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E’ più esatto dire che...li sto rileggendo... [Pierre Riches]- La Fede è un bagaglio lieve;
D. Qual è l’atteggiamento più giusto per vivere una fede? R. Non avere mai tesi a priori o accettate ciecamente. Continuare a ragionarci sopra criticamente, cercando di capire la ragion d’essere di ciò che propone la fede e, se è il caso, rivedere le proprie tesi, perché solo così si può trovare la verità e sottoporla a verifiche e riprove.D. Gesù non dice nulla dell’Aldilà,perché? R. Sarebbe disastroso se ci avesse detto che non ci sono i cinema ma i semafori sì


- La vita segreta delle api [Sue Monk Kidd]


Maestro insegnaci a pregare [Padre Andrea Gasparino]Ogni "novità" di P. Gasparino è attesa ed accolta con gioia, come un "dono", da tantissimi giovani ed educatori. [...] In questo libro ritornano (ed era naturale) i temi cari a P. Gasparino [...] sono riprese, quasi alla lettera, molte delle riflessioni già pubblicate in un precedente volume della Elle Di Ci: La preghiera del cuore. ’’Pregare e’ un dono grande ed esigente. Non consiste nell’apprendimento di alcuna nozione: la preghiera e’ una vita.’’


Le omelie di Padre Aldo Bergamaschi
www.padrebergamaschi.com [...]il cristianesimo non è attuato o forse è attuato nelle singole persone, però appena usciamo dalla singolarità, o nella famiglia o nel sociale, vediamo tutto andare a pezzi, non c’è nemmeno l’ombra del Messaggio di Gesù. Questo sarà oggetto delle mie predicazioni future. Ciò accade - e la mia spiegazione resta ferma – perché il cristianesimo è caduto al rango di religione e non perché non è una rivelazione.[...]

Gli opuscoli di Padre Tornese
Li ho messi online tutti e 23





Sulla strada di Emmaus

Polvere... Incontri... Provocazioni...


’’Strada Statale Gerusalemme – Emmaus: siamo al tramontar della prima Pasqua.
Due viandanti - Cleopa e un altro - riflettono mesti. Tema di drammatica attualità: la morte di Gesù di Nazareth. Si parla di ciò che sta a cuore. Sta a cuore ciò che si cerca. Si cerca ciò che si ama.
Conclusione: ripercorrono un Amore.
Il Risorto s’accosta ma non li folgora: li istruisce e conforta. Li ha cercati e raggiunti per rincuorarli, correggerli e illuminarli.
Ma non attacca il discorso: varca la soglia con dolcezza, con una interrogazione semplice, discreta. "Di che cosa stavate discutendo lungo la via?" (Lc 24,17).
Converge sulla loro mestizia. L’incoraggia a parlare. Si conquista la fiducia.
Fa finta di volersene andar. Fa finta: piacevole un Dio che... Fa finta !
Entrano nella locanda. Lui spezza il pane: brividi che corrono sulla pelle.
Un messaggio in codice! Poi scompare.
E i due? Avevano iniziato il loro cammino con il passo stanco e depresso, adesso partono senza indugio, di corsa, verso Gerusalemme, ansiosi di dire a tutti che l’Amico è risorto: loro lo hanno incontrato.
Stanchi di camminare, iniziano a correre: contraddizioni tutte divine!

Ho comprato un pezzo di terra verso Emmaus.
Fra poco ti apro la porta.’’
don Marco Pozza



Dalla Parte dei Bambini

AMS ONLUS (associazione per la mobilitazione sociale)




Una Suora per Amica

[...]’’Uno dei luoghi della Terra Santa che mi sono rimasti più impressi è la "roccia dell’agonia". E’ una parte di roccia irregolare che spunta nel bel mezzo del presbiterio della Basilica delle Nazioni nell’Orto degli Ulivi. Lì ho potuto passare diversi minuti di preghiera con le mie mani appoggiate su quel sasso, quasi tentando di aggrapparmici, e ancora oggi, tre anni dopo, se chiudo gli occhi e ci penso, mi pare di avere le mani appoggiate in quel luogo dove Gesù ha sudato sangue e ha fatto la sua preghiera più difficile e straziante, chiedendo al Padre non di non soffrire ma di poter avere il suo aiuto se la sofferenza era nel suo progetto d’amore.’’[...]








WWW.IMITAZIONEDICRISTO.IT


Movimento dei Focolarini




"Nessuno sapeva quale sarebbe stato lo sviluppo di quest’opera: le circostanze verificatesi man mano l’hanno svelato. Anche la struttura del movimento più che suggerita da idee umane
è stata ispirata da un carisma, cioè da un dono di Dio"

"Vedi, io sono un’anima che passa per questo mondo.
Ho visto tante cose belle e buone e sono sempre stata attratta solo da quelle.
Un giorno (indefinito giorno) ho visto una luce. Mi parve più bella delle altre
cose belle e la seguii. Mi accorsi che era la Verità."

Chiara Lubich


HO VISTO

Ipocrisia - Apparenza
Non fidarsi mai delle apparenze, neppure quando si tratta di devozione! Anche i cammelli si inginocchiano, anche i fonografi recitano preghiere e laudi, anche gli affettatori di cipolle piangono, anche i cani cadono in estasi . (Gianfranco Ravasi, Avvenire 9/9/2000).

n.b. La comprensione in Cristo va ’’oltre’’ e si domanda il perchè non solo delle cose ma anche dei comportamenti indotti da una cultura cristiana superficiale e la conseguente afonia del messaggio cristiano.


Questa rubrica dovrebbe intitolarsi ’’ ho Ri-visto’’ ho ri-visto un film che ri-vedrei per altre 200 volte per ri-scoprire ogni volta che è proprio una bella storia,’’ Pomodori verdi fritti alla fermata del treno ’’ Pomodori verdi fritti... La trama: Negli anni Trenta, nel profondo e razzista Sud degli Stati Uniti, le regole della società tradizionale imbrigliano senza pietà le donne ed i neri, avvilendone le speranze di emancipazione e occludendone gli spiragli di riscatto. Fra i tavoli del Whistle Stop Cafè, gestito dalla ribelle Idgie e dalla delicata Ruth, spuntano i germogli della lotta non violenta per il riconoscimento di eguali diritti, accanto ai piatti della specialità della casa serviti caldi: fette di pomodori verdi infarinate e rosolate nel grasso. La storia del legame d’amicizia fra le due giovani donne dell’Alabama irrompe in forma di racconto nella conoscenza fra una ottuagenaria che vive in un ospizio ed una signora frustrata a causa d’un matrimonio sonnecchiante. Mansueta ed apparentemente a proprio agio nella cornice d’un menàge che galleggia sulla consuetudine più desolante, Evelyn si dimostra allieva volenterosa d’una lezione di vita vecchia di sessant’anni, ma più che mai giovane, [...] Recensione di :Simona D’Alessio


Dalle interviste di pif a youtube ’’l’esperienza di Suor Anna’’
Suor Anna su Youtube



Sono entrati con prepotenza nel mio cuore due film che ho guardato in questi giorni, li inserirò nei miei classici preferiti e intramontabili, ho pianto come la fontana di Trevi prima che la colorassero di rosso
Into the wild
‘’ Il film racconta la storia del giovane idealista Christopher McCandless che, abbandonata la vita normale di tutti i giorni, va a vivere nella selvaggia Alaska. ‘’ il film è ispirato da una storia vera Il Trailer


Ogni cosa è illuminata
’’Un esordiente nel cinema, Liev Schreiber, mette in schermo un esordiente della letteratura, J.S. Foer, un ebreo americano che racconta a sua volta di uno studente americano deciso a trovare in Ucraina la donna che salvò suo nonno dalla furia nazista.’’ Recensione e storia del film
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potrei non esserti di guida;
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mercoledì 16 aprile 2008 - ore 21:59


L’icona della Trinità: Dio Ha visitato il Suo popolo
(categoria: " Vita Quotidiana ")




L’icona della Trinità: Dio Ha visitato il Suo popolo





1. Il roveto ardente

Testo biblico Esodo 3, 1-6
1 Ora Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. 2 L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. 3 Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». 4 Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». 5 Riprese: «Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!». 6 E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio.

Commento
D. Ange nel suo libro Dalla Trinità all’Eucaristia paragona nel capitolo iniziale l’icona della Trinità di Rublev al “roveto ardente” che vide Mosè sul monte Sinai. Siamo davanti all’Icona della Trinità di Rublev, una tra le icone più famose in assoluto, la più ricca di possibile letture simboliche, la più misteriosa. Essa è come il roveto arde e non si consuma.



L’icona, che è la Scrittura scritta con i colori, partecipa delle caratteristiche della Scrittura. Ed essa – come la Sacra Scrittura – arde senza mai consumarsi; arde nei nostri cuori senza mai spegnersi.
L’icona, ogni icona, è interpretazione spirituale delle Scritture… è lectio divina fatta tramite i colori e le immagini. Avviciniamoci come Mosè “al roveto”, togliendoci i sandali davanti al “mistero di Dio” che questa icona vuole “comunicare” più che “spiegare”. E’ l’incontro con Dio ciò che il credente cerca nella Scrittura, cerca una “parola viva e nuova di Dio”; ugualmente è l’incontro con Dio che l’uomo cerca tramite l’icona: egli invoca che Dio voglia mostrare il suo volto. Esperienza di visione e di ascolto, nella quale come Mosè potremmo sentire pronunciare il nostro nome in un modo unico. Sempre D. Ange afferma che le attese del credente davanti all’icona, e io direi anche davanti alle Scritture, possono essere come «quelle che si attende un esiliato dal viaggiatore che viene dal paese della sua infanzia». La Scrittura come l’icona possono essere come “testimonianza” di quella “patria” alla quale siamo chiamati, di quella comunione con Dio in cui si disseta ogni nostro più grande desiderio.
2. All’ombra delle querce di Mamre

Testo biblico Genesi 18, 1-15[ /b]
1 Poi il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. 2 Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, 3 dicendo: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo. 4 Si vada a prendere un po’ di acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. 5 Permettete che vada a prendere un boccone di pane e rinfrancatevi il cuore; dopo, potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo». Quelli dissero: «Fa’ pure come hai detto». 6 Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: «Presto, tre staia di fior di farina, impastala e fanne focacce». 7 All’armento corse lui stesso, Abramo, prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. 8 Prese latte acido e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse a loro. Così, mentr’egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono.
9 Poi gli dissero: «Dov’è Sara, tua moglie?». Rispose: «È là nella tenda». 10 Il Signore riprese: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio». Intanto Sara stava ad ascoltare all’ingresso della tenda ed era dietro di lui. 11 Abramo e Sara erano vecchi, avanti negli anni; era cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne. 12 Allora Sara rise dentro di sé e disse: «Avvizzita come sono dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!». 13 Ma il Signore disse ad Abramo: «Perché Sara ha riso dicendo: Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia? 14 C’è forse qualche cosa impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te alla stessa data e Sara avrà un figlio». 15 Allora Sara negò: «Non ho riso!», perché aveva paura; ma quegli disse: «Sì, hai proprio riso».
Commento
L’icona innanzitutto descrive una scena biblica molto nota: l’ospitalità di Abramo (Gn 18,1-15). Prima di passare ad una interpretazione successiva occorre prendere in considerazione questo passo delle scritture che ha ispirato l’icona e che purtroppo viene spesso trascurato o al massimo considerato come una fonte ispiratrice che tuttavia non ha più nulla da dire per la “lettura trinitaria” dell’icona. Invece mi sembra di poter dire che per una comprensione piena dell’icona occorra partire proprio da qui. Infatti dietro a questa raffigurazione della Trinità, tipica della tradizione orientale, sta l’idea che essa in quanto tale non si possa raffigurare, e che per questo sia necessario ricorrere ad una “prefigurazione” veterotestamentaria del mistero trinitario. La tradizione orientale cioè per rappresentare Dio-Trinità non ricorre direttamente alla raffigurazione del Padre, del Figlio e dello Spirito, ma raffigurando un evento biblico in cui è possibile intravedere qualcosa del mistero di Dio. Non è indifferente a mio avviso che la tradizione iconografica abbia scelto questo brano biblico e non credo che si possa commentare correttamente l’icona senza passare attraverso questo primo livello di interpretazione che fa riferimento ad un testo biblico di cui l’icona – come già abbiamo detto – è “esegesi”, “interpretazione”.
Il brano della Genesi narra l’episodio di quando tre uomini giunsero inaspettatamente e misteriosamente presso la tenda di Abramo. Li vediamo sotto un albero seduti intorno ad una tavola. Sono pellegrini hanno il bastone per il viaggio in mano; sono inviati (angeli) hanno le ali… inviati per portare una notizia. La notizia che essi portano è attesa… anzi ormai insperata. Sono passati venticinque anni da quando una voce risuonava nella notte per Abramo: «lascia il tuo paese, la tua famiglia, la casa di tuo padre; va’ nella terra che io ti mostrerò» (Gn 12, 1). Abramo partì senza sapere dove andava percorrendo paesi stranieri come un pellegrino, un viandante. Alla promessa di una terra si aggiunge la promessa di una discendenza: «Esci nella notte, solleva gli occhi verso il cielo, conta il numero delle stelle: così numerosa sarà la tua discendenza… » (Gn 15,5). Terra promessa, ma mai donata; discendenza promessa, ma mai avuta. Abramo continua a camminare nell’attesa del dono promesso, cercando di scorgere la presenza di colui che lo aveva chiamato.
Ed ecco che nell’ora più calda del giorno tre uomini stanno in piedi davanti a lui… come accorgersi che quella è la visita tanto attesa (Gn 18,1-14). La promessa viene confermata… si da una scadenza: «tornerò a te alla fine della stagione ed ecco: Sara, tua moglie, avrà un figlio».
Una vicenda strana, un episodio affascinante e misterioso… la storia di una “visita di Dio”. Ecco ciò che l’icona raffigura: una visita di Dio. Dio visita Abramo e Sara… misteriosamente, nel momento in cui anche la speranza più forte poteva vacillare. E una delle visite di Dio, forse la più emblematica e misteriosa, diventa richiamo a tutte le viste di Dio nella storia… quando Dio si fa vicino e trasforma la promessa in dono… un dono che supera sempre la promessa. L’icona coglie i sensi spirituali del brano biblico che raffigura… è un’esegesi spirituale a colori.
Questa raffigurazione della visita dei tre uomini ad Abramo diventa simbolo di ogni visita di Dio fino a quella visita che è compimento pieno e definitivo di ogni promessa: Gesù di Nazareth. Si tratta, come abbiamo visto sopra, di una forma che assume la lettura spirituale delle Scritture. Già Luca vede in Gesù Dio la visita definitiva di Dio al suo popolo Israele: «Dio ha visitato il suo popolo» (Lc 7, 16).
Per questo motivo la tradizione cristiana ha visto in quei tre uomini un riferimento dell’Antico Testamento alla Trinità: perché ogni “visita di Dio” deriva dal suo essere Trinità… cioè “relazione in se stesso”… amore che è portato ad uscire fuori di sé. La natura intima di Dio si rivela nel suo “visitare l’uomo”… non è la trinità a-temporale e lontana che viene raffigurata nell’icona, ma la Trinità all’opera nella storia della salvezza.
L’icona “della visita” di Dio è l’icona “delle visite di Dio”… l’icona per l’oggi di ogni credente che attende nella sua realtà che Dio lo visiti per trasformare le promesse in dono. E’ l’icona che apre alla speranza della “visita di Dio” per ogni uomo che vive in “terra straniera”, che sente vacillare la speranza… un icona che per ogni uomo “in terra straniera” diventa invocazione:
«Perché non tornare oggi ad aprire il banchetto di nozze…
ecco la nostra tenda è aperta per accogliervi, per accoglierti…
e l’ombra delle nostra querce…
e l’acqua delle nostre fontane…
Tutto questo per rinfrancare voi, te.
Prima di riprendere il vostro… il tuo cammino»1


Il ritmo della vita trinitaria: il tre angeli

Testo biblico Giovanni 1, 14-18

14 E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
15 Giovanni gli rende testimonianza
e grida: «Ecco l’uomo di cui io dissi:
Colui che viene dopo di me
mi è passato avanti,
perché era prima di me ».
16 Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto
e grazia su grazia.
17 Perché la legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
18 Dio nessuno l ’ha mai visto:
proprio il Figlio unigenito,
che è nel seno del Padre,
lui lo ha rivelato.

Commento
Nell’icona i tre angeli nelle loro espressioni, nella loro posizione, nei colori esprimono il ritmo della vita trinitaria.
Prima di vedere gli elementi che indicano questo ritmo vediamo quelli che richiamano all’unità:
Un elemento molto importante è il colore blu che, se osserviamo l’icona, è presente nelle vesti di tutte e tre le figure, mentre gli altri colori variano figura per figura. Il blu è il colore della divinità che le tre persone divine condividono, gli altri colori invece sottolineano le specificità di ogni persona.
Un atro tratto comune che caratterizza i tre angeli è la somiglianza del volto. Come la presenza del blu che indica la divinità, così anche questo tratto richiama l’unità della trinità. Ogni angelo presenta un volto giovanile, né maschile né femminile, per esprimere l’eternità della divinità delle tre persone.
Anche fisicamente i tre angeli sono uguali. Il loro corpo è molto allungato rispetto alle proporzioni normali. Questo è un elemento tipico dell’icona che esprime la diversa dimensione delle figure raffigurate. Non si tratta infatti della raffigurazione di corpi materiali, ma del loro “spessore spirituale”. Questo aspetto è molto rilevante nelle icone dei santi
Molto importante per sottolineare l’unità è il cerchio in cui i tre angeli possono essere inscritti (cfr. disegno): il cerchio indica il tutto, l’unità della vita di Dio.
1. L’angelo al centro



L’angelo che sta al centro dell’icona è messo in risalto oltre che dalla posizione anche dalla vivacità dei colori e dalle linee che sembrano attirare lo sguardo su di lui. Si potrebbe pensare che si tratti del Padre proprio per questa sua posizione preminente sugli altri due. In realtà sembra preferibile ritenere che si tratti del Figlio. Perché allora il Figlio nell’icona della Trinità è al centro e non il Padre, come ci si aspetterebbe?
Mi sembra che i motivi siano due: il primo riguarda una spetto molto importante per la teologia della Trinità secondo la sensibilità orientale: la Trinità si rivela nella storia della salvezza e massimamente nell’opera fatta di parole e opere del Figlio di Dio fatto uomo. Non si può parlare di Dio se non partendo da Gesù, il Figlio. Come abbiamo già detto non si parla della Trinità in astratto, ma facendo riferimento al suo rivelarsi nella storia della salvezza, nelle grandi opere che Dio compie in favore dell’uomo. Il secondo motivo che vedremo meglio più avanti è legato al mistero pasquale, alla morte e risurrezione di Gesù, come il luogo dove l’azione del Padre, per il Figlio, nello Spirito raggiunge la sua massima espressione e l’amore di Dio si rivela. L‘asse centrale dell’icona è quella che presenta i richiami al mistero pasquale e alla croce di Gesù.
L’angelo al centro è rivolto verso quello di sinistra, il Padre. Lo sguardo dei due personaggi si incontra e sembra si possa intuire un dialogo in quegli sguardi. In quello sguardo del Figli verso il Padre e del Padre verso il Figlio possiamo vedere la missione che il Figlio riceve dal Padre e che la teologia dell’evangelista Giovanni esprime con un linguaggio molto denso e suggestivo:
«In verità, in verità vi dico, il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa» (Gv 5, 19).
«Io … ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato» (Gv 5, 36).
«… io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare» (Gv 12, 49).
«… bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato» (Gv 14, 31)
Anche un passo di Tertulliano esprime la realtà racchiusa nello sguardo che si scambiano il Padre e il Figlio:
Il Figlio ha mostrato il cuore del Padre, ha tutto udito e visto presso il Padre ed ha annunzia ciò che il Padre ha comandato. Egli non ha adempiuto la sua volontà, ma quella del Padre che ha conosciuto da vicino fin dalla sua origine. (Ad Prax. III)
In quello sguardo che l’icona rappresenta sta tutto questo ricchissimo sfondo scritturistico e in particolare giovanneo. Nello sguardo del Padre possiamo leggere una domanda simile a quella che risuona nella vocazione del profeta Isaia: «Chi manderò? Chi andrà per noi?» (Is 6,8). Questa domanda è anche espressa dalle dita del Padre che indicano il calice sulla mensa contenente l’agnello. D. Ange immagina alcune domande presenti nel cuore di Dio:
«Inviare un Angelo? Li consolerebbe...
Ma potrebbe divinizzarli?
Michele in persona? Combatterebbe per loro...
Ma sarebbe vinto l’omicida da colui che egli ha fiaccato?
Un profeta? Porterebbe una parola di fuoco...
Ma il cuore dell’uomo potrebbe rinascere?
Un re fortissimo? Porterebbe pace e concordia...
Ma potrebbero perdonarsi, senza vedere il nostro modo di essere?
Un grande sapiente? Donerebbe un ideale di vita...
Ma creerebbe cieli nuovi e terra nuova?
Un maestro spirituale?
Li guiderebbe verso la conoscenza...
Ma l’uomo vedrebbe il suo Dio con la sua carne?»2

Nello sguardo che il Figlio rivolge al Padre potremmo udire la risposta che diede il profeta: «eccomi, manda me!» (Is 6,8). L‘argomento del colloqui che si svolge più attraverso lo sguardo che le parole sembra essere la coppa che sta al centro della tavola e che contiene un agnello. Le mani dei due angeli sembrano indicarla3. Certamente in primo luogo si tratta dell’agnello che Abramo offrì ai tre pellegrini, ma quell’agnello posto in un calice è anche riferimento «all’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo», il suo “mistero parsale”. Quello sguardo d’amore che il Padre rivolge verso il figlio è dovuto a questo… egli dà la vita:
Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. (Gv 10, 17)
Il rosso della tunica dell’angelo centrale richiama l’amore prontissimo della sua obbedienza “fino alla morte”. In questa figura il blu è il colore del mantello: quel colore che nel Padre era velato e nascosto, qui è manifesto e predominante per dire che è Gesù che ci ha rivelato il vero volto di Dio e il suo amore per noi: egli è colui che ci narra il Padre, al sua misericordia, la sua volontà di salvezza…
Dio nessuno l’ha mai visto… il Figlio unigenito che sta nel seno del Padre egli ne ha fatto l’esegesi, la spiegazione, egli ce lo ha narrato. (cfr. Gv 1, 18).
Questi due colori poi ci ricordano anche che Gesù è Dio (blu) e uomo (rosso), Dio che si è fatto vicino a noi, è venuto a camminare con noi.
L’albero che sta alle spalle dell’angelo centrale richiama l’albero della vita nel paradiso e l’albero della Croce. L’albero è curvo sulle spalle dell’angelo centrale come se egli stesse per caricarselo addosso… è la croce, il nuovo albero delle vita. Cristo è il nuovo Adamo, l’uomo nuovo che ci rivela l’uomo vero, l’uomo che sa amare. L’icona non può rappresentare il Figlio senza un albero, la croce che gli si sta caricando sulle spalle, senza un calice che ricorda il suo dono di sé. Il “dono di sé” è la vocazione dell’uomo, perché è il senso della vita di Cristo, quella vita che il Padre contemplava come modello perfetto quando plasmava l’uomo. Adamo aveva allungato la mano verso l’albero per invidia e superbia, Gesù carica su di sé il legno della croce per amarci fino in fondo. Non poteva mancare un riferimento esplicito alla croce, perché è lì sulla croce che il Figlio nel modo più pieno rivela il cuore del Padre che ama in modo gratuito, unilaterale e folle.
Sulla medesima linea dell’albero troviamo la tenda di Abramo e il monte. La tenda sorge alle spalle del Padre, dell’angelo di sinistra, è la casa del Padre alla quale tutto gi uomini sono inviatati. E’ una casa in costruzione della quale il «Figlio» è chiamato ad essere l’artefice chiamando un polo «dalle tenebre alla sua ammirabile luce» (1 Pt 2, 9) per l’edificazione di «un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo» (1 Pt 2, 5) che è la pietra angolare. Porte e finestre sono aperte perché è una casa accogliente come la tenda di Abramo e di Sara.
Il colle sembra offrirsi al Figlio per essere salito. E’ il colle del calvario sul quale il Figlio darà «la vita per le pecore». Il Padre guarda verso quel colle come Abramo guardò il monte Moira quando saliva per offrire il proprio figlio Isacco.
Il Figlio – l’angelo di centro – non guarda l’albero-croce e il colle ma volge loro le spalle… li vede riflessi nello sguardo del Padre, sguardo che parla della nostra salvezza e del cuore di Dio misericordioso e fedele.
In questo sguardo sta il mistero della vita divina, il mistero della nostra salvezza, ma anche il mistero della natura umana creata ad immagine di Dio, creata in Cristo. Possiamo pensare che quello sia lo sguardo che il Padre posò sul Figlio mentre plasmava l’uomo fatto a sua immagine. Il Figlio, “prototipo dell’uomo”, vero uomo, primogenito di ogni creatura per mezzo del quale tutto è stato fatto. Egli è la costante vocazione dell’uomo, la sua forma sostanziale: l’uomo è chiamato a camminare verso la pienezza di Cristo, trasformando la sua mente, la sua vita ad immagine di quella di Gesù. L’uomo deve tendere necessariamente verso colui che custodisce la verità della sua natura. Scrive un teologo della chiesa orientale, quella stessa chiesa nel seno della quale è nata l’icona della Trinità:
per conoscere Cristo abbiamo ricevuto il pensiero, per correre verso di lui il desiderio e la memoria per portarlo in noi. 4
2. L’angelo di sinistra
Dell’angelo di sinistra abbiamo parlato parlando di quello centrale, ancora una volta comprendiamo che non si può parlare del Padre senza passare attraverso il Figlio che ne è la rivelazione.
Il Padre qui a sinistra siede con solennità sul trono. Lo sguardo e il gesto della mano destra hanno qualcosa di imperativo. Anche il vestito oro e rosa (trasparenza) proclama che lui è l’origine della divinità e la sorgente della vita; il blu in questa figura è quasi totalmente nascosto dal mantello: egli è il Dio che nessuno ha mai visto e che il Figlio ha rivelato e narrato con la sua parola e con le sue opere e massimamente nel suo “mistero pasquale” dove il “cuore di Dio” si è mostrato in pienezza.
Abbiamo già notato l’importanze dello sguardo che egli rivolge all’angelo di centro e dei gesti delle sue mani che indicano il calice che contiene l’agnello.
3. L’angelo di destra
L’angelo di destra è in atteggiamento di “infinita devozione”. Egli è, interamente, soltanto una “grande inclinazione” verso gli altri; il suo corpo disegna un’ampia curva. Sembra ricevere tutto dagli altri e attendere tutto da loro. E’ lo Spirito che nulla dice di suo, ma testimonia tutto ciò che Gesù ha fatto.
Il mantello verde richiama la sua azione: dare la vita, rinnovare continuamente il mondo. Spirito vivificante – come diciamo nella professione di fede – che aleggiava sulle acque prima della creazione. La sua funzione è quella di rendere gli uomini simili a Gesù per introdurli nella vita di Dio. Per questo il suo sguardo è rivolto verso coloro che guardano l’icona, anzi precisamente verso l’apertura che si crea davanti alla tavola-altare alla quale i tre sono seduti, il lato vuoto al quale ogni uomo è invitato. Come è importante lo sguardo degli altri due angeli così è importante quello dell’angelo di destra. Quello sguardo indica la missione dello Spirito che è donato nei cuori per plasmare in noi l’immagine del Figlio, per renderci conformi a Cristo e così ricondurci alla nostra primitiva e originaria vocazione. Lo Spirito «è la faccia di Dio inclinata sul mondo»5, i suoi occhi sembrano immergersi verso un abisso che si intuisce lontanissimo e vicinissimo.
Ma che rapporto c’è tra l’angelo di centro e l’angelo di destra, tra il Figlio e lo Spirito? Se guardiamo l’angelo di centro, il Figlio, notiamo che egli ha i volto e lo sguardo rivolti verso il Padre per contemplare la sua volontà, ma ha il petto rivolto verso l’angelo di destra come per “inviarlo”6. Lo Spirito effuso è il compimento del mistero pasquale, il compimento della salvezza perché egli ci rende Figli ad immagine del Figlio e quindi in comunione con il Padre. E’ il dono dei tempi messianici annunciato dai profeti, il dono di Dio per eccellenza, il dono che porta in sé ogni altro dono.
Una preghiera di un vescovo orientale al Concilio Vaticano II dice bene il modo in cui lo Spirito è inteso dalle chiese d’oriente:
Vieni, Santo Spirito,
perché senza di te Dio è lontano,
Gesù risorto resta nel passato,
il Vangelo appare una lettera morta,
la Chiesa una semplice organizzazione,
l’autorità un puro esercizio del potere,
la missione una propaganda,
il culto un arcaismo,
l’agire morale un agire da servi.
Conte, invece, o Spirito Santo,
il cosmo è mobilitato,
il Risorto si fa presente,
Dio è vicino,
il Vangelo è potenza di vita,
la Chiesa diventa comunione,
l’autorità è un servizio gioioso e forte,
la liturgia è memoriale vivente,
l’agire umano etico e morale
è un cammino forte e costruttivo di libertà.

Ignatius Hazim, metropolita di Lattakia
3. Dio ha tanto amato il mondo

Testi biblico Giovanni 3, 16-17
16 Dio… ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. 17 Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.

Commento
Prendendo in considerazione i singoli personaggi dell’icona abbiamo già visto come sia forte il riferimento alla Pasqua del Figlio come momento massimo della rivelazione del Dio-Trinità: è sulla croce che massimamente il Figlio ha rivelato la volontà di salvezza del Padre inaugurando la Nuova Alleanza; è sulla croce che il Figlio ha donato lo Spirito per rendere possibile ad ogni uomo l’accesso alla comunione con Dio. Per ogni uomo di ogni tempo lo Spirito plasma l’immagine del Figlio rendendo attuale e salvifica nella nostra vita la Pasqua di Gesù.
Oltre all’albero che richiama la croce, abbiamo visto che anche il calice che sta davanti all’angelo centrale con dentro l’agnello immolato richiama il mistero pasquale. Tanto più la cosa è significativa se osserviamo che la tavola alla quale i tre sono seduti in realtà è un altare. Basta considerare la finestrella sul davanti che è tipica degli altari dell’antichità costruiti sulle tombe dei martiri. Il calice posto sull’altare richiama dunque l’eucaristia e il senso dell’eucaristia è proprio racchiuso nel mistero del Figlio obbediente fino alla morte e alla morte di croce perché nel pane spezzato si rivela il senso della sua morte che si fa dono per la vita degli altri e nel calice del vino si realizza la Nuova Alleanza che la croce ha reso possibile e inaugurato. Nell’icona il riferimento all’eucaristia illumina il Cristo caricato della croce, ma nello stesso tempo la croce illumina il senso dell’eucaristia.


Ma se osserviamo bene l’icona e allarghiamo il nostro sguardo a partire dal calice che sta sulla tavola-altare vediamo che i contorni dei due angeli laterali formano la sagoma di un altro calice che contiene l’angelo centrale cioè il Figlio. A questo punto è ancora più chiaro il senso del calice posto sull’altare. I due calici si richiamano, illuminandosi vicendevolmente. L’agnello nel calice sull’altare-mensa è identificato chiaramente con il Figlio amato dal Padre perché “da la vita”.
In questo modo possiamo vedere come l’icona coinvolga tutte e tre le persone della trinità nella Pasqua di Gesù e del suo dono sulla croce. Il dono di sé di Gesù è dono di sé di Dio, sua autocomunicazione all’uomo. Con l’effusione dello Spirito questo dono si fa incontro all’uomo e lo porta alla salvezza.
Nella croce, nel calice, nell’agnello immolato si rivela l’amore di Dio che «ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito». Per mezzo del Figlio Dio dona al mondo la possibilità della salvezza che per Giovanni sta nella comunione con Dio. Entrare nel rapporto che intercorre tra il Padre e il Figlio è salvezza, entrare in quello sguardo, tramite l’altro sguardo che lo Spirito ci rivolge.
4. Una ferita o un posto vuoto?

Testo biblico Giovanni 14, 1-23
14,1 «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 2 Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; 3 quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. 4 E del luogo dove io vado, voi conoscete la via».
5 Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». 6 Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7 Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». 8 Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 9 Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? 10 Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. 11 Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse.
[12-14] 15 Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. 16 Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, 17 lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. 18 Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. 19 Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20 In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi. 21 Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
22 Gli disse Giuda, non l’Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?». 23 Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.

Commento
Ed ecco alla conclusione del nostro cammino un posto vuoto, un’apertura fissata dallo Spirito. La prospettiva inversa dell’icona e in particolare delle pedane dei troni dei due angeli laterali crea un naturale coinvolgimento, come se l’icona fosse un invito alla comunione e anticipazione della patria. Ma quell’apertura può anche essere vista come una ferita… una “ferita” in Dio quasi che il cerchio della vita divina sia in qualche modo lacerato7, una lacerazione attraverso la quale lo Spirito può effondersi. In quella lacerazione della vita di Dio, sta la nostra chiamata alla comunione. Ma quella ferita è anche la ferita dell’uomo: la lacerazione in Dio è il suo amore per l’uomo, mentre la lacerazione dell’uomo è la sua sete di Dio. Entrambi gli aspetti nell’icona si fondono… il desiderio di Dio e il desiderio dell’uomo… per tutti e due desiderio di comunione.
Se notiamo nell’asse centrale dell’icona sono allineati l’albero-croce, l’angelo centrala, il calice con l’agnello, l’altare, l’apertura ai piedi dell’icona. Sembra quindi che l’apertura ai piedi dell’icona sia messa in corrispondenza con gli elementi che indicano la passione-morte di Gesù. Ma qual è questo rapporto? Certamente la salvezza che si realizza nella comunione piena con Dio non è qualcosa di esterno al mistero pasquale. Ne è il frutto, ma potremmo anche dire che ne fa parte perché ciò che si compie nel Figlio di Dio fatto uomo, morto in croce, risorto e assiso alla destra del Padre è già pegno e profezia di ciò che si compirà per ogni uomo in ogni tempo, in ogni luogo. Per questo la salvezza di ogni uomo non sta fuori dal mistero pasquale di Cristo, ma ne è parte integrante. Nelle scritture e nei Padri questo è espresso con il vocabolario della sponsalità, dove il rapporto Dio/uomo è espresso attraverso l’immagine del matrimonio. Nella Pasqua di Cristo Dio ha celebrato il suo matrimonio con l’umanità, ha fatto nuova la sua sposa, l’ha “rigenerata” da prostituta a sposa fedele. Così afferma un Inno pasquale (Pseudo Ippoito):
O Gioia dell’Universo,
Banchetto di Grazia!
Tu dissipi le tenebre della morte,
Tu apri le porte della vita!
In Te le promesse sono compiute
I canti sono restituiti alla terra! Alleluja!
O Pasqua, Nozze dell’Agnello,
Il Dio del cielo viene a unirsi a noi nello Spirito.
L’immensa sala delle Nozze,
E’ riempita di commensali.
Tutti portano la veste nuziale
E nessuno è respinto! Alleluja!
O Pasqua, Nuova Luce,
Splendore del corteo verginale,
Presso tutti il Fuoco della Grazia
Arde nel corpo e nello Spirito.
Le lampade non si spegneranno più,
Perché è l’olio di Cristo che arde in esse. Alleluja!

Veramente questa icona è un roveto che arde e che mai si consuma. Davanti ad essa verrebbe da esclamare come Paolo:
«O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!» (Rm 11, 33).
Ma queste vie sorprendenti e inaccessibili sono state aperte a noi per grazia dal Padre per il Figlio nello Spirito Santo, Dio benedetto nei secoli dei secoli. Amen!


Matteo Ferrari – Eremo San Giorgio – luglio 2002


1 D. Ange, Dalla Trinità all’Eucaristia, p. 117.
2 D. Ange, p. 188.
3 Le due dita separate della sua mano richiamano la divina liturgia bizantina, dove questo gesto evoca l’ineffabile mistero: «Nascosto dal Padre prima di tutti i secoli secondo la divinità, nato in questo ultimo tempo da Maria la Vergine, Madre di Dio, secondo l’umanità, per noi e per la nostra salvezza: un solo e medesimo Cristo, Figlio, Signore, l’Unigenito che si fa conoscere in due nature, senza mescolanza né cambiamento senza divisione né separazione ... » (Concilio di Calcedonia).
4 Nicola Cabasilas, La vita in Cristo, 680a.
5 D. Ange, p. 238.
6 D. Ange, p. 238.
7 D. Ange, p. 244.





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mercoledì 16 aprile 2008 - ore 00:01


Gv 12,44-50
(categoria: " Vita Quotidiana ")



At 12,24-13,5a; Sal 66; Gv 12,44-50 - Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto

Giovanni 12,44-50
44 Gesù allora gridò a gran voce: «Chi crede in me, non crede in me, ma in colui che mi ha mandato; 45 chi vede me, vede colui che mi ha mandato. 46 Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. 47 Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. 48 Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno. 49 Perché io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare. 50 E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico come il Padre le ha dette a me».




È presente in questo brano una delle modalità tipiche del quarto Vangelo: il mostrare come a Gesù possano essere ascritte tutte le dimensioni essenziali dell’umanità e come i frutti della presenza del Verbo, preannunciati nei vv 4-5 del prologo, la luce, la vita, siano in realtà gli elementi ineliminabili della quotidianità, ciò che permette l’esistenza umana sulla terra. Gesù è l’essenza della vita, Gesù è acqua pane, luce, Gesù è la mediazione del Padre, (Gv 1,2-3), Gesù è il figlio, l’inviato, il Messia. Può sembrare paradossale, ma il riflettere ancora oggi sul fatto che Gesù non è venuto per condannare, ma per salvare, è assolutamente necessario ed urgente.

La nostra fede è un pensiero forte, è una certezza, è una dimensione che ci rende capaci di guardare al mondo con delle risposte, difficili da perseguire e ottemperare, ma chiare nella loro dimensione di comprensione intellettuale. Detto in poche parole, forse noi non sappiamo agire come il Signore, vuole da noi, ma senz’altro sappiamo che cosa dovremmo fare, quale sarebbe il nostro dovere.

Questo non ci esime però dalla fatica della ricerca: di un annuncio che sia sempre più convincente ed accattivante per l’uomo di oggi, per riuscire a dimostrare come la vita che Dio ci addita non è un suo arbitrario volere, ma ciò che ci realizza in quanto esseri umani prima che cristiani. Questo comporta la necessità di guardare al mondo non semplicemente come un luogo dove poter portare Dio, ma il luogo di Dio, che Lui stesso ama più di quanto noi saremo mai capaci e che solo il nostro sguardo giudice ha inquadrato come meritevole di condanna. Gesù ha guardato al mondo come oggetto di amore!




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martedì 15 aprile 2008 - ore 00:55


Gv 10,22-30
(categoria: " Vita Quotidiana ")



At 11,19-26; Sal 86; Gv 10,22-30 - Popoli tutti, lodate il Signore

Giovanni 10,22-30

22 Ricorreva in quei giorni a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d’inverno. 23 Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone. 24 Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando terrai l’animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». 25 Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza; 26 ma voi non credete, perché non siete mie pecore. 27 Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28 Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. 29 Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. 30 Io e il Padre siamo una cosa sola».



DISSERTAZIONI DI DOTTORATO
2006-2007
DA SILVA Luís Henrique
«Io e il Padre siamo una cosa sola» . Studio esegetico di Gv 10,22-39.
(Mod.: Prof. Johannes BEUTLER)
www.biblico.it

L’affermazione «io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30) – pronunciata da Gesù in occasione dell’ultima controversia gerosolimitana con i «Giudei», sotto il Portico di Salomone, durante la festa della Dedicazione – è centrale per la comprensione dell’identità di Gesù Cristo, quale Figlio unigenito di Dio, e della sua missione come descritta nel quarto vangelo.

La dissertazione studia l’affermazione all’interno della pericope di Gv 10,22-39 e nel contesto dell’intero quarto vangelo.
Dimostrata la centralità di Gv 10,30 per la cristologia e la teologia giovannea e verificata la scarsità di studi sul testo, la ricerca indaga la comprensione dell’asserzione attraverso cinque capitoli così articolati:

Il primo capitolo, oltre ad affrontare le questioni preliminari attinenti alla collocazione della pericope nel vangelo, alla sua delimitazione, alla problematica testuale, all’analisi lessicale, sintattica e stilistica, alla traduzione e alla struttura, fonda la necessità di studiare il passo facendo riferimento a cinque chiavi ermeneutiche: Gv 20,30-31 come sintesi dello scopo soteriologico del quarto vangelo; Gv 1,1-18 come testo programmatico per la comprensione del Cristo giovanneo quale Logos preesistente; la discussione sul risultato delle ricerche sul probabile Sitz im Leben del quarto vangelo in vista della comprensione delle controversie gerosolimitane quali specchio di una fusione di orizzonti fra le ostilità vissute da Gesù e le ostilità vissute dai suoi discepoli; il ruolo delle Scritture di Israele in vista della comprensione dell’immagine del Cristo come compimento delle promesse soteriologiche fatte ad Israele; il ruolo delle proposizioni nominali come strategia letteraria per la comprensione delle questioni riguardanti l’identità e l’origine di Gesù, ma anche di coloro che credono o rifiutano di credere in lui.

Il secondo e il terzo capitolo contengono l’analisi esegetica vera e propria di Gv 10,22-39. Il secondo capitolo analizza i vv. 22-31 mentre il terzo studia i vv. 32-39. La metodologia usata nell’indagine esegetica cerca di unire sincronicamente e diacronicamente la comprensione del mondo dietro, dentro e davanti al testo come ricerca complessiva delle varie dimensioni apparse nel corso dell’analisi. In questo senso vengono affrontate delle difficoltà di tipo narrativo, argomentativo e semantico, ma anche teologico. Se nella maggioranza dei casi le difficoltà vengono affrontate sincronicamente, nel caso della comprensione dello sfondo della festa della Dedicazione, dell’accusa di bestemmia, della predestinazione, dell’attesa messianica, della crux interpretum «voi siete dèi» (Sal 82,6) si rende necessario un approccio di tipo diacronico.

Poiché la questione dell’identità di Gesù, filo conduttore del brano, è risolta attraverso l’impiego della terminologia della filiazione divina e ciò porta gli interlocutori di Gesù ad accusarlo di bestemmia, nel quarto capitolo si realizza un contrasto contestuale e si individua un parallelo con Gv 19,7 e 5,18 dove si ripete la medesima denuncia. Dal momento che in Gv 19,7 tale accusa è presente nel contesto del processo che ha portato alla condanna a morte di Gesù, si affronta la questione del genere letterario di Gv 10,22-39, che viene definito una lite bilaterale (rîb), mentre si propone un raffronto testuale della pericope in esame con il processo contro Gesù, presente nei sinottici, le cui somiglianze, di tipo strutturale, lessicale e tematico nei confronti del testo giovanneo, sono significative. In un secondo momento si passa all’analisi di Gv 5,18 nel contesto di Gv 5,1-47 i cui paralleli lessicali e semantici rispetto a Gv 10,22-39 sono innegabili, quindi si esamina il discorso di Gv 5,19-30 che illumina e chiarisce il senso dell’affermazione di Gv 10,30. Infine, in dialogo con gli autori che hanno sviluppato la ricerca degli ultimi decenni, si discute se la concezione giovannea della filiazione divina di Gesù possa essere compresa come contraria al monoteismo ebraico o addirittura eretica.

Nel quinto capitolo si riprende in esame la citazione di Gv 10,30, alla luce della ricerca svolta nei capitoli precedenti, al fine di situarla nell’orizzonte della finalità del quarto vangelo, in particolare della sua soteriologia. In questa sede si verifica che la speciale comprensione di Gesù quale «Figlio unico di Dio», in connessione con la comprensione della sua particolare unità con il Padre, si rivela il Was della rivelazione cristologica giovannea. L’immagine di Gesù quale Figlio e quella di Dio quale Padre fonda la cristologia del Figlio, il frutto più maturo della cristologia dell’evangelista, la quale si rivela come «cristologia soteriologica della relazione». In altre parole, la relazione del Padre col Figlio non è rivelata in vista della stesura di un trattato teologico sistematico, ma in vista della salvezza di tutti coloro che credono in Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio affinché, credendo, abbiano la Vita.
Approfondimenti sul Padre e il Figlio (San Cirillo)


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lunedì 14 aprile 2008 - ore 02:14


At 11,1-18
(categoria: " Vita Quotidiana ")



At 11,1-18; Sal 41 e 42; Gv 10,1-10 - Ha sete di te, Signore, l’anima mia

Atti 11,1-18

1 Gli apostoli e i fratelli che stavano nella Giudea vennero a sapere che anche i pagani avevano accolto la parola di Dio. 2 E quando Pietro salì a Gerusalemme, i circoncisi lo rimproveravano dicendo: 3 «Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!».
4 Allora Pietro raccontò per ordine come erano andate le cose, dicendo: 5 «Io mi trovavo in preghiera nella città di Giaffa e vidi in estasi una visione: un oggetto, simile a una grande tovaglia, scendeva come calato dal cielo per i quattro capi e giunse fino a me. 6 Fissandolo con attenzione, vidi in esso quadrupedi, fiere e rettili della terra e uccelli del cielo. 7 E sentii una voce che mi diceva: Pietro, àlzati, uccidi e mangia! 8 Risposi: Non sia mai, Signore, poiché nulla di profano e di immondo è entrato mai nella mia bocca. 9 Ribattè nuovamente la voce dal cielo: Quello che Dio ha purificato, tu non considerarlo profano. 10 Questo avvenne per tre volte e poi tutto fu risollevato di nuovo nel cielo. 11 Ed ecco, in quell’istante, tre uomini giunsero alla casa dove eravamo, mandati da Cesarèa a cercarmi. 12 Lo Spirito mi disse di andare con loro senza esitare. Vennero con me anche questi sei fratelli ed entrammo in casa di quell’uomo. 13 Egli ci raccontò che aveva visto un angelo presentarsi in casa sua e dirgli: Manda a Giaffa e fa’ venire Simone detto anche Pietro; 14 egli ti dirà parole per mezzo delle quali sarai salvato tu e tutta la tua famiglia. 15 Avevo appena cominciato a parlare quando lo Spirito Santo scese su di loro, come in principio era sceso su di noi. 16 Mi ricordai allora di quella parola del Signore che diceva: Giovanni battezzò con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo. 17 Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che a noi per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?».
18 All’udir questo si calmarono e cominciarono a glorificare Dio dicendo: «Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita!».


Il comportamento di Pietro a Cesarea fu qualcosa di inaudito per la Chiesa di Gerusalemme, ancora imbrigliata nelle tradizioni giudaiche e poco disposta ad abbandonarle. Perciò quando Pietro giunse da loro «si misero a litigare con lui, lo rimproverarono, gli rinfacciarono di essere entrato in casa di persone non circoncise e di avere mangiato con loro». È sempre la questione del “puro-impuro”che continua a tormentare quella Chiesa e che continuerà a tormentare tanti gruppi giudeo-cristiani i quali saranno sempre di ostacolo all’apostolato di Paolo.
Però è strano che Pietro, sempre apparso come portavoce della comunità, sia rimproverato e dia l’impressione che debba difendersi. Ma è una difesa la sua? Non sembra. Pietro ama la sua comunità e capisce le sue difficoltà. Perciò cerca di far capire alla comunità che bisogna ubbidire a Dio. Lo ha detto davanti al Sinedrio, lo ripete implicitamente alla sua comunità. E a questo tende il suo lungo discorso che è un riepilogo di quanto abbiamo letto nel capitolo 10. La conclusione è ovvia: «Chi ero io da porre impedimento a Dio?». Quando udirono questo, smisero di obiettare e glorificarono Dio dicendo: «Dunque Dio ha concesso anche ai pagani il pentimento che dà la vita». Ma tutti i credenti in Cristo di quella Chiesa sono davvero disposti a vivere questa verità con convinzione? Nessuno infatti può fermare Dio. E noi costateremo nel brano seguente che l’agire di Dio in favore dei pagani è già andato oltre Cesarea e ha raggiunto Antiochia di Siria dove i giudeo-cristiani si sono aperti ai pagani e con loro, senza distinzioni di sorta, hanno formato vere e ferventi comunità. Anzi, per mezzo di Barnaba, sono riusciti a ricuperare “Saulo, lo strumento eletto per portare il nome di Gesù ai pagani” (9,15). Perciò l’avventura missionaria in grande stile sta per iniziare. fonte


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domenica 13 aprile 2008 - ore 09:21



(categoria: " Vita Quotidiana ")






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domenica 13 aprile 2008 - ore 01:08


Gv 10,1-10
(categoria: " Vita Quotidiana ")



IV DOMENICA DI PASQUA
S. Martino I (mf)
At 2,14a.36-41; Sal 22; 1Pt 2,20b-25; Gv 10,1-10 - Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla


Giovanni 10,1-10
1 «In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. 2 Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. 3 Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. 4 E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. 5 Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 6 Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono che cosa significava ciò che diceva loro.
7 Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. 8 Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9 Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10 Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.


IL VANGELO DELLA COMUNITÀ
di Enzo Bianchi fonte

IL PASTORE DEI PASTORI





Dopo averci presentato per tre domeniche la risurrezione del Signore attraverso i racconti delle sue manifestazioni ai discepoli, oggi la liturgia ci invita a contemplarlo vivente quale pastore della Chiesa, «Pastore dei pastori delle pecore» (Eb 13,20), che indica al gregge e ai pastori la via da percorrere.

Siamo a Gerusalemme, e Gesù ha appena guarito di sabato un cieco, suscitando lo sdegno dei farisei. Per rivelare l’autorevolezza che lo abilita ad agire in questo modo, Gesù pronuncia il discorso sul "buon pastore". Israele conosceva la vita dei pastori: per questo era giunto a rivolgersi a Dio quale «pastore di Israele» (Sal 80,1), capace di condurre chi confida in lui «sul giusto sentiero, in pascoli di erbe verdeggianti e ad acque quiete» (Sal 23,1-3). Per svolgere questa sua opera Dio si serve anche di pastori umani, che dovrebbero essere mediatori del suo amore, ma che a volte finiscono per «far perire e disperdere il gregge del suo pascolo» (Ger 23,1). Sicché la formula solenne, «In verità, in verità vi dico», con cui Gesù apre la sua rivelazione, è un monito alle nostre menti e ai nostri cuori. La prima parte del suo discorso è incentrata sulla contrapposizione tra il vero pastore e chi, pur dicendosi tale, si comporta come un ladro e un brigante. Il pastore entra nel recinto delle pecore attraverso la sola entrata legittima, la porta, mentre il ladro vi penetra furtivamente, per altra via.

Tutto ciò che segue è una conseguenza: il guardiano – cioè il Padre – apre l’ovile al pastore, il quale chiama una per una le pecore, le conduce fuori e cammina davanti a loro: esse, in risposta, lo seguono perché ascoltano e conoscono la sua voce. Ecco descritta la nostra relazione con Gesù, l’unico vero pastore delle nostre vite: una relazione fatta di ascolto, conoscenza e sequela fiduciosa, impossibile da instaurare con chi ci è estraneo. I farisei però non capiscono la similitudine, e allora Gesù ricorre a un’altra immagine: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore... Se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo». Le due immagini del pastore e della porta si sovrappongono: Gesù è «il buon pastore che offre la vita per le pecore» (Gv 10,11) ed è la via che conduce al Padre, la via divenuta porta per noi. Egli è nel contempo il mediatore della salvezza e la salvezza stessa: lo stile con cui ha vissuto la sua esistenza è divenuta la via sulla quale siamo chiamati a camminare noi discepoli, se vogliamo vedere salvata la nostra vita.

Al contrario, dice Gesù, «tutti coloro che sono venuti prima di me sono ladri e briganti, ma le pecore non li hanno ascoltati». Qui Gesù non si riferisce ai personaggi della prima alleanza. Sono infatti passati attraverso di lui i pastori e i profeti fedeli di Israele, da Abramo a Giovanni Battista, ma altri sono venuti con pretese ingiustificate: i falsi messia e profeti, che cercavano la propria gloria; i falsi pastori già duramente criticati da Geremia ed Ezechiele.

Ma lo sguardo di Gesù va anche ai pastori della sua Chiesa: «Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita». Coloro che nella Chiesa svolgono il servizio di guidare il gregge sono avvertiti: l’alternativa è tra l’essere pastori che si prendono cura delle pecore con amore e donano loro la vita in abbondanza oppure essere ladri e banditi che si preoccupano di pascere sé stessi. E il modello posto davanti ai loro occhi è uno solo: Gesù, «il Pastore dei pastori» (1Pt 5,4), lui che «aveva compassione alla vista delle folle, perché erano come pecore senza pastore» (Mc 6,34).



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sabato 12 aprile 2008 - ore 00:02


Gv 6,60-69
(categoria: " Vita Quotidiana ")




At 9,31-42; Sal 115; Gv 6,60-69 - Ti rendo grazie, Signore, perché mi hai salvato



Giovanni 6,60-69
60 Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?». 61 Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: «Questo vi scandalizza? 62 E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? 63 È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. 64 Ma vi sono alcuni tra voi che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. 65 E continuò: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio».
66 Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui.
67 Disse allora Gesù ai Dodici: «Forse anche voi volete andarvene?». 68 Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; 69 noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».


• La Parola del Signore e il rapporto d’amore con essa



In questo brano Giovanni mi mostra la Parola del Signore quale punto di incontro, luogo santo dell’appuntamento con Lui; mi accorgo che essa è il luogo della decisione, delle separazioni sempre più profonde nel mio cuore e nella mia coscienza. Mi accorgo ancora di più che la Parola è una Persona, è il Signore stesso, presente davanti a me, donato proprio a me, aperto per me. Tutta la Bibbia, pagina dopo pagina, è un invito, dolce e forte al tempo stesso, all’incontro con la Parola, a conoscere la Fidanzata, la Sposa, che è, appunto, la Parola, che esce, come bacio d’amore, dalla bocca del Signore. L’incontro, che qui viene donato, non è superficiale, non è vuoto, né fuggevole o sporadico, ma è intenso, pieno, costante, ininterrotto, perché è come l’incontro fra lo sposo e la sua sposa; così il Signore mi ama e si dona a me. Occorre l’ascolto attento e premuroso, tanto che neppure una delle sue parole cada a vuoto (1 Sam 3, 19); occorre un ascolto col cuore, con l’anima (Sal 94, 8; Bar 2, 31); occorre l’obbedienza dei fatti, di tutta la vita (Mt 7, 24-27; Gc 1, 22-25); occorre una scelta vera e decisa, che mi fa preferire la Paola del Signore, fino a decidere di prenderla come sorella (Pr 7, 1-4) o come sposa nella mia casa (Sap 8, 2).

• La mormorazione e la chiusura del cuore
Questa tematica della mormorazione, della ribellione mi scuote ancora di più, mi mette in crisi; ripercorrendo la Bibbia, anche solo nella mia memoria, mi accorgo che la mormorazione contro il Signore e il suo agire nei nostri confronti è la realtà più terribile e distruttiva che possa mai venire ad abitare il mio cuore, perché mi allontana da Lui, mi separa fortemente e mi rende cieco, sordo, insensibile. Mi fa dire che Lui non c’è, mentre è vicinissimo; che Lui mi odia, mentre mi ama di amore eterno e fedele (Dt 1, 27)! È la più grande e profonda stoltezza! Nei libri dell’Esodo, dei Numeri o nei Salmi, incontro il popolo del Signore che piange, si lamenta, si arrabbia, mormora, si chiude, si ribella, se ne va, muore (Es 16, 7ss; Num 14, 2; 17, 20ss; Sal 105, 25)); un popolo senza più speranza, senza vita. Capisco che questa situazione si crea quando non c’è più il dialogo con il Signore, quando il contatto con Lui è interrotto, quando, invece di ascoltarlo e di interrogarlo, rimane solo la mormorazione: questa specie di ronzio continuo dentro l’anima, dentro i pensieri, che mi fa dire: "Potrà forse Dio preparare una mensa nel deserto?" (Sal 77, 19). Se mormoro contro mio Padre, se smetto di credere al suo Amore per me, alla sua tenerezza, che mi ricolma di ogni bene, io rimango senza vita, senza nutrimento per il cammino di ogni giorno. O se mi arrabbio, se mi ingelosisco perché Lui è buono, perché dà via il suo amore a tutti, senza misura, e faccio come i farisei (Lc 15, 2; 19, 7), allora rimango completamente solo e oltre a non essere più figlio, non sono neanche più fratello di nessuno. Infatti alla mormorazione contro Dio è strettamente legata la mormorazione contro i fratelli e le sorelle (Fil 2, 14; 1 Pt 4, 9). Tutto questo imparo seguendo le tracce di questo verbo…

• Il Dono del Figlio dell’uomo: lo Spirito Santo
Mi sembra di intravedere una strada di luce, tracciata dal Signore Gesù e quasi nascosta in questi versetti così densi e traboccanti di ricchezza spirituale. Il punto di partenza sta nell’ascolto vero e profondo delle sue Parole e nell’accoglienza di esse; da qui alla purificazione del cuore, che da cuore di pietra, indurito e chiuso, diventa, nella tenerezza del Padre, cuore di carne, morbido, che Egli può ferire, plasmare, che può prendere fra le mani e stringere a sé, come un dono. Sì, tutto questo compiono le Parole di Gesù, quando mi raggiungono ed entrano in me! È solo così che posso proseguire il cammino, vincendo le mormorazioni e lo scandalo, fino a giungere a poter vedere Gesù con occhi diversi, occhi anch’essi rinnovati dalla Parola, che non si fermano alla superficie, alla durezza della scorza, ma imparano, ogni giorno di più, ad andare oltre, a guardare in alto. "E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima?" (v. 62). È l’accoglienza dello Spirito, dono del Risorto, dono dell’asceso alla destra del Padre, dono dall’alto, dono perfetto (Gc 1, 17); Lui l’aveva detto: "Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me" (Gv 12, 32) e mi attira con lo Spirito, mi fa suo con lo Spirito, mi manda nello Spirito (Gv 20, 21s), mi rende forte grazie allo Spirito (At 1, 8). Se faccio un percorso lungo le pagine dei Vangeli vedo come lo Spirito del Signore sia la forza che investe ogni persona, ogni realtà, perché è lui l’amore eterno del Padre, è la vita stessa di Dio comunicata a noi. Mi faccio attento, mi chino sulle espressioni, sui verbi usati, sulle parole che si rincorrono e si illuminano, arricchendosi vicendevolmente: sento che veramente vengo come immerso dentro quest’Acqua viva, che zampilla e gorgoglia, sento che ricevo un nuovo battesimo e ne ringrazio con tutto il cuore il Signore. "Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco" (Mt 3, 11), grida Giovanni e, mentre leggo, questa Parola si realizza su di me, dentro di me, in tutto il mio essere. Sento lo Spirito che parla in me (Mt 10, 20); che, con la sua potenza, allontana da me lo spirito del male (Mt 12, 28); che mi riempie, come già ha fatto con Gesù (Lc 4,1), con Giovanni Battista (Lc 1, 15), con la vergine Maria (Lc 1, 28. 35), con Elisabetta (Lc 1, 41), con Zaccaria (Lc 1, 67), con Simeone (Lc 2, 26), con i discepoli (At 2, 4), con Pietro (At 4, 8) e con tantissimi altri. Sento e incontro lo Spirito che mi insegna cosa devo dire (Lc 12, 10); che mi fa nascere veramente, per non morire mai (Gv 3, 5); che mi insegna ogni cosa e mi ricorda tutto ciò che Gesù ha detto (Gv 14, 26); che mi guida alla verità (Gv 16, 13); che mi dà la forza per essere testimone del Signore Gesù (At 1, 8), del suo amore per me e per ogni uomo.

• Il combattimento della fede: nel Padre o nel maligno?
Questo brano di Giovanni mi mette di fronte a una grande lotta, a un combattimento corpo a corpo tra lo Spirito e la carne, tra la sapienza di Dio e l’intelligenza umana, tra la Parola e i ragionamenti della mente, tra Gesù e il mondo. Capisco bene che Giobbe aveva ragione, quando diceva che la vita dell’uomo sulla terra è tempo di tentazione, è una milizia (Gb 7, 1), perché sperimento anch’io che il maligno tenta di scoraggiarmi, facendomi dubitare delle promesse divine e spingendomi ad allontanarmi da Gesù. Mi vorrebbe mandare via, tenta in tutti i modi di indurirmi il cuore, di chiudermi, di spezzare la mia fede, il mio amore. Lo sento, come un leone ruggente che va in giro, cercando chi divorare (1 Pt 5, 8), come tentatore, divisore, accusatore, come schernitore beffardo che ripete continuamente: "Dov’è la promessa della sua venuta?" (2 Pt 3, 3s). Io so che solo con le armi della fede posso vincere (Ef 6, 10-20; 2 Cor 10, 3-5), solo con la forza che mi viene dalle Parole stesse di mio Padre; per questo io le scelgo, le amo, le studio, le scruto, le imparo a memoria, le ripeto e dico: "Se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme; se contro di me divampa la battaglia, anche allora ho fiducia!" (Sal 26, 3).

• La confessione della fede in Gesù, Figlio di Dio
La comparsa di Simon Pietro, alla fine di questo brano, è come una perla incastonata su un gioiello prezioso, perché è proprio lui che ci grida la verità, la luce, la salvezza, attraverso la sua confessione di fede. Raccolgo, dai Vangeli, altri passi, altre confessioni di fede, che aiutino la mia incredulità, perché anch’io voglio credere e poi conoscere, voglio credere e avere stabilità (Is 7, 9): Mt 16, 16; Mc 8, 29; Lc 9, 20; Gv 11, 27. www.ocarm.org





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venerdì 11 aprile 2008 - ore 21:41


At 9,31-42
(categoria: " Vita Quotidiana ")




At 9,31-42; Sal 115; Gv 6,60-69 - Ti rendo grazie, Signore, perché mi hai salvato



Atti 9,31-42


31 La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria; essa cresceva e camminava nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito Santo.
32 E avvenne che mentre Pietro andava a far visita a tutti, si recò anche dai fedeli che dimoravano a Lidda. 33 Qui trovò un uomo di nome Enea, che da otto anni giaceva su un lettuccio ed era paralitico. 34 Pietro gli disse: «Enea, Gesù Cristo ti guarisce; alzati e rifatti il letto». E subito si alzò. 35 Lo videro tutti gli abitanti di Lidda e del Saròn e si convertirono al Signore.
36 A Giaffa c’era una discepola chiamata Tabità, nome che significa «Gazzella», la quale abbondava in opere buone e faceva molte elemosine. 37 Proprio in quei giorni si ammalò e morì. La lavarono e la deposero in una stanza al piano superiore. 38 E poiché Lidda era vicina a Giaffa i discepoli, udito che Pietro si trovava là, mandarono due uomini ad invitarlo: «Vieni subito da noi!». 39 E Pietro subito andò con loro. Appena arrivato lo condussero al piano superiore e gli si fecero incontro tutte le vedove in pianto che gli mostravano le tuniche e i mantelli che Gazzella confezionava quando era fra loro. 40 Pietro fece uscire tutti e si inginocchiò a pregare; poi rivolto alla salma disse: «Tabità, alzati!». Ed essa aprì gli occhi, vide Pietro e si mise a sedere. 41 Egli le diede la mano e la fece alzare, poi chiamò i credenti e le vedove, e la presentò loro viva.
42 La cosa si riseppe in tutta Giaffa, e molti credettero nel Signore..







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venerdì 11 aprile 2008 - ore 02:41


Gv 6,52-59
(categoria: " Vita Quotidiana ")


S. Stanislao (m)
At 9,1-20; Sal 116; Gv 6,52-59 - Splenda sul mondo, Signore, la luce del tuo vangelo

Giovanni 6,52-59
52 Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53 Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. 54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. 57 Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, cosìanche colui che mangia di me vivrà per me. 58 Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
59 Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga a Cafarnao.



INTELLIGENZA SPIRITUALE DELL’EUCARISTIA



Continua il capitolo sesto di Giovanni. Nei versetti precedenti il pane
era la Parola di Gesù
, la sua esistenza da accogliere nella fede. Il brano di oggi sembra suggerire una lettura di tipo eucaristico. L’espressione: mangiare il panee la parola credere che ne era l’equivalente, vengono sostituite dall’espressione: “mangiare la carne e bere il sangue” del figlio dell’uomo.

E’ difficile pensare che siano parole dette da Gesù a questo punto della sua vita, davanti a uditori che non potevano capire. L’evangelista forse riassume altri insegnamenti di Gesù, conglobandoli nel capitolo sesto, come ha fatto Matteo nel Discorso della montagna. In questo modo voleva forse dirci che nell’Eucaristia noi accogliamo il pane che alimenta la nostra vita cristiana.

Nel discorso di Gesù c’è una parola dura, mangiare la carne, che suscita la reazione dei suoi uditori. Gesù sceglie l’immagine del mangiare perché vuole rispondere alla sfida dei suoi avversari: “Che segno ci dai perché possiamo crederti? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto”. Gesù risponde: “Non Mosè vi ha dato il pane dal cielo. Io sono il pane dal cielo” e il pane che io darò “è la mia carne per la vita del mondo” (6,51). Questa è l’affermazione centrale del capitolo sesto di Giovanni.
Essa riassume il senso della vita di Gesù e ci porta al centro della nostra fede.

I giudei si scandalizzano: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. In un certo senso la domanda è legittima. Se si intende mangiare come si mangia un cibo, questo non ha senso nemmeno nella realtà nuova inaugurata da Gesù.
Ma se invece di tradurre: “il pane è la mia carne”, traducessimo (come tutto il contesto suggerisce): “Il pane che io darò è la mia esistenza, la mia umanità offerta per la vita del mondo”, il messaggio del Signore acquisterebbe una forza straordinaria.

Questa è una traduzione corretta, perché la parola carne, in aramaico può indicare sia la carne come cibo, sia il corpo, l’uomo. Giovanni scrive: “il Verbo si è fatto carne”,
cioè, si è fatto uomo (1,14). E Gesù dice a Pietro: “Non la carne e il sangue (cioè non le tue forze umane) ti hanno suggerito questa professione di fede” (Mt. 16,17). Non solo la traduzione è corretta, ma dice cose immensamente più grandi di ciò che scandalizza gli ascoltatori. L’intelligenza della fede capisce ciò che rimane oscuro al nostro razionalismo.

Gesù non fa un discorso di cibo materiale, ma parla di una salvezza legata al dono della sua vita per gli uomini, e ai discepoli (istituendo l’Eucaristia) chiederà un grande impegno: quello di fare memoria di questa sua esistenza donata. Bisogna unire nome e attributo, perché quando Gesù parla di vita donata, indica un progetto di dedizione agli uomini, fino al sacrificio. Questo l’Eucaristia ci ricorda. Di questo dobbiamo fare memoria, perché questa è la vocazione e la grandezza del cristiano.

Tuttavia le parole di Gesù fanno scandalo. I giudei, nostri maestri nelle astuzie per difendersi da una fede troppo impegnativa, preferiscono aggrapparsi al senso più materiale delle parole di Gesù, e così il mistero dell’amore del Signore diventa un urtante problema di antropofagia. Gesù stesso dirà di questa interpretazione:
“Lo Spirito dà vita, la carne non giova a nulla. Le mie parole sono spirito e vita” (61).

L’incomprensione dei giudei ci invita a una intelligenza spirituale dell’Eucaristia. Essa non è un rito incomprensibile, ma la condivisione di un grande progetto di umanità. Il momento essenziale dell’Eucaristia è la memoria di ciò che Gesù ha fatto per noi, la memoria del Verbo di Dio che si fa carne, cioè che si fa uomo e che, con i suoi insegnamenti e le sue scelte di vita, nutre la fede degli uomini.

L’Eucaristia, dunque, non offre, in senso fisico, la carne di Gesù.
Ci dà infinitamente di più: ci propone l’intera esistenza di Cristo, che viene donato dal Padre (“viene dal cielo”) e offre un modello di esistenza, quella di Gesù, che si consegna alla sofferenza per rimanere fedele alla propria vocazione e indicare agli uomini le vie di una vera umanità. Mangiare la carne, dunque, non significa solo fare la comunione, significa
seguire Gesù nella fede, accettare il suo impegnativo modello di vita.

Per non scandalizzarci
anche noi (come i Giudei) delle parole di Gesù
chiediamo di capire il senso profondo della nostra Eucaristia.
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venerdì 11 aprile 2008 - ore 02:39


At 9,1-20
(categoria: " Vita Quotidiana ")



S. Stanislao (m)
At 9,1-20; Sal 116; Gv 6,52-59 - Splenda sul mondo, Signore, la luce del tuo vangelo



Avevo solo frecce arrugginite
fuse da Efesto. Solo fradici archi
già marci, disperati.

Ora l’intimo mio mi si rimescola
mentre - cera alle orecchie - tesso reti
a riva.
Io sono (ero)
un uomo vecchio che,
cieco a cavallo, accetta di vedere
- scaglie dagli occhi come vecchie cere -
il vero.
‘’Saulo di Tarso’’
di Carmelo Luca Sambataro



Atti 9,1-20
1 Saulo frattanto, sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote 2 e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme uomini e donne, seguaci della dottrina di Cristo, che avesse trovati. 3 E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo 4 e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». 5 Rispose: «Chi sei, o Signore?». E la voce: «Io sono Gesù, che tu perseguiti! 6 Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare». 7 Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce ma non vedendo nessuno. 8 Saulo si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damasco, 9 dove rimase tre giorni senza vedere e senza prendere né cibo né bevanda.
10 Ora c’era a Damasco un discepolo di nome Anania e il Signore in una visione gli disse: «Anania!». Rispose: «Eccomi, Signore!». 11 E il Signore a lui: «Su, va’ sulla strada chiamata Diritta, e cerca nella casa di Giuda un tale che ha nome Saulo, di Tarso; ecco sta pregando, 12 e ha visto in visione un uomo, di nome Anania, venire e imporgli le mani perché ricuperi la vista». 13 Rispose Anania: «Signore, riguardo a quest’uomo ho udito da molti tutto il male che ha fatto ai tuoi fedeli in Gerusalemme. 14 Inoltre ha l’autorizzazione dai sommi sacerdoti di arrestare tutti quelli che invocano il tuo nome». 15 Ma il Signore disse: «Va’, perché egli è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai re e ai figli di Israele; 16 e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome». 17 Allora Anania andò, entrò nella casa, gli impose le mani e disse: «Saulo, fratello mio, mi ha mandato a te il Signore Gesù, che ti è apparso sulla via per la quale venivi, perché tu riacquisti la vista e sia colmo di Spirito Santo». 18 E improvvisamente gli caddero dagli occhi come delle squame e ricuperò la vista; fu subito battezzato, 19 poi prese cibo e le forze gli ritornarono.
Rimase alcuni giorni insieme ai discepoli che erano a Damasco, 20 e subito nelle sinagoghe proclamava Gesù Figlio di Dio.

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