di P. Gasparino è attesa ed accolta con gioia, come un "dono", da tantissimi giovani ed educatori. [...] In questo libro ritornano (ed era naturale) i temi cari a P. Gasparino [...] sono riprese, quasi alla lettera, molte delle riflessioni già pubblicate in un precedente volume della Elle Di Ci: La preghiera del cuore. ’’Pregare e’ un dono grande ed esigente. Non consiste nell’apprendimento di alcuna nozione: la preghiera e’ una vita.’’


Le omelie di Padre Aldo Bergamaschi
www.padrebergamaschi.com [...]il cristianesimo non è attuato o forse è attuato nelle singole persone, però appena usciamo dalla singolarità, o nella famiglia o nel sociale, vediamo tutto andare a pezzi, non c’è nemmeno l’ombra del Messaggio di Gesù. Questo sarà oggetto delle mie predicazioni future. Ciò accade - e la mia spiegazione resta ferma – perché il cristianesimo è caduto al rango di religione e non perché non è una rivelazione.[...]

Gli opuscoli di Padre Tornese
Li ho messi online tutti e 23





Sulla strada di Emmaus

Polvere... Incontri... Provocazioni...


’’Strada Statale Gerusalemme – Emmaus: siamo al tramontar della prima Pasqua.
Due viandanti - Cleopa e un altro - riflettono mesti. Tema di drammatica attualità: la morte di Gesù di Nazareth. Si parla di ciò che sta a cuore. Sta a cuore ciò che si cerca. Si cerca ciò che si ama.
Conclusione: ripercorrono un Amore.
Il Risorto s’accosta ma non li folgora: li istruisce e conforta. Li ha cercati e raggiunti per rincuorarli, correggerli e illuminarli.
Ma non attacca il discorso: varca la soglia con dolcezza, con una interrogazione semplice, discreta. "Di che cosa stavate discutendo lungo la via?" (Lc 24,17).
Converge sulla loro mestizia. L’incoraggia a parlare. Si conquista la fiducia.
Fa finta di volersene andar. Fa finta: piacevole un Dio che... Fa finta !
Entrano nella locanda. Lui spezza il pane: brividi che corrono sulla pelle.
Un messaggio in codice! Poi scompare.
E i due? Avevano iniziato il loro cammino con il passo stanco e depresso, adesso partono senza indugio, di corsa, verso Gerusalemme, ansiosi di dire a tutti che l’Amico è risorto: loro lo hanno incontrato.
Stanchi di camminare, iniziano a correre: contraddizioni tutte divine!

Ho comprato un pezzo di terra verso Emmaus.
Fra poco ti apro la porta.’’
don Marco Pozza



Dalla Parte dei Bambini

AMS ONLUS (associazione per la mobilitazione sociale)




Una Suora per Amica

[...]’’Uno dei luoghi della Terra Santa che mi sono rimasti più impressi è la "roccia dell’agonia". E’ una parte di roccia irregolare che spunta nel bel mezzo del presbiterio della Basilica delle Nazioni nell’Orto degli Ulivi. Lì ho potuto passare diversi minuti di preghiera con le mie mani appoggiate su quel sasso, quasi tentando di aggrapparmici, e ancora oggi, tre anni dopo, se chiudo gli occhi e ci penso, mi pare di avere le mani appoggiate in quel luogo dove Gesù ha sudato sangue e ha fatto la sua preghiera più difficile e straziante, chiedendo al Padre non di non soffrire ma di poter avere il suo aiuto se la sofferenza era nel suo progetto d’amore.’’[...]








WWW.IMITAZIONEDICRISTO.IT


Movimento dei Focolarini




"Nessuno sapeva quale sarebbe stato lo sviluppo di quest’opera: le circostanze verificatesi man mano l’hanno svelato. Anche la struttura del movimento più che suggerita da idee umane
è stata ispirata da un carisma, cioè da un dono di Dio"

"Vedi, io sono un’anima che passa per questo mondo.
Ho visto tante cose belle e buone e sono sempre stata attratta solo da quelle.
Un giorno (indefinito giorno) ho visto una luce. Mi parve più bella delle altre
cose belle e la seguii. Mi accorsi che era la Verità."

Chiara Lubich


HO VISTO

Ipocrisia - Apparenza
Non fidarsi mai delle apparenze, neppure quando si tratta di devozione! Anche i cammelli si inginocchiano, anche i fonografi recitano preghiere e laudi, anche gli affettatori di cipolle piangono, anche i cani cadono in estasi . (Gianfranco Ravasi, Avvenire 9/9/2000).

n.b. La comprensione in Cristo va ’’oltre’’ e si domanda il perchè non solo delle cose ma anche dei comportamenti indotti da una cultura cristiana superficiale e la conseguente afonia del messaggio cristiano.


Questa rubrica dovrebbe intitolarsi ’’ ho Ri-visto’’ ho ri-visto un film che ri-vedrei per altre 200 volte per ri-scoprire ogni volta che è proprio una bella storia,’’ Pomodori verdi fritti alla fermata del treno ’’ Pomodori verdi fritti... La trama: Negli anni Trenta, nel profondo e razzista Sud degli Stati Uniti, le regole della società tradizionale imbrigliano senza pietà le donne ed i neri, avvilendone le speranze di emancipazione e occludendone gli spiragli di riscatto. Fra i tavoli del Whistle Stop Cafè, gestito dalla ribelle Idgie e dalla delicata Ruth, spuntano i germogli della lotta non violenta per il riconoscimento di eguali diritti, accanto ai piatti della specialità della casa serviti caldi: fette di pomodori verdi infarinate e rosolate nel grasso. La storia del legame d’amicizia fra le due giovani donne dell’Alabama irrompe in forma di racconto nella conoscenza fra una ottuagenaria che vive in un ospizio ed una signora frustrata a causa d’un matrimonio sonnecchiante. Mansueta ed apparentemente a proprio agio nella cornice d’un menàge che galleggia sulla consuetudine più desolante, Evelyn si dimostra allieva volenterosa d’una lezione di vita vecchia di sessant’anni, ma più che mai giovane, [...] Recensione di :Simona D’Alessio


Dalle interviste di pif a youtube ’’l’esperienza di Suor Anna’’
Suor Anna su Youtube



Sono entrati con prepotenza nel mio cuore due film che ho guardato in questi giorni, li inserirò nei miei classici preferiti e intramontabili, ho pianto come la fontana di Trevi prima che la colorassero di rosso
Into the wild
‘’ Il film racconta la storia del giovane idealista Christopher McCandless che, abbandonata la vita normale di tutti i giorni, va a vivere nella selvaggia Alaska. ‘’ il film è ispirato da una storia vera Il Trailer


Ogni cosa è illuminata
’’Un esordiente nel cinema, Liev Schreiber, mette in schermo un esordiente della letteratura, J.S. Foer, un ebreo americano che racconta a sua volta di uno studente americano deciso a trovare in Ucraina la donna che salvò suo nonno dalla furia nazista.’’ Recensione e storia del film
Il Trailer




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ORA VORREI TANTO...


Le parole sono preziose, ma più prezioso è il silenzio "
"Che valore ha il buon senso, se non viene in mio soccorso prima che io pronunzi una parola! "
Hazrat Inayat Khan





Non stare davanti a me,
potrei non seguirti;
non stare dietro di me,
potrei non esserti di guida;
ma, sta al mio fianco e
sii semplicemente mio amico.

Albert Camus



STO STUDIANDO...



OGGI IL MIO UMORE E'...



ORA VORREI TANTO...



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lunedì 4 febbraio 2008 - ore 15:40


OMELIA DI PADRE JOZO.
(categoria: " Vita Quotidiana ")



OMELIA DI PADRE JOZO
"Questo giorno è il nostro TABOR "
Articolo tratto dalla rivista in cartaceo ma c’è anche il sito http://www.miridobro.it/



Grazie per la vostra risposta oggi! Il Signore ci ha regalato un bel tempo, il cuore aperto, stare oggi come Pietro, Giacomo e Giovanni con due profeti, Elia e Mosè e noi con due veggenti. Stare insieme come Chiesa, col rosario in mano. Sappiamo cosa dire a Gesù: "Qui ci sentiamo bene, non perché è il palazzet­to dello sport, ma perché tu sei in mezzo a noi!". Questo giorno è il nostro Tabor. Adesso desideriamo capire meglio e mettere più profonda nel cuore la risposta del Padre "Ecco il mio figlio prediletto, ascoltatelo!"La Madre ha detto, in Cana di Galilea: "Fate tutto quello che mio Figlio vi dirà" e il Padre dice: "Ascoltatelo". Gesù dice: "Beata te che hai creduto". Siamo stati, oggi, tutti nel cuore di Maria.Non abbiamo cercato nessuna comodità, perché è sempre bello e comodo stare con lui, con Cristo siamo sicuri.Sono passati alcuni giornalisti fra noi. Uno, Federico, ha mandato una lettera a 10.000 famiglie che ricevono le sue riviste e ha fatto una domanda: "Che cosa pensi che possa fare felice oggi la tua famiglia?". Sono diverse le rispo­ste, si aspettava "denaro, carriera..." La maggior parte ha risposto, e lui con sorpresa ha interpretato: "Dio, i coman­damenti divini, restare fedele a Dio oggi. Abbiamo provato con tutto, non funziona, abbiamo bisogno di Dio!".
Questa risposta oggi, in questi paesi d’Europa che vogliono costruire, come Marja prima ha detto, una torre di Babele, una costruzione che non funziona, dove non si capisce nulla no, non è possibile. La Grazia, la pace, la terra, l’amore, è eredità di tutti. Dobbiamo sentirci gli uni con gli altri, per questo la Chiesa è la mamma, e tutti i cristiani sono fratelli e figli. Esiste una sola lingua che capiscono Elia, Mosè, Pietro, Giacomo, Giovanni, e Cristo: il linguaggio con il Padre, la preghiera. Per questo il papa ha detto oggi: "Chi non prega non può capire, non esi­ste". Sì, non può vivere. La preghiera è una forza della Chiesa, una grazia. Che cosa ha fatto la preghiera? Cristo ha preso tre discepoli, apostoli, per andare a pregare, la preghiera lo ha fatto nuovo, hanno visto una nuova dimen­sione, un nuovo volto di Cristo, un nuovo vestito, trasfigurato. E’ la preghiera che cambia, che cambia il volto dell’uomo, il volto della famiglia, il volto della Chiesa. Per questo l’uomo della preghiera sempre torna e porta la pace: ha incontrato Dio!L’uomo che non ha bisogno di pregare, di ringraziare Dio, non crede in Dio.



Ricordate quel grande fisico che insegnava ai suoi studenti: "Vi prego, guardate il cielo, e vedrete Dio, non doman­date a me perché credete. Tutti gli uomini che sanno guardare le creature possono vedere il Creatore, e hanno biso­gno di ringraziarlo".Nel Talmud c’è una storia che racconta di quando Jahwè ha creato tutto, i fiori, gli animali, il cosmo e parla con gli angeli: "Vi piace, è bello?" "Sì!" hanno detto "è bellissimo". Un angelo voleva dialogare, ha detto:"Signore, io osservo e tutto è eccezionale, solo manca una cosa!" "Che cosa manca?" "Manca uno che possa radunare, riunire tutta questa bellezza, e portarla davanti a te. La bellezza del sole, la bellezza del mare, delle montagne, della natu­ra, dei fiori, degli animali, tutto è bello ed eccezionale, solo manca uno che raccolga tutto e te lo offra come ringra­ziamento, come lode!". Il Signore è tornato in silenzio e ha deciso di creare l’uomo! E ha creato l’uomo perchél’uomo sa unire tutto, unire la bellezza, unire tutto ciò che succede, che vede, che incontra, che fa, e dire al suo Signore: Grazie.

Cristo, alla fine della sua vita, non ha dimenticato questo, ha offerto a noi questo sacrificio che si chiama Eucaristia. Quando tu vedi l’altare, tu vedi il Golgota, quando tu vedi l’altare, tu puoi vedere Betlemme, il presepio, la nascita di Cristo. L’altare è il sacrificio che si offre per tutti noi. Chi non sa celebrare l’Eucaristia, pregare, lodare e ringraziare Dio, non sa vivere, non può avere la pace, la gioia, l’amore. L’uomo ha provato con il peccato, ha provato, come Faust con satana (Goethe), ha dato sé stesso a satana. Ricordatevi di quel­lo scrittore ricco, nobile, famoso, che voleva suicidarsi sul balcone della villa. Ha preso il veleno, voleva per l’ultima volta vedere la propria città ed ha sentito un canto che veniva dalla chiesa, gli è caduto il bic­chiere dalla mano, è andato a mezzanotte in chiesa, dove si celebrava la Messa della Pasqua, Cristo risorto.
Ricordate questi capitoli che contengono la verità che Cristo è vivo: per questo ha senso lamia vita. L’uomo ha il senso della vita, è importante capire questo. Nel 1917 uno scultore francese ha fini­to una famosa statua in argilla e per farla asciugare, ha lasciato la finestra aperta vicino alla statua. Nella notte è venuta la pioggia, una grande pioggia che ha distrutto la statua. Quando lo scultore ha aperto lo studio con gli amici, la statua era caduta, aveva perso la forma, era nel fango. Voleva mostrare, far vedere ma, quale danno, e ha detto:"Io non ho fatto questo, la tempesta ha rovinato il mio lavoro". Poi però ha rifatto la statua ed è diventato famoso, gran­de!Vedete, è successo così con ognuno di noi. Il Signore ha voluto noi felici, che sappiamo pregare, che possiamo cono­scerlo, che il Tabor fosse eredità della tua famiglia, che il Tabor fosse il segreto, il sacramento della tua famiglia, che nella tua famiglia Tabor significhi la voce del Padre che dice: "Questo è mio figlio, ascoltatelo!". Mentre tu pren­di il rosario o la Bibbia nelle tue mani, come suggerisce la Madonna nei suoi messaggi, perché tu la legga ogni gior­no, perché abbia un posto visibile, quando tu la prendi, mamma, papà, nelle tue mani devi sapere, devi sentire que­sta voce: "Ecco il mio figlio prediletto, ascoltalo! Beata te che hai creduto!". Maria ha trovato il tempo per stare ai piedi del Signore che le ha detto: "Tu hai scelto la parte migliore!"Che cosa hai scelto tu quando dici: "Non ho il tempo per pregare; non ho il tempo per stare con Cristo, con la mia Chiesa; stare un’ ora in chiesa! Non ho il tempo, in Quaresima, di stare mezz’ora con i miei figli a pregare il Rosario?" Ma chi sei? La statua originale è distrutta".
L’opera divina non conosce il proprio salvatore, non si vede l’immagine di Dio in te. Questo tempo è come una tempesta, lo scultore asciugando le lacrime, ha detto: "Scusate, amici", ha pianto, triste e di nuovo si è messo al lavoro. Ha creato, ha rifatto! Il Signore ha creato l’uomo nuovo in Cristo. L’uomo nuovo è sulla croce, l’uomo nuovo è il figlio di Dio: Guardatelo! Ecco l’immagine che dob­biamo seguire. Siamo in Quaresima e lui dice: "Beata te che hai scelto la parte migliore!"Fratelli, andiamo a mettere in pratica, a rifare tutto quello che Cristo ha fatto in noi con il proprio sangue e miseri­cordia, e che abbiamo rovinato, distrutto. Ha detto la Madre una settimana fa:"Siete stati redenti con il suo san­gue prezioso". Questo sangue prezioso sarà fra poco in questo calice, versato per noi, per la nostra salvezza! Questo è nutrimento, come ha detto S. Agostino all’inizio della Chiesa: " Noi dobbiamo nutrirei dal calice, dall’altare, con il Corpo e il Sangue di Crist.o, e dalla Bibbia con la parola di Dio". La famiglia senza questo non esiste. Non si può vivere fisicamente senza nutrimento, senza avere riposo per il corpo. Per questo il Signore ha creato la domenica, giorno di Dio, giorno dell’incontro con Dio. Senza questo riposo non c’è la gioia. Sempre la domenica è bella, non perché siamo stati in montagna a sciare, ma perché abbiamo celebrato la Messa, ci siamo nutriti con la parola divina. Ogni giorno è bello, quando il padre di famiglia sa prendere la Bibbia, aprirla e, questo pane dellavita, spezzarlo e darlo ai figli e infine baciare la Bibbia.

Quando tuo figlio ti domanda: "Mamma, perché hai baciato la Bibbia? Non baci altri libri," puoi rispondere che la Bibbia non è un libro, la Bibbia è Cristo, la Bibbia è una persona, e S. Ambrogio, Vescovo di questa città e diocesi, ha detto in quel tempo: "Bevete questa parola e nutri­tevi, che scorra attra­verso le vostre vene, nutra il vostro spirito e viva nella vostra
anima!" Sì, ho bisogno di Dio, Cristo ho bisogno della tua parola, Cristo ho bisogno della tuaEucaristia, ho bisogno della tua e mia domenica, ho bisogno della confessione e del tuo perdono
per i miei peccati, ho bisogno del tuo sangue prezioso! Nutrimi Cristo, lavami Cristo, benedicimi Cristo!
Come è grande questa giornata, Tabor. Giorno indimenticabile, che entra nella tua vita, che entra come un dono, come una grazia nella tua anima!Carissimi fratelli, non è questo uno sciopero, non è una mostra, ma è una scuola questa nube e questa voce. Quello che è successo oggi nelle nostre anime è unico in questo anno, non vogliamo dimenticare questa giornata, ma con­tinuare a vivere e a nutrire l’anima e la vita. Cristo, grazie per questo giorno, Cristo grazie per ognuno dei pre­senti qui, sacerdote e diacono, malato e sano, giovane e anziano, madre e padre, figli e famigliari. Ti benediciamo e lodiamo, vogliamo, come ha detto il Talmud, raccogliere la bellezza di questo mondo e offrirtela nella pre­ghiera, e dirti: "Grazie". Vogliamo trovare, nella nostra giornata e nella nostra settimana, ore per stare con te, per­ché siamo felici. Pregare significa vivere! Ecco, l’uomo che prega tiene il timone nelle mani, la mano sul timone, sul volante della propria famiglia.Devono esistere le persone che pregano per quelli che non pregano mai. Siamo in un mondo che ha perso la forma e l’immagine divina. Devono esistere di nuovo quelli che sanno aiutare a riparare l’immagine, che sono i sacerdoti nel sacramento della riconciliazione, una nuova creazione. Lo scultore è stato triste, ma ha rifatto la statua: ecco, noi abbiamo questa grazia, possiamo diventare di nuovo figli.
La Madre, nell’ultimo messaggio, ci consola: "Confessatevi, lasciate nella misericordia divina il vostro peccato, la vostra debolezza, e avrete la pace e la gioia". Grazie Mamma, grazie cara Madre perché hai ascoltato le nostre lacrime, le nostre voci, le nostre preghiere e questo sacrificio! Ti ringraziamo per la tua presenza stasera in mezzo a noi e per tutti i presenti. Abbiamo sentito bene ciò che Cristo ci ha detto: "Beato te, e beata te che hai scelto la parte migliore!". Siamo noi, grazie Cristo per questo regalo, per questo tesoro che sapremo conservare. Grazie! Siano lodati Gesù Cristo e Maria.




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lunedì 4 febbraio 2008 - ore 00:38


Mc 5,1-20
(categoria: " Vita Quotidiana ")


2Sam 15,13-14.30; 16,5-13a; Sal 3; Mc 5,1-20

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli giunsero all’altra riva del mare, nella regione dei Geraseni. Come scese dalla barca, gli venne incontro dai sepolcri un uomo posseduto da uno spirito immondo. Egli aveva la sua dimora nei sepolcri e nessuno più riusciva a tenerlo legato neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva sempre spezzato le catene e infranto i ceppi, e nessuno più riusciva a domarlo. Continuamente, notte e giorno, tra i sepolcri e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre.
Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi, e urlando a gran voce disse; “Che hai tu in comune con me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!”. Gli diceva infatti: “Esci, spirito immondo, da quest’uomo!”. E gli domandò: “Come ti chiami?”. “Mi chiamo Legione, gli rispose, perché siamo in molti”. E prese a scongiurarlo con insistenza perché non lo cacciasse fuori da quella regione.
Ora c’era là, sul monte, un numeroso branco di porci al pascolo. E gli spiriti lo scongiurarono: “Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi”. Glielo permise. E gli spiriti immondi uscirono ed entrarono nei porci e il branco si precipitò dal burrone nel mare; erano circa duemila e affogarono uno dopo l’altro nel mare.
I mandriani allora fuggirono, portarono la notizia in città e nella campagna e la gente si mosse a vedere che cosa fosse accaduto. Giunti che furono da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. Quelli che avevano visto tutto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio.
Mentre risaliva nella barca, quello che era stato indemoniato lo pregava di permettergli di stare con lui. Non glielo permise, ma gli disse: “Va’ nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato”. Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decapoli ciò che Gesù gli aveva fatto, e tutti ne erano meravigliati.




Il capitolo 5, che narrativamente si ricollega all’ultimo episodio del capitolo precedente (la tempesta sedata), presenta una struttura insolita in Marco: due lunghi racconti, di cui ciascuno si compone di due episodi incastrati l’uno nell’altro.
Nella prima parte leggiamo un brano che consta di quattro scene: l’incontro di Gesù con l’indemoniato che vive nelle caverne; l’episodio dei porci che si buttano nel mare; la reazione della gente; di nuovo il dialogo tra Gesù e l’uomo risanato che domanda di seguirlo.



Il capitolo si apre con Gesù sulla barca con i suoi discepoli, che, superata la tempesta, giungono sull’altra riva, cioè nella zona a oriente del lago di Tiberiade, in una regione pagana denominata Decapoli. Appena giungono a terra, un uomo indemoniato viene incontro a Gesù dai sepolcri. I sepolcri erano considerati luoghi impuri, dove venivano relegati tutti coloro che non potevano vivere nella società insieme agli altri uomini, né potevano relazionarsi con Dio, in quanto lontani dalla sinagoga e dal tempio. Per questo si trovavano già in una condizione di morte (i sepolcri), data l’assenza di relazione con Dio e con la comunità.

Marco descrive bene la condizione miserevole dell’indemoniato dotato pure di una forza straordinaria; ma appena egli vede Gesù, si getta supplicante ai suoi piedi, quasi come se tutta quella forza capace di spezzare ceppi e catene si fosse affievolita. Subito emerge il disagio dello spirito impuro di stare alla presenza di “Gesù, il Figlio di Dio altissimo” (Mc 5, 7), anzi gli chiede addirittura di andare via, di non tormentarlo. Quando Gesù gli chiede il nome, lo spirito immondo risponde di chiamarsi Legione, perché sono in molti. Secondo gli esorcisti dell’epoca la conoscenza del nome di un demonio dava potere su di lui. Gesù obbliga il nemico a dire il suo nome per poi scacciarlo. A questo punto i demoni gli chiedono di poter prendere possesso di una mandria di porci, che stava lì nelle vicinanze. Secondo la credenza del tempo, infatti, un demonio scacciato da una persona doveva trovare dimora altrove, in animali oppure oggetti. Da notare come i demoni sono sottomessi al potere di Gesù, tanto che gli chiedono il permesso di entrare nei porci. Questi animali, poi, erano ritenuti impuri dagli ebrei, per cui in questo racconto indicano la condizione pagana di quel territorio ed una dimora perfetta per i demoni.

Così, appena i duemila porci vengono posseduti dagli spiriti cattivi impazziscono e si gettano nel mare. Questa sarebbe stata la possibile fine dell’uomo posseduto, il quale, infatti, veniva considerato pazzo e soggetto all’autodistruzione percuotendosi con le pietre, come ci dice il versetto 5. Una volta guarito, quell’uomo se ne sta calmo, seduto, sano di mente e vestito. Proprio il contrario di come lo abbiamo visto nei primi versetti del capitolo. È la condizione di chi ha incontrato la misericordia di Dio e ha trovato la sua pace, riacquisendo la propria dignità perduta (il vestito). A questo punto, però, avviene un fatto strano: gli abitanti del territorio vengono a sapere dell’accaduto e rimangono intimoriti, ma invece di lodare Dio per la guarigione di quell’uomo, chiedono a Gesù di andare via. Sembra quasi che i Geraseni vogliano rivolgersi a Gesù con le parole che i demoni avevano utilizzato al v. 7: “Che hai tu in comune con me, Gesù, Figlio di Dio altissimo?”.

In effetti si trovano nella stessa condizione di voler rifiutare una relazione con Gesù, solo che i demoni lo riconoscevano come Figlio di Dio, mentre i Geraseni neppure quello, anzi lo vedono solo come un pericolo, una minaccia, un personaggio “scomodo”. L’ex indemoniato, invece, che ha fatto esperienza della forza liberante di Gesù, vuole aderire a lui e seguirlo; ma gli viene detto di partire, tornare finalmente tra i suoi, dai quali era stato tenuto lontano a causa del suo stato di impurità, e lì annunziare la buona novella, le grandi opere di Dio. Gesù, insomma, lo invia come missionario tra i pagani per evangelizzarli, perché la salvezza raggiunga tutti i popoli. Interessante è notare come il v. 20 riprenda il v. 19, applicando a Gesù il titolo di Signore.
Esperienza Giovani


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domenica 3 febbraio 2008 - ore 00:45


Mt 5,1-12 Il Discorso della Montagna
(categoria: " Vita Quotidiana ")


S. Biagio (mf); S. Oscar (mf)
Sof 2,3; 3,12-13; Sal 145; 1Cor 1,26-31; Mt 5,1-12 -

1Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. 2Prendendo allora la parola, li ammaes-trava dicendo: 3«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. 4Beati gli afflitti, perché saranno consolati. 5Beati i miti, perché erediteranno la terra. 6Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. 7Beati i misericor-diosi, perché troveranno misericordia. 8Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. 9Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. 10Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
11Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.




Omelia del Cardinale Carlo Maria Martini
per il XV anniversario di episcopato

Duomo di Milano, 8 maggio 2005
fonte








......Abbiamo bisogno di credere come comunità cristiana, ma anche di credere fortemente come singoli, chiamati, illuminati, toccati personalmente dalla voce di Dio, dalla sua grazia, dalla sua Parola misteriosa. Per questo la lettura orante dei libri sacri è un aiuto indispensabile per poterci orientare nelle vicende del mondo e soprattutto nelle vicende della nostra personalità, del nostro cammino individuale.

Vengo ora alla pagina evangelica, della quale mi limito a commentare il comando di Gesù: «Ammaestrate tutte le nazioni». Forse il verbo andrebbe tradotto meglio con “fate discepole” (matheteusate) tutte le nazioni, immergendole nella potenza di Dio, insegnando loro ad osservare tutto ciò che il Signore ha comandato. E tutto ciò che ha comandato, in Matteo è – lo sappiamo bene – il Discorso della montagna, o ancora, Matteo 25: « Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto a me». È questo che dobbiamo insegnare a osservare ed è molto importante tale discorso oggi. Io lo avverto vivendo in un luogo di particolare sofferenza, dove vengono al pettine i nodi dell’umanità, a Gerusalemme, in Medio Oriente. Abbiamo tutti un immenso bisogno di imparare a vivere insieme come diversi, rispettandoci, non distruggendoci a vicenda, non ghettizzandoci, non disprezzandoci e neanche soltanto tollerandoci, perché sarebbe troppo poco la tolleranza. Ma nemmeno – direi – tentando subito la conversione, perché questa parola in certe situazioni e popoli suscita nodi invalicabili. Piuttosto “fermentandoci” a vicenda in maniera che ciascuno sia portato a raggiungere più profondamente la propria autenticità, la propria verità di fronte al mistero di Dio.

A questo scopo non c’è mezzo più concreto, più accessibile, delle parole di Gesù nel Discorso della montagna. Parole che nessuno può rifiutare perché ci parlano di gioia, di beatitudine, ci parlano di perdono, ci parlano di lealtà, ci parlano di rifiuto dell’ambizione, ci parlano di moderazione del desiderio di guadagno, ci parlano di coerenza nel nostro agire («sia il vostro parlare sì, sì; no, no»), ci parlano di sincerità. Queste parole, dette con la forza di Gesù, toccano ogni cuore, ogni religione, ogni credenza, ogni non credenza. Nessuno può dire: «Non sono per me: la sincerità non è per me, la lealtà non è per me, il lottare contro la prevaricazione sui beni di questo mondo non è per me…». È un discorso per tutti, che accomuna tutti, che richiama tutti alle proprie autenticità profonde, ed è quel discorso che ci permetterà di vivere insieme da diversi rispettandoci, non ghettizzandoci, non distruggendoci, nemmeno tenendo le dovute distanze, ma “fermentandoci” a vicenda.

Allora, se faremo così, tutti gli uomini si riconosceranno in tali valori, si sentiranno più vicini, più compagni e compagne di cammino, sentiranno di avere in comune delle realtà profonde e vere, delle realtà che forse non avrebbero saputo scoprire senza le parole di Gesù. Allora, al di là di differenze etniche, sociali, addirittura religiose e confessionali, l’umanità troverà una sua capacità di vivere insieme, di crescere nella pace, di vincere la violenza e il terrorismo, di superare le differenze reciproche. Sarà allora pienamente manifesto il messaggio della grazia di Dio, che è stato dato a san Paolo di portare alle sue comunità e di cui anch’io sono stato fatto partecipe nell’ordinazione di 25 anni fa.

E sarà vicino, più vicino, il ritorno del Signore, sarà più vicina la discesa della celeste Gerusalemme, sarà possibile gridare: «Benedetto il nostro Dio, egli è colui che viene, egli è colui che ci salva». Amen.

Carlo Maria Martini



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sabato 2 febbraio 2008 - ore 18:16


dal blog di Madda86
(categoria: " Vita Quotidiana ")


2 febbraio: giornata per la vita consacrata
dal blog di Madda86


Fuori dal Mondo? … No, dentro fino al collo


Francesca insegna filosofia al liceo. Le studia tutte perché i suoi ragazzi imparino a pensare, anche se a volte le gridano in faccia che non se ne fanno nulla del suo Dio. Paola sta accanto alle ragazze che vengono tolte dalla strada, le accompagna in questura per i documenti o per una denuncia di stupro, e sopporta con pazienza i risolini sotto i baffi di magistrati e funzionari. Angela sta con i bambini della scuola dell’infanzia, non si accorge del tempo che passa, sta bene con i bambini, poi quando arrivano i genitori, quasi tutti molto più giovani di lei, sta con loro, li ascolta, dà un suo umile consiglio. Carla abita in un paese non molto grande, ai piedi di una montagna; non ci sono più preti e lei cerca di tener viva la chiesa, anima la preghiera, va a trovare gli ammalati della parrocchia, coordina il catechismo, ascolta la gente. Assunta dirige un grande istituto, qualcuno l’ha soprannominata la manager, ma a lei non piace e perde le notti a chiedersi come fare in modo che tutti siano contenti. Valeria accompagna i ragazzi di una squadra di calcio a giocare a pallone, si siede accanto all’allenatore, fa tifo per loro, se sono aggressivi li rimprovera con affetto, se perdono li consola, se vincono si complimenta. Rita sta nella cucina di una grande casa di riposo, le pentole sono gigantesche e lei si è fatta i muscoli, ha a che fare con cinque ragazze cui insegna anche tanti suoi segreti.
Donne impegnate in ambiti diversi con una grande passione in comune: sono donne di Dio. A Lui hanno consacrato la loro vita.




La gente le considera fuori dal mondo, perché magari non sanno per filo e per segno che cosa è successo nell’ultima puntata di Desperate Housewives, oppure non sanno canticchiare la musica dei Tokio Hotel, o non sanno la marca delle scarpe da ginnastica da 300 euro che tutti vorrebbero avere, ma nessuna di loro si sente fuori dal mondo, anzi si sente dentro fino al collo, e in televisione vorrebbero sentir parlare di quanta gente muore nei paesi poveri e vorrebbe sentire i politici fare, una volta almeno nella vita, un po’ di autocritica e discutono in comunità dei problemi del loro quartiere, o dei giovani della loro città, o delle famiglie del territorio… Sì, si sentono dentro fino al collo, per questo, ogni mattina, svegliandosi che è ancora buio, mentre tutti dormono, si incontrano e pregano. Caricano sulle loro spalle questo mondo a volte malato, a volte capriccioso, sempre misterioso, lo caricano sulle spalle, o meglio, lo prendono in braccio e lo accompagnano con sé davanti a Dio, glielo raccomandano, chiedono perdono a nome suo, ringraziano il Signore per le cose belle che riesce a mettere insieme.
Si sentono dentro fino al collo, come sorelle, come madri, come donne e hanno in cuore un unico grande sogno: che tutti possano conoscere e sentire nella propria vita la notizia che può sconvolgere l’esistenza fino a riempirla di gioia, di senso, di felicità. Dio è con noi!
www.giovani.org


Il 2 febbraio, festa della presentazione di Gesù al tempio, si celebra la giornata della vita consacrata. Una festa un po’ sconosciuta, anche se probabilmente molti sanno che viene tradizionalmente chiamata “candelora”, ma non si associa il simbolo della luce con i consacrati. E come si potrebbe farlo, quando, secondo i canoni della nostra società, una vita spesa nella preghiera e nel servizio, non solo non è affascinante, ma addirittura un po’ anacronistica?!
Eppure, in tanti vanno ad attingere alla luce dei grandi santi che hanno vissuto la sequela di Cristo (Francesco, Chiara, Antonio, Pio da Pietrelcina –tanto per citarne solo alcuni francescani-), e città come Assisi, La Verna, Padova, S. Giovanni Rotondo pullulano di giovani in ricerca di spazi di preghiera e di verifica vocazionale. Soprattutto in questi luoghi simbolo si assiste ad un moltiplicarsi di proposte, così molti passano da un incontro ad una marcia, da una giornata di spiritualità ad un campo di lavoro, da una scuola di preghiera ad un pellegrinaggio, rimanendo per lo più affascinati da queste esperienze forti, ma già tornando a casa le pile dell’entusiasmo si scaricano e, se anche si sentono chiamati alla sequela di Cristo, rimandano la risposta al prossimo ritiro. E così di volta in volta...




Se nel campo lavorativo si va in cerca del sospirato contratto a tempo indeterminato, nella scelta vocazionale si è presi da una sorta di “sindrome del per sempre”, e si preferisce non sbilanciarsi troppo. E gli incoraggiamenti in questo senso da parenti e amici non mancano: “in fondo sei giovane, puoi anche aspettare...”; “ma come fai ad essere certo che è la strada giusta?!”; “e se poi ti stanchi?!”.
Certo, in questa logica di un Dio part-time, la povertà, la castità e l’obbedienza sembrano poco attraenti, eppure il Signore ancora oggi continua a chiamare e ad affascinare i cuori di chi si mette in gioco con lui fino in fondo.
Il giovane ricco, rifiutando la chiamata di Gesù, se ne andò triste: e tu cosa scegli di fare, se ti senti fissato dallo stesso sguardo d’amore?
www.giovani.org/grata-elettronica



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sabato 2 febbraio 2008 - ore 00:22


Lc 2,22-40
(categoria: " Vita Quotidiana ")





PRESENTAZIONE DEL SIGNORE (f)
Ml 3,1-4; Sal 23; Eb 2,14-18; Lc 2,22-40 -

22 Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, 23 come è scritto nella Legge del Signore: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; 24 e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore. 25 Ora a Gerusalemme c`era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d`Israele; 26 lo Spirito Santo che era su di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. 27 Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, 28 lo prese tra le braccia e benedisse Dio: 29 "Ora lascia, o Signore, che il tuo servo
vada in pace secondo la tua parola; 30 perché i miei occhi han visto la tua salvezza, 31 preparata da te davanti a tutti i popoli, 32 luce per illuminare le genti
e gloria del tuo popolo Israele". 33 Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. 34 Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: "Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione 35 perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l`anima".
36 C`era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, 37 era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. 38 Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. 39 Quando ebbero tutto compiuto secondo la Legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. 40 Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui.



“Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui”. I Padri della Chiesa dicevano che le parole sono impotenti di fronte al mistero e solo lo stupore coglie qualcosa. Questa è una costante presente nel Vangelo e in tutta la Bibbia anche se forse oggi, con il nostro pensiero razionale e molto logico, non ci poniamo la necessaria attenzione. Nella Bibbia l’esperienza di Dio nasce sempre con una esperienza di stupore, di sorpresa, simile a quella provata da un bambino di fronte a una meraviglia. Possiamo ritrovare questo nell’episodio del roveto ardente di Es 3,1ss, nella pesca miracolosa di Lc 5,1ss e in molti altri passi. Lo stupore è il segno che l’uomo è stato toccato in un centro profondo della sua coscienza, un centro che fa sì che la consapevolezza sia ridotta e la coscienza stessa sia rapita dall’evento. E’ lo stupore che fa sì che riconosciamo un avvenimento come proveniente da Dio nella nostra vita e che attribuiamo a quell’evento un significato particolare. E’ lo stupore, quindi, che ci permette di riconoscere i passi di Dio nella nostra storia. E’ lo stupore che introduce a quella forma particolare di conoscenza che è la contemplazione. Per questo, nell’A.T. la preghiera più importante, la Shemà, iniziava con “Ricorda Israele…” (Dt 6,4ss). Ricorda, ripensa ai momenti in cui Dio ti ha stupito negli anni passati ma anche ieri. Non perdete l’aggancio con l’evento da cui è scaturito lo stupore e quindi la contemplazione (cf. Lc 2,51b), non perdete il legame con i segni di Dio nella vostra vita poiché lì si nutre il cammino di fede. Anche Nietzsche (apparentemente così lontano?) affermava che “nella realtà non accade nulla che sia rigorosamente conforme alla logica” Dio è imprevedibile per l’Io, da qui nasce lo stupore per l’uomo. Dio è imprevedibile per l’Io e quindi liberante per l’Io stesso, non permette di attaccarsi a niente.
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venerdì 1 febbraio 2008 - ore 00:17


Mc 4,26-34
(categoria: " Vita Quotidiana ")





2Sam 11,1-4a.5-10a.13-17; Sal 50; Mc 4,26-34

In quel tempo, Gesù diceva alla folla: “Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura”.
Diceva: “A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti i semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra”.
Con molte parabole di questo genere annunziava loro la parola secondo quello che potevano intendere. Senza parabole non parlava loro; ma in privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa.


Oggi Gesù sdrammatizza la nostra ansia spirituale, prende un po’ in giro i nostri improbabili progressi spirituali... Tranquilli, amici! Il contadino non sta a vegliare la notte guardando inquieto il terreno! Il seme cresce anche se dormiamo, non dipende necessariamente dalla nostra volontà! Che bello questo, non vi rilassa? Se abbiamo accolto il seme, se abbiamo con onestà avuto la percezione di aprire il nostro cuore all’amore e alla Parola, dormiamo sonni tranquilli. Pensate forse che Dio si lasci fermare dalla nostra incostanza? O dalle nostre depressioni? Chi ci potrà separare dall’amore di Dio? Siamo preziosi ai suoi occhi! Tranquilli! Il Signore non ci molla facilmente... L’ultima parabola di questa sezione di Marco descrive il Regno come un granello di senapa. L’avete mai visto? E’ simile alla polvere ma quando cresce diventa un grosso arbusto di un metro e venti circa. Che bella immagine della realtà del Regno dentro di noi! Se appena appena diamo spazio a Dio, state tranquilli che la sua presenza invaderà la nostra vita. L’unico vero rischio dell’affidarsi a Dio è che poi lui ci dà retta! Se lasciamo il timone della nostra barca in mano a Dio, sarà lui a condurci.



Noi abbiamo fiducia in te, Signore. Tu fai crescere il Regno nelle pieghe della nostra storia, ci chiedi una mano, ma senza affanno poiché sei tu che fai crescere in noi il seme della tua Parola!
don Paolo Curtaz Qumran.net


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giovedì 31 gennaio 2008 - ore 00:03


Mc 4,21-25
(categoria: " Vita Quotidiana ")



S. Giovanni Bosco (m)
2Sam 7,18-19.24-29; Sal 131; Mc 4,21-25

21 Diceva loro: "Si porta forse la lampada per metterla sotto il moggio o sotto il letto? O piuttosto per metterla sul lucerniere? 22 Non c`è nulla infatti di nascosto che non debba essere manifestato e nulla di segreto che non debba essere messo in luce. 23 Se uno ha orecchi per intendere, intenda!". 24 Diceva loro: "Fate attenzione a quello che udite: Con la stessa misura con la quale misurate sarete misurati anche voi; anzi vi sarà dato di più. 25 Poiché a chi ha, sarà dato e a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha".

“Il libro che stiamo leggendo” ci deve svegliare “come un pugno che ci martelli sul cranio. Il libro deve essere una picozza per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi”(Kafka).

Tiziano Terzani
("Avvenire", 4/9/’07)

«Credo a Madre Teresa»




Nel decimo anniversario della scomparsa di Madre Teresa, riproponiamo il "reportage" dell’incontro che il giornalista e scrittore Tiziano Terzani ebbe con lei a Calcutta nel 1996, poi confluito in gran parte nel volume «In Asia» (Longanesi).


Avevo appena spento il registratore e la stavo ringraziando per il tempo che mi aveva dedicato, quando lei, guardandomi fissa coi suoi occhi azzurri arrossati dall’età, mi ha chiesto: «Ma perché tutte queste domande?». «Perché voglio scrivere di lei, Madre». «Non scriva di me. Scriva di Lui...», ha detto, alzando gli occhi al cielo. Poi s’è fermata, ha preso le mie mani nelle sue - grandi, tozze e già un po’ deformi - e, come volesse confidarmi un gran segreto, ha continuato: «Anzi, la smetta di scrivere e vada a lavorare in uno dei nostri centri... Vada a lavorare un po’ nella casa dei morenti». Madre Teresa era tutta lì.

Per due settimane non ho fatto altro che seguirla; ho passato ore nella "Casa Madre" sulla Circular Road, ho visitato il centro per i lebbrosi, quello per gli orfani, quello per i moribondi, la casa per i ritardati mentali e quella per le ragazze mezzo impazzite nelle prigioni. L’ho accompagnata a Guwahati, nello Stato dell’Assam, dove Madre Teresa è andata a inaugurare il primo "rifugio" in India per le vittime dell’Aids, un’altra categoria di disperati in questo Paese in teoria così tollerante, ma dove i pazienti che risultano sieropositivi vengono cacciati via dagli ospedali, "ostracizzati" dai villaggi e, una volta morti, non vengono neppure bruciati negli inceneritori comunali, ma buttati via assieme alle immondizie.

Son venuto a Calcutta, sulle tracce di Madre Teresa, spinto da una vecchia curiosità: quella per la grandezza umana. Esiste ancora? E come si esprime? Ho voluto farmi una mia idea della sua opera; sapendo che, per capire Madre Teresa bisogna capire Kaligath, è da lì che sono partito per rifare a grandi tappe il suo straordinario cammino. Già alla porta uno potrebbe bloccarsi, disgustato: "casa per i derelitti morenti" dice un cartello sbiadito sulla porta. Ancora un passo e si legge: il fine più alto della vita umana è quello di morire in pace con Dio. Ci si potrebbe voltare e tornare indietro, in disaccordo con questa interpretazione dell’esistenza, ma gli occhi cadono su una brandina dov’è disteso una sorta di "fagotto" d’ossa e pelle: un vecchio, ormai senza età, con gli occhi lucidi e sbarrati, lotta per prendere le ultime boccate d’aria. Una suora gli siede accanto e gli accarezza una mano. «L’hanno trovato ieri su un mucchio di spazzatura. Fra poco sarà in paradiso».

Forse il senso di quella scritta sul fine della vita non è, tutto sommato, sbagliato. Kaligath, nella periferia meridionale di Calcutta, è una città di per sé disperante e tragica che a volte sembra essere stata messa da Dio sulla faccia della terra solo per provare che Lui non esiste (oppure che c’è bisogno che esista?). Arrivarci a piedi, passando i due crematori municipali dove centinaia di cadaveri vanno ogni giorno in fumo, soffermandosi davanti ai vari templi e tempietti, bordelli e negozi, venditori di frutta e di amuleti è un perfetto "esercizio spirituale" per spogliarsi dei propri pregiudizi, per lasciarsi dietro quella «ragione» su cui noi occidentali contiamo così tanto per spiegarci tutto.

Oggi di queste case ce ne sono decine in tutto il mondo; ma è a questa che Madre Teresa è legatissima. «Una volta mi capitò di prendere un uomo coperto di vermi», mi raccontò. «Mi ci vollero delle ore per lavarlo e togliergli a uno a uno tutti i vermi dalla carne. Alla fine disse: «Son vissuto come un animale per le strade, ma muoio come un angelo» e, morendo, mi fece un bellissimo sorriso. Tutto qui. Questo è il nostro lavoro: "amore in azione". Semplice».
Sì, semplice. Semplice com’è lei. A incontrarla, come nel caso del Dalai Lama, la prima cosa che colpisce è appunto questa: che, se c’è grandezza, è nella sua semplicità. Come il Dalai Lama, Madre Teresa non è un’intellettuale, le cose che dice sono elementari, le storie che racconta sono sempre le stesse, ma, come le parabole, hanno un fondo di verità e restano impresse, accendono la fantasia. Alla base di tutta la sua opera c’è un’idea sola: «Servire i più poveri dei poveri» e su quell’idea ha fondato tutto, senza mai un dubbio, senza mai un tentennamento. «Come si possono avere dubbi su quel che si fa? Il lavoro è Suo», dice, sempre rivolgendosi al Cielo, che sembra essere il suo vero interlocutore.

In tempi di "liberalismo" e di liberazione sessuale lei parla del senso dell’amore, del valore della verginità. Ora che l’acquisizione di beni materiali sembra la grande, unica grande ossessione comune a tutta l’umanità, ora che la ricchezza sembra il principale criterio di successo e di moralità, lei insiste sulla «santità dei poveri» e vuole che le sue suore vivano come quelli. Tre "sari", un crocefisso, un rosario e una sporta son le uniche cose che una missionaria della Carità può possedere.
Nel 1994 venne l’operazione «smitizzazione» guidata da Tariq Alì, un ex "leader" studentesco dell’ultrasinistra di origine pakistana, e da Christopher Hitchens, uno scrittore già noto per un suo velenosissimo libro contro la monarchia inglese. Senza entrare nel mondo di miseria dell’India, né in quello di fede di Madre Teresa, l’intera opera delle Missionarie della Carità viene smontata in nome della ragione, dell’efficienza e di una moralità che distingue fra benefattori buoni e cattivi. Quanto al «miracolo», è una bugia, scrive Hitchens.

Eppure basta andare a Kaligath e il «miracolo» è davanti agli occhi di tutti. Ogni mattina alle 7, una ventina di volontari si presentano alla «Casa dei morenti» per aiutare le suore. Per lo più sono occidentali, spesso studenti universitari, che, invece di passare le loro vacanze ad abbronzarsi sulle spiagge di Goa, scelgono di andare a lavorare lì. La prima volta che ci sono arrivato, anch’io per fare quell’esperienza, per cercare di capire, c’erano un tedesco impiegato di banca, una donna del mondo della moda di New York, alcune ragazze spagnole e una coppia d’italiani in viaggio di nozze. Pulivano i pavimenti, facevano il bagno ai malati, toglievano, in un "puzzo" rivoltante di escrementi, i lenzuoli sporchi e lavavano, a mano, le coperte e i materassini blu delle brande. «Questo è il posto più bello dell’India», diceva Andi, il tedesco.



«Una volta lei, Madre, ha detto che, se ci fosse di nuovo da scegliere fra la Chiesa e Galileo, lei starebbe ancora dalla parte della Chiesa. Ma non è questo un rifiuto della modernità, un rifiuto della scienza che oggi è invece la grande fede dell’Occidente?» ho chiesto. «Allora perché l’Occidente lascia morire la gente per le strade? Perché? Perché tocca a noi 135 a Washington, a New York, in tutte queste grandi città, aprire dei posti per dar da mangiare ai poveri? Diamo cibo, vestiti, rifugio, ma soprattutto diamo amore perché sentirsi rifiutati da tutti, sentirsi non amati è ancor peggio che aver fame e freddo. Questa è oggi la grande malattia del mondo. Anche di quello occidentale».

Penso a Gandhi. Anche lui non credeva che i problemi dell’umanità potessero essere risolti da una rivoluzione sociale, politica o scientifica, ma solo da una "rivoluzione spirituale". Peccato che, anche in India, quella rivoluzione non sia avvenuta. E il messaggio di Madre Teresa finirà, come quello di Gandhi, per essere dimenticato dopo la sua scomparsa? «Il futuro non è affar mio», mi ha risposto. «Nemmeno quello del suo ordine?». «No. Lui provvederà. Lui ha scelto me e allo stesso modo sceglierà qualcuno che continuerà il lavoro».
Le ricordo un sogno che lei stessa ha raccontato. Madre Teresa si presenta a San Pietro e quello, fermo sulla porta, dice: «Via, via. Questo non è un posto per te. In Paradiso non ci sono i poveracci e i "baraccati"». «Allora riempirò questo posto di quella gente, così poi avrò anch’io il diritto di venirci», gli risponde Madre Teresa. «Ora crede di avercene mandati abbastanza da aver conquistato quel diritto, Madre? Si sente vicina?» le ho chiesto. «Aspetto che mi chiami». «Non ha paura della morte?». «No. Perché dovrei? Ho visto tantissima gente morire e nessuno attorno a me è morto male».

S’era fatto tardi, e la campana era già suonata due volte per chiamare a raccolta nella cappella al primo piano le suore e i volontari per la preghiera della sera, e lei voleva andare a prendere il suo posto, inginocchiata su un pezzo di "balla". A guardarla quell’ultima volta, in mezzo alla sua gente, mi pareva che le preoccupazioni che tanti «ragionevoli» si fanno sul futuro delle Missionarie della Carità fossero superflue. Se il lavoro che lei e le suore fanno non è il «loro», ma il Suo, quel lavoro certo continuerà. Perché qui quel che più conta è credere.

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mercoledì 30 gennaio 2008 - ore 01:08


Mc 4,1-20
(categoria: " Vita Quotidiana ")




Mc 4,1-20

[1]Di nuovo si mise a insegnare lungo il mare. E si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli salì su una barca e là restò seduto, stando in mare, mentre la folla era a terra lungo la riva. [2]Insegnava loro molte cose in parabole e diceva loro nel suo insegnamento: [3]«Ascoltate. Ecco, uscì il seminatore a seminare. [4]Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e vennero gli uccelli e la divorarono. [5]Un’altra cadde fra i sassi, dove non c’era molta terra, e subito spuntò perché non c’era un terreno profondo; [6]ma quando si levò il sole, restò bruciata e, non avendo radice, si seccò. [7]Un’altra cadde tra le spine; le spine crebbero, la soffocarono e non diede frutto. [8]E un’altra cadde sulla terra buona, diede frutto che venne su e crebbe, e rese ora il trenta, ora il sessanta e ora il cento per uno». [9]E diceva: «Chi ha orecchi per intendere intenda!».[10]Quando poi fu solo, i suoi insieme ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. Ed egli disse loro: [11]«A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio; a quelli di fuori invece tutto viene esposto in parabole, [12]perché:guardino, ma non vedano, ascoltino, ma non intendano,
perché non si convertano e venga loro perdonato». [13]Continuò dicendo loro: «Se non comprendete questa parabola, come potrete capire tutte le altre parabole? [14]Il seminatore semina la parola. [15]Quelli lungo la strada sono coloro nei quali viene seminata la parola; ma quando l’ascoltano, subito viene satana, e porta via la parola seminata in loro. [16]Similmente quelli che ricevono il seme sulle pietre sono coloro che, quando ascoltano la parola, subito l’accolgono con gioia, [17]ma non hanno radice in se stessi, sono incostanti e quindi, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della parola, subito si abbattono. [18]Altri sono quelli che ricevono il seme tra le spine: sono coloro che hanno ascoltato la parola, [19]ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e l’inganno della ricchezza e tutte le altre bramosie, soffocano la parola e questa rimane senza frutto.[20]Quelli poi che ricevono il seme su un terreno buono, sono coloro che ascoltano la parola, l’accolgono e portano frutto nella misura chi del trenta, chi del sessanta, chi del cento per uno».




La fede è iniziativa del seminatore che getta il seme della Parola. Nella nostra vita interiore è sempre Dio a partire per primo. La nostra fede è risposta a un’iniziativa, è accoglienza, è conversione nel senso di renderci conto di qualcuno che ci guarda. E ci ama. L’iniziativa di Dio è sempre gratuita e abbondante. Chi di voi seminerebbe in mezzo ai sassi? Chi di voi sprecherebbe del seme gettandolo sull’asfalto? Dio lo fa. Sa che alle volte il miracolo accade e che anche il cuore più indurito può aprirsi all’accoglienza della Parola. Non è straordinario? Dio è un idealista, ci conosce e ci ama e vuole in ogni modo incontrare ciascuno di noi. Gesù ci ricorda la presenza del maligno che è una realtà sempre presente nella nostra vita interiore: esiste una presenza oscura che ci ostacola e con cui dobbiamo fare i conti. Ma: che terreno siamo? L’analisi che Gesù fa delle tre situazioni è straordinaria. Il primo terreno è poco profondo, e rappresenta chi è incostante, chi si entusiasma subito e alla prima difficoltà molla tutto. Vi ci ritrovate? L’entusiasmo è essenziale alla fede ma va calato nel quotidiano: quante persone ho visto mollare tutto dopo un cambio di parroco o un trasferimento! Attenti alla costanza! Il secondo terreno è un terreno più profondo ma che viene soffocato dalle spine. E Gesù si premura di descrivere queste spine: preoccupazioni e angustie della vita. Quando, cioè, il vangelo non riesce a riempire il nostro cuore di serenità e ci lasciamo travolgere dalle cose concrete. Quante volte incontro gente che mi dice con un sorriso bonario: "Don Paolo, dici bene tu, ma la realtà è ben diversa! Un conto è il vangelo, un conto è la vita!". No, amici. Se la fede non cambia la concretezza della nostra vita, il vangelo è un’illusione. Se il Cristo non incide almeno un poco nei nostri giudizi, perché credere? Infine l’ultimo terreno. Chi ci si ritrova? Sfido chiunque a dire: "Sì, è vero, modestia a parte io sono un buon terreno!". Allora? Vi dico un’interpretazione che mi è piaciuta molto: è terreno buono chi di noi si è trovato, almeno un poco, in uno dei tre precedenti terreni. Chi si è sentito trafiggere il cuore e ha detto: "Signore, è vero: il mio cuore è duro come la pietra, sono scostante e troppo preso dalle mille occupazioni". Allora sì, abbiamo qualche possibilità di portare frutto perché viviamo nell’autenticità.
Semina ancora la tua parola con abbondanza nei nostri cuori, Signore!
Qumran,net Omelia di don Paolo Curtaz







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martedì 29 gennaio 2008 - ore 01:05


Mc 3,31-35
(categoria: " Vita Quotidiana ")



Mc 3,31-35
[31]Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. [32]Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: "Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano". [33]Ma egli rispose loro: "Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?". [34]Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: "Ecco mia madre e i miei fratelli! [35]Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre".

Gesù e i suoi "fratelli"
di Gianfranco Ravasi
(da Avvenire, Agora’, 24 novembre 2002)


Tutti i giornali hanno dato notizia di un articolo apparso sul numero di ottobre-novembre 2002 della Biblical Archaeology Review in cui un noto studioso francese, André Lemaire, informava sulla scoperta dell’iscrizione aramaica: “Giacomo, figlio di Giuseppe, fratello di Gesù”, incisa sul lato di un’urna funeraria databile al I sec. d.C. e appartenente a una collezione privata. In attesa di una documentazione più ampia e specifica (la rivista in questione, anche se settoriale, è divulgativa), l’attenzione s’è spostata sull’antica questione dei “fratelli” di Gesù.

Ricostruiamo gli antefatti storici della questione, partendo da un paio di passi marciani. Gesù passa dal suo villaggio, Nazaret. E’ sabato e va da buon ebreo in sinagoga ove tiene un discorso che impressiona tutti. Scattano subito le reazioni tipiche di un piccolo paese e lo stupore si trasforma in ironia e sospetto: “Da dove gli vengono queste doti? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui con noi?” (Mc 6, 2-3).

Fin dalle origini cristiane ci si è interrogati proprio sull’identità di questi “fratelli e sorelle” rispetto ai quali Gesù sembra prendere le distanze anche in un’altra occasione. Un giorno, infatti, gli comunicano: “Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano!” E Gesù: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?” Poi, dopo aver girato lo sguardo sugli uditori, continua: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi fa la volontà di Dio, costui è per me fratello, sorella e madre” (Mc 3, 31-35).

Anche lo storico giudaico Giuseppe Flavio (I sec.) nella sua opera Antichità giudaiche (XX, 200) parla di Giacomo, responsabile della Chiesa di Gerusalemme, come di un “fratello di Gesù detto il Cristo”. Una prima e antica identificazione di questi “fratelli” appare in uno scritto apocrifo (cioè non accolto nel Canone delle Sacre Scritture) composto nel II secolo, il cosiddetto Protovangelo di Giacomo. In esso Giuseppe, al momento del matrimonio con Maria, confessa: “Ho figli e sono vecchio, mentre lei è una ragazza!” (9,2). I “fratelli” di Gesù sarebbero per quest’opera “fratellastri”, nati da un precedente matrimonio di Giuseppe.

Sempre nel II secolo un autore cristiano di origine palestinese, un certo Egesippo, nelle sue Memorie parla di “parenti” di Gesù che furono processati dai Romani sotto l’imperatore Domiziano, quindi sul finire del I secolo. Questa tesi fu accolta anche dal famoso traduttore latino della Bibbia, san Girolamo, che nei “fratelli” e nelle “sorelle” di Gesù vide in pratica i cugini, cioè gli appartenenti al clan familiare di Maria. Egli sostenne questa tesi nell’opera De perpetua virginitate polemizzando aspramente contro un tale Elvidio, suo contemporaneo (IV secolo), che affermava trattarsi invece di figli avuti da Maria e Giuseppe successivamente rispetto a Gesù, tesi sostenuta anche da alcuni esegeti moderni.

Uno degli argomenti addotti era la frase del Vangelo di Luca in cui si dice che Maria “diede alla luce il suo primogenito”, Gesù (2, 7). E’, però, da notare che il termine “primogenito” ha di per sé valore giuridico e sottolinea i diritti biblici connessi alla primogenitura. Curiosamente in un documento aramaico del I secolo si parla di una madre (di nome Maria essa pure) che morì dando alla luce “il suo figlio primogenito”.

L’esegesi storico-critica moderna ha fatto notare poi che nell’aramaico o nell’ebraico il termine “fratello” (’aha’ e ’ah’ ) indica sia il fratello, sia il cugino, sia il nipote, sia l’alleato: nella Genesi Abramo chiama il nipote Lot “fratello” (13, 8), come fa Labano col nipote Giacobbe (29, 15). Inoltre l’espressione “fratelli del Signore” nel Nuovo Testamento (Atti 1, 14; 1Corinzi 9, 5) designa un gruppo ben definito, quello dei cristiani di origine giudaica legati al clan nazaretano di Cristo. Essi costituirono una specie di comunità a sé stante, dotata di una sua autorevolezza al punto tale da poter proporre un proprio candidato come primo “vescovo” di Gerusalemme, Giacomo (Atti 15, 13; 21, 18). Nel brano sopra citato (Marco 3, 31-35) Gesù sembra ridimensionare i loro privilegi e ridurli all’orizzonte più generale e più significativo della fedeltà alla volontà del Signore. Per altro essi non sono mai chiamati, come Gesù “figli di Maria”.

A questo punto, però, entra in scena la nostra iscrizione ove si avrebbe “figlio di Giuseppe” e quindi si inviterebbe a considerare Giacomo come fratello carnale di Gesù, magari come figlio avuto da Maria dopo aver generato Gesù. Prescindendo dal discorso teologico sulla verginità di Maria attestata dalla fede cristiana antica, e rimanendo nell’ambito puramente storico-critico, bisogna essere in realtà molto cauti. Lo stesso Lemaire riconosce che “tenendo conto del numero di abitanti di Gerusalemme (ca. 80.000) e dell’onomastica dell’epoca, vi potevano essere almeno una ventina di Giacomo che avevano un padre chiamato Giuseppe e un fratello denominato Gesù”, trattandosi di nomi comunissimi. Supponendo pure che l’espressione “fratello di Gesù” – piuttosto inattesa in un’epigrafe funeraria – sia stata introdotta proprio per rimandare a Cristo, figura nota, non si potrebbe però storicamente escludere né la tesi della paternità solo legale di Giuseppe nei confronti di Gesù, paternità attestata dal Vangelo di Matteo, né la tesi di una precedente prole di Giuseppe, attestata dall’antica tradizione apocrifa.
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lunedì 28 gennaio 2008 - ore 00:29


Mc 3,22-30
(categoria: " Riflessioni ")


S. Tommaso d’Aquino (m)
2Sam 5,1-7.10; Sal 88; Mc 3,22-30

22 Ma gli scribi, che erano discesi da Gerusalemme, dicevano: "Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del principe dei demòni". 23 Ma egli, chiamatili, diceva loro in parabole: "Come può satana scacciare satana? 24 Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non può reggersi; 25 se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersi. 26 Alla stessa maniera, se satana si ribella contro se stesso ed è diviso, non può resistere, ma sta per finire. 27 Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire le sue cose se prima non avrà legato quell`uomo forte; allora ne saccheggerà la casa. 28 In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; 29 ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna". 30 Poiché dicevano: "E` posseduto da uno spirito immondo".

Gesù si trova di fronte un gruppo di persone che gli sono avversari: gli scribi.. Questi gruppi, ripetutamente, tramavano piani contro Gesù, cercavano di metterlo in difficoltà rispetto alla legge mosaica che regolava ritmi sociali e prescriveva riti religiosi ben codificati. Nella pericope di Marco viene riportata una nuova accusa rivolta a Gesù. Gli si rimproverava di essere indemoniato, un uomo posseduto dal principe dei demòni, capace a sua volta di scacciare i suoi simili in virtù del sommo potere demoniaco. Gesù, quindi, pur mascherandosi molto bene, non può essere ritenuto il Messia, anzi, è l’esatto opposto: è un diavolo, capace di dividere il popolo di Dio. L’assurdità dell’accusa rivolta dagli scribi e facilmente smascherata dal Figlio dell’uomo suonava già agli ascoltatori di Gesù come il tentativo di mostrarlo non certo come il mediatore della salvezza, un ponte capace di collegare l’uomo con Dio quanto un uomo il cui compito era di allontanare il popolo di Israele dal patto con IHWH. Le parole pronunciate da Gesù sono forti e lanciano un messaggio di grande speranza. Pur nelle difficoltà in cui ci imbattiamo quotidianamente e nella piena consapevolezza della nostra incapacità di mantenerci fedeli alla risposta della chiamata del Figlio dell’uomo, ebbene, Gesù ci conforta quando dice In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati.
Per accedere alla salvezza non possiamo sperare che Gesù intervenga d’autorità. Può farlo. Ma la libertà inaugurata dall’avvento del Regno di Dio richiede da parte nostra la volontà di partecipare all’iniziativa divina, ci è chiesta la conversione del cuore e la disponibilità a rinnovare l’alleanza mai tradita dal Figlio dell’uomo e sempre infranta da noi tutti. Solo chi avrà bestemmiato lo Spirito Santo non potrà essere perdonato. L’espressione di Marco può suggerire diverse letture, ma ribadisce che solo l’ostinato e continuo rifiuto alla chiamata di Dio può portare l’uomo sull’orlo della dannazione. Sappiamo che Gesù busserà sempre e instancabilmente alla porta del nostro cuore: dipende da noi aprirla. Non ci rimane che pregare come suggeriva il sacerdote e dottore della Chiesa, San Tommaso D’Aquino di cui oggi facciamo memoria: chiedere il dono di non chiudere mai e in nessun momento, le porte del nostro cuore a Dio, conducendo una vita segnata dal desiderio di poter incontrare, prima o poi, l’Autore della vita. FONTE /size]



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