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Sunday, April 16, 2006 - ore 11:40
Carne da cannone
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Il calvario di "Marlboro man"
Bello, aitante, metà John Wayne e metà James Dean: bastò una foto scattata al momento giusto per fare del marine James Blake Miller il simbolo di una guerra fino a quel momento ancora popolare negli Usa. Miller era stato immortalato durante l’assedio di Falluja: il primo piano evidenziava lo sguardo sofferto ma deciso, la faccia annerita dalla polvere e una sigaretta penzolante dalle labbra. Centinaia di giornali statunitensi pubblicarono la fotografia di “Marlboro man” in Iraq: “la migliore foto di guerra degli ultimi anni”, la battezzò il popolare giornalista della Cbs Dan Rather. Ma ora anche il soldato simbolo della guerra in Iraq ora soffre di Ptsd [Alessandro Ursic, PeaceReporter].
Poco più di un anno dopo, Miller è a suo modo ancora un simbolo, ma in negativo. Come altre decine di soldati che hanno combattuto in Iraq, soffre anche lui di Ptsd, il disordine post-traumatico da stress.
Problemi. A 21 anni, Miller non è più un marine. E’ ritornato a casa, nel Kentucky orientale, e l’esercito gli ha concesso il congedo illimitato. Soffre di insonnia, e se riesce a dormire le sue dita si muovono nel sonno, come se dovessero premere un grilletto. E’ vittima di scatti di rabbia che non riesce a controllare. Ha frequenti allucinazioni: giura che una volta vide il cadavere di un iracheno fuori dalla finestra di casa sua. Se sente un rumore simile a uno sparo il suo sguardo corre subito in quella direzione. I fuochi d’artificio lo mandano fuori di testa. Quando era ancora in servizio, la scorsa estate, mise le mani addosso a un suo commilitone, che aveva imitato per scherzo il sibilo di una granata. Lo prese di forza, lo buttò a terra, gli saltò sopra. Ma lui non si ricorda niente. “Fu la goccia che fece traboccare il vaso”, dice.
Dal Kentucky all’Iraq. La storia di Miller è quella tipica di molti soldati statunitensi. Un bianco proveniente da una regione rurale povera, dove il lavoro che paga meglio è quello del minatore. Suo padre, un accanito fumatore, morì di cancrò ai polmoni a soli 40 anni. Il suo papà “adottivo”, il secondo marito della nonna, era un veterano del Vietnam. Beveva, e spesso piangeva ricordando brutti episodi della guerra. Da parte sua, Miller cominciò a fumare a 12 anni e a lavorare a 13, in un lavaggio auto. Di lavoretto in lavoretto, arrivò ai 18 anni con pochi soldi in tasca e vaghe idee sul futuro. L’offerta di entrare nell’esercito era allettante. Gli promisero l’assicurazione sanitaria pagata, una casa, i soldi per il college. E bastavano quattro anni di arruolamento. Lui accettò: era il novembre del 2002. Quattro mesi dopo iniziò la guerra in Iraq. “Prima che me ne rendessi conto, mi avevano già mandato là”, ricorda. Per lo stress, cominciò a fumare sempre di più: passò da due pacchetti a cinque pacchetti e mezzo al giorno. All’inizio le cose non andavano neanche troppo male. Poi, però, a novembre il suo battaglione partecipò all’assedio di Falluja. Era battaglia vera, in prima linea, e Miller ci si trovava in mezzo per la prima volta.
La battaglia. Lui stava sul tetto di un edificio, sotto il fuoco nemico. Dava istruzioni ai carri armati via radio. A un certo punto sentì i passi di qualcuno che saliva sul tetto e si girò per sparare: era un fotografo del Los Angeles Times, e Miller si fermò giusto in tempo. Poco dopo, due carri armati spararono contro l’edificio di fronte. Il boato tramortì Miller e gli perforò un orecchio, da cui ora non sente più. Contento di averla scampata, si prese una pausa e si fumò una sigaretta. Lui non se ne era accorto, ma il fotografo embedded stava continuando a scattare. Il giorno dopo, il suo sergente lo fermò: “Che tu ci creda o no, sei diventato il più famoso marine del Corpo. La tua faccia ha fatto il giro degli Usa!”. I Marines, non volendo perdere il loro soldato-simbolo, pensarono per un momento di allontanarlo da Falluja. Ma alla fine lui restò. Uccise. Vide i suoi amici morire, e cadaveri su cadaveri. “Come può la gente essere cristiana, andare in chiesa, e poi uccidere altre persone in Iraq?”, chiese a sua madre durante una telefonata.
Una vita rovinata. Ora una copia gigante della fotografia che l’ha reso famoso troneggia nell’ufficio di reclutamento della sua città. Ma lui non è più quello di prima: i suoi familiari ricordano un ragazzo sempre allegro e chiacchierone. Ora è lunatico, parla poco, perde la pazienza per un nonnulla. Miller ora sa come si sentono molti veterani, e come si sentiva anche il suo papà adottivo. “Passano fino a 30-40 anni prima che guariscano”, dice. “Non ne parlano con gli altri, diventano aggressivi, cambiano spesso di umore”. Proprio come si è ridotto lui, il Marlboro Man con il Ptsd.
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