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STO LEGGENDO


E’ più esatto dire che...li sto rileggendo... [Pierre Riches]- La Fede è un bagaglio lieve;
D. Qual è l’atteggiamento più giusto per vivere una fede? R. Non avere mai tesi a priori o accettate ciecamente. Continuare a ragionarci sopra criticamente, cercando di capire la ragion d’essere di ciò che propone la fede e, se è il caso, rivedere le proprie tesi, perché solo così si può trovare la verità e sottoporla a verifiche e riprove.D. Gesù non dice nulla dell’Aldilà,perché? R. Sarebbe disastroso se ci avesse detto che non ci sono i cinema ma i semafori sì


- La vita segreta delle api [Sue Monk Kidd]


Maestro insegnaci a pregare [Padre Andrea Gasparino]Ogni "novità" di P. Gasparino è attesa ed accolta con gioia, come un "dono", da tantissimi giovani ed educatori. [...] In questo libro ritornano (ed era naturale) i temi cari a P. Gasparino [...] sono riprese, quasi alla lettera, molte delle riflessioni già pubblicate in un precedente volume della Elle Di Ci: La preghiera del cuore. ’’Pregare e’ un dono grande ed esigente. Non consiste nell’apprendimento di alcuna nozione: la preghiera e’ una vita.’’


Le omelie di Padre Aldo Bergamaschi
www.padrebergamaschi.com [...]il cristianesimo non è attuato o forse è attuato nelle singole persone, però appena usciamo dalla singolarità, o nella famiglia o nel sociale, vediamo tutto andare a pezzi, non c’è nemmeno l’ombra del Messaggio di Gesù. Questo sarà oggetto delle mie predicazioni future. Ciò accade - e la mia spiegazione resta ferma – perché il cristianesimo è caduto al rango di religione e non perché non è una rivelazione.[...]

Gli opuscoli di Padre Tornese
Li ho messi online tutti e 23





Sulla strada di Emmaus

Polvere... Incontri... Provocazioni...


’’Strada Statale Gerusalemme – Emmaus: siamo al tramontar della prima Pasqua.
Due viandanti - Cleopa e un altro - riflettono mesti. Tema di drammatica attualità: la morte di Gesù di Nazareth. Si parla di ciò che sta a cuore. Sta a cuore ciò che si cerca. Si cerca ciò che si ama.
Conclusione: ripercorrono un Amore.
Il Risorto s’accosta ma non li folgora: li istruisce e conforta. Li ha cercati e raggiunti per rincuorarli, correggerli e illuminarli.
Ma non attacca il discorso: varca la soglia con dolcezza, con una interrogazione semplice, discreta. "Di che cosa stavate discutendo lungo la via?" (Lc 24,17).
Converge sulla loro mestizia. L’incoraggia a parlare. Si conquista la fiducia.
Fa finta di volersene andar. Fa finta: piacevole un Dio che... Fa finta !
Entrano nella locanda. Lui spezza il pane: brividi che corrono sulla pelle.
Un messaggio in codice! Poi scompare.
E i due? Avevano iniziato il loro cammino con il passo stanco e depresso, adesso partono senza indugio, di corsa, verso Gerusalemme, ansiosi di dire a tutti che l’Amico è risorto: loro lo hanno incontrato.
Stanchi di camminare, iniziano a correre: contraddizioni tutte divine!

Ho comprato un pezzo di terra verso Emmaus.
Fra poco ti apro la porta.’’
don Marco Pozza



Dalla Parte dei Bambini

AMS ONLUS (associazione per la mobilitazione sociale)




Una Suora per Amica

[...]’’Uno dei luoghi della Terra Santa che mi sono rimasti più impressi è la "roccia dell’agonia". E’ una parte di roccia irregolare che spunta nel bel mezzo del presbiterio della Basilica delle Nazioni nell’Orto degli Ulivi. Lì ho potuto passare diversi minuti di preghiera con le mie mani appoggiate su quel sasso, quasi tentando di aggrapparmici, e ancora oggi, tre anni dopo, se chiudo gli occhi e ci penso, mi pare di avere le mani appoggiate in quel luogo dove Gesù ha sudato sangue e ha fatto la sua preghiera più difficile e straziante, chiedendo al Padre non di non soffrire ma di poter avere il suo aiuto se la sofferenza era nel suo progetto d’amore.’’[...]








WWW.IMITAZIONEDICRISTO.IT


Movimento dei Focolarini




"Nessuno sapeva quale sarebbe stato lo sviluppo di quest’opera: le circostanze verificatesi man mano l’hanno svelato. Anche la struttura del movimento più che suggerita da idee umane
è stata ispirata da un carisma, cioè da un dono di Dio"

"Vedi, io sono un’anima che passa per questo mondo.
Ho visto tante cose belle e buone e sono sempre stata attratta solo da quelle.
Un giorno (indefinito giorno) ho visto una luce. Mi parve più bella delle altre
cose belle e la seguii. Mi accorsi che era la Verità."

Chiara Lubich


HO VISTO

Ipocrisia - Apparenza
Non fidarsi mai delle apparenze, neppure quando si tratta di devozione! Anche i cammelli si inginocchiano, anche i fonografi recitano preghiere e laudi, anche gli affettatori di cipolle piangono, anche i cani cadono in estasi . (Gianfranco Ravasi, Avvenire 9/9/2000).

n.b. La comprensione in Cristo va ’’oltre’’ e si domanda il perchè non solo delle cose ma anche dei comportamenti indotti da una cultura cristiana superficiale e la conseguente afonia del messaggio cristiano.


Questa rubrica dovrebbe intitolarsi ’’ ho Ri-visto’’ ho ri-visto un film che ri-vedrei per altre 200 volte per ri-scoprire ogni volta che è proprio una bella storia,’’ Pomodori verdi fritti alla fermata del treno ’’ Pomodori verdi fritti... La trama: Negli anni Trenta, nel profondo e razzista Sud degli Stati Uniti, le regole della società tradizionale imbrigliano senza pietà le donne ed i neri, avvilendone le speranze di emancipazione e occludendone gli spiragli di riscatto. Fra i tavoli del Whistle Stop Cafè, gestito dalla ribelle Idgie e dalla delicata Ruth, spuntano i germogli della lotta non violenta per il riconoscimento di eguali diritti, accanto ai piatti della specialità della casa serviti caldi: fette di pomodori verdi infarinate e rosolate nel grasso. La storia del legame d’amicizia fra le due giovani donne dell’Alabama irrompe in forma di racconto nella conoscenza fra una ottuagenaria che vive in un ospizio ed una signora frustrata a causa d’un matrimonio sonnecchiante. Mansueta ed apparentemente a proprio agio nella cornice d’un menàge che galleggia sulla consuetudine più desolante, Evelyn si dimostra allieva volenterosa d’una lezione di vita vecchia di sessant’anni, ma più che mai giovane, [...] Recensione di :Simona D’Alessio


Dalle interviste di pif a youtube ’’l’esperienza di Suor Anna’’
Suor Anna su Youtube



Sono entrati con prepotenza nel mio cuore due film che ho guardato in questi giorni, li inserirò nei miei classici preferiti e intramontabili, ho pianto come la fontana di Trevi prima che la colorassero di rosso
Into the wild
‘’ Il film racconta la storia del giovane idealista Christopher McCandless che, abbandonata la vita normale di tutti i giorni, va a vivere nella selvaggia Alaska. ‘’ il film è ispirato da una storia vera Il Trailer


Ogni cosa è illuminata
’’Un esordiente nel cinema, Liev Schreiber, mette in schermo un esordiente della letteratura, J.S. Foer, un ebreo americano che racconta a sua volta di uno studente americano deciso a trovare in Ucraina la donna che salvò suo nonno dalla furia nazista.’’ Recensione e storia del film
Il Trailer




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ORA VORREI TANTO...


Le parole sono preziose, ma più prezioso è il silenzio "
"Che valore ha il buon senso, se non viene in mio soccorso prima che io pronunzi una parola! "
Hazrat Inayat Khan





Non stare davanti a me,
potrei non seguirti;
non stare dietro di me,
potrei non esserti di guida;
ma, sta al mio fianco e
sii semplicemente mio amico.

Albert Camus



STO STUDIANDO...



OGGI IL MIO UMORE E'...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



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sabato 29 marzo 2008 - ore 20:47


’’Lui è Vivo’’ (Un canto d’amore capace ancora di emozionare)
(categoria: " Vita Quotidiana ")







(casualmente rammemoratomi nel blog di ’’madda86’’ e liberamente arraffato da YouTube era qualche anno che non mi capitava di risentirlo ve lo propongo con gioia e piacere )





Lui è vivo, lui è vivo, lui è vivo,
Lui parlava con me.

Il suo volto sorrideva,
Lui parlava, Lui parlava con me.

Era bello, bello, bello,
non era quello che moriva
da solo.

Era bello, bello bello,
al primo raggio del sole
del mattino.

Io vedevo Lui
Era attraverso le mie lacrime
Io vedevo Lui
Ma continuavo a piangere.

Il cuore mio non regge
la gioia è troppa per me.
Io l’ho visto la che sorrideva
E quel sorriso, e quel sorriso

Mi diceva: va’ tu
e dillo a tutto il mondo:
Io sono ritornato.
Tu dillo a tutto il mondo:
Io sono ritornato.
Tu dillo a tutto il mondo:
Io resto insieme con voi.

Lo sapevo che l’Amore non moriva
Non poteva morire.

Lo volevano schiacciare,
ma l’Amore, ma l’Amore non muore.

Era bello, bello, bello,
non era quello che moriva
da solo.

Era bello, bello bello,
al primo raggio del sole
del mattino.

Si spalanca il cielo
e vedo il sole che risorge
si spalanca il cielo
e questa terra che rinasce.

Il cuore mio non regge
la gioia è troppa per me.
Io l’ho visto la che sorrideva

Mi parlava, mi parlava
e mi diceva: va’ tu
e dillo a tutto il mondo:
Io sono ritornato.

Tu dillo a tutto il mondo:
Io sono ritornato.
Corri, dillo a tutto il mondo:
Io sono ritornato.

Tu dillo a tutto il mondo:
Io sono ritornato.
Tu dillo a tutto il mondo:
Io resto insieme con voi.
Dillo a tutto il mondo:
Io resto insieme con voi.

E sto correndo
oppure sto volando, io non so.

Era bello, bello, bello,
non era quello che gridava
da solo.

Sul suo viso più non c’era
quel dolore senza limiti
senza limiti.

E l’Amore Lui non muore,
l’Amore Lui non muore,
l’Amore sempre vincerà.

E risorgono piante e fiori
nuovi giorni, nuove stagioni
e rinasce ancora la speranza
vive ancora la speranza
la speranza



.


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sabato 29 marzo 2008 - ore 00:06


Mc 16,9-15
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ottava di Pasqua
At 4,13-21; Sal 117; Mc 16,9-15 - Ti rendiamo grazie, Signore nostro Dio
At 13,16a.26-33; Sal 15; 1Tm 2,1-7; Gv 21,1-14

Marco 16,9-15

9 Risuscitato al mattino nel primo giorno dopo il sabato, apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva cacciato sette demòni. 10 Questa andò ad annunziarlo ai suoi seguaci che erano in lutto e in pianto. 11 Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere.
12 Dopo ciò, apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre erano in cammino verso la campagna. 13 Anch’essi ritornarono ad annunziarlo agli altri; ma neanche a loro vollero credere.
14 Alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato.
15 Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura




• Il vangelo di oggi fa parte di una unità letteraria più ampia (Mc 16,9-20) che ci mette dinanzi la lista o il riassunto di diverse apparizioni di Gesù: (a) Gesù appare a Maria Maddalena, ma i discepoli non accettano la sua testimonianza (Mc 16,9-11); (b) Gesù appare ai discepoli, ma gli altri non accettano la loro testimonianza (Mc 16,12-13); (c) Gesù appare agli Undici, critica la mancanza di fede e ordina di annunciare la Buona Novella a tutti (Mc 16,14-18); (d) Gesù ascende al cielo e continua a cooperare con i discepoli (Mc 16,19-20).

• Oltre a questa lista di apparizioni del vangelo di Marco, ci sono altre liste di apparizioni che non sempre coincidono tra di loro. Per esempio, la lista conservata da Paolo nella lettera ai Corinzi è molto differente (1 Cor 15,3-8). Questa varietà mostra che all’inizio, i cristiani, non si preoccupano di provare la risurrezione per mezzo di apparizioni. Per loro la fede nella risurrezione era così evidente e viva che non c’era bisogno di prove. Una persona che prende il sole sulla spiaggia non si preoccupa di dimostrare che il sole esiste, perché lei stessa abbronzata è la prova evidente dell’esistenza del sole. Le comunità, con il loro esistere in mezzo all’impero immenso, erano una prova viva della risurrezione. Le liste delle apparizioni cominciano a spuntare più tardi, nella seconda generazione per ribattere le critiche degli avversari.

• Marco 16,9-11: Gesù appare a Maria Maddalena, ma gli altri discepoli non le credettero. Gesù appare prima a Maria Maddalena. Lei va ad annunciarlo agli altri. Per venire al mondo, Dio volle dipendere dal seno di una giovane di 15 o 16 anni, chiamata Maria, di Nazaret (Lc 1,38). Per essere riconosciuto vivo in mezzo a noi, volle dipendere dall’annuncio di una donna che era stata liberata da sette demoni, anche lei chiamata Maria, di Magdala! (Per questo era chiamata Maria Maddalena). Ma gli altri non credettero in lei. Marco dice che Gesù apparve prima a Maddalena. Nell’elenco delle apparizioni, trasmesso nella lettera ai Corinzi (1 Cor 15,3-8), non vengono riportate le apparizioni di Gesù alle donne. I primi cristiani avevano difficoltà a credere nella testimonianza delle donne. E’ un peccato!

• Marco 16,12-13: Gesù appare ai discepoli, ma gli altri non credettero a loro. Senza molti dettagli, Marco si riferisce ad un’apparizione di Gesù a due discepoli, “mentre erano in cammino verso la campagna”. Si tratta, probabilmente, di un riassunto dell’apparizione di Gesù ai discepoli di Emmaus, narrata da Luca (Lc 24,13-35). Marco insiste nel dire che “gli altri non cedettero nemmeno a loro”.

• Marco 16,14-15: Gesù critica l’incredulità e ordina di annunciare la Buona Novella a tutte le creature. Per questo, Gesù appare agli undici discepoli e li riprende perché non hanno creduto alle persone che lo avevano visto risorto. Di nuovo, Marco si riferisce alla resistenza dei discepoli nel credere nella testimonianza di coloro che hanno sperimentato la risurrezione di Gesù. Perché? Probabilmente per insegnare tre cose. In primo luogo che la fede in Gesù passa attraverso la fede nelle persone che ne danno testimonianza. In secondo luogo, che nessuno si deve scoraggiare, quando il dubbio o l’incredulità nascono nel cuore. In terzo luogo, per ribattere le critiche di coloro che dicevano che il cristiano è ingenuo e accetta senza critica qualsiasi notizia, poiché gli undici ebbero molta difficoltà ad accettare la verità della risurrezione!

• Il vangelo di oggi termina con l’invio: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura!” Gesù conferisce loro la missione di annunciare la Buona Novella ad ogni creatura. www.ocarm.org



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venerdì 28 marzo 2008 - ore 02:33


Mt 28,16-20
(categoria: " Vita Quotidiana ")




Ottava di Pasqua
At 4,1-12; Sal 117; Gv 21,1-14 - Luce di gioia, Signore, è la tua salvezza
At 10,34-43; Sal 95; Fil 2,5-11; Mt 28,16-20

Matteo 28,16-20
16 Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. 17 Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. 18 E Gesù, avvicinatosi, disse loro: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. 19 Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, 20 insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».


Da: Le Omelie di Padre Aldo Bergamaschi
Omelia del 11 giugno 2006

www.padrebergamaschi.com

Comincerò con un racconto che è anche una barzelletta, vedrete che ci sarà da ridere e da piangere nello stesso tempo. L’episodio accadeva una cinquantina di anni fa qui a Reggio Emilia all’ospedale. C’era un vecchio signore, forse un contadino, il quale era molto ammalato, gli si avvicina un sacerdote per vedere di confessarlo e di dare eventualmente l’Estrema Unzione. Il sacerdote comincia col dire: "Allora credete nella Trinità?" L’anziano apre gli occhi e dice: "Ma Dio non è uno solo?" "Sono in tre" risponde il sacerdote e inizia una discussione. Questo contadino non voleva assolutamente credere nella Trinità. Il sacerdote, disperato, vede passare un Padre Cappuccino – il cappellano - e lo invita a discutere con questo ammalato. Il Padre – già morto, fu lui a riferirmi l’episodio – si avvicina all’ammalato che gli ripete: "Ma avete sempre detto che Dio è uno, mentre questo sacerdote dice che sono tre". Il Frate allora disse: "Buon uomo, c’è il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, ma gli altri due non dovete mantenerli voi". Avete capito? Il frate aveva intuito che cosa c’era nella testa del vecchio contadino, perché il vecchio contadino dipendeva dagli Stati Pontifici e sapete che allora, la Santa Sede metteva delle decime e bisognava pagare, per Dio, per la Chiesa, ecc. Il contadino si sente dire che sono in tre e teme di dovere mantenere anche gli altri due.

Entriamo nel discorso: Gesù, il Figlio, non è venuto a dimostrare l’esistenza di Dio, perché il pensiero umano c’era arrivato da solo e colui che ha affermato l’esistenza di Dio al di fuori dalle religioni, si chiama Socrate. Socrate è stato condannato a morte e uno dei motivi è che non credeva nelle divinità della città; non credeva nella religione. Così come Gesù è condannato, perché diceva Dio suo Padre.

Dio è un’altra cosa – diceva Socrate – non è quello che voi adorate nei templi; ed era un’offesa a tutta la comunità Ateniese che lo condannò a morte. La lotta per stabilire la verità sia è congiunta da parte della ragione e da parte di Gesù che è Dio fatto carne.
Non più dunque monoteismo astratto o acritico come nelle religioni più importanti, non è vero che le tre religioni più importanti siano monoteiste. Il Cristianesimo non è monoteista lo dico chiaramente e fermamente; la condanna del monoteismo viene prima da Socrate, poi da Gesù.
Vi cito uno dei punti più alti del filosofo Platone che credeva in Dio come Socrate e si fece due domande:

1°, se c’è solo un Dio a che cosa pensa, se è un pensiero intelligente? Ci sarebbe da fare il raffronto con quello che dirà Cartesio molti secoli dopo: Cogito ergo sum? Raffronto che non posso fare ora.

2° sempre Platone, dal momento che per essere felici bisogna amare – legge intrascendibile, che un pensiero abbia bisogno di amare per essere felice -, Platone si domanda: chi amerà?

Arriviamo al concetto di Creazione, che cosa faceva Dio prima della creazione? Nelle religioni il dato tradizionale si sovrappone alla ragione e la congela nelle sue legittime domande. La Bibbia dice: Dio creò il cielo e la terra: No, risponde S.Giovanni: in principio era il Logos, il Pensiero e non le cose.

Vi faccio ora un esempio di compresenza di persona. Prendiamo l’acqua che è uno dei cibi necessari alla nostra sopravvivenza, da che il modo è mondo l’uomo ha bevuto l’acqua. Però, ogni anno per l’acqua contaminata, muoiono dieci milioni di persone (l’ho letto su una rivista scientifica). Se diciamo finalmente che l’acqua è composta di H2O, quella goccia che sembra semplice e monoteistica, invece è composta di H2O. Ho detto molto o poco per togliere la sete? Tutte e due, il problema è quello di togliere la sete senza controindicazioni.

Le religioni naturali sono come l’acqua contaminata, se invece, abbiamo qualcuno (noi abbiamo la chimica) che ci dice che l’acqua è composta da H2O (idrogeno e ossigeno) allora, diamo la possibilità agli uomini di bere acqua pura. Le religioni sono la rovina del cervello dell’umanità, mi assumo la responsabilità di questa affermazione e continuo a dire che il cristianesimo non è una religione.

L’acqua, come Dio, è compresenza di persone. Il sapere che l’acqua è composta di ossigeno e idrogeno ci permette di sapere quali fonti sono degne di essere bevute e quali no, salvo eventuali correzioni che possiamo fare.

Questa è la specificità del discorso di Gesù su Dio. Il Dio presentato da Gesù è diverso da tutte le idee espresse su Dio e Gesù non definisce Dio concettualmente, ma lo presenta come uno con cui ha stretta relazione personale. Questo è uno dei motivi per cui è stato ucciso.

Che diversità c’è per quanto riguarda la convivenza, tra noi che crediamo in un Dio Uno e Trino e quelli che hanno di Dio un’altra opinione? Siamo degli animali religiosi allo stesso modo e per noi è una colpa perché abbiamo degradato il cristianesimo al rango di religione. La nostra etica non deriva dalla Trinità, ma costituisce una specie di abracadabra che viene creduto così a scatola chiusa dai cosiddetti credenti o cristiani.

Vi richiamo alle motivazioni che hanno portato la teologia dell’America Latina ad accettare la “Teologia della Liberazione”. Quando si dice Teologia della Liberazione da parte dei cattolici occidentali, si dice che hanno assunto il marxismo come lettura della realtà. Io non sono di questo parere e mi riferisco a poche persone, tra le quali un francescano e mi dispiace che abbia abbandonato l’abito proprio per una forma di protesta. La Teologia della Liberazione ha preso a modello il Dio Trinitario per quanto riguarda l’esito storico: il Dio in tre Persone uguali e distinte.

Per quanto siano diverse le connotazioni c’è una eguaglianza che non va a toccare la sostanza del problema. Si dice che la retribuzione non può essere uguale, anche se partecipiamo a un progetto in cui ogni singolo individuo ha lo stesso peso sull’esito del progetto; da qui tutto il travaglio sociale.

Il grosso problema è di credere o no che siamo eguali, il dubbio è proprio questo. Se non siamo eguali nasce la tentazione di dare all’operaio 20-30 volte in meno del datore di lavoro o del politico.
Nella Trinità sono tre le Persone, ma uguali e distinte, per quanto distinte non salta mai l’eguaglianza e per quanto l’eguaglianza sia profonda non salta mai la specificità. Questo dovrebbe essere il modello della comunità cristiana.

Per coloro che non avessero ancora capito ecco l’esempio: il Padre, colui che comanda; il Figlio che ha sofferto per noi; lo Spirito Santo, la mente per farci capire; se sulla tavola ci sarà un pollo si dividerà in parti uguali o no?

Questo è il significato della Trinità nella vita della chiesa e nella vita societaria dei cristiani.




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venerdì 28 marzo 2008 - ore 02:30


Gv 21,1-14
(categoria: " Vita Quotidiana ")




Ottava di Pasqua
At 4,1-12; Sal 117; Gv 21,1-14 - Luce di gioia, Signore, è la tua salvezza
At 10,34-43; Sal 95; Fil 2,5-11; Mt 28,16-20

Giovanni 21,1-14
1 Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: 2 si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. 3 Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla.
4 Quando già era l’alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. 5 Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». 6 Allora disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci. 7 Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi la sopravveste, poiché era spogliato, e si gettò in mare. 8 Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri.
9 Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. 10 Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso or ora». 11 Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. 12 Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», poiché sapevano bene che era il Signore.
13 Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce. 14 Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti.


Lectio divina su Gv 21,1-14

Lectio divina del priore di Bose, ENZO BIANCHI tenuta a Lourdes sabato 27 ottobre 2007 in occasione di Ecclésia 2007, un raduno di 7500 catechisti e operatori pastorali di tutte le diocesi della Francia con la partecipazione di 40 vescovi della Conferenza Episcopale Francese
www.monasterodibose.it



Introduzione

Il vangelo secondo Giovanni ci ha narrato nel capitolo 20 che Gesù, dopo la sua morte in croce, morte gloriosa perché segnata dalla gloria dell’amore, si è mostrato vivente nel primo giorno della settimana a Maria di Magdala (cf. Gv 20,11-18), poi ai discepoli riuniti insieme (cf. Gv 20,19-23) e di nuovo «otto giorni dopo» ai discepoli con i quali si trova anche Tommaso (cf. Gv 20,26-29).
Ma l’appendice aggiunta più tardi al vangelo da parte della comunità del discepolo amato, il capitolo 21 che abbiamo ascoltato, ci racconta un altro incontro di Gesù con i suoi sul mare di Tiberiade: «Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade» (Gv 21,1). In questo brano più che un’apparizione di Gesù risorto viene narrata la resurrezione dei discepoli. Nel racconto, infatti, il passaggio dalla notte al mattino, dunque dalle tenebre alla luce, è accompagnato da un altro decisivo passaggio: quello dall’ignoranza («I discepoli non sapevano che era Gesù»: Gv 21,4) alla conoscenza di Gesù («Sapevano bene che era il Signore»: Gv 21,12). Se questo è il mutamento fondamentale, alla sua luce possono essere letti anche il passaggio dalla pesca infruttuosa («In quella notte non presero nulla»: Gv 21,3) alla pesca abbondante («Gettarono la rete e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci»: Gv 21,6) e quello dall’assenza di cibo (cf. Gv 21,5) alla partecipazione al pasto preparato da Gesù stesso (cf. Gv 21,9-12).


1. «In quella notte non presero nulla»

Ma cosa ci dice più in profondità questo racconto? I discepoli hanno già incontrato il Signore risorto a Gerusalemme due volte, nel primo giorno della settimana, eppure nonostante queste conferme della resurrezione sembrano ancora bisognosi di incontrarlo: la fede non è mai acquisita per sempre, è sempre un evento, un divenire che può conoscere una crescita ma anche contraddizioni e regressioni, le quali rischiano di vanificare le esperienze di fede vissute in precedenza…
Sul mare di Galilea troviamo Simon Pietro, Tommaso, colui che aveva confessato Gesù come «mio Signore e mio Dio» (Gv 20,28), Natanaele, che aveva detto: «Rabbi, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele» (Gv 1,49), i figli di Zebedeo e altri discepoli anonimi. Non si precisa il giorno, ma viene soltanto detto che questi discepoli erano sette, cioè una comunità il cui numero narra la totalità e l’universalità. Simon Pietro prende l’iniziativa della pesca e gli altri decidono di seguirlo, di partecipare a quell’impresa che rappresenta la missione della comunità; con grande decisione e convinzione essi affermano: «Veniamo anche noi con te» (Gv 21,3). Tutti insieme escono dunque in mare aperto, «ma in quella notte non presero nulla» (ibid.)… A seguito di questa pesca infruttuosa i discepoli si apprestano a tornare verso la spiaggia, «quando ormai giunge il mattino» (Gv 21,4).
Sulla spiaggia c’è Gesù, anche se i discepoli non lo sanno: come Maria di Magdala, lo incontrano ma non sanno che è lui (cf. Gv 20,14)… Ed ecco che Gesù prende l’iniziativa e chiede: «Piccoli figli, non avete nulla da mangiare?» (Gv 21,5). Egli si rivolge loro con un appellativo affettuoso, paterno e materno insieme – teknía, piccoli figli –; è come se dicesse: «Non temete, non vi ho lasciati orfani, privi di me», compiendo così la promessa fatta in occasione dei discorsi di addio (cf. Gv 14,18). Gesù è lo stesso ma è anche diverso, per questo i discepoli non lo riconoscono e gli rispondono laconicamente: «No, non abbiamo nulla» (Gv 21,5). In tal modo essi confessano la loro mancanza, il loro essere immersi in una situazione negativa, priva di sbocchi…

2. «È il Signore!»

A questo punto Gesù sollecita ancora i discepoli: «Gettate la rete sul lato destro della barca e troverete» (Gv 21,6): sono parole che richiedono fede, pronta obbedienza, sono un comando e una promessa alla quale Pietro e i suoi compagni subito aderiscono. E non appena eseguono quest’ordine ecco che la rete diviene stracolma di pesci, ma essi sono di nuovo preda della loro debolezza e povertà: «non avevano la forza per tirarla su» (ibid.)…
È allora che il discepolo amato, colui che al solo vedere la tomba vuota aveva creduto (cf. Gv 20,8), riconosce in quell’evento l’azione e lo stile di Gesù e subito grida agli altri: «Ho Kýrios estin! È il Signore!» (Gv 21,7). Il discepolo amato, il credente che ha esperienza dell’amore del Signore, colui che ha posato il capo sul grembo di Gesù quasi a mettersi in ascolto del suo cuore (cf. Gv 13,23-25), sa leggere i segni e diventa capace di riconoscere Gesù, rispondendo con l’amore al suo preveniente: «È il Signore!».
Sì, siamo condotti a contemplare la barca della chiesa in mezzo ai flutti della storia, a mettere in conto anche la possibilità di missioni senza frutto, di evangelizzazioni senza risultato; nello stesso tempo, però, questa pagina ci spinge a credere che, se la missione avviene in obbedienza al Signore, nella docilità alle sue indicazioni e nella ricerca della sua volontà, allora vi è abbondanza di frutti, allora si è resi davvero «pescatori di uomini» (Mc 1,17; Mt 4,19). E forti di questa consapevolezza possiamo proclamare con gioia: «È il Signore!», ovvero: «Il Signore risorto è in mezzo a noi, è presente ancora oggi e opera con noi»…
Il discepolo amato indica il Signore anche a Pietro, il quale, pur avendo il compito di guidare la pesca, non è stato sufficientemente attento ai segni di quell’alba. Egli però sa obbedire alle indicazioni del discepolo amato, «colui che rimane» – come lo definirà Gesù subito dopo (cf. Gv 21,22-23) –, e nella sua nudità si getta in mare, quasi a volere essere immerso e risollevato dall’acqua come creatura nuova (cf. Gv 21,7).

3. «Gesù venne, prese il pane e lo diede loro»

Mentre Pietro è immerso nelle acque della rinascita, gli altri discepoli trascinano la rete piena di pesci sulla spiaggia (cf. Gv 21,8): essi sono attirati da Gesù, che sulla riva del mare sta vicino a braci sulle quali sono posati del pane e dei pesci (cf. Gv 21,9). Accanto a Gesù vi è il cibo che egli aveva distribuito quando, in occasione della sua seconda Pasqua, aveva moltiplicato pani e pesci (cf. Gv 6,9-11). È quel pane che Gesù aveva identificato con «la sua carne data per la vita del mondo» (cf. Gv 6,51): sì, Gesù dà se stesso, è lui che prepara il pasto, prepara la tavola, è lui che provvede il cibo che dona vita, è lui la presenza sempre preveniente!
Gesù chiede ai discepoli di portare anche il pesce che avevano preso, ed è Pietro che, riemerso dalle acque, esegue l’ordine e «trae a terra la rete piena di 153 grossi pesci» (Gv 21,11). Nella profezia sul tempio escatologico Ezechiele aveva contemplato sul lato destro del tempio acque pescose e sulle rive di En-Eglaim una distesa di reti (cf. Ez 47,1.8-10); forse nell’annotazione sui 153 pesci vi è un rimando a questo brano, perché il calcolo numerico delle lettere ebraiche che compongono il toponimo En-Eglaim, la cosiddetta ghematria, dà come risultato proprio 153. Saremmo così condotti alla visione della chiesa come tempio escatologico, della comunità cristiana come luogo della missione universale e della presenza di Dio manifestata dal Risorto. Secondo Girolamo, d’altra parte, i 153 pesci simboleggiano tutte le genti della terra, essendo questo il numero delle specie di pesci marini esistenti. In ogni caso, quella che qui viene evocata è l’universalità della missione della chiesa e l’universalità della raccolta degli uomini intorno al Risorto e alla sua comunità.
«E benché i pesci fossero tanti, la rete non si spezzò» (Gv 21,11): splendida questa annotazione inserita come un sigillo da parte della comunità del discepolo amato. La rete non si strappò allora, nella comunione vissuta tra la grande chiesa petrina e la chiesa del discepolo amato, capaci di un’unica confessione del Risorto. Purtroppo però sappiamo bene che questa rete si spezzerà più tardi…
Ormai tutti i discepoli presenti sulla riva sono consapevoli che il Signore è in mezzo a loro e nessuno gli chiede: «Chi sei?» (Gv 21,12). Dopo averli invitati a mangiare, Gesù si avvicina – lett. «viene» (érchetai: Gv 21,13), lo stesso verbo utilizzato per le manifestazioni del Risorto in Gv 20,19.26 – e compie il gesto eucaristico («prese il pane e lo diede loro»: cf. Mc 14,22 e par.; 1Cor 11,24). Così i discepoli sono addirittura «incorporati al logos», formano un solo corpo con Gesù. Per questo Gesù si astiene dal mangiare: egli è il vero cibo di cui il pane da lui offerto è segno! Così «l’eucaristia celebra la relazione tra i discepoli e il Signore Gesù, l’eucaristia fa la comunità, la chiesa, e la comunità fa l’eucaristia» (Henri De Lubac).

Conclusione

Questo incontro narrato in Gv 21 ci rivela che unico è il Signore, unica l’eucaristia, unica la fede-conoscenza del Signore Gesù! A queste condizioni la missione della chiesa è fruttuosa: una missione guidata da Pietro in obbedienza al comando di Gesù, riconosciuto vivente grazie alla contemplazione che è ascolto e capacità di custodire nel cuore il suo amore. Una missione che ancora oggi ci riguarda e ci interpella.

Enzo Bianchi



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giovedì 27 marzo 2008 - ore 00:19


Luca 24,35-49
(categoria: " Vita Quotidiana ")




Ottava di Pasqua
At 3,11-26; Sal 8; Lc 24,35-48 - Grande è il tuo nome, Signore
At 5,26-42; Sal 33; Col 3,1-4; Lc 24,36-49

Luca 24,35-49
35 Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
36 Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 37 Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. 38 Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? 39 Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho». 40 Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. 41 Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». 42 Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43 egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
44 Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». 45 Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture e disse: 46 «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno 47 e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48 Di questo voi siete testimoni. 49 E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto»



L’apparizione agli apostoli (24, 36-49)
Riflessioni a cura di don Antonio Schena
www.corsobiblico.it


In questa scena soltanto Gesù agisce e parla: saluta, domanda, rimprovera, mostra le mani e i piedi e, perfino, mangia davanti ai suoi discepoli. Non si dice se hanno toccato Gesù e neppure, almeno esplicitamente, se hanno creduto. Di loro, però, sono descritti i sentimenti interiori: lo sconcerto e la paura, il turbamento e il dubbio, lo stupore e l’incredulità, la gioia.

Raccontando questo episodio l’evangelista ha certamente un’intenzione apologetica (elogio in difesa di una persona o di una dottrina) Gesù offre via via prove sempre più convincenti in una sorta di itinerario progressivo che proprio qui si conclude: il sepolcro vuoto, l’apparizione degli angeli alle donne, l’incontro con i due discepoli di Emmaus,
l’apparizione a Pietro e, infine, a tutti gli undici riuniti. Qui Gesù mostra le mani e i piedi, si fa vedere come una persona in carne e ossa, mangia una porzione di pesce. Gesù è veramente risorto! La sua persona è reale e concreta, non un fantasma evanescente.

Il Risorto “dischiude loro la mente per comprendere le Scritture” (24,45). Senza l’intelligenza delle Scritture il discepolo può trovarsi accanto al Signore senza riconoscere chi Egli sia. E’ la terza volta che l’evangelista ritorna su questo discorso (24,7.26.46). Qui però c’è una precisazione in più. Gli eventi rinchiusi nella divina necessità non sono due ma tre: la passione, la risurrezione, la predicazione a tutte le genti. Anche la missione è inclusa nella divina necessità, non è ai margini dell’evento cristologico, ma ne fa parte. Destinatari dell’annuncio sono “tutte le genti”, dunque l’universalità più ampia possibile. E l’annuncio deve avvenire “nel suo nome”, cioè, deve poggiare sulla sua autorità, non su altro. Contenuto dell’annuncio è la conversione e il perdono. La conversione è in primo luogo la conversione della mente, una conversione teologica: il Crocifisso è rivelazione di Dio, non sconfitta.

Annunciare il perdono dei peccati è proclamare che l’amore di Dio è più grande del nostro peccato. Annunciare la Croce significa annunciare un Dio che perdona.




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mercoledì 26 marzo 2008 - ore 00:02


Lc 24,13-35 I DISCEPOLI DI EMMAUS
(categoria: " Vita Quotidiana ")



Ottava di Pasqua
At 3,1-10; Sal 104; Lc 24,13-35 - Cantiamo al Signore con voce di gioia At 5,12-21a; Sal 33; Rm 6,3-11; Lc 24,13-35

Luca 24,13-35 13 Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, 14 e conversavano di tutto quello che era accaduto. 15 Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. 16 Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. 17 Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; 18 uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». 19 Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20 come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. 21 Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22 Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro 23 e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24 Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
25 Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! 26 Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». 27 E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. 28 Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29 Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. 30 Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 31 Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. 32 Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». 33 E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34 i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». 35 Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.


I DISCEPOLI DI EMMAUS:

Carlo Maria card. Martini, Partenza da Emmaus,
Centro Ambrosiano di Documentazione e Studi Religiosi,
Milano 1983, pagg. 8-9) FONTE








Introduzione


Quello dei discepoli di Emmaus è certamente uno fra i brani più suggestivi e, per certi versi, più aderente alla nostra realtà di persone in cammino, certamente con molte certezze, ma spesso vittime di dubbi, perplessità, interrogativi e desideri.
Proviamo dunque a tentare una rilettura del testo cercando di attualizzare l’annuncio e al tempo stesso cogliendo gli elementi principali che favoriscono una comprensione, una interiorizzazione e quindi una profonda e autentica assimilazione del messaggio teologico che esso contiene.

Delusione, dubbio, incertezza


Nel giro di una settimana a Gerusalemme è capitato di tutto. Gesù è stato accolto in maniera trionfale, acclamato come un re; ha trasmesso il comandamento dell’amore; durante la cena per la pasqua ha rivelato il valore del servizio con la lavanda dei piedi, ha garantito la sua presenza reale spezzando un pane e versando del vino; è stato arrestato; ha sopportato tradimenti e rinnegamenti; è stato arrestato, processato, condannato a morte, trafitto su una croce, sepolto… E basta. Tutto è finito. Nel giro di una settimana sono sfumati progetti, speranze e illusioni tessuti pazientemente in tre anni di sequela fedele e attenta. Tutte le cose che abbiamo costruito, per le quali ci siamo spesi, per le quali abbiamo sudato, lottato e pianto, per le quali abbiamo anche rischiato, ci siamo esposti, sono definitivamente sigillate e oscurate dietro quella grande pietra rotolata contro l’entrata di quel sepolcro nuovo, scavato nella roccia. Sembra di sentirli: "…che delusione… e chi se l’aspettava… lasciamo perdere, andiamo via… Basta, torniamo ad Emmaus!".
Sono i discorsi di due persone che, dopo aver vissuto una esperienza affascinante ed esaltante con Gesù, si ritrovano soli, abbandonati, sconfitti e decidono di abbandonare il "cuore" di questa vicenda per dirigersi verso il definitivo ritorno alla realtà di prima, al quotidiano di ogni giorno.

Gesù si fa compagno


A questo punto, se non conoscessimo l’esito della vicenda e se dovessimo completare la storia con i nostri sistemi, è facile intuire le reazioni: "…e fate come volete… pazienza… peggio per voi… siete grandi e vaccinati... arrangiatevi…".
C’è qualcuno che non la pensa così. "… Gesù in persona si accostò e camminava con loro" (v. 15b) e non perché "è togo" e gli piace mettersi in mostra e affermare la sua supremazia, tant’è che "…i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo" (v. 16). E’ lui che prende l’iniziativa e soprattutto cammina al loro fianco, si fa compagno di quella strada, di quella determinata fase del loro cammino.
Certamente – e ce lo rivela l’originale del testo greco – il loro discutere e discorrere era visibilmente animato, tanto che è facile per lo sconosciuto permettersi di domandare loro: "Ma di che cosa state parlando così calorosamente?". Anche qui, con il nostro stile poco aperto al dialogo, verrebbe voglia di sostituirci alla risposta dei due discepoli: "Ma cosa vuoi? Fatti i fatti tuoi!". E forse, dopo che essi rispondono: "Di quanto è capitato a Gerusalemme in questi giorni" ed egli incalza: "E che cosa è successo?", non verrebbe voglia di rispondere: "Ma scusa, dove vivi? Dove hai la testa?". Invece è talmente forte la ferita che sentono dentro, la sensazione di essere stati ingannati, che essi sentono il bisogno di sfogarsi. D’altronde chiunque avrebbe convenuto con loro sull’assurdità della vicenda, quindi non esitano a raccontare e esprimere tutta la loro delusione.
E questo si coglie dai verbi che utilizzano: fu profeta grande… speravamo fosse lui a liberare Israele… I discepoli avevano i loro progetti e le loro speranze; certamente, anche sulla scia delle idee promosse dagli zeloti, ai quali era legato uno di loro, che ritenevano che la liberazione dovesse esprimersi con atti militari e tendere alla ricerca della prosperità economica e del benessere materiale. Invece Gesù non solo è condannato a morte, ma alla morte in croce, infamante, riservata ai malfattori. Questo non rientra nei loro progetti.
Anche noi abbiamo desideri, progetti, speranze cui ci aggrappiamo con tanta passione, senza considerare che alcuni accadimenti possono rivelarci che esiste un progetto di Dio, diverso dal nostro, che naturalmente non possiamo prevedere o preventivare, più grande dei nostri pensieri. Per questo non riusciamo a pensare che possa essere più bello, più utile, più entusiasmante per noi e più capace di fare fiato e speranza. Certo, non è facile aprirsi e abbandonarsi al progetto di Dio e al mistero che lo accompagna. Ma per cosa pensate che Gesù "…si accosta e cammina con noi"? Non certo per una sterile comprensione affettiva o per assecondare delusioni o incomprensioni. Egli è la via, la verità e la vita. Per questo cammina con noi: per condurci sulla via; per questo ci spiega le scritture: per portarci alla verità; per questo spezza il pane: per donarci la vita.

Gesù, novità sempre nuova


Mentre i discepoli parlano Gesù li ascolta e li fa parlare. Questo è il compito del vero animatore: ascoltare e fare i modo che l’altro possa esprimere le proprie ansie e possa spiegarsi bene.
L’iniziativa dell’incontro, dicevamo, è presa da Gesù. I discepoli non solo non fanno nulla perché l’incontro possa accadere, ma quasi accettano il viandante con indifferenza, a malincuore e frappongono l’ostacolo della delusione, della rinuncia a credere e a sperare. Gesù però dà rilievo alla libertà dei discepoli, che dapprima scoraggiata e rinunciataria, viene via via rigenerata e aperta alla speranza, alla fiducia nel disegno di Dio sulla storia dell’uomo.
Gesù fa questo senza dire cose nuove. Ma sono cose che avevano bisogno di sentirsi ridire e che assumevano, in quel determinato momento e in quella specifica situazione, un significato nuovo.
E’ per questa ragione che i due, a loro volta, lo ascoltano e lo lasciano parlare: perché si tratta di parole che aprono, spiegano, illustrano, indicano, fanno vedere gli eventi della vita, anche i più oscuri, in un modo nuovo e pieno di speranza.
Sembrava loro che tutto ciò che pesava sul loro cuore a poco a poco si sciogliesse. Ed è così che, arrivati a destinazione, con semplicità e serenità gli dissero: "Perché non ti fermi con noi?". E’ molto bella questa richiesta, la richiesta di restare, di rimanere. Se ci pensate è ciò che avvenne, con inversione delle parti, all’inizio della vita pubblica di Gesù. Due discepoli lo seguono, egli si volta e dice loro: "Che cercate?" - gli dissero: "Maestro, dove abiti?" - egli rispose: "Venite e vedrete" - essi andarono, videro dove abitava e stettero con lui quella notte. Lo stare, il rimanere è il segno più eloquente della conoscenza. Capite ora l’importanza di stare davanti l’Eucaristia!



L’Eucaristia, fonte dell’annuncio


Ed è proprio l’Eucaristia la chiave di svolta di questi due uomini. Quando due persone si amano si parlano anche solo con uno sguardo, basta un segno, la comunicazione è immediata.
Di colpo balzarono in piedi, lasciano la cena a metà e corrono verso Gerusalemme. Quel Gesù che fu profeta, che speravano liberasse Israele, che è stato ucciso in croce era apparso loro, aveva camminato con loro e aveva spezzato per loro il pane.
Ecco l’insegnamento per noi oggi: balzare in piedi, lasciare la mensa, correre nel buio per gridare a tutti: "Il Signore è veramente risorto! Noi l’abbiamo visto".
Gesù ha acceso il loro cuore ed essi non riescono più a contenere l’ardore: sentono il bisogno di comunicarlo agli altri. E’ fonte di commozione e di responsabilità sapere che Gesù chiede la nostra collaborazione per raggiungere gli altri uomini.



L’Eucaristia, alimento della comunità


L’adesione a Gesù esprime nell’adesione alla comunità cristiana e si alimenta nell’Eucaristia, senza della quale non esiste comunità. I due discepoli di Emmaus, dopo aver incontrato il Signore e dopo averlo riconosciuto nel segno del pane, ritornano a quella comunità che avevano abbandonato con il cuore pieno di tristezza. La vita comunitaria deve offrire il clima di fede e di carità, che sostiene la testimonianza insieme alla preghiera.
Chiedo a Gesù che lui stesso accompagni ciascuno di noi, come ha accompagnato i due discepoli di Emmaus, così anche noi, al termine del cammino, possiamo ripetere la loro preghiera: "Resta con noi perché si fa sera".



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martedì 25 marzo 2008 - ore 13:37


Antonio SOCCI : ’’Il teologo non vede e non tocca’’
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Antonio SOCCI
Il teologo non vede e non tocca
tratto da: Il Sabato, 16.5.1992, n. 20, p. 50-53.
www.storialibera.it



Drewermann e la storicità della risurrezione
Il caso Drewermann è solo la punta dell’iceberg. Così libri e giornali stanno andando all’attacco delle prove storiche della resurrezione.


E’ il 1970. Paolo VI, dopo la grande testimonianza data alla Chiesa e al mondo con il ’Credo del popolo di Dio’ del 30 giugno ’68, in parecchi drammatici discorsi parla dell’«ora inquieta della Chiesa», vede su di essa «nuvole, tempesta, buio», denuncia la penetrazione dentro le sue volte del «fumo di Satana». Proprio in questi mesi Paolo VI riesce a realizzare un suo grande desiderio per confermare il fondamento della fede: «Et resurrexit tertia die», un grande simposio internazionale sulla resurrezione di Gesù. Il titolo fu proprio «Resurrexit». Alla fine gli studiosi furono ricevuti dal Papa. «Ricordo che Paolo VI parlava in francese» dice il padre Ignace de la Potterie «e sottolineò i due capisaldi storici della testimonianza degli apostoli: la tomba vuota e le apparizioni di Gesù risorto. Il come e il quando della resurrezione è un mistero, ma resta il ’fatto’ e qui Paolo VI scandì bene queste parole: "Il fatto empirico e sensibile delle apparizioni pasquali". Ed aggiunse un monito che colpì molti di noi: "Se non manteniamo la fede in questo fatto empirico e sensibile trasformiamo il cristianesimo in una gnosi"».

Era anche un grido di allarme... Poi accadde un piccolo incidente. Racconta padre De La Potterie: «Quando, nel 1974, uscirono gli Atti del simposio con l’allocuzione pontificia, pubblicati dalla Libreria editrice vaticana, quella frase -essendo stata pronunciata a braccio non c’era». Una metafora di ciò che doveva avvenire nella Chiesa. Nelle scorse settimane alcuni giornali hanno avanzato delle conclusioni: nella Chiesa si è tacitamente smesso di credere al fatto storico della resurrezione e alla prova costituita dalle apparizioni «empiriche e sensibili» di Gesù.


Nuovi Lutero?

A Pasqua il settimanale francese L’Express dedica la copertina a Eugen Drewermann. Il teologo tedesco, autore di veri best seller, che vuol trasformare Gesù Cristo in una favola/terapia psicanalitica, è al centro di un grande battage giornalistico in tutta Europa. All’Express rivela che i Vangeli non vanno presi alla lettera, il loro carattere infatti è «simbolico». La resurrezione di Gesù? «E’ la sua persona che è resuscitata, non il suo corpo». Infatti «la sua resurrezione ha avuto luogo nel corso della sua vita». In che consiste questa strana resurrezione? «Egli si è liberato da un "io" che trae i suoi strumenti dal dominio, dal potere, dal denaro, dalla pretesa di possedere la verità». Così, ridotto a simbolo, l’avvenimento di Gesù Cristo non ha più niente di «unico»: «Anche altre religioni, per esempio l’antica religione egiziana, conoscono l’idea della divinità che, in forma umana, muore e risorge». Ad un’agenzia cattolica (la vecchia Informations catholiques) dice: «Bisogna innanzitutto comprendere che la resurrezione non si applica in particolare alla persona di Cristo. Gesù stesso è cresciuto in questa credenza che ha almeno duemila anni più del cristianesimo».

Grazie alle edizioni du Cerf, dei padri domenicani, che hanno invitato il teologo tedesco a Parigi alla veglia di Pasqua, adesso i francesi potranno trovare in libreria tre delle maggiori opere di Drewermann.

Ma c’è di più. L’Express pubblica anche un sondaggio sulla fede dei cattolici francesi. Ne viene fuori che il 25% dei praticanti non crede alla resurrezione di Gesù ed il 48% non crede alla resurrezione dei morti che professa nel Credo. Per i teologi le cose vanno anche peggio. Drewermann in una precedente intervista a Der Spiegel aveva dichiarato: «Quello che dico, lo dice la maggior parte dei teologi che trattano la medesima questione. Solo che non lo fanno se non servendosi di proposizioni subordinate limitative che dovrebbero garantire da una eventuale persecuzione dall’alto».

Un’accusa sconcertante? E’ vero che gran parte dei teologi contemporanei -come Drewermann- non credono che i resoconti evangelici sulla resurrezione vadano presi alla lettera? E’ vero che non credono alla presenza «empirica e sensibile» di Gesù quando tornò fra i suoi dopo la resurrezione? Ed è vero che nei loro libri dicono con complicate perifrasi ciò che Drewermann scrive apertamente?

«Purtroppo penso di sì» risponde amaramente padre De la Potterie, «e mi sembra che la tendenza a negare la storicità dei Vangeli sia oggi molto diffusa». Sul fronte opposto sentiamo Rosino Gibellini, che ha appena pubblicato il volume La teologia del XX secolo (Queriniana): «Drewermann vuole sottolineare soprattutto il valore simbolico della resurrezione. E’ la sua idea. Ma è vero che la maggior parte dei teologi cattolici oggi afferma la ’realtà’ della resurrezione, non la ’storicità’». Sofismi o necessarie distinzioni, ricerca teologica o eresie travestite da astrusi giochi di parole?

Per la verità lo stesso presidente della Conferenza episcopale tedesca, il vescovo Karl Lehmann, uno dei vicepresidenti del Sinodo sull’Europa, ha usato questa distinzione in un’intervista rilasciata il 16 aprile all’agenzia Kna: «Quanto alla ’fattualità storica’ della resurrezione di Gesù Cristo, la cosa è complessa. Comunque è un evento reale. La resurrezione di Gesù Cristo da parte di Dio Padre è, strettamente intesa, un avvenimento nella sfera di Dio, che nel suo nucleo non appartiene alla nostra storia. Ma essa si ripercuote in quanto evento nello spazio e nel tempo». Lehmann, che è stato l’assistente di Karl Rahner, parla difficile per i semplici cristiani. Non così il cardinale Camillo Ruini che, negli stessi giorni, nell’articolo di Pasqua, comparso sul Messaggero, usava la semplicità di san Pietro e san Paolo: «E’ anzitutto una questione di fatto: Gesù è o no risorto? Le testimonianze sono molte, ed alcune sono arrivate a noi in forma diretta e personale da parte dei protagonisti, come ad esempio, e incontestabilmente, quella dell’apostolo Paolo nelle sue lettere. Su questo piano dei dati di fatto nulla di altrettanto attendibile, o anche solo di paragonabile, può essere addotto per negare la resurrezione di Gesù».

Le prove

Perché la teologia è oggi così fumosa e astrusa sulla resurrezione? Ha forse ragione Drewermann? Come vengono trattati i due capisaldi storici della testimonianza degli apostoli indicati da Paolo VI: il sepolcro vuoto e le apparizioni del Risorto?

«Sì» ammette Gibellini «è vero che i racconti delle apparizioni di Gesù sono contestati. Ma è chiarissimo, è ormai assodato che le apparizioni sono racconti credenti della comunità cristiana che presuppongono la fede e non resoconti cronachistici. Perciò hanno tutto un tessuto simbolico».

La prova? «Non sono concordabili fra loro: i racconti delle tre donne, poi la Maddalena, poi Pietro, Giacomo, Gesù in Galilea o a Gerusalemme...» Ma è corretta questa liquidazione?

Erich Stier, uno storico tedesco dell’antichità, risponde così ai teologi: «Come esperto in storia antica devo dichiarare che le fonti sulla resurrezione di Gesù, con la loro notevole relativa contraddittorietà nel dettaglio, rappresentano per lo storico addirittura un criterio di straordinaria credibilità. Perché se fossero state costruite ad arte da una comunità o da un qualsiasi altro gruppo, formerebbero un blocco completo, chiaro e privo di lacune. Qualsiasi storico, infatti, è particolarmente scettico proprio quando un evento straordinario viene riferito mediante resoconti assolutamente privi di contraddizioni». Ma Gibellini, e con lui i teologi, è irremovibile: «Con il progresso degli studi biblici questi resoconti non si possono più accogliere come racconti cronachistici: presuppongono la fede». Ed è questo che si trova scritto nei testi di teologia?

Facciamo una rapida carrellata. Karl Rahner scrive: «Possiamo ammettere tranquillamente che i resoconti, che ci si presentano a prima vista come dettagli storici (historische) degli eventi della resurrezione e rispettivamente degli eventi delle apparizioni, non si lasciano totalmente armonizzare: quindi vanno interpretati piuttosto come rivestimenti plastici e drammatizzanti (di tipo secondario) dell’esperienza originaria "Gesù vive", e non come descrizione di questa stessa nella sua autentica essenza originaria», insomma non vanno interpretati «come esperienza quasi grossolanamente sensibile». Gli apostoli vedrebbero la resurrezione soprattutto in riferimento al destino di Cristo, «questo destino (e non semplice mente una persona esistente cui in antecedenza è capitato questo e quello) viene spe rimentato come valido e salvato» (Corso fondamentale sulla fede, Edizioni Paoline, pag. 357). Rahner è un simbolo. Quando fu sottoposta ai 1007 studenti della Gregoriana -la più prestigiosa università pontificia- la domanda «quale teologo antico o moderno ha avuto o ha maggiore influenza?» quasi la metà (501) rispose: Karl Rahner (a san Tommaso andarono 203 voti, a sant’Agostino ancora meno).

«Gli antichi, non noi, potevano accettare sic et simpliciter quei racconti» ci spiega ancora Gibellini. «E’ ciò che va sotto il nome di "innocenza narrativa". Oggi sappiamo come sono nati quei testi, dove sono nati -nella comunità- e ci guardiamo bene dal prenderli alla lettera come resoconti storici: così salviamo quel nocciolo di realtà che pur vi è dietro. Chiamiamo la nostra "seconda innocenza narrativa"».

Ma quando Paolo VI parlava di presenza «empirica e sensibile» di Gesù risorto non prendeva alla lettera quei resoconti? Lo stesso Giovanni Paolo II, in un memorabile discorso nel mercoledì, il 25 gennaio 1989, affermava: «Il Risorto "in persona" apparve in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!" Essi infatti "credevano di vedere un fantasma". In quella occasione Gesù stesso dovette vincere i loro dubbi e il loro timore e convincerli che "era lui": "Toccatemi e convincetevi: un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho". E poiché loro "ancora non credevano ed erano stupefatti", Gesù chiese loro di dargli qualcosa da mangiare e "lo mangiò davanti a loro"». Insomma «egli stabilisce con loro rapporti diretti, proprio mediante il tatto. Così nel caso di Tommaso... Li invita a constatare che il corpo risorto, col quale si presenta a loro, è lo stesso che è stato martoriato e crocifisso».

C’è dunque un insegnamento pubblico, ufficiale della Chiesa per il popolo ed un altro, una sapienza nascosta per i dotti, che disprezza la «rozza grossolanità» dei resoconti apostolici? E c’è ancora qualcuno che prende alla lettera la testimonianza oculare degli apostoli?

«Sì, la manualistica cattolica, ufficiale e scolastica, è la vecchia apologetica. Ma questa posizione che direi "massimalista" oggi non ha più nessun seguito fra i teologi» risponde Gibellini. «Vi è poi l’estremo opposto, rappresentato da Schillebeeckx, per cui la resurrezione sarebbe il prodotto dell’esperienza di commozione profonda che hanno avuto gli apostoli. E infine vi è una via media che si può identificare con Walter Kasper».

La vita media, cioé i moderati

Su questa via media conviene gran parte della teologia cattolica? «Sì, la cristologia di Kasper (Gesù il Cristo, Queriniana) ha avuto enorme circolazione, è un testo tradotto in tutte le lingue, che raggiunge una sintesi eccezionale. Direi è un’opera che fa testo, che rappresenta il modo in cui la teologia cattolica oggi riflette sulla resurrezione».

Gibellini si riconosce anche lui nella «via media». Cosa dice Kasper? Sui racconti del sepolcro vuoto, per esempio: che non sono «racconti storici», ma «testimonianze della fede». Inoltre: «Gli enunciati della tradizione neotestamentaria della resurrezione di Gesù non sono affatto neutrali: sono confessioni e testimonianze prodotte da gente che crede». «Le testimonianze sulla resurrezione parlano di un avvenimento che trascende la sfera di tutto ciò che si può storicamente constatare... ciò che è storicamente accertabile non è la resurrezione, ma soltanto la fede che i primi testimoni ebbero in essa». E Gesù che appare fisicamente ai suoi? «Questi racconti vanno dunque interpretati alla luce di quanto essi vogliono esprimere, nel loro carattere cioè di legittimazione della fede pasquale... Le apparizioni non sono eventi riducibili ad un piano puramente oggettivo. Chi ne fa esperienza non è l’osservatore distaccato e neutrale... questo loro "vedere" è stato reso possibile dalla fede».

C’è anche in Kasper un’istintiva ripugnanza al materialismo dei racconti evangelici «dove si parla di un Risorto che viene toccato con le mani e che consuma pasti coi discepoli... A prima vista potrebbero sembrare affermazioni piuttosto grossolane, che rasentano il limite delle possibilità teologiche e che corrono il pericolo di giustificare una fede pasquale troppo "rozza"». Sono accettabili solo se si va oltre la lettera, per ciò che i loro autori volevano esprimere... Anche nel Catechismo per adulti dei vescovi tedeschi, redatto appunto da Kasper, si legge: «Ogni racconto testimonia la comune fede pasquale delle comunità... Sia le narrazioni, talvolta un pò drastiche, dei pasti consumati con il Risorto, sia i racconti a riguardo della tomba vuota, intendono esprimere simbolicamente la corporeità della resurrezione di Gesù».

E’ questa la «seconda innocenza» sopravvenuta dopo venti secoli cristiani. Ma c’è chi parla di truffa intellettuale. Padre Daniel Ols, dell’Angelicum, segretario della Società San Tommaso, ci dice: «Non ha senso dire che la resurrezione non è un fatto storico. Un fatto che non sia storico non è un fatto (anche se, chiaramente, la resurrezione è un mistero che oltrepassa la storia)».

Con un pò d’ironia e un pò di amarezza conclude: «E poi non c’è niente di nuovo: i protestanti-liberali già un secolo fa sostenevano queste idee. E merce trita e ritrita. Deriva dall’errore idealista per cui il cristianesimo è una dottrina: tutto il resto è solo un rivestimento mitico che ha per scopo di far capire verità intemporali o norme di azione. L’importante sarebbe comprendere i significati. Dei fatti che ne sono veicoli possiamo anche fare a meno». Infatti per Drewermann la resurrezione è un’immagine che c’insegna a confidare «nell’amore di Dio più forte della morte». «Ma sono i fatti che sono opera di Dio!» ribatte Ols.

Lo smarrimento dei cristiani semplici è grande, perché purtroppo anche ai preti nei seminari e nei corsi di aggiornamento vengono insegnate tali teorie e quindi la predicazione domenicale ne risente. Peggio però se si tratta di cattolici impegnati, più a contatto con i dottori. Qualche tempo fa su una rivista dei padri passionisti del santuario di San Gabriele fu pubblicata una lettera firmata B.Z., da Napoli: «Sto frequentando un corso di teologia per laici» diceva il lettore. «Arrivati a studiare la resurrezione di Cristo, mi si sono confuse le idee. Il professore, un teologo abbastanza noto tra noi, ha cominciato a distinguere tra fatti storici e fatti di fede, tra dati oggettivi ed esperienza personale degli apostoli. Non ci capisco più niente e sento distrutta la mia fede... Insomma, è vero o non è vero che Gesù è risorto?».


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martedì 25 marzo 2008 - ore 07:38


Gv 20,11-18
(categoria: " Vita Quotidiana ")




Ottava di Pasqua
At 2, 36-41; Sal 32; Gv 20,11-18 - Della grazia del Signore è piena la terra
At 4,1-12; Sal 117; Rm 10,8b-15; Mt 28,8-15

Giovanni 20,11-18
11 Maria invece stava all’esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro 12 e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. 13 Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto». 14 Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. 15 Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo». 16 Gesù le disse: «Maria!». Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che significa: Maestro! 17 Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». 18 Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli: «Ho visto il Signore» e anche ciò che le aveva detto.





a) Nel Vangelo di Giovanni, la fede nella risurrezione appare nella
descrizione della passione e morte di Gesù:


* Nel descrivere la passione e la morte di Gesù, il vangelo di Giovanni desidera indicare non la condanna di un sovversivo politico, bensì l’ora di glorificazione del Figlio di Dio. Durante tutto il processo che lo porta alla morte, Gesù è il signore degli eventi, sia dei suoi, come di quelli dei suoi avversari. Per Giovanni, la croce è sinonimo di "elevazione", ascesa verso l’alto, per essere insieme al Padre (Gv 3,14; 8,28; 12,32-34). E’ l’inizio della risurrezione che si manifesterà pienamente il primo giorno della settimana (Gv 20,1). Per questo, nel vangelo di Giovanni, non c’è agonia nell’Orto (Gv 18,1-2); nell’ora della prigione i soldati si spaventano quando Gesù afferma: "Sono io!" (Gv 18,6). Nell’ora della morte Gesù non grida come negli altri vangeli. Sereno, si accomiata dai suoi amici, da sua madre e poi spira (Gv 19,28-30).
* La narrazione della passione è un esempio ancor più concreto del fatto che Giovanni non narra semplicemente i fatti storici, ma li passa per i Raggi-X. Cerca di mostrare ciò che questi fatti nascondono: quando Pilato, Anna, le autorità giudaiche e romane cercarono di farla finita con la vita di Gesù, in realtà stavano permettendo che Gesù fosse elevato verso Dio. Dalla sua prigione, Gesù dirige gli eventi e dona la sua vita. "Offro la mia vita per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso" (Gv 10, 17-18). Tutti possono rimanere tranquilli e pieni di speranza, perché Gesù ha vinto ed è stato glorificato dal Padre (Gv 17,5).

b) Pietro ed il Discepolo Amato vanno al sepolcro vuoto (vv. 1-10):

* L’esperienza della risurrezione delle prime comunità fu un processo lungo, un’esperienza che crebbe lentamente come crescono gli alberi resistenti. All’inizio furono molti a non credere nella testimonianza di coloro che avevano sperimentato la presenza viva di Gesù (Mt 28,17; Mc 16, 11.13.14; Lc 24, 11.36.41; Gv 20,25). Ma l’esperienza della risurrezione vissuta ed espressa in forma di apparizioni, fu così forte, così profonda e così convincente che riuscì a vincere l’incredulità dell’essere umano dinanzi alla possibilità della vittoria della vita sulla morte.
* Le donne furono più fedeli degli uomini. Furono le prime a credere nella Buona Novella della risurrezione (Mt 28,9-10; Mc 16,9-10; Lc 24, 4-11; Gv 20, 11-18). Dinanzi alla notizia della Maddalena che vede il sepolcro vuoto, Pietro ed il Discepolo Amato si recano al sepolcro. Il vangelo riporta la strana notizia secondo cui "l’altro discepolo" correva più rapidamente di Pietro e giunse per primo al sepolcro, ma non entrò. Guardò solo dentro e vide le bende per terra. Dopo essere entrato vide anche il sudario piegato, da una parte. Ed il vangelo dice: "Vide e credette!" Ma nulla ci dice come fu la reazione di Pietro che era entrato per primo nel sepolcro vuoto. Ed alla fine, il vangelo aggiunge questa frase: "Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti" (Gv 20,9). Ciò significa che l’Antico Testamento da solo non comunica la comprensione totale di ciò che contiene. La luce per capire il vero senso dell’Antico Testamento si vede nel preciso momento in cui il Discepolo Amato "vide e credette". La sua esperienza della risurrezione fu come una luce che entrò negli occhi dei discepoli e delle discepole e svelò loro il senso totale e pieno dell’A.T. Ed è la luce negli occhi che libera il senso delle parole dell’Antico Testamento.
* Un paragone per capire il mutamento. In un circolo di amici, uno mostrò una foto dove si vedeva un uomo con un volto severo, con il dito alzato, quasi aggredendo il pubblico. Tutti pensarono che si trattasse di una persona inflessibile, antipatica, che non lasciava spazio all’intimità. In quel momento giunse un ragazzo e disse: "E’ mio padre!" Gli altri lo guardarono e dissero: "Un padre severo, eh!" E lui rispose: "No, no e no! E’ molto affettuoso. Mio padre è avvocato. Quella fotografia è stata scattata nel tribunale, nel momento in cui denunciava un crimine di un latifondista che voleva espropriare ad una famiglia povera un terreno incolto e che aveva da vari anni! Mio padre vinse la causa. I poveri non furono spogliati di questo bene!" Tutti guardarono di nuovo e dissero: "Che bella foto!" Quasi per un miracolo, la foto si illuminò ed assunse un aspetto nuovo. Quel volto così severo si ricoprì di una grande tenerezza! Le parole del figlio cambiarono tutto, senza cambiare nulla! Le parole ed i gesti di Gesù, nati dalla sua esperienza di figlio, accolto e risorto dal Padre, senza cambiare una lettera o una virgola, cambiarono tutto il senso dell’Antico Testamento (Mt 5,17-18). Lo stesso Dio, che sembrava così distante e severo, assunse i tratti di un Padre buono, pieno di tenerezza!

c) L’apparizione di Gesù a Maria Maddalena:

* Maria Maddalena fu una delle poche persone che ebbero il coraggio di rimanere con Gesù fino all’ora della sua morte in croce. Ritorna al sepolcro per stare nel luogo dove aveva incontrato l’Amato per l’ultima volta. Lei cerca il Gesù con cui aveva vissuto durante tre anni. I discepoli di Emmaus vedranno Gesù, ma non lo riconosceranno (Lc 24, 15-16). La stessa cosa avviene con Maria Maddalena. Lei vede Gesù, ma non lo riconosce. Pensa che sia il giardiniere. Ma lei cerca il Gesù del passato, lo stesso di tre giorni prima. L’immagine di Gesù del passato le impedisce riconoscere il Gesù vivo, presente dinanzi a lei.
* Gesù pronuncia il nome "Maria!". Fu il segnale di riconoscimento: la stessa voce, la stessa maniera di pronunciare il nome. Lei risponde: "Maestro!" Gesù era ritornato, ed era lo stesso Gesù che era morto in croce La prima impressione è che la morte fu appena un incidente doloroso del percorso, e che ora tutto ritorna ad essere come prima. Maria abbraccia Gesù con forza. Era lo stesso Gesù che lei aveva conosciuto ed amato.
* Infatti, è lo stesso Gesù, ma il modo di stare insieme a lei non è lo stesso. Gesù le dice: "Non mi trattenere, perché ancora non sono salito al Padre!" Lui andrà dove è il Padre. Maria Maddalena deve lasciare Gesù ed assumere la sua missione: annunciare ai fratelli che lui, Gesù, è salito al Padre. Gesù aprì il cammino per noi e fece come se Dio stesse, di nuovo, vicino a noi.
* Nel modo di descrivere l’apparizione di Gesù a Maria Maddalena scorgiamo le tappe del cammino che lei deve percorrere, dalla ricerca dolorosa fino al nuovo incontro della Pasqua. E queste sono anche le tappe per cui passiamo noi tutti, lungo la vita, alla ricerca di Dio e nel vissuto del Vangelo. www.ocarm.org





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lunedì 24 marzo 2008 - ore 00:11


Mt 28,8-15
(categoria: " Vita Quotidiana ")




Ottava di Pasqua
At 2,14.22-32; Sal 15; Mt 28,8-15 - L’anima mia esulta nel Signore
At 3,12-26; Sal 98; 1Cor 5,7-8; Lc 24,1.12



Matteo 28,8-15

8 Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli.
9 Ed ecco Gesù venne loro incontro dicendo: «Salute a voi». Ed esse, avvicinatesi, gli presero i piedi e lo adorarono. 10 Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno».
11 Mentre esse erano per via, alcuni della guardia giunsero in città e annunziarono ai sommi sacerdoti quanto era accaduto. 12 Questi si riunirono allora con gli anziani e deliberarono di dare una buona somma di denaro ai soldati dicendo: 13 «Dichiarate: i suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo. 14 E se mai la cosa verrà all’orecchio del governatore noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni noia». 15 Quelli, preso il denaro, fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questa diceria si è divulgata fra i Giudei fino ad oggi


Commento di don Lino Pedron)

Le donne eseguono l’incarico ricevuto dall’angelo. Alla paura è subentrata la gioia che vince la paura e caratterizza il sentimento pasquale. Il timore di Dio fulmina (Mt 28,4) o dà gioia (Mt 28,8) secondo il cuore in cui abita.

Le donne hanno colto il messaggio dell’angelo. Questa rivelazione le invia in missione: devono trasmettere la parola di vita che già le riempie di gioia. Esse hanno dato un ammirevole esempio di fedeltà, di dedizione e d’amore a Cristo nel tempo della sua vita pubblica come durante la sua passione; ora sono premiate da Gesù con un particolare gesto di attenzione e di predilezione. Il loro comportamento riassume l’atteggiamento del vero credente davanti a Cristo.

Gesù stesso viene loro incontro e dà loro il compito di essere le apostole degli apostoli: "Andate e annunziate ai miei fratelli..." (v.10). Esse sono inviate dal Risorto e hanno compreso, almeno confusamente, il senso della Pasqua, mentre le guardie vanno a riferire ai sommi sacerdoti l’accaduto, ma ne ignorano il senso.

Questo annuncio portato dalle guardie ai capi del popolo d’Israele è il segno di Giona che Gesù aveva promesso loro in Mt 12,38-40.

I sommi sacerdoti tengono un consiglio con gli anziani che stranamente assomiglia a quello che preludeva la passione (Mt 26,3); anche qui rispunta il denaro: come la morte di Gesù era stata valutata in denaro, così anche la sua risurrezione.

Al messaggio cristiano, che le donne comunicano, essi contrappongono un anti-messaggio, che i soldati sono incaricati di trasmettere: il messaggio cristiano della risurrezione è una menzogna messa in scena dai discepoli col furto del cadavere. Ma i testimoni che dormono al momento del fatto non hanno alcun valore.

Le guardie divulgano tra i giudei questa lezione appresa in fretta e pagata bene dai maestri. Così la morte e la risurrezione del Cristo continuano ad essere "fino ad oggi" la questione cruciale della storia, partendo dalla quale tutti gli uomini di ogni tempo devono fare una scelta libera e decisiva FONTE
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domenica 23 marzo 2008 - ore 09:43


Don Giussani: ’’’Cristo contro il nulla’’
(categoria: " Vita Quotidiana ")




Don Giussani: Cristo contro il nulla

L’uomo davanti al Mistero, la sua fragilità abbracciata e redenta Il desiderio e la preghiera Una meditazione tenuta nel 1992 dal fondatore di Cl
«Il cristianesimo è l’esaltazione della realtà concreta. Senza la resurrezione c’è una sola alternativa: il niente, tutto è illusione, siamo ingannati. Ma nella luce di Pasqua che irradia il nostro vivere il reale si rigenera» «Mai la parola chiedere, pregare, supplicare diventa così decisiva come di fronte al Risorto Domandare, questa è la ricchezza più grande»

di Luigi Giussani

Tratto da Avvenire del 15 aprile 2006


Pubblichiamo alcuni passaggi di una conversazione svolta da don Luigi Giussani a un ritiro ell’associazione «Memores Domini» a Riva del Garda, il 16 maggio 1992. Il testo integrale è contenuto nel numero di aprile del mensile «Tracce».

Da piccoli indizi, lo stupore della fede (il sepolcro vuoto, intervista di Gianni Valente)

Gli apostoli Pietro e Giovanni al sepolcro vuoto. Pietro vide. Giovanni vide e credette. Intervista con Jean Galot, professore emerito di Cristologia alla Pontificia Università Gregoriana


Erano pescatori di Galilea, gente concreta. Altro che visioni interiori. Dopo quel che era successo sul Calvario, se ne erano tornati a casa, ben chiusi dentro «per timore dei giudei». Lui era morto davvero, e perciò realmente, per quei poveretti, era finito tutto. Ma quella domenica mattina davanti al sepolcro vuoto, qualcosa, in quella dolorosa ma realistica rassegnazione, si incrinò. Il gesuita Jean Galot, 81 anni, professore emerito di Cristologia alla Pontificia Università Gregoriana, è tornato di recente su quella scena. In un saggio pubblicato sulla "Civiltà Cattolica", zeppo di riferimenti a recenti studi esegetici e a documentate ricerche sugli usi funerari dell’antico mondo ebraico, ha accompagnato Giovanni e Pietro sulla soglia del sepolcro. Cercando di discernere perché, in quel momento, Giovanni ebbe la prima, inizialissima percezione che invece avevano vinto. Il saggio di padre Galot ha un titolo pieno di suggestione: "Vedere e credere". Perché tutto è ricominciato così. Quando i suoi, che Lo avevano visto morto, con gli stessi sensi Lo hanno visto e Lo hanno toccato risorto.

Ricordiamo i fatti. Quella mattina, Maria Maddalena tornò dicendo che la pietra del sepolcro era stata ribaltata...
JEAN GALOT: E subito, a quella notizia, due discepoli, Pietro e Giovanni, corsero al sepolcro per vedere cosa era successo. Giovanni, correndo più veloce, arrivò per primo, ma non entrò. Si limitò a sbirciare dalla porta i teli che erano ancora là. Poi arrivò Pietro, entrò per primo nel sepolcro, vide ciò che c’era. Giovanni entrò dietro di lui...

Rispetto a ciò che si trovano davanti, il resoconto del Vangelo registra la differente percezione dei due: Pietro «vide», Giovanni «vide e credette»...
GALOT: Pietro è colpito, quasi turbato da ciò che vede, ma rimane in una condizione di perplessità. In Giovanni, lo stupore è ancora più grande, perché in lui c’è una prima, embrionale intuizione del mistero della resurrezione.

Questa diversità di reazione cosa significa?
GALOT: Non vuol dire che la fede di Pietro sia minore di quella di Giovanni. Ma indica certo una diversità di temperamento tra i due. La fede di Pietro ha, per così dire, bisogno di più tempo. A Pietro serve tempo per cogliere la realtà di ciò che vede. Quando Gesù aveva chiesto agli apostoli «Voi, chi dite che io sia?», questa domanda era stata posta dopo un lungo tempo di convivenza, durante il quale Gesù aveva fatto emergere ciò che Lui era. In quell’occasione, fu proprio Pietro a rispondere in maniera sorprendente. Aveva avuto il tempo di osservare e meditare. La sua risposta sollecita era il risultato di una convivenza prolungata nel tempo. Al sepolcro, Giovanni, pur nella scarsità degli indizi, coglie, anche se in forma iniziale, come sono andate realmente le cose. Che cioè il corpo non è stato rubato, ma Gesù è uscito vivo, nel suo corpo risorto, dai teli che lo avvolgevano. Anche un altro episodio, accaduto dopo, conferma la maggior attitudine intuitiva di Giovanni. Quando Gesù appare sulla riva del lago e invita gli apostoli a gettare le reti dalla parte destra della barca, dinanzi alla pesca miracolosa, è Giovanni che riconosce subito Gesù: «Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: "E’ il Signore!". Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi la tunica, e si gettò in mare» (Gv 21,7). Anche in questo caso, Giovanni riconosce subito l’autore del miracolo, mentre Pietro sembra più concentrato sul risultato del miracolo, preoccupato dei problemi che poneva la quantità di pesci. E’ una situazione analoga a quella verificatasi nella visita al sepolcro vuoto, dove Pietro aveva concentrato il suo sguardo su ciò che testimoniava la sparizione del corpo, mentre Giovanni vi aveva colto il segno della resurrezione. Lo sguardo più penetrante di Giovanni, attraverso il sepolcro e i segni che rimanevano della presenza di Gesù, iniziava ad entrare nella fede pasquale.

Questa maggiore intelligenza degli indizi, anche di quelli più piccoli, ha a che fare con il fatto che Giovanni era il discepolo prediletto da Gesù?
GALOT: La predilezione di Gesù nei suoi confronti lo aiutava ad aprire gli occhi, a far coincidere, per quanto possibile, il suo modo di vedere le cose con il modo di Cristo. Ma pur nella sua maggior immediatezza d’intuizione, Giovanni appare rispettoso dell’autorità di Pietro. Non rivendica per sé alcuna autorità, alcun primato. Arrivato per primo al sepolcro, non entra, si ferma sulla soglia e attende che Pietro entri per primo, nonostante fosse curioso di vedere cosa c’era dentro. E poi avrebbe certo desiderato di condividere l’iniziale riconoscimento di quanto era accaduto nel sepolcro con il suo amico Pietro, ma si rendeva conto che il tempo di questa condivisione, di questa corrispondenza di sguardo non era ancora giunto. E allora non urge, non impone la sua maggiore acutezza di sguardo, rispetta il tempo necessario a Pietro per giungere a riconoscere la stessa realtà.

Ma cosa c’era, lì dentro? Cosa hanno veramente visto i due?
GALOT: Alcuni recenti studi esegetici hanno precisato il reale contenuto del testo, segnalando alcune imprecisioni delle traduzioni correnti che possono sviare la comprensione. Il primo errore è che molte versioni traducono con il vocabolo bende la parola greca ỏθόνια, che in realtà indicava tutti i teli funerari in cui venivano fasciati i defunti, compresa la sindone, il telo più ampio, che avvolgeva tutto il corpo. Inoltre, a sentire molte versioni correnti, i suoi apostoli avrebbero visto i teli caduti a terra, e il sudario (il fazzoletto arrotolato che veniva legato intorno al volto del defunto, per tenergli chiusa la bocca) posto «in disparte, ripiegato in un luogo diverso». Invece, secondo traduzioni recenti e accurate, basate su un’attenta analisi grammaticale dell’originale greco, tutto era rimasto al suo posto. Anche il sudario non era stato spostato, ma era rimasto giacente in mezzo ai teli. Lo si distingueva, in rilievo, sotto la sindone ormai afflosciata.

Sono dettagli così importanti?
GALOT: Aiutano a intuire cosa suscitò lo stupore e l’inizio di fede in Giovanni. Se il corpo fosse stato portato via da qualcuno, i teli non sarebbero rimasti intatti nello stesso luogo, e il sudario sarebbe stato tirato fuori dai teli e messo da parte, al momento della sparizione, proprio come sembrano indicare molte traduzioni correnti. Invece il corpo di Gesù non c’era più, ma tutto il resto -i teli, il sudario- era rimasto nello stesso posto. Addirittura il sudario era rimasto avvolto nei teli, al suo posto iniziale. Giovanni forse, davanti a quella vista intuì che Gesù non lo aveva portato via qualcuno, ma che era uscito vivo dal sepolcro sottraendosi in maniera misteriosa alla sindone e al sudario che lo avvolgevano, fuori dalle leggi dello spostamento dei corpi, lasciando tutte le cose intatte. Erano i segni di un intervento soprannaturale, che aveva sottratto il corpo di Gesù alla collocazione che aveva nel sepolcro senza sconvolgere nessuno dei teli adoperati per la sepoltura. Per questo si può dire che lì, davanti ai teli giacenti iniziò a riconoscere l’evento della resurrezione.

Un evento che pure Gesù aveva più volte annunciato...
GALOT: Ogni volta che aveva accennato alla sua passione, Gesù aveva aggiunto che il terzo giorno il Figlio dell’uomo sarebbe risorto. Eppure, dopo la sua crocifissione nessuno ricordava queste parole. Molti non se ne ricorderanno neppure quando lo vedranno risorto. Le avevano dimenticate tutti, tranne Maria, colei che per nove mesi aveva portato nel proprio grembo quel corpo, lo stesso corpo che avevano crocifisso. Si può dire che, durante quei tre giorni, tutta la speranza del mondo fu custodita solo da Maria. Giovanni stesso aveva udito più volte le parole di Gesù che annunciavano la resurrezione. Era stato, con Pietro e Giacomo, presente all’evento della trasfigurazione, quando Gesù si era raccomandato di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, «se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti». Loro avevano obbedito al comando, «domandandosi però cosa volesse dire risorgere dai morti» (Mc 9,9.10). Quindi Giovanni avrebbe dovuto essere preparato ad accogliere il mistero della resurrezione. Eppure quelle parole gli ritornano alla memoria solo quando vede la sindone e il sudario rimasti intatti nel sepolcro dopo che Gesù ne è uscito vivo. L’inizio della sua adesione alla fede, come viene riportato nel testo evangelico, è causato da ciò che ha visto nel sepolcro. E’ suscitato da indizi esigui, ma reali, visibili.

Come cresce, per Giovanni, questo inizio? Forse attraverso una riflessione religiosa?
GALOT: In quella prima esperienza presso il sepolcro vuoto, Giovanni aveva avuto soltanto un’idea vaga e indiretta della resurrezione di Gesù Cristo. Constatando la sua assenza dal sepolcro, aveva forse intuito il modo soprannaturale in cui essa si era verificata. Ma solo le apparizioni di Gesù nei quaranta giorni che seguono, i contatti concreti col Risorto gli permettono di fondare con certezza la sua missione di testimone. In quei loro incontri Gesù si manifesta per suscitare la fede, per procurare alla fede un fondamento oggettivo più evidente. Non esita a mostrare il suo corpo con insistenza, un corpo che porta ancora i segni della crocifissione. Rafforza il vedere per far sorgere il credere. Con il moltiplicarsi degli indizi, si passa da una prima intuizione al riconoscimento di una realtà inimmaginabile, di un fatto reale che si rivela più grande e sorprendente di ogni attesa.

E questo accade a un gruppetto di ebrei impauriti e rassegnati, poco propensi a visioni mistiche, dopo che tutto era finito.
GALOT: Il punto di partenza del movimento della fede, a cominciare dagli indizi del sepolcro vuoto, è sempre una realtà visibile. Questo fattore è importante, perché smentisce coloro che interpretano la fede nella resurrezione di Gesù Cristo come una mera convinzione intima. Spazza via tutte quelle tesi idealiste secondo cui i discepoli si convinsero che Gesù era risorto, proiettando in questa autosuggestione i propri sentimenti soggettivi di amore verso il loro Maestro. Invece, è perché hanno visto il Signore risorto che hanno creduto. La fede nasce dal riconoscimento di realtà visibili. Non è un’opera mentale soggettiva che si sarebbe creata il proprio oggetto. Sant’Agostino, nel "De civitate Dei", sottolinea come su questo aspetto il fatto cristiano sia esattamente l’opposto della dinamica del sentimento religioso che nasce dall’uomo, rappresentato dalla religione imperiale che divinizza i destinatari delle proprie devozioni: «Illa illum amando esse deum credidit; ista istum Deum esse credendo amavit», «Roma, siccome amava Romolo, lo credette Dio. La Chiesa, invece, siccome riconobbe che Gesù Cristo era Dio, lo amò».

Oggi tanti maestri spirituali, nella Chiesa, insegnano che la purezza interiore della fede non ha bisogno di indizi esteriori. Una fede che dipende dal "vedere" e dal "toccare" sarebbe, a sentir loro, rozza e grossolana.
GALOT: Eppure la testimonianza degli apostoli è stata questa. La loro fede è tutta nella semplicità di una constatazione, inizia in loro quando Lo hanno visto e Lo hanno toccato risorto. Quando Pietro cerca di individuare un sostituto di Giuda nel collegio apostolico, usa un unico criterio: chi subentra a Giuda dovrà essere un testimone non della vita ma della resurrezione di Gesù. Gli apostoli sono i testimoni oculari della resurrezione di Gesù. E tutto è affidato e sospeso alla loro esperienza, visto che Gesù non ha lasciato un suo insegnamento scritto, una dottrina spirituale codificata. Insomma, all’origine della fede della Chiesa nella resurrezione c’è stato un vedere. E la fede della Chiesa non potrà mai essere separata da questo vedere iniziale, e troverà sempre il suo fondamento nell’esperienza fatta dagli apostoli e nella loro testimonianza. Come scrive sempre nel "De civitate Dei" Sant’Agostino: «Resurrexit tertia die sicut apostoli suis etiam sensibus probaverunt», «E’ risorto il terzo giorno, come gli apostoli, anche con i sensi, hanno verificato».

tratto da 30 Giorni, anno XVIII, luglio/agosto 2000








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