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STO LEGGENDO


E’ più esatto dire che...li sto rileggendo... [Pierre Riches]- La Fede è un bagaglio lieve;
D. Qual è l’atteggiamento più giusto per vivere una fede? R. Non avere mai tesi a priori o accettate ciecamente. Continuare a ragionarci sopra criticamente, cercando di capire la ragion d’essere di ciò che propone la fede e, se è il caso, rivedere le proprie tesi, perché solo così si può trovare la verità e sottoporla a verifiche e riprove.D. Gesù non dice nulla dell’Aldilà,perché? R. Sarebbe disastroso se ci avesse detto che non ci sono i cinema ma i semafori sì


- La vita segreta delle api [Sue Monk Kidd]


Maestro insegnaci a pregare [Padre Andrea Gasparino]Ogni "novità" di P. Gasparino è attesa ed accolta con gioia, come un "dono", da tantissimi giovani ed educatori. [...] In questo libro ritornano (ed era naturale) i temi cari a P. Gasparino [...] sono riprese, quasi alla lettera, molte delle riflessioni già pubblicate in un precedente volume della Elle Di Ci: La preghiera del cuore. ’’Pregare e’ un dono grande ed esigente. Non consiste nell’apprendimento di alcuna nozione: la preghiera e’ una vita.’’


Le omelie di Padre Aldo Bergamaschi
www.padrebergamaschi.com [...]il cristianesimo non è attuato o forse è attuato nelle singole persone, però appena usciamo dalla singolarità, o nella famiglia o nel sociale, vediamo tutto andare a pezzi, non c’è nemmeno l’ombra del Messaggio di Gesù. Questo sarà oggetto delle mie predicazioni future. Ciò accade - e la mia spiegazione resta ferma – perché il cristianesimo è caduto al rango di religione e non perché non è una rivelazione.[...]

Gli opuscoli di Padre Tornese
Li ho messi online tutti e 23





Sulla strada di Emmaus

Polvere... Incontri... Provocazioni...


’’Strada Statale Gerusalemme – Emmaus: siamo al tramontar della prima Pasqua.
Due viandanti - Cleopa e un altro - riflettono mesti. Tema di drammatica attualità: la morte di Gesù di Nazareth. Si parla di ciò che sta a cuore. Sta a cuore ciò che si cerca. Si cerca ciò che si ama.
Conclusione: ripercorrono un Amore.
Il Risorto s’accosta ma non li folgora: li istruisce e conforta. Li ha cercati e raggiunti per rincuorarli, correggerli e illuminarli.
Ma non attacca il discorso: varca la soglia con dolcezza, con una interrogazione semplice, discreta. "Di che cosa stavate discutendo lungo la via?" (Lc 24,17).
Converge sulla loro mestizia. L’incoraggia a parlare. Si conquista la fiducia.
Fa finta di volersene andar. Fa finta: piacevole un Dio che... Fa finta !
Entrano nella locanda. Lui spezza il pane: brividi che corrono sulla pelle.
Un messaggio in codice! Poi scompare.
E i due? Avevano iniziato il loro cammino con il passo stanco e depresso, adesso partono senza indugio, di corsa, verso Gerusalemme, ansiosi di dire a tutti che l’Amico è risorto: loro lo hanno incontrato.
Stanchi di camminare, iniziano a correre: contraddizioni tutte divine!

Ho comprato un pezzo di terra verso Emmaus.
Fra poco ti apro la porta.’’
don Marco Pozza



Dalla Parte dei Bambini

AMS ONLUS (associazione per la mobilitazione sociale)




Una Suora per Amica

[...]’’Uno dei luoghi della Terra Santa che mi sono rimasti più impressi è la "roccia dell’agonia". E’ una parte di roccia irregolare che spunta nel bel mezzo del presbiterio della Basilica delle Nazioni nell’Orto degli Ulivi. Lì ho potuto passare diversi minuti di preghiera con le mie mani appoggiate su quel sasso, quasi tentando di aggrapparmici, e ancora oggi, tre anni dopo, se chiudo gli occhi e ci penso, mi pare di avere le mani appoggiate in quel luogo dove Gesù ha sudato sangue e ha fatto la sua preghiera più difficile e straziante, chiedendo al Padre non di non soffrire ma di poter avere il suo aiuto se la sofferenza era nel suo progetto d’amore.’’[...]








WWW.IMITAZIONEDICRISTO.IT


Movimento dei Focolarini




"Nessuno sapeva quale sarebbe stato lo sviluppo di quest’opera: le circostanze verificatesi man mano l’hanno svelato. Anche la struttura del movimento più che suggerita da idee umane
è stata ispirata da un carisma, cioè da un dono di Dio"

"Vedi, io sono un’anima che passa per questo mondo.
Ho visto tante cose belle e buone e sono sempre stata attratta solo da quelle.
Un giorno (indefinito giorno) ho visto una luce. Mi parve più bella delle altre
cose belle e la seguii. Mi accorsi che era la Verità."

Chiara Lubich


HO VISTO

Ipocrisia - Apparenza
Non fidarsi mai delle apparenze, neppure quando si tratta di devozione! Anche i cammelli si inginocchiano, anche i fonografi recitano preghiere e laudi, anche gli affettatori di cipolle piangono, anche i cani cadono in estasi . (Gianfranco Ravasi, Avvenire 9/9/2000).

n.b. La comprensione in Cristo va ’’oltre’’ e si domanda il perchè non solo delle cose ma anche dei comportamenti indotti da una cultura cristiana superficiale e la conseguente afonia del messaggio cristiano.


Questa rubrica dovrebbe intitolarsi ’’ ho Ri-visto’’ ho ri-visto un film che ri-vedrei per altre 200 volte per ri-scoprire ogni volta che è proprio una bella storia,’’ Pomodori verdi fritti alla fermata del treno ’’ Pomodori verdi fritti... La trama: Negli anni Trenta, nel profondo e razzista Sud degli Stati Uniti, le regole della società tradizionale imbrigliano senza pietà le donne ed i neri, avvilendone le speranze di emancipazione e occludendone gli spiragli di riscatto. Fra i tavoli del Whistle Stop Cafè, gestito dalla ribelle Idgie e dalla delicata Ruth, spuntano i germogli della lotta non violenta per il riconoscimento di eguali diritti, accanto ai piatti della specialità della casa serviti caldi: fette di pomodori verdi infarinate e rosolate nel grasso. La storia del legame d’amicizia fra le due giovani donne dell’Alabama irrompe in forma di racconto nella conoscenza fra una ottuagenaria che vive in un ospizio ed una signora frustrata a causa d’un matrimonio sonnecchiante. Mansueta ed apparentemente a proprio agio nella cornice d’un menàge che galleggia sulla consuetudine più desolante, Evelyn si dimostra allieva volenterosa d’una lezione di vita vecchia di sessant’anni, ma più che mai giovane, [...] Recensione di :Simona D’Alessio


Dalle interviste di pif a youtube ’’l’esperienza di Suor Anna’’
Suor Anna su Youtube



Sono entrati con prepotenza nel mio cuore due film che ho guardato in questi giorni, li inserirò nei miei classici preferiti e intramontabili, ho pianto come la fontana di Trevi prima che la colorassero di rosso
Into the wild
‘’ Il film racconta la storia del giovane idealista Christopher McCandless che, abbandonata la vita normale di tutti i giorni, va a vivere nella selvaggia Alaska. ‘’ il film è ispirato da una storia vera Il Trailer


Ogni cosa è illuminata
’’Un esordiente nel cinema, Liev Schreiber, mette in schermo un esordiente della letteratura, J.S. Foer, un ebreo americano che racconta a sua volta di uno studente americano deciso a trovare in Ucraina la donna che salvò suo nonno dalla furia nazista.’’ Recensione e storia del film
Il Trailer




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Le parole sono preziose, ma più prezioso è il silenzio "
"Che valore ha il buon senso, se non viene in mio soccorso prima che io pronunzi una parola! "
Hazrat Inayat Khan





Non stare davanti a me,
potrei non seguirti;
non stare dietro di me,
potrei non esserti di guida;
ma, sta al mio fianco e
sii semplicemente mio amico.

Albert Camus



STO STUDIANDO...



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ORA VORREI TANTO...



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sabato 19 gennaio 2008 - ore 01:13


La vocazione di Matteo
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Marco 2,1-12


Marco 2,13-17.

Uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli li ammaestrava.
Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Egli, alzatosi, lo seguì.
Mentre Gesù stava a mensa in casa di lui, molti pubblicani e peccatori si misero a mensa insieme con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano.
Allora gli scribi della setta dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Come mai egli mangia e beve in compagnia dei pubblicani e dei peccatori?».
Avendo udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori».!”



padre Lino Pedron
Sabato della I settimana del Tempo Ordinario (Anno I) (18/01/2003)
Vangelo: Mc 2,13-17 fonte)


Gesù chiama Levi, un peccatore, un pubblicano, un lontano dal regno di Dio. Non ci può essere dimostrazione più evidente che la vocazione è un fatto gratuito, un’azione creatrice. Quando Dio chiama, crea nel chiamato la forza per rispondere: lo fa su misura per la missione a cui lo destina.

Dio non vuole l’emarginazione di nessuno. Ogni peccatore può trovare la via del bene se i buoni sanno convivere e banchettare con lui. La missione di Gesù, e quindi anche della Chiesa, non è quella di alzare barriere di protezione, ma di abbatterle per mescolarsi col mondo. Una società che emargina i traviati, non è una società cristiana.

L’atteggiamento di Gesù che siede a tavola coi peccatori pubblici, coi collaborazionisti della potenza occupante (l’impero romano), coi rinnegati e gli scomunicati, ai farisei risulta ripugnante. Essi, uomini pii e giusti, credono di avere il monopolio dell’amore di Dio; ma la bontà del Signore che si manifesta nei gesti di Gesù, sovverte tutte le loro teologie e la loro giustizia. Devono ancora imparare una verità fondamentale: la religione è serva di tutti e non è padrona di nessuno.

Gesù si presenta come il medico, colui che è capace di accostarsi alla malattia degli uomini senza esserne contagiato, ma, al contrario, distruggendola.

"Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori" dice Gesù. Ma sulla terra "non c’è nessun giusto, neppure uno" (cfr Sal 14), perché "tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio" (Rm 3,23). Il Signore quindi è venuto per noi: è il medico e il salvatore di tutti. Però lo accolgono solo quelli che sanno di essere malati e perduti. I giusti restano sempre nella lista d’attesa della salvezza, finché non si riconoscono peccatori.

In questo brano abbiamo due scene strettamente collegate: la chiamata di Levi e il pasto con i peccatori. La prima insegna che il nostro peccato non impedisce la chiamata di Gesù. Il pasto con i peccatori mostra la pazienza che Gesù ha verso chi lo segue, ma non ha ancora rotto del tutto con il male.

Mangiando e bevendo con gli uomini, Gesù rivolge a tutti la sua parola di salvezza e non esclude nessuno dalla propria compagnia. Per lui non esiste separazione tra "santi" e "peccatori". Egli sa che coloro che hanno sperimentato il vuoto della vita "mondana", spesso si dischiudono più facilmente all’invito di Dio e sono capaci di un più grande amore verso Dio e verso gli uomini di coloro che osservano grettamente la legge (cfr Lc 7,36-50; 10,1-10; 18,10-14).

L’eucaristia, di cui il pasto è immagine, non è solo cibo dei perfetti e dei meritevoli, ma è soprattutto medicina dei deboli e sostegno degli sfiduciati. Per questo accediamo alla comunione con lui dicendo: "Signore, non sono degno".

Gesù è il medico venuto a portare la medicina unica e universale: la misericordia del Padre. Egli è l’amore gratuito, la cui grandezza non è proporzionale ai meriti, ma al bisogno. Anzi, supera lo stesso bisogno perché il perdono è il super-dono, una misericordia infinitamente più grande del nostro peccato. La salvezza è accogliere questa misericordia, sorgente della vita nuova di Dio.

Gli scribi e i farisei, che volevano essere maestri della vera religione, non erano neppure discepoli di essa. Pretendevano di essere giusti perché osservavano tutte le leggi di Dio, tranne quella più importante, che rende gli uomini simili a Dio: amare tutti con il suo stesso amore, che è direttamente proporzionale alla nostra non amabilità.

La domanda degli scribi e dei farisei viene rivolta ai discepoli; la risposta però viene da Gesù. Questo è il modo proprio di procedere della Chiesa: ogni questione che le si presenta deve trovare solo in Gesù la risposta. La nuova legge, quella insuperabile e definitiva, è Cristo, ciò che lui ha detto e ha fatto.

Dobbiamo trattare i peccatori come ha fatto lui. Egli detesta il male proprio perché ama il malato. Odia il peccato perché ama il peccatore. Quando ameremo i fratelli con la tenerezza infinita del Padre, partendo dagli ultimi, allora sarà perfetto anche in noi l’amore del Figlio, e saremo come lui. Solo l’amore gratuito e misericordioso di Dio salva tutti..





- PERMALINK



venerdì 18 gennaio 2008 - ore 01:44


Marco 2,1-12
(categoria: " Riflessioni ")


Dal Vangelo secondo Marco 2,1-12


Dopo alcuni giorni Gesù entrò di nuovo a Cafarnao. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola.
Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. Non potendo però portaglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov’egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: “Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati”.
Erano là seduti alcuni scribi che pensavano in cuor loro: “Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?”
Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: “Perché pensate così nei vostri cuori? Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua”.
Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: “Non abbiamo mai visto nulla di simile!”







Tutti e tre i Sinottici riportano il miracolo del paralitico guarito dalla sua infermità. Matteo va all’essenziale. Non indugia in particolari se non strettamente necessari. Luca rielabora un po’ il racconto ricevuto dalla tradizione. Marco fa altrettanto. Particolarmente l’inizio del testo in esame è particolarmente diverso in tutti e tre i Sinottici. Il dato comune per tutti e tre resta il seguente: Gesù ha il potere di rimettere i peccati. Egli, scontato il periodo dell’impurità legale derivatagli dall’aver toccato un lebbroso, torna al suo paese: Cafarnao. Cafarnao significa sia villaggio di Nahum, sia “villaggio del conforto” . Luogo di consolazione per questo cercavano Gesù. La gente ( òchlos la chiama Marco accentuandone lo stato di abbandono e di emarginazione) è al corrente che dove si trova Gesù si trova consolazione e conforto. Cinque uomini – senza nome ne volto – cercano… Ebbene, questi quattro più il paralitico, sanno che la soluzione al loro dramma collettivo è Gesù, perciò intendono arrivare a lui a tutti i costi. Ma trovano la barriera della gente che è lì ad ascoltare Gesù e non intende muoversi per lasciarli passare. Un muro senza voce e senza cuore. Molte volte, pur vedendo la soluzione ai propri guai lì vicina, a due passi da te, per motivi a te estranei ne resti lontano, trovi la strada sbarrata.

Gesù vede che l’ammalato è privo di forze, per prima cosa perché è il peccato a toglierle sì da renderlo sacco vuoto. Il peccato che nella bibbia appare come qualcosa di misterioso, di malauguratamente torbido. Appare come una malattia interna all’uomo e che porta fuori strada, facendo spendere preziose energie per condurti in una direzione che non è la direzione giusta. L’unica direzione che, per la bibbia, l’uomo può prendere è quella che porta in direzione di Dio.


Il paralitico, steso sulla brandina, e che è simbolo di tutti gli uomini di tutti i tempi, porta in sé prima di tutto questa malattia nascosta ma paralizzante. Il fatto di aver camminato in una direzione sbagliata, gli ha tolto tutte le forze che aveva a disposizione. Perciò Gesù vede opportuno togliere da lui alle radici la causa del suo malanno; cioè togliere il suo peccato. Poi, anche le conseguenze fisiche del peccato se ne andranno.


Perché questo ribaltamento di direzione avvenga, cosa si richiede da parte dell’uomo? Solo la fede , la pìstis , afferma Marco, cioè la fiducia che Gesù può dare alla vita dell’uomo una nuova direzione e con ciò togliere lo spreco di energie, la malattia causata dall’andare fuori strada. Mentre per gli scribi, Gesù era un bestemmiatore di Dio; per la gente, all’opposto, egli è motivo di lode di Dio.
fonte)



- PERMALINK



giovedì 17 gennaio 2008 - ore 01:07


’’Se vuoi puoi guarirmi’’
(categoria: " Riflessioni ")


Mc 1,40-45 40 Allora venne a lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: "Se vuoi, puoi guarirmi!". 41 Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: "Lo voglio, guarisci!". 42 Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. 43 E, ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: 44 "Guarda di non dir niente a nessuno, ma và, presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro". 45 Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte.


‘’Ma c’è una speranza?’’ si recitava in questo bellissimo cortometraggio ‘’E’ essenziale agli occhi del cuore’’
Ho risposto immediatamente dentro di me: ‘’e come potremmo vivere senza?’’ Come tanti,
Che si trascinano o anche ci trasciniamo a volte o piu spesso giorno dopo giorno cercando di cogliere quell’attimo in cui ci sentiamo amati, prima da noi stessi che dagli altri, ma scordandoci di quel dolcissimo Dio che ci amò una volta e per sempre, ecco che ancora non possiamo vedere quello che avremmo dentro, e volerlo accettare…





‘’Se Vuoi Puoi Guarirmi’’

Mc 1,40-45
’’ E quel "se vuoi "... Ha tutta l’apparenza di un uomo che chiede qualcosa al suo Dio, che ad esso si rimette. Ma sono certo del fatto che, in fondo, il vero "gentiluomo" è proprio il nostro Dio: " se vuoi, posso guarirti ".’’ Angelicus

(…….)..E’ un episodio che cercheremo di sviscerare il più possibile, in ogni parola proprio per la sua importanza: è la guarigione del lebbroso.

A. Maggi - Perchè (solo) Gesù

Saltiamo al versetto 39. Gesù ha insegnato nella sinagoga, l’effetto nella gente è di piena adesione a un messaggio che sentono provenire da Dio; la sua fama si diffuse ovunque e, al versetto 39, si legge che Gesù andò predicando nelle loro sinagoghe - quindi la sinagoga è sempre tenuta e dominata dagli scribi - per tutta la Galilea e scacciando i demoni.
Scacciare i demoni significa liberare da ideologie che rendono refrattari alle azioni e alla parola di Dio. Ed ecco l’effetto di questa predicazione: “Si avvicinò a lui un lebbroso, e lo supplicò in ginocchio: “Se vuoi, puoi purificarmi”. Gli evangelisti, qui è Marco, presentano un individuo anonimo. Quando nei Vangeli incontriamo dei personaggi di cui l’evangelista non fornisce le generalità, non fornisce il nome, si tratta di personaggi anonimi in quanto sono personaggi rappresentativi.

Non è tanto un episodio storico quello che l’evangelista vuole presentare, un fatto della vita di Gesù, ma un profondo insegnamento a favore delle comunità dei credenti di tutti i tempi. Quindi non storia ma teologia, non riguarda la cronaca, ma la fede. Un personaggio anonimo significa un personaggio rappresentativo nel quale tutti gli individui che, in qualche maniera, si trovano a vivere la stessa situazione si possono identificare. E qual era la sua situazione?

Un lebbroso non era considerato un infermo, un ammalato, ma un peccatore castigato e maledetto da Dio. La lebbra era scagliata da Dio contro i peccatori, quindi dire lebbroso non equivaleva a dire infermo; il lebbroso non attirava la misericordia ma attirava il disprezzo, perché era uno che si era cercato la lebbra. Aveva peccato e Dio lo aveva castigato. I lebbrosi dovevano vivere al di fuori dei villaggi, quando vedevano qualche persona dovevano fuggire gridando: “Immondo, immondo!”. La lebbra era considerata la figlia primogenita della morte, secondo il libro di Giobbe e nel libro dei Numeri si legge che i lebbrosi sono come i nati morti, la cui carne è già mezzo consumata.

Nella storia di Israele, per quanto grave fosse questa piaga della lebbra, si trovano soltanto due - praticamente nulla - casi di persone guariti dalla lebbra (dalla lebbra non si guariva). Il primo è quello di Maria, la sorella di Mosè. Maria era una donna ambiziosa, che approfittando del calo di popolarità del fratello che si era sposato con una donna di pelle scura, insieme all’altro fratello Aronne incomincia a spargere maldicenze su Mosè. E Dio - Dio ha sempre un occhio di riguardo per gli uomini - punisce soltanto Maria con la lebbra, che è quindi un castigo divino e quando, dietro le suppliche di Mosè, Dio finalmente guarisce la donna, diventa l’unico caso in cui Dio guarisce dalla lebbra.

Il secondo episodio, cui fa riferimento anche l’evangelista, è la guarigione di un ufficiale siro, Naaman, che si reca dal profeta Eliseo. Eliseo, quando sente che alla sua porta c’è un lebbroso, viene preso dalla paura, dal panico, perché un uomo di Dio non può accostarsi a una persona impura; non lo vuole ricevere e lo manda via. Gli dice: “Vai a tuffarti sette volte nel Giordano e sarai guarito”. La situazione dei lebbrosi, pertanto, è senza speranza. Sono considerati maledetti da Dio, emarginati dalla società e sono incrostati nella loro impurità. L’unico che eventualmente li può rendere puri è Dio ma loro, fintanto che sono impuri, non possono rivolgersi a Dio, non possono naturalmente entrare in una sinagoga, non possono entrare nel tempio di Gerusalemme, è una situazione senza speranza. Allora l‘evangelista, ponendo come primo infermo che si avvicina a Gesù per ottenere la purificazione proprio il lebbroso, in lui intende rappresentare tutte le persone che, per propria colpa o non colpa, vivono una situazione che la religione considera di peccato, la società considera di irregolarità o di immoralità, e sono esclusi da Dio.

L’unico che può toglierli da questa situazione di impurità è Dio ma loro, fintanto che sono impuri, non possono rivolgersi a Dio, quindi non c’è speranza. Dio non si rivolge a una persona impura, l’impuro non può rivolgersi a Dio e allora cosa fa questo lebbroso? Trasgredisce la Legge divina. Era proibito a un lebbroso avvicinarsi alle persone, le avrebbe infettate. Ebbene, il desiderio di pienezza di vita è più forte dell’osservanza della Legge, l’effetto dell’annunzio, dell’insegnamento di Gesù sta dilagando.

E’ arrivato anche alle orecchie di questo lebbroso: si avvicina a Gesù, trasgredisce la Legge, e “lo supplicò in ginocchio”. Perché in ginocchio? Sta commettendo una trasgressione grave, una grave infrazione alla Legge, e non è tanto sicuro: usa la formula “se vuoi” e stranamente, non come ci saremmo aspettati, non chiede la guarigione. Non chiede: “Se vuoi puoi guarirmi, se vuoi puoi curarmi”; il verbo curare, il verbo guarire, non appaiono in questo brano. “Se tu vuoi, puoi purificarmi”: quello che il lebbroso chiede da parte di Gesù è l’eliminazione di quell’ostacolo che gli impediva di sentire l’amore di Dio. Lui è l’uomo che si sente, per la sua situazione, rifiutato da Dio. Ha sentito parlare di Gesù che parla di un Dio che vuole bene a tutti quanti, un Dio che non premia i buoni e neanche castiga i malvagi, ma un Dio che a tutti, indipendentemente dal loro comportamento, comunica, trasmette amore.

Allora va da Gesù e gli chiede di essere purificato. Il verbo purificare appare tre volte e il numero tre nella teologia ebraica significa ciò che è completo, ciò che è definitivo: chiede di essere purificato, vuole tornare ad avere un rapporto con un Dio che sente lo rifiuta.
Quando leggiamo il Vangelo, per gustare il sapore che gli evangelisti mettevano a queste parole dovremmo metterci nei panni degli ascoltatori delle prime generazioni, che non sapevano come andava a finire la situazione descritta. Qui c’è un peccatore che ha meritato il castigo, perché Dio non sbaglia, se ti ha castigato con la lebbra vuol dire che hai sbagliato, te lo sei cercato. E’ un peccatore, colpevole del suo stato, che non soltanto è colpevole ma trasgredisce la Legge di Dio e si avvicina a una persona considerata santa, quindi sta compiendo un’infrazione grave.

Se Gesù - ricordate Eliseo? Neanche vuole vedere il lebbroso che gli è andato a chiedere la guarigione, non l’ha voluto ricevere - fosse stato una persona pia, religiosa, avrebbe dovuto allontanare o allontanarsi da questo uomo. “Come ti permetti tu, peccatore infetto, di avvicinarti a me, l’inviato di Dio?”.
Sentiamo Gesù: “Gesù, mosso a compassione”: nella Bibbia e nel Nuovo Testamento si distinguono due atteggiamenti. Uno è espresso con il verbo “avere compassione”, che è un’azione esclusiva di Dio, l’altro con “avere misericordia”, un’azione umana.

Gli evangelisti, ma anche gli autori dell’Antico Testamento, non confondono mai le due espressioni. Gli uomini possono avere misericordia, tipico di Dio è avere compassione. Qual è il significato di questo verbo? Avere compassione è un’azione divina con la quale Dio restituisce vita a chi non ce l’ha o arricchisce la vita di chi ce l’ha. Quando Gesù si incontra con un peccatore - ricordo: non è un ammalato, è un peccatore - non lo minaccia, non gli presenta i castighi (ha trasgredito la Legge per avvicinarsi a lui), ma si sente mosso a compassione. Gesù sente suscitare in lui un atteggiamento divino con il quale vuole restituire vita a chi non l’ha. “Mosso a compassione, stese la mano”: noi non sappiamo come va a finire. Qui l’evangelista appositamente sceglie un’espressione che da sempre, nella teologia dell’Antico Testamento, indicava un’azione distruttrice, con la quale Dio e Mosè avevano colpito i loro nemici.

Quando nell’Antico Testamento, nelle famose dieci piaghe, si parla di stendere la mano, si indica un’azione punitrice di Dio attraverso Mosè: per esempio si legge “Stenderò la mano e colpirò l’Egitto”; “Stendi la mano sul paese d’Egitto per mandare le cavallette”. Immaginiamo di non sapere come finisce: “Gesù stende la mano e…” lo colpisce, viene da pensare. E’ vero che in precedenza si dice che è stato mosso a compassione, ma stende la mano e quindi senz’altro lo colpisce: è un peccatore, ha trasgredito la Legge di Dio per avvicinarsi a lui. E invece: “Stende la mano e lo toccò dicendo: “Lo voglio, sii purificato”. Perché Gesù lo tocca? Quante volte Gesù ha curato, ha guarito, ha purificato le persone con la sola forza della sua parola? “Va, tuo figlio vive”, dice al funzionario reale. Perché qui Gesù stende la mano e lo tocca? Non vi era bisogno. Gesù lo tocca perché il libro del Levitico proibiva di toccare un lebbroso.

Era chiara la teologia: se tu che sei una persona sana tocchi una persona infetta, impura, la sua impurità si trasmette a te. Il lebbroso va allora emarginato, deve tenere una distanza di sicurezza. Ebbene, Gesù per dimostrare la falsità di questa teologia che impediva agli uomini di scoprire l’amore di Dio e ostacolava la comunicazione dell’amore di Dio agli uomini, stende la mano non per una punizione, ma per un’azione divina: lo tocca, cioè gli trasmette la sua vita, e dice “Lo voglio”. La volontà di Dio è l’eliminazione di ogni emarginazione attuata in nome suo e l’eliminazione definitiva della categoria degli impuri. Toccando il lebbroso e dicendo: “Lo voglio, è la volontà di Dio”, Gesù dimostra che la Legge, che impone questa emarginazione dalla società, non esprime la volontà di Dio. L’ostacolo che impediva al lebbroso di conoscere l’amore di Dio era la Legge stessa, che inculcava l’idea di un Dio castigatore, di un Dio che puniva, che castigava. Ma l’azione di Gesù manifesta che la distinzione tra puro e impuro, così consacrata dalla Legge divina, per Dio non ha alcun valore.

Con questo episodio l’evangelista dimostra che in nome di Dio non si può discriminare alcuna persona, non c’è alcuna persona che, per quanto sia riprovevole dal punto di vista morale, civile e religioso il suo comportamento, possa sentirsi esclusa dall’amore di Dio. E’ la Legge che non ha pietà della miseria e della sofferenza dell’uomo e la emargina: Gesù, che è Dio, no. Gesù si commuove di fronte alla sofferenza e accoglie la persona mettendo il bene dell’individuo al di sopra della Legge. Ricordate ieri la distinzione tra religione del Libro e fede nell’uomo? Quella di Gesù non è una religione del Libro, non si osserva il Libro, ma si guarda al bene dell’uomo. Ed ecco il risultato sorprendente: “Immediatamente la lebbra lo lasciò e fu purificato”. Gesù mostra la falsità di una Legge che pretendeva essere espressione della volontà di Dio. Non solo Gesù non viene infettato dalla lebbra, dalla impurità, ma il lebbroso viene purificato attraverso Gesù.

La religione insegnava al lebbroso che, per avvicinarsi a Dio, doveva essere puro; Gesù dimostra il contrario: è l’accoglienza di Dio e del suo amore quello che rende pura la persona impura. Questa è la fine di una delle basi dell’istituzione religiosa: la categoria dell’indegnità, dell’impurità che impedisce agli uomini di accogliere il Signore. La religione cosa insegna? Sei in peccato, sei impuro, e quindi sei indegno di accogliere il Signore. “Allora come faccio ad accogliere il Signore?”. Togliti da questa situazione di peccato e di impurità. “Non ci riesco, oppure non voglio”. Allora tu sei escluso per sempre da Dio. Quindi la persona che è nel peccato è impura, e non può avvicinarsi a Dio.
Gesù dimostra tutto il contrario: non è l’uomo che deve purificarsi per essere degno di accogliere il Signore, ma è l’accoglienza del Signore quella che purifica l’uomo e lo rende degno del suo amore. Non è l’impurità del peccatore che si trasmette a Gesù, ma la purità di Dio che si trasmette al peccatore.

Voi capite che questo è un terremoto nella teologia, è un terremoto in tutta l’istituzione religiosa che si basava proprio su questa differenza tra il puro e l’impuro. E Gesù con questa azione mette fine alla categoria religiosa del merito: nella religione, l’amore di Dio occorre meritarlo per i propri sforzi, per i propri impegni, ma c’è tanta gente che non può o non riesce a meritare questo amore di Dio; allora è esclusa per sempre? Con Gesù l’amore di Dio non va più meritato con gli sforzi degli uomini, ma va accolto come dono gratuito da parte del Padre. Non più il merito ma il dono, l’uomo non deve meritare l’amore di Dio ma lo deve accogliere. E ciò cambia naturalmente sia il rapporto con Dio sia il rapporto con gli altri: con gli altri vale lo stesso principio, gli uomini non devono più meritare il nostro amore, perché l’amore non si basa sui meriti delle persone.

Ed ecco all’improvviso un cambio radicale di scena, che lascia un po’ sconcertati: “Lo rimproverò e lo cacciò subito dicendo”. Gesù si è mosso a compassione, lo ha purificato, e all’improvviso lo rimprovera. E perché lo rimprovera? Prima doveva rimproverarlo, quando si è avvicinato a lui. Perché adesso Gesù lo rimprovera e poi, in maniera enigmatica, l’evangelista dice: “Lo caccia subito?”. Da dove lo caccia subito? Il rimprovero al lebbroso è per aver creduto che Dio lo avesse escluso dal suo amore. Ma come hai potuto credere che Dio ti potesse emarginare? Ma come hai potuto credere che per quella situazione che la religione considera di peccato eri escluso dall’amore di Dio?

Vedete, la religione nella sua perversione allontana gli uomini da Dio e proprio gli uomini più bisognosi del suo amore li rende impossibilitati a sperimentarlo, perché il Dio della religione è un Dio che discrimina le persone. Ma in realtà Dio è Padre, Dio è genitore. Tutti i genitori si augurano che il figlio che nasce sia sano, sia bello, sia perfetto, ma quando in una famiglia nasce un figlio con un difetto, con una bruttezza, con un limite, che fanno, lo emarginano, lo escludono? Non sarà proprio questo il figlio che attirerà ancora di più l’amore, l’affetto, le attenzioni, le cure dei genitori? Così è Dio.
Allora il rimprovero di Gesù all’ex lebbroso è per aver creduto che Dio lo avesse escluso dal suo amore. Dio non esclude nessuno dal suo amore, nessuna persona, in qualunque situazione si trovi. Il rifiuto di Dio al lebbroso non è mai esistito, ma c’è un ambito in cui viene insegnato, applicato, ed è proprio la sinagoga, l’istituzione dominata dagli scribi. La causa dell’emarginazione del lebbroso non è stata Dio, ma l’istituzione religiosa che gli ha impedito di conoscere Dio, proponendogli una dottrina falsa su di lui.

Gesù lo caccia fuori: è un’azione simbolica con la quale Gesù lo allontana da questa istituzione religiosa che lo opprimeva, che gli impediva di scoprire l’amore di Dio. Lo caccia fuori rimproverandolo, perché non basta essere liberati, ma occorre liberarsi. “E - e terminiamo con questo avviso di Gesù - ascolta, non dir niente a nessuno e invece fa che il sacerdote ti esamini, e offri per la tua purificazione quanto prescrisse Mosè - attenzione alla traduzione che propongo - come prova contro di essi”.

Vediamo di comprendere cos’era questa legislazione del puro e dell’impuro e dell’offerta dei peccati. A quell’epoca il perdono dei peccati, la cancellazione dell’impurità, non avveniva con la modica offerta di tre pater, ave e gloria, ma esigeva concretamente dei sacrifici in generi alimentari, normalmente erano animali. Quindi il clero viveva praticamente del peccato della gente. Ecco perché la Legge era così difficile da osservare, lo dice Dio stesso. Nel libro del profeta Osea, sapete cosa denuncia Dio ai sacerdoti? “Si nutrono dei peccati del mio popolo, il loro cuore avido della sua malvagità”. E’ una denuncia tremenda. “Voi sacerdoti dal pulpito tuonate contro i peccati e contro i peccatori, ma in cuor vostro vi augurate non solo che la gente continui a peccare, ma che pecchi ancora di più”. Più la gente pecca, più i sacerdoti ingrassano, perché a ogni peccato corrisponde un’offerta da portare al tempio.

La denuncia del profeta Osea è tremenda: “Si nutrono dei peccati del mio popolo”. Ecco perché avevano reso la Legge impossibile da osservare, perché occorreva mantenere un flusso continuo di offerte al tempio, in modo che tutta la casta sacerdotale vivesse più che bene; e non era soltanto l’offerta dell’animale in quanto tale, ma vi era il commercio della carne, la pelle preziosa andava rivenduta. Provate, per avere un’idea dell’azione che poi Gesù compirà nel tempio di Gerusalemme quando caccerà sia i mercanti sia i compratori, a immaginare l’azione. Pensate a un pellegrino, mettiamo di Nazareth, che va a Gerusalemme in una delle feste religiose e sale nel tempio per ottenere il perdono delle proprio impurità e dei peccati. Non può mica da Nazareth andare in giro con una capra per centinaia di chilometri.

Arrivato a Gerusalemme deve acquistare l’animale per il sacrificio, ma non tutti gli animali sono adatti. Devono essere animali senza difetto, animali selezionati. E dove si comprano? Lassù, sul monte degli Ulivi, c’è il recinto dove si possono comprare gli animali da offrire al tempio, di proprietà di Anania, della famiglia del sommo sacerdote. Quindi si comprava un animale dal sommo sacerdote, poi lo si portava al tempio dove lo sgozzavano - una spruzzatina di sangue su di me significava che le colpe erano cancellate - ma poi le pelli e la carne rimanevano di proprietà dei sacerdoti del tempio. In questi pellegrinaggi l’afflusso era talmente grande che le pelli se le tenevano (c’era un grande commercio), ma la carne veniva rivenduta nelle macellerie di Gerusalemme, tutte date in appalto alla famiglia del sommo sacerdote.

Quindi un individuo a Gerusalemme comprava un animale dal sommo sacerdote, glielo riportava, se poi voleva mangiarsi una coscetta d’agnello la doveva pagare. Un mercato tremendo e Gesù denuncerà tutto questo. E allora i sacerdoti avevano stabilito che, per dare il certificato di riammissione nella società, occorresse pagare e offrire tre agnelli.

Gesù non soltanto rimproverò il lebbroso, ma anche lo cacciò. Da dove? E’ una maniera simbolica per cacciarlo definitivamente fuori dalla sinagoga, dall’ambito dell’istituzione religiosa in cui questa Legge discriminatoria veniva insegnata. Gesù gli dice: “Ascolta, non dir niente a nessuno - prima di parlare deve prendere piena coscienza di quanto è accaduto - e fa che il sacerdote ti esamini”. Perché questo? All’epoca, per lebbra non si intendeva soltanto la malattia che oggi noi intendiamo come tale, ma qualunque malattia della pelle, qualunque affezione del cuoio capelluto, un eczema, un’irritazione veniva considerata una lebbra, e da queste malattie si poteva guarire.

Quando una persona veniva colpita da una di queste malattie, veniva isolata dal villaggio, doveva vivere lontano; quando la malattia scompariva non poteva rientrare di propria iniziativa nella comunità, per essere riammessa doveva essere esaminata dai sacerdoti che la osservavano attentamente, e se risultava guarita da queste infermità le mettevano in mano un certificato - diremmo noi igienico - di riabilitazione. Ma questo certificato andava pagato: l’offerta, secondo il libro del Levitico, era di tre agnelli, uno se la persona era povera.
Gesù dice: “Offri per la tua purificazione quanto prescrisse - non Dio, Dio non può aver prescritto questo - Mosè”. Di nuovo Gesù prende le distanze da quella che veniva presentata come volontà di Dio, che non è volontà di Dio; è Mosè che ha ceduto all’egoismo del popolo, “che ha ceduto alla vostra testardaggine”, come dirà altrove. E’ Mosè che ha prescritto questo, ma non si tratta della volontà di Dio e - scrive l’evangelista - “come prova contro di essi”. L’evangelista prende dal libro del Deuteronomio l’espressione: “Prendete questo libro della Legge, vi rimanga come testimonio contro di te”. E’ una testimonianza contro di loro.

Il lebbroso deve prendere coscienza tra due azioni, quella di Dio, che regala gratuitamente la sua purificazione, e quella dei sacerdoti che presentano un Dio che pretende il pagamento. Ecco perché “non devi dire niente a nessuno, prima devi prendere coscienza della differenza tra l’azione di Dio che è completamente gratuita, e l’azione del Dio dei sacerdoti che invece è esosa e pretende il pagamento di questa offerta”. Il lebbroso deve prendere coscienza della piena e totale opposizione che esiste tra il comportamento di Dio e quello dell’istituzione religiosa gestita dai sacerdoti e dagli scribi. Per questo le prescrizioni, secondo Gesù, non sono di Dio ma di Mosè. E la prova qual è? E’ che Dio agisce esattamente al contrario di quello che i sacerdoti insegnano: non c’è più bisogno di offerte da parte delle persone, ma è Dio che si offre e chiede di essere accolto. Il lebbroso deve sperimentare la differenza che esiste tra il dono gratuito da parte di Dio e le pretese di Dio rappresentate dai sacerdoti.

Ed ecco la conclusione: “Egli, quando uscì - non si era detto che il luogo fosse chiuso, e non si dice esattamente da cosa esce: se ne va da questo ambito che lo faceva sentire emarginato, non perché fosse mai esistita la discriminazione di Dio, ma era lui che ci credeva perché viveva nell’ambito della teologia, dell’ideologia della sinagoga - si mise a predicare”. Lo stesso verbo che l’evangelista aveva utilizzato per Gesù nell’annunziare la buona notizia, qui viene applicato all’ex impuro. Predicare e divulgare il messaggio: non racconta un fatto, non va a raccontare l’episodio, ma racconta il messaggio di un Dio amore, un Dio che non è buono, è esclusivamente buono e nel suo amore non c’è una sola persona che, per quanto possa essere riprovevole, grave il suo comportamento, possa sentirsi esclusa. Non c’è alcuna persona che non si possa avvicinare a Dio perché si sente indegna, perché si sente impura, perché è l’accogliere questo Dio che toglie l’impurità.

E l’evangelista vuole esprimere questa allegria incontenibile moltiplicando i termini: predicare, divulgare instancabilmente il messaggio di un Dio che non è come i sacerdoti hanno insegnato, è completamente differente. I sacerdoti presentano un Dio che fa soffrire, un Dio che emargina, un Dio che punisce; Gesù ha presentato un Dio completamente diverso. Quindi l’uomo si converte in predicatore e non annuncia un semplice episodio, ma il messaggio: Dio non è come ce l’avevano presentato, non discrimina gli uomini; a tutti offre il suo amore.
Le conseguenze, però, di questo annuncio e di questo episodio sono negative: “Non può più entrare pubblicamente in nessuna città”. L’evangelista omette il soggetto. Chi non poteva più entrare in città, l’ex lebbroso o Gesù? L’evangelista identifica le due persone: Gesù e l’ex lebbroso ormai sono accomunati nella predicazione della buona notizia. Ma chi è che non può entrare pubblicamente in città e deve rimanere fuori, in luoghi disabitati? Gesù.

Gesù, toccando il lebbroso, ritualmente e giuridicamente è diventato impuro e in quanto tale, proprio come il lebbroso, non può entrare in luoghi abitati. Per Gesù il bene di questo individuo è stato più importante del proprio bene. Il comunicare vita a questo individuo è più importante della propria vita. Quindi Gesù, Dio, viene emarginato dalla città. Il Dio puro, che ha purificato l’impuro, agli occhi della religione diventa un impuro che va evitato. Non può entrare in città, deve rimanere in luoghi disabitati, ma: “Accorrevano a lui da tutte le parti”. Incomincia l’esodo, incomincia l’emorragia nell’istituzione religiosa. Nonostante Gesù venga considerato un impuro che non può entrare nella città - Gesù sarà assassinato fuori dalla città -, l’esodo è iniziato, tutte le folle cominciano ad accorrere a Gesù.



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mercoledì 16 gennaio 2008 - ore 03:36


Gesù confido in te
(categoria: " Riflessioni ")


E, usciti dalla sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.


L’inizio è fantastico. Ai primi quattro chiamati (1,16-20) Gesù prospetta loro un nuovo avvenire: “Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini”. Gesù li chiama per una missione. Ma non li manda subito allo sbaraglio; prima li vuole formare. Il “vi farò pescatori di uomini” è al futuro. Per ora debbono solo seguirlo. Egli, infatti, li vuole prima formare, non come un maestro che si limita a dare loro degli insegnamenti, ma come uno che insegna un modo di vivere. Per questo debbono seguirlo in continuità, osservare come fa lui; porsi delle domande sulla sua identità, cercare di capire chi è e di entrare nel suo modo di vedere, nei suoi ideali e assumere il suo modo di fare. Insomma, c’è un cammino da fare.
All’inizio tutto è bello: quanto entusiasmo quando nella sinagoga di Cafarnao (1,21-28) Gesù insegna con autorità; persino gli spiriti impuri gli ubbidiscono: è più di un maestro; questo titolo non esaurisce però la sua identità. E poi alla fine della giornata (1,29-39), quando tutta la città accorre a lui, la loro meraviglia giunge al colmo. Ma al mattino seguente, quale sconcerto! Gesù non era più con loro. Se n’era andato a pregare tutto solo. Lo cercano e quando lo trovano gli dicono: “Ma tutti ti cercano!”. E Gesù, che non si fida dell’entusiasmo dice loro: “Andiamocene altrove”. L’unica cosa che interessa a Gesù è la sua missione; e mentre se ne va, ecco un lebbroso (1,40-45) che si avvicina a lui, e Gesù, violando la legge, lo tocca e lo guarisce. Per Gesù quando si tratta di fare il bene non c’è legge che tenga. Questo imparano i discepoli. fonte

"Entrato Gesù nella casa di Pietro, vide la suocera di lui che giaceva a letto con la febbre". Cristo, entrato in casa di Pietro, si occupa subito di ciò per cui è venuto: non considera l’aspetto della casa, non le folle che gli vengono incontro, non l’onore di quanti lo salutano, e neanche bada all’accorrere dei congiunti; non si interessa certo del decoro dei preparativi, ma guarda solo al gemito dell’inferma, all’arsura della febbricitante. La vede grave al di là di ogni speranza umana e subito stende la mano all’azione divina: non aveva quasi fatto in tempo a piegarsi verso l’umanità sofferente di lei, che già lei sorgeva dal giaciglio incontro alla divinità di lui. "Le toccò la mano e la febbre scomparve" fonte



Continuando a descrivere la giornata di Gesù a Cafarnao, Marco riflette sulla relazione tra
l’attività taumaturgica del messia e il risveglio della fede. Gesù, venuto a guarire i corpi e le anime, spera di suscitare come risposta l’impegno totale della fede. La guarigione della suocera di Pietro non suggerisce soltanto lo straordinario potere del Cristo su un corpo malato. Attraverso questo racconto breve ed incisivo Marco vuol mettere in luce il significato generale dei miracoli: la guarigione del corpo mira alla guarigione del cuore. L’episodio contiene dunque un’esortazione morale valida per ogni credente: una volta liberati dalle strette del male e riacquistate le proprie forze in seguito all’intervento della potenza di Gesù, bisogna
seguire l’esempio della suocera di Pietro, che si dedica immediatamente a servire il Signore. Ma quanta fatica facciamo a portarci a questo livello di fede viva e purificata! L’entusiasmo di fronte a un guaritore provvidenziale è spesso ambiguo. Tutti gli storpi, gli ammalati e gli indemoniati di Cafarnao – una vera corte dei miracoli! – fanno ressa davanti alla casa di Simone e di Andrea. Ma Gesù si rende conto che tutti costoro non vedono in lui altro che un uomo capace di compiere prodigi, e si allontana di là, rifugiandosi nella solitudine e nella preghiera, alla ricerca del vero significato della propria missione: il suo compito non è forse, prima di tutto, quello di seminare la Parola? I miracoli sono semplicemente le lettere di credito del messaggero: ciò che conta è la sua parola. Da questa, e non dai miracoli, dobbiamo lasciarci convertire. Oggi assisteremo difficilmente a guarigioni miracolose, ma non sono venute meno le occasioni di aprire
il cuore alla potenza rinnovatrice della Parola. Ed è questo che conta.
fonte


La mente soppesa e misura,
ma è lo spirito che giunge al cuore della vita
e ne abbraccia il segreto;
e il seme dello spirito è immortale.
Il vento puo’ soffiare e placarsi,
e il mare fluire e rifluire:
ma il cuore della vita
è sfera immobile e serena,
e in quel punto rifulge
una stella che è fissa in eterno.

"Gesu’ figlio dell’uomo K.Gibran."





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martedì 15 gennaio 2008 - ore 09:24



(categoria: " Riflessioni ")


L’azione di Gesù con l’esorcismo, è di manifestare la vicinanza del regno di Dio
«Andarono a Cafàrnao e, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise ad insegnare. Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi. Allora un uomo che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare: Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio. E Gesù lo sgridò: Taci! Esci da quest’uomo. E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono! La sua fama si diffuse subito dovunque nei dintorni della Galilea» (Mc 1, 21-28).

www.cistercensi.info/
Dunque: la prima azione che Gesù compie, dopo la chiamata dei discepoli, è un esorcismo e chiaramente non è per caso. Questa azione di Gesù vuole avere un significato programmatico; si potrebbe dire che nell’esorcismo Gesù manifesta la vicinanza del regno di Dio. Il potere di satana, che appare un potere dominante sul mondo e nell’esperienza dell’uomo, viene contrastato e spazzato via dall’irruzione di un nuovo potere che si presenta attraverso la persona di Gesù.
Torniamo all’immagine: «c’è in questa sinagoga un uomo posseduto da uno spirito immondo». “Posseduto da uno spirito immondo” è la traduzione di un testo che di per sé dice: «in uno spirito immondo», come se lo spirito immondo fosse il luogo in cui quest’uomo abita. Per “spirito immondo” intendete quello che sta agli antipodi rispetto alla santità di Dio. Dio è tre volte santo (cfr. Is 6, 3), la santità è la sua caratteristica essenziale; ebbene andate all’altro estremo dell’essere, a quello che è al di fuori della sfera della santità e trovate lo spirito immondo. Il fatto che quest’uomo fosse nello spirito immondo dice evidentemente che è lontano da Dio. Chiaramente è facile che a noi vengano in mente gli indemoniati nel senso di persone che hanno comportamenti esterni impressionanti o cose scoordinate di questo genere, ma l’elemento essenziale di questa figura è la lontananza, l’inimicizia e l’opposizione a Dio.

Questo “uomo nello spirito immondo” di fronte a Gesù si mette a gridare : «Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio». L’espressione «che c’entri con noi, Gesù Nazareno» vuole dire: la venuta di Gesù dentro la realtà concreta in cui si muove l’indemoniato è una venuta non prevista e non voluta, e, secondo questo spirito immondo, non corretta. “Non corretta”, perché Dio ha il suo spazio, il suo mondo, nel quale esercita una sovranità di santità; e a questo mondo appartiene Gesù di Nàzaret, perché è il santo di Dio. Ma lì c’è uno spazio di immondezza e di lontananza dalla santità, e in questo spazio Dio non ha niente a che fare: «Che c’entri con noi, Gesù Nazareno?». È come la proclamazione di due spazi o di due sfere di influenza, che sono radicalmente separate e incomunicabili. Uno è lo spazio su cui esercita la sua sovranità Dio; l’altro è lo spazio su cui esercita la sua sovranità lo spirito immondo.

Ebbene, il contenuto della predicazione di Gesù qual’era? Che «il regno di Dio si è avvicinato», che quindi in questo mondo la vicinanza della santità di Dio è ormai sperimentabile. Quello che lui ha annunciato con le parole lo si vede in questo incontro e confronto tra Gesù e lo spirito immondo: «Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio», cioè appartieni ad un’altra sfera. Chiaramente il dire il nome è un’espressione che risale ad una concezione magica delle cose: in un confronto, in una lotta, chi conosce il nome e i titoli dell’avversario, esercita in qualche modo un potere sopra di lui. Quindi questo spirito immondo pensa di potere esorcizzare Gesù, cioè di poterlo tenere lontano proclamando il suo nome, perché dice: «Ti conosco, in qualche modo ho su di te un potere».

«E Gesù lo sgridò: Taci! Esci da quell’uomo. E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui». Dove la parola di Gesù si presenta con un doppio imperativo, quindi con un comando forte, e che viene immediatamente obbedito; anche se viene obbedito non in modo facile, non in modo sereno e tranquillo. «Lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte», vuole dire: la realtà di questo spirito immondo è profondamente inserita nella vita di quest’uomo, non è semplicemente un vestito che si possa mettere o togliere facilmente. C’è una radice di male, di immondezza e di opposizione alla santità di Dio, che è profondamente radicata. La liberazione è sofferta, che richiede sofferenza e strazio, però nello stesso tempo è una liberazione che avviene immediatamente e radicalmente: «uscì da lui».

Chiaramente il discorso va allargato. Questo è un uomo, ma in qualche modo vorrebbe essere un’immagine della condizione dell’uomo che – «creato a immagine e somiglianza di Dio» (Gen 1, 16), quindi in comunione con Dio, con un legame strutturale di fondo che lo rapporta a Dio stesso – si è allontanato da Dio e vive sotto una potenza di male che tende a dominarlo. Quella potenza di male che le lettere di Paolo chiamano “il peccato”, ma intendendo per peccato non le trasgressioni, che l’effetto del peccato sono le trasgressioni; ma il peccato per Paolo è una potenza, è una forza capace di dominare, di imporre la sua volontà sulla libertà fragile e povera dell’uomo. Potete leggere il cap. 7 della Lettera ai Romani, ma anche il cap. 6 e ritrovate questa immagine di un uomo che non è libero, che non è capace di fare liberamente e serenamente il bene che pure desidera. Un uomo che invece in qualche modo condizionato, incatenato, ad una serie di compromessi che sono o che vanno sotto il termine generico del peccato.

Questo è il significato del brano, quindi non si tratta della guarigione di alcuni fenomeni esasperati di manifestazione diabolica; si tratta della guarigione dell’uomo, di cavare fuori l’umanità dell’uomo; quando questa umanità è incatenata da un potere disumano e disumanizzante, da un potere che offusca nell’uomo l’immagine di Dio che dovrebbe essere il suo vero volto, la sua autentica vocazione.

L’insegnamento di Gesù è: il regno di Dio che si è avvicinato

Però l’interessante è che questo episodio, il racconto che abbiamo tentato di spiegare, è collocato in una cornice molto precisa. Gesù entra nella sinagoga di Cafàrnao e non fa l’esorcismo. Marco dice che ma prima di tutto incomincia «a insegnare. Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi». I commentatori si stupiscono di fronte a questo brano e ad alcuni altri brani simili nel Vangelo secondo Marco, perché insiste sull’insegnamento di Gesù, lo mette al primo posto, ne esprime anche la forza, la sua capacità di imporsi agli ascoltatori; però non dice che cosa abbia insegnato, che cosa ha detto a Cafàrnao? Quali parole ha pronunciato?

Nel Vangelo secondo Matteo si dicono le stesse cose, ma alla fine del “discorso della montagna”. Gesù ha annunciato “le beatitudini”. Poi tutta una serie di parole: «Sapete che è stato detto agli antichi… ma io vi dico: amate i vostri nemici» (Mt 5, 21.44). Poi a nominato “il Padre nostro”. Poi ha chiesto la fiducia nella provvidenza come «gli uccelli del cielo e i gigli del campo». Poi ha chiesto “l’amore fraterno secondo la regola d’oro”: «fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te» Alla fine «la gente si stupisce che parlasse con autorità e non come i loro scribi» (Mt 7, 28-29). Questo si capisce benissimo.

In Marco invece non c’è niente. Che cosa ha detto Gesù a Cafàrnao?

Alla fine del racconto dice: : «Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: Che è mai questo?». Qual è la prima cosa che li stupisce? «Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!». Prima c’è la dottrina, l’insegnamento, e poi l’esorcismo. Marco che cosa vuole dire? Una cosa semplice: quello che Gesù insegna è esattamente quello che lui ha fatto nell’esorcismo. Insegna la prossimità del regno di Dio : «il regno di Dio è vicino» ; questo è quello che insegna. Ma il problema non è tanto la serie di parole con cui Gesù spiega che cosa significhi questo regno di Dio. Alcune spiegazioni le incontreremo nel Vangelo secondo Marco, ma non si ferma molto sulle spiegazioni, non è questo l’essenziale. Per lui l’essenziale è che quella parola è efficace, e che quando dice che “il regno di Dio si è avvicinato”, “il regno di Dio è vicino”. E si vede in modo chiarissimo nell’esorcismo. Che “il regno di Dio sia vicino” è evidentissimo, quando una potenza immonda è costretta – di fronte alla parola di Gesù, a quel «Taci! Esci da quell’uomo» – ad abbandonare la sua preda, quindi a lasciare libera l’umanità dell’uomo, a lasciare risplendere la somiglianza con Dio sul volto umano. È il regno di Dio che si è avvicinato; questo è l’insegnamento di Gesù.

Torno a dire, più che la quantità delle parole, per Marco conta l’efficacia, quello che abbiamo cantato all’inizio: «Come la pioggia e la neve vengono giù dal cielo e non vi tornano senza irrigare e far germogliare la terra…»; così è la parola che esce dalla bocca di Dio; non torna a Dio senza avere cambiato la storia, gli uomini e il mondo. E Gesù è così: quella parola che Gesù pronuncia ha l’efficacia e la forza della parola di Dio. Il mondo non è più quello di prima, è iniziato il Vangelo, “è l’origine del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio”. Quindi c’è un’esperienza nuova che ormai ha messo radice dentro la condizione umana del mondo. «Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono! La sua fama si diffuse subito dovunque nei dintorni della Galilea».



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lunedì 14 gennaio 2008 - ore 05:15


Contaminazioni
(categoria: " Riflessioni ")


Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva:
«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo».
Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori.
Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini».
E subito, lasciate le reti, lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello mentre riassettavano le reti.
Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono.
Marco 1,14-20.

…Se rispondiamo “Sì” al suo “Seguimi” , allora siamo suoi e la via è libera perché passi in noi la sua vita divina. Tale è l’inizio della vita eterna in noi. Non è ancora la visione beatifica nella luce della gloria, è ancora l’oscurità della fede; ma non è più l’oscurità di questo mondo – e questo è essere già nel Regno di Dio… Edith Stein

…Fuori dell’area biblica e religiosa vi posso portare anche il caso di Giulio Cesare. La cittadinanza romana si otteneva con delle credenziali e abbiamo anche qui le divinità romane. Virgilio fa una distinzione: Roma è destinata dagli dei, a comandare a tutti gli altri. “Debellare superbos (distruggere i superbi) e perdonare i vinti”, questa è la frase famosa. Cesare quando passò il Rubiconde disse queste parole: “Il dado è tratto. Andiamo, là dove ci chiama la volontà degli dei e la cattiveria degli uomini”. Il presupposto è sempre lo stesso: io, il buono; gli altri i cattivi.

Ipocrisia - Apparenza
Non fidarsi mai delle apparenze, neppure quando si tratta di devozione! Anche i cammelli si inginocchiano, anche i fonografi recitano preghiere e laudi, anche gli affettatori di cipolle piangono, anche i cani cadono in estasi .
(Gianfranco Ravasi, Avvenire 9/9/2000).

n.b. La comprensione in Cristo va ’’oltre’’ e si domanda il perchè non solo delle cose ma anche dei comportamenti indotti da una cultura cristiana superficiale e la conseguente afonia del messaggio cristiano.



Gesù si presenta come Salvatore, predica la conversione (e siamo al Vangelo di oggi) partendo dal principio che non esiste il gruppo dei buoni. E non esiste nemmeno il buono: siamo tutti cattivi.





L’innesto buono non esiste da nessuna parte. Quando in agricoltura facciamo un innesto trasportiamo in un altro luogo, sempre sulla terra un frutto che fa sempre parte dei prodotti naturali.

La bontà bisogna costruirla tutta per una libera scelta, per conversione e mai per aggregazione o per elezione. I convertiti faranno Chiesa perché uomini nuovi e non viceversa. La frase ambigua: Vi farò diventare pescatori di uomini; vi farò diventare “dopo la vostra conversione”, e lo dico nell’ipotesi che la frase sia di Gesù. Loro per primi hanno bisogno dell’innesto che viene dal di fuori del sistema umano. … Padre Aldo Bergamaschi


’’Facci sentire che senza di te
non siamo buoni a nulla,
ma non farcelo sentire in vile impotenza,
bensì in fiducia vigorosa,
con la certezza felice
che tu sei potente nei deboli’’

(Sören Kierkegaard)


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domenica 13 gennaio 2008 - ore 04:53


Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 3,13-17.
(categoria: " Riflessioni ")


Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 3,13-17.

In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?».
Ma Gesù gli disse: «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia». Allora Giovanni acconsentì.
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui.
Ed ecco una voce dal cielo che disse: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto».





[ Gesù, rivelazione del Padre, rivela la nostra vera identità
www.moscati.com

Considerazioni sul battesimo di Gesù




Col battesimo di Gesù, nel fiume Giordano, Dio ha rivelato se stesso: Il Padre ha aperto i cieli. Dio ha comunicato direttamente con gli uomini, mandando la Sua Voce ed il Suo Spirito. La persona dello Spirito Santo, invisibile agli occhi, si è resa visibile attraverso la traiettoria ben precisa del volo della colomba apparsa. Lo Spirito Santo mostra di colmare la distanza tra il Cielo e la terra.
Questo significa che Dio ha deciso di avvicinarsi all’uomo. Già il Figlio di Dio si era incarnato. Era tra gli uomini, ma non era conosciuto come Dio fatto uomo. Tutto quello che gli uomini potevano vedere, era solo la realtà di un uomo.
Anche oggi Gesù è tra gli uomini , ma non tutti gli uomini lo conoscono come Dio. Perché Gesù sia conosciuto, è necessario che Dio lo riveli, che sia aperto il cielo e che sia mandato lo Spirito.
I Cristiani debbono imparare da Giovanni Battista - la cui funzione continua ad esercitarsi mediante la Chiesa - che cosa significhino quei cieli aperti, e quel volo di colomba che si ferma su Gesù che si fa battezzare. Devono comprendere cosa significhi quel fermarsi dello Spirto Santo - allora su di Lui - e poi, nell’acqua sacramentale del Battesimo, su ognuno di noi. I cristiani debbono imparare a capire che cosa significhi quell’esprimersi di Dio che rivela in Gesù la sua identità sovrumana e propriamente divina di Figlio di Dio.
Bisogna inoltre prendere atto che Dio si rivela nell’identificazione del Figlio. Vari sono i testi della Scrittura che a questo riguardo esprimono verità importanti.
Nel Salmo 33 parla un uomo che attende molto da Dio. Quell’uomo dice: "Ho sperato, ho sperato nel Signore". Quest’uomo ha sperimentato l’esaudimento. Dice: "Dio si è chinato su di me. Dio ha dato ascolto al mio grido".
In questo salmo Dio aiuta l’uomo a fare esperienza di Lui . Dio mette sulle labbra di un uomo una preghiera di riconoscimento e di ringraziamento. Il Padre Celeste insegna all’uomo che le offerte fatte a Lui, i sacrifici stessi, che pur certamente contano nel relazionarsi dell’uomo con Dio, contano soltanto secondariamente.
Più delle offerte e dei sacrifici conta che l’uomo apra gli occhi e gli orecchi, che ascolti la Parola e veda quello che il Padre divino dice: "Questo è il mio Figlio, in lui ripongo tutta la mia compiacenza. Questo Figlio compie tutta la mia volontà e realizza tutto il progetto per cui ho creato l’uomo. Questo mio Figlio, deve essere ascoltato".
Il Padre divino conferisce all’uomo una nuova identità, non soltanto attraverso l’incarnazione del Figlio, ma anche attraverso la Sua rivelazione. Questa identità si realizza in una precisa presa di coscienza, che fa dire all’uomo: "Tu, Dio, non hai chiesto sacrifici e vittime per la colpa, ma hai detto: ‘vieni’, ed ecco, io vengo."
La nuova identità si vive e si ha quando l’uomo dice: "Eccomi", a Dio che lo chiama. Come lo ha detto Mosè, come lo ha detto Davide, come lo ha detto Geremia, Isaia, come lo hanno detto Maria ed i santi. La nuova identità che Dio dà all’uomo è tutta scritta nel libro di Dio. "Nel rotolo del libro è scritto che io faccia, o Dio! il tuo volere. O mio Dio! questo io desidero, la tua legge è nel mio cuore."
Il libro di Dio, la Scrittura, è tale che quando lo apriamo e lo leggiamo, dice a noi stessi quello che è già scritto nel nostro cuore. Facciamo allora quell’esperienza gioiosa che già fecero i pastori, che all’annuncio degli Angeli si recarono a Betlemme, e poterono vedere del Bambino Gesù quello che avevano sentito dire dagli Angeli. L’esperienza cristiana documenta che i credenti in Gesù, nella Chiesa, sentono parlare, attraverso le Scritture, della propria realtà, aperta alla realtà dei prodigi che Dio compie.
I Cristiani debbono imparare dai Santi a nutrirsi di rivelazioni divine, che sono state scritte da Dio per illuminare la realtà nel suo valore assoluto ed eterno.
Se il mondo terrestre ed anche politico si oscura, questo dipende dal fatto che è influenzato da uomini che si sono oscurati dentro, nella loro coscienza. Gli uomini che non cercano Dio, spengono in se stessi il lume naturale della causalità ultima ed assoluta ed il lume soprannaturale della Fede. Vedono soltanto il mondo esterno, le cose, gli affari, diventano prede d’inganno ed ingannatori essi stessi.
Noi cristiani, chiamati a vivere questa nuova identità, dobbiamo quotidianamente cercare di trovare la "luce vera" nella Bibbia, la luce che illumina ogni uomo. Dobbiamo davvero imparare ad identificarci nella Parola del Libro di Dio, e non solo nella parola degli psicologi, non solo nella parola dei medici, e tanto meno nella parola dei maghi.
A questo punto è importante capire che ogni altra voce può al più dare un aspetto di verità. Soltanto il libro di Dio rivela all’uomo tutta intera la verità. Ed è proprio l’intera verità quella che soprattutto, ed oltretutto, interessa, e consente la totale realizzazione della persona.
Ora tutto questo, che deve accadere in noi cristiani, è già avvenuto in Gesù. Nel Vangelo si dice: "Il Verbo si è fatto carne". La Rivelazione ci fa sapere che in Dio, uno per Natura. ci sono tre Persone. Di queste tre Persone, il Verbo, la seconda, si è fatta carne, cioè si è fatta uomo.
Dio ha scelto per Suo Figlio il meglio, qualcosa degna di Dio stesso: e questa cosa è il renderlo partecipe della natura umana. Dio ha voluto fare acquistare alla persona del Figlio la nostra umanità, come natura umana e come condizione umana. E l’una e l’altra le ha volute ricevere da generazione umana e dalle generazioni umane.
Tutto questo deve farci almeno intravedere la grandezza di Dio e di Maria, che si sono alleati ed uniti in totale alleanza, per il nostro bene. Dio e Maria hanno prodotto nella storia la realtà e la presenza di Dio fatto uomo, ed hanno mutato radicalmente tutto il corso della storia umana.
Resta purtroppo sempre possibile all’uomo di spegnere in se stesso la luce di questa rivelazione, e nella realtà di questa identità, può spegnere la carità e la speranza, può devastare tutto il complesso organico delle virtù teologali e morali e i sette doni dello Spirito Santo: al solo scopo di vivere da peccatore. L’uomo può volere a tal punto essere peccatore, da esserlo non solo facendo il peccato ma scegliendo il peccato come propria identità.
Gesù rimane presente nella storia per sempre e lo fa attraverso la Santa Eucaristia. Gesù viene e resta nella Storia e in ogni uomo che in Lui si identifica. Gesù dice: "Io sono la vite e voi siete i tralci". Chi vede voi, vede me: chi vede me, vede il Padre." Tutto questo è una realtà, perché l’uomo creda, accetti, voglia e viva la nuova sua identità divina, la sua nuova dignità.
Leggere al riguardo come approfondimento, poiché sono bellissime anche le omelie di:
Padre Bergamaschi
http://www.taize.fr/it_article1196.html
www.villa-europa.it



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sabato 12 gennaio 2008 - ore 10:45


’’Egli deve crescere e io invece diminuire.’’ (Giovanni 3,22-30. )
(categoria: " Riflessioni ")


Dopo queste cose, Gesù andò con i suoi discepoli nella regione della Giudea; e là si trattenne con loro, e battezzava.
Anche Giovanni battezzava a Ennòn, vicino a Salìm, perché c’era là molta acqua; e la gente andava a farsi battezzare.
Giovanni, infatti, non era stato ancora imprigionato.
Nacque allora una discussione tra i discepoli di Giovanni e un Giudeo riguardo la purificazione.
Andarono perciò da Giovanni e gli dissero: «Rabbì, colui che era con te dall’altra parte del Giordano, e al quale hai reso testimonianza, ecco sta battezzando e tutti accorrono a lui».
Giovanni rispose: «Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stato dato dal cielo.
Voi stessi mi siete testimoni che ho detto: Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui.
Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta.
Egli deve crescere e io invece diminuire.



GIOVANNI BATTISTA, IL TESTIMONE

Di Mons. Gian Franco Ravasi
Era l’anno 28 d.C. e da 15 anni Tiberio sedeva sul trono imperiale romano. Stando all’evangelista Luca (3,2), fu in quel tempo che si levò, forte e chiara, la voce di Giovanni il Battezzatore o Battista nelle steppe del deserto di Giuda, lungo il corso del Giordano. Ed è proprio dalla scena del battesimo di Gesù che noi ora facciamo emergere questa figura profetica che era già entrata in scena nel Vangelo di Luca alla sua stessa origine, attraverso l’annunzio della sua nascita fatto all’incredulo suo padre, l’anziano sacerdote Zaccaria, da parte dell’angelo Gabriele durante un rito vespertino nel tempio di Genisalemme.

Con qualche semplificazione possiamo dire che gli evangelisti ci presentano Giovanni secondo due profili antitetici. Da un lato, c’è la celebrazione gloriosa della sua missione che toccherà il suo apice nel martirio, immerso nell’atmosfera torbida di un’orgia di palazzo (Marco 6,17-29).
C’è, poi, la scena che la liturgia odierna ci propone col Battista, il quale presenta al mondo Cristo e c’è quel panegirico che lo stesso Gesù dedicherà al suo "precursore" in Matteo 11,7-15 e che ha il suo vertice in una battuta esaltante: "In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista".

D’altro lato, però, si nota nei Vangeli quasi una presa di distanza, anche perché alcuni discepoli del Battista non si rassegnavano ad abbandonare il maestro per passare a quel Gesù nei cui confronti Giovanni si era dichiarato indegno persino di slacciargli i sandali. Anzi, si erano progressivamente costituiti in una comunità autonoma con proprie preghiere (Luca 11,1) e riti (Marco 2, 18) e con contatti formali ma distaccati con Cristo (Matteo 11,2-6).

È per questo che l’evangelista Giovanni ribadisce che il Battista "non era la luce, ma doveva rendere testimonianza alla luce" (1,8).
Anzi, ricorrendo al simbolismo nuziale e alla funzione giuridica dell’"amico dello sposo", ossia il mediatore tra le due famiglie nella stipula del matrinionio ebraico, il quarto evangelista metterà in bocca al precursore questa confessione: «Non sono io il Cristo (Messia), ma io sono stato mandato innanzi a lui. Chi possiede la sposa è lo sposo; l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta.Egli deve crescere io invece diminuire» (3,28-30).

Effettivamente il Battista è l’ultimo profeta anticotestamentario (Luca 16,16), aureolato certo di gloria (con Maria, è l’unico santo ad essere festeggiato nel calendario liturgico, non solo nella morte, ma anche nella nascita), però egli è soltanto un indice puntato verso Cristo, il vero centro della storia della salvezza. Per questo, nello splendido polittico dell’altare di Isenheim, conservato nel museo della cittadina alsaziana di Colmar, il pittore Matthias Grunewald - che ha dipinto l’opera tra il 1512 e il 1516- ha raffigurato ai piedi del Crocifisso il Battista con un poderoso indice puntato verso Cristo, l’unico che "deve crescere" nella fede e nell’adorazione dei discepoli.

’’Non fissare il tuo sguardo sul mio dito, ma osserva ciò che sta indicando:è la luna piena che illumina il tuo cammino.
(Anonimo) ’’


(…)È con la fermezza statuaria di una quercia che Giovanni è entrato, infatti, nella memoria artistica e popolare in centinaia di opere: per tutte vorrei evocare il profilo indimenticabile che il pittore Mathias Grunewald gli ha attribuito nella pala centrale della Crocifissione del polittico dell’altare di Isenheim, conservato nel museo di Colmar in Alsazia (circa 1512-1515).
Il Battista, a destra della croce, rivestito di pelle d’animale e di un mantello rosso, stringe nella sinistra il libro aperto delle profezie mentre l’indice enorme e imperativo della destra indica a tutti il Cristo.
Egli è proprio tutto in quell’indice che definisce la sua missione: «Bisogna che lui cresca e che io diminuisca» (Giovanni 3,30). (didascalia scelta e adattata da un ulteriore commento di G.Ravasi)








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venerdì 11 gennaio 2008 - ore 17:59


Mc 1,29-39
(categoria: " Riflessioni ")


Mc 1,29-39 E, usciti dalla sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.





Gesù predica nelle “loro” sinagoghe, non le sue (scusate le analisi minute) e scaccia i demoni. Domanda: è questa la religione? Organizzare del culto e autodistruggere gli spiriti. Ecco che cosa aveva fatto la religione: un luogo in cui si fanno delle chiacchiere e dei riti e in cui ci sono degli spiriti a pezzi.
Gli esorcisti sono una produzione della religione, mentre con la venuta di Cristo, satana doveva essere emarginato dalla psiche e dalla storia. Invece, noi abbiamo ancora fenomeni diabolici. Avere esorcisti vuol dire che siamo nelle stesse condizioni in cui si è trovato Gesù all’epoca: siamo ancora in re-li-gio-ne, non siamo in cristianesimo.
Gesù predica ancora per poco, nelle loro sinagoghe, (poiché lo cacciano per le cose che dice) però, non vi prega. Se Pietro e compagni lo trovano a pregare in un luogo deserto, vuol dire che al mattino – mentre gli altri andavano a messa – (scusate il riferimento). Lui andava a pregare. Ma a pregare non si va in una chiesa, no! Nelle loro sinagoghe Gesù parla, ma non prega; Gesù è venuto a chiudere l’epoca delle religioni. La sua rivoluzione si identifica con la sua rivelazione, uso le due parole ad arte perché tra poco udirete il riferimento.
Fine della religione: inizio di infinite novità esistenziali, dopo aver chiarito i rapporti con Dio e con gli uomini.
Questo è il Messaggio di Gesù.

Fuori di Israele le devastazioni della religione naturale o della laicità (anche questo lo dico ad arte) non sono meno profonde.
Vi citerò il passo di Svetonio Tranquillo là dove traccia il ritratto di Nerone, lo cito perché Nerone nasce esattamente nel 36 quando Gesù muore e ha finito la sua rivoluzione. Sentite: Nerone, ebbe due pedagoghi: un ballerino e un barbiere, se guardiamo la televisione mi pare che il clima non sia molto diverso. A undici anni ebbe per precettore Seneca (povero Seneca) l’ha preso troppo tardi. Sentite cosa faceva e vedrete che c’è lo specchio di molti giovani della nostra epoca. Dopo il tramonto del sole, postosi un cappello in testa, andava per le taverne, per le vie, facendo baccani e oltraggi, sconficcava e rubava le botteghe. In casa aveva ordinato un magazzino dove vendeva all’incanto le cose rubate, da mezzogiorno fino a mezzanotte protraeva i conviti, chiamò il mese di aprile Nerone e aveva stabilito di chiamare Roma Neropoli. Morì a trentadue anni, dopo quattordici di regno. Notate che anche lui apparteneva a una religione, ma laicizzata da parte sua, ovviamente.

Questi sono i risultati. Gesù era morto da poco, o stava soffrendo i dolori della Croce, quando Nerone nasceva
Oggi, sono nati numerosi movimenti religiosi. Ho sentito un prete definire “sette” questi movimenti e per rispondere a queste deviazioni avrebbe creato una catena di preghiera anche notturna (lo dico senza ironia). Purtroppo nella storia, noi continuiamo a opporre alla non-religione, non il cristianesimo, ma una religione, ancora un tipo di religione dove alcuni fanno il baccano notturno, altri fanno una adorazione perpetua. Mi dispiace, ma io credo che non sia questa la risposta che i cristiani debbono dare a quello che noi chiamiamo il male del secolo. La risposta è sempre in attesa: è l’attuazione del Vangelo. Siamo sempre in religione.

La punta del pensiero filosofico che si esprime sulle pagine dei giornali è in genere un titolo come questo e cito il più avanzato: “Perché non possiamo non dirci post-cristiani”. Vi farò vedere che il problema è vecchio di sessanta anni e gli articoli dei massimi filosofi italiani che vi citerò, sono due: uno è Benedetto Croce e l’altro è Giovanni Gentile. La vicenda dei due più o meno la conoscete, ciò che non si conosce sono i loro rapporti con il cattolicesimo. Brevemente, vi farò il sunto dell’articolo di Croce del 1942. Siamo in piena guerra. Scrive Croce: “Perché non possiamo non dirci cristiani” e in un punto si domanda se la Chiesa avesse un futuro. A questa domanda – dice Croce – io non rispondo, perché non è oggetto della mia ricerca. Ma poi da tutto il contesto si capisce che pensava si andasse verso un “post cristianesimo”, come accadrà per i filosofi di oggi.

L’altro articolo è quello di Gentile che ha come titolo “La mia religione” che è del 1943, un anno dopo quello di Croce. Probabilmente i due erano lievemente diversificati, – non voglio farvi una lezione di filosofia
– quello che conta è di vedere i contenuti di questi articoli.
L’articolo di Croce “Perché non possiamo non dirci cristiani” comincia così: “Il cristianesimo è la più grande rivoluzione che sia mai stata fatta nella storia.”

Vi confesso che sono rimasto abbagliato quando ho sentito questa affermazione, però andando poi più avanti mi sono accorto che il cristianesimo per Croce è una “rivoluzione”, e non una “rivelazione”. Me ne sono accorto perché successivamente egli dice: Né Gesù, né Giovanni, né Pietro possono avere detto il tutto della storia, perché la storia è diveniente e quindi quella rivoluzione è imperfetta, come sono imperfette tutte le altre.
Prendiamo Dante e diciamo che è poetico, però ci sono delle pagine che poetiche non sono, così Omero e tutti i grandi autori. C’è qualcosa che ha un limite, corrono in soccorso a Croce: l’umanesimo, il protestantesimo, fino alla Rivoluzione Francese.
Parentesi, adesso avrete capito perché il Presidente della Francia dice che non vuole mettere la parola “cristiana” per qualificare le radici dell’Europa. Io l’ho anche scritto e sono d’accordo che l’Europa non è mai stata cristiana, per cui mi trovo allineato. Il motivo che porta questo Presidente o in genere tutta la intellighenzia francese a negare dette radici, è perché hanno in testa la concezione di Croce. É la Rivoluzione Francese che sta alla radice dell’Europa. Si tirano le somme di secoli di errori e finalmente si rimettono a posto le cose.

Nerone voleva cambiare il nome a Roma, i rivoluzionari francesi avevano cambiato il nome anche ai giorni dei mesi ecc.
Conclusione, Croce dice: la Chiesa condanna tutti questi movimenti, anche la rivalutazione di Hegel, ma rientreremmo in particolari che non ci servono. Croce dice di appartenere a coloro che hanno lavorato nella vigna del Signore, hanno lavorato per perfezionare una rivoluzione che era imperfetta. Quindi in Non possiamo non dirci cristiani Croce rivaluta tutte quelle imprese che per noi sono invece, di tipo religioso come, la conversione dei barbari, la opposizione all’Islam. Per Croce – storicista – queste sono opere sono più interessanti dell’attuazione del Vangelo. Ecco il motivo per cui Croce dice: che anche noi siamo cristiani e abbiamo contribuito a perfezionare una rivoluzione.
Gentile nella “Mia religione” è ancora più sottile.

Gentile è colui che ne 1907 si batte in parlamento per introdurre i crocifissi nelle scuole e dice: “Il clero mi aveva santificato.” Poi nel 1923 per quanto riguarda l’insegnamento religioso nelle scuole, il fascismo accettò l’idea di Croce che diceva che questo insegnamento lo deve fare chi ha i titoli e quindi devono essere i preti.
Gentile invece, che della religione aveva una certa opinione, pensava che l’insegnamento religioso lo si dovesse fare solo nelle elementari e non nelle medie come è accaduto nel 1923.
“Da quel momento - dice Gentile - mi hanno detto il “crocefige”, quei medesimi che prima mi avevano esaltato.” E disse: “Io sono cristiano perché credo nella religione dello spirito, poi sono anche cattolico perché accetto i dogmi della Chiesa.”
Gli replicano: “Tu dici di essere così però la Chiesa ti condanna, come rispondi a questo?”

Ecco la risposta di Gentile: “Io sto con la Chiesa passata, presente e futura.” Sentite il pensatore sottile? Come dire: adesso voi mi condannate, ma come è accaduto per il passato, la Chiesa futura rivaluterà le mie posizioni.
Questi sono i contenuti brevi di quei due articoli che hanno lasciato un segno nella cultura italiana.
Siamo d’accordo sulla non attuazione del Messaggio, siamo d’accordo sul fatto che – almeno se stiamo all’Italia – il cristianesimo non è attuato o forse è attuato nelle singole persone, però appena usciamo dalla singolarità, o nella famiglia o nel sociale, vediamo tutto andare a pezzi, non c’è nemmeno l’ombra del Messaggio di Gesù. Questo sarà oggetto delle mie predicazioni future. Ciò accade - e la mia spiegazione resta ferma – perché il cristianesimo è caduto al rango di religione e non perché non è una rivelazione. La critica alla Chiesa (cristianesimo reale) può essere giusta e anch’io mi associo, ma la posizione di Croce e di Gentile e di questi filosofi modernissimi che mi parlano di un “post-cristianesimo”, non sono in linea evangelica e la loro posizione non è accettabile, perché elimina la speranza del futuro (lo dico ai giovani) e si adagia sulla teoria niciana dell’ “eterno ritorno” e questo è il contrario della rivelazione di Gesù.



FONTE



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Semicerchi, 43 anni
spritzina di vialattea
CHE FACCIO? non è da questo che si giudica una persona
Sono sistemato

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