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ONU - XX Assemblea Generale (1965):
"La XX Assemblea Generale dell’ONU (1965) dichiara la legittimità della lotta da parte dei popoli sotto oppressione coloniale, per esercitare il loro diritto all’ autodeterminazione e all’indipendenza.
Inoltre, l’Assemblea invita tutti gli Stati a fornire assistenza morale e materiale ai movimenti di liberazione nazionale nei territori coloniali".

ONU - Risoluzione 1514
"L’Assemblea Generale dichiara che: la soggezione dei popoli a dominio straniero, conquista e asservimento costituisce una negazione dei diritti umani fondamentali, è contraria alla Carta delle Nazioni Unite ed è un impedimento alla promozione della pace e della cooperazione mondiali.
Tutti i popoli hanno diritto all’ autodeterminazione; in virtù di tale diritto essi devono liberamente determinare il loro status politico e liberamente perseguire il loro sviluppo economico, sociale e culturale".

Convenzione di Ginevra, Protocollo Addizionale I (1977):
"La lotta armata può essere usata, come ultima risorsa, come mezzo per esercitare il diritto all’autodeterminazione".

Tribunale penale internazionale
"In base allo Statuto del Tribunale penale internazionale, sono definiti “crimini di guerra”:
(1) attacchi lanciati intenzionalmente contro popolazione civili in quanto tali o contro civili che non prendano direttamente parte alle ostilità;
[...]
(4) attacchi lanciati intenzionalmente nella consapevolezza che gli stessi avranno come conseguenza la perdita di vite umane tra la popolazione civile, e lesioni a civili o danni a proprietà civili ovvero danni diffusi duraturi e gravi all’ambiente naturale che siano manifestamente eccessivi rispetto all’insieme dei concreti e diretti i vantaggi militari previsti".



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Saturday, September 16, 2006 - ore 11:25


TOFANA DI ROZES - mt. 3225
(categoria: " Vita Quotidiana ")


PROLOGO - I ricordi del colonnello Ettore Martini


[…]
Nondimeno, anche mercé questi incessanti acrobatismi bellico-alpinistici, che ci valsero l’ambito nome di “aquile delle Tofane”, potemmo alla fine aggrapparci su quasi tutte le montagne, che costituivano i nostri nuovi obiettivi. Ma, nonostante la nostra ostinata perseveranza e la nostra indomita tenacia, non ci riusciva per l’appunto di strappare ai difensori le tre Tofane. Quelle eccelse cime cioè che, ergendosi imponenti e maestose al di sopra dei 3.200 metri, avevano una particolare importanza tattica e ci procuravano ininterrotti e gravi fastidi.
Già l’intrepido generale Cantore […] incominciava […] a rivolgere il suo sguardo di lince e le sue mire ben risoluto su quelle cime. Ma purtroppo mentre il 20 luglio 1915 esaminava, a brevissima distanza, le posizioni tedesche, cadeva, colpito in fronte presso Forcella Fontana Negra.
Tuttavia i suoi alpini […] lo vendicavano […] Così la sera del 1 agosto veniva carpita tale forcella. […] Nel seguito, giocando d’astuzia e di audacia, occupavano di sorpresa pure le Tofane Seconda (di mezzo) e terza (di fuori). Rimaneva perciò in possesso del nemico la sola Tofana di Roces (prima).
[…] Il presidio della vetta, della cui forza approssimativa venimmo a conoscenza solo dopo averla occupata, era costituito da una quarantina di cacciatori dell’Alpenkorp germanico.
[…] Per l’occupazione della punta della Tofana di Roces occorreva un reparto allenato e pieno di slancio […] il Comando rivolgeva alla fine e con felice intuito, il pensiero alla compagnia volontari alpini di Feltre, che, composta di audaci arrampicatori, rimaneva ancora, sulle immediate retrovie, nell’ansiosa attesa di subire la prima prova del fuoco. […] La sua forza iniziale era di 6 ufficiali e 190 uomini di truppa provenienti da diverse classi sociali, tra cui molti riformati, per deficienza fisica, giovani di 18 anni e anziani di 50. Nonostante ciò, si presentava compatta e omogenea moralmente per l’atavico odio contro lo straniero, per l’ardore invitto e per quell’entusiasmo che avevano saputo trasfondervi gli ufficiali.
[…] L’operazione, già decisa per il 18 seguente, avrebbe dovuto fare, per avere, se non la certezza, quanto meno le maggiori probabilità di riuscita, il massimo assegnamento sulla sorpresa.
[…] Il carico di ciascun uomo di truppa era, per causa di forza maggiore, veramente eccessivo. Consisteva difatti, oltre che dell’armamento, dotazione di cartucce quasi raddoppiata e bombe a mano, dello zaino completo, tre giornate di viveri a secco, tre coperte, quattro sacchi da terra, piccozza e attrezzo leggero, che, per gli zappatori, invece era quello pesante della relativa dotazione.
Alle 5 iniziava l’avanzata […]
Tutti, e specialmente gli esploratori, procedevano cauti, guardinghi e nel massimo silenzio, cercando di evitare, nel limite del possibile, qualunque rumore. Trattenevano perciò, con le mani, con le gambe e persino con i piedi, i massi e le pietre, staccatisi ad ogni passo, per impedire che ruzzolando lungo l’ertissima china richiamassero con il conseguente frastuono l’attenzione del sovrastante nemico.
L’ascesa si presentava, causa il ripidissimo e scabroso terreno, talmente dura e snervante da lasciare in diversi momenti quasi il dubbio che la cima fosse accessibile. Ma i feltrini erano ormai temperati alle più ardue prove e così sereni e risoluti che nulla poteva arrestarli.
Incidevano lungo numerosi tratti, con le piccozze e con gli attrezzi leggeri, gli indispensabili gradini sul ghiaccio e sulla neve gelata.
[…] In tal modo […] giungevano inosservati alle 8, a circa duecento metri dalla tanto sospirata meta.
[…] Parecchi erano i contusi, numerosi i trafelati, molti avevano le mani lacerate e sanguinanti, le calzature guaste e la divisa a brandelli. Tutti però si sentivano maggiormente attratti da una forza arcana e irresistibile, che li spingeva verso l’alto, in una mischia, che ivi ritenevano imminente e inevitabile contro un nemico del quale ignoravano la forza, i mezzi e lo scaglionamento.
Ad essi constava solo che era formato dagli elementi più scelti dell’esercito tedesco, contro i quali necessitava adunque lanciarsi con maggiore impeto e con più ardore, per avere l’assoluta certezza di batterli e di scacciarli di lassù.
[…] Il rimanente tratto, non meno difficile di quello già percorso anche perché le rocce erano ricoperte da un denso strato di ghiaccio, si presentava affatto scoperto alla vista e alle offese avversarie.
Però i volontari, dopo l’indispensabile respiro d’una decina di minuti, lo scvalcavano ugualmente, giungendo alla base del torrione. […] mentre già incominciavano ad addossarvisi al coperto, le vedette tedesche […] emettevano tosto il grido di allarmi. Ma questo lontano dall’intimidire gli assalitori, li incitava invece ad inerpicarsi […] Il piccolo presidio della vetta veniva ormai quasi sorpreso nel momento in cui una parte dei suoi uomini stava giocando tranquillamente e spensieratamente a dadi […] e lasciandosi cogliere da un ingiustificato e inesplicabile timor panico, non si rendeva affatto conto della situazione reale dimostrando di avere in quella circostanza più agili le gambe che saldo il cuore.
Sicché, senza opporre la benché minima resistenza e senza sparare neppure un colpo di fucile, volgeva tosto in fuga precipitosa e sventata, abbandonando sul posto armi, munizioni e molti altri materiali.


Tratto da “GLI ALPINI ALLA CONQUISTA DELLA TOFANA DI ROZES; LA MINA SUL PICCOLO LAGAZUOI; LA CENGIA MARTINI” a cura di Mario Dell’Eva.


6 SETTEMBRE 2006



Il Monte Antelao. Quando vado in Cadore, non c’è giorno in cui il suo profilo non si stagli imponente davanti ai miei occhi. La seconda vetta più alta delle Dolomiti è uno dei miei obiettivi ormai da qualche anno. È in cima alla lista, che aggiorno continuamente man mano che scopro nuovi sentieri.
Quest’anno ho avuto l’opportunità di una giornata di bel tempo sicuro, il fisico abbastanza riposato, e soprattutto ero libero di andare senza vincoli di tempo, da solo. Sarebbe stato perfetto. Sveglia alla mattina presto e via verso la vetta.
Da quando avevo due anni ho sempre vissuto in una città di mare. Per 10 lunghe stagioni ho anche lavorato in spiaggia tra ombrelloni e lettini, e se c’è una cosa che ho imparato è che non importa quanto sei bravo, il mare è sempre più forte di te, e se torni sulla terraferma incolume è solo perché il mare te lo ha permesso.
Credo che lo stesso valga per la montagna, anche le escursioni più semplici possono riservare brutte sorprese se si è imprudenti, e bisogna in primo luogo comprendere i propri limiti.
“Itinerario lungo e difficile, da non sottovalutare”; “Passaggi di II grado”; “Si procede ad attrito su roccia, conviene procedere senza corda”; e ancora “Si procede per un caminetto (corda fissa) fino alla vetta”. Così descrive l’itinerario alla vetta dell’Antelao la mia Guida ai Tremila metri delle Dolomiti, e io non mi sono sentito pronto, non ero molto allenato per farmi 1600 metri di dislivello in quelle condizioni, e soprattutto ero solo. Ci sarebbe voluta la compagnia di una guida alpina.
Così, ho cercato nella lista, e ho trovato una montagna che volevo scalare da tempo: la Tofana di Rozes.

Sveglia alle sei di mattina. È davvero una bella giornata. Il Pelmo davanti alla finestra mi saluta come sempre, tingendosi del rosso dei raggi di sole dell’alba.




Parto in automobile verso il rifugio Dibona, che si trova dopo Cortina verso il Passo Falzarego. La stradina si inerpica tra mille curve fino al rifugio, che si trova a 2.083 metri. In agosto non è accessibile in auto, per fortuna siamo a settembre.

Ore 7.45: l’attacco

Che brutto termine, quello usato dagli alpinisti per indicare il momento in cui si parte per raggiungere la vetta. Se la montagna avesse una coscienza, sarebbe legittimata a “difendersi”, e sarebbero guai per chiunque. Comunque, quella è la Tofana di Rozes, o Tofana Prima, protagonista del breve racconto in premessa. Quello è il versante sud




Gli appassionati di arrampicata sanno che da quella parte c’è una via per la vetta, un IV grado con 800 metri di dislivello.
Ora, il sottoscritto si è cimentato un paio di volte in un quarto grado, ma si è trattato di una ventina di metri di parete in una palestra di roccia, con l’assistenza di persone più esperte. Ero lì quasi per caso, non avevo neppure l’abbigliamento adatto. Questa foto di archivio mi ritrae in una posa non certo plastica mentre sbuffo e ansimo per trovare un cazzo di appiglio per superare quel passaggio. Ci sarò stato 5 minuti buoni in quella posizione, ma alla fine sono riuscito ad arrivare in cima a quella cazzo di parete. Dovrò riprendere a fare qualcosina del genere …




Tornando alla Tofana, la via normale per la vetta è invece dalla parte opposta, a nord. Si piega a destra aggirando la montagna e si sale fino alla Forcella Fontana Negra. Lì c’è un vecchio rifugio degli alpini ormai chiuso, il rifugio Cantore, e un altro rifugio, il Giussani, a 2.580 metri.
Mi metto in cammino e raggiungo quest’ultimo in un’oretta circa. È un sentiero comodo e largo, con una pendenza ragionevole. Sono le 8.50, la T-shirt è madida di sudore specie sulla schiena, dove è a contatto con lo zaino. Decido di fare una sosta un po’ più lunga per asciugarmi: man mano che salirò farà più caldo, e quando il sentiero piegherà sarà esposto al vento freddo da nord. In fondo, sono in anticipo sui tempi, la guida prevedeva 1h e 30’.
Guardo la parte del cammino che mi aspetta, la più difficile




Faccio finta che la montagna abbia davvero una coscienza, e invece di partire “all’attacco” le chiedo mentalmente di consentire a questo alpinista dilettante di raggiungere la sua cima e di non giocarmi brutti scherzi.
Aspetto di incrociare la guida alpina che gestisce il rifugio per chiedere informazioni sul sentiero. Vorrei evitare di sbagliare e di imboccare la strada che conduce ad una ferrata piuttosto impegnativa, e io non sono attrezzato per affrontarla.
Finalmente lo trovo. Lui mi dice di stare attento ai segnali: il pallino rosso è il segnavia per la ferrata, quello blu è la via normale per la vetta. Il sentiero in alcuni punti è segnalato solo da “ometti”, quindi un po’ di attenzione. Il ghiaccio non c’è più, si è squagliato. “È una bella escursione” mi dice, “è divertente, e oggi è una bellissima giornata. Vai tranquillo, puoi andare su anche di corsa”.
Se lo dice lui …

Ore 9.30. Riparto dopo un caffè. Seguo il sentiero con passo regolare, si fa sempre più ripido, e il caldo della giornata comincia a farsi sentire. Una parola inizia a rimbombarmi nella testa: Dilettante.
Ogni tanto mi fermo per controllare il sentiero, che in effetti è piuttosto ripido ma non così pericoloso. I tratti più esposti sono su solida roccia, mentre i tratti su ghiaino, più scivolosi, non sono molto esposti. Comincio a tranquillizzarmi. Dilettante.
Mentre salgo il panorama comincia ad aprirsi davanti a me




Controllo la strada che ho fatto per rinfrancarmi: sono salito parecchio, quella lì sotto è la Forcella Fontana Negra di cui nel prologo.



Davanti a me, ancora svariate centinaia di metri da affrontare, sempre più ripidi, e io ho già il fiatone. Dilettante. L’ultimo pezzo, a occhio e croce circa 200 metri di dislivello, è ripidissimo. Dovrei essere più o meno alla stessa distanza raggiunta dagli alpini alle 8 di mattina (vedere sopra). Faccio due conti: è come salire le scale di un grattacielo di circa 80-90 piani in cui gli scalini siano alti il doppio del normale e più stretti. Questo è quello che vedo davanti ai miei occhi, stando in piedi sul sentiero.



Comunque, non è che devo andare dritto, il percorso si snoda a serpentina. Intanto l’orizzonte si apre sempre di più



Esco dal tratto riparato, e un vento freddo e pungente mi investe da nord. Infilo il K-Way e proseguo.
L’ultimo tratto è davvero faticoso, sono fuori allenamento e devo fermarmi ogni 15 minuti per riprendere fiato. Ripenso alle parole della guida alpina (“vai su di corsa”). Dilettante. Tra infiniti sbuffi e imprecazioni arrivo, alle 11.20 circa, alla vetta.




Ne valeva la pena. L’orizzonte è libero e il mio sguardo spazia a 360°. A est, le altre due Tofane.



A nordovest butto l’occhio sui sentieri che qualche anno fa erano nella “lista: il Piccolo Lagazuoi, il Sasso di Stria, il Col di Lana, il Settsass. Tutti lì, parecchie centinaia di metri sotto di me.



Mi riposo, riprendo fiato per una ventina di minuti seduto sotto la croce a mangiarmi un panino, in compagnia di altri 5 o 6 escursionisti.
Penso che per salire ho impiegato circa 3 ore e mezza, compresa la pausa di mezz’ora al rifugio. La guida considerava 3h e 20’ senza pause. Una parte di me cerca di autoconvincersi che tutto sommato sarò un dilettante ma non sono da buttar via. Mi riaffaccio verso il pendio che ho percorso per salire, e lo guardo con una certa soddisfazione. È il momento di pensare alla discesa.




Al ritorno, il meritato riposo.




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