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domenica 25 novembre 2007 - ore 18:22


10 RAGIONI PER INZIARE A SUONARE E 1000 PER SMETTERE - parte settima
(categoria: " Vita Quotidiana ")


IT’s Live Time!

Inutile negarlo, donne a parte, il sogno di chi comincia a suonare in un gruppo è quello di esibirsi su un palco alto 15 metri, profondo 20, largo 200, in fronte a una marea umana in visibilio. Non serve nemmeno dire che questo non si avvererà MAI e poi MAI per il 99,999999% dei gruppi mondiali con un contratto discografico, figuriamoci per quei poveri disgraziati che cominciano adesso o hanno appena registrato un demo. Suonare dal vivo è croce e delizia dei più, un tasto dolentissimo che comunque va toccato, seppur col tatto richiesto dalla delicatezza dell’argomento. Vediamo alcune situazioni tipo:
• Concerto di fine anno scolastico: Un pezzo a gruppo, settanta partecipanti, 5 ore di tortura per gli avventori, professori e genitori in platea, acustica vergognosa, sound check inesistente, commistione sfacciata dei più disparati generi musicali, accostamenti violenti tra una bella ragazzina che suona il piano da 11 anni con un gruppo formatosi per l’occasione incapace di azzeccare uno stacco. Da evitare.
• Festa di compleanno: un amico o un’amica invitano altri amici col pallino della musica. Loro montano baracca e burattini in giardino o in salotto, suonano alla cazzo mentre nessuno se li incula. A volte il tutto degenera in una jam session deleteria per gli strumenti e soprattutto per la dignità dei partecipanti. Anche questo da evitare.
• Supporto a gruppo affermato: l’immaginazione qui può farvi prendere il volo. Ci penserà poi il greve peso della cruda realtà a spiaccicarvi al suolo.

Scena immaginata: luci da circo, raggi laser che squarciano il buio disegnando fisionomie magnificenti, batteria sopraelevata, acustica perfetta dentro e fuori dal palco, pubblico delirante, orge nel backstage.

Cruda realtà: luci spente o quasi (al massimo 2 faretti bianchi fissi), batteria defilata e amplificata sì e no con tre microfoni, suoni immondi sul palco e imbarazzanti sulla sala, pubblico (quando c’è) totalmente disinteressato e talmente distante dal palco che vi verrà da chiedervi se stiate emanando un tanfo mefitico. Orge nel backstage? La risposta risiede in un’altra domanda: ma quale backstage?

Ovviamente la situazione sopra descritta può migliorare qualora il gruppo supporto abbia pian piano costruito la sua audience, ma non pare cosa facile.
• Serata condivisa con gruppi dello stesso livello: ce ne sono di tutti i tipi, perché sono anche le più diffuse. Si va da quelle da ricordare, dove c’é gente e ci si diverte, a quelle da dimenticare anche a costo di dover ricorrere all’ipnosi e/o alla psicanalisi per la rimozione. Sono infatti suscettibili di prendere corpo dissidi e polemiche su:
- a chi tocca fare l’headliner
- orari di inizio concerto
- orari di chiusura concerto
- ordine sound check
- durata sound check
- durata relativa delle esibizioni
- occupazione del backstage.
Quest’ultima problematica si configura spesso come un vero calvario, soprattutto quando i batteristi percepiscono subito il camerino come “loro territorio”. E così troveremo ovunque pad, rullanti, metronomi, sgabelli e seggiolini, scarpe di ricambio, e i nostri testicoli verranno continuamente molestati dai rulli di riscaldamento. Si possono arrivare a concentrazioni da guinness stipando 5 gruppi (25 persone) in 15 metri quadri. Abominevole.
Ci sarebbero altre situazioni tipo, ma una in particolare merita un attento studio dei meccanismi che ne governano gli scellerati funzionamenti: stiamo parlando dei famigerati “concorsi per band emergenti”. Pare dunque d’obbligo dedicare a questi fenomeni economico-sociali un capitolo a parte.



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sabato 24 novembre 2007 - ore 14:57


10 RAGIONI PER INZIARE A SUONARE E 1000 PER SMETTERE - parte sesta
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Vita di gruppo

Quanto dolorosamente detto nella parte 1, dovrebbe riuscire a far passare la voglia di suonare in un gruppo a chiunque. Ma c’è ben altro che bolle in pentola…
E allora via carissimi amici, in una carrellata di situazioni definibili “critiche” che richiedono elaboratissime routine di “problem solving” e che rischiano di mandare in pappa il cervello dei più. Ancora una volta ci scuserete se tralasceremo alcuni aspetti e situazioni che magari a voi sembrano fondamentali, ma visto che il tempo è quello che è (poco), e che la paga è quella che è (zero), fossimo in voi non è che staremmo proprio a rompere le balle…
Armatevi dunque di camomilla e valeriana: si comincia!

6 - Il Nome Del Gruppo

E’ la risposta che tutti sono chiamati a dover fornire all’angosciante domanda: “Chi siamo?” La scelta è drammatica, e si può imporre in diversi momenti. A volte il nome è la prima cosa che si stabilisce, altre volte passano dei mesi e ancora nessuno sa come cazzo si chiama il gruppo o teme di esternarlo a terzi. Questo perché i nomi molte volte sono altisonanti, mentre il gruppo è ancora (e magari sarà sempre) una ciofeca.
Classico è il caso in cui uno ti fa a testa alta: “Abbiamo messo su un gruppo di roba dura”. Poi, quando gli chiedi qual è il nome della neo nata band, quello abbassa lo sguardo e biascica un nome in inglese (o al massimo in latino) del tipo “Relentless”, “Destroyer”, “Blasting Power” o cagate del genere che tradotte suonano tipo “Implacabili”, “Distruttori”, “Potenza distruttiva”.
Insomma gruppi che te li immagineresti cattivi e nerboruti, con seghe elettriche al posto delle chitarre. Ma sono 4 ragazzetti che suonano nella saletta della chiesa (cfr. sezione Sala prove). Ma tutto questo è inevitabile.
La scelta del monicker1 si trasforma poi in tragedia allorquando si scopre che quel nome (trovato con tanta fatica e diffusosi tra i condomini della zona circostante) esiste già, ed appartiene inequivocabilmente ad un gruppo che suona da anni, se non da decenni. E allora lì le reazioni sono molteplici.
Tra le più diffuse come non citare:
• Approccio stoico: non ci si perde d’animo e rimette in moto il processo di generazione delle idee.
• Approccio molletta ai coglioni: ci si sente defraudati del “proprio” parto dell’ingegno (cazzo, non è giusto…non sapevo mica che esistesse quel gruppo…in fondo è come se lo avessi creato io) e ce se ne lagna per i restanti mesi dell’anno con chiunque capiti a tiro.
• Approccio creativo-distorsivo: machiavellicamente si inseriscono alcune lettere (di solito una ”h” o una “k”) per modificare leggermente il nome originario…e così i “Casa e Chiesa” diventano i “Kasa e Kiesa”, oppure, alla toscana, “Hasa e Hiesa”.
Quanto alle modalità di generazione delle idee, la tecnica più diffusa è quella di un vero e proprio brainstorming: tutti insieme a sfornare nomi a ruota libera. E badate bene che in ogni gruppetto c’è sempre almeno un giullare che propone deliberatamente soltanto soluzioni del menga, palesemente impresentabili (cfr. parte sui batteristi). Ed è un dato di fatto che alla lunga questo urta parecchio i nervi.
Ma anche questo è inevitabile.
La scelta del nome porta con sé altre sciagurate conseguenze che si riverberano nella società: infatti se il gruppo ci crede davvero, ecco che comincerà a sfornare una serie di gadget personalizzati (che per parecchio tempo, almeno finché non cominciano i concerti, nessuno comprerà) la cui gamma va dalla maglietta al cappellino, passando per l’adesivo e la spillina.
E se si decide solo poi di cambiare nome per qualche motivo? Altro terremoto.
Abbiamo detto che “nessuno” le comprerà, ma non è esatto. Supponiamo che i componenti del gruppo siano 5 e che ognuno abbia 2 elementi del nucleo familiare che non avversino la loro attività musicale. Qualcuno di queste 10 persone, verosimilmente, acquisterà l’acquistabile per sostenere i neofiti…ed è così che si spiega perché non è impossibile vedere una vecchietta con la spilla o la maglietta dei “Destroyer” o dei “Blasting Power”.
1Espressione usata per indicare il nome del gruppo musicale.


7 - La Sala Prove

E qui arrivano veramente le note dolenti. L’esigenza di trovare un buco dove molestarsi l’un l’altro i canali auditivi è talmente imprescindibile, che neanche le soluzioni più disperate rimangono intentate.
Certo, i più fortunati hanno una casa in campagna o la trovano in affitto a poco prezzo, oppure hanno il classico zio che ne metterebbe una a disposizione. Altri, un po’ meno fortunati, si devono appoggiare ai locali della propria circoscrizione o (peggio ancora!) a quello della parrocchia. I più dileggiati dalla sorte arrivano a tentare l’impossibile: ci si piazza nel proprio garage e si fa una prova lampo, prima che arrivino i tutori dell’ordine dotati dei manganelli del caso.
Ognuna delle soluzioni sopraccitate ha vantaggi e svantaggi. Analizziamoli con riferimento alle singole fattispecie riportate:
A. Qualcuno del gruppo ha la casa in campagna.
o Vantaggi: Si può suonare liberamente, tanto non si da fastidio a nessuno; di solito non si paga l’affitto ( di solito ).
o Svantaggi: Se il possessore dell’abitato se ne va dal gruppo, allora addio sala prove; se il possessore non coincide con la figura del batterista, ci sono buone probabilità che quest’ultimo tenti un’occupazione lenta e progressiva delle mura, in quanto il suo strumento vi è inesorabilmente collocato dentro 24 ore su 24. (“Non posso mica smontare tutte le volte la batteria! E come faccio a esercitarmi senza batteria a casa? Voi chitarristi parlate bene, ma io devo per forza venire in sala prove, capitemi”).
B. Si trova una casa in campagna da affittare.
o Vantaggi: Vedi sopra, tranne che per l’affitto.
o Svantaggi: L’affitto genera esigenza di liquidità, l’esigenza di liquida genera vere e proprie cordate finanziarie: ecco che per diminuire le quote pro-capite si tenderà a dividere la sala con altri gruppi. Questo a sua volta implicherà bisogno di coordinamento interno, cosa che spesso è quasi impossibile da raggiungere. (“Possiamo scambiare il nostro giorno col vostro che il bassista oggi ha l’emicrania?”;”Voi non pulite mai”; “Eh no, io voglio suonare con la mia batteria, ma a te non te a presto perché sei un macellaio”; “L’ampli per chitarra? Te lo presterei ma è molto delicato…sai, le valvole…).
Inoltre si acuiscono le possibilità che si presenti l’assillante problema dell’occupazione graduale e inesorabile del batterista che si insedia tra le mura e impedisce agli altri di sfruttare la struttura per interessi extramusicali. (“Avrei una fighetta tra le mani…a che ora stacchi?”…. “Eh guarda oggi devo fare tutti i rulli che non ho fatto ieri…se potessi studierei a casa, ma sai, la batteria non è una chitarra…).
C. Lo zio di qualcuno ha una casa in campagna.
o Vantaggi: vedi ipotesi A
o Svantaggi: vedi sempre ipotesi A, ma qui si innesta un altro rischio meno raro di quanto possa sembrare: lo zio è un (ex?) musicista che si tramuta nel supervisore artistico del gruppo. (“Ci vuole un sound più anni ’70…avete presente i Deep o i Led? Si insomma roba verace e con l’anima…perché non fate qualche cover degli Eagles? Ve la porto io qualche cassettina…”).
D. Locali messi a disposizione dal comune o dalla parrocchia.
o Vantaggi: Non si paga, almeno solitamente. Se si è fortunati si potrebbe davvero trovare la manna dal cielo, risultando come unici beneficiari di quell’immobile. Ma chi dà, di solito chiede…(vedi sotto).
o Svantaggi: Il comune e/o il clero prima o poi verranno a riscuotere il proprio esoso tributo. (“Ci sarebbe una festa per gli anziani del quartiere…Vorremmo che suonaste qualche canzone popolare per rallegrarci un po’, magari soltanto un’oretta, così, tanto per far vedere che la stanza viene usata bene e che i frutti derivanti sono appannaggio della comunità intera”).
E. Prove lampo nel proprio garage (altresì dette prove mordi e fuggi o hit and run).
o Vantaggi : Non si paga l’affitto.
o Svantaggi : Ce ne sono una miriade. Tua madre si incazza. Tuo padre si incazza. Il condominio si incazza. La polizia non gliene fregherebbe una ceppa ma visto che tutti si incazzano deve intervenire. Quindi bisogna fare in fretta: un 3 o 4 pezzi e poi si smonta velocissimi, si carica la strumentazione in macchina (per far sparire le evidenze ed evitare deleteri sequestri), ci si ritira nell’entroterra evitando di farsi vivi a casa per un po’.
Last but not the least, non va sottovalutata la rottura di palle derivante dall’impossibilità di lasciare tutto l’armamentario nel garage suddetto. Soluzione estremamente sconsigliata dunque, solo per casi disperati.
Ma non finisce qua. C’è chi trova per miracolo una stanza di 2 metri cubi e pretende di suonarci in cinque. (“Allora raga…la batteria in mezzo, gli ampli per chitarra teneteli a poco che li mettiamo uno sopra l’altro, quello per basso dietro la porta, il cantante fuori dalla stanza che tanto il senso della canzone lo capisce lo stesso”. “Ma cazzarola, così sbattiamo in continuazione!”. “E tu stai leggermente piegato sulle ginocchia quando fai la ritmica, poi magari quando fai l’assolo ti alzi e si abbassa lui…”).
Oppure, soluzione diametralmente opposta, ci si ritrova a suonare in un capannone industriale sconfinato col soffitto di 10 metri dove una scoreggina sembra un temporale per il rimbombo.
Terribile, angosciante, per qualcuno insostenibile. Ma il dato di fatto resta: la sala prove serve . Trovata quella si può andare avanti…



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venerdì 23 novembre 2007 - ore 16:55


10 RAGIONI PER INZIARE A SUONARE E 1000 PER SMETTERE - parte quinta
(categoria: " Vita Quotidiana ")


5 - Le Supercategorie

Ancora una volta un titolo mendace, ingannatore, fuorviante: a qualcuno potrebbe venir in mente che si stia per parlare di individui appartenenti ad una elite dotata di chissà quali superpoteri. Tipo un gruppo di super chitarristi in grado di suonare col pensiero o dei batteristi in grado di non rompere i coglioni al prossimo. E invece se avete letto l’introduzione avrete capito che si tratta di tutt’altro: si parlerà di quegli orientamenti (già definiti “filosofici”) che possono appartenere a chiunque faccia musica.
Anche qui, la cosa migliore è rifarsi ad un approccio tassonomico che non abbia pretese di esaustività.
• Supercategoria 1: L’assenteista
Trattasi di una vera e propria piaga sociale. Si manifesta con assenze sistematiche seguite da scuse palesemente etichettabili come sporche menzogne. “Mi fa male la testa”, “Ho una cena con una mia zia”, “Devo lavorare anche dopo cena” sono tutte frasi altamente sospette. Ma anche le ben più subdole scusanti del tipo “Mi devo alzare presto per accompagnare mia madre all’ospedale” o “Mia nonna è sola le volevo farle compagnia” sono classici campanelli di allarme. Queste ultime deplorevoli bassezze si caratterizzano per l’appoggiarsi a figure più deboli come, appunto, nonne e madri.
L’assenteista presenta spesso la così detta sindrome della “digitazione pigra”. Questo significa che non sarà mai lui a telefonare per sapere se si suona o meno: se non sentirà nessuno allora vorrà dire che non si suona. Frasi di legittima lamentela come “Cazzo ma suoniamo da 20 anni sempre lo stesso giorno!” non varranno nulla a cospetto di un assenteista affetto da digitazione pigra.
I profili solitamente più soggetti all’assenteismo sono i cantanti di tipo A. Quelli di tipo B purtroppo ne sono immuni. Anche i bassisti, che sappiamo essere fisiologicamente stanchi, sono piuttosto inclini a fare sega.
• Supercategoria 2: Il menefreghista
Altra piaga sociale, meno destabilizzante di quella vista in precedenza, ma comunque molesta.
Si manifesta più che con frasi, con atteggiamenti passivi: mutismo in fase compositiva, impatto zero in missioni operative e organizzative (spedizioni, telefonate ai locali, etc…).
Il menefreghista non si capisce perché mai stia ancora suonando in questo cazzo di gruppo. Non gliene frega niente, è palese, eppure continua. Invero, ad un’analisi più attenta, si capisce che il menefreghista è quello che potrebbe avere il massimo in termini di rendimento. Infatti lui si sforza talmente poco, che il rapporto tra quanto ottiene e quanto dà schizza alle stelle. Tipiche figure appartenenti a questa superclasse sono i chitarristi ombra e i bassisti tarocco.
Il menefreghista può essere (e spesso è) anche un assenteista (e viceversa).
• Supercategoria 3: L’organizzatore
Questa è una supercategoria diametralmente opposta a quella appena descritta. Chi vi appartiene pianifica tutto, sempre, anche quando non c’è un cazzo da pianificare. Non è detto che ci riesca, ma prova a razionalizzare tutti i flussi di lavoro. Finisce molte volte col fare del lavoro inutile. E’ spesso un chitarrista di tipo creativo o un batterista. E’ comunque una figura destinata allo struggimento perenne.
• Supercategoria 4: L’eroe romantico
Il suo motto è: “Non lo faccio per soldi”. Lui suonerebbe gratis anche in culo al mondo, l’importante è che la sua musica si diffonda a macchia d’olio. Non guarda mai il portafogli, guarda al mantenimento di quella tensione eroica verso l’infinito. La sua autostima si gonfia a vista d’occhio quando si autopercepisce come “musicista”. La sua ossessione è “riuscire a non finire a fare l’impiegato in banca”, e questo lo porta spesso a gettarsi in tematiche organizzative. E in quel caso la supercategoria 4 si può sovrapporre alla 3.
L’eroe romantico soffre come un cane, si strugge, si logora. E’ spesso un chitarrista creativo, un cantante Tipo A, un batterista.
• Supercategoria 5: Il cavaliere del lavoro
Il suo motto è: “Lo faccio per soldi”. Lui suonerebbe anche in garage tutta la vita, l’importante è che lo paghino. Guarda sempre il portafogli, la tensione eroica lui l’avverte verso la remunerazione crescente. La sua autostima viene dopo il flusso di denaro che gli passa per le mani. E’ evidente a tutti che ha sbagliato lavoro, ma andateglielo a spiegare voi. Non ha visione strategica, “suonare gratis” è per lui un ossimoro. E infatti, il più delle volte, rimane a suonare in garage, ovviamente senza vedere denaro alcuno.
Tutti possono ricadere nella trappola del cavalierato del lavoro, ma difficilmente questo accade a un chitarrista creativo o a un cantante Tipo A. Profili particolarmente inclini sono invece il bassista (forse perché per vincere la sua spossatezza cronica questi ha bisogno di uno stimolo monetario) e il batterista (“Cazzo dopo che monto/smonto/rimonto tutta sta roba manco i soldi per un caffè?”)
• Supercategoria 6: cover man
Chi appartiene a questo supergruppo non ha velleità creative di sorta, vuole solo riproporre pezzi altrui più o meno fedelmente. Tipiche figure appartenenti a questa supercategoria sono i chitarristi ultravirtuosi e i chitarristi smanettoni. Il chitarrista creativo aborra questo approccio mentale, mentre il cantante Tipo A, pur di sentirsi rock star, è disposto a cedere in questa direzione.
Occorre segnalare che, nei casi più estremi, i cover men approdano a forme maniacali di emulazione, arrivando a spendere cifre impensabili per eguagliare la strumentazione dell’originale (in questo caso si passa alla supercategoria degli emuli, appunto).
Infine, per completezza, è bene segnalare che spesso la supercategoria dei Cavalieri del Lavoro si riversa avidamente in quella dei cover men.
• Supercategoria 7: emulo
Attenzione a non confondere l’emulo col cover man. L’emulo può essere consapevole o meno della sua situazione. Nel primo caso egli è un cover man che vuole fare le cose per bene: quindi oltre che dilapidare il suo patrimonio per avere lo stesso suono dell’originale, si deturpa anche nel look per avvicinarsi al modello in questione.
Nel ben più grave caso dell’emulo inconsapevole, il poveretto presenta una vera e propria distorsione mentale che causa grotteschi movimenti creativi: in pratica ogni parto della mente dell’emulo ricorda, chissà perché, qualcosa fatto dall’originale oggetto di emulazione.
Misteri della mente.
• Supercategoria 8: original sound system
Tutto l’opposto dei cover men: anche schifezze abominevoli, “basta che sia roba nostra”.
Tipico, appunto, del chitarrista creativo ma spesso anche dei cantanti Tipo A. Notare che è una categoria che per poter sopravvivere deve giocoforza coincidere, almeno all’inizio, con quella dell’Eroe Romantico. Ovviamente può anche trattarsi di emuli: in quel caso, si presenta il così detto paradosso del “creativo cover man mancato”. In pratica il creativo, sebbene aborri l’approccio mentale dei cover men, si ritrova ad essere un emulo, cioè una degenerazione della categoria dei cover men che egli tanto disprezza.
• Supercategoria 9: Garage People
Questa è la supercategoria che racchiude tutti quegli individui che, per un motivo o per l’altro, rimangono a suonare a casa. Spesso confluiscono in questo supergruppo altre supercategorie: in questi casi si potrebbe quindi parlare di una sorta di super-supercategoria. Infatti all’interno dei Garage People possiamo trovare:
o cover men formati da ultravirtuosi smanettoni che non si presentano in pubblico finché tutto (dal suono all’esecuzione) non sarà perfetto (cioè mai);
o cavalieri del lavoro che non si accontentano di quello che viene loro offerto;
o original sound system che offrono un livello qualitativo troppo scarso anche per suonare gratis;
o assenteisti (nei casi estremi in cui tutta la band sia assenteista convinta si farà sega di massa anche ad un eventuale concerto no?)
o menefreghisti (più o meno come sopra)




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mercoledì 21 novembre 2007 - ore 17:38


10 RAGIONI PER INZIARE A SUONARE E 1000 PER SMETTERE - parte quarta
(categoria: " Vita Quotidiana ")


4 - Il batterista

Volendo proprio parlare di batteristi, la cosa migliore sarebbe passare la palla ad un neuropsichiatria o ad un assistente sociale. Queste figure professionali saprebbero senza dubbio meglio di altri mettere a fuoco il disagio mentale che attanaglia coloro che si danno alla batteria. Chiunque abbia mai avuto a che fare con un batterista sa a quale disagio ci stiamo riferendo. Un disagio che si estrinseca in una serie di comportamenti al limite dell’autismo, della paranoia e a volte persino della schizofrenia. Come capire se il vostro batterista sta impazzendo?
Ecco un test da fare a casa:
Il vostro batterista:
1. Ha la tendenza a diventare padrone/gestore della sala prove? SI NO
2. Sposta la disposizione degli strumenti della sala prove almeno una volta al mese? SI NO
3. Si perde in particolari del tutto superflui quando discutete su come arrangiare un pezzo? SI NO
4. Il suo set di batteria si modifica di mese in mese? SI NO
5. Perde ore ed ore a settare tom, aste, pedali rischiando di mandare a puttane le prove? SI NO
6. Pretende di cambiare un pezzo proprio la sera prima di un concerto? SI NO
7. Tende a proporre soluzioni palesemente inattuabili ? SI NO
8. Tende a proporre soluzioni controtendenti rispetto a quelle dei restanti membri? SI NO
MAGGIORANZA DI RISPOSTE “SI”:

Il vostro batterista non è né uno squilibrato, né un maniaco. È semplicemente un batterista.

MAGGIORANZA DI RISPOSTE “NO” :
Colui che voi chiamate batterista sta mentendo: non è chi dice di essere, non è un vero batterista o comunque smetterà presto. Perché un vero batterista fa tutte le cose summenzionate e fa anche molto di peggio. Non è colpa sua: lo fa a fin di bene, come gli altri vuole la soluzioni migliore. Il fatto è che però vede la musica in battute non in note, immagina e visualizza tutto in modo differente, a volte inintelleggibile a noi comuni mortali. Anche la vita la vede in battute: tutto è scandito dal metronomo della sua testa bacata. E’ come il cane, che vede il mondo con l’olfatto anziché con gli occhi come noi umani. Il batterista è diverso da tutti noi, è tempo di prenderne finalmente atto.
Ma altri sono invece convinti che quella dei batteristi sia effettivamente una forma di pazzia. Tra le possibili cause scatenanti:
• Il batterista è il motore del gruppo: questo fatto produce uno stress che conduce ben presto ad uno stato paranoide accompagnato da manie di grandezza/persecuzione.
• La complessità dello strumento unita alla possibilità di espandere virtualmente all’infinito il proprio set fa degenerare la struttura mentale del batterista irreparabilmente.
• Sbatti che ti risbatti, il batterista rincoglionisce precocemente (tesi più accreditata)
Infine, occorre citare per completezza anche la tesi dei “genetisti”: costoro suggeriscono una soluzione radicalmente diversa e per certi versi sorprendente: non sono i batteristi che diventano pazzi, ma sono i pazzi che diventano batteristi. Quantomeno affascinante.



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domenica 18 novembre 2007 - ore 14:11


10 RAGIONI PER INZIARE A SUONARE E 1000 PER SMETTERE - parte terza
(categoria: " Vita Quotidiana ")


3 - Il bassista

Il bassista è una figura atipica, trasversale, a volte difficile da inquadrare. La trattazione va pertanto impostata da diverse angolazioni. Partiamo da una constatazione fattuale: avete presente quanti bassisti ci sono in proporzione dei chitarristi? Pochi. Risultato: qualcuno in un gruppo, cazzo, dovrà pur suonare il basso. Ed ecco che nasce una delle figure più classiche: il bassista tarocco, altrimenti detto chitarrista trasformista, altrimenti detto “ unchitarristachesiccomenelgruppononc’èunverobasistasicomprailbassoel’amplificatorepermettersiafareluistessoilbassistainmancanzadimeglio”.
Talvolta funziona tutto a dovere, ma spesso la scelta in questione si rivela scellerata. Il bassista tarocco infatti:
• E’ un chitarrista, quindi suona come un chitarrista
• E’ un chitarrista, quindi pensa come un chitarrista
• E’ un chitarrista, quindi aspira a diventare il chitarrista del gruppo. E proprio come il chitarrista di tipo B trama alle spalle di un eventuale cantante di tipo A dalla creatività troppo esuberante, così il bassista tarocco potrebbe desiderare ardentemente (coadiuvandosi all’uopo con macumbe e riti voodoo) il forfait del chitarrista, in modo da sostituirsi ad esso in maniera stabile e definitiva (e per poter finalmente rivendere quel cazzo di basso che pesa un quintale e c’ha le corde troppo grosse per fare le scale veloci).
Ma per altri il bassismo, cioè l’essere bassisti, è un’inclinazione naturale, un vero richiamo della natura. Fateci caso: il bassista è solitamente pacato, (quasi) mai troppo impulsivo, (quasi) mai il giullare della situazione, (quasi) mai esplosivo. Il vero bassista al contrario è: calmo, pacato nei modi, spesso timido, sovente in posizione defilata o quantomeno arretrata quando si sta su un palco. E poi una cosa inspiegabile: il bassista è sempre quello più stanco. Non si capisce perché, ma lui è stanco. Forse è un diretto corollario della sua pacatezza, che degenera agli occhi degli altri in pigrizia o lassezza fisica. Si può dire che così come il chitarrista è il maiale e il cantante è il pavone, il bassista è il ghiro.
Ci sono altre mille sfaccettature che riguardano i bassisti, caratteristiche che possono sovrapporsi generando talvolta effetti disastrosi, soprattutto in sede live. Di tali effetti parleremo poi, per ora come non citare le seguenti categorie:
• Bassista censurato di tipo “audio” : molto diffuso nei generi di musica dura. Praticamente se lui smette di suonare non si accorge nessuno. Non una sua nota viene percepita come tale.
• Bassista censurato di tipo “video” : se scomparisse, nessuno lo noterebbe. Se potesse, ecco che suonerebbe dietro la batteria, lontano dai fari, acquattato nelle zone d’ombra.
• Bassista affetto da aritmia : non va a tempo manco su un 4/4.
• Bassista incastrato : così come il chitarrista ipervirtuoso (vedi capitolo sui chitarristi), nella maggior parte dei casi non ha ancora capito a cosa serve realmente il suo strumento.
• Bassista groovy : è un treno, è capace di tirare avanti la baracca da solo. Anche il batterista più cialtrone, con lui che gli pompa sotto, sembra un drago.
A questo punto, conviene analizzare cosa succede quando i sopraccitati caratteri si sovrappongono nello stesso individuo. Come detto in precedenza, gli effetti possono essere davvero nefasti.
Ad esempio, quando un bassista è groovy ma è un censurato di tipo “video”, la cosa è davvero spiacevole per un eventuale pubblico: pare che il gruppo stia suonando con le basi o peggio ancora in playback. Notare che non può sussistere una situazione in cui il bassista groovy sia un censurato di tipo “audio”, poiché quest’ultima condizione è da imputare all’incapacità del bassista di far uscire un suono decente dalle sue corde, ma se il bassista è groovy allora è anche capace di farsi sentire per definizione.
Chiarito questo, passiamo a commentare il caso in cui il bassista affetto da aritmia sia tipo censurato “audio”: meglio così, se fosse auscultabile sarebbe un vero disastro. Il che ci porta a definire la situazione in cui si concretizza il massimo della sciagura collettiva: bassista affetto da aritmia che associa velleità da virtuoso senza però presentare sintomi di censura “audio”. C’è di che rabbrividire.
Il lettore intelligente ed attento avrà già capito che il miglior connubio si ha allorché un bassista groovy non sia affetto da censura di tipo “video” e presenti una certa propensione al virtuosismo messo comunque al servizio del gusto.



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venerdì 16 novembre 2007 - ore 17:54


10 RAGIONI PER INZIARE A SUONARE E 1000 PER SMETTERE - parte seconda
(categoria: " Vita Quotidiana ")


2 - Il chitarrista

Questo è un profilo particolarmente complesso. Insieme al singer, il chitarrista ricopre spesso la figura del leader, con la differenza sostanziale che lui si fa un mazzo diecimila volte superiore al cantante tipo A.
Un fatto inequivocabile è che il chitarrista sia prima di tutto un gran maiale: ha iniziato a suonare per far colpo sulle donne. Probabilmente ha cominciato strimpellando in spiaggia o in gita, ma il luogo o la circostanza poco importano: lui rimane un porco. E’ anche una delle figure più diffuse: se vuoi mettere su un gruppo scalcinato, trovare uno stronzo per fare due accordi non sarà un problema.
Ovviamente, esistono diversi tipi di chitarristi. Senza alcuna pretesa di esaustività, qui preme ricordarne alcuni in ordine sparso:

A) chitarrista iper-virtuoso:

La tecnica per lui è tutto: è capace di starsene ore ed ore a fare lo stesso esercizio finché non gli riesce alla perfezione. Se l’assolo in cui si produce non ha sedicimila note a battuta, allora non è un vero assolo. Le canzoni facili gli fanno schifo, o comunque lui non le suona. Nei casi limite, la sua tecnica mostruosa ha atrofizzato la sua fantasia.

B) chitarrista creativo

In molti casi è la mente di una band musicale: per indole è portato a scrivere subito pezzi propri, di quelli degli altri se ne sbatte. Può anche essere virtuoso, ma di solito dosa la tecnica con saggezza. A volte invece è un cane, ma sforna comunque idee su idee. Ovviamente spesso (se non sempre) scrive cagate pazzesche, ma comunque scrive. Sovente pretende che i suoi compagni di avventura suonino tutto quello che partorisce, d’altronde lui è "la mente".
"Suona e taci" è il suo motto. Ha tendenze dittatoriali e manie di grandezza. Progetta azioni golpiste ai danni di un eventuale cantante tipo A troppo creativo.
Alterna ciclicamente brio creativo-intellettuale a depressione. Forse più in là deciderà definitivamente per il suicidio.

C) chitarrista ombra

E’ una figura che fa spesso da corollario al chitarrista di tipo B). Fa tutto quello che decide il creativo. Non propone niente. Suona e basta. Forse è un virtuoso, e in quel caso gli va bene tutto a patto che ci si possano infilzare le famose sedicimila note a battuta. Forse fa cagare, e allora suona e tace, come ha sempre desiderato il chitarrista B).

D) chitarrista smanettone maniaco (tweakers)

Ognuna delle tre categorie sopraccitate può appartenere anche alla famigerata famiglia degli smanettoni maniaci (tweakers in inglese). Questa condizione è una sorta di malattia, di maledizione, di sciagura per il chitarrista in questione e per chiunque instauri dinamiche di gruppo con lui.
Il chitarrista maniaco ha una sua fisima: deve avere sempre il meglio, la soluzione tecnologica più avanzata, il suono migliore che esista sulla faccia della terra. Per questo motivo egli peregrina da un negozio all’altro provando chitarre, amplificatori, multieffetti, pedali, pedalini, processori e mille altre cose. Entra in un giro vizioso, dove compra/prova/rivende/permuta aggeggi su aggeggi, senza arrivare mai a quello che cerca. Ma perché, cosa cerca? Non lo sa. Basta chiedergli che suono vuole e lui ti dice gesticolando: "Un suono acquoso, mellifluo, arioso"; oppure "ruvido, granitico, coriaceo". Le prove potrebbero andare a rotoli perché lui non ha trovato il giusto chorus per i puliti o il giusto livello di compressione: inizia a smanettare pomelli, parametri, equalizzazioni per ritrovarsi dopo due ore con un suono di merda. Allora, scoraggiato, il giorno dopo torna in qualche negozio di fiducia e ricomincia daccapo. An che a casa, dà il peggio di sé: ore e ore perse dietro a un multieffetto che costa trilioni di euro con un manuale di 600 pagine in inglese, perso tra mappaggi MIDI e preset vari. La buona notizia è che trattando con i chitarristi appartenenti a questa categoria si possono fare buoni affari: loro percepiscono ronzzii, rumori di fondo, interferenze, ritardi che le persone equilibrate non sentono affatto. Quindi non è raro acquistare ad esempio un amplificatore perfettamente funzionante da un maniaco smanettane (o da un tweaker se siete in Inghilterra, negli USA, o in qualche colonia anglofona) che l’aveva subito etichettato come "difettoso".

E) chitarrista immaginario

Definiscesi “chitarrista immaginario” colui che pur non avendo mai imbracciato una chitarra, si produce convulsamente in ritmiche e assoli. Ovviamente, anche la sua chitarra è immaginaria, è tutto nella sua mente.
E’ facile ravvisare la presenza di questi “chitarristi” in piste da ballo. Segni quasi inequivocabili sono: faccia ispirata, pennata fuori tempo, diteggiature improponibili.



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mercoledì 14 novembre 2007 - ore 15:47


10 RAGIONI PER INZIARE A SUONARE E 1000 PER SMETTERE - parte prima
(categoria: " Vita Quotidiana ")



PREFAZIONE

Cari amici lettori,
già dalla seconda riga è necessaria una correzione di rotta: il titolo affibbiato a questa trattazione è infatti assolutamente decettivo, almeno se lo si prende alla lettera. Scordatevi cioè che vi si stilino veramente un elenco di 10 ragioni per cui vale la pena iniziare a suonare e soprattutto uno di 1000 mille ragioni per smettere. Sarebbe noioso e insulterebbe la vostra intelligenza (questa è sempre un’ottima scusa quando si vuole abbindolare il lettore e imbonirselo).
Vi verranno invece illustrate delle situazioni, tutto qua. Sarete voi a decidere se ricomprenderle mentalmente nelle famose 10 ragioni “pollice alto” o nel mazzo delle 1000 “pollice verso”. Limiteremo insomma la nostra analisi alla mera illustrazione dei fatti mutuando dall’esperienza empirica.
Ecco perché NON si parlerà dei grandi chitarristi o dei batteristi affermati, delle loro supermegaband che vendono milioni di copie, dei super tour mondiali e delle loro inebrianti groupies .
Cosa volete che ne sappiamo noi poveracci di questo mondo? E poi se vi si parlasse di gente tipo Gene Simmons o Vasco Rossi il titolo dovrebbe essere qualcosa tipo

“10 RAGIONI PER INIZIARE A SUONARE E 100.000.000.000.000.000.000 PER CONTINUARE”

Si parlerà invece dei primi passi che le aspiranti rock star fanno nel mondo della musica e delle loro vite in piccole band sconosciute o quasi.
Racconteremo delle mille fatiche che questi disgraziati devono affrontare ad esempio per cercare una sala prove o un nome per il proprio gruppo scalcinato, per evitare travasi di bile, per scovare ogni giorno un motivo valido per continuare a soffrire come cani e per riuscire, cosa forse più importante, a ignorare quella vocina interiore che sempre più alterata sbraita:
“ MA CHI CAZZO CE LO FA FARE?”

PARTE 1 - I PROFILI

Niente musicisti, niente musica. Bisogna quindi partire da qui. Questa che vi presentiamo potrà sembrare un’accozzaglia di stereotipi, e in parte probabilmente lo è. Ma questo fatto servirà a definire degli estremi all’interno dei quali potranno essere poi utilmente rinvenuti una miriade di “sottotipi ibridi”.
Ancora una volta, decidere se il vostro cantante propende più verso “il tipo A” piuttosto che “il tipo B” o se il vostro chitarrista è più uno “smanettone” che un “creativo” (queste categorie verranno spiegate nel corso della trattazione), spetterà a voi e a voi soltanto.
Una premessa metodologica: verranno per forza di cose approfonditi i caratteri di quelle figure maggiormente ricorrenti come il cantane, il chitarrista, il bassista, il tastierista o il batterista, mentre verranno lasciati fuori dalla trattazione altri eventuali attori della scena musicale come i triangolisti solisti, i suonatori di sitar armeno, i virtuosi delle nacchere in ebano, e così via.
In conclusione preme ricordare che nei primi 5 capitoli di questa PARTE 1 parleremo quindi di determinate figure, mentre nel capitolo 6 (intitolato “Le supercategorie”) si tenterà un’analisi di quei caratteri che si presentano a prescindere dell’appartenenza a certi profili.
In altri termini, visto che detto così risulta quasi incomprensibile, parleremo di quegli orientamenti “politico-filosofici” che può assumere un qualsiasi componente di una band.

Profilo 1: Il cantante

Il cantante è anche detto singer, vacalist, frontman. Comunque lo chiamiate, rimane il fatto che egli è un gran paraculato. Nessuno potrà mai negarlo. Ma andiamo con ordine.
Diciamo intanto che il gruppo più fico della terra vale meno di una moneta da cento lire dopo l’entrata dell’euro se ha un cantante sfigato, bravo che sia. Questa semplice ed irrefutabile considerazione ci porta a optare per un approccio dicotomico, che ad alcuni potrà sembrare semplicistico: chiameremo “tipo A” il cantante che risponde ai canoni base per essere definito tale, e “tipo B” lo sfigato. Per una volta, diamo la precedenza alla B.

Il tipo B:

Il tipo B lo si vede subito: non durerà un mese nel gruppo che già lo sbatteranno fuori. Si metta a suonare il tamburello, il piffero, le pentolacce, ma con quella faccia, quella postura, quel tono di voce quando parla...lasci stare il microfono. Se proprio ci tiene a rimanere, sarebbe bene si desse alla tastiera (vedere parte sul tastierista). Il tipo B si presenta di solito a testa bassa alle prove, canta con le mani in tasca, se mai dovesse arrivare a un concerto non guarderà di certo l’eventuale pubblico. Probabilmente non conosce i testi delle canzoni e in quel caso si presenterà sempre col suo inseparabile leggio. Ha gli occhiali e di sicuro l’alitosi. Anche se ha una bella voce è un disastro, proprio non fa per lui.

Il tipo A:

Il tipo A, al contrario, ci sa fare. Magari potrebbe cantare un po’ meglio, ma ci sa fare. Magari canta molto peggio del tipo B che è venuto ieri sera a fare il provino, ma non c’è storia. E’ il tipo A l’uomo giusto. Non sempre bello, ma comunque presentabile, il tipo A ha le idee chiare: vuole fare la rock star. E’ il primo a montarsi la testa, è l’ultimo ad alzare un dito: il tipo A dopo un mese di attività di gruppo non si porta manco il microfono, ci avranno pensato gli altri. Lui è la cuspide della piramide, il sole attorno a cui girano i pianeti, lui è la bandiera del cargo, la faccia del gruppo. Fa una prova sì e tre no, chi se ne frega, faranno una versione strumentale per oggi. A casa non si esercita di certo, si sentirebbe un coglione, e poi troppa tecnica snaturerebbe il suo approccio al canto basato su quel suo “ferale istinto rabbioso".
Ai concerti se la gode: non ha strumentazione, mentre gli altri montano quintali di roba sul palco, lui si da all’alcool e irretisce la barista. Si presenta al pubblico sbronzo, se proprio non ce la fa a cantare intratterrà gli astanti con l’ausilio del suo solo appeal .
Finito il concerto, mentre gli altri sollevano pile e pile di amplificatori, smontano la batteria, districano proibitivi grovigli di cavi, lui si gratta le palle e torna alla carica con la barista. E’ una vera pacchia. Per lui.
Il tipo A, soffre spesso di manie di grandezza: gli altri stronzi tarpano le ali alla sua sconfinata creatività rendendola dozzinale e scontata, quando se potesse decidere tutto lui la musica cambierebbe, in tutti i sensi.



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martedì 30 ottobre 2007 - ore 22:16


Racconto
(categoria: " Vita Quotidiana ")



Mi chiamo tom Horse


Mi chiamo Tom Horse.
E sono morto il 22 Dicembre del 2003.

Vi starete forse chiedendo com’è possibile che voi riusciate a leggere queste righe. Bhè è molto semplice. Per capire è meglio partire dall’inizio. O meglio dalla fine.
Quante volte avete letto su libri, sui fumetti o viene rappresentato al cinema il passaggio dalla vita alla morte. Tanti raccontano che avviene dopo aver attraversato un lungo tunnel verso un punto di luce. Altri raccontano che si rivede la propria vita passata, o per lo meno parti di esse. In altre ambientazioni il protagonista rivede come in un vecchio film in bianco e nero il killer che gli pianta un coltello nel petto. Altri rivivono al rallentatore la pallottola che entra nelle proprie carni e al limite le facce della bella donna di turno china su di lui che gli grida di non morire.
A me è capitato molto diversamente.
Mi sono risvegliato come dopo una nottata passata abbracciato alla tazza del cesso a vomitare le ultimi 6 o 7 bicchieri di grappa primeuve. La testa che mi scoppiava e quel senso di ottovolante che non mi faceva smettere di ondeggiare. Non ho mai avuto bisogno degli occhiali da vista, anche se per il mio vecchio lavoro ogni tanto ne indossavo un paio finti, eppure non riuscivo a mettere a fuoco i contorni delle cose. Non sapevo dov’ero e non capivo perché c’era questa lunga coda davanti a me di gente. Non ero solo. Vedevo altre persone che come me avevano un senso di smarrimento. Volevo parlare. Eppure appena aprivo bocca le parole non mi uscivano. O meglio non sapevo più cosa dire. Proprio io che avevo fatto della mia parlantina una delle mie armi preferite.
Eravamo tutti li in coda e ci muovevamo lentamente. Feci un passo in più e un’enorme edificio alto e maestoso mi si parò davanti a non più di 10 metri. Alzai lo sguardo ma non riuscivo a vederne la fine. Era di un marrone antico, sembrava quasi di legno. Alte guglie gotiche mostravano dei grandissimi finestroni neri triangolari. Un’enorme foro centrale aveva le porte aperte verso l’esterno. E la fila delle persone procedeva lentamente verso il suo interno. Non c’erano rumori di passi, e la strada su cui appoggiavo i piedi non era di un materiale definibile. Mi sembrava di camminare su un sentiero di sassi finissimi ma senza sentire cedere alla pressione della scarpa.
Passando accanto alle porte di ingresso notai delle enormi travi che sarebbero servite a chiuderci dentro, ma a giudicare dallo strato di polvere, ruggine, e del passare del tempo non credo che le avrebbero usate proprio adesso. Una volta che entrai mi ritrovai solo. La gente prima e dopo di me era scomparsa nell’istante esatto che avevo oltrepassato l’ingresso e che al tempo stesso avevo chiuso gli occhi in un normale battito di ciglia. Normalmente sarei entrato in un posto così strano cercando di espandere tutti i miei sensi. Mi sarei preparato a scattare su un lato nel caso avessi avvertito un clic sospetto. Eppure in quella occasione mi sentivo come a casa. Rilassato. La nausea era sparita. Non avevo più quel peso sullo stomaco. E non mi ponevo tante domande.
Mi trovavo in un atrio di un’enorme biblioteca. Gli scaffali alti decina di metri formavano tutte file parallele a perdita d’occhio. Non vedevo la fine ne a destra ne a sinistra nonostante non ci fosse nulla nei corridori che mi bloccasse la vista. Ma proprio lì al centro una piccola scrivania. Mi avvicinai e mi accorsi di un piccolo ometto seduto. Era piccolo e pelato con una testa molto allungata verso l’alto. Quasi che il cervello cercasse di uscire da dietro. Aveva le braccia molto lunghe per quello che credevo essere la sua altezza. Cercai di mettere a fuoco la figura e notai che era curvo su un libro che leggeva avidamente. Sfogliava le pagine ingiallite con quelle sue dita lunghe. Aveva un colore della pelle pallido quasi azzurrino. Appena mi avvicinai mi guardò. Aveva gli occhi come quelli di un gatto. Si alzò e vidi che nonostante avesse il busto di un bambino di non più di 7-8 anni riusciva ad essere alto sui 3 metri. Anche le gambe erano molto lunghe ed esili. Credo che la parte più grossa non dovesse superare la circonferenza del mio avambraccio. Eppure si mosse verso di me come farebbe un gatto su un cornicione. Mettendo un piede davanti all’altro e credo con le braccia stesse cercando di mantenere l’equilibrio. Mi passò accanto senza voltarsi e prosegui. Capii in seguito di aver incontrato uno dei tanti “guardiani”. Ad un tratto sapevo cosa dovevo fare e sapevo esattamente dove mi trovavo.
Mi sedetti alla scrivania. Vidi che c’era tutto il necessario. Il mio libro, la penna d’oca ovviamente e una piccola boccetta di un inchiostro così nero che solo a guardarlo ti dava un senso di vertigine.
Il libro era rilegato con della pelle marrone, come quelli che avevo visto tante volte nelle biblioteche dei frati per le opere di maggior valore. Mi guardai attorno e vidi che i libri sugli scaffali erano tutti uguali. Sembravano tutti appena usciti dalla stamperia tutti belli ordinati uno accanto all’altro.
Sulla copertina e sulla costa con dei caratteri d’oro spiccavano le parole “Tom Horse: 2 Febbraio 1970 – 22 Dicembre 2003”.
Se siete appassionati di tradizioni antiche forse conoscerete la leggenda che narra di un antico monastero in un qualchedove, nel quale antichi frati scrissero nella notte dei tempi tutte le nostre storie. Storie che si intrecciano l’un con l’altra come in un intricato gomitolo di filo che noi chiamiamo destino.
Aprii il libro e tutti i miei ricordi fin dall’infanzia mi tornarono alla mente. La prima volta che vidi mio padre, la mia prima parola, il mio cane, dove avevo nascosto in una buca in giardino il mio tesoro costituito di macchinine della Burago. Via via fino a dove avevo messo quelle dannate chiavi della macchina, della prima persona che avevo ucciso fino al momento dell’impatto della macchina con il muro. Tutto mi sembrava più chiaro. E non aspettavo altro che cominciare a scrivere la mia storia. La leggenda che ho raccontato prima racchiude un piccolo fondo di verità. Esiste una biblioteca in cui ci sono tutte le vite degli uomini trascritte nei libri. Ma a differenza della tradizione i libri non vennero scritti da fratini nella notte dei tempi, ma dalle stesse persone una volta che passano nell’aldilà. O nell’aldiquà visto che sto scrivendo proprio in questo momento. Volevo scrivere queste righe di presentazione del libro della mia vita giusto per essere un pochino originale. Chissà quanti altri avranno fatto questo mio stesso ragionamento a pensarci bene. Non so adesso cosa succederà appena finirò di scrivere i miei primi 33 anni di vita “terrena” e sinceramente non mi interessa. E non mi interessa neanche il motivo che ci spinge a scrivere. Quello che mi chiedo è che se state leggendo queste righe probabilmente siete anche voi nell’aldilà (o aldiquà), e siete anche voi morti e non ve ne rendete conto.

D.



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mercoledì 24 ottobre 2007 - ore 00:43


UTILIZZO DEL METAL!
(categoria: " Vita Quotidiana ")



* Se ascolti metal, sei metallaro.
* Vuoi impressionare gli amici? Prova a fare growl in Chiesa.
* Quando sei metallaro, non devi avere più paura che qualcuno ti pesti, ti basta girare con il tuo amico cattivo!
* L’utilizzo sopracitato è inutilizzabile nel caso si incrocia Jamal e Jezus.
* Se non sei insieme al tuo amico cattivo spera di esserlo tu, altrimenti corri!
* Vuoi diventare astemio all’acqua? Ascolta del Metal
* Sei stanco di vivere? Ascolta Doom Metal
* Se sei dotato per l’oratoria, puoi crearti un esercito da usare contro i truzzi in stile Warhammer!
* Una volta ascoltate dieci canzoni dei Rhapsody di fila ti piace giocare a Magic e ti credi un elfo.
* Fai casino con la chitarra e urli frasi fatte riguardo alla Morte, Scheletri e Sangue. Allora sei Metallaro
* Hai un chitarra che invece delle corde ha dei bastoni di ferro.Si, sei un metallaro.
* Hai i capelli che ti arrivano fino sotto i piedi, rigorosamenti neri e lisci.
* Rubi la batteria di pentole di tua nonne e ti metti a suonarla in un centro di truzzi.
* Se provi un irrefrenabile istinto omicida alla vista di un truzzo e se il primo oggetto che causa dolore che ti capita in mano è una catena sei irrimediabilmente un metallaro
* Se sei ferito e se invece di perdere sangue perdi una miscela altamente infiammabile composta da Birra, Birra, Birra, Birra....e ancora Birra, sei un metallaro.
* Se senti una voce dentro di te che ti sussurra con delicatezza di sradicare un palo della luce e di inserirlo al rovescio nel culo del primo Fashion che incontri, allora sei metallaro.
* Se invece di avere la diretta dell’acqua dentro casa hai la diretta della birra, allora tuo padre e’ un metallaro.
* Se quando andavi a scuola, nel panino che tua madre ti preparava colava una strana sostanza rossa con pezzi di cervello prelevato da un emo (o Fashion, o Truzzo...o checca), allora tua madre e’ una metallara.
* Probabilmente tutti noi siamo figli di James Hetfield...o di Alex Webster.
* Se ti trovi dentro un tram e le altre persone ti guardano con occhio sospetto, non scendere dal tram...invoca ktulu con un rito molto pagano...pensera’ a lui tutto...
* Se quando fai sesso con una donna lei ti dice : " e’ duro come l’acciaio " sei un metallaro molto virile...
* Se ti svegli un mattino e la prima cosa che pensi e’ : " I finley sono frocetti leccati "...stai subendo la prima fase della metallarizzazione.
* Se la fighetta di tua sorella possiede un cd degli appena citati e tu, osservandolo, provi dentro di te uno stimolo di dargli fuoco con un accendino ed il flitt (Prima sterilizzalo, il cd potrebbe contenere sostanze rinfrocianti ), allora stai subendo la seconda fase della metallarizzazione...
* Se, compiuti diciotto anni avrai l’idea di aprire una macelleria che vende carne di (s)truzzo...(E’ una copertura contro il wwf, che reputa il truzzo specie protetta)...allora la trasformazione e’ completata...
* se sul treno, una vecchia ti indica sussurrando parole alla vicina come "quello è il figlio del diavolo!" allora sei un metallaro
* Se le ragazze ricoperte di metallo fino ai capelli t’attizzano...allora sei un metallaro!



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sabato 20 ottobre 2007 - ore 13:09


Italia=Paese di merda!
(categoria: " Vita Quotidiana ")


stiamo tornando al medioevo!

anzichè progredire stiamo andando indietro nel tempo...

si potrebbe stare dadddio e invece siamo veramente in un paese di merda....

Il Governo vara la Internet Tax (articolo di Puntoinformatico)

Roma - Questa minaccia era proprio sfuggita agli occhi di Punto Informatico e, purtroppo, anche a quelli di molti altri. Ma non è sfuggita a Valentino Spataro, curatore di Civile.it, che in un editoriale appena pubblicato avverte tutti del siluro sparato dal Governo contro la rete in pieno agosto e approvato formalmente dal Consiglio dei ministri lo scorso 12 ottobre.

La novità è presto detta: qualsiasi attività web dovrà registrarsi al ROC, ossia al Registro degli operatori di Comunicazione, se il disegno di legge si tradurrà in una norma a tutti gli effetti. Registrazione che porta con sé burocrazia e procedure.

Il testo parte bene, spiega che "La disciplina prevista dalla presente legge in tema di editoria quotidiana, periodica e libraria ha per scopo la tutela e la promozione del principio del pluralismo dell’informazione affermato dall’articolo 21 della Costituzione e inteso come libertà di informare e diritto ad essere informati".
Bene, anche perché esplicita che si parla di editoria e non, ad esempio, di pubblicazioni spurie prive di intenti editoriali, come può esserlo un sito personale. Il problema, come osserva Spataro, è che poi il testo si contraddice quando va a definire cosa è un prodotto editoriale.

Una definizione che chi legge Punto Informatico da almeno qualche anno sa essere già oggi molto spinosa e che, con questo disegno governativo, assume nuovi inquietanti connotati:

"Per prodotto editoriale si intende qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione, di intrattenimento, che sia destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso" (art 2, comma 1).

Chi avesse ancora dei dubbi su cosa sia prodotto editoriale può leggere il comma seguente del medesimo articolo, che stabilisce cosa non è prodotto editoriale:

"Non costituiscono prodotti editoriali quelli destinati alla sola informazione aziendale, sia ad uso interno sia presso il pubblico".

Chi ritenesse che questa definizione non si applichi, per esempio, al proprio blog personale dove pubblica di quando in quando un post, dovrà ricredersi passando al comma successivo dell’articolo 2, il terzo comma, che recita:

La disciplina della presente legge non si applica ai prodotti discografici e audiovisivi.

Il Governo, nel redigere questo disegno di legge, non si è dimenticato, peraltro, dei prodotti editoriali integrativi o collaterali che sono quei prodotti, compresi quelli discografici o audiovisivi, che siano "diffusi unitamente al prodotto editoriale principale".

Rimarrebbe una scappatoia, quella delle pubblicazioni, on e off line, che sono sì di informazione o divulgazione, o formazione o intrattenimento, ma non sono a scopo di lucro. Rimarrebbe se solo il Governo non ci avesse pensato. Ed invece dedica alla cosa l’intero articolo 5:

"Per attività editoriale si intende ogni attività diretta alla realizzazione e distribuzione di prodotti editoriali, nonché alla relativa raccolta pubblicitaria. L’esercizio dell’attività editoriale può essere svolto anche in forma non imprenditoriale per finalità non lucrative".

Un paragrafo che dunque non lascia scampo ai "prodotti" non professionali, lasciando forse, ma è una questione accademica, un micro-spiraglio a chi non ottiene o non cerca pubblicità di sorta sulle proprie pubblicazioni.

Qualcuno potrebbe pensare che il solleone ad agosto abbia giocato brutti scherzi. In realtà all’articolo 7 viene raccontato il motivo del provvedimento. Con espresso riferimento a quanto pubblicato online, si spiega che l’iscrizione al ROC serve "anche ai fini delle norme sulla responsabilità connessa ai reati a mezzo stampa".

Senza contare la montagna di introiti extra che il Registro otterrebbe con questa manovra, ne consegue che la giustificazione che viene addotta a questo abominio nuovo provvedimento sia la necessità di tutelare dalla diffamazione. Come se fino ad oggi chiunque avesse avuto mano libera nel diffamare chiunque altro. Il che non è, tanto che più volte siti non professionali e altre pubblicazioni online, anche del tutto personali come dei blog, e anche senza alcuna finalità di lucro, si sono ritrovati coinvolti in un processo per diffamazione.

"Potessero, - conclude Spataro - chiederebbero la carta d’identità a chiunque parla in pubblico. Su internet il controllo è più facile. E imporre procedure burocratiche per l’apertura di un blog sarà il modo migliore per far finire l’internet Italiana".




per non parlare poi di una notizia che neanche i telegiornali hanno parlato, ma che secondo me è ben sintomo di cosa stà accadendo..

Non riesce a pagare il mutuo, operaio suicida

Non ce l’ha fatta a reggere l’ansia della rata del mutuo da pagare. E si suicidato in uno stanzino della fabbrica dove lavorava. È finita così al storia di un operaio di 43 anni di Pollenza, in provincia di Macerata. Si era comprato un appartamento nella palazzina dove abitano anche i suoceri, viveva lì insieme alla moglie e al figlio di 6 anni. Finora, nonostante lo stipendio risicato e il lavoro precario della moglie, era riuscito a onorare il debito con la banca. Poi, l’imprevisto. A settembre la moglie perde il lavoro, e in casa non si arriva più a fine mese.

L’uomo, schiacciato dalla preoccupazione di non riuscire a pagare la rata, si è impiccato. Lo hanno trovato i colleghi, allarmati dal fatto che non lo vedevano più al suo posto. Lavorava alla Meloni di Tolentino, e ha scelto quel luogo che non gli dava abbastanza per dire addio a una vita a cui il mercato non dava più diritto.




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