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E’ più esatto dire che...li sto rileggendo... [Pierre Riches]- La Fede è un bagaglio lieve;
D. Qual è l’atteggiamento più giusto per vivere una fede? R. Non avere mai tesi a priori o accettate ciecamente. Continuare a ragionarci sopra criticamente, cercando di capire la ragion d’essere di ciò che propone la fede e, se è il caso, rivedere le proprie tesi, perché solo così si può trovare la verità e sottoporla a verifiche e riprove.D. Gesù non dice nulla dell’Aldilà,perché? R. Sarebbe disastroso se ci avesse detto che non ci sono i cinema ma i semafori sì
- La vita segreta delle api [Sue Monk Kidd]
Maestro insegnaci a pregare [Padre Andrea Gasparino]Ogni "novità" di P. Gasparino è attesa ed accolta con gioia, come un "dono", da tantissimi giovani ed educatori. [...] In questo libro ritornano (ed era naturale) i temi cari a P. Gasparino [...] sono riprese, quasi alla lettera, molte delle riflessioni già pubblicate in un precedente volume della Elle Di Ci: La preghiera del cuore. ’’Pregare e’ un dono grande ed esigente. Non consiste nell’apprendimento di alcuna nozione: la preghiera e’ una vita.’’
Le omelie di Padre Aldo Bergamaschiwww.padrebergamaschi.com [...]il cristianesimo non è attuato o forse è attuato nelle singole persone, però appena usciamo dalla singolarità, o nella famiglia o nel sociale, vediamo tutto andare a pezzi, non c’è nemmeno l’ombra del Messaggio di Gesù. Questo sarà oggetto delle mie predicazioni future. Ciò accade - e la mia spiegazione resta ferma – perché il cristianesimo è caduto al rango di religione e non perché non è una rivelazione.[...] ![]()
Gli opuscoli di Padre Tornese
Li ho messi online tutti e 23![]()
Sulla strada di Emmaus
Polvere... Incontri... Provocazioni...
’’Strada Statale Gerusalemme – Emmaus: siamo al tramontar della prima Pasqua.
Due viandanti - Cleopa e un altro - riflettono mesti. Tema di drammatica attualità: la morte di Gesù di Nazareth. Si parla di ciò che sta a cuore. Sta a cuore ciò che si cerca. Si cerca ciò che si ama.
Conclusione: ripercorrono un Amore.
Il Risorto s’accosta ma non li folgora: li istruisce e conforta. Li ha cercati e raggiunti per rincuorarli, correggerli e illuminarli.
Ma non attacca il discorso: varca la soglia con dolcezza, con una interrogazione semplice, discreta. "Di che cosa stavate discutendo lungo la via?" (Lc 24,17).
Converge sulla loro mestizia. L’incoraggia a parlare. Si conquista la fiducia.
Fa finta di volersene andar. Fa finta: piacevole un Dio che... Fa finta !
Entrano nella locanda. Lui spezza il pane: brividi che corrono sulla pelle.
Un messaggio in codice! Poi scompare.
E i due? Avevano iniziato il loro cammino con il passo stanco e depresso, adesso partono senza indugio, di corsa, verso Gerusalemme, ansiosi di dire a tutti che l’Amico è risorto: loro lo hanno incontrato.
Stanchi di camminare, iniziano a correre: contraddizioni tutte divine!
Ho comprato un pezzo di terra verso Emmaus.
Fra poco ti apro la porta.’’
don Marco Pozza
Dalla Parte dei Bambini
AMS ONLUS (associazione per la mobilitazione sociale)
Una Suora per Amica
[...]’’Uno dei luoghi della Terra Santa che mi sono rimasti più impressi è la "roccia dell’agonia". E’ una parte di roccia irregolare che spunta nel bel mezzo del presbiterio della Basilica delle Nazioni nell’Orto degli Ulivi. Lì ho potuto passare diversi minuti di preghiera con le mie mani appoggiate su quel sasso, quasi tentando di aggrapparmici, e ancora oggi, tre anni dopo, se chiudo gli occhi e ci penso, mi pare di avere le mani appoggiate in quel luogo dove Gesù ha sudato sangue e ha fatto la sua preghiera più difficile e straziante, chiedendo al Padre non di non soffrire ma di poter avere il suo aiuto se la sofferenza era nel suo progetto d’amore.’’[...]
Movimento dei Focolarini
"Nessuno sapeva quale sarebbe stato lo sviluppo di quest’opera: le circostanze verificatesi man mano l’hanno svelato. Anche la struttura del movimento più che suggerita da idee umane
è stata ispirata da un carisma, cioè da un dono di Dio"
"Vedi, io sono un’anima che passa per questo mondo.
Ho visto tante cose belle e buone e sono sempre stata attratta solo da quelle.
Un giorno (indefinito giorno) ho visto una luce. Mi parve più bella delle altre
cose belle e la seguii. Mi accorsi che era la Verità."
Chiara Lubich
Ipocrisia - Apparenza
Non fidarsi mai delle apparenze, neppure quando si tratta di devozione! Anche i cammelli si inginocchiano, anche i fonografi recitano preghiere e laudi, anche gli affettatori di cipolle piangono, anche i cani cadono in estasi . (Gianfranco Ravasi, Avvenire 9/9/2000).
n.b. La comprensione in Cristo va ’’oltre’’ e si domanda il perchè non solo delle cose ma anche dei comportamenti indotti da una cultura cristiana superficiale e la conseguente afonia del messaggio cristiano.
Questa rubrica dovrebbe intitolarsi ’’ ho Ri-visto’’ ho ri-visto un film che ri-vedrei per altre 200 volte per ri-scoprire ogni volta che è proprio una bella storia,’’ Pomodori verdi fritti alla fermata del treno ’’ Pomodori verdi fritti... La trama: Negli anni Trenta, nel profondo e razzista Sud degli Stati Uniti, le regole della società tradizionale imbrigliano senza pietà le donne ed i neri, avvilendone le speranze di emancipazione e occludendone gli spiragli di riscatto. Fra i tavoli del Whistle Stop Cafè, gestito dalla ribelle Idgie e dalla delicata Ruth, spuntano i germogli della lotta non violenta per il riconoscimento di eguali diritti, accanto ai piatti della specialità della casa serviti caldi: fette di pomodori verdi infarinate e rosolate nel grasso. La storia del legame d’amicizia fra le due giovani donne dell’Alabama irrompe in forma di racconto nella conoscenza fra una ottuagenaria che vive in un ospizio ed una signora frustrata a causa d’un matrimonio sonnecchiante. Mansueta ed apparentemente a proprio agio nella cornice d’un menàge che galleggia sulla consuetudine più desolante, Evelyn si dimostra allieva volenterosa d’una lezione di vita vecchia di sessant’anni, ma più che mai giovane, [...] Recensione di :Simona D’Alessio
Dalle interviste di pif a youtube ’’l’esperienza di Suor Anna’’
Suor Anna su Youtube
Sono entrati con prepotenza nel mio cuore due film che ho guardato in questi giorni, li inserirò nei miei classici preferiti e intramontabili, ho pianto come la fontana di Trevi prima che la colorassero di rosso![]()
Into the wild
‘’ Il film racconta la storia del giovane idealista Christopher McCandless che, abbandonata la vita normale di tutti i giorni, va a vivere nella selvaggia Alaska. ‘’ il film è ispirato da una storia vera Il Trailer
Ogni cosa è illuminata
’’Un esordiente nel cinema, Liev Schreiber, mette in schermo un esordiente della letteratura, J.S. Foer, un ebreo americano che racconta a sua volta di uno studente americano deciso a trovare in Ucraina la donna che salvò suo nonno dalla furia nazista.’’ Recensione e storia del film
Il Trailer
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Le parole sono preziose, ma più prezioso è il silenzio "
"Che valore ha il buon senso, se non viene in mio soccorso prima che io pronunzi una parola! " Hazrat Inayat Khan
Non stare davanti a me,
potrei non seguirti;
non stare dietro di me,
potrei non esserti di guida;
ma, sta al mio fianco e
sii semplicemente mio amico.
Albert Camus
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venerdì 4 aprile 2008 - ore 01:25
Gv 6,1-15 ’’Distribuire equamente l’esistente’’
(categoria: " Vita Quotidiana ")
S. Isidoro (mf)
At 5,34-42; Sal 26; Gv 6,1-15 - Sei tu, Signore, la nostra speranza
Giovanni 6,1-15
1 Dopo questi fatti, Gesù andò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, 2 e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. 3 Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4 Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 5 Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». 6 Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. 7 Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». 8 Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9 «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». 10 Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. 11 Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. 12 E quando furono saziati, disse ai discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». 13 Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
14 Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!». 15 Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.
’’Distribuire equamente l’esistente’’
Commento di Padre Aldo Bergamaschi Vangelo: Giovanni (6,1-15) -30 luglio 2006
Oggi, malgrado il caldo siamo a meditare su di un tema che mi fa venire freddo solo a pensarci.
Veramente Gesù ha moltiplicato i pani e i pesci così come un prestigiatore tira fuori dal cappello il coniglio?
Non riesco a pensarla in questo modo. Guardando fino in fondo la spiegazione, Gesù dice di raccogliere il pane e i pesci avanzati e che ne riempirono dodici canestri. Questi canestri da dove sono venuti fuori se erano in un luogo deserto? Si parla di cinquemila uomini, ma ci saranno state anche le donne e forse saranno proprio le donne che premurose avranno portato con se il cibo e i canestri, sapendo che la predicazione di Gesù si svolgeva ormai lontano dalla sinagoga: nella sinagoga non parlava più, ma all’aperto.
Quel ragazzino che aveva i cinque pani e due pesci, non sarà stato solo, non v’è dubbio che erano presenti anche la mamma e il papà.
Il Miracolo consisterebbe – a mio giudizio – nel fatto che per la prima volta nella storia, Gesù un leader, riesce a fare giustizia sociale; cioè, a distribuire equamente l’esistente. Questo è vero il miracolo. Li fà sedere a gruppi: “sedetevi intanto”, sembra invitarli ad accettare questa forma di eguaglianza; poi si distribuisce quello che c’è. Alcuni ne avevano per dare da mangiare a qualche altro.
Quando andiamo a fare delle passeggiate tra amici e mangiamo al sacco - le donne poi che portano una valigia di cibo - ce lo dividiamo, c’e né per tutti e ne avanza anche per la merenda.
Finalmente più di cinquemila persone si distribuiscono giustamente il cibo che posseggono.
Si dice che gli apostoli distribuivano, non facevano la cresta, come in genere fa la classe dirigente su quello che è di tutti.
Alla fine volevano fare re Gesù e dimostrano di non avere capito nulla, lo immaginano come colui che procuri loro cibo alla stessa maniera con cui i re delle genti lo procuravano alla plebe di Roma: panem et circenses. Anche Cesare ed Erode ne avevano fatti molti di questi banchetti, ricchi di portate, dove si dava da mangiare a diecimila persone. Voglio sottolineare la differenza: pane e pesci, punto e basta. Non c’era neanche il vino, lì accanto ci sarà stata qualche fonte con l’acqua. L’insegnamento di Gesù è per la morigerazione: pane e pesce. Noi arricchiamo la mensa con ben altre cose aggiuntive….
Visto che non avevano capito nulla del suo insegnamento, Gesù si ritira solo, esce dalla scena, perché c’è della sua persona una strumentalizzazione molto pericolosa.
Il pane da chi ci viene? Ci viene ancora una volta dal buon Dio, che ha creato il frumento, gli animali da latte, i pesci e così via. Gli animali – non feroci – si cibano direttamente, le pecore brucano l’erba e non dipendono da qualcuno, ma i leoni non ne accedono direttamente, fra loro c’è una piramide da osservare: prima mangiano loro poi i piccoli.
Noi come accediamo al cibo? Vi espongo come Platone ha tentato di risolvere questo problema, per capire come non è possibile con le categorie nostre sociali, risolvere il problema della fame nel mondo.
Che morissero di fame nel Medio Evo, quando la produzione era insufficiente, si può anche capire, ma che si muoia di fame o che si sia in un sottosviluppo almeno nell’ordine di più un miliardo su sei che siamo; questo è molto più grave, perché, a parere degli economisti la terra potrebbe produrre tanto cibo da mantenere quaranta miliardi di persone.
Non lo dico io, ma degli esperti. Non riusciamo a sfamare sei miliardi di persone. La motivazione la trovo in Platone. Egli, il filosofo che usa fino all’estrema conseguenza la ragione, dice che non sa di preciso come sia nata la società. Egli concede ai rettori o reggitori della cosa pubblica - li chiama magistrati – di dire una bugia agli uomini, ed ecco quale: noi siamo tutti ugual, ma sotto un certo profilo, però siamo anche diseguali; non abbiamo tutti il medesimo naso ecc.
Se prendiamo un bel ciliegio e guardiamo le ciliegie sono uguali e diseguali, se le guardiamo complessivamente sembrano uguali, se le prediamo una a una sono diseguali nella forma, nel peso ecc. Siamo eguali dal punto di vista giuridico – questa è la lotta dopo la rivoluzione francese – ma nel senso geometrico non lo siamo.
Se andiamo al cervello, ci sono i più intelligenti e i meno e questo Platone lo sa benissimo e dice: la società è composta di tre complessi: quelli che comandano, quelli che difendono e quelli che lavorano. Anche nel comunismo era esattamente così, ed è così tutt’ora anche per noi, che sbandieriamo la democrazia. Platone concede una bugia ai magistrati per spiegare come siamo congeniati. Dice: quelli che comandano sono nati dalla terra e sono oro; quelli che difendono sono nati dalla terra, ma sono argento; i lavoratori agricoli e quelli della industria – che erano pochi – sono nati dal bronzo e dal ferro. Platone riconosce la meritocrazia e dice che se per ipotesi un bambino nasce nella classe del bronzo, però ha una intelligenza superiore, lo si fa passare nell’altra classe, o nell’argento o nell’oro. E se un figlio dell’oro è un cretino, lo si retrocede. Oggi parliamo del diritto allo studio e il figlio del professore lo si fa andare avanti anche se è un asino. Diritti alla meritocrazia, diritti ai privilegi della possibile nascita originaria. Anche noi cristiani, cattolici abbiamo spiegato alla gente che Dio ha creato i ricchi e i poveri. E nel Medio Evo i due grandi filosofi S.Bonaventura e S.Tommaso sostengono che Dio ha creato esattamente la struttura societaria medioevale così distribuita: laboratores, defensores, orantes o oratores, vale a dire che le redini della società erano in mano alla chiesa.
Platone così conclude: ammettiamo tutto questo, però se il reddito di ogni singola classe supera il n° 4, la società sarà sempre in ribellione, ci saranno sempre dei brigatisti con rivolte latenti. In Italia i salari più bassi: sono un milione e mezzo, quindi per Platone i più alti non dovrebbero superare i sei milioni. In Italia quanti sono coloro che hanno un reddito singolo superiore ai sei milioni?
Tutti i politici, gli amministratori dello Stato, della Regione, del Comune, i dirigenti e non parliamo della classe industriale. Ecco perché la fame non sparirà mai dal mondo, questo modello è qui come in Africa, in Asia e in tutto il mondo. Inutile portare aiuti, quando questi aiuti sono distribuiti in maniera piramidale, poi sono in un ordine del tutto sbagliato.
Dobbiamo ritornare a riflettere sul passo evangelico dove Gesù finalmente – qui in pratica e in tutto il Vangelo – con la predicazione dell’Amatevi come io ho amato voi, troviamo una indicazione per uscire da questo abisso di stoltezza.
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Apri i nostri occhi
Apri i nostri occhi, Signore, perché possiamo vedere te nei nostri fratelli e sorelle. Apri le nostre orecchie, Signore, perché possiamo udire le invocazioni di chi ha fame, freddo, paura, e di chi è oppresso. Apri il nostro cuore, Signore, perché impariamo ad amarci gli uni gli altri come tu ci ami. Donaci di nuovo il tuo Spirito, Signore, perché diventiamo un cuore solo ed un’anima sola, nel tuo nome. Amen. (Madre Teresa)
venerdì 4 aprile 2008 - ore 01:20
At 5,34-42 ‘’Amore alla Parola’’
(categoria: " Vita Quotidiana ")
S. Isidoro (mf)
At 5,34-42; Sal 26; Gv 6,1-15 - Sei tu, Signore, la nostra speranza
Atti 5,34-42
34 Si alzò allora nel sinedrio un fariseo, di nome Gamaliele, dottore della legge, stimato presso tutto il popolo. Dato ordine di far uscire per un momento gli accusati, 35 disse: «Uomini di Israele, badate bene a ciò che state per fare contro questi uomini. 36 Qualche tempo fa venne Tèuda, dicendo di essere qualcuno, e a lui si aggregarono circa quattrocento uomini. Ma fu ucciso, e quanti s’erano lasciati persuadere da lui si dispersero e finirono nel nulla. 37 Dopo di lui sorse Giuda il Galileo, al tempo del censimento, e indusse molta gente a seguirlo, ma anch’egli perì e quanti s’erano lasciati persuadere da lui furono dispersi. 38 Per quanto riguarda il caso presente, ecco ciò che vi dico: Non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questa teoria o questa attività è di origine umana, verrà distrutta; 39 ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli; non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio!».
40 Seguirono il suo parere e, richiamati gli apostoli, li fecero fustigare e ordinarono loro di non continuare a parlare nel nome di Gesù; quindi li rimisero in libertà. 41 Ma essi se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù. 42 E ogni giorno, nel tempio e a casa, non cessavano di insegnare e di portare il lieto annunzio che Gesù è il Cristo.
Commento trascritto da
‘’Amore alla Parola’’
Di Massimo Naro
il libro in formato telematico è disponibile qui
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4.2.. L’intervento di Gamaliele segna una svolta significativa nei rapporti tra cristianesimo e giudaismo ufficiale, che Barsotti interpreta non semplicemente come ripiego per evitare la morte degli Apostoli, ma come ‘’ una qualche professione di Fede’’: ‘’ E’ vero Dio non dona la Fede a Gamaliele, ma fa di più’’. Affermazione sconcertante e in apparenza contradditoria, ma comprensibile alla luce del piano di Dio:
Se Gamaliele si fosse convertito alla Fede, forse sarebbe stato ripudiato dalla sinagoga, invece rimanendo dottore della Legge e uno dei capi della nazione, col suo atteggiamento di apertura, permette alla comunità cristiana di sopravvivere e fa si che un giudaismo vero e fedele a Dio possa riconoscere i segni di Dio[….]Il ragionamento di Gamaliele è nobile e alto, ma è anche religiosamente vivo e profondo. Chiede che si viva la più umile attenzione all’azione di Dio che è segreta, ma può offrire dei segni perché l’uomo possa conoscerla (pag.143).
Si hanno ben è poche notizie di Gamaliele il Fariseo, dottore della legge.
Nella Bibbia è citato soltanto due volte nel libro degli Atti degli Apostoli, in particolare per l’arringa in favore degli apostoli arrestati, quando fa rilasciare gli apostoli citando gli esempi di due famosi capi zeloti, Giuda il Galileo e Teuda:
In seguito conosciuto anche come Gamaliele il Vecchio, fu l’insegnante di Paolo di Tarso:
« Io sono un giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma allevato in questa città, educato ai piedi di Gamaliele nella rigida osservanza della legge dei padri; sono stato zelante per la causa di Dio, come voi tutti siete oggi! » (At 22,3) da:Wikipedia l’enciclopedia libera)
(clik su un ulteriore approfondimento di G. Ravasi)
giovedì 3 aprile 2008 - ore 00:15
Gv 3,31-36
(categoria: " Vita Quotidiana ")
At 5,27-33; Sal 33; Gv 3,31-36 - Sei tu, Signore, la forza dei deboli
Giovanni 3,31-36
31 Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla della terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. 32 Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza; 33 chi però ne accetta la testimonianza, certifica che Dio è veritiero. 34 Infatti colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio e dà lo Spirito senza misura. 35 Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. 36 Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio incombe su di lui».
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C’è un modo di vivere realista e rassegnato che rifiuta di sognare e di sperare un futuro migliore per sé e per gli altri, con lo sguardo alto e ambizioso del Vangelo. Questo non vuol dire stare con la testa per aria o essere astratti e fuori del mondo, anzi solo se si è radicati in profondità nella concretezza della realtà, con i suoi dolori e le sue sfide, è possibile sentire il bisogno di credere in “Chi viene dal cielo”, cioè di sentire parole diverse capaci di dare speranza e provare sentimenti nuovi. Giovanni ci invita ad accogliere la testimonianza che ci viene da Gesù, fatta non solo di insegnamenti, ma della pratica di una vita buona e profondamente umana. Chi ne ascolta le parole e imita le azioni, credendo ingenuamente che in esse, senza mediazioni e attenuazioni, trova la vera felicità propria e di chi gli sta accanto. Cioè, come dice paradossalmente il Battista, “certifica che Dio è veritiero”, nel senso che dimostra concretamente che vivere come lui ci chiede è possibile ed è il modo migliore di farlo. Nel suo consueto modo scarno ed essenziale, Giovanni Battista conclude il suo breve discorso richiamando la radicale opposizione fra chi segue il Signore e chi lo evita, fra chi ha accolto la testimonianza della sua resurrezione per rinnovare la sua vita e chi ha preferito restare nelle tenebre di morte. FONTE
mercoledì 2 aprile 2008 - ore 04:28
un fiore di e per Papa Giovanni Paolo II (Karol Wojtyla)
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Sulla tua bianca tomba
sbocciano i fiori bianchi della vita.
Oh quanti anni sono già spariti
senza di te - quanti anni?
Sulla tua bianca tomba
ormai chiusa da anni
qualcosa sembra sollevarsi:
inesplicabile come la morte.
Sulla tua bianca tomba,
Madre, amore mio spento,
dal mio amore filiale
una prece:
A lei dona l’eterno riposo.
Papa Giovanni Paolo II (Karol Wojtyla)
mercoledì 2 aprile 2008 - ore 03:39
Gv 3,16-21
(categoria: " Vita Quotidiana ")
S. Francesco da Paola (mf)
At 5,17-26; Sal 33; Gv 3,16-21 - Ascolta, o Dio, il povero che ti invoca
Giovanni 3,16-21
16 Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. 17 Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. 19 E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. 20 Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. 21 Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.
L’amore intenso non misura, si limita a dare.
Madre Teresa
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Gesù fa conoscere l’amore del Padre
Commento di: Donato Calabrese
Nel Nuovo Testamento troviamo presente una straordinaria e sublime realtà: l’amore di Dio per l’umanità è offerto nel dono del Figlio suo: Gesù Cristo.
"Con la sua persona e la sua opera, costituisce la rivelazione piena dell’amore del Padre per il mondo e per il suo popolo. Dio non avrebbe potuto immaginare e offrire un segno più eloquente e più forte del suo ardente amore: <<Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito>> (Gv 3,16).
…Tutta la persona di Gesù è dono dell’amore di Dio: in lui il Padre rivela perfettamente i palpiti del suo cuore per il mondo immerso nelle tenebre del peccato" (S.A. Panimolle, l’Amore, in Nuovo Dizionario di Teologia Biblica, ed. Paoline, p.60).
E’, questo, un tema che troviamo esplicitamente affermato nelle lettere di S. Paolo. "Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi"(Rm 5,8), così la lettera ai romani, nella quale troviamo un altro concetto che esprime questo amore di Dio per l’umanità: "Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?" (Rm 8,32).
Nella sua prima lettera, l’evangelista Giovanni evidenzia chiaramente uno dei temi di fondo del suo Vangelo: l’Amore del Padre per l’uomo si realizza nell’invio del figlio e nel suo "darsi" alla morte: "In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati". (1Gv. 4, 9s,).
Cristo manifesta perfettamente l’amore del Padre. Il suo è un sentimento umano e divino nello stesso tempo. Egli si affeziona profondamente agli amici ed il gruppo dei primi discepoli forma la sua famiglia spirituale alla quale si sente molto legato (Cfr. S.A. Panimolle, l’Amore, in Nuovo Dizionario di Teologia Biblica, ed. Paoline, p.60). Lo confida in un momento solenne e cruciale della sua vita:
"Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi (Gv. 15, 13-15).
Gesù ha uno straordinario rapporto di amicizia con la famiglia di Lazzaro di Betania, e quando questi cade in preda ad una malattia mortale, le sorelle Marta e Maria lo mandano a chiamare: "Signore, ecco, colui che ami è ammalato!"(Gv. 11,3). Pur sapendo che il suo ritorno in Giudea può portarlo alla condanna a morte, egli decide di recarsi lo stesso a Betania. Una scelta non molto condivisa dagli apostoli, se è vero che dopo aver detto loro:" Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate" (Gv 11, 14 s.), Tommaso, con la sua consueta vena ironica replica:"Andiamo anche noi a morire con lui" (Gv 11,16). Quando Gesù arriva a Betania, si commuove profondamente nell’incontro con Marta e Maria. E mentre va al sepolcro, scoppia in pianto (Cfr. Gv 11,35), tanto che i Giudei dicono: "Vedi come lo amava" (v.36).
Gesù è il Salvatore di tutti gli uomini (Gv 4,42) "quindi non esclude nessuno dal suo cuore; anzi i poveri e i peccatori formano l’oggetto privilegiato della sua carità divina…
Gesù è il medico divino, venuto a guarire l’umanità ferita mortalmente dal peccato, perciò per poter adempiere la sua missione, cioè per risanare e salvare i peccatori, deve amarli, deve interessarsi di loro, deve visitarli e vivere vicino loro" (S.A. Panimolle, l’Amore, in Nuovo Dizionario di Teologia Biblica, ed. Paoline, p.60).
"Dio è amore" (1Gv 4, 8) proclama solennemente Giovanni nella sua prima lettera. Questo significa che " l’Essere stesso di Dio è Amore. Mandando, nella pienezza dei tempi, il suo Figlio unigenito e lo Spirito d’Amore, Dio rivela il suo segreto più intimo: è lui stesso eterno scambio d’amore: Padre, Figlio e Spirito Santo, e ci ha destinati ad esserne partecipi" (Catechismo della Chiesa Cattolica, pag. 74).
martedì 1 aprile 2008 - ore 00:45
Giovanni 3,7-15
(categoria: " Vita Quotidiana ")
At 4,32-37; Sal 92; Gv 3,7b-15 - Regna il Signore, glorioso in mezzo a noi
2Sam 7,4-5.12-14.16; Sal 88; Rm 4,13.16-18.22; Lc 2,41-51
Giovanni 3,7-15
7 Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. 8 Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito». 9 Replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?». 10 Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro in Israele e non sai queste cose? 11 In verità, in verità ti dico, noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. 12 Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? 13 Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo. 14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, 15 perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».
Nicodemo: lo sguardo rinnovato - 2
Autore: Riva, Sr. Maria Gloria Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: culturacattolica.it
Rinascere dall’alto
Perciò Cristo invita Nicodemo a rinascere dall’alto . Espressione ambigua che potrebbe essere tradotta anche “generato dall’alto” o “generato di nuovo”. Secondo Martin Buber l’ambiguità deriva dalla traduzione in greco di un linguaggio nato in ambiente semitico. L’espressione generato dall’alto è infatti familiare al linguaggio semita. Nel Giudaismo ellenistico (come sappiamo da Filone) l’atto creatore di Dio veniva chiamato “generazione” con un verbo (qana) che anticamente indicava la generazione ad opera di genitori (anche Adamo sarebbe stato generato da Dio come dimostra significativamente la genealogia lucana); così, nel pensiero rabbinico primitivo per indicare l’opera di Dio che ricrea l’uomo nel pieno della vita, si parla di “nuova creazione”.
Come per la prima creazione, in cui lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque e tutto fu fatto per mezzo della Parola, anche questa nuova creazione è opera dello Spirito e della Parola.
Nicodemo, replicando, mostra di non cogliere le velate allusioni di Gesù, come del resto accade spesso agli interlocutori di Gesù nel Vangelo di Giovanni (cfr. Gv 2, 19; 4, 11s ecc…). Egli resta ancorato al significato immediato delle espressioni, senza comprenderne la portata simbolica. La sua risposta diviene perciò stesso rivelatrice della sua interiorità, del suo stato spirituale. Nicodemo, direbbe Victor Hugo, ha uno sguardo abituato incapace di vedere in modo nuovo le verità antiche.
Occorrerà, appunto rinascere dall’acqua della Parola e dallo Spirito, per entrare in questo ordine di idee, per entrare nel Regno. Nicodemo dovrà fissare il vero serpente di rame innalzato nel deserto della sofferenza per comprendere.
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Caravaggio, nella sua Deposizione, coglie il Maestro d’Israele nel momento culminante di questa trasformazione. Non c’è traccia qui degli abiti di rango che certamente Nicodemo era solito indossare, anzi egli veste l’abito dell’operaio, dello scultore ed è a piedi scalzi, come uno avvezzo al contatto con la roccia e la nuda terra. Una certa tradizione, attestata dalla Legenda aurea e, prima ancora, dal II Concilio di Nicea, vuole Nicodemo il primo scultore di crocifissi, autore, in particolare, del miracoloso crocifisso di Beirut (per alcuni il crocifisso beruitiano si trova oggi a Numana in provincia di Ancona, per altri si venera a Lucca).
Non per nulla Caravaggio ridisegna il volto di Nicodemo con i tratti di Michelangelo Buonarroti. Il grande artista fiorentino si era identificato in questo rabbi-scultore e, nella pietà Bandini di Firenze, egli si ritrae proprio nei panni di Nicodemo. Caravaggio tributa così il suo omaggio ad un genio del quale si sentiva in qualche modo erede.
Il vento dello Spirito
Come la scultura nasce dall’opera instancabile dell’artista così per rinascere occorre l’opera dello Spirito. Gesù risponde, infatti, a Nicodemo: Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito
Investite dal soffio dello spirito, accarezzate dal vento come spighe di grano appaiono le figure caravaggesche della deposizione. Da Maria di Cleofa che con le mani levate pare imbrigliare il vento, al dolce piegarsi di Maria Maddalena e della Vergine Madre, fino all’inchino profondo di Giovanni evangelista e del nostro Nicodemo: il soffio di un vento divino le conduce inesorabilmente a Cristo. Un vento che ha già ribaltato la pietra sepolcrale sulla cui testimonianza certa camminano i discepoli del Signore.
Tutto curvo su quel corpo che lo ha rigenerato Nicodemo è l’unico che ti guarda in volto. Ora egli ha visto e dunque sa. Ora sa perché è stato generato dall’alto della croce. Ora può vedere il regno, perché ha fissato lo sguardo sul vero serpente innalzato: il Figlio Unigenito di Dio. Questo pare dirti lo sguardo del maestro scultore. E la direzione del suo capo indica Giovanni che sorregge quel capo da cui è stato effuso il soffio dello spirito, sorregge quel costato da cui è sgorgata la sorgente della grazia che lava le brutture del mondo. Il momento della morte di Cristo, in Giovanni – come, del resto, in questa tela del Caravaggio – è già il momento della risurrezione e della pentecoste.
Non a caso accanto al telo sindonico che sporge dalla pietra tombale si trova una pianta di tasso barbasso, simbolo della resurrezione.
Ha le labbra socchiuse Nicodemo, quasi volesse parlare, gridare la sua fede come non ebbe il coraggio di fare in quella notte ventosa a colloquio con Cristo. «Come può accadere questo?» Cioè: «come posso rinascere dall’alto?» Furono le sue ultime parole.
Ora non direbbe più un anonimo «sappiamo». Ora lo sa. E proprio perché lo sa personalmente e per esperienza diretta, la sua figura scompare. Nicodemo guarda noi che forse non abbiamo ancora rinnovato lo sguardo nella fede. Egli non conta più. Scompare, come nel dialogo notturno narrato da Giovanni dove Nicodemo impallidisce sempre più, mentre le parole di Cristo sembrano rivolte a tutti, discepoli e maestri di Israele:
Gli rispose Gesù: “Tu sei maestro in Israele e non sai queste cose? In verità, in verità ti dico, noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo. E come Mosé innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.
Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio . (Gv 3, 10 - 18
Dietro a Nicodemo c’è la Chiesa. Presente in quel Corpo che egli abbraccia e che ha fatto realmente della terra l’epifania delle cose del cielo.
Il dialogo notturno tra lui e Gesù, aveva gettato, ora lo comprende, una luce sul mistero della Madre. Nella tela del Caravaggio, Maria rimane come sullo sfondo e allarga le braccia, nel gesto forte e abbandonato della fede: fiat! Dentro a quelle braccia si rinasce dall’alto. Si rientra in un altro grembo quello della Chiesa-Madre e si rinasce alla fede. Qui tutto trova senso: il pianto della Maddalena e l’accorata preghiera di intercessione di Maria di Cleofa, la morte del Giusto e la salvezza per ogni uomo. Una salvezza simboleggiata dall’albero di fico che si intravede nel buio.
La Vergine, tendendo le braccia, raccoglie idealmente a sé Giovanni e la Maddalena, che con Nicodemo compiono quasi una grande ostensione: ecco il vero serpente di rame che innalzato sulla croce ha attirato tutti a sé!
martedì 1 aprile 2008 - ore 00:16
Lc 2,41-51
(categoria: " Vita Quotidiana ")
At 4,32-37; Sal 92; Gv 3,7b-15 - Regna il Signore, glorioso in mezzo a noi
2Sam 7,4-5.12-14.16; Sal 88; Rm 4,13.16-18.22; Lc 2,41-51
Luca 2,41-51
41 I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. 42 Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l’usanza; 43 ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. 44 Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; 45 non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. 46 Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. 47 E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. 48 Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». 49 Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». 50 Ma essi non compresero le sue parole.
51 Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore.
« L’angoscia di una madre»
di p. Gabriele Amorth
L’episodio dello "smarrimento di Gesù nel Tempio" sconcerta Maria e Giuseppe che lo cercano "straziati" per giorni e "non comprendono" la spiegazione del Figlio ritrovato.
L’episodio dello "smarrimento e ritrovamento di Gesù nel Tempio" di Gerusalemme è oggetto della riflessione del quinto "Mistero della gioia", così presentato da Giovanni Paolo II nella sua Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae: "Gioioso e insieme drammatico è l’episodio di Gesù dodicenne al Tempio. Egli qui appare nella sua divina sapienza, mentre ascolta e interroga, e sostanzialmente nella veste di colui che ‘insegna’. La rivelazione del suo mistero di Figlio tutto dedito alle cose del Padre è annuncio di quella radicalità evangelica che pone in crisi anche i legami più cari dell’uomo, di fronte alle esigenze assolute del Regno. Gli stessi Giuseppe e Maria, trepidanti e angosciati, "non compresero le sue parole" (Lc 2, 50)".
È l’unico episodio che i Vangeli ci narrano sugli anni passati da Gesù a Nazareth, quasi interrompendo il lungo silenzio. Ciò dice peraltro come questo sia un avvenimento di grande importanza profetica, proprio perché – benché non appaia a prima vista – il riferimento al mistero pasquale di Cristo è implicito.
Lo smarrimento di Gesù e la sua scomparsa, infatti, è un indice di quella che sarà la sua morte. I tre giorni angosciati di ricerca, con l’ansia di rivederlo, si addicono ai tre giorni passati da Gesù nel sepolcro; come il gioioso ritrovamento è un preannuncio della gloriosa risurrezione.
Forse il fatto che Gesù adolescente sia rimasto in città senza che i genitori se ne accorgessero si spiega pensando a come allora si compivano i viaggi in carovana, partendo a scaglioni, con i ragazzi che potevano andare dove volevano… Ma l’importanza dell’episodio qui si accresce per la domanda di Maria, posta in primo piano: "Figlio, perché ci hai fatto questo? Tuo padre ed io ti abbiamo cercato straziati!" (Lc 2, 48). Ed è da notare che qui Luca usa lo stesso termine di cui si servirà per indicare le pene dell’Inferno, nell’episodio del ricco e di Lazzaro: "…questa fiamma mi tortura" (cfr. Lc 16, 25). E l’importanza dell’episodio si accresce per la risposta di Gesù: "Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi del Padre mio?" (cfr Lc 2, 49).
Si tratta del Figlio di Dio, d’accordo; ma non è facile capire una domanda che risponde ad una domanda. Forse nella risposta-domanda di Gesù c’è un riferimento a quando i genitori l’avevano offerto al Padre, con un’oblazione a cui Maria si era pienamente associata. Comunque, è una risposta che resta oscura a Maria e a Giuseppe, tanto che il Vangelo lo nota esplicitamente: "Ma essi non compresero le sue parole" (Lc 2, 50).
Altri approfondimenti:
Carlo Maria cardinal Martini
www.donboscoland.it
lunedì 31 marzo 2008 - ore 00:04
Lc 1,26-38
(categoria: " Vita Quotidiana ")
ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE (s)
Is 7,10-14; Sal 39; Eb 10,4-10; Lc 1,26-38 - Eccomi, o Signore: si compia in me la tua volontà
Luca 1,26-38
26 Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, 27 a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28 Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». 29 A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. 30 L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31 Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32 Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33 e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
34 Allora Maria disse all’angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». 35 Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. 36 Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: 37 nulla è impossibile a Dio». 38 Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l’angelo partì da lei.
La benedizione e il lamento
don Elio Dotto
Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria (08/12/2001)
Vangelo: Lc 1,26-38 www.qumran2.net
Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te. Questo saluto dell’angelo a Maria è certo familiare a tutti: quante volte lo abbiamo ripetuto, pregando l’Ave Maria. E un saluto così familiare che spesso non ne cogliamo tutta la bellezza e la densità.
Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te. E cioè, traducendo meglio: Ringrazia, tu che hai ricevuto grazia, perché davvero il Signore è con te. O ancora: Gioisci tu che sei stata riempita di gioia, perché davvero il Signore è con te.
È un saluto splendido, che ci riporta alla mente quella altrettanto splendida pagina del profeta: Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore tuo Dio è un salvatore potente in mezzo a te (Sof 3,14-17). Saluto splendido, dunque, saluto che è, in fondo, una benedizione: benedizione per Maria, che riceve il saluto; ma, in Maria, benedizione per ogni uomo e ogni donna, che scoprono la vicinanza di Dio. Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te.
Forse possiamo cogliere meglio la bellezza e la densità di questo saluto se lo confrontiamo con i nostri saluti, con le parole che più spesso ci diciamo salutandoci. Molte volte le nostre parole di saluto sono infatti segnate non dalla gioia e dalla benedizione, ma dal lamento: ci lamentiamo di quello che non va, soprattutto ci lamentiamo di noi stessi, della nostra vita a volte difficile e complicata, e degli altri che, a volte, ci complicano ancora di più le cose. Questi lamenti danno espressione al dispiacere o al fastidio che proviamo per l’ambiguità del nostro cuore, ma insieme questi lamenti danno espressione al risentimento che quell’ambiguità facilmente genera: sentiamo la nostra ambiguità, la nostra ingiustizia, la nostra debolezza come un destino, come un peso che ci opprime, e non tanto come una colpa di cui dobbiamo rendere conto.
Proprio come fa Adamo nel racconto della Genesi che abbiamo ascoltato. Adamo anzitutto si vergogna e si nasconde davanti a Dio: confessa così, in qualche modo, il fastidio di sé e la consapevolezza di essere impresentabile. Ma, insieme, Adamo reclama la propria innocenza; o, se non proprio l’innocenza, reclama la fatalità della propria colpa, l’inganno di cui è stato vittima: La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ha mangiato. E cioè: la colpa non è mia, ma è della donna; anzi; la colpa è tua, Dio, perché tu mi hai posto accanto questa donna! Proprio come spesso diciamo noi: se gli altri fossero sinceri, certo riuscirei ad esserlo anch’io; se gli altri fossero generosi, sarei addirittura contento di esserlo anch’io. Se gli occhi degli altri fossero senza invidia, non andrei certo io a cercare motivi per guardare con occhio ostile e cattivo il mio prossimo.
In fondo, il lamento di Adamo e i nostri lamenti nascono da uno sguardo pessimista e chiuso sulla vita, uno sguardo che ci blocca e ci scoraggia: vediamo infatti che la nostra vita è inquinata fin dalla sorgente; e quindi viviamo avvelenati dal sospetto, dal risentimento e dalla tristezza.
Appunto a questo nostro lamento si oppone il saluto, la benedizione dell’angelo a Maria. Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te. Una benedizione che in Maria ha raggiunto e vinto il lamento di ogni uomo e di ogni donna. Ti saluto, o uomo pieno di grazia, il Signore è con te. È con te dalla nascita, anzi da quando sei stato concepito. Il Signore è con te, perché in Gesù figlio di Maria si è fatto come te, e ha vissuto come te. Il Signore è con te, e la sorgente della tua vita è in lui: per questo sei pieno di grazia, di gioia, di bellezza; per questo sei santo e immacolato fin dall’inizio, come diceva san Paolo; per questo sei custodito fin dal principio, nonostante il male del mondo; per questo puoi sperare, anche contro ogni speranza.
Certo, davanti a questa benedizione ci viene spontanea la domanda di Maria: come è possibile? Una domanda che spesso rimane senza risposta. Ma forse non è necessario rispondere; forse basta che ciascuno di noi senta nascere in sé questo desiderio, sia pure "impossibile": il desiderio di riscoprire la vicinanza del Padre dei cieli come unica origine della nostra vita. Perché se quella è l’origine, certo la vita non può più essere incerta e triste: e noi potremmo gustare almeno una parte della gioia annunciata dall’angelo a Maria.
Approfondimenti:
Approfondimento a cura di don Lino Pedron
LECTIO DIVINA SU Lc 1,26-38
domenica 30 marzo 2008 - ore 00:31
30 Marzo 2008 Festa della divina misericordia
(categoria: " Vita Quotidiana ")
domenica 30 marzo 2008 - ore 00:11
Gv 20,19-31
(categoria: " Vita Quotidiana ")
II DOMENICA DI PASQUA
At 2,42-47; Sal 117; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31 - Abbiamo contemplato, o Dio, le meraviglie del tuo amore
Giovanni 20,19-31
19 La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 20 Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21 Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi». 22 Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; 23 a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».
24 Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò».
26 Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 27 Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». 28 Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29 Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».
30 Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. 31 Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
Commento su Giovanni 20, 19-31
padre Lino Pedron
II Domenica di Pasqua (Anno B) (27/04/2003) www.qumran2.net
Dal mattino di Pasqua si passa alla sera di quello stesso giorno. Solo Giovanni racconta che Gesù apparve in mezzo ai suoi entrando a porte chiuse. Essi stavano chiusi nel cenacolo per paura dei giudei. I discepoli temono di subire rappresaglie, per questo vivono nel terrore.
Gesù entra nella casa a porte chiuse, perché il corpo del Risorto ha qualità sovrumane e può superare ostacoli insormontabili all’uomo.
Il Signore, mostrandosi ai discepoli, rivolge loro il saluto messianico: "Pace a voi!" (v.19). Sulle labbra del Risorto questa espressione, tanto comune tra gli ebrei, acquista un significato particolare: è l’augurio della salvezza operata dal Redentore.
"E detto questo mostrò loro le mani e il fianco" (v.20) per far vedere le ferite dei chiodi e del colpo di lancia. Giovanni è l’unico che parla del colpo di lancia che ha trafitto il fianco di Cristo sulla croce.
Con la sua risurrezione Gesù ha mostrato di essere vero Dio, padrone della vita e della morte: egli è veramente il Signore, Iahvè. I discepoli si rallegrarono proprio perché hanno riconosciuto in Gesù risorto Iahvè.
Dopo aver dato loro la seconda volta la pace, il Risorto affida ai suoi discepoli la missione di essere suoi messaggeri. L’invio dei discepoli da parte di Gesù è paragonato a quello di Gesù da parte del Padre (v.21). Si tratta quindi di una consacrazione divina dei discepoli di essere gli annunciatori del Risorto: per questo sarà sigillata con il dono dello Spirito Santo (v.22).
Questo soffio di Gesù risorto richiama l’azione creatrice di Dio, quando soffiò nelle narici di Adamo l’alito della vita (Gen 2, 7). Secondo l’oracolo di Ezechiele 37,9, lo Spirito di Dio darà vita alle ossa aride, soffiando su di esse. Perciò il giorno della risurrezione del Cristo è creato l’uomo nuovo, il popolo dei salvati inviato nel mondo per annunciare il messaggio della salvezza evangelica.
Con il dono dello Spirito che li consacra alla missione, i discepoli ricevono anche il potere di rimettere i peccati. Rimettere i peccati significa purificare dalla colpa (1Gv 1,9) per mezzo del sangue di Gesù (1Gv 1,7). Questo potere di perdonare i peccati è riservato a Dio e a suo Figlio (cfr Mc 2,5-10). Il giorno della sua risurrezione Gesù conferisce questa facoltà divina alla sua Chiesa (v.23).
Giovanni, dopo aver descritto il primo incontro di Gesù con i suoi la sera di Pasqua, si premura di precisare che Tommaso era assente quando venne Gesù (v.24). Quest’uomo molto concreto (cfr Gv 11,16; 14,5) vuol vedere con i suoi occhi e toccare con le sue mani; egli non crederà finché non abbia visto il segno dei chiodi nelle mani di Gesù e messo il dito al posto dei chiodi e la mano nella ferita del costato. Questa frase dell’apostolo è aperta dal verbo vedere e chiusa dal verbo credere. Egli dichiara apertamente: "Se non vedo e non tocco, non credo".
Nella seconda apparizione ai discepoli nel cenacolo, otto giorni dopo, Gesù, dopo aver salutato gli amici col dono della pace, si rivolge all’apostolo non credente esortandolo a toccare le sue ferite per credere. In questo invito il Signore prende quasi alla lettera le parole di Tommaso, tralasciando la frase sul vedere, perché l’apostolo ha davanti a sé il Signore.
L’esortazione del Signore a non essere incredulo, ma credente, trova la risposta nella professione di fede di Tommaso che riconosce in Gesù il Signore Dio. L’aggettivo "mio" davanti a Signore e Dio denota un accento d’amore e di appartenenza.
Nella sua replica alle parole di Tommaso, Gesù volge lo sguardo ai futuri discepoli che non si troveranno nelle condizioni dell’apostolo, perché non avranno la possibilità di vedere il Risorto: i futuri discepoli che crederanno senza aver visto sono proclamati beati (v.29). La frase di Gesù a Tommaso contiene un velato rimprovero perché la fede pura dovrebbe prescindere dal vedere e dal toccare.
Tuttavia nel passo conclusivo del suo vangelo, Giovanni dichiara che i segni operati dal Cristo non sono inutili, anzi essi devono favorire la fede. L’evangelista dichiara che la raccolta dei segni rivelatori di Gesù contenuti nel suo libro è incompleta e parziale (v.30). Lo scopo della raccolta dei segni operati da Gesù, cioè lo scopo del vangelo, è suscitare e rafforzare la fede nel Messia, Figlio di Dio (v.31).
L’effetto salvifico di questa adesione al Cristo, Figlio di Dio, è il possesso della vita divina, mediante la sua persona.
Le ultime parole di Gesù: "Beati coloro che pur non avendo visto, crederanno" costituiscono il vertice delle apparizioni del Cristo risorto ai discepoli. Il messaggio di questa beatitudine evangelica è importante per tutti i cristiani di tutti i tempi. Alcuni di essi cercano, con una bulimìa insaziabile, apparizioni, prodigi, messaggi celesti. La Costituzione Dogmatica del Concilio Vaticano II sulla Divina Rivelazione ricorda autorevolmente che non ci si deve aspettare nessun’altra rivelazione pubblica prima della venuta finale del Signore (DV, 4).
Dio si è manifestato in modo autentico nella sacra Scrittura, che rappresenta la regola suprema della fede della Chiesa, il nutrimento sano e sostanzioso della vita del popolo di Dio (DV, 21).