
trilli, xy anni
spritzina di ssociata
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Friday, January 16, 2009 - ore 17:19
Della vita familiare - parte prima
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Nella vita ti spiegano un sacco di cose.
Ti dicono come comportarti in certe situazioni. Ti dicono come rispondere, cosa dire, come dirlo.
Ti dicono di non fare il bagno dopo mangiato.
Ti dicono di smettere di fumare.
Ti dicono di guidare con prudenza, di allacciarti le cinture.
Ti dicono di guardare a destra e a sinistra quando attraversi la strada.
Persino di non accettare caramelle dagli sconosciuti.
Ti avvisano che ci saranno problemi, un giorno o l’altro. Quasi a scusarsi del fatto che non ti preparano, in realtà, mai veramente alla vita.
Ma una cosa non te la dicono mai: come sopravvivere ai pranzi con i parenti.
Come sopravvivere ai baci, agli abbracci, ai regali sbagliati, alle battutine sulla tua vita, alle occhiate storte quando ti rifugi nell’unico angolino sicuro che conosci, l’ironia. Agli sguardi complici quando avvisi che dopo un paio d’ore uscirai perché “devo trovare degli amici”.
Secondo i parenti tu, povera sfigata, non hai amici, forse? No, è che loro vogliono
accasarti. Vogliono
vederti sistemata, vedere che metti la testa a posto. La mia è già nell’unico posto giusto dove può stare: ben attaccata al collo.
I parenti peggiori poi, sono quelli che tirano sempre fuori, ad un certo punto del pranzo, quando il tasso alcolico è ancora decisamente troppo basso per poterlo sopportare, il discorso del tuo “passato”. Un quarto di secolo non giustifica la narrazione dettagliata di un passato ancora con le croste da latte in testa.
Ma loro vanno avanti. Come carri armati. E chi li ferma più? Giudicano tutto, senza rispetto per niente. Non ne hanno per la tua musica, per le tue scelte, per i tuoi amici, per le tue frequentazioni, per i tuoi gusti in fatto di libri, per i tuoi gusti in fatto di vestiti o di film.
Riescono quasi a convincerti che Natasha, figlia del lattaio Bepi e della sarta del paese, parrucchiera a tredici anni, sposata a venti con Mimmo O’Curtu, immigrato da una remotissima regione il cui dialetto prevede solo la vocale “u” e altre poche lettere peraltro indistinguibili, madre a ventuno di Alan e Katiusha, sia in realtà l’incarnazione dell’ambizione sana ed onesta e che tu, disgraziata, che hai malamente tentato di farti una cultura, annaspando nell’oscuro sistema scolastico/universitario del mondo moderno, sei una povera derelitta.
Il trionfo della messa-in-piega e della french-manicure.
Poco importa se tu, quando parli, citi con cognizione di causa scrittori russi di un certo spessore, se parli di filosofia, se hai letto una montagna di libri.
Non conta niente.
E il problema più grande è che hanno ragione.
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