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STO LEGGENDO


E’ più esatto dire che...li sto rileggendo... [Pierre Riches]- La Fede è un bagaglio lieve;
D. Qual è l’atteggiamento più giusto per vivere una fede? R. Non avere mai tesi a priori o accettate ciecamente. Continuare a ragionarci sopra criticamente, cercando di capire la ragion d’essere di ciò che propone la fede e, se è il caso, rivedere le proprie tesi, perché solo così si può trovare la verità e sottoporla a verifiche e riprove.D. Gesù non dice nulla dell’Aldilà,perché? R. Sarebbe disastroso se ci avesse detto che non ci sono i cinema ma i semafori sì


- La vita segreta delle api [Sue Monk Kidd]


Maestro insegnaci a pregare [Padre Andrea Gasparino]Ogni "novità" di P. Gasparino è attesa ed accolta con gioia, come un "dono", da tantissimi giovani ed educatori. [...] In questo libro ritornano (ed era naturale) i temi cari a P. Gasparino [...] sono riprese, quasi alla lettera, molte delle riflessioni già pubblicate in un precedente volume della Elle Di Ci: La preghiera del cuore. ’’Pregare e’ un dono grande ed esigente. Non consiste nell’apprendimento di alcuna nozione: la preghiera e’ una vita.’’


Le omelie di Padre Aldo Bergamaschi
www.padrebergamaschi.com [...]il cristianesimo non è attuato o forse è attuato nelle singole persone, però appena usciamo dalla singolarità, o nella famiglia o nel sociale, vediamo tutto andare a pezzi, non c’è nemmeno l’ombra del Messaggio di Gesù. Questo sarà oggetto delle mie predicazioni future. Ciò accade - e la mia spiegazione resta ferma – perché il cristianesimo è caduto al rango di religione e non perché non è una rivelazione.[...]

Gli opuscoli di Padre Tornese
Li ho messi online tutti e 23





Sulla strada di Emmaus

Polvere... Incontri... Provocazioni...


’’Strada Statale Gerusalemme – Emmaus: siamo al tramontar della prima Pasqua.
Due viandanti - Cleopa e un altro - riflettono mesti. Tema di drammatica attualità: la morte di Gesù di Nazareth. Si parla di ciò che sta a cuore. Sta a cuore ciò che si cerca. Si cerca ciò che si ama.
Conclusione: ripercorrono un Amore.
Il Risorto s’accosta ma non li folgora: li istruisce e conforta. Li ha cercati e raggiunti per rincuorarli, correggerli e illuminarli.
Ma non attacca il discorso: varca la soglia con dolcezza, con una interrogazione semplice, discreta. "Di che cosa stavate discutendo lungo la via?" (Lc 24,17).
Converge sulla loro mestizia. L’incoraggia a parlare. Si conquista la fiducia.
Fa finta di volersene andar. Fa finta: piacevole un Dio che... Fa finta !
Entrano nella locanda. Lui spezza il pane: brividi che corrono sulla pelle.
Un messaggio in codice! Poi scompare.
E i due? Avevano iniziato il loro cammino con il passo stanco e depresso, adesso partono senza indugio, di corsa, verso Gerusalemme, ansiosi di dire a tutti che l’Amico è risorto: loro lo hanno incontrato.
Stanchi di camminare, iniziano a correre: contraddizioni tutte divine!

Ho comprato un pezzo di terra verso Emmaus.
Fra poco ti apro la porta.’’
don Marco Pozza



Dalla Parte dei Bambini

AMS ONLUS (associazione per la mobilitazione sociale)




Una Suora per Amica

[...]’’Uno dei luoghi della Terra Santa che mi sono rimasti più impressi è la "roccia dell’agonia". E’ una parte di roccia irregolare che spunta nel bel mezzo del presbiterio della Basilica delle Nazioni nell’Orto degli Ulivi. Lì ho potuto passare diversi minuti di preghiera con le mie mani appoggiate su quel sasso, quasi tentando di aggrapparmici, e ancora oggi, tre anni dopo, se chiudo gli occhi e ci penso, mi pare di avere le mani appoggiate in quel luogo dove Gesù ha sudato sangue e ha fatto la sua preghiera più difficile e straziante, chiedendo al Padre non di non soffrire ma di poter avere il suo aiuto se la sofferenza era nel suo progetto d’amore.’’[...]








WWW.IMITAZIONEDICRISTO.IT


Movimento dei Focolarini




"Nessuno sapeva quale sarebbe stato lo sviluppo di quest’opera: le circostanze verificatesi man mano l’hanno svelato. Anche la struttura del movimento più che suggerita da idee umane
è stata ispirata da un carisma, cioè da un dono di Dio"

"Vedi, io sono un’anima che passa per questo mondo.
Ho visto tante cose belle e buone e sono sempre stata attratta solo da quelle.
Un giorno (indefinito giorno) ho visto una luce. Mi parve più bella delle altre
cose belle e la seguii. Mi accorsi che era la Verità."

Chiara Lubich


HO VISTO

Ipocrisia - Apparenza
Non fidarsi mai delle apparenze, neppure quando si tratta di devozione! Anche i cammelli si inginocchiano, anche i fonografi recitano preghiere e laudi, anche gli affettatori di cipolle piangono, anche i cani cadono in estasi . (Gianfranco Ravasi, Avvenire 9/9/2000).

n.b. La comprensione in Cristo va ’’oltre’’ e si domanda il perchè non solo delle cose ma anche dei comportamenti indotti da una cultura cristiana superficiale e la conseguente afonia del messaggio cristiano.


Questa rubrica dovrebbe intitolarsi ’’ ho Ri-visto’’ ho ri-visto un film che ri-vedrei per altre 200 volte per ri-scoprire ogni volta che è proprio una bella storia,’’ Pomodori verdi fritti alla fermata del treno ’’ Pomodori verdi fritti... La trama: Negli anni Trenta, nel profondo e razzista Sud degli Stati Uniti, le regole della società tradizionale imbrigliano senza pietà le donne ed i neri, avvilendone le speranze di emancipazione e occludendone gli spiragli di riscatto. Fra i tavoli del Whistle Stop Cafè, gestito dalla ribelle Idgie e dalla delicata Ruth, spuntano i germogli della lotta non violenta per il riconoscimento di eguali diritti, accanto ai piatti della specialità della casa serviti caldi: fette di pomodori verdi infarinate e rosolate nel grasso. La storia del legame d’amicizia fra le due giovani donne dell’Alabama irrompe in forma di racconto nella conoscenza fra una ottuagenaria che vive in un ospizio ed una signora frustrata a causa d’un matrimonio sonnecchiante. Mansueta ed apparentemente a proprio agio nella cornice d’un menàge che galleggia sulla consuetudine più desolante, Evelyn si dimostra allieva volenterosa d’una lezione di vita vecchia di sessant’anni, ma più che mai giovane, [...] Recensione di :Simona D’Alessio


Dalle interviste di pif a youtube ’’l’esperienza di Suor Anna’’
Suor Anna su Youtube



Sono entrati con prepotenza nel mio cuore due film che ho guardato in questi giorni, li inserirò nei miei classici preferiti e intramontabili, ho pianto come la fontana di Trevi prima che la colorassero di rosso
Into the wild
‘’ Il film racconta la storia del giovane idealista Christopher McCandless che, abbandonata la vita normale di tutti i giorni, va a vivere nella selvaggia Alaska. ‘’ il film è ispirato da una storia vera Il Trailer


Ogni cosa è illuminata
’’Un esordiente nel cinema, Liev Schreiber, mette in schermo un esordiente della letteratura, J.S. Foer, un ebreo americano che racconta a sua volta di uno studente americano deciso a trovare in Ucraina la donna che salvò suo nonno dalla furia nazista.’’ Recensione e storia del film
Il Trailer




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ORA VORREI TANTO...


Le parole sono preziose, ma più prezioso è il silenzio "
"Che valore ha il buon senso, se non viene in mio soccorso prima che io pronunzi una parola! "
Hazrat Inayat Khan





Non stare davanti a me,
potrei non seguirti;
non stare dietro di me,
potrei non esserti di guida;
ma, sta al mio fianco e
sii semplicemente mio amico.

Albert Camus



STO STUDIANDO...



OGGI IL MIO UMORE E'...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







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domenica 27 gennaio 2008 - ore 00:13


Mt 4,12-23
(categoria: " Riflessioni ")



S. Angela Merici (mf)
Is 8,23b-9,3; Sal 26; 1 Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23 -

Mt 4,12-23
Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.



"Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio " (Sal 83, 5).



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sabato 26 gennaio 2008 - ore 00:03


Lc 22,24-30
(categoria: " Riflessioni ")



Ss. Timoteo e Tito (m)
2Tm 1,1-8 o Tt 1,1-5; Sal 88; Lc 22,24-30

Lc 22,24-30

24 Sorse anche una discussione, chi di loro poteva esser considerato il più grande. 25 Egli disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. 26 Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve. 27 Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve.
28 Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; 29 e io preparo per voi un regno, come il Padre l’ha preparato per me, 30 perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno e siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele.


"Chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve"


www.verdesperanza.org L’uomo è per sua natura un pellegrino, un viaggiatore, lo è stato nei secoli più antichi, quando c’era solo il cavallo o la barca, lo è oggi con tutti i mezzi di trasporto più moderni. Fa parte della sua natura essere cercatore, scopritore, contemplatore del creato, della natura. Soprattutto è viandante perché ha dentro di sé una forza incoercibile che è quella di far sapere, di comunicare, di rendere partecipe l’altro della gioia che vive. L’uomo non è fatto per tenere per sé, ma per offrire e trova la sua gioia nel condividere.

Dai poco se doni le tue ricchezze,
ma se dai te stesso, tu doni veramente.
Vi sono quelli che danno con gioia
e la gioia è la loro ricompensa.
Nelle loro mani Dio parla
e dietro i loro occhi
Egli sorride alla terra.
E’ bene dare se ci chiedono,
ma è meglio capire
quando non ci chiedono nulla.
E per chi è generoso,
cercare il povero è una gioia più grande che donare
poiché, chi è degno di bere al mare della vita
può riempire la coppa alla tua breve corrente.
E voi che ricevete – e tutti ricevete –
non lasciate che la gratitudine vi opprima
per non creare un giogo in voi e in chi vi ha dato.
Piuttosto, i suoi doni
siano le ali
su cui volerete insieme.
Gibran)





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venerdì 25 gennaio 2008 - ore 07:50


Ricordati di non dimenticare,,,
(categoria: " Riflessioni ")



Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case

Questa poesia costituisce la Prefazione di “Se questo è un uomo”.
Essa riassume in sé il contenuto del libro stesso e la sua funzione di testimonianza e di ammonimento per le generazioni future.



“Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:


Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.”


(Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1976, p.1)


La storia dovrebbe ricordare agli uomini i propri errori…
Oggi voglio ricordare la grande lucidità di questa ragazza che in condizioni davvero non favorevoli, scrive il suo diario e gli avvenimenti della sua famiglia in maniera nitida, forse con l’entusiasmo tipico dei ragazzi della sua età, col trasporto dirompente di chi ha qualcosa da dire, forse ancora prima che venga qualcuno ad impedirglielo, un entusiasmo non avvelenato dai drammi della guerra…nonostante la sua vita in quel periodo, lei e la sua famiglia erano costretti a nascondersi a causa delle persecuzioni razziali. Viviamo tutto in maniera davvero lontana, oggi, non possiamo lontanamente immaginare cos’è stato il nazismo, e cosa sono stati i campi di concentramento, tutti conoscono Anna Frank, non mi sembra necessario quindi produrre anche se breve, una biografia essenziale, che comunque potete trovare QUI’
Il motivo e il pretesto, è che anche qui in questo tread isolato e collegato .... è giusto secondo me ricordare un opera letteraria di gran rilievo, una scrittrice nel suo unico ineguagliato ed inestimabile lavoro di testimonianza di una vita quotidiana come tante in quel contesto. Il suo ‘’scrivere’’ distaccato dai drammi della guerra, i suoi gesti, le sue abitudini, le liti, le piccole discussioni, l’affetto del Peter, come volesse con questa stesura…allontanare in qualche modo il terrore di essere scoperta in quell’alloggio segreto, come fosse diverso il mondo visto da lì, e comunque l’abbandonava mai la consapevolezza del male terribile della guerra


“È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità”.

Pochi giorni dopo i tedeschi irrompono nell’alloggio segreto Anna Frank viene portata in un campo di concentramento (Bergen Belsen) muore di tifo otto mesi più tardi.
Pagine dedicate alla memoria dell’olocausto





QUEL DILEMMA SUL PERDONO




di GIORGIO BOCCA
21-09-2005

Il 12 aprile del 2003 Simon Wiesenthal, l´uomo che aveva dedicato la vita alla caccia dei criminali nazisti, diceva: «Il mio lavoro è fatto. Se ci sono ancora criminali nazisti che non ho trovato sono troppo vecchi e fragili per sostenere un processo». Il suo motto era «giustizia mai vendetta», il motto di un architetto ebreo che nel 1945 venne assunto dal War Crime Section americano per raccogliere prove, documenti, nomi di nazisti colpevoli di delitti contro l´umanità, per fornire una testimonianza al processo di Norimberga. Era necessaria la testimonianza raccolta da un ebreo tenace e instancabile come Wiesenthal per affermare davanti alla storia che quel crimine spaventoso, incredibile contro l´umanità era davvero avvenuto? La rilevanza del personaggio Wiesenthal più che alla sua opera si affida alla domanda che essa pone a tutti noi: il perdono ha un senso? Il bisogno di giustizia spiega una caccia all´uomo senza esitazioni e senza eccezioni? Una risposta netta e convincente non esiste, più delle ragioni contano le formazioni culturali, religiose, di chi è chiamato a rispondere. Ho incontrato Wiesenthal cinque o sei volte, l´ho per così dire seguito passo a passo nella caccia a Eichmann, il capostazione della morte, nella periferia di Buenos Aires, ma pur non essendo un cattolico credente e praticante c´è troppo cattolicesimo in me per aderire alla sua giustizia implacabile e univoca. Del resto il primo a porsi il problema del perdono, se sia possibile o no, se sincero o ipocrita, se utile o meno nella generale malvagità del mondo, è stato proprio Wiesenthal che nel 1970 scrisse nella prefazione del suo libro «Il girasole»: «Nel giugno del 1942 a Leopoli, in circostanze insolite una giovane SS che stava per morire mi confessò i suoi delitti. Voleva morire in pace dopo aver ottenuto il perdono da un ebreo. Ritenni di doverglielo rifiutare. Ne discussi poi a lungo con i miei compagni di deportazione e finita la guerra andai a trovare la madre del giovane nazista ma non trovai il coraggio di rivelarle la verità su suo figlio. Questa vicenda continuava a tormentarmi. Così decisi di rivolgere la domanda sul perdono ad alcune persone importanti di diverse nazionalità». Le risposte di queste persone importanti sono contrastanti e in buona sostanza dicono che una risposta netta e definitiva è impossibile. Primo Levi è incerto: «Lei non avrebbe potuto perdonarlo se non mentendo e infliggendo a lei stesso una terribile violenza morale. E´ chiaro tuttavia che un suo rifiuto non risolve tutto, e si capisce abbastanza bene che lei abbia conservato dei dubbi. In casi come questo il sì e il no non si possono separare con un taglio netto, qualcosa resta sempre dall´altra parte». Stefano Levi della Torre aggiunge: «Il pentimento è anche un affare. Al pentimento in extremis manca per lo più qualcosa, manca la possibilità e quindi la responsabilità di redimersi con gli atti. Qui invece ha chiamato un ebreo di nascosto che ha tradotto il proprio crimine storico in una crisi privata». Le persone che rispondono a Wiesenthal sono degli intellettuali che hanno fatto della sincerità una ragion d´essere, eppure non si può non vedere che ciascuno tira l´acqua al suo mulino, intellettuale o di vita. L´architetto Albert Speer, l´esempio più noto dell´ambiguità verso il nazismo, il più stretto collaboratore di Hitler scampato al processo di Norimberga, ci racconta un Wiesenthal diversissimo da quello che seguiva come un segugio Eichmann su un tram, nella periferia di Buenos Aires, che organizzava il suo sequestro e il trafugamento su un aereo, piratesco e illegale pur che il colpevole dell´Olocausto pendesse impiccato nella veste rossa dei condannati a morte in un carcere segreto di Israele. Il Wiesenthal incontrato da Speer nel centro di documentazione ebraica è molto diverso. «Non mi ha accusato e non mi ha buttato in faccia la sua collera, ha dimostrato clemenza e umanità. L´ho guardato negli occhi, gli occhi che avevano visto la sofferenza, il degrado, il fatalismo e l´agonia dei suoi compagni, e tuttavia quegli occhi non esprimevano odio, erano caldi e tolleranti e pieni di comprensione per le sventure altrui. Sono venuto da lei traumatizzato, gli dissi. E lei mi ha molto aiutato, come ha aiutato quella giovane SS morente quando non ha ritirato la sua mano e non l´ha rimproverato. Ogni essere umano deve portare il suo fardello. Nessuno può assumersi quello di un altro, ma il mio, dopo il nostro incontro, è diventato più leggero». E qui bisogna riconoscere a Speer l´arte dell´inganno per cui è sfuggito alle forche di Norimberga. E Paolo De Benedetti: «Se il secolo XX dovesse trasmettere al XXI un solo messaggio vorrei che fosse l´angosciosa domanda del Girasole». Forse il disagio che ho provato di fronte a Wiesenthal le volte che l´ho incontrato deriva da un diverso atteggiamento verso la giustizia. Non cattolico ma imbevuto di cattolicesimo, ho sentito nei giorni della resa dei conti della guerra partigiana, aprile del ´45, che quella giustizia non avrebbe lavato i peccati del mondo e che la voglia di fascismo sarebbe, nonostante tutto, ritornata. Mi sono sbagliato?

La breve vita di Anna Frank documentario in 5 parti



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venerdì 25 gennaio 2008 - ore 00:14


Mc 16,15-18
(categoria: " Riflessioni ")


Conversione di S. Paolo (f)
At 22,3-16 opp. At 9,1-22; Sal 116; Mc 16,15-18

(Mc 16, 15-18)

In quel tempo, apparendo agli Undici, Gesù disse loro: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti, e se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno”.

Andate: il vangelo deve correre per le strade del mondo (Mc 16, 15-18)
fonte





L’uomo è per sua natura un pellegrino, un viaggiatore, lo è stato nei secoli più antichi, quando c’era solo il cavallo o la barca, lo è oggi con tutti i mezzi di trasporto più moderni. Fa parte della sua natura essere cercatore, scopritore, contemplatore del creato, della natura. Soprattutto è viandante perché ha dentro di sé una forza incoercibile che è quella di far sapere, di comunicare, di rendere partecipe l’altro della gioia che vive. L’uomo non è fatto per tenere per sé, ma per offrire e trova la sua gioia nel condividere.

Per questo alla fine del vangelo di Marco c’è un comando perentorio di Gesù, un comando che destabilizza, che non permette di stare chiusi nel proprio egoismo, ma apre all’inedito di Dio, alla sua novità assoluta: andate. Non si può star fermi quando hai visto che è giunta la pienezza dei tempi.

Gli apostoli hanno fatto molta fatica a entrare in questo ordine di idee. Già era sembrata di averla scampata bella quando hanno saputo che Gesù era vivo, che il Sinedrio non aveva detto l’ultima parola su di Lui; grazie a Dio lo avevano incontrato risorto, dopo i giorni bui della passione e morte. Ecco, si dicono i discepoli, adesso le cose sono state ben sistemate. Si sa chi ha colpa, si sa che Gesù è risorto e questo ci dà una grande serenità. Il male non vince, gli inferi sono spalancati. Questo Gesù ci ha veramente riconciliati con le nostre radici e ci ha anche aiutato a dare alla nostra vita la sua serenità. In questo stato d’animo si sarebbero adagiati i discepoli se non avessero avuto questo comando perentorio: andate.

Non sono venuto al mondo solo per aggiornare la vostra vita religiosa, sono venuto a portare un fuoco e voglio che divampi. I confini del popolo di Israele sono troppo angusti, occorre prendere il largo; la mia casa è il mondo, la Parola deve correre ovunque, la salvezza è per tutti.

Gli apostoli capiranno come obbedire a questo comando dalla vita, dalle persecuzioni. Paolo lo capisce quando in un processo che volevano intentargli i giudei si dichiara cittadino romano e per questo ha diritto di essere giudicato a Roma dall’imperatore e parte per Roma, dove annuncia Gesù, dove il vangelo prende casa, nel cuore del mondo di allora. Il mandato di andare è la scelta di Dio di abitare il mondo, dimostrando di non abbandonare nessun popolo, nessuna nazione.



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giovedì 24 gennaio 2008 - ore 00:06


Mc 3,7-12
(categoria: " Vita Quotidiana ")




S. Francesco di Sales (m)
1Sam 18,6-9; 19,1-7; Sal 55; Mc 3,7-12
In quel tempo, Gesù si ritirò presso il mare con i suoi discepoli e lo seguì molta folla dalla Galilea. Dalla Giudea e da Gerusalemme e dall’Idumea e dalla Transgiordania e dalle parti di Tiro e Sidone una gran folla, sentendo ciò che faceva, si recò da lui.
Allora egli pregò i suoi discepoli che gli mettessero a disposizione una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero. Infatti ne aveva guariti molti, così che quanti avevano qualche male gli si gettavano addosso per toccarlo.
Gli spiriti immondi, quando lo vedevano, gli si gettavano ai piedi gridando: "Tu sei il Figlio di Dio!". Ma egli li sgridava severamente perché non lo manifestassero.


Qumran.net • La conclusione a cui si giunge alla fine di questi cinque conflitti (Mc 2,1 a 3,6), è che la Buona Novella così come era annunciata da Gesù diceva esattamente il contrario dell’insegnamento delle autorità religiose dell’epoca. Per questo, alla fine dell’ultimo conflitto, si prevede che Gesù non avrà una vita facile e sarà messo a morte. La morte spunta all’orizzonte. Decidono di farlo morire (Mc 3,6). Senza una conversione sincera non è possibile per le persone giungere ad una comprensione corretta della Buona Novella.

• Un riassunto dell’azione evangelizzatrice di Gesù. I versetti del vangelo di oggi (Mc 3,7-12) sono un riassunto dell’attività di Gesù ed accentuano un contrasto enorme. Poco prima, in Mc 2,1 a 3,6, si è parlato solo di conflitti, incluso il conflitto di vita e morte tra Gesù e le autorità civili e religiose della Galilea (Mc 3,1-6). E qui nel riassunto, appare il contrario: un movimento popolare immenso, più grande del movimento di Giovanni Battista, poiché la gente viene non solo dalla Galilea, ma anche dalla Giudea, da Gerusalemme, dall’Idumea, dalla Transgiordania, e perfino dalla regione pagana di Tiro e Sidone per incontrarsi con Gesù! (Mc 3,7-12). Tutti vogliono vederlo e toccarlo. É tanta la gente, che Gesù stesso rimane preoccupato. Corre il pericolo di essere schiacciato dalla moltitudine. Per questo chiede ai discepoli di mettere una barca a disposizione in modo che la gente non lo schiacciasse. E dalla barca parlava alla moltitudine. Erano soprattutto gli esclusi e gli emarginati che venivano da lui con i loro mali: i malati e gli indemoniati. Costoro, che non erano accolti nella convivenza sociale della società del tempo, sono accolti da Gesù. Ecco il contrasto: da un lato i capi religiosi e civili decidono di mettere a morte Gesù (Mc 3,6); dall’altro, un movimento popolare immenso che cerca in Gesù la salvezza. Chi vincerà?Gli spiriti impuri e Gesù. L’insistenza di Marco a proposito dell’espulsione dei demoni è molto grande. Il primo miracolo di Gesù è l’espulsione di un demonio (Mc 1,25).

menteAntica.net

Il primo impatto causato da Gesù è dovuto all’espulsione di demoni (Mc 1,27). Una delle cause principali dello scontro di Gesù con gli scribi è l’espulsione dei demoni (Mc 3,22). Il primo potere che gli apostoli riceveranno quando sono mandati in missione è il potere di scacciare i demoni (Mc 16,17). Cosa significa nel Vangelo di Marco scacciare i demoni?

• Al tempo di Marco, stava aumentando la paura dei demoni. Alcune religioni, invece di liberare la gente, alimentavano la paura e l’angoscia. Uno degli obiettivi della Buona Novella di Gesù è proprio quello di aiutare la gente a liberarsi da questa paura. La venuta del Regno significava la venuta di un potere più forte. Gesù è "l’uomo più forte" giunto per conquistare Satana, il potere del male, e rubargli l’umanità prigioniera della paura (Mc 3,27). Per questo Marco insiste molto sulla vittoria di Gesù sul potere del male, sul demonio, su Satana, sul peccato e sulla morte. Dall’inizio alla fine, con parole quasi uguali, ripete lo stesso messaggio: "E Gesù scacciava i demoni!" (Mc 1,26.27.34.39; 3,11-12.15.22.30; 5,1-20; 6,7.13; 7,25-29; 9,25-27.38; 16,9.17). Sembra quasi un ritornello! Oggi, invece di usare sempre le stesse parole preferiamo usare parole diverse. Diremmo: "Il potere del male, Satana, che mette tanta paura alla gente, Gesù lo vinse, lo dominò, lo conquistò, lo rovesciò dal trono, lo scacciò, lo eliminò, lo annichilì, lo abbatté, lo distrusse e lo uccise!" Ciò che Marco vuole dirci è questo: "Ai cristiani è proibito avere paura di Satana!" Dopo che Gesù risuscitò, è una mania ed è mancanza di fede chiamare in causa, ogni momento, Satana come se avesse ancora qualche potere su di noi. Insistere nel pericolo dei demoni affinché la gente ritorni in chiesa, vuol dire ignorare la Buona Novella del Regno. E’ mancanza di fede nella risurrezione di Gesù!


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mercoledì 23 gennaio 2008 - ore 00:45


A proposito di Paul Tillich....
(categoria: " Vita Quotidiana ")


" Chi è nella morsa del dubbio e della mancanza di significato non può liberarsene; ma cerca una risposta che sia valida dentro lo stato della sua disperazione, e non al di fuori. Cerca il fondamento assoluto di quello che abbiamo chiamato il ’coraggio della disperazione’. Esiste una sola risposta possibile, se non si cerca di evitare la domanda; cioè che l’accettazione della disperazione è in se stessa fede e si trova sulla linea di confine del coraggio di esistere. In questa situazione il significato della vita si riduce alla disperazione del significato della vita. Ma finchè è un atto di vita, questa disperazione è positiva nella sua negatività. " (Il coraggio di esistere, cap. VI)





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mercoledì 23 gennaio 2008 - ore 00:05


’’È lecito in giorno di sabato...’’
(categoria: " Vita Quotidiana ")



1Sam 17,32-33.37.40-51; Sal 143; Mc 3,1-6 -

Mc 3,1-6

In quel tempo, Gesù entrò di nuovo nella sinagoga. C’era un uomo che aveva una mano inaridita, e lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato per poi accusarlo.
Egli disse all’uomo che aveva la mano inaridita: Mettiti nel mezzo!. Poi domandò loro: È lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?. Ma essi tacevano.
E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse a quell’uomo: Stendi la mano!. La stese e la sua mano fu risanata.
E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.

Vorrei soffermarmi con voi sul sentimento provato da Gesù, nel vangelo di oggi, vedendo l’atteggiamento dei farisei: Egli si è rattristato per la durezza dei loro cuori. Di fronte a un fratello che soffre i farisei preferiscono l’attaccamento alla legge che la disponibilità al bene, all’amore. Uomini di fede, ma dai cuori duri. Ma, è possibile professare la fede in Dio Amore e rimanere fermi in una posizione d’indifferenza di fronte a uno che soffre o contrastare a una buona azione per una tradizione religiosa? Gesù vuole rivelarci l’atteggiamento del vero uomo religioso.

Gesù ci mette in guardia dall’indurimento del cuore che in fondo rende le nostre mani aride, secche, immobili. Il Signore è glorificato da noi quando non separiamo il culto a Dio e l’amore, la solidarietà con i fratelli che soffrono, con il bene che possimo fare sempre, ogni giorno.
fonte

" C’è in me, come in tutti, un bambino...
un bambino che sa che da qualche parte non siamo soli,
che questo mondo è immerso nei miracoli,
e che per ogni dolore c’è bellezza,
per ogni perdita c’è amore,
per ogni deserto c’è meraviglia..."

Rabbi David Wolpe
fonte



“Nulla caratterizza così bene la nostra vita religiosa come queste immagini di Dio di nostra propria fattura. Penso al teologo che non aspetta Dio perché lo possiede già, rinchiuso in una costruzione dottrinale. Penso allo studente in teologia, che non aspetta Dio, perché già lo possiede, rinchiuso in un libro. Penso all’uomo di chiesa che non aspetta Dio, perché lo possiede, inserrato in una istituzione. Penso al credente che non aspetta Dio, perché ce lo ha già, chiuso nella sua personale esperienza religiosa.

Non è facile sopportare il non-possesso di Dio, l’attesa di Dio. Non è facile predicare una domenica dopo l’altra senza elevare la pretesa di possedere Dio e di poterne disporre. Non è facile annunziare Dio ai bambini e ai pagani, agli scettici e agli atei, spiegando in pari tempo che noi stessi non possediamo Dio, ma che anche noi lo aspettiamo.

Sono persuaso che buona parte dell’ostilità contro il cristianesimo proviene dal fatto che i cristiani elevano palesemente o in modo occulto la pretesa di possedere Dio, ed hanno quindi perduto l’elemento dell’aspettazione, che era così importante per i profeti e per gli apostoli (…). Noi siamo più forti quando aspettiamo che quando possediamo. Quando possediamo Dio lo riduciamo al piccolo frammento che di lui abbiamo potuto sperimentare e comprendere, e così ne facciamo un idolo.

Soltanto praticando l’idolatria si può credere di possedere Dio. Ma quando sappiamo di non conoscerlo e siamo in attesa di lui per poterlo conoscere, allora sappiamo realmente qualcosa di lui ed egli ci ha afferrati e conosciuti e ci possiede. Allora siamo credenti pur nella nostra incredulità ed egli ci accoglie nonostante la nostra separazione da lui”

(Paul Tillich, citato in “Dialogo su Dio” di H. Zahrnt, Queriniana 1976, pag. 425).(io l’ho trovata nel BLOG di Don Franco Barbero)

link d’approfondimento
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martedì 22 gennaio 2008 - ore 00:51


Gesù è Signore del sabato
(categoria: " Riflessioni ")



S. Vincenzo (mf)
1Sam 16,1-13; Sal 88; Mc 2,23-28

Mc 2,23-28


Avvenne che, in giorno di sabato, Gesù passava per i campi di grano, e i discepoli, camminando, cominciarono a strappare le spighe.
I farisei gli dissero: “Vedi, perché essi fanno di sabato quel che non è permesso?”. Ma egli rispose loro: “Non avete mai letto che cosa fece Davide quando si trovò nel bisogno ed ebbe fame, lui e i suoi compagni? Come entrò nella casa di Dio, sotto il sommo sacerdote Abiatar, e mangiò i pani dell’offerta, che soltanto ai sacerdoti è lecito mangiare, e ne diede anche ai suoi compagni?”.

E diceva loro: “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato ”.


--- Il Vangelo è contro ogni rigidezza cieca, contro ogni fanatismo; richiede il sacrificio di se stessi, ma sempre nella luce della misericordia di Dio. Paolo scriverà nella prima lettera ai Corinzi: "Se anche dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, nulla mi giova".
In questo senso si muove il lavoro per l’unità dei cristiani. Anche la Chiesa cattolica, come ogni gruppo religioso, avrebbe la tendenza ad assolutizzare, ma ne ha coscienza e si lascia docilmente condurre dallo Spirito di Gesù sulla sua strada di misericordia. Fonte

Vedere anche il testo di questa splendida conferenza LINK



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lunedì 21 gennaio 2008 - ore 00:58


Mc 2,18-22
(categoria: " Riflessioni ")


S. Agnese (m) 1Sam 15,16-23; Sal 49; Mc 2,18-22 - Accogli, Signore, il sacrificio della nostra lode

Mc 2,18-22
[Fonte:‘’Comboni.org’’

18 Ora i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Si recarono allora da Gesù e gli dissero: "Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?". 19 Gesù disse loro: "Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. 20 Ma verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno. 21 Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo squarcia il vecchio e si forma uno strappo peggiore. 22 E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi".

La pratica del digiuno ebraico, con le sue scadenze e ritualismi, costituisce per Gesù l’occasione per un messaggio più essenziale. Il digiuno era una prassi religiosa assai diffusa tra la gente semplice, tra le guide del popolo (Mosè, Elia, Daniele...), fra i poveri di Yawéh che attendevano il Messia (Simeone, Anna: cf Lc 2). Gesù stesso lo ha praticato nel deserto, all’inizio della sua vita pubblica, ma in seguito ha preso le distanze dalle forme ufficiali di praticare il digiuno (Vangelo). Anzi, non dava peso a quanti lo accusavano di essere “un mangione e un beone” (Mt 11,19), e di sedere a tavola con pubblicani e peccatori (Mc 2,15-17; Lc 15,2).

Vi sono almeno due ragioni forti che spiegano questo distacco di Gesù da una tradizione spirituale così radicata. Anzitutto, Gesù reagisce alla mentalità corrente di allora –e anche di oggi- che l’opera buona del digiuno (come altre opere) sia la base di un merito o un diritto di salvezza da esigere di fronte a Dio. Gesù, al contrario, vuole condurre i discepoli per cammini di gratuità. E ancor più: vuole far capire che i nuovi tempi messianici sono già in atto, che il Regno è già presente, che Egli è lo sposo che invita tutti i popoli al banchetto della vita nuova (v. 19), dove viene offerto gratuitamente il vino nuovo (v. 22) dell’alleanza definitiva. La festa è già iniziata e tutti vi sono invitati: l’unica condizione per parteciparvi è aprire il cuore al dono, essere un otre nuovo, disponibile ad accogliere le sorprese di Dio, presenti in Gesù.

La conversione annunciata da Gesù all’inizio -“convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15)- vuol dire lasciare gli abiti vecchi e rammendati (v. 21) delle abitudini antiche, lasciare da parte il vino acetoso ed equivoco del passato, per accogliere il vino nuovo che è Cristo (v. 22), credere in Lui, come i primi discepoli alle nozze di Cana (Gv 2,11), indossare l’abito da festa dei figli e dei fratelli nella casa del Padre comune. In questo contesto, il digiuno, più che un atto per propiziarsi Dio, diventa un gesto di libertà dalle cose e di condivisione solidale con i fratelli che sono nel bisogno. Anche oggi l’autentico digiuno religioso-ecclesiale-solidale ha bisogno di essere riscattato da motivazioni di altro genere: digiuni come strumento di pressione politica o ideologica (scioperi della fame...), per motivi igienici ed estetici, per ragioni puramente ascetiche...

La motivazione della festa di nozze, di cui parla Gesù, è profonda: Egli è lo sposo della umanità nuova, per la cui salvezza offre se stesso, con amore integro, che non viene meno nonostante le infedeltà della sposa (l’umanità peccatrice), come canta il profeta Osea (I lettura) nel suo ostinato amore verso la sposa adultera: “Ti farò mia sposa per sempre... nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore,... nella fedeltà” (v. 21-22). Sono cinque regali di nozze che Dio porta in dote alla sua sposa, per assicurarla che Egli è capace e determinato a trasformare anche le prostitute in vergini, come commenta S. Girolamo.

Tale messaggio ha una forza rigeneratrice che riempie di gioia interiore e missionaria. A questo proposito diceva il noto teologo Paul Tillich : “Ci viene fatta, spesso e a ragione, la critica di essere i becchini di un Dio morto e non i testimoni del Dio vivente. Dobbiamo riconoscere il valore di questa critica e chiederci se la nostra mancanza di gioia dipenda dal fatto che siamo cristiani o non piuttosto dal fatto che non lo siamo veramente”. Per vocazione, diceva Giovanni Paolo II, il missionario è l’uomo/la donna delle Beatitudini. (* )

Anche Paolo, nella polemica con i suoi oppositori, aveva ben presente questo tema mentre scriveva ai cristiani di Corinto (II lettura ) , affidandosi alla loro testimonianza di vita come la miglior ‘lettera di raccomandazione’ (v. 1), anzi chiamandoli “lettera di Cristo... scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente... sulle tavole di carne dei vostri cuori” (v. 3). Le comunità erano il frutto dell’apostolato missionario di Paolo, che egli, però, non attribuisce alla sua abilità, perché “la nostra capacità viene da Dio” (v. 5) . Dovrebbe caricarci di gioiosa energia missionaria il fatto che siamo destinatari e, al tempo stesso, annunciatori di un messaggio che per definizione si chiama ‘vangelo’, cioè lieto annuncio. Come cristiani, siamo, davanti al mondo, una lettera di presentazione di Dio, veicoli della sua immagine e del suo messaggio. Incombe quindi una domanda fondamentale per la missione: quale immagine, quale volto di Dio mostriamo al mondo?


Parola del Papa
(* ) “Il missionario è l’uomo delle Beatitudini... Vivendo le Beatitudini, il missionario sperimenta e dimostra concretamente che il Regno di Dio è già venuto ed egli lo ha accolto. La caratteristica di ogni vita missionaria autentica è la gioia interiore che viene dalla fede. In un mondo angosciato e oppresso da tanti problemi, che tende al pessimismo, l’annunciatore della ‘buona novella’ deve essere un uomo che ha trovato in Cristo la vera speranza”.
Giovanni Paolo II
Enciclica Redemptoris Missio (1990) n. 91




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domenica 20 gennaio 2008 - ore 00:04


’’...Colui che toglie i peccati del mondo’’
(categoria: " Riflessioni ")




Calendario Liturgico II DOMENICA TEMPO ORDINARIO
S. Fabiano (mf); S. Sebastiano (mf)
Is 49,3.5-6; Sal 39; 1Cor 1,1-3; Gv 1,29-34 - Ecco, io vengo, Signore, per fare la tua volontà

tutte le letture bibliche di oggi

Gv 1,29-34
In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».





Omelia di: mon. Ilvo Cornaglia
Il Vangelo di questa domenica, ancora sulla lunghezza d’onda dell’Epifania (=manifestazione di Gesù), riporta la testimonianza di Giovanni Battista:
"Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse". La realtà più vera di Gesù rimane nascosta alla percezione comune. Ma un profeta, illuminato da Dio, scopre la sua identità, la sua missione e la rivela.

"Ecco l’agnello di Dio" . Un titolo notissimo, quasi logorato dall’uso. Ma in che misura è compreso il suo significato? Il termine "agnello" rimanda all’ "agnello pasquale" che, sacrificato nel tempio, veniva poi consumato nella cena pasquale, una festa notturna celebrata in famiglia. Evoca, quindi, la liberazione di Israele dalla schiavitù d’Egitto e soprattutto la redenzione messianica, di cui quella dell’Esodo era una figura. In effetti, Giovanni nel racconto della passione di Gesù sottolinea il particolare che non gli vengono spezzate le gambe e in questo fatto vede compiersi la prescrizione riguardante l’agnello pasquale:
"Non gli spezzerete alcun osso" (Gv 19, 33.36). E’ evidente il messaggio dell’Evangelista: Gesù è l’Agnello pasquale. Cioè col suo sacrificio ha operato la liberazione definitiva dell’umanità. Nel termine si coglie anche un’allusione al "Servo del Signore" che Isaia, nell’annunciare in anticipo la sua passione, paragona a un "agnello condotto al macello", aggiungendo anche che "portava il peccato di molti (= di tutti)" [Is 53, 7.12].
L’opera di questo "agnello", che dice di per sé una figura quanto mai inerme e fragile, è poderosa: "toglie il peccato del mondo"

La forza del male, che è ribellione a Dio, inimicizia contro di Lui, rifiuto egoistico di Dio e del prossimo, si esprime in un cumulo crescente di colpe personali e sociali, come un fiume in piena che si ingrossa sempre più e che nulla sembra poter arginare: questo è il "peccato del mondo", soprattutto la sua incredulità di fronte alla rivelazione di Gesù.

" "L’agnello di Dio" . - che cioè appartiene a Dio, non un agnello che l’umanità offre a Lui, ma che Dio stesso dona all’umanità - elimina, distrugge, fa scomparire il " . peccato del mondo" e quindi tutte le colpe dell’umanità che la separano da Dio. In che modo? Con la sua parola rivelatrice, cioè con la forza del suo Vangelo, e soprattutto col sacrificio della sua vita. Il verbo che è tradotto con "togliere" significa pure "caricarsi, prendere su di sé". In tal caso sarebbe chiaro il riferimento a Is. 53,12 (come sopra abbiamo mostrato).
Gesù è l’unica persona che toglie il peccato e quindi riconcilia con Dio, riporta cioè alla perfetta comunione con Lui e dona l’energia per non peccare più. Non esiste nessuna situazione di così tragica lontananza da Dio, nessun peccato così grave, che Gesù non possa cancellare e trasformare. Egli è la rivelazione della misericordia di Dio che è più forte di ogni peccato e rigenera l’uomo col perdono.
Ma c’è un altro aspetto dell’attività di Gesù più positivo ancora:

E’ "Lui che battezza nello Spirito Santo"" , cioè dona lo Spirito, effonde l’abbondanza dello Spirito Santo. Propriamente "immerge" nello Spirito Santo, cioè nella pienezza infinita della vita, dell’amore e della gioia di Dio. Ciò avviene nel battesimo cristiano. Ma più in generale si intende il dono permanente dello Spirito che il Risorto, e soltanto Lui, fa alla Chiesa e che è sgorgato dalla sua morte redentrice. C’è un legame strettissimo fra lo Spirito Santo e il perdono: cfr. la formula dell’assoluzione sacramentale: "Dio Padre di misericordia...ha effuso la Spirito Santo per la remissione dei peccati..." . Non c’è esperienza del perdono senza l’esperienza dello Spirito Santo.
Giovanni Battista fonda queste affermazioni sconvolgenti sull’esperienza da lui fatta subito dopo il battesimo di Gesù: ha "visto lo Spirito discendere e rimanere su di Lui".
(cfr. Is 11,2).

Ha capito cioè che Gesù, possedendo in pienezza lo Spirito, lo può a sua volta comunicare. Ma chi può dare lo Spirito Santo se non Dio solo? Ecco appunto l’ultima scoperta di Giovanni e quindi la sua testimonianza più alta: "Gesù è il Figlio di Dio" . Di lui aveva già precedentemente affermato la divina preesistenza: "Era prima di me".

Si avverte nelle parole di Giovanni una confessione di fede in Gesù straordinariamente ricca e profonda. Nelle azioni e titoli "vertiginosi" che il Battista applica a Gesù si coglie la sorpresa e la gioia intima del "testimone", innamorato di lui, felice di poter donare la rivelazione che ha ricevuto. Il rischio che noi corriamo è di ascoltare superficialmente tutto quanto viene attribuito a Gesù nel Vangelo, lasciandolo scivolare via e senza riflettere sul suo significato. Eppure in ogni Eucaristia tutto ciò continua ad accadere: la presenza del Messia divino preesistente, la vittoria totale sul peccato e il dono dello Spirito, che sono frutto della sua Pasqua. E noi vi siamo coinvolti.

Giovanni riconosce che la sua scoperta dell’identità di Gesù è frutto di rivelazione, è dono:
"Io non lo conoscevo", cioè prima non vedeva che l’uomo senza afferrare il mistero di Gesù, che pur era suo parente. Ma poi è stato illuminato da Dio. Così, nella nostra vita di cristiani ogni passo avanti nella comprensione di Gesù - e non si finisce mai di scoprirlo, perché è un mistero inesauribile -, ogni passo avanti nella scoperta di Lui è grazia, è dono.
Grazia e dono che, però, si accompagnano sempre a una disponibilità, a una ricerca di Lui che deve essere appassionata, insonne.

Quanti cristiani sono lontani da una conoscenza di Gesù che si avvicini a quella di cui parla Giovanni! Manifestano lacune vistose sul piano della dottrina e della prassi, e non se ne preoccupano affatto. Ritengono il cristianesimo un insieme di pratiche da assolvere, di doveri da compiere. Non sospettano che è essenziale alla vita di fede una relazione personale con Gesù. Il rapporto con una persona riconosciuta, appunto, come l’ "Agnello di Dio", l’unico donatore dello Spirito...Una dottrina si può discutere, davanti a una morale si può mercanteggiare. Ma di fronte alla persona di Gesù occorre decidersi per il sì o per il no. Non si può restare neutrali. Soltanto chi aderisce incondizionatamente a Gesù può dire come Giovanni Battista: "Ho visto e ho testimoniato...". E questa testimonianza è credibile ed è il dono più grande che possiamo offrire agli altri.

Ai cristiani di Corinto (ICor. 1,1-3: II lettura), e anche di oggi, affetti da rivalità, divisioni, indifferenza reciproca, San Paolo mette davanti agli occhi la superiore unità di tutti coloro che formano la "Chiesa di Dio,...Padre Nostro", hanno la medesima fede in Cristo ("invocano il suo nome") e gli appartengono ("santificati in Cristo...Signore nostro e loro"). "Grazia e pace a voi": è il saluto tipicamente cristiano. Più che un saluto è un annuncio gioioso, è una dichiarazione rassicurante. La "grazia" è l’amore totalmente gratuito di Dio che ha raggiunto il suo culmine nel dono di Gesù. È Lui l’amore di Dio reso visibile e sperimentabile. È Lui la "grazia". La "pace" è l’insieme di tutti i beni che si possono desiderare, la pienezza della comunione con Dio e tra gli uomini. Ancora, la "pace" è Gesù (cfr. Ef. 2,13-22).
I cristiani godono di una ineffabile realtà, che Paolo chiama "grazia e pace", godono del dono di una Persona, Gesù. È l’identità cristiana che accomuna tutti i battezzati, anche se appartengono a confessioni diverse. Come pure le accomuna la fede in Gesù, espressa mirabilmente in questa pagina di Vangelo. Gesù, come il Battista testimonia, rimane l’unico tesoro al quale tutti i cristiani, pur ancora divisi tra loro, attaccano il proprio cuore. Nella misura in cui tutti - cattolici, anglicani, protestanti, ortodossi - crescono nel rapporto con Lui, progrediscono anche nella loro appartenenza reciproca.

È quanto ci richiama il tema della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che si sta svolgendo in questi giorni (18/25 gennaio). Fu istituita proprio cento anni fa. Il tema di quest’anno è: "Pregate continuamente" (1Ts.5,17). La preghiera incessante che i cristiani- con Gesù e per mezzo di Gesù nello Spirito Santo- rivolgono al Padre comune gli uni per gli altri e, quando è possibile, insieme, fa crescere la fraternità fra di loro e manifesta sempre più la loro unità con Dio e fra di loro.






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