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ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) ...tutti quelli che scrivono kon TT le abbreviazioni nel testo tipo sms ke nn si capisce 1 accidente di kuello ke vogliono dire...
2) essere tradita dalla persona a cui piu\' tenevi,sentirti usata e poi derisa alle spalle...
3) doversi alzare da sotto il piumone alle 7 di mattina in pieno inverno

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1) Le castagne appena cotte.. un caminetto, una bella boccia di vino rosso e una persona speciale accanto..
2) svegliarsi accanto alla persona che si ama
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’Qualcuno chiese a Picasso: ’A che cosa servono i tuoi quadri?’
Ed egli rispose: ’Perché non vai da un uccellino che canta e gli chiedi ’A che scopo?’. Perché non fai questa domanda al sole o alla luna? Perché ti preoccupi di me? Se una rosa può fiorire senza ragione, perché io non posso dipingere? Mi piace dipingere, e questo è tutto...’.



*





mercoledì 23 luglio 2008 - ore 14:13


Oceano mare
(categoria: " Pensieri ")


Ieri sera, dietro al backstage, un sogno che sembra diventare realtà.
Tutto finito, purtroppo arrivata tardi, ma Mestre e Marghera per me sono sempre state un mistero, orientativamente parlando.
Rimasugli di concerto... bottiglie di vino, bicchieri di birra, pacchetti di Chesterfield. Un tipo affascinante mi chiede l’accendino con uno sguardo inequivocabile. Mi sento immune. Mi sento come un non si può fare. Mi sento anche un po’ triste.
Io che parlo, anche troppo, per colmare spazi, animare silenzi. Ma il problema è che non sopporto chi non lo fa, chi accetta tutto, chi non ha il coraggio dei propri pensieri. Forse dovevo proprio andare a fare lingue, e ora magari sarei a Bangkok.
Polaroid dello scorso secolo. Flash da cui non voglio essere colpita.
Io che non voglio miei scatti, io che non accetto questo mio corpo così slegato dalla mia mente. Avrei voluto tratti austeri, lineamenti spigolosi, occhi neri e capelli scuri. Quel tanto per non scottarmi al sole, per non soffrire di eritema anni e anni, anni buii, sempre all’ombra e sotto l’ombrellone. Per non essere scambiata per una tedesca, che non mi stanno nemmeno così simpatici. E poi mancano di senso dello stile.
Questa notte ho sognato vecchi compagni odiosi delle medie, non capisco perchè siano così ricorrenti. E a proposito di foto, c’era il mare che me le distruggeva tutte. Tutto il mio passato che veniva annullato.


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martedì 22 luglio 2008 - ore 15:10


Funny games
(categoria: " Cinema ")


Un paragone come ’Arancia meccanica’ è difficile da sostenere. E infatti ’Funny games’ con il film di Kubrick ha in comune soltanto la violenza (gratuita) dei due ragazzi candidi in tenuta da golf, e magari lo sprazzo iniziale di musica classica.
’Funny games’ si svolge tutto dentro alla villetta sul lago della famigliola americana, che viene presa in ostaggio da due (apparentemente) ragazzi tranquilli. I cinque personaggi che in una sorta di surreale porzione di tempo spazio-temporale, giocano a chi è la preda e il cacciatore.

Con lo sguardo spesso rivolto allo spettatore, quasi come per essere certo della visione del proprio spettacolo raccapricciante messo in scena, il personaggio di Micheal Pitt agisce con una totale mancanza di coscienza e con una freddezza inconcepibile. Il suo compagno si dimostra fragile e lucido allo stesso tempo, spiazzando i tre malcapitati, colpevoli di nulla.
Perchè è di questo che si tratta: non una vendetta, non un raptus, ma soltanto violenza spacciata per gioco. Indifferente il soggetto.

Film spiazzante nella sua stranezza e nella sua ambiguità: si propone di mettere a disagio lo spettatore abituato alla violenza quotidiana televisiva. Ma senza catarsi né vie di fuga.
Abbastanza piatto e a tratti monotono, potrebbe essere letto sotto varie chiavi di lettura, ma nonostante ciò, ne sono rimasta delusa forse aspettandomi qualcosa di più.






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venerdì 18 luglio 2008 - ore 12:20


E’ lei la ragazza
(categoria: " Pensieri ")


Rivedere Mullholland Drive ancora una volta e capirci come prima. Il cubo blu e la chiave. Il tizio dietro al muro, che quasi non mi ricordavo più... mi si è bloccato il respiro per qualche secondo.
Mi piacerebbe andare a vedere Funny Games.
Ho sognato che stavo in una casa nuova e che c’erano queste scale spaventose per andare su. Scale fatte di metallo, infinite. E mio padre che continuava a urlare perchè non ce la facevo.
Poi mi sono sognata un esame di settembre, di io che arrivavo in ritardo e che era già tutto finito. Paura ben alimentata, dato che il primo anno arrivai all’esame di anatomia il giorno sbagliato, ossia di quelli del quarto anno. E io che pensavo che i due giorni fossero indifferenti.
(Per fortuna che esistono le seconde possibilità).
Mi tornano in mente gli odori di Amsterdam, le patatine fritte con la maionese. (A me fa schifo la maionese). La marijuana dei coffeshops. Il profumo del gelo che si porta dietro le essenze dei germogli rattrappiti di Vondel Park.
E i francesi sconosciuti che ci salutano alle otto di mattina, e che commentano positivamente la mia cera. Ed io ancora con i segni del cuscino in faccia, per dire. Per nulla reattiva. (In quei momenti è meglio lasciar perdere).
L’odore della partenza e del ritorno, l’ansia dell’adrenalina, il dolce spaesamento. E mi viene da dire che in fondo non mi importa un cazzo degli esami e di quella laurea così trasognata, che alla fine è solo un diploma di merda che non varrà da nessuna parte. Mi sento presa in giro. D’altronde come tutti, là dentro.



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giovedì 17 luglio 2008 - ore 18:50


Qui non c’è la toilette
(categoria: " Pensieri ")


Vorrei avere più tempi morti. Ore e ore per metabolizzare tutto, fissare nella memoria. Indagare sui particolari, recepire messaggi.

Pensavo ancora a ieri sera, al concerto, al tossico dietro di me, che parlava di siringhe, eroina e diceva che forse aveva l’aids (intorno si è creato il vuoto). Continuava a far cadere cose dallo zainetto, e si era rovesciato mezza birra sulla camicia pur di raggiungere le prime file.
(La sua era tutta una tecnica).
Il pomeriggio a Ferrara a far scorrere in tempo, incontrando pure il chitarrista degli Interpol, che sfidava ognuno dei gradi centigradi percepiti, con quel completo nero e camicia bianca. Impeccabilmente elegante.

La notte era fredda, ho pensato alla mia età.
Il Gattamelata era anche lì.
C’erano i guardiani in fondo, probabilmente le sedie avevano un padrone.
Ridevamo senza un perchè, o forse ancora per via del gazebo.


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mercoledì 16 luglio 2008 - ore 18:54


Turn on the bright lights
(categoria: " Musica e Canzoni ")


Mi trovo sempre in difficoltà a raccontare un concerto degli Interpol, anche perchè le parole non possono dare la minima idea di quello che si è vissuto.
L’atmosfera, le luci, Paul che canta ’turn on the bright lights’, la chitarra trascinante, conivolgenti e onirici più che mai. Un pezzo di New York che si è materializzato a Ferrara.
Sembrava quasi di vederle, quelle luci.











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lunedì 14 luglio 2008 - ore 21:09


Le tue lacrime in fondo ai miei brividi
(categoria: " Musica e Canzoni ")


Concerto Afterhours: in breve, adrenalina pura.


Some pictures:











E domani a rivedere finalmente gli Interpol



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venerdì 11 luglio 2008 - ore 12:22


All tomorrow parties
(categoria: " Pensieri ")


Io che non mi sarei mai immaginata così. La nostra relazione che si fa seria, e io che non volevo.
Ho capito in ritardo che la nostra vera felicità non sta nella libertà, ma nelle gabbie che noi ci costruiamo. Paradossalmente. Io che non ho mai voluto punti di riferimento, schemi, luoghi in cui far radici e persone che mi dicessero cosa fare. Sento che il tempo sta per terminare, lo sento da sempre.

Le cose di prima non mi divertono più, sento che ho bisogno di una maggiore stabilità. Ora capisco molte cose che prima credevo di poter capire. Capiva solo mia madre, a quanto pare.
Sentivo i miei sogni alimentarsi giorno per giorno, dentro di me, per poi infrangersi tutti. Credo di aver bisogno di un maggior contatto con la realtà, sono stata fuori troppo tempo.
Non mi interessano più le mie pretese.
Vorrei tanto andare via, da qualche parte.






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giovedì 10 luglio 2008 - ore 15:17


In atelier sono rimaste le sue tele
(categoria: " Pensieri ")


In camera oscura a stampare foto. Mancano solo i Velvet Underground in sottofondo, e il fumo di sigaretta. La mano non si impressiona nella carta come si vorrebbe e ne esce una cosa che fa invidia alle solarizzazioni di Man Ray. Giulia mi dice che quella mano rugosa è quella di suo nonno.
Le vaschette con l’acqua e con l’acido. Guardo le foto appese allo specchio. Un divano consumato, un’altra di una silouette in lontananza, e vecchie polaroid dai colori pastello. Dal cassetto riesumo ritratti di Davide. Foto per il suo provino d’attore. Chissà che fine ha fatto ora.

Mi chiedo molte altre cose poi. Dov’è andata a finire la vita di quelle foto, le persone in quelle foto, i luoghi di quelle foto. Bologna che per quell’anno ci ha accolto calorosamente, in quell’appartamento dove era appeso il poster di Hendrix e sulle mensole libri di poesie di Rimbaud e Baudelaire.
I fogli di schizzi a olio buttati là, l’odore dello smog dalla finestra, i vestiti vissuti e un po’ retrò, la decontestualizzazione delle nostre vite e la nostra catarsi in quella camera, in maniera totale.
Il letto dove sono stata male e ho passato tutto il capodanno, ora non c’è più. Il letto di Lisa, poi.
Mi ricordo che non voleva fumassimo in camera. Poi aveva la fissazione che le cadesse la mensola in testa, di notte. Aveva un sacco di paranoie. Aveva delle cose sul suo comodino che osservavo attentamente in quello stato di semi-coscienza, le quali mi facevano immaginare come poteva essere stata casa sua, quella della sua infanzia. Quella vera, insomma.
Mi immaginavo i suoi genitori, che non avevo mai visto, e sua madre poi, che la trascurava in quella maniera, agghindata con una vestaglietta fiorita. Rappresentavo Lisa sola con i suoi libri, in questa stanza buia, con i tappeti persiani.
Una volta mi disse che lei non era mica come me, che mi andavo sempre a divertire, ma preferiva starsene sotto l’albero a leggere un libro.
In verità, provavo una grande pena per lei.


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mercoledì 9 luglio 2008 - ore 14:06


Ask me, ask me, ask me
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Si ritorna a Venezia, questa volta per una laurea altrui. (Chissà quando arriverà la mia) (Ma è davvero così triste?).

Un salto a Mestre, dove non è mai stato così piacevole sedersi ai tavolini e godere della sua decadente bellezza. Tra coffee and cigarettes.

La sera a Marghera, a vedere i Transisters (che piacciono solo a me, a quanto pare) e gli Orange, ossia il gruppo del Nongiovane. Voce a parte, che proprio non trovo particolamente interessante, devo dire che con la chitarra mi ha stupito. Nulla di nuovo e originale, nel mood si percepivano tutte le influenze.
Poi mi si avvicinano due tizi, un ricciolino e una bionda, che a quanto pare, non hanno altro di meglio da fare che inventarsi stupide scommesse(...). Li ho mandati a quel paese. E peggio per loro se gli tocca andare a Jesolo.

Diapositive della serata (sempre effetto ’spannato-psichedelico-vintage’, ovviamente!):
















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domenica 6 luglio 2008 - ore 15:40


Le luci della centrale elettrica
(categoria: " Musica e Canzoni ")


Prendo io la cartina, prendo io. E me la dimentico a casa. Comunque a Padova si arriva, ci si ritrova in zona stazione, dove ci capita di osservare uno sprazzo di vita dei barboni.
Chiediamo indicazioni. Si arriva in ritardo allo Sherwood, e quando mai si rispettano gli orari dei concerti, mi dico. E invece no, quando sono seduta al baracchino delle pizze sento qualcosa, una voce familiare, una canzone che è entrata inconsciamente in testa. Chiedo agli altri se sono solo io a sentire. ’Sì sì, sei solo tu, e poi è la musica dello stand, là in fondo’. Sti cazzi. Avevo sentito giusto. Sapevo che dovevo fidarmi del mio orecchio.

Arrivo sotto al palco, c’è molta gente che applaude sentitamente, non me lo sarei aspettato. Così tanti, così attenti. Lui è solo, con la sua voce e la sua chitarra. In una solitudine quasi irreale. E per ciò che cantava, ti veniva soltanto da andare là a fargli compagnia. Vasco. Le luci. Della centrale a turbo gas.
Sotto le transenne ci sono spazi vuoti, mi incastro lì cercando facce familiari che non trovo. Non mi sembra vero di essere così vicino, a pochi metri, con la sua voce che ti si scaraventa addosso, e quelle parole urlate, amplificate, che suonano come manifesto di tutti noi lì presenti.
Mi chiedo se per caso sono vicino a Violante, cerco di immaginarmi come lei sia, ma non mi riesce bene. Seleziono solo la prima fila, non può essere che là. Scorgo invece Companera, che identifico attraverso flash di immagini impresse in memoria. Per un attimo, scorgo uno spiazzamento generale in lei quando vado a salutarla, d’altronde io non ho nè viso nè corpo, qui su Spritz.
Faccio soltanto a tempo a sentire 4-5 canzoni, che riecheggiano tra le bancherelle, nella tizia che mi chiede del moijto e all’africano che mi vuole spacciare plastica per argento. Mi fermo a guardare cose inutili, pensando ad altro, pensando a ciò che ho visto prima e che non riesco neanch’ora a realizzare. E intanto la pallina dal martello non vuole farsi schiacciare.













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