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STO LEGGENDO


E’ più esatto dire che...li sto rileggendo... [Pierre Riches]- La Fede è un bagaglio lieve;
D. Qual è l’atteggiamento più giusto per vivere una fede? R. Non avere mai tesi a priori o accettate ciecamente. Continuare a ragionarci sopra criticamente, cercando di capire la ragion d’essere di ciò che propone la fede e, se è il caso, rivedere le proprie tesi, perché solo così si può trovare la verità e sottoporla a verifiche e riprove.D. Gesù non dice nulla dell’Aldilà,perché? R. Sarebbe disastroso se ci avesse detto che non ci sono i cinema ma i semafori sì


- La vita segreta delle api [Sue Monk Kidd]


Maestro insegnaci a pregare [Padre Andrea Gasparino]Ogni "novità" di P. Gasparino è attesa ed accolta con gioia, come un "dono", da tantissimi giovani ed educatori. [...] In questo libro ritornano (ed era naturale) i temi cari a P. Gasparino [...] sono riprese, quasi alla lettera, molte delle riflessioni già pubblicate in un precedente volume della Elle Di Ci: La preghiera del cuore. ’’Pregare e’ un dono grande ed esigente. Non consiste nell’apprendimento di alcuna nozione: la preghiera e’ una vita.’’


Le omelie di Padre Aldo Bergamaschi
www.padrebergamaschi.com [...]il cristianesimo non è attuato o forse è attuato nelle singole persone, però appena usciamo dalla singolarità, o nella famiglia o nel sociale, vediamo tutto andare a pezzi, non c’è nemmeno l’ombra del Messaggio di Gesù. Questo sarà oggetto delle mie predicazioni future. Ciò accade - e la mia spiegazione resta ferma – perché il cristianesimo è caduto al rango di religione e non perché non è una rivelazione.[...]

Gli opuscoli di Padre Tornese
Li ho messi online tutti e 23





Sulla strada di Emmaus

Polvere... Incontri... Provocazioni...


’’Strada Statale Gerusalemme – Emmaus: siamo al tramontar della prima Pasqua.
Due viandanti - Cleopa e un altro - riflettono mesti. Tema di drammatica attualità: la morte di Gesù di Nazareth. Si parla di ciò che sta a cuore. Sta a cuore ciò che si cerca. Si cerca ciò che si ama.
Conclusione: ripercorrono un Amore.
Il Risorto s’accosta ma non li folgora: li istruisce e conforta. Li ha cercati e raggiunti per rincuorarli, correggerli e illuminarli.
Ma non attacca il discorso: varca la soglia con dolcezza, con una interrogazione semplice, discreta. "Di che cosa stavate discutendo lungo la via?" (Lc 24,17).
Converge sulla loro mestizia. L’incoraggia a parlare. Si conquista la fiducia.
Fa finta di volersene andar. Fa finta: piacevole un Dio che... Fa finta !
Entrano nella locanda. Lui spezza il pane: brividi che corrono sulla pelle.
Un messaggio in codice! Poi scompare.
E i due? Avevano iniziato il loro cammino con il passo stanco e depresso, adesso partono senza indugio, di corsa, verso Gerusalemme, ansiosi di dire a tutti che l’Amico è risorto: loro lo hanno incontrato.
Stanchi di camminare, iniziano a correre: contraddizioni tutte divine!

Ho comprato un pezzo di terra verso Emmaus.
Fra poco ti apro la porta.’’
don Marco Pozza



Dalla Parte dei Bambini

AMS ONLUS (associazione per la mobilitazione sociale)




Una Suora per Amica

[...]’’Uno dei luoghi della Terra Santa che mi sono rimasti più impressi è la "roccia dell’agonia". E’ una parte di roccia irregolare che spunta nel bel mezzo del presbiterio della Basilica delle Nazioni nell’Orto degli Ulivi. Lì ho potuto passare diversi minuti di preghiera con le mie mani appoggiate su quel sasso, quasi tentando di aggrapparmici, e ancora oggi, tre anni dopo, se chiudo gli occhi e ci penso, mi pare di avere le mani appoggiate in quel luogo dove Gesù ha sudato sangue e ha fatto la sua preghiera più difficile e straziante, chiedendo al Padre non di non soffrire ma di poter avere il suo aiuto se la sofferenza era nel suo progetto d’amore.’’[...]








WWW.IMITAZIONEDICRISTO.IT


Movimento dei Focolarini




"Nessuno sapeva quale sarebbe stato lo sviluppo di quest’opera: le circostanze verificatesi man mano l’hanno svelato. Anche la struttura del movimento più che suggerita da idee umane
è stata ispirata da un carisma, cioè da un dono di Dio"

"Vedi, io sono un’anima che passa per questo mondo.
Ho visto tante cose belle e buone e sono sempre stata attratta solo da quelle.
Un giorno (indefinito giorno) ho visto una luce. Mi parve più bella delle altre
cose belle e la seguii. Mi accorsi che era la Verità."

Chiara Lubich


HO VISTO

Ipocrisia - Apparenza
Non fidarsi mai delle apparenze, neppure quando si tratta di devozione! Anche i cammelli si inginocchiano, anche i fonografi recitano preghiere e laudi, anche gli affettatori di cipolle piangono, anche i cani cadono in estasi . (Gianfranco Ravasi, Avvenire 9/9/2000).

n.b. La comprensione in Cristo va ’’oltre’’ e si domanda il perchè non solo delle cose ma anche dei comportamenti indotti da una cultura cristiana superficiale e la conseguente afonia del messaggio cristiano.


Questa rubrica dovrebbe intitolarsi ’’ ho Ri-visto’’ ho ri-visto un film che ri-vedrei per altre 200 volte per ri-scoprire ogni volta che è proprio una bella storia,’’ Pomodori verdi fritti alla fermata del treno ’’ Pomodori verdi fritti... La trama: Negli anni Trenta, nel profondo e razzista Sud degli Stati Uniti, le regole della società tradizionale imbrigliano senza pietà le donne ed i neri, avvilendone le speranze di emancipazione e occludendone gli spiragli di riscatto. Fra i tavoli del Whistle Stop Cafè, gestito dalla ribelle Idgie e dalla delicata Ruth, spuntano i germogli della lotta non violenta per il riconoscimento di eguali diritti, accanto ai piatti della specialità della casa serviti caldi: fette di pomodori verdi infarinate e rosolate nel grasso. La storia del legame d’amicizia fra le due giovani donne dell’Alabama irrompe in forma di racconto nella conoscenza fra una ottuagenaria che vive in un ospizio ed una signora frustrata a causa d’un matrimonio sonnecchiante. Mansueta ed apparentemente a proprio agio nella cornice d’un menàge che galleggia sulla consuetudine più desolante, Evelyn si dimostra allieva volenterosa d’una lezione di vita vecchia di sessant’anni, ma più che mai giovane, [...] Recensione di :Simona D’Alessio


Dalle interviste di pif a youtube ’’l’esperienza di Suor Anna’’
Suor Anna su Youtube



Sono entrati con prepotenza nel mio cuore due film che ho guardato in questi giorni, li inserirò nei miei classici preferiti e intramontabili, ho pianto come la fontana di Trevi prima che la colorassero di rosso
Into the wild
‘’ Il film racconta la storia del giovane idealista Christopher McCandless che, abbandonata la vita normale di tutti i giorni, va a vivere nella selvaggia Alaska. ‘’ il film è ispirato da una storia vera Il Trailer


Ogni cosa è illuminata
’’Un esordiente nel cinema, Liev Schreiber, mette in schermo un esordiente della letteratura, J.S. Foer, un ebreo americano che racconta a sua volta di uno studente americano deciso a trovare in Ucraina la donna che salvò suo nonno dalla furia nazista.’’ Recensione e storia del film
Il Trailer




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ORA VORREI TANTO...


Le parole sono preziose, ma più prezioso è il silenzio "
"Che valore ha il buon senso, se non viene in mio soccorso prima che io pronunzi una parola! "
Hazrat Inayat Khan





Non stare davanti a me,
potrei non seguirti;
non stare dietro di me,
potrei non esserti di guida;
ma, sta al mio fianco e
sii semplicemente mio amico.

Albert Camus



STO STUDIANDO...



OGGI IL MIO UMORE E'...



ORA VORREI TANTO...



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lunedì 12 maggio 2008 - ore 01:50


Mc 8,11-13
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ss. Nereo e Achilleo (mf); S. Pancrazio (mf)
Gc 1,1-11; Sal 118; Mc 8,11-13 - Donaci, Signore, l’umiltà del cuore

Marco 8,11-13

11 Allora vennero i farisei e incominciarono a discutere con lui, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova. 12 Ma egli, traendo un profondo sospiro, disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità vi dico: non sarà dato alcun segno a questa generazione». 13 E lasciatili, risalì sulla barca e si avviò all’altra sponda.




Ancora una volta i farisei dimostrano la chiusura dei loro cuori di fronte al messaggio di Gesù. La loro fede è ferma, arida, non riescono a percepire niente di tutto ciò che Dio comunica attraverso la vita e le parole di Gesù.

Ecco perché, nella loro pochezza, chiedono un segno, perché non sanno credere con il cuore, non sanno comprendere il linguaggio dell’amore. Per loro Gesù non è che un semplice maestro che crede di essere figlio di Dio, vogliono metterlo alla prova, pensano di trarlo in difficoltà per accusarlo.

Ma Gesù non ha bisogno di dare segni su richiesta, né di convincere chi non vuol essere convinto; l’amore del padre guarda chi si abbandona al suo volere e non a coloro che pensano di sfidarlo. Molte volte siamo tentati di chiedere un miracolo, un segno, qualcosa a Dio per credere, per essere convinti.

Vogliamo mettere alla prova il Signore perchè pensiamo che ci spetti essere rassicurati nei momenti difficili. Ma le Sue vie non sono le nostre vie; chi non riesce a cogliere la presenza del Signore in ogni cosa, non riuscirà certo a credere solo davanti ad un segno.
fonte


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domenica 11 maggio 2008 - ore 00:23


PENTECOSTE Giovanni 20,19-23
(categoria: " Vita Quotidiana ")


PENTECOSTE (s)
At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,3b-7.12-13; Gv 20,19-23 - Del tuo Spirito, Signore, è piena la terra


Giovanni 20,19-23

19 La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 20 Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21 Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il
Padre ha mandato me, anch’io mando voi». 22 Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; 23 a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».






*«La sera di quel giorno», il primo dopo il sabato, è - in molti racconti evangelici di apparizioni del Risorto - lo stesso giorno, il giorno di Pasqua, nel quale viviamo ed esistiamo (cf alcuni verbi al presente).

* Gesù viene per «fermarsi in mezzo» alla comunità dei discepoli. È il desiderio dei discepoli di Emmaus, che lo invitano a restare con loro. È la sua promessa finale: «Io sarò con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo». È la certezza evangelica: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome…». È la verità della Parola e dell’Eucaristia. * Il breve brano evangelico è un itinerario dalla paura-chiusura (v. 19), attraverso
l’esperienza liberante della gioia dell’incontro con Cristo (v. 20), alla missione (vv. 21-23).

* Le mani e il costato, che Gesù mostra ai discepoli, sono i segni evidenti della passione, crocifissione e morte, glorificati dal trionfo della Vita.

* La promessa dello Spirito è, per eccellenza, il dono del Signore risorto. La sua presenza è fonte di missione e di perdono.

Mentre erano chiuse le porte… La paura conduce a chiudersi, blocca, paralizza. Ma Gesù entra anche a porte chiuse, infrange tutte le barriere.

Quali sono le porte che chiudo volontariamente e che il Risorto vuole abbattere?

Pace a voi!… Il saluto semitico (ripetuto) è più di un augurio, è una benedizione, una presenza, che il Cristo risorto mi porta personalmente. L’ebraico shalom indica molto più dell’assenza di tensioni e di guerre: è l’insieme della pienezza dei doni messianici.

Alitò… Il soffio è espressione del dono dello Spirito e rimando al gesto della creazione dell’uomo: nel Risorto sono coinvolto in una nuova creazione.

Se ne stia dunque chiuso lo spirituale senza preoccupazione e pena, poiché Colui il quale, a porte serrate, entrò corporalmente fra i suoi discepoli e augurò loro la pace, senza che essi sapessero e pensassero
che la cosa poteva darsi e in qual modo poteva accadere, entrerà spiritualmente nell’anima, senza che ella ne conosca il modo e vi cooperi, tenendo le porte delle potenze, memoria, intelletto e volontà,
chiuse a tutte le apprensioni. Egli allora gliele empirà di pace facendo scorrere su di lei, secondo il detto del profeta, come un fiume di pace, in cui le toglierà ogni dubbio e sospetto, ogni turbamento e tenebra, in forza dei quali ella temeva di essere o di andare perduta (Is 48,18). Non tralasci dunque la cura della preghiera stando nuda e vuota, ché il suo bene non tarderà a venire.

[Giovanni della Croce, Salita del monte Carmelo III, 3,6]



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domenica 11 maggio 2008 - ore 00:21


PENTECOSTE Atti 2,1-11
(categoria: " Vita Quotidiana ")


PENTECOSTE (s)
At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,3b-7.12-13; Gv 20,19-23 - Del tuo Spirito, Signore, è piena la terra






Atti 2,1-11

1 Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. 2 Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. 3 Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; 4 ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi.
5 Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. 6 Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua. 7 Erano stupefatti e fuori di sé per lo stupore dicevano: «Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? 8 E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? 9 Siamo Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, 10 della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, stranieri di Roma, 11 Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio».


E’ nello stile di Dio preparare gli uomini a ricevere i suoi interventi con segni e profezie che destano l’attenzione e impediscono che passino inosservate.

Tutto l’antico testamento era in questo senso una preparazione alla venuta di Cristo.Anche qui abbiamo dei segni premonitori. C’è un segno per l’udito, si udì un rombo come di vento gagliardo,non un rumore qualsiasi,e si sa che il vento nella Bibbia è simbolo dello Spirito Santo.

C’è poi un altro segno per la vista, videro lingue come di fuoco, e il fuoco è associato allo Spirito Santo.

Il Battista aveva promesso un Battesimo di Spirito Santo e fuoco ed ecco finalmente la realtà invisibile, che è lo scopo di tutti.

Tutti furono pieni di Spirito Santo (l’evento più grande della storia del mondo insieme con l’incarnazione e la resurrezione di Cristo) viene descritto nel modo più semplice.

E’ lo stile di Dio operare cose grandiose con il minimo di mezzi e di parole.

La comunità cristiana viene presentata negli Atti degli Apostoli una comunità di persone convertite.

E’ la comunità di coloro che al sentire proclamare da Pietro l’annuncio di Gesù Signore dal pentimento e dalla conversione,e si spalanca una porta di grande gioia perché pochi brani della Bibbia traspirano gioia,pace e speranza, novità di vita come queste poche righe che ci descrivono la prima comunità cristiana.

E’ un gruppo di persone che sono tirate via dal mondo e messe insieme con una solidarietà nuova, che si chiama amore.

La condivisione fraterna, il mettere insieme e il gioire insieme li tiene insieme una realtà fortissima, la più forte del mondo che si chiama Spirito Santo che agisce attraverso l’insegnamento degli apostoli, perché quando gli apostoli parlano è lo Spirito Santo che fa eco nella loro parola e nel cuore di chi ascolta,uniti nell’unione fraterna e cioè nella carità e nella frazione del pane e nella preghiera.

Questa unione si manifesta anche all’esterno perché condividevano anche i beni.

Ricevuta la Pentecoste gli apostoli escono in strada a proclamare con forza che Gesù Crocifisso è risorto.

Questa comunità cristiana è il nuovo popolo sacerdotale:il popolo dell’alleanza,che va allo sbaraglio per il mondo,infatti non vanno per il mondo a sentire lusinghe,vanno per essere giudicati e criticati,ma in mezzo a queste difficoltà portano la fiamma che si è accesa a Pentecoste, Gesù Cristo Signore e con questa fiaccola hanno incendiato il mondo.

Non tutti vanno per le strade a predicare, Maria non fa udire la sua voce nelle piazze perché rimane nel Cenacolo in preghiera e senza le preghiere di Maria e delle donne del Cenacolo non sappiamo se la voce di Pietro avrebbe avuto quel timbro irresistibile che fece crollare il cuore di 3.000 persone.

Così l’esperienza della Chiesa ci dimostra che la forza dell’annuncio cristiano nasce dalla profondità della preghiera e della contemplazione. II FASE

LO Spirito Santo è la nuova legge del cristiano, la legge interiore scritta non più su tavole di pietra ma nel nostro cuore.

Egli è il principio della nuova alleanza.Lo Spirito Santo non è dato solo per portare la salvezza fino ai confini della terra, egli è la salvezza,non è solo un aiuto per la missione,è la vita stessa.

San Paolo dice apertamente(Rm 8,2)la legge dello Spirito che da la vita in Cristo Gesù ci ha liberati dalla legge del peccato e della morte.

Questa legge nuova agisce attraverso l’amore;non è altro che il comandamento nuovo di Cristo,è un dono,una grazia,una capacità nuova che viene infusa in noi, che ci permette di amare a nostra volta Dio e il prossimo.

La legge nuova è la grazia stessa dello Spirito Santo.

Rinati dello Spirito sono coloro a cui è stato tolto il cuore di pietra dello schiavo e dato un cuore di carne di figlio.

Lo Spirito Santo fa una specie di operazione chirurgica,opera un vero trapianto di cuore;in genere i trapianti di cuore si fanno in anestesia e le persone non sentono nulla e solo quando l’operazione è finita a distanza di tempo si rendono conto di stare bene.

Per gli apostoli non fu così, i gesti che si mettono a fare da lì a poco non lasciano dubbi.

Un cambiamento come quello che vediamo in tutto il loro comportamento,all’improvviso entusiasmo che li porta a sfidare l’ironia della gente fino ad accettare di passare per ubriachi,non si spiega senza una forte emozione interiore.

Queste sono cose che solo l’amore fa fare.

I discepoli fecero a Pentecoste un’esperienza nuova e travolgente dell’amore di Dio.Si sentirono battezzati, cioè immersi nell’oceano dell’amore del padre.

Lo Spirito Santo è amore,quanto effonde se stesso,effonde l’amore.

E la prima cosa che fa quando entra nel cuore è insegnare a gridare ABBA.

E’ a Pentecoste che è stato effuso l’amore di Dio mediante lo Spirito Santo,e anche noi del Rinnovamento possiamo testimoniare che quando abbiamo ricevuto il battesimo nello Spirito,in quel momento ci siamo sentiti amati da Dio e dai fratelli,ed è nato dentro di noi il desiderio di gridare a tutti l’amore di Dio.

Venuto quel fragore la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua,e si chiedevano l’uno con l’altro:che significa questo;altri invece li deridevano e dicevano:si sono ubriacati di mosto.

A lato di questo brano,nella Bibbia troviamo un rinvio a Genesi 11,l’episodio della torre di Babele.

Luca ci vuole dire qualcosa che rovescia l’avvenimento di Babele,da quello ebbe origine la divisione e l’incomunicabilità e la discordia.

Invece nella Pentecoste c’è unità, armonia e comunione.

A Babele dicevano facciamo una torre la cui cima tocchi il cielo,facciamoci un nome per non disperderci sulla terra,ecco dove sta il peccato.Gli uomini di Babele non erano atei,erano devoti e religiosi,volevano innalzare un tempio a Dio ma non per Dio, ma per fare un nome a loro stessi.

A Pentecoste invece tutti si capiscono perché hanno dimenticato se stessi.

Gli apostoli non vogliono farsi un nome ma vogliono farlo a Dio,non discutono più tra loro su cui sia il più grande,perché sono stati travolti dallo Spirito Santo,tutti li capiscono perché non parlano di se stessi ma delle grandi opere di Dio.

E’ avvenuta in loro una rivoluzione e sono incentrati su Dio.

Sant’Agostino dice: ci sono due cantieri nel mondo,in uno si costruisce la città di Satana (Babilonia), nell’altro quello di Dio che è Gerusalemme.
Ogni nostra azione, iniziativa o progetto si trova di fronte a un bivio.

Dobbiamo chiedere allo Spirito Santo che operi in noi questa rivoluzione, facendo di Dio il nostro centro e proclamare le sue grandi opere; è così che noi possiamo dire che non viviamo più per noi stessi ma per Cristo che è morto e risorto per noi.

E’ un’occasione che il Signore da al Rinnovamento, per demolire le varie torri di Babele che ci sono intorno a noi e dentro di noi.

Vogliamo chiedere allo Spirito che spinga ognuno di noi ad annunciare il vangelo e che ci permetta di accettare e comprendere la parola salvezza, è lo Spirito Santo che convince e converte seminando la fede in coloro che ci ascoltano, perché possano rispondere alla parola proclamata confessando che Gesù è il Signore.

ALLELUIA!!
www.gesuveraluce.it



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domenica 11 maggio 2008 - ore 00:18


13 maggio festa della mamma festa di Maria
(categoria: " Vita Quotidiana ")




13 maggio festa della mamma festa di Maria



Messaggio di Medjugorje (Mirjana) (2 maggio 2008)



"Cari figli ! Per la volontà di Dio sono qui con voi in questo luogo. Desidero che apriate i vostri cuori e che mi riceviate come Madre. Io con il mio amore vi insegnerò la semplicità della vita e la ricchezza della Misericordia e vi guiderò a mio Figlio. La strada verso Lui può essere difficile e dolorosa, ma non abbiate paura; io sarò con voi. Le mie mani vi sosterranno fino alla fine, fino alla gioia eterna e perciò non abbiate paura di aprirvi a me. Vi ringrazio. Pregate per i sacerdoti. Mio Figlio ve li ha donati."


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sabato 10 maggio 2008 - ore 00:01


Gv 21,20-25
(categoria: " Vita Quotidiana ")


At 28,16-20.30-31; Sal 10; Gv 21,20-25 - I giusti, Signore, contemplano il tuo volto



Giovanni 21,20-25

20 Pietro allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, quello che nella cena si era trovato al suo fianco e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». 21 Pietro dunque, vedutolo, disse a Gesù: «Signore, e lui?». 22 Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? Tu seguimi». 23 Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che rimanga finché io venga, che importa a te?».
24 Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. 25 Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.




Dai «Trattati su Giovanni» di sant’Agostino, vescovo



La Chiesa conosce due vite che le sono state divinamente predicate ed affidate: una è nella fede l’altra nella visione; una nel tempo del pellegrinaggio, l’altra nell’eternità della dimora; una nella fatica, l’altra nel riposo; una lungo la via, l’altra nella patria; una nell’attività, l’altra nel premio della contemplazione. La prima vita è stata rappresentata dall’apostolo Pietro, la seconda da Giovanni. La vita terrena si svolge sino alla fine di questo mondo e trova la sua conclusione nell’aldilà; la vita celeste, nella sua fase perfetta, verrà dopo la fine di questo mondo, ma nell’eternità non avrà termine. Perciò il Signore dice a Pietro: «Seguimi» (Gv 21, 19); mentre di Giovanni dice: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? Tu seguimi» (Gv 21, 22). Il significato della risposta di Gesù è il seguente: Tu seguimi nel tollerare i mali temporali. Lui rimanga in attesa fino a quando non ritornerò per
concedere i beni eterni. O più chiaramente: Mi segua l’opera che, sul modello della mia passione, è già terminata. Rimanga in attesa, fino a quando non verrò a renderla totale, la contemplazione appena iniziata.

Effettivamente chi accetta tutto santamente perseverando fino alla morte, segue Cristo. Invece la conoscenza di Cristo, prima di arrivare al suo culmine, deve attendere la sua venuta. Si tratta di due aspetti connessi con le due fasi dell’esistenza terrena e celeste del cristiano. Nella prima si sopportano i mali di questo mondo propri della terra dei morenti, nella seconda si vedranno i beni del Signore caratteristici della terra dei viventi. Ciò che il Signore dice: «Voglio che rimanga finché io venga» (Gv 21, 23), non significa fermarsi, arrestarsi, ma rimanere in attesa, perché la condizione significata da Giovanni non raggiungerà la sua pienezza adesso, bensì alla venuta di Cristo.

Quello poi che è significato da Pietro, che ha ricevuto l’invito: «Tu seguimi» (Gv 21, 22), è qualcosa che va compiuto ora, altrimenti non si arriverà a ciò che si attende. Tuttavia nessuno osi dissociare questi due grandi apostoli. Tutti e due facevano ciò che significava Pietro. Tutti e due avrebbero conseguito quanto significava Giovanni.
Sul piano del simbolo, Pietro seguiva Giovanni restava in attesa. Sul piano della fede vissuta, tutti e due sopportavano le sofferenze presenti di questo misero mondo, tutti e due attendevano i beni futuri della beatitudine eterna. E questo atteggiamento lo riproducono non solo essi, ma tutta la Chiesa, Sposa di Cristo, tutta tesa da una parte a superare le prove di questo mondo e dall’altra a possedere la felicità della vita futura. Due vite dunque simboleggiate dai due apostoli Pietro e Giovanni, ognuno dei quali significa un tipo solo di vita, anche se tutti e due vissero ja vita temporale nella fede e tutti e due avrebbero goduto l’altra vita nella visione.

Pietro, primo degli apostoli, ha ricevuto le chiavi del Regno dei cieli. Con esse lega e scioglie i peccati di tutti i santi, congiunti inseparabilmente al corpo di Cristo (cfr. MT 16, 19), ed indica ai fedeli la giusta rotta da seguire in questa vita agitata da tutte le tempeste. Invece Giovanni, l’evangelista, posò il capo sul petto di Cristo. Il
gesto fa pensare al riposo dei santi, al riposo, che troveranno in quel seno pienamente riparato dai flutti e segreto, che è la vita beata. Però non solo Pietro lega e scioglie i peccati, ma tutta la Chiesa. Non solo Giovanni ha attinto dalla sorgente che era Cristo. Non solo lui gode del Verbo - che era in principio, Dio presso Dio - e di tutte le prerogative divine del Cristo. Non solo lui contempla tutte quelle realtà sublimi che si riferiscono alla Trinità divina e all’unità delle tre divine Persone. Non è solo lui il privilegiato che si sazia di quelle cose che si contemplano
faccia a faccia nel regno celeste, dopo essere state viste come in uno specchio e in maniera confusa in questa terra (cfr. 1 Cor 13, 12). Non è solo lui che attinge tutti questi tesori dal petto di Cristo, ma a tutti è aperta dal Signore stesso la fonte del Vangelo, perché tutti in tutta la terra bevano, ognuno secondo la propria capacità



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venerdì 9 maggio 2008 - ore 00:59


’’Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro? ’’ Gv 21,15-19
(categoria: " Vita Quotidiana ")


At 25,13-21; Sal 102; Gv 21,15-19 - Il tuo regno, Signore, si estende al mondo intero
Gv 21,15-19

Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle.


In quel tempo, quando si fu manifestato ai discepoli ed essi ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti amo”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”.
Gli disse di nuovo: “Simone di Giovanni, mi ami?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti amo”. Gli disse: “Pasci le mie pecorelle”.
Gli disse per la terza volta: “Simone di Giovanni, mi ami?”. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi ami?, e gli disse: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo”. Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecorelle. In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi”.
Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: “Seguimi’’.


Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?

Come vivere questa Parola?


Simone di Giovanni. Un nome seguito dall’indicazione della paternità che definisce l’apostolo nella sua dimensione umana, segnata da limite, fragilità, debolezza. È con queste sottolineature implicite che Gesù si rivolge a Pietro nell’atto di affidargli la Chiesa. Simone di Giovanni, tu uomo che hai ben conosciuto l’amaro scacco del peccato, tu che hai toccato con mano su quale inconsistente fondamento poggiano sovente le tue proteste di fedeltà, sì, tu, uomo di ogni tempo, uomo di oggi, sei scelto da Cristo per portare avanti il suo disegno di salvezza. E, bada bene, non si tratta solo di chi è chiamato con una vocazione specifica a servire all’altare, né esclusivamente del Papa e dei vescovi. Ogni battezzato, una volta divenuto membro del Corpo Mistico di Cristo, ha ricevuto in consegna il mandato di prendersi cura dei fratelli. Ovviamente secondo il suo ruolo, le sue possibilità. E per far questo Gesù non chiede particolari lauree in teologia, doni di eloquenza, capacità organizzative... Niente di tutto questo! Una cosa sola si attende: un amore mai pago delle mete raggiunte, un amore continuamente proteso verso un "di più". Non si tratta di stabilire inutili e sterili confronti, ma di vivere in una tensione che porti a trascendersi di giorno in giorno, nella consapevolezza che l’amore è una realtà viva che non può soggiacere alla staticità, pena il suo rapido consumarsi.

Oggi, nel mio rientro al cuore, proverò a mettermi nei panni di Pietro. Lascerò che la domanda di Gesù mi raggiunga e scavi dentro di me, andando oltre l’affermazione troppo facile e ovvia con cui sono solito protestare il mio amore verso il Signore. Lo amo veramente? Lo amo più dei miei interessi, degli affetti, della mia stessa vita?

Insegnami, Signore Gesù, la via dell’amore. Pungolami continuamente perché non mi senta mia un arrivato, ma in te trovi la forza e il coraggio di puntare sempre oltre, verso quella pienezza che tu stesso mi hai posto come meta.

La voce di un santo Pastore
Innamorarsi di Gesù Cristo vuol dire conoscenza profonda di lui, dimestichezza con lui, frequenza diuturna della sua casa, assimilazione del suo pensiero, accoglimento senza sconti delle esigenze radicali del vangelo.
Antonio Bello parolenuove








... Il gallo cantò per la terza volta.
Gesù uscì dalla sala...
... e Simon Pietro, seguendo il rumore,
guarda dalla sua parte.
Lo vede e « pianse amaramente ».
Lo stesso Pietro che da quel momento
è diventato vergognoso e intimidito,
perennemente intimidito,
anche se non riusciva a trattenere
i suoi slanci abituali,
li compiva, poi si fermava bloccato
dalla vergogna, dalla vergogna del ricordo...

...era là in disparte quella mattina sulla riva...
erano là tutti intorno quel mattino,
in silenzio timoroso, intimiditi
così che nessuno domandava qualche cosa
perché tutti sapevano
che era il Maestro.

Nella frescura di quell’ora mattutina
coi pesci - quei pesci
che si agitavano ancora
alle loro spalle - dopo una notte
arida di frutto
erano là a mangiare il pesce...

...il pesce preparato da Lui
che aveva pensato anche al loro mangiare
perché sarebbero tornati stanchi.
Il Signore si era steso vicino,
era lì vicino,
a mangiare con loro.

Il Signore lo guardava.

Lui sguardava, ma non guardava
perché aveva vergogna più del solito...
Il Signore forse l’avrà guardato intensamente
finché Pietro disagiato da quello sguardo fisso
si sarà voltato, come a dire « Che vuoi?».

E Gesù, immediatamente,
senza porre frammento di tempo
in mezzo:

« Simone, mi ami tu più di costoro?».

Lo diceva a chi l’aveva offeso,
lo diceva al temperamento più facile
all’incoerenza,
al traditore. Dopo Giuda, lui.
Ma in lui era evidente che Cristo era.
« Signore, tu lo sai che ti amo».
Non poteva non voltare
la faccia e dire
la sua risposta.
Non poteva.
Sarebbe stata
una menzogna

Gli voleva bene, l’aveva tradito ma gli voleva bene.
Perciò si è voltato verso di Lui e gli ha dato quella risposta che non
era mai venuta meno, eccetto che in quei momenti terribili.
Gli ha dato la risposta per cui era continuamente
voltato verso di Lui, dovunque fosse,
fosse sulla barca, nel mare del mattino,
tra la folla sulla montagna,
quando era in casa e Lui non c’era...

...sempre era rivolto a Lui.
Non è vero che ti ho odiato,
non è vero
che non ti ho amato...

perché «tu lo sai, Signore, che ti amo».
Ma è il contrario di quello che hai fatto...
Io non so come sia,
so che è così.

« Simone, mi ami tu ?».

Non ha detto «Non peccare non tradire,
non essere incoerente».
Non ha toccato nulla di questo.

Ha detto:« Simone, mi ami tu?».

Ognuno di noi
non riesce a sfuggire completamente
al fatto
che Cristo è amabile a da noi
esattamente così come siamo.
Cristo è chi si compiace di noi.
di me,
dice san Pietro piangendo,

Mi ama e mi perdona.

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giovedì 8 maggio 2008 - ore 00:04


“ALA AVANZATA DELLA CHIESA NEL MONDO”
(categoria: " Vita Quotidiana ")



8 G Io spero in te, Signore, Dio della mia gioia.
Come ha reso testimonianza a Gerusalemme, così ora è necessario che Paolo renda testimonianza a Gesù anche a Roma. Tutti gli uomini sono chiamati all’unità in Dio creatore e redentore, per poter crescere nell’unità tra di loro.
Madonna di Pompei; San Vittore; San Desiderato. At 22,30; 23,6-11;
Sal 15,1-2a.5.7-11; Gv 17,20-26.

Atti 22,30

Il giorno seguente, volendo conoscere la realtà dei fatti, cioè il motivo per cui veniva accusato dai Giudei, gli fece togliere le catene e ordinò che si riunissero i sommi sacerdoti e tutto il sinedrio; vi fece condurre Paolo e lo presentò davanti a loro.

Atti 23,6-11

6 Paolo sapeva che nel sinedrio una parte era di sadducei e una parte di farisei; disse a gran voce: «Fratelli, io sono un fariseo, figlio di farisei; io sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti». 7 Appena egli ebbe detto ciò, scoppiò una disputa tra i farisei e i sadducei e l’assemblea si divise. 8 I sadducei infatti affermano che non c’è risurrezione, né angeli, né spiriti; i farisei invece professano tutte queste cose. 9 Ne nacque allora un grande clamore e alcuni scribi del partito dei farisei, alzatisi in piedi, protestavano dicendo: «Non troviamo nulla di male in quest’uomo. E se uno spirito o un angelo gli avesse parlato davvero?». 10 La disputa si accese a tal punto che il tribuno, temendo che Paolo venisse linciato da costoro, ordinò che scendesse la truppa a portarlo via di mezzo a loro e ricondurlo nella fortezza. 11 La notte seguente gli venne accanto il Signore e gli disse: «Coraggio! Come hai testimoniato per me a Gerusalemme, così è necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma».




Centro Mericiano – Giornata di Studio del 23 novembre 1985
LAICI CONSACRATI
“ALA AVANZATA DELLA CHIESA NEL MONDO”


Il titolo riprende una affermazione di un discorso di Paolo VI ai responsabili degli Istituti Secolari (20 sett. 1972).E’ importante rileggere il contesto per capire il significato della affermazione: “Essere nel mondo, cioè essere impegnati nei valori secolari, è il vostro modo di essere Chiesa e di renderla presente, di salvarvi e di annunziare la salvezza. La vostra condizione esistenziale e sociologica diventa la vostra realtà teologica, è la vostra via per realizzare e testimoniare la salvezza. Voi siete così un’ala avanzata della Chiesa “nel mondo”; esprimete la volontà della ,Chiesa di essere nel mondo per plasmarlo e santificarlo ’quasi dall’interno a modo di fermento’ (LG. 31), compito, anch’esso affidato precipuamente al laicato. Siete una manifestazione particolarmente concreta ed efficace di quello che la Chiesa vuoI fare per costruire il mondo descritto e auspicato dalla ’Gaudium et Spes’” .
La lunga citazione, oltre che far comprendere il senso dell’espressione usata per il titolo, richiama la dimensione ecclesiale della consacrazione laicale. I laici consacrati sono presenti nel mondo come espressione della missione della Chiesa, del radicamento di tale missione nella totale appartenenza della Chiesa al suo Signore, della condivisione da parte della Chiesa della medesima sorte terrena del mondo (cfr. GS. 40).
Quella dei laici consacrati è una forma di vita cristiana singolare, che non ripropone gli ’stati’ come si sono configurati lungo la storia del cristianesimo. Ed è questa singolarità che qui ci si propone di illustrare.

1) La vita cristiana è una nella molteplicità delle forme

La fede cristiana si fonda su una convinzione: Gesù Cristo è l’unico salvatore, il centro che tutto sorregge, il principio dell’unità del tutto. Grazie a lui si crea tra gli uomini una nuova solidarietà, si fonda una salda unità che supera le barriere dei popoli, delle culture, delle classi (cfr. GaI. 3,28).Tale unità viene manifestata e significata nella Chiesa, 1 ’unico corpo di coloro che partecipano dell’unico pane (1 Cor. 10,17), che si sono abbeverati all’unico Spirito (1 Cor.12,13).
Essere cristiani è essere resi partecipi della medesima vita. C’è una forma fondamentale della vita cristiana che precede e fonda qualsiasi differenziazione: è la perfezione dell’amore (cfr. LG. 40).A essa si riferisce Paolo quando indica il principio motore di ogni funzione nella comunità cristiana (cfr. 1 Cor. 13); a essa dà enfasi Giovanni quando ricorda il comandamento nuovo lasciato da Gesù (Gv. 13,34); a essa si richiama continuamente la tradizione spirituale.
I modi di attuazione di quest’unica forma sono diversi, a secondo delle diverse persone. Tutti sono chiamati alla perfezione dell’amore, ma in modo personale. Al seguito di Gesù ci sono tante persone diverse; nella comunità cristiana lo Spirito con i suoi doni configura in forma diversa i credenti. ’unica vocazione si realizza in tante vocazioni: Dio non livella, non rende identici, non crea masse anonime. Di fronte a lui non esiste la ’gente’, la categoria, la classe; esistono le persone con la loro struttura, la loro storia, le loro attese. Tutto peraltro suscitato da lui, il creatore che chiama all’esistenza. La diversità non è perciò un male da eliminare, ma una ricchezza da contemplare. Quando non nasce dalla divisione prodotta dal peccato, la diversità è specchio della ricchezza e pienezza di vita di Dio, le quali possono mostrarsi solo per frammenti, senza che la somma di questi riesca a esaurire il tutto dal quale provengono. i
i La perfezione dell’amore rispetta questa struttura del creato, anzi la rende ancora più evidente: l’unico amore mostrandosi in molteplici configurazioni mostra la sua onnicomprensività. E’ il medesimo amore che muove Pietro, Paolo, Antonio, Francesco, Tommaso, Domenico, Bonaventura, Angela, Ignazio, Giorgio, Teresa... ma assume volti diversi. Nessuno oserebbe dire che Pietro è più cristiano di Paolo oche Tommaso è più cristiano di Francesco. Eppure nessuno è identico all’altro.

2) L’origine storica delle diverse configurazioni dell’amore

La condizione concreta nella quale una persona nasce, si sviluppa, vive, è per lei un appello di Dio affinché attui in forma concreta la perfezione dell’amore. Dio chiama dentro una condizione (cfr. 1 Cor.7,17-24).
E’ in essa, da essa, e per essa che prende figura una modalità particolare di attuare l’amore. L’amore non è infatti un valore astratto: riveste sempre le caratteristiche della persona che lo vive e la condizione delle persone cui è rivolto. Tra le caratteristiche concrete di chi vive l’amore si deve porre anche il suo modo di pensare la realtà in rapporto a Dio. Un esempio può servire a chiarire il pensiero: il modo di vivere l’amore tipico di S. Antonio del deserto è diverso da quello di Giorgio La Pira, anche perché i due intendono la realtà in forma diversa. Per il primo è l’isolamento sempre più profondo dal mondo che permette una sequela radicale; per l’altro è l’inserimento nella società fino ad assumere responsabilità politico- amministrative che mostra quanto Dio ami il mondo. Né l’una né l’altra forma possono essere assolutizzate. Ambedue sono attuazione dell’amore.
Non si tratta semplicemente di intuizioni originali, ma di vocazioni. Esse hanno il compito di aiutare ciascuno dei tutti chiamati all’amore a scoprire la propria particolarità. Gli uomini e le donne originali sono suscitati da Dio come stimolo alla scoperta della originalità di ciascuno. Le figure dei santi, che si stagliano sopra ciò che appare come comune, sono l’emergenza della orginalità latente nella apparente identità delle forme di attuazione dell’amore

3) Le diverse configurazioni si costituiscono in’ stati’ e diventano modelli

Tali figure, in genere, non restano isolate; partecipano della diffusività dell’amore suscitando assunzione da parte di altri della medesima forma di attuazione dell’amore. Antonio nel deserto non resta solo; Teresa di Calcutta richiama numerose donne al servizio dei poveri... Altre persone entrano a far parte della loro condizione. Si realizza come una divisione non più orizzontale, ma verticale delle forme concrete di attuare l’amore. Si arriva a una radicalità prima non pensata: nella vita cristiana si possono realizzare maggiori o minori vicinanze alla forma di vita del Signore Gesù. Non si tratta più semplicemente della intensità dell’amore: si tratta della configurazione più o meno pe1’cepibile alla forma di vita di Gesù. L’amore può portare ad approssimazioni di condizione vitale: L’approssimarsi alla condizione vitale di Gesù si è strutturato lungo i secoli nella triplice forma della povertà, castità, obbedienza. Il medioevo conosce un vivace dibattito in merito al valore che tale strutturazione può avere per la vita cristiana. Di fatto si è mantenuta la convinzione secondo la quale questa condizione vitale (stato dei consigli) mostra ’meglio’ la forma di vita di Gesù della condizione di chi non appartiene a questo stato. Diventa perciò abbastanza comprensibile che, anche in forza della distanza che si crea tra Chiesa e società civile, questo stato venga considerato lo stato di perfezione (da acquisire) e quindi il modello per pensare la vita cristiana. Certo tutti sono cristiani, ma le esigenze della vocazione cristiana sono attuate dentro lo stato che separa dal mondo; qui si trovano tutti i mezzi necessari alla santificazione equi di fatto ci si santifica. L’emergenza di questo stato rispetto alla condizione comune, poi, fa sì che si perda il senso originario del termine vocazione: i chiamati non sono più i credenti rispetto ai non credenti, ma coloro che entrano nello stato di perfezione o nella gerarchia. Essere semplice cristiano, vivere nel secolo, tende a diventare una privazione rispetto al modello di vita cristiana costituito dallo stato di perfezione.
E’ chiaro che i nessi qui accennati sono soltanto la cornice di nessi più articolati e complessi; qui si vogliono ricordare solo le linee direttrici.
Coerentemente con questo modo di pensare il tipo di vita cristiana, si pensa il mondo, in senso prevalentemente negativo, come realtà da cui salvarsi fuggendo. Sono nella logica di questa visione i reiterati tentativi di trasformare la Compagnia di S. Angela in ordine religioso: per chi vuoI santificarsi il distacco dal mondo non deve I’ essere solo affettivo, ma anche fisico. Dentro lo stato di perfezione le forme concrete di attuazione dell’amore sono molteplici. Anche questa molteplicità deriva dalla singolarità del fondatore dell’Istituto o dell’Ordine e dalla situazione sociale ed ecclesiale del tempo. Non è lo stato di perfezione che
l concretamente orienta e attira le persone, ma una modalità parti- )1 colare di realizzazione di esso.
Anche attraverso il molteplice mostrarsi dello stato di perfezione si manifesta la ricchezza e pienezza di vita di Dio, che chiama uomini e donne ad essere specchio della sua luce in modo consentaneo alla loro struttura personale. Come per comunicazione, l’originalità di qualcuno viene assunta da altri, che da essa si lasciano modellare, vedendovi un riflesso della luce divina. Nessuna delle forme concrete ha tuttavia la pretesa di esaurirla, e lascia quindi spazio al sorgere di altre forme.

4) La creatività dello Spirito non permette l’irrigidirsi degli ’stati’ di vita cristiana

E’ naturale che quanto nasce nella storia con la consapevolezza dell’origine divina tenda a fissarsi. La storia ci ha fatto conoscere tre stati fondamentali di vita cristiana: quella comune o dei semplici fedeli (laici) , quello sacel1dotale e quello dei consigli (religiosi) .Nella cristallizzazione indotta dalla storia si poteva pensare che le possibilità di attuazione della vita cristiana fossero ormai racch1use dentro questi stati. L ’unica sintesi possibile era tra stato sacerdotale e stato dei consigli. Il motivo di questa possibile sintesi è da vedere nella considerazione secondo cui lo stato sacerdotale è uno stato in certo senso anomalo: di per se non costituisce uno stato di perfezione da acquisire, ma di perfezione da comunicare. Tale considerazione non sembra lontana neppure dalla Lumen Gentium, la quale colloca il capitolo sui Religiosi dopo il capitolo sulla chiamata comune alla perfezione della carità, per indicare che sia da parte degli appartenenti alla gerarchia che da parte dei laici si può realizzare la chiamata alla santità nella forma di vita dei consigli.
Una sintesi tra stato laicale e stato dei consigli non sembrava possibile, ancora in tempi recenti: per es. un eminente teologo come K. Rahner riteneva che un laico che emettesse i tre voti, cesserebbe di essere laico. L ’impossibilità di una sintesi nasceva dal pensare lo stato dei consigli come stato di separazione dal mondo e lo stato laicale come stato di incarnazione nel mondo.
Tuttavia ciò che la storia porta a ritenere impossibile è reso possibile dallo Spirito il quale è in grado di far sorgere sintesi originali tra gli stati ormai canonizzati, attraverso persone che, osservando la situazione del mondo, riescono a proporre una radicale consacrazione a Dio dall’interno del mondo. La consacrazione laicale unisce in se ciò che prima appariva opposto: è possibile appartenere completamente a Dio e al mondo (inteso come creazione e come società civile) ; è possibile vivere nella povertà, castità, obbedienza senza separarsi dalla forma esterna di vita degli uomini del proprio tempo; è possibile condividere le gioie, le speranze, le ansie, le fati- che i progetti degli uomini e nello stesso tempo trascendere questo mondo. Tale duplice appartenenza costituisce una nuova figura di vita cristiana che assume in totalità sia la dimensione dell’incarnazione che quella dell’escaton.

5) Il contesto teologico nel quale ha origine tale sintesi

Senza aver la pretesa di tracciare una storia della formazione della sintesi appena ricordata è opportuno richiamare le tendenze teologiche che la legittimano. Osservando la storia della vita cristiana è possibile constatare che le forme concrete si costituiscono sempre su correnti di pensiero che stanno prendendo corpo.
La consacrazione laicale nasce sullo sfondo di un nuovo modo di pensare il rapporto Chiesa - mondo. Da una parte si osserva che la contrapposizione e la condanna del mondo da parte della Chiesa non elimina ma accentua la ,distanza che si è creata in forza delle spinte emancipatorie germinate dall’umanesimo e dall’illuminismo. D’altra parte la Chiesa scopre la sua relatività in rapporto al mondo e al Regno di Dio: essa non è fine, ma mezzo; non è meta, ma via; la sua missione la porta a immergersi nelle situazioni degli uomini per ordinarle e illuminarle. Il modo migliore per condurre verso la meta è camminare accanto. E ciò che potrebbe sembrare, dall’esterno, desiderio di recuperare il tempo perduto, diventa passione per l’umanità e passione per Dio. Le due passioni non sono alternative, come non lo furono per Gesù, la cui missione la Chiesa continua. Abbattere i bastioni è la condizione perché il mondo creda; cammina- re sulle strade dell’uomo condividere con lui l’impegno per una società più giusta è la verifica dell’amore verso Dio. I laici diventano i nuovi protagonisti della missione della Chiesa; la loro vita e la loro azione sono lo specchio nel quale gli uomini possono intravedere Dio. Essi sono nel mondo, per il mondo pur non essendo del mondo. Ma il mondo ha bisogno di segni per cogliere la meta. Essere laici cristiani è condividere le forme di vita di tutti gli altri uomini. In un contesto nel quale la fede viene relegata ai margini della costruzione della città terrena, la forma di vita secolare viene intesa come semplice condivisione della condizione umana, alla quale accederebbe poi dall’esterno la professione di fede, l’intenzionalità agapica, la speranza trascendente. Della vita dei laici cristiani si tende a vedere la forma esterna più che il principio generatore interno. Il criterio dell’apparire e dell’efficienza diventa la misura della realtà. E’ sintomatico che, per es., quanto attiene alla attività più prettamente intraecclesiale (catechesi, animazione liturgica...) venga interpretato come supererogatorio, non appartenente alla vita: la vita sarebbe semplicemente il lavorare, esercitare la sessualità, mangiare, dormire, divertirsi.
In tale contesto, che rischia di ridurre anche la presenza del laico cristiano a semplice condivisione senza alcuna connotazione di trascendenza, trova spazio la consacrazione laicale. In forza della sintesi che essa realizza pone nello stesso tempo un segno di condivisione e di trascendenza. La vita secondo i consigli è vita comune a tutti, ma con una eccedenza di foI1Ina rispetto a ciò che è ’normale’, che non può non far percepire l’orientamento e la radicazione tra- scendente di essa. La castità, povertà, obbedienza vissute dentro la vita condivisa diventano un richiamo alla meta trascendente della vita umana. Se, secondo lo schematismo degli ’stati’, la vita religiosa ha la funzione di richiamare l’escaton e la vita laicale quella di richiamare l’incarnazione, la solidarietà, la consacrazione laicale coniuga escaton e kenosi.
In questo senso è la figura di vita cristiana totale, nella quale si trova rispecchiata e la dimensione del superamento del mondo e la dimensione di assunzione di esso. Tale figura è possibile solo dopo l’incarnazione, quando la realtà creata viene portata a compimento nell’essere assunta, grazie alla Kenosi del Verbo, nella vita stessa di Dio. Si tratta di una figura ’illogica’ proprio perché totale. Le due dimensioni non stanno l’una accanto all’altra ma l’una nell’altra e possono essere sondate solo a partire dalla totalità.
Se nella storia questa figura nasce in tempi relativamente recenti, lo si deve alla condizione e all’autoc0scienza della Chiesa, così schematicamente e, forse, semplicisticamente descrivibile: da chiesa minoranza alla ’conquista’ del mondo, a Chiesa in simbiosi con il mondo, a Chiesa separata dal mondo, a Chiesa fermento dentro il mondo. Naturalmente i vari stadi non sono nettamente separabili e possono coesistere. L ’ultimo stadio è, come già si diceva, il contesto nel quale nasce la laicità consacrata. Solo in una Chiesa che prende coscienza di essere nel mondo come il fermento esistono le condizioni per il formarsi della sintesi tra kenosi e escaton.

6) Il rischio di pensare la sintesi come somma

Data l’origine della sintesi, l’interpretazione di essa rischia di accentuare una delle dimensioni a scapito dell’altra e, quindi, di annettere il nuovo allo ’stato’ da cui è mutuato il modello interpretativo. La recente storia registra pubblicazioni che accentuano la consacrazione, pensata secondo il modello della vita religiosa, ed altre che accentuano la secolarità - laicità (per una prima rassegna cfr. B. Bosatra, Istituti secolari e teologia. La ricerca post-conciliare (1975-1978), A.V.E., Roma 1980).Si può osservare che anche il documento magisteriale che riconosce statuto ecclesiale agli Istituti Secolari (Provida Mater 2.2.1947) non è esente dal rischio di annettere questi allo ’stato’ religioso. E si deve riconoscere che l’interpretazione più divulgata circa i laici consacrati è che si tratti di suo- re/frati laiche/ci. Quando la sintesi viene vista come somma è difficile mantenere l’unità ed :è naturale cadere in riduzionismi. Se si accentua la consacrazione, la fuga dal mondo diventa inevitabile; la spiritualità che né deriva è modellata su quella della vita religiosa. Se si accentua la secolarità ci si domanda che senso ha la consacrazione: non basta vederla nella radicalità dell’impegno, della dedizione.
L’equilibrio si raggiunge a fatica. Gli studiosi della storia della laicità consacrata ritengono comunemente che solo con Paolo VI si arriva a una autentica comprensione di questa nuova figura di vita cristiana. Paolo VI non è tuttavia un’isola; con lui c’è là riflessione conciliare, soprattutto la nuova autocoscienza della Chiesa di essere Chiesa nel mondo, con il mondo, per il mondo. Il che significa, con qualche approssimazione, che la Chiesa non riesce a pensarsi da sola: essa è cointessuta con il mondo, il quale, in quanto creazione di Dio e insieme opera dell’uomo, non è solo materiale
I che la Chiesa usa, ma è materia che, ricevendo gradualmente la sua forma dallo Spirito di Cristo, giunge al suo compimento. Il mondo non è il contrapposto della Chiesa (o almeno, non prevalentemente questo) ma è dentro la Chiesa come la Chiesa è dentro il mondo.
Parafrasando l’immagine evangelica del lievito, e fatte le debite I distinzioni tra Chiesa e Regno di Dio, si potrebbe dire che, come il lievito fa lievitare la massa di farina solo pervadendola diffondendosi in essa, così la Chiesa fa da fermento del mondo dal di dentro.
Lo ripetiamo: è solo dentro questo rapporto tra Chiesa e mondo che si capisce la consacrazione laicale. Con la circospezione necessaria nell’uso delle analogie e delle metafore, si potrebbe vedere
attuarsi nella figura cristiana della laicità consacrata il rapporto, realizzatosi nella incarnazione, tra divinità e umanità. L’unione non annulla, ma esalta l’umanità, la conduce al suo compimento. Nella consacrazione laicale la laicità-secolarità non è tolta, ma esaltata. Se, infatti, secolarità è bontà e autonomia della realtà creata, la riconduzione di essa a Dio tramite la consacrazione, la salva dalla trasformazione idolatrica e dallo smarrimento indotto dalla autonomia. La secolarità non è mai conservata tanto come quando viene consegnata al suo fondamento. La persona che dentro il mondo vive i consigli evangelici, realizza il massimo di appartenenza al mondo perché si consegna totalmente al fondamento assoluto di esso. Non sta più l’alternativa o mondo o Dio; appartenere a Dio è far sua la passione per il mondo; e, viceversa, passione per il mondo è il modo di appartenere a Dio, perché il mondo è di Dio.

7) Consacrazione laicale simbolo del rapporto ideale tra Chiesa e mondo

Ogni forma concreta di vita cristiana, si diceva sopra, è espressione della Chiesa; è dentro la Chiesa che nasce e si sviluppa. La particolarità di una forma di vita richiama un aspetto della realtà ecclesiale, in modo tale che la sinfonia delle forme mostra la totalità della molteplice unità della Chiesa. La consacrazione laicale dicevamo ancora, è figura totale, capace di unire due aspetti: quello dell’escaton e quello della kenosi. Non ha tuttavia la pretesa di far essere la Chiesa e neppure di richiamare la sua origine apostolica, compito riservato al ministero ordinato. Se un compito le è riservato nella sinfonia delle forme è quello di essere elemento unificante tra la Chiesa e il mondo: sta sul versante della Chiesa come sua propensione verso il mondo e sta sul versante del mondo come espressione del suo giungere a compimento.
In quanto tale, dato che il mondo è anche segnato dal peccato, è, in esso, “’giudizio”: ne dichiara la incompiutezza e ne svela la falsa autonomia. Non tanto con le parole, ma con la forma di vita. Questa rammenta l’orientamento inscritto nell’amore tra un uomo e una donna, nell’uso dei beni, nell’esercizio della libertà. Amore, possesso, libertà hanno un principio e una meta, che vanno tenuti presenti pena la ricaduta nell’egoismo, nell’asservimento alle cose, nell’autonomia insensata. Vivere la castità dentro il mondo vuoI di- re attuare l’amore umano nella massima possibilità, data dalla inesauribilità del termine dell’amore: Dio; vivere la povertà usando dei beni vuoI dire collocare l’uomo al di sopra delle cose, perché non si lascia determinare da esse ma da Dio, l’unica realtà che può possedere l’uomo senza asservirlo e rimpicciolirlo; vivere l’obbedienza vuoI dire attingere alla fonte e alla condizione della libertà attraverso il. concreto lasciar disporre di se, inteso come l’anticipo e il segno del sommo essere disposti, che è la radice dell’esistenza umana. Questa castità, povertà, obbedienza conformano ogni attività apostolica del laico consacrato, in quanto la precedono. Sono
strutture vitali già di per se feconde, perché fanno emergere, come si diceva, il principio e la meta di quanto gli uomini vivono. E riconducendo al principio e alla meta mostrano la possibile ambiguità delle medesime realtà come sono vissute concretamente dagli uomini. In questo attuano la missione ecclesiale che è ricondurre tutto quanto è buono, giusto e santo alla sua origine, affinché possa attingere la sua pienezza e quindi la sua meta. Se il matrimonio (ma anche il ministero ordinato), il possesso dei beni, la libertà di decidere di se, fanno parte dello status viatoris, sono destinati a sfociare in una condizione che, relativizzandoli; li rivela nel loro valore: essere vie verso. Il loro ’toglimento’ è, in via, anticipato dallo stato dei consigli, il quale nella forma della consacrazione laicale si mostra non come abbandono del mondo in nome della sua relatività, ma come consegna di esso al suo fondamento e alla sua meta. Se volessimo stabilire una differenza tra la vita religiosa e la consacrazione laicale potremmo dire: la vita religiosa ’abbandona’ il mondo in nome dell’assoluto di Dio; la laicità consacrata assume il mondo e lo riporta nell’assoluto di Dio.
Se questo è vero si può concludere che l’unità tra creazione e incarnazione - redenzione è simbolicamente richiamata dalla laicità consacrata. E se la Chiesa trova la sua genesi nella incarnazione- redenzione, le quali non si aggiungono dall’esterno alla creazione, ma assumendola la portano a compimento, si può dire che il rapporto ideale tra la Chiesa (versante della incarnazione-redenzione) e il mondo (creazione, pur segnata dal peccato) trova la sua icona nella consacrazione laicale.

don Giacomo Canobbio





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mercoledì 7 maggio 2008 - ore 03:04


’’La cultura cattolica: identità e forza educativa di una tradizione ’’
(categoria: " Vita Quotidiana ")


At 20,28-38; Sal 67; Gv 17,11b-19 - La potenza di Dio è l’amore


La cultura cattolica: identità e forza educativa di una tradizione
di S.E. mons. Rino Fisichella

Il testo riproduce integralmente la conferenza che S.E. mons. Fisichella ha pronunciato il 3 maggio 2006 in occasione dell’incontro degli Insegnanti Cattolici del Lazio presso l’Auditorium dell’Università Cattolica. Il testo è apparso su Religione Scuola Città. Rivista per la scuola della Diocesi di Roma
, 2/2006, pagg.71-78.
Il Centro culturale Gli scritti (13/09/2006)


Un testamento che rimane vivo


«Voi sapete come mi sono comportato con voi fin dal primo giorno in cui arrivai in Asia e per tutto questo tempo: ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime e le prove che mi hanno procurato le insidie dei Giudei. Sapete come non mi sono mai sottratto a ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi in pubblico e nelle vostre case, scongiurando Giudei e Greci di convertirsi a Dio e di credere nel Signore nostro Gesù… Non ritengo tuttavia la mia vita meritevole di nulla perché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio. Ecco, ora so che non vedrete più il mio volto, voi tutti tra i quali sono passato annunziando il regno di Dio. Per questo io dichiaro solennemente oggi davanti a voi che io sono senza colpa riguardo a coloro che si perdessero, perché non mi sono sottratto al compito di annunziarvi tutta la volontà di Dio… Io so che dopo la mia partenza entreranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; perfino di mezzo a voi sorgeranno alcuni ad insegnare dottrine perverse per attirare discepoli dietro di sé. Per questo vigilate, ricordando che per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato di esortare tra le lacrime ciascuno di voi. E ora vi affido al Signore e alla parola della sua grazia che ha il potere di edificare e di concedere l’eredità per tutti i santificati… Detto questo, si inginocchiò con tutti loro e pregò…» At 20,17-38).

Non è senza significato che poniamo questa nostra riflessione alla luce del testamento di Paolo. Il tema della cultura e del valore della tradizione tocca diverse problematiche connesse che, comunque, si condensano intorno ad un aspetto del tutto peculiare: come si può trasmettere la fede oggi e permettere che questo processo sia inserito nella cultura e produca cultura?

Paradosso quasi insormontabile. Siamo chiamati a guardare al futuro e verificare come incidere nel presente della Chiesa e mi introduco con un testamento di un apostolo ormai anziano, sul punto di donare la propria vita con il martirio che strappa lacrime ai suoi uditori perché dice loro che non lo vedranno più! Tutto questo, tuttavia, ha un suo senso. Trasmettere la fede non è un passatempo per teologi chiamati a intrattenere il pubblico; è un impegno di chi ha compreso seriamente il proprio battesimo. E nessuno potrà mai dimenticare che prima di trasmettere un contenuto si deve considerare l’atto con il quale si trasmette. Questo è il primo punto decisivo con il quale ci introduciamo.

È sufficiente riprendere tra le mani il testamento di Paolo per verificare subito che, stranamente, non parla di ciò che egli ha trasmesso – come ha fatto, ad esempio in altri due casi parlando dell’eucaristia (1Cor11) e della risurrezione del Signore (1Cor15) – ma di come egli si è comportato da apostolo e da maestro della fede. Tutti i verbi che san Paolo usa indicano un’azione concreta, uno stato d’animo, una decisione di vita e un impegno che egli si è assunto: «come mi sono comportato», «ho servito», «non mi sono mai sottratto», «predicare», «istruire», «condurre a termine», «rendere testimonianza», «dichiarare», «affidare», «pregare»…; la prima impressione che si ricava è quella dell’apostolo che nel momento in cui sa che sta trasmettendo sta consegnando se stesso e la sua vita.

L’atto del trasmettere è, quindi, un atto mediante il quale ci si consegna. Non si consegna primariamente un contenuto; si consegna se stessi e tutto ciò che si è. Questo è l’impegno della fede che si raccoglie proprio nella indissolubilità di un credere come un atto con il quale ci si abbandona alla grazia di Dio che agisce in noi e mediante il quale si accoglie il Vangelo di Gesù Cristo.

Trasmettere è un atto complesso, ma nello stesso semplice. È complesso perché composto di una serie di fatti che lo compongono e accompagnano; nello stesso tempo, è di una semplicità disarmante, perché richiama alla forma più fondamentale e originaria che ognuno di noi possiede, quella di esercitare la propria libertà. Trasmettere è davvero un atto di libertà con il quale si offre la propria vita come garanzia di verità e di senso. Se per tutta la vita dovessi rincorrere un’ipotesi senza mai arrivare a mostrare la sua affidabilità, sarebbe difficile poter comprendere che la si lascia come eredità. La vita richiede il rischio della libertà che sa accogliere la sfida della verità ultima sulla propria esistenza come risposta definitiva alla domanda di senso.

«Le ipotesi possono affascinare, ma non soddisfano» – scriveva Giovanni Paolo II nella Fides et ratio – ed è vero. Deve venire il momento in cui, in forza della libertà che opera in noi e che realizza la personalità di ognuno, si sceglie di affidare la propria vita a una verità che si coglie come dono e offerta piena di senso. Questo sì è il momento in cui si può anche scrivere un testamento, descrivendo il cammino di una vita che merita di essere trasmessa perché ha portato significato all’intera esistenza personale.
Cristo trasmesso del Padre
Queste considerazioni, comunque, devono avere un loro fondamento, non possono essere solamente una riflessione del teologo a commento di un passo biblico. E la verità profonda di questo ragionamento proviene da ciò che costituisce il mistero della nostra fede: Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio, viene offerto dal Padre all’umanità per esprimere la sua presenza perenne nel mondo. La prima vera trasmissione è l’atto con il quale il Padre dona se stesso nel proprio Figlio. È una generazione che non conosce tramonto, perché permane come l’espressione massima dell’amore che sa donare senza nulla chiedere in cambio. Gesù Cristo, nelle parole di Giovanni all’inizio del suo vangelo, viene proprio presentato come il Verbo che è nel «grembo del Padre», cioè l’Unigenito, colui che è l’unico amato e che in questo amore, unico e immutabile perché eterno, egli genera continuamente come espressione culminante del suo amore. «Nessuno ha mai visto il Padre, l’Unigenito che è Dio nel grembo del Padre, lui lo ha rivelato e interpretato» (Gv 1,18): un amore, quindi, che si dona e offre nel generare, nel trasmettere se stesso. E l’evangelista è ancora più esplicito, quando afferma: «Dio ha così amato il mondo da consegnare il suo unico Figlio» (Gv 3,16).

La trasmissione entra nella storia e non rimane una pura teoria sulla vita di Dio in se stesso; qui, al contrario, viene esplicitato il modo della consegna e ci viene detto che è un donare tutto quanto egli possiede ed è: l’amore che si consuma e offre fino alla fine senza nulla chiedere in cambio perché nessuno potrebbe corrispondere pienamente all’amore di Dio. L’enciclica di Benedetto XVI acquista in questo orizzonte tutto il suo valore programmatico non solo per la vita di fede, ma soprattutto per l’impegno culturale che immette quando chiede di far diventare l’amore stile di vita e contenuto proprio dell’esistenza credente. Per ritornare allo specifico del nostro tema, comunque, l’atto della trasmissione e della consegna del Figlio da parte del Padre è un atto che dice semplicemente amore.

E la cosa diventa ancora più impressionante nel momento in cui il Figlio stesso è chiamato alla consegna suprema. Prima di consegnare e trasmettere qualcosa, egli consegna se stesso al Padre in un atto che dice puro amore di obbedienza alla sua volontà. È sempre l’evangelista Giovanni che coglie immediatamente la portata di questo fatto quando sottolinea che nel momento della sua morte Gesù «tradidit Spiritum» (Gv 19,30): consegna lo Spirito. Lo fa anzitutto in riferimento al Padre portando così a compimento quella visibilità dell’amore nella storia dell’umanità che si fa concreto e visibile nella morte stessa assunta come forma di amore. Lo fa nei confronti della sua Chiesa e di quanti crederanno in lui, a cui consegna lo Spirito come presenza visibile e creatrice di un cammino che attraverserà i tempi e i mondi per restituire poi al Padre il popolo dei redenti. Da ogni parte volgiamo lo sguardo, permane questa condizione che ci assorbe e ci avvolge completamente.

Trasmettere è un atto fecondo che si fa forte della presenza delcreator Spiritus. Domandiamoci: perché la Chiesa sente l’esigenza nei momenti più delicati della sua vita, e soprattutto quando deve chiedere la coerente comprensione della fede da trasmettere e spiegare in diversi momenti e a popoli differenti, di invocare il creator Spiritus che visiti la mente dei credenti? Il digitus paternae dexterae che tocca Adamo è segno di vita che viene creata dalla presenza di Dio e che costituisce la sintesi di ogni vera condizione dell’uomo e del suo rapporto con Dio. La dignità della persona sta tutta qua, nell’essere toccata dallo Spirito che crea e per questo forma in ognuno la somiglianza e l’immagine con il creatore. A partire da qui si trasmette la forza che permette – nonostante la disobbedienza del peccato – di riportare al nuovo Adamo che trasmette vita nuova.

Dobbiamo considerare, da ultimo, l’espressione storica permanente del trasmettere da parte di Gesù. Egli lo fa con i suoi discepoli nell’ultima cena, offrendo ancora una volta se stesso.
Il pane e il vino sono segno che rinviano a colui che in essi è rappresentato e significato. Il Crocifisso e Risorto rimane veramente presente nel segno del pane e del vivo perché lui così ha voluto imprimere nella storia il dono totale di sé. Dove c’è vera tradizione, là vi è una fecondità di vita che non termina e alla quale non si può rinunciare. Se vogliamo seguire l’evangelista Giovanni anche in questo caso, allora dobbiamo comprendere il cammino che ci invita a fare. Lui non racconta l’istituzione dell’eucaristia, ma ci lascia il testamento del Signore. I discorsi di addio di Gesù (Gv13-17) non sono altro che l’atto della trasmissione di sé; anche qui troviamo i punti salienti della sua esistenza: il servizio che si esprime nel lavare i piedi (13,1-15), l’amore al più lontano che si manifesta nell’atto di donare a Giuda il boccone prelibato del banchetto (13,26-30), la reciprocità dell’amore tra i fratelli come segno concreto della sua presenza in mezzo a noi (13,34-35.14,14-21), l’invito a non disperderci, ma a «rimanere in lui» in un’unità profonda e radicale come quella dei tralci alla vite (15,1-7), il cammino verso la verità intera su di lui e su di noi che sarà data per la presenza dello Spirito (16,13) e la sua preghiera come protezione perenne per quanti saranno nel mondo a rendere testimonianza alla sua verità (17,1-26). L’eucaristia è insieme atto e contenuto con il quale Cristo trasmette se stesso alla sua Chiesa. A noi viene dato così il pegno di ciò che sarà la nostra vita e l’impegno perché quotidianamente ci apriamo al suo amore.
Trasmettere con il rischio di tradire
Sarei poco realista se pensassi che questo atto di trasmettere non fosse segnato anche dal pericolo del tradire. Non è un caso che proprio all’atto di Gesù di consegnare se stesso sia presente, come un’ombra opprimente, la consegna che Giuda fa del Maestro.
Vendendo al sinedrio Gesù, egli sembra non voler compiere un opera di trasmissione al futuro, ma intende relegare nel passato della legge ciò che costituisce la storia, senza comprendere l’originalità e la novità dell’amore. In ogni trasmissione che la Chiesa e il credente compiono vi è sempre all’erta il pericolo del tradimento. Quante volte, forse senza neppure accorgersene, lo «Spirito è tradito e consegnato alla lettera» (H.U. von Balthasar). Ciò avviene ogni qual volta l’amore di Dio viene svuotato del suo mistero e ridotto a pura logica; così come quando la radicalità del suo vangelo viene annacquata per permettere di condurre una vita più tranquilla e maggiormente comoda, illudendo di poter tenere insieme la volontà di Dio e i propri progetti.

Ciò che Dio compie e trasmette non potrà mai essere un reperto archeologico, non potrà mai essere rinchiuso nel passato. Il suo testamento è di oggi perché fino ad oggi, ancora oggi egli si consegna con un atto unico e supremo che non è mai ripetitivo, ma sempre originario; l’amore non può mai essere monotono perché diventa asfittico, privo di vitalità e incapace di generare. Sorgono inevitabili, a questo punto, delle questioni che concernono più direttamente l’ambito del processo culturale: quale linguaggio è possibile assumere per trasmettere? Il linguaggio assunto che deve trovare corrispondenza dell’interlocutore è capace di contenere in sé la verità da trasmettere? In che modo lo stile di vita dei credenti è capace di essere veicolo di trasmissione? Forse, in tutta questa serie di domande permane forte il rimprovero di Gesù: «Siete veramente abili nell’eludere il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione… annullando la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi» (Mc7,9.13).
La persona al centro
Quanto abbiamo cercato di dire finora ci riporta a uno dei temi centrali della nostra riflessione: la persona. È necessario che si riparta dal valore e dal senso della persona per ricostruire un tessuto culturale lacerato da opinioni che non riescono a cogliere la profondità del mistero contenuto. La memoria di ciò che «persona» significa deve riprendere posto nelle nostre lezioni, catechesi e gli strumenti propri che la Chiesa possiede, non per vanagloria né per trionfalismo alcuno, ma solo ed esclusivamente per permettere un salto qualitativo nell’attuale momento di passaggio culturale. Vorrei solamente accennare al ruolo determinante che l’occidente ha avuto nel momento in cui ha compreso l’originalità del concetto cristiano di persona. Se si vuole, è intorno a questo termine che si può rileggere la storia del progresso e della maturazione civile, culturale, sociale e politica.

Fino al IV secolo, il termine è soggetto a una lunga discussione sul suo significato più coerente. Nell’accezione latina – che risentiva dell’origine etrusca – il termine persona va ricondotto allo spazio del teatro; indica infatti la maschera che copriva il volto dell’attore. Nella semantica greca, il termine pròsopon indica ugualmente la maschera teatrale, ma insieme ad esso anche «ciò che cade sotto gli occhi», «ciò che si vede».

La diatriba sul termine nasce proprio nel momento in cui si vuole esplicitare la fede nella Trinità e la presenza di tre persone con un’unica natura; alla stessa stregua, i primi cristiani dovevano esplicitare nei confronti di Gesù Cristo, il fatto che la sola persona divina era presente nella natura umana e in quella divina. Si deve alla grande intelligenza di Agostino la soluzione più adeguata che rimarrà fino ai nostri giorni. Egli ha saputo armonizzare il termine con il concetto, mostrando che la persona è se stessa nella relazione con l’altro.

Saranno i concili, in seguito a stabilire dogmaticamente l’esattezza della formula; ciò che importa, comunque, è verificare che sulla base della chiarificazione trinitaria e cristologia del concetto si viene a produrre una delle conquiste più rivoluzionarie della cultura universale. Persona è un’identità propria che si qualifica nella sua relazione con l’altro. Per cogliere in profondità il valore semantico, è necessario comprendere la sua derivazione dalla sfera della fede nella Trinità. Nell’unità della natura divina, che non è divisa, ma partecipata totalmente, le tre Persone si qualificano e differenziano come Padre, Figlio e Spirito Santo; ognuna delle tre persone vive solo in relazione con l’altra in una forma di donazione e accoglienza totale che permette loro di essere identificate come Padre che tutto dona, Figlio che tutto riceve e Spirito Santo come Frutto del tutto dare e del tutto ricevere. La persona, insomma, si qualifica per la relazione d’amore che le permette di essere ciò che è.

È alla luce di questa prospettiva che possiamo comprendere il valore portante della persona nel mondo contemporaneo e lo sviluppo che essa ha avuto nelle diverse istanze scientifiche. Dal concetto di persona scaturisce come conseguenza quello della sua dignità e del suo valore universale e, quindi, l’attenzione che è dovuta ad ogni persona, a tutta la persona e al bene di tutte le persone. Non è azzardato affermare che solo nella misura in cui si vuole salvaguardare il concetto di persona e la sua dignità è determinante che essa rimanga legata a Dio che ne garantisce l’esatta comprensione ed esplicitazione. Nella misura in cui si dimentica Dio si dimentica anche la persona che reca impressa in sé la sua immagine e somiglianza; nella misura in cui si dimentica la persona, si dimentica anche Dio che ne è la sua garanzia ultima.

La conseguenza inevitabile che sembra proiettarsi all’orizzonte è quella di un’ulteriore Wende; questa svolta, tuttavia, non pone più al centro l’uomo, ridotto ormai a un ruolo marginale nei confronti della stessa natura, ma la tecnica. Se, d’altronde, la tecnica è in grado di determinare l’esistenza personale fin dai suoi primordi e neppure la scienza sente il bisogno di porre limiti alla sperimentazione sulla cellula umana scavalcando le stesse regole che si era data in precedenza, allora non si potrà evitare il verificarsi delle logiche conseguenze. L’uomo, sulla scena del teatro di questo mondo, non potrà più giocare il ruolo di protagonista a cui si era abituato per secoli, ma deve necessariamente lasciare il posto a chi ora pretende di determinare la sua stessa esistenza.

Si riaffaccia sulla scena del mondo la tetra figura di Medea che uccide i suoi figli (O.Fallaci); è proprio così, la tecnica creata dall’uomo per rendere più umana la sua esistenza, sembra respingere in un angolo l’uomo stesso quasi si trattasse di un nuovo e mai mutato complesso di Edipo. È ormai condivisa l’analisi secondo la quale il nostro contemporaneo ha talmente delegato la tecnica a produrgli ogni cosa, da non comprendere più il grave pericolo in cui è caduto. La tecnica, infatti, ha assunto il ruolo di domina non solo della natura, ma anche dell’uomo riducendolo a un oggetto della sua sperimentazione senza curarsi più delle sue reazioni.

Se cresce la tecnica, ma non aumenta di conseguenza anche l’orizzonte spirituale dell’uomo e la persona non permane in una dinamica di maturazione verso la trascendenza, allora si viene spogliati di ciò che possediamo come di più prezioso: la coscienza di sé, del proprio limite e dell’apertura infinita verso cui si è indirizzati. Condizione mortale, perché in questo modo non solo cessa il vero progresso, ma l’uomo stesso muore per asfissia. Egli, infatti, non ha più uno spazio spirituale che gli consente di andare oltre se stesso verso quell’orizzonte di senso ultimo che dà risposta alle sue domande fondamentali.

Per paradossale che possa sembrare, la tecnica allontana anche ogni domanda sul limite, illudendo di una eternità che non può essere data dalla produzione dell’uomo. Si dovrà guardare con occhio vigile a come il pensiero maturato in Europa si porrà nel prossimo futuro nei confronti della sofferenza e della morte. Le tesi di M.Heidegger, solo per fare un esempio, diventeranno archeologia filosofica; la morte non sarà più l’ultimo baluardo da affrontare nella libertà propria della decisione di vita, ma un evento da scongiurare per l’illusione dell’immortalità. La morte non sarà più interpretata come un accadimento naturale e inevitabile della vita, piuttosto una sciagura da evitare come qualsiasi altra malattia. Come si porrà l’uomo davanti alla morte dopo l’illusione della tecnica di allontanarla per sempre da lui? Con la dignità propria della libertà cosciente o come una stupida conclusione che non si è potuto evitare? E se la vita sarà più o meno indefinita, ci sarà ancora qualcuno disposto a offrire la propria vita per gli altri? Le biotecnologie favoriranno un attaccamento alla vita oppure la renderanno insopportabile? Interrogativi non affatto ovvi e tanto meno inattuali; saranno sul tappeto nello sviluppo del pensiero a partire già da domani e provocheranno la fede dei credenti.

La crisi di identità che stiamo vivendo è sotto gli occhi di tutti. Tolto il concetto di persona si allontana quello della sua sacralità e tutto cade nell’arroganza del più forte. Ne deriva la pretesa di imporre il diritto individuale su quello sociale e la conseguente distruzione di modelli sui quali l’occidente è fondato. Imporre l’esistenza del diritto individuale porta a imprimere nella società la volontà degli individui, spezzando in questo modo il concetto stesso di persona come relazione. Contraddizione insanabile, frutto dell’individualismo che regna sovrano, avendo distrutto ogni possibile tensione verso il bene comune.

La prima conseguenza di questo stato di crisi è la solitudine in cui è caduto l’uomo contemporaneo. Privo di una relazione salda che gli consente di comprendere se stesso, è diventato ormai estraneo a se stesso; incapace di collocarsi e di comprendersi, tende a rinchiudersi in se stesso con la conseguente mancanza di amore e donazione gratuita. I rapporti diventano soggetti all’interesse individuale e la violenza dell’uno sull’altro ha la meglio.

In questo contesto è necessario porre anche la crisi del matrimonio e della famiglia. Colto dalla paura di una incapacità stabile alla relazionalità e all’amore, si apre la strada a modelli che contraddicono e distruggono ogni relazione sociale. Il tentativo di minare alla base anche lo stesso concetto di matrimonio monogamico e tra persone di sesso diverso non è che uno degli ultimi bastioni che una cultura in crisi intende abbattere per l’imposizione di un progetto, estraneo al mondo, alla natura e alla stessa cultura che ha il solo intento di eliminare l’uomo.

Sono convinto che solo mediante un recupero forte del concetto di tradizione questo sarà possibile. La tradizione, infatti, è forma di una trasmissione che inserisce in un processo più ampio e che genera conoscenza; a nostro avviso, esprime una risorsa di cui i credenti anzitutto dovrebbero farsi carico. La tradizione per noi non significa soltanto il riferimento a una storia bimillenaria che, nel bene e nel male ci appartiene, indica, piuttosto, la partecipazione diretta a una viva trasmissione della fede che ispira e genera cultura. I cristiani dovrebbero ricuperare, in questo frangente, la memoria perenne dell’evento salvifico di cui sono responsabili nel mondo e, all’interno di questo momento, ripensare il ruolo della loro partecipazione alla missione evangelizzatrice della Chiesa. Ogni azione credente, infatti, anche quella sociale, politica e culturale porta con sé la peculiarità di essere annuncio del vangelo che salva. Il recupero del senso della tradizione e del suo valore per il futuro è una strada da percorrere. Essa non è semplice; richiede, infatti, uno sforzo di originalità e un recupero di spessore speculativo, ma soprattutto un atto con il quale si prende coscienza della sua validità e una decisione di riproporla come carica di senso per il futuro.
La fede compagna di vita

Giungiamo, così, al termine della nostra riflessione considerando la fede che deve essere trasmessa. È ancora papa Benedetto che ci ricordava a Köln: «Chi ha scoperto Cristo deve portare altri verso di lui. Una grande gioia non si può tenere per sé. Bisogna trasmetterla» (Omelia del 21 agosto 2006). Vorrei solo lasciare quasi a commento di queste parole, due testi in proposito che risalgono entrambi a s.Agostino, mediante i quali possiamo cogliere un insegnamento più profondo e attuale per la nostra stessa opera di trasmissione. Non entrerò nelle tecniche o nei particolari di come trasmettere; quanto ho detto all’inizio è lo scenario significativo che consente di cogliere il mio pensiero in proposito e ha già in sé – per chi vuole coglierle – le concrete applicazioni. Ciò che a me preme maggiormente è consegnare strumenti di riflessione perché la vostra intelligenza si provocata e la vostra libertà trovi esplicitazione concreta.

Il primo testo presenta un fatto interessante: l’obbligo di imparare a memoria il credo. A più riprese, il santo vescovo sollecita i catecumeni a imparare a memoria il simbolo, spiegando loro il significato della sua consegna (traditio) e della sua riconsegna (redditio): «Ecco dunque: vi ho proposto questo breve discorso su tutto il simbolo, come vi dovevo. Mentre il simbolo lo udrete tutto di seguito, vi ritroverete tutto quanto è stato brevemente sintetizzato in questo discorso. Le parole del simbolo non dovete assolutamente scriverle per impararle a memoria, ma dovete mettervele in testa solo ascoltando; e neanche scriverle dopo che le avrete imparate, ma dovete conservarle sempre nella memoria e così riportarle alla mente. D’altronde tutto ciò che ora sentirete nel simbolo è contenuto nei testi divini delle Sacre Scritture e tutto vi capita di ascoltarlo, or qua or là, secondo l’opportunità. Ma quel che, raccolto così e redatto in una forma particolare, non è consentito scrivere, richiama alla mente quella promessa di Dio quando, annunciando per mezzo del profeta la nuova alleanza, disse: “Questa è l’alleanza che io concluderò con loro dopo quei giorni, dice il Signore: porrò la mia legge nel loro animo e la scriverò nel loro cuore”. Per realizzare questa cosa, quando si sente il simbolo, lo si deve scrivere non su tavolette o su qualunque altra materia, ma nei cuori. Ed egli che vi ha chiamati al suo regno e alla sua gloria, quando sarete stati rigenerati con la sua grazia, vi concederà che sia scritto nei vostri cuori anche per mezzo dello Spirito Santo, perché possiate amare quello che credete e la fede operi in voi per mezzo della carità, e così possiate piacere al Signore Dio dispensatore di ogni bene non come servi che temono la pena, ma come uomini liberi che amano la giustizia. Ed ecco ora il Simbolo che, già catecumeni, vi è stato istillato per mezzo delle Scritture e dei discorsi della Chiesa, ma che dai fedeli deve essere confessato e professato sotto questa breve formula»[1].

Nell’unico testo che possediamo sulla redditio, il vescovo di Ippona introduce così il suo discorso ai catecumeni nella V domenica di quaresima: «Il simbolo del santo mistero che avete ricevuto tutti insieme e che oggi avete reso uno per uno, sono le parole su cui è costruita con saldezza la fede della madre Chiesa sopra il fondamento stabile che è Cristo Signore. Voi dunque lo avete ricevuto e reso, ma nella mente e nel cuore lo dovete tenere sempre presente, lo dovete ripetere nei vostri letti, ripensarlo nelle piazze e non scordarlo durante i pasti: e anche quando dormite con il corpo, dovete vegliare in esso con il cuore»[2]. Queste ultime espressioni fanno comprendere un ulteriore elemento della prassi primitiva: il credo non veniva recitato in primo luogo durante l’eucaristia, ma nella preghiera quotidiana. Non è un dato importante per noi oggi? Recitare ogni giorno il credo in cui sono stato battezzato; recarmi sulla tomba di Pietro e fare lì la mia rinnovata professione di fede come lui la fede davanti al martirio… allora sì che la domenica risulterà più comprensibile professare insieme a tutta la Chiesa la stessa, unica fede.

Un ultimo tratto emerge dagli scritti di s.Agostino ed è la professione pubblica della fede; nessuno di noi cada nella trappola che siamo uomini privati nei nostri impegni e privati in chiesa la domenica. Il cristiano è sempre, per sua stesa natura, un uomo pubblico e attesta pubblicamente chi è. Nelle Confessioni un brano attira la nostra attenzione in proposito. Agostino racconta delle sue frequentazioni con Simpliciano, durante il periodo milanese, a cui aveva confidato delle sue letture dei filosofi platonici tradotte dal retore Vittorino. Alla gioia di Simpliciano per questa notizia, si aggiunse una confidenza: la conversione del grande retore. «Evocò i suoi ricordi di Vittorino da lui conosciuto intimamente durante il suo soggiorno a Roma. Quanto mi narrò dell’amico non tacerò, poiché offre l’occasione di rendere grande lode alla tua grazia. Quel vecchio possedeva vasta dottrina ed esperienza di tutte le discipline liberali, aveva letto e ponderato un numero straordinario di filosofi, era stato maestro di moltissimi nobili senatori; così meritò e ottenne, per lo splendore del suo altissimo insegnamento, un onore ritenuto insigne dai cittadini di questo mondo: una statua nel Foro romano. Fino a quell’età aveva venerato gli idoli e partecipato ai sacrifici sacrileghi, da cui la nobiltà romana di allora quasi tutta invasata, delirava per la dea del popolino di Pelusio e per mostri divini di ogni genere e per Anubi l’abbaiatore, i quali un giorno contro Nettuno e Venere e Minerva presero le armi. Roma supplicava ora questi dèi dopo averli vinti, e il vecchio Vittorino li aveva difesi per lunghi anni con eloquenza terrificante. Eppure non arrossì di farsi garzone del tuo Cristo e infante alla tua fonte, di sottoporre il collo al giogo dell’umiltà, di chinare la fronte al disonore della croce… A detta di Simpliciano, leggeva la Sacra Scrittura, e tutti i testi cristiani ricercava con la massima diligenza e studiava. Diceva a Simpliciano, non in pubblico, ma in gran segreto e confidenzialmente: “Devi sapere che sono ormai cristiano”. L’altro replicava: “Non lo crederò né ti considererò nel numero dei cristiani finché non ti avrò visto nella chiesa di Cristo”. Egli chiedeva sorridendo: “Sono dunque i muri a fare i cristiani?”. E lo affermava sovente, di essere ormai cristiano, e Simpliciano replicava sempre a quel modo, ed egli sempre ripeteva quel suo motto sui muri della chiesa… Perso il rispetto verso il suo errore, e preso da rossore verso la verità, all’improvviso e di sorpresa, come narrava Simpliciano, disse all’amico: “Andiamo in chiesa, voglio divenire cristiano”. Simpliciano, che non capiva più in sé per la gioia, ve lo accompagnò senz’altro. Là ricevette i primi rudimenti dei sacri misteri; non molto dopo diede anche il suo nome per ottenere la rigenerazione del battesimo, tra lo stupore di Roma e il gaudio della Chiesa. Se i superbi s’irritavano a quella vista, digrignavano i denti e si maceravano, il tuo servo aveva il Signore Dio sua speranza e non volgeva lo sguardo alle vanità e ai fallaci furori… Infine, venne il momento della professione di fede. A Roma chi si accosta alla tua grazia recita da un luogo elevato, al cospetto della massa dei fedeli una formula fissa imparata a memoria. Però i preti, narrava l’amico, proposero a Vittorino di emettere la sua professione in forma privata, licenza che si usava accordare a chi faceva pensare che si sarebbe emozionato per la vergogna. Ma Vittorino amò meglio di professare la sua salvezza al cospetto della santa moltitudine. Da retore non insegnava la salvezza, eppure aveva professato la retorica pubblicamente; dunque tanto meno doveva vergognarsi del tuo gregge mansueto pronunciando la tua parola chi proferiva le sue parole senza vergognarsi delle turbe insane. Così, quando salì a recitare la formula, tutti gli astanti scandirono fragorosamente in segno di approvazione il suo nome, facendo eco gli uni agli altri, secondo che lo conoscevano. Ma chi era là, che non lo conosceva? Risuonò dunque di bocca in bocca nella letizia generale un grido contenuto: “Vittorino, Vittorino”; e come subito gridarono festosi al vederlo, così tosto tacquero sospesi per udirlo. Egli recitò la sua professione della vera fede con sicurezza straordinaria. Tutti avrebbero voluto portarselo via dentro al proprio cuore, e ognuno invero se lo portò via con le mani rapaci dell’amore e del gaudio»[3].

La commozione della narrazione non deve far perdere di vista le importanti notizie che riguardano il nostro tema: «A Roma chi si accosta alla tua grazia recita da un luogo elevato, al cospetto della massa dei fedeli una formula fissa imparata a memoria».
Per concludere
La fede ci mette dinanzi alla visione dell’uomo più impegnativa che possa esistere. Dobbiamo ricordarci di questa nostra pretesa; essa si scontra con tutte le parvenze di libertà che vengono proposte e che, di fatto, limitano la formazione della persona perché ne impediscono il suo vero sviluppo. È per questo che stiamo sotto il fuoco incrociato perché ciò che proponiamo è scomodo, controcorrente e impedisce di ridurre l’uomo a un puro oggetto di mercato e l’amore a un puro fatto transeunte di un fine settimana. Nessuno di noi, tuttavia, potrebbe prendere sul serio la consegna di Cristo se non comprendesse che questa comporta l’essere trascinati con lui in un’offerta di amore che sa consegnarsi a ciò che agli occhi del mondo appare come sconfitta e fallimento. Possiamo esser emarginati, ma questo può essere anche la nostra forza.

Certamente ci saranno molti che comprenderanno che dinanzi all’ideologia della banalità e dell’effimero che sa solo offrire concerti dell’ultima ora o divertimento sfrenato senza più regole, è necessaria un’opposizione profetica, tipica delle sentinelle che siamo chiamati ad essere e che ci rende non solo davvero moderni dinanzi al decadimento attuale, ma lungimiranti nel saper rispondere agli interrogativi che sorgono in tanti coetanei al termine di un lugubre fine settimana (cfr J.Ratzinger, Sale della terra, 271). Saremo veramente «sentinelle del mattino» se avremo in noi il coraggio per la Verità, l’unica che può realmente puntare gli occhi sulla bellezza dell’amore senza rimane folgorata.




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martedì 6 maggio 2008 - ore 02:13


’’PER LORO CONSACRO ME STESSO’’ LA PREGHIERA SACERDOTALE DI GESÙ Gv 17
(categoria: " Vita Quotidiana ")


At 20,17-27; Sal 67; Gv 17,1-11a - Benedetto il Signore, Dio della salvezza

Giovanni 17
1 Così parlò Gesù. Quindi, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. 2 Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. 3 Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. 4 Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. 5 E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse.
6 Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola. 7 Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, 8 perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro; essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. 9 Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi. 10 Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie, e io sono glorificato in loro. 11 Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi.
12 Quand’ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si adempisse la Scrittura. 13 Ma ora io vengo a te e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. 14 Io ho dato a loro la tua parola e il mondo li ha odiati perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.
15 Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. 16 Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 17 Consacrali nella verità. La tua parola è verità. 18 Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo; 19 per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità.
20 Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; 21 perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
22 E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. 23 Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me.
24 Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo.
25 Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi sanno che tu mi hai mandato. 26 E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».




«PER LORO CONSACRO ME STESSO»: LA PREGHIERA SACERDOTALE DI GESÙ (GV 17)
di Cipriani S.
www.paroledivita.it


È veramente con commozione che rileggiamo e meditiamo queste parole, che esprimono una forma di amore quasi «viscerale» di Gesù verso i suoi discepoli, quelli presenti e anche quelli futuri. Siamo davanti a una preghiera che davvero non è esagerato definire «divina» sia per i contenuti, sia per la passione con cui è detta, sia per l’ampiezza di orizzonti ai quali è aperta: che sono poi gli orizzonti di Dio. Più comunemente viene chiamata «preghiera sacerdotale», sia per la sua collocazione all’inizio della storia della passione, sia per quanto affermato da Gesù stesso: «Per loro io consacro me stesso perché siano anch’essi consacrati nella verità» (17,19).
Tale denominazione risale a uno dei padri del luteranesimo, David Citraeus (1751-1800) che a sua volta, si è ispirato a Clemente Alessandrino (PG 74, 505). Anche se non del tutto esatta, la denominazione ne esprime abbastanza bene il contenuto, che è di offerta, di donazione radicale di se stesso a Dio e agli uomini.

Alcune premesse

Un’esegesi analitica non è possibile, data la densità dei concetti e dei problemi che tale preghiera porta con sé: ci limiteremo pertanto alle cose più importanti senza disperderci nei dettagli. Un problema di fondo si pone subito al lettore davanti a questa preghiera così alta e solenne: essa è davvero uscita dalla bocca di Gesù come oggi la possediamo, oppure è stata rielaborata dal talento letterario e teologico eccezionale dell’evangelista, come risulta da tutto il quarto Vangelo? Noi siamo del parere che Gesù sia all’origine di questa preghiera, che tuttavia l’evangelista ha rimodellato secondo i paradigmi del suo Vangelo[1].
Osserviamo poi l’«articolazione» dei concetti che vengono espressi in questa commossa e commovente preghiera di Gesù che, per un verso, si presenta come un’interpretazione di tutta la sua vita passata e, per un altro, come la «profezia» degli eventi tragici che ancora lo attendono e che daranno senso pieno alla sua vicenda storica, consumata in mezzo a noi. Le opinioni al riguardo sono diverse: personalmente preferisco la più semplice che ha anche il merito di fondarsi su indicazioni testuali abbastanza significative.
Tutto il capitolo si può dividere in tre parti, con una conclusione che può come ricapitolarle tutte:

– nella prima parte (vv. 1-8) Gesù prega il Padre per la propria «glorificazione»: «Padre, glorifica il tuo Figlio, perché il tuo Figlio glorifichi te» (v. 1);
– nella seconda parte (vv. 9-19) Gesù prega per i suoi discepoli perché siano preservati dal Maligno che opera nel mondo: «Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo» (v. 16), nel quale pur li manda per offrire a tutti occasione di salvezza;
– nella terza parte (vv. 20-23), che è tutta aperta al futuro, c’è una preghiera anche per coloro che, per l’opera degli apostoli crederanno in lui: «Non prego soltanto per questi, ma anche per coloro che crederanno in me tramite la loro parola» (v. 20);
– segue, infine, una specie di ricapitolazione (vv. 24-26) in cui, con autorevolezza, Gesù chiede al Padre la partecipazione di tutti i suoi discepoli, presenti e futuri, alla sua gloria: «Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria...» (v. 24).

Padre, è giunta l’ora

Rileviamo anzitutto l’atteggiamento «orante» di Gesù, che Giovanni mette in evidenza fin dall’inizio:
Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre...» (17,1).
È il medesimo atteggiamento che l’evangelista aveva descritto nel caso della risurrezione di Lazzaro, quando Gesù aveva compiuto il medesimo gesto per ringraziare Dio a motivo del miracolo:
Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre ti ringrazio che mi hai ascoltato» (11,41).
La prima parte della preghiera, come abbiamo già detto, è un’insistente richiesta a Dio della propria «glorificazione». Ma in che cosa consiste questa «glorificazione» e quale è «l’ora» alla quale allude Gesù all’inizio della preghiera? Rileggiamola:
Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te... Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare (vv. 1.4).
L’ora di cui parla Gesù è l’ora per eccellenza, quella della sua morte per la salvezza degli uomini, come risulta da tutto il quarto Vangelo. Ecco, ad esempio, come Gesù risponde ad Andrea e Filippo, che gli chiedono di rivelarsi anche ai greci:
È venuta l’ora in cui sarà glorificato il figlio dell’uomo... Ora però l’anima mia è turbata e che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora. Ma appunto per questo sono venuto in quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome (12,23.27-28).
Da questo e da altri testi che potremmo ancora citare (7,30; 8,20; 13,1), è evidente che «l’ora» di Gesù è l’ora della sua morte[2]. Ed è proprio in questa donazione radicale di Gesù alla volontà del Padre che sta la «gloria» massima del Padre e del Figlio nello stesso tempo: «Padre, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te» (v. 1).

Io prego per loro

A questo punto incomincia la seconda parte della preghiera sacerdotale, volta a propiziare la benevolenza del Padre verso i suoi apostoli (vv. 9-19), che continueranno la sua missione in mezzo agli uomini:
Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi (17,9).
La prima e la seconda parte della preghiera perciò sono intimamente legate: il successo degli apostoli è lo stesso successo di Cristo, poiché la loro missione è la sua stessa missione, come si dirà al v. 18: «Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo». Pregando pertanto per gli apostoli, Cristo continua a pregare per se stesso e per la sua «gloria» sempre più grande[3].
E che cosa domanda Gesù al Padre per i suoi apostoli? Prima di tutto «l’unità» fra di loro, dopo che egli non sarà più in questo mondo e quando potranno nascere invidie, contese, interpretazioni diverse del suo messaggio di salvezza, perfino scissioni. È quanto si esprime nel seguente versetto:
Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi (17,11).
Il paradigma che si offre per l’unità dei discepoli è la stessa unità del Padre con il Figlio: «Siano una cosa sola come noi». Una meta forse troppo alta per discepoli, spesso in lite tra di loro per sapere «chi fosse il più grande»? Eppure Gesù per questo ha pregato, coinvolgendo anche il Padre: segno che la cosa è difficile, ma pur sempre possibile!
In secondo luogo, Gesù è ben consapevole che nella sua assenza da loro, i discepoli correranno maggiori rischi a motivo dell’ostilità contro il suo vangelo: già lui presente con loro, «il mondo li ha odiati perché non sono del mondo, come io non sono del mondo» (v. 14). E proprio per questo Gesù intensifica la sua preghiera al Padre perché abbiano la forza di resistere al male:
Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo (17,15).
Qui appare la figura sinistra di Satana «il Maligno» (con l’articolo), che insidierà la missione degli apostoli, come ha fatto già con il loro Maestro.

Consacrali nella verità

Ed è proprio per questa situazione di rischio estremo che Gesù presenta al Padre l’ultima pressante richiesta:
Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo; per loro consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità (17,17-19).
Per ben tre volte ricorre in questi due versetti il verbo «consacrare»a (in greco aghiàzein), che nell’uso biblico significa, per un verso, separazione da un certo ambiente profano e, per l’altro, consacrazione o deputazione a una missione sacra. La missione degli apostoli sarà precisamente quella di annunciare la «parola» che salva, che trova nel Cristo che si immola per noi il suo punto culminante:
Per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità (17,19).
È chiaro che Gesù qui tocca il vertice del sublime nella formulazione della preghiera per i suoi discepoli. La preghiera di Gesù è sempre preghiera-azione o, se si vuole, preghiera-vita. Ma appunto per questo egli può reclamare l’eroismo anche dai suoi: dietro il suo esempio e in conseguenza delle energie spirituali che sgorgheranno dal suo sacrificio, egli può porre come ultimo traguardo, per i suoi, la via del martirio[4] .

Non prego solo per questi

Ora l’orizzonte della preghiera di Gesù si allarga: egli afferma di non essere venuto solo per alcuni, ma per tutti gli uomini, di tutti i tempi, che avranno sempre bisogno di essere salvati. Perciò soprattutto per noi, e per coloro che verranno anche dopo di noi egli prega nella terza parte dell’orazione sacerdotale (vv. 20-23), che così inizia:
Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché essi siano una sola cosa (17,20-21).
Gesù esprime in questi versetti la piena consapevolezza della necessità di una «comunità» di fede che dovrà nascere nel suo nome e continuare nella storia. Nello stesso tempo prevede anche la possibilità concreta di future scissioni fra i credenti nel suo nome. È il «tempo» della Chiesa che il Cristo prevede e anticipa, con il rischio di possibili false interpretazioni del suo messaggio, e perciò anche di divisioni fra i credenti. La storia del cristianesimo, purtroppo, sta a documentare queste frequenti e drammatiche lacerazioni! E questo certamente è, in qualche maniera, un «lacerare» Cristo.
Allo scopo di evitare tali future divisioni Gesù propone, ad esempio, il modello del suo rapporto con il Padre:
Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato (17,21).
Certo, il modello è molto alto, saremmo tentati di dire impossibile: «Come tu sei in me e io in te!». Eppure se ciò avvenisse, sarebbe un miracolo tale da indurre tanti altri, addirittura il «mondo» intero, normalmente ostile, a credere in Gesù come «inviato» del Padre.

Perché siano una cosa sola

Il tema dell’unità, che Gesù ha introdotto, è troppo importante per farlo cadere, e perciò viene sviluppato nei due versetti che seguono:
E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me (17,22-23).
Di quale «gloria» qui si tratta? Per conto nostro, stando a tutto il contesto del capitolo, dove l’espressione ricorre frequentemente (vv. 1.4.5.23), dovrebbe trattarsi della «gloria» della filiazione divina del Cristo, che sarà dimostrata anche più convincentemente con gli ultimi fatti della sua vita (morte e risurrezione) e il suo ritorno al Padre. Avendoci Cristo associati alla sua vita di risorto, cioè di totale intimità con sé e con il Padre, è chiaro che i suoi discepoli non possono non vivere fraternamente fra di loro.
C’è da aggiungere che il pensiero dell’unità di fede e di amore dei suoi discepoli quasi ossessiona Gesù. Egli vuole che tale «unità» sia perseguita a tutti i costi:
Che siano perfetti nell’unità (17,23).
Un’unità vaga e superficiale, più di parole che di fatti, non realizza le esigenze dell’infinito amore di Cristo. Se «unità» vera ha da essere, questa deve essere «perfetta», cioè aperta a tutti e che prenda in carico tutti i problemi degli uomini. Se davvero tutti i credenti in Cristo, nel loro credere e nel loro agire, fossero «una cosa sola» (17,21), come Gesù insistentemente supplica il Padre, davvero sarebbe un «segno» grande di richiamo per l’umanità così divisa e conflittuale in cui ci troviamo a vivere quotidianamente.

Padre, io voglio

La preghiera sacerdotale era cominciata con l’invocazione al Padre (v. 1) e termina con la ripetizione di quel nome, evocato di fila per due volte, versetto dopo versetto, quasi a sottolineare l’urgenza della preghiera medesima e a infondere una fiducia «filiale» che essa sarà accolta:
Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io...; Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto... (17,24-25).
Anche se potrebbe sembrare, a prima vista, che qui Gesù ritorni a parlare dei suoi discepoli, credo che di fatto sia ancora presente al suo sguardo il mondo dei credenti in lui: quelli presenti e quelli futuri. A tutti egli promette l’ingresso nella sua «gloria», non a pochi soltanto, anche se quei pochi, che egli ha ora presenti, saranno i primi a entrarvi. Già precedentemente Gesù aveva detto ai suoi apostoli: «Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io» (14,2-3). Adesso la promessa vale per tutti: la loro «unità» di fede e di amore sulla terra, avrà il coronamento della perfetta armonia nella beatitudine celeste «insieme» con Cristo.
Quello che Gesù promette è la partecipazione di tutti i suoi discepoli presenti e futuri, alla sua gloria celeste:
Padre,voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato, poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo (17,24).
Quello che sorprende in questo versetto è la quasi imperiosità della richiesta di Cristo al Padre: «Voglio...». Parlando del Padre, Gesù gli rende onore, lo ringrazia; ora, invece, «che sta per morire e che si tratta di noi, egli adopera parole imperiose. È un’intimazione filiale: io voglio. Egli ha titolo per dirlo, poiché è il Figlio. E consentendo a questa esigenza dell’uomo-Dio, il Padre non farà altro che consentire alla propria tenerezza. È lui infatti che ha amato gli eletti, li ha dati e uniti a suo Figlio, fino al punto che una medesima vita circola nel ceppo e nei tralci; e quindi come smentire se stesso?»[5].
La preghiera si conclude con un ultimo appello al Padre, chiamato «giusto» nel senso biblico del termine, per designare la sua benevolenza verso gli uomini che accettano il suo amore, a differenza del «mondo», incapace di aprirsi a Dio:
Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi sanno che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro (17,25-26).

Ho fatto conoscere loro in tuo nome

Qui Gesù rivendica a sé la funzione di «rivelatore» del Padre, non tanto e solo perché ce lo ha fatto «conoscere», come già si dice al v. 6 : «Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo», ma soprattutto perché ce lo ha rivelato come Dio «amante». E la dimostrazione più grande di questo amore sta proprio nel fatto che ci ha donato il suo stesso Figlio. È quanto leggiamo a conclusione dell’incontro di Gesù con Nicodemo : «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (3,16). E non solo ce lo ha «donato», ma addirittura lo ha «dato» alla morte per la nostra salvezza!
Risulta ora chiaro che siamo di fronte a un doppio amore che è stato donato agli uomini: l’amore di Cristo per noi fino alla morte di croce, ma più ancora l’amore del Padre che per noi ha «donato» il suo unico Figlio, perché in lui ritornassimo anche noi a essere suoi «figli», quantunque sempre indegni di tanta grazia. È sul filo di tali pensieri, che si aprono all’infinito, che si chiude la preghiera sacerdotale di Gesù:
E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro (17,26).
Di questo ultimo versetto voglio sottolineare quel futuro: «E lo farò conoscere», che sta a dire come l’opera di «illuminazione» interiore di Cristo non cesserà mai.
Le ultime parole: «E io in loro» potrebbero anche dare l’impressione di una conclusione maldestra. Si tratta, al contrario, come sottolinea un noto esegeta, di un punto culminante. Divenendo un solo essere con il Figlio, i credenti sono anch’essi «figli».
Così, in modo quasi brusco, termina il colloquio di Gesù con il Padre. È per provocare il lettore ad aprirsi? Il seguito dovrà realizzarsi in lui[6] : cioè in ciascuno di noi che andiamo rimeditando, stupefatti, queste parole, aperte come sono all’infinito.

Settimio Cipriani

[1]«La presentazione di questa preghiera esclude a priori che essa sia la riproduzione letterale di un inno recitato nella sala dove fu celebrata l’ultima cena. Ma non è neppure permesso di considerarla come una preghiera fittizia, composta dall’evangelista o da qualche altro profeta della Chiesa primitiva. Per la sua struttura come per i suoi elementi più fondamentali essa si rifà all’avvenimento storico della cena» (H. van den Bussche, Jean. Commentaire de l’évangile spirituel, Desclée De Brouwer, Bruges 1963, 446).
[2]G. Ferraro, L’«ora» di Cristo nel quarto Vangelo, Herder, Roma 1974. Su questa reciprocità di «gloria» si ritorna ancora successivamente (17,4-5). È evidente che l’ultimo versetto citato allude alla «gloria» celeste, che però viene come frutto e germinazione della «gloria» della croce. Il mistero di salvezza, che il Cristo porta con sé, lui stesso lo ha fatto «conoscere» ai suoi discepoli, che sono come un «dono» fattogli dal Padre: essi hanno accolto il suo messaggio «e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato» (17,8).
[3] Cf. S. Cipriani, La preghiera nel Nuovo Testamento, Milano 1989, 118-119.
[4]Cipriani, La preghiera, 140.
[5] Si tratta di un testo di P. Delatte, riportato da G.M. Behler, Il testamento del Signore, Milano 1965.
[6] X. Léon-Dufour, Lettura dell’evangelo secondo Giovanni, III, Ed. San Paolo, Cinisello B. 1995, 403. A ragione qualcuno ha scritto: «La teologia giovannea si riassume in queste tre parole», cioè «Io in loro» (Y. Simoens, Secondo Giovanni. Una traduzione e un’interpretazione, EDB, Bologna 2000, 644).




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lunedì 5 maggio 2008 - ore 02:18


Gv 16,29-33
(categoria: " Vita Quotidiana ")


At 19,1-8; Sal 67; Gv 16,29-33 - Cantiamo al Signore con voce di gioia

Giovanni 16,29-33

29 Gli dicono i suoi discepoli: «Ecco, adesso parli chiaramente e non fai più uso di similitudini. 30 Ora conosciamo che sai tutto e non hai bisogno che alcuno t’interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio». 31 Rispose loro Gesù: «Adesso credete? 32 Ecco, verrà l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me.
33 Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!».


Commento Giovanni 16,29-33
Eremo San Biagio
Lunedì della VII settimana di Pasqua (02/06/2003)
Vangelo: Gv 16,29-33

Dalla Parola del giorno
Adesso credete? Ecco verrà l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per proprio conto e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me.

Come vivere questa parola?
Siamo alle ultime battute del discorso d’addio di Gesù. Immediatamente prima della grande preghiera sacerdotale, Egli predice la dispersione dei discepoli: «Vi disperderete ciascuno per proprio conto», che traducendo il testo greco può significare: «Ciascuno nella propria dimora» o «ai vostri affari privati».
In effetti davvero ognuno se la svignerà volgendosi indietro, verso quelle sicurezze a cui aveva rinunciato per seguire Gesù: casa e affari.
Perché questo, se pur dicono: «Noi crediamo che sei uscito da Dio»? La prospettiva della croce li spaventa. Ma più ancora essi non hanno fatto il salto di qualità da una comprensione intellettuale dell’insegnamento di Gesù: «Ora sappiamo che sai tutto...per questo crediamo», ad una fede profonda esistenziale, pronta ad affrontare e condividere con Lui la prova della passione proprio in forza di questa sua affermazione: «Abbiate fiducia, io ho vinto il mondo».
Certo, la croce è un misterioso banco di prova e spaventa anche noi, soprattutto perché sul Golgota si respira una fitta solitudine, come dice Gesù stesso: «Mi lascerete solo». Ma la croce è anche il luogo dell’incontro con il Padre: «Io non sono solo, perché il Padre è con me».
Il Padre è con te: se solo potessimo far recapitare all’indirizzo di ogni dolore un tale messaggio, quanta consolazione! Così vissuta, infatti, la solitudine smette d’essere un peso insostenibile e anziché spezzare il filo della comunicazione di sé all’altro riducendosi ad un monologo muto, diventa il luogo dell’incontro con Dio, nel cui dialogo incessante siamo certi di essere ascoltati sempre e amati in ogni caso. Non più dunque isolati, chiusi e persi nelle nostre morti quotidiane, ma solitari con Dio, secondo il detto monastico: "Beata solitudine, sola beatitudine».

Nel mio rientro al cuore, oggi percepirò che il Padre è con me e che la solitudine sofferta della mia croce è il solco dell’Alleanza su cui Dio sparge a piene mani semi d’amore che producono frutti di comunione e di speranza. Pregherò:

Fa’, o Signore, che non mi allontani da te disperdendomi e, tornando poi triste, a capo chino sui miei affari privati, mi chiuda nella dimora delle mie sicurezze fittizie. La solitudine della croce non mi spaventi. In essa mi percepisca amato da te e ami tutti in te.

La voce di una santa del XX° secolo
"Vorrei, Signore, perdermi nel tuo seno come una goccia d’acqua in un immenso mare. Occorre ch’io penetri in questo "luogo spazioso", questo abisso insondabile, questo profondo mistero, per amarti Gesù mio, come ti si ama in cielo, senza che nulla al di fuori di te possa distrarmi"
S.Elisabetta della Trinità
fonte



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