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martedì 11 luglio 2006 - ore 15:53
Fare lamore
(categoria: " Amore & Eros ")
Iniziamo con il verbo: fare. Non sentite anche voi, subito, un rumor di betoniera? Fare richiama il costruire, e dunque scavi, sudore, calcestruzzo, fatica, e spostati che passa un caterpillar, passami il martello. Caterpillar? Martello? Ma dico, ma stiamo scherzando?
Non avete visto cosa c’è dopo? Amore. Gli unici tecnologici attrezzi da portare in scena dovrebbero essere arco e freccia di cupido. Dopo, solo violini e corse al rallentatore e tramonti e cene al lume di candela.
Invece no. C’è quell’ingegneristico fare di mezzo, che dietro alla sua pomposa e apparentemente concreta natura, ne nasconde un’altra, esibizionista e palazzinara. Perché fare, leggermente di straforo, significa anche fingere, recitare. Lo dicono anche già i bambini: facciamo che tu sei…
Facciamo che io continuo a essere innamorato di te, per esempio. Facciamo che continuo in questo spazio pantofola, dove ho messo drappi agli specchi per non guardarmi negli occhi e tapparelle alle finestre, per non vedere il cantiere lasciato a metà. Facciamo che accendiamo la televisione. Facciamo che quando cammino lascio i miei occhi in altri occhi, e poi sorrido e ti stringo la mano.
Ma allora che cosa ce ne facciamo di questo verbo inutile? Da qualunque parte lo rigiriamo, sembra di provare a infilare un quadrato in un cerchio, gioco educativo che non impariamo mai a giocare.
Questo verbo non è capace di far da locomotiva alla carrozza fatata che lo segue. Non riesce a trainarla, come i cavalli tramutati in topi. Rischia di rendere zucca questo oscuro desiderio universale.
Forse un verbo ce lo dovremmo inventare.
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