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CITTA': Padova
COSA COMBINO: Giurisprudenza
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il libero di diritto privato,però preferirei nn parlarne anche qua della materia
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blade runner...assurdo,credo che nn dormirò stanotte,ancora mi chiedo come ho fatto a nn vederlo prima.chi mi dà una mano a capirlo
STO ASCOLTANDO
lunedì di vasco! bella.paranoica.anche se nn mi son mai trovato in quella situazione
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del GIORNO
col caldo che fa costume e polo
ORA VORREI TANTO...
...ehm...sapessi...dai...nn ci vuole tanto...
IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
istituzioni di diritto privato...li mortacci sua
OGGI IL MIO UMORE E'...
sfigato!ho appreso del mio secondo posto al fantacalcio...x soli 2 punti
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ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...

PARANOIE
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| qui si parla di famigghia,rispetto,onore,ndrangheta,regolamento di conti,bagnarsi il pizzo,prendersi una forchettata,donna schiava lavora e chiava...e a chi nn gli va bene,cappotto di legno su misura!
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mercoledì 28 maggio 2003
ore 16:24 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Reggio Il Gup accoglie un'eccezione e trasmette gli atti d'un procedimento per traffico di stupefacenti, pistole e fucili Va a Catanzaro il processo contro un clan dei Cataldo
Paolo Toscano
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REGGIO CALABRIA – Finiscono a Catanzaro gli atti del procedimento contro un'organizzazione di narcotrafficanti facente capo alla famiglia Cataldo di Locri. Lo ha deciso il gup Angelina Bandiera che, accogliendo l'eccezione sollevata da alcuni difensori dei 23 imputati, ha dichiarato la propria incompetenza territoriale. In particolare il gup ha ritenuto valida la tesi che il reato di traffico di sostanze stupefacenti si sia consumato a Santa Maria del Cedro, località dove da tempo si trova al soggiorno obbligato Nicola Femia, ritenuto insieme ad Antonio Cataldo capo e organizzatore dell'attività criminale. C'è da dire che originariamente il gip presso il Tribunale di Catanzaro aveva declinato la propria competenza distrettuale a favore del Tribunale di Reggio Calabria, valorizzando alcune conversazioni dalle quali sarebbe stato possibile desumere che il fulcro del traffico e della struttura organizzativa si colloca nell'area della Locride. Il gup Bandiera ha ritenuto che «le conversazioni indicate, pur nella rilevanza delle condotte denunciate, tuttavia non sono sufficienti a enucleare il momento consumativo del reato». Il processo, dunque, si celebrerà a Catanzaro. Gl'imputati saranno chiamati a rispondere di traffico di sostanze stupefacenti, pistole e fucili. Il procedimento scaturisce da un'inchiesta della Dda sulle attività della cosca Cataldo di Locri, uno dei casati più importanti della 'ndrangheta jonica, protagonista del sanguinoso scontro con i Cordì per assicurarsi il predominio sulle attività lecite e illecite. L'inchiesta era stata coordinata dal sostituto procuratore Nicola Gratteri e aveva visto impegnato il personale del Gico del comando regionale polizia tributaria della Guardia di finanza di Catanzaro, diretto dal maggiore Aurelio Rizzo. Attraverso il lavoro d'indagine erano stati stabiliti ruoli e responsabilità dei componenti dell'organizzazione ramificata su tutto il territorio nazionale. L'associazione aveva le sue basi logistiche in Toscana, Emilia Romagna, Campania, Sicilia e, soprattutto, nella Locride e nell'Alto Tirreno Cosentino. Nell'inchiesta coordinata dalla Dda reggina, che aveva portato a un paio di grossi sequestri di droga e al ritrovamento di armi, si erano innestati i risultati di un'altra indagine della Squadra mobile della Questura di Cosenza. Ad accomunare i due filoni investigativi, ovviamente, c'erano gli stessi personaggi. L'operazione era scattata il 10 ottobre dello scorso anno. In esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal da gip Anna Maria Arena, c'erano stati quindici arresti: Antonio Cataldo, 39 anni, di Locri; Nicola Femia, alias “il corto”, 42 anni, nativo di Marina di Gioiosa Jonica ma residente a Santa Maria del Cedro; Giuseppe Cataldo, 34 anni, Locri; Natale Ursino, alias “U tappu”, 35 anni, originario Locri; Salvatore Cavallo, alias “U metu”, 44 anni, Locri; Francesco Micciché, 35 anni, Roccella Jonica; Renato Commisso, alias “Gambina”, 30 anni, Marina di Gioiosa Jonica; Massimo Stabilito, 31 anni, Santa Maria del Cedro (residente a Iolo, Prato); Carmelo Falleti, 41 anni, Rosarno; Vincenzo Zuppardi, 51 anni, Napoli; Andrea Flamigni, 38 anni, Milano (residente a Copparo - Ferrara); Pietro Sinatra, 61 anni, Monreale; Cantigno Servidio, alias “Attila”, 36 anni, Scalea. Altri due provvedimenti di custodia cautelare in carcere non erano stati eseguiti perché i destinatari erano risultati irreperibili: Salvatore Grosso, alias “la ciaula”, 30 anni, di Belvedere Marittimo; Domenico Marano, 46 anni, Giugliano, Napoli. Agli arresti domiciliari erano finite Rosa Andolina, 52 anni, Santa Flavia (Palermo), e Concetta Torrelli, 29 anni, Napoli (residente a Iolo di Prato). L'elenco degli imputati è completato dai nomi di: Nicola Paciullo, alias “a vurpi”, 24 anni, Locri; Maria Schirripa, 42 anni, Locri; Marco Sanna, 37 anni, Scalea; Samuele Manfredi, 34 anni, Prato; Sergio Prezio, 38 anni, Montalto Uffugo; Savino Maffei, 33 anni, Foggia.
(mercoledì 28 maggio 2003)
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mercoledì 28 maggio 2003
ore 16:21 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Sant'Ilario Jonio Un sicario lo ha “freddato” a colpi di pistola ieri sera sotto gli occhi della moglie Ucciso un benzinaio incensurato
Antonello Lupis
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SANT'ILARIO DELLO JONIO – Omicidio ieri sera poco prima delle 20 a Sant'Ilario dello Ionio, nella Locride. Ad essere ucciso con almeno cinque colpi di pistola di grosso calibro è stato il titolare di un distributore di carburanti, con annessa officina, Antonio D'Agostino, 59 anni, coniugato e padre di due figli. La vittima era incensurata e mai aveva avuto, come anche i suoi familiari, problemi con la giustizia. L'efferato omicidio è stato commesso lungo la strada provinciale che collega la frazione Marina a Sant'Ilario centro. A lanciare l'allarme è stata la moglie della vittima. Stando a quanto emerso dalle prime indagini condotte dagli agenti di polizia dei commissariati di Siderno e Bovalino e coordinate dal sostituto procuratore della Repubblica di Locri, dottoressa Tartaglia, Antonio D'Agostino si trovava ancora all'interno del suo esercizio commerciale quando è stato all'improvviso avvicinato da una persona armata di pistola e col volto coperto da un passamontagna. Il tempo di prendere la mira e il malvivente ha esploso subito da distanza ravvicinata sei colpi di pistola calibro 9, cinque dei quali hanno attinto in parti vitali D'Agostino. Per l'uomo non c'è stato scampo: nel giro di appena pochi secondi, a seguito delle gravi ferite al torace e al collo, il cuore di D'Agostino si è fermato. Inutili infatti si sono rivelati i soccorsi. Dopo aver compiuto la sua missione di morte il sicario si è allontanato a piedi per poche decine di metri per poi salire a bordo di una Fiat Uno con al volante un complice. L'autovettura è stata in seguito ritrovata, completamente distrutta dalle fiamme, a poca distanza dal luogo dell'omicidio dalla Polizia. Sul movente gli investigatori della Polizia (sul posto presenti il vicequestore Giuseppe Gualtieri e i commissari Antonio Sepe e Paola Inguaggiato) non si sono affatto sbilanciati lasciando intendere che le indagini, per il momento, si muovono a 360 gradi. Non è stato, quindi, escluso un tentativo di rapina finito male a seguito forse, anche se l'ipotesi è tutta ancora da accertare visto che il killer non ha rubato nulla, della reazione del titolare del distributore di carburanti. È più probabile, però, come hanno lasciato intendere gli investigatori, che dietro l'efferato fatto di sangue si nasconda un movente diverso anche se ancora difficile da decifrare. I due figli di D'Agostino lavorano entrambi: uno a Roma, l'altro, come il padre, gestisce a Locri un distributore di carburanti. Uno dei due figli di D'Agostino ha, in passato, anche prestato servizio, come ausiliario, nell'Arma dei carabinieri. Per tutta la notte gli investigatori hanno interrogato familiari e parenti della vittima. Interrogati anche alcuni pregiudicati del posto sottoposti all'esame “stub”, il moderno guanto di paraffina.
(mercoledì 28 maggio 2003)
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mercoledì 28 maggio 2003
ore 16:21 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Condannato dal Gup Era accusato d'aver preso a fucilate un'automobile
Era accusato d'aver danneggiato a fucilate la Fiat Punto di un quarantaduenne di Salerno e di aver detenuto illegalmente un fucile cal. 12. Per questi reati Vincenzo Vallone, 35 anni, residente ad Isola Capo Rizzuto è stato condannato dal Giudice per l'udienza preliminare Raffaele Lucente ad un anno e due mesi di reclusione. Il magistrato che ha concesso all'uomo, la sospensione condizionale della pena, ha invece prosciolto Vincenzo Vallone dal reato previsto dall'art. 392 del Codice penale (esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle cose) per mancanza di querela. Il trentacinquenne originariamente era accusato – insieme a Giuseppe Vallone, 43 anni di Isola Capo Rizzuto che è stato assolto ieri da tutte le accuse – di aver tentato di estorcere con minacce e intimidazioni al quarantaduenne di Salerno, una somma pari a 30 milioni delle vecchie lire. Inoltre insieme all'altro indagato mandato assolto dal Gup, Vallone era accusato di aver tentato di costringere il quarantaduenne a pagare, sparando sei colpi di fucile contro l'auto di questi a Capocolonna. Il reato di tentata estorsione era stato poi derubricato.
(mercoledì 28 maggio 2003)
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mercoledì 28 maggio 2003
ore 16:08 (categoria:
"Vita Quotidiana")
“PISTOLERI” SCATENATI TRA ZAMBRONE E ZACCANOPOLI
Raid notturno: spari contro due locali e un'auto
Pino Brosio
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ZAMBRONE – Tre raid nella notte e pallettoni a volontà. Contro le serrande di due esercizi commerciali, ma anche contro la carrozzeria di un'autovettura. Teatro delle incursioni di chiara matrice intimidatoria è stato il territorio compreso tra i comuni di Zambrone e Zaccanopoli. I proprietari degli obiettivi centrati dagli ignoti attentatori sono diversi, ma la strategia della violenza potrebbe avere un unico filo conduttore. Le forze dell'ordine, considerata la brevità del tempo trascorso tra un episodio e l'altro, non escludono che a sparare potrebbe essere stato lo stesso fucile. Intorno alle cinque di ieri mattina, in contrada “Piscopio” di Zambrone, le prime rose di pallini si sono stampate sulla carrozzeria della Golf Volkswagen di proprietà di Antonio Morello, 29 anni, camionista, residente a Como. L'autovettura era parcheggiata nel cortile del ristorante gestito dal padre dell'uomo, che, svegliato dagli spari e resosi conto dell'accaduto, non ha potuto far altro che avvertire i carabinieri. I danni accertati si aggirerebbero attorno ai duemila euro. Il secondo episodio si è verificato, circa un'ora dopo, nell'abitato di Zambrone. Questa volta nel mirino la saracinesca di una macelleria di via Corrado Alvaro, appartenente a Francesca Cortese, 58 anni. La donna si è accorta del danno subito al momento dell'apertura dell'esercizio. Anche in questo caso i danni non dovrebbero superare i duemila euro. I pallini hanno forato la serranda centrando il banco frigo e le vetrine. La terza ed ultima scarica di fucilate è stata esplosa a Zaccanopoli. Gli autori del gesto intimidatorio hanno sparato contro la serranda del bar-pizzeria di via Bellavista e di proprietà di Pasquale Pungitore, 52 anni. I danni potranno essere riparati con una spesa di circa 500 euro. I tutti i tre casi sono intervenuti i carabinieri della stazione di Zungri ai quali sono andati in aiuto i militari del Norm della compagnia di Tropea, che hanno operato sotto il comando del maresciallo Raffaele Ferrise. Gli episodi di lunedì notte vanno ad aggiungersi a quello già verificatosi, sempre a Zambrone, ai danni del villaggio residence “Le muse”, di proprietà dell'imprenditore Michele Miceli. A Miceli ha espresso piena solidarietà Giuseppe Macrì, presidente della Sezione turismo dell'Assindustria di Vibo. «Gli imprenditori sono convinti – egli ha asserito – che il perdurare di questo stato di cose potrà portare, nel breve e medio termine, al collasso dell'intera economia vibonese ed alla chiusura delle aziende». Venerdì prossimo, in prefettura, si terrà un incontro sollecitato da Assindustria per esaminare la situazione.
(mercoledì 28 maggio 2003)
momo e ayeye prendete appunti!
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mercoledì 28 maggio 2003
ore 15:52 (categoria:
"Sport")
forza milan
Strade invase da tifosi biancorossoneri. Balli e canti, in attesa di entrare all'Old Trafford. E gli inglesi osservano distaccati: oggi è festa tricolore.
MANCHESTER, 28 maggio 2003 - Manchester capitale d’Italia. La città teatro del calcio si risveglia sotto un cielo cupo, con umidità alle stelle. Poi un raggio di sole buca le nuvole, quasi volesse fare intendere che l’ospitalità britannica è davvero proverbiale. Ci sono gli italians, mettiamoli a loro agio. A St.Peter Square, avamposto prima della battaglia, si confondono maglie rossonere e bianconere. Ci si arriva attraversando Cooper Street e Clarence Street. Ballano i tifosi. Cantano canzoni e inni che gli abitanti di Manchester salutano con sorrisi controllati. C’è chi gioca a pallone, mentre i poliziotti invitano alla calma. Taxi guidato da Frankie Giacone (originario di Agrigento) e via verso l’Old Trafford. Sembra di essere al Meazza o al Delle Alpi.
Euforia e tensione viaggiano su binari paralleli. "Gliene diamo due", dice un tifoso juventino. "Tre, facciamo tre gol alla Juve", ribatte un rossonero. I milanisti sono tesi, non possono cantare "non vincete mai", non è possibile: è la Juventus. Un gruppo di irriducibili del Milan si fà fotografare come in una figurina Panini. Uno bianconero grida a squarciagola "amo Del Piero". "Pippo e Sheva cambieranno la storia", urla Fabrizio Randazzo di Caltanisetta, giunto dopo un viaggio di 24 ore. C’è, c’è: la tensione è quella giusta. Mangiano panini gonfi di carne e patate. Preferiscono l’acqua alla birra. Raccontano che aspetterà lì seduti fino all’apertura dei cancelli: poi sarà sfida crudele. Se ne va intanto un tifoso massiccio; sventola il tricolore. Forse è questo il vero senso della grande sfida.
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