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venerdì 14 settembre 2007 - ore 01:09


Il Padova
(categoria: " Pensieri ")


CON I PIEDI PER TERRA
"Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare."

di don Marco Pozza
da Il Padova, venerdì 14 settembre 2007, pag. 6

“Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare. / Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori / lascian gli stazzi e vanno verso il mare” (G. D’Annunzio, Alcyone).
Camminare: voce del verbo crescere. Il verbo della Scrittura Sacra. Verbo di pastori e mercanti, di seduttrici e prostitute, di soldati e di spose. Si cammina con le parole. Con i gesti. Con il pensiero. Si cammina e camminando s’apre il cammino. E quando il sentiero si apre, lo assicura Zucchero, respiri l’odore dei granai, gli occhi si chiariscono e fioriscono i nevai. Camminando sembri più grande perché nuove distanze ti riavvicinano. Al cielo. Alla terra. A te stesso! Camminare è sentire musica che danza nei piedi. Ricordi che sgambettano nel cuore.
Imparare a camminare per imparare a danzare.
Imparare a danzare per imparare a parlare con Dio.
Parlare con Dio per imparare a camminare. E la storia riparte da zero.
Perché l’uomo, senza Dio, è nulla. O meglio, un pugno di polvere. Che sogna di imparare a camminare.


Anche il prete cammina a settembre. Una comunità lo saluta, un’altra lo accoglie. Passi faticosi perché urtano contro un cuore che s’affeziona, che senti piangere, che ti rammenta la tua umanità. Cammino anch’io in questi giorni. Da Sacra Famiglia a Roma: il mio secondo viaggio per conto di Dio.
1000 giorni è durata la mia prima tappa. Sembrano un’eternità. O forse sono stati troppo pochi. Di certo agli occhi di Dio sono come un turno di veglia nella notte. 1000 giorni in cui ho visto i germogli della primavera, i sapori dell’estate, i colori dell’autunno, i venti dell’inverno. Nella natura. Ma anche nel cuore. Giorni di fatica e di bellezza, di simpatia e d’incomprensione. Di sole, di cuore e d’amore.
I miei primi mille giorni di prete!
Arrivato con un pugno di cose: quelle essenziali! La mia Bibbia, 24 anni di storia, un carattere caparbio, esigentissimo e appassionato. Ri-parto con un pugno di cose. Quelle essenziali: la mia Bibbia, 27 anni di storia, un carattere caparbio, esigentissimo e appassionato.
Ai miei ragazzi ho chiesto un regalo: che mettano nelle mani di Dio la storia di questo debole uomo che nutre un sogno gigante: diventare santo! Loro pregano per me, io prego per loro! Che brividi, nell’eternità, quando magari scopriremo che un gruppo di amici festeggia una vittoria sudata: la santità!
Una vittoria partita ai piedi di un Crocifisso di città!


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martedì 11 settembre 2007 - ore 20:06


Messa di ringraziamento a Sacra Famiglia
(categoria: " Riflessioni ")


ULTIMA MESSA A SACRA FAMIGLIA
"Mise il suo cuore dentro le scarpe e corse più veloce del vento"

di don Marco Pozza

(monizione iniziale)
1000 giorni. Sembrano un’eternità. O forse sono stati troppo pochi. Di certo agli occhi di Dio sono come un turno di veglia nella notte. 1000 giorni in cui ho visto i germogli della primavera, i sapori dell’estate, i colori dell’autunno, i venti dell’inverno. Nella natura. Ma anche nel cuore. Giorni di fatica e di bellezza, di simpatia e d’incomprensione, d’affetto e d’inimicizia. Giorni di sole, di cuore e d’amore.
Mille giorni! I miei primi mille giorni di prete!
Sono arrivato con un pugno di cose: quelle essenziali! La mia Bibbia, 24 anni di storia, un carattere caparbio, esigentissimo e appassionato. Ri-parto con un pugno di cose. Quelle essenziali: la mia Bibbia, 27 anni di storia, un carattere caparbio, esigentissimo e appassionato.
Carissimi ragazzi, mi rivolgo a voi che siete stati la mia piccola famiglia: pregate per me. Mettete nelle mani di Dio la storia di questo debole uomo che nutre un sogno gigantesco: diventare santo!
Mi metto nelle vostre mani perché io sono testimone di cosa è stato capace di comporre Dio quando voi vi siete messi in ginocchio. Pregate per me, io pregherò per voi. Immaginate l’emozione, nell’eternità, quando magari scopriremo che un gruppo di amici festeggia una vittoria sudata: la santità!
Una santità esigente: perchè ora c’invita a chiedere perdono a di tutte le nostre mancanze. Nei confronti di Dio, degli altri, di noi stessi.



Allacciarsi i sandali e ri-partire! Hanno camminato i miei antenati, i miei nonni, i miei padri. E’ un’arte che fin da bambino ho appreso dalla mia gente di montagna: gente dalla scorza dura, dal cuore generoso, dall’intelligenza vivace. Camminare! Nella Scrittura Sacra è un ordine, una promessa, un comando dettato da legge divina. Camminare per avanzare. Camminare per scendere dentro. Camminare per innalzarsi.
Camminare: direzione obbligatoria per non inciampare nella palude della mediocrità, per non vivere di amarcord, per annusare profumi di sentieri inesplorati.
Anch’io ho camminato. Son partito dal cuore di Dio, ho attraversato l’amore di una mamma e di un papà, ho fiutato il gusto di tentare strade tutte mie, ho coronato un sogno pazzesco: diventare Sacerdote di Cristo! Ho camminato, perché camminare per me è un’esigenza: nel fisico e nel cuore. Ho camminato, poi quando ho capito che il mio Allenatore sembrava contento, ho messo il cuore dentro le scarpe e ho corso più veloce del vento. Camminare e correre…per vincere la paura di giocarmi una vita da capitano. Scoperta la mia preziosità per Dio…mi son lanciato.



Da Calvene. Millenni di storia e di fatica, scorci di tradimenti e di santità, fascino di sentieri tracciati da guerre clandestine e da amori nascosti. E’ la mia terra. Rimarrà la mia terra. E’ la religione dei miei nonni, non la tradirei mai perché ho sperimentato che “le sorgenti mantengono sempre la parola” (E. Burke). All’ombra di quei cipressi un giorno riposeranno le mie spoglie mortali. Perché l’ideale dell’ostrica è per me legge di fedeltà! Da Calvene a Sacra Famiglia: il mio primo viaggio per conto di Dio. Non potevo deviare strada perché il credente sa che Dio non prevede addestramenti: esige lo sbaraglio! Una chiesa di città, una comunità di persone, un Cristo ad attendermi. Son sbarcato su un pianeta nuovo, su una città che non ho mai amato nemmeno da bambino ma che ho imparato ad abitare perché permeata anch’essa dalla presenza di Dio. Arrivato con un pugno di cose: quelle essenziali! La mia Bibbia, 24 anni di storia, un carattere caparbio, esigentissimo e appassionato.
Mandato a Sacra Famiglia con un comandamento chiaro, conseguenza inaudita del mio sacerdozio: parlare di Dio! Per me la cosa più appassionante: entrare in punta di piedi nella Scrittura Sacra mi fa provare le vertigini, mi fa rabbrividire, mi regala la pelle d’oca, mi fa sentire un nano sulla spalla di giganti. Abramo, Mosè, Aronne, Saul, Ismaele… nomi diventati familiari nella mia storia. E poi loro, le splendide donne i cui lineamenti peccaminosi e seducenti la Scrittura conserva gelosa tra le sue pieghe. Ma su tutte Lei, l’incomprensibile bellezza uscita da Nazareth, il volto di Colei che mi fa impazzire, che mi seduce, che m’intriga. Perché Lei è Lei. Perché per me Lei non è Maria di Nazareth. Lei è la Bellezza!
Lei ha fatto cose spaventose! Ha aperto bocca e il mondo s’è aggrappato al suo coraggio! Ho conosciuto molti che non pregano suo Figlio e sono innamorati di Lei, a Lei fanno di nascosto propositi grotteschi e disperati. Ho intravisto sul collo di prostitute e di furfanti la medaglia con la sua immagine, sulla pelle di bestemmiatori da trivio tatuata la sua figura a mani giunte. Ho udito milioni di volte il suo nome sulla bocca di tutti gli uomini e di tutte le donne che conosco: per ira, per stizza, per sorpresa, per una buona o cattiva notizia, per uno che cadeva e poteva essersi fatto male, per una morte o per un nonnulla. Sempre e solo il suo nome, Maria!



In braccio a questa donna bellissima, mi sono imbattuto in una comunità di ragazzi e di ragazze: è stato il mio piccolo gregge, croce e delizia di ogni mio pensiero. Con loro ho condiviso la bellezza d’essere giovane, l’entusiasmo della spensieratezza, la voglia di rovesciare il mondo, il gusto dell’avventura. Insieme abbiamo ascoltato i passi di Dio, li abbiamo interpretati, ne abbiamo raccolto – come i mangiatori d’olive – il nocciòlo nascosto in loro. Stefano e Francesca, i miei angeli, mi hanno vestito di luce, Flavia e Carolina mi hanno mostrato il confine delle parole, Laura e Margherita mi hanno svelato la geografia dell’affetto disinteressato e appassionato: due sorelline oneste, trasparenti e affettuose. A questi ragazzi ho parlato di Dio. Perché le loro storie mi hanno parlato di Dio. Perché Dio ci ha raccolti per parlarci di Lui.



Ho camminato in una comunità di adulti che ha sopportato il mio modo d’essere prete, che mi ha criticato, forse anche apprezzato, che in momenti faticosi mi ha lasciato tremendamente solo e mi ha fatto vivere l’esperienza del deserto. Che non ha voluto intuire che “scorrette sono solo le parole inutili e false” – come scrisse don Milani per difendersi da chi lo accusava di far uso di parolacce -. Ma son certo che Dio, accarezzando il mio cuore, saprà tradurmi questi passaggi arditi in musica per l’anima. Sopportato perché convinto d’essere al capolinea: il cristianesimo dell’abitudine sta crepando e sta nascendo il cristianesimo dell’innamoramento. Sposo le parole di un allenatore di calcio, uno dei pezzi da novanta del calcio italiano di provincia: “Non voglio insegnare la vita a nessuno e non pretendo di cambiare il mondo, ma di sicuro un certo mondo non cambierà me”(F. Guidolin).
Per contrasto mi sono innamorato di volti adulti che, invece, mi hanno sostenuto, che hanno condiviso con me un sogno, che mi hanno regalato tempo, disponibilità e manovalanza. Tanta manovalanza. Dietro certi occhi lucidi, dietro tante mani sporche, i lineamenti nascosti di un Dio eccezionale nel mantenere la sua promessa di fedeltà: i loro nomi (ben definiti) li custodirò come sigillo di un’amicizia senza tempo. Volti che mi hanno sempre voluto semplicemente bene.
E io non mi fermerò perché so che “Cristo è risorto!”: mettiamocelo in testa! E se Cristo è risorto, la messa è resurrezione! Musica e danze, colori e suoni, lacrime e urla, commozione e dolore. La messa deve essere vita. Deve dirti brutalmente e senza contraccettivi la nuda verità della vita e della morte, l’eros e la violenza, l’incanto e il sapore di cenere, l’altezza cui possono arrivare gli uomini salendo al di sopra di se stessi fino a scorgere un Dio che li trascende, li sorregge o li annienta. E la bassezza cui quegli stessi uomini possono giungere. La messa: sublimità eccelsa del mio sacerdozio!



Ho incontrato un prete-papà tutto speciale: Don Attilio Mazzola. Mai pentito d’aver consegnato a quest’uomo (che per me è stato un padre autorevole e non autoritario) la mia storia di bambino, i miei sogni di prete, la mia voglia di tentare il nuovo, la mia passione per l’uomo, la mia voglia pazza e sconsiderata di rischiare. Nelle centinaia di telefonate, nei molti incontri, nelle sue visite ai miei ragazzi non ho mai sentito puzza di gelosia, malizia nelle battute. Le orecchie me le ha tirate tante volte ma la mia storia di prete l’ha accarezzata di più. I no che mi ha detto son stati tanti ma le vittorie che abbiamo condiviso son state molte di più. Mi ha sempre chiesto diplomazia: non son riuscito a ripagarlo. Eppure m’ha dimostrato che il tentativo è apprezzabile più del risultato. Lo stesso potrei dire di don Sandro Panizzolo, il Rettore che mi ha formato – forgiato - rinforzato. E dietro di loro, il volto di un Vescovo, il mio Vescovo, che dovrò sempre ringraziare per la vicinanza, l’affetto e la simpatia riservatami. Non ho mai nutrito l’esigenza di “sparare” contro la mia chiesa o i suoi rappresentanti: non lo farò mai perché essa rimane pur sempre un sentiero tracciato per contemplare il volto splendido di quel Dio che sin da bambino m’ha conquistato il cuore.



Continuerò a camminare, come ho sempre fatto. Montando sulle ali di un carattere spettacolare e micidiale, appassionato e irruento, affettuoso e scontroso, incapace di scendere a compromessi. Un carattere che mi ha procurato, mi procura e mi procurerà incomprensioni, dis-affezioni, nervosismo. Un carattere il cui prezzo volentieri pago perché fonte di una grinta spaventosa e incandescente. E’ il carattere che Dio ha stretto attorno alla mia povera storia di uomo.
Per camminare: comandamento sceso direttamente dalle pagine del Primo Testamento. E come fai a non camminare se a chiedertelo è un Dio così immensamente tenero e delicato? Camminerò sempre. Di più. Lascerò ancora il cuore dentro alle scarpe e correrò. Correrò finchè i muscoli me lo permetteranno, risalirò la corrente, incontrerò volti nuovi e stringerò mani inaspettate. Camminerò, perché è camminando che s’apre il cammino. Camminerò perché in tanti hanno camminato prima di me.
Ma camminerò perché dovrò raccontare tutte le cose belle che vedo. Prima di tutto nella mia vita. Si, perché io vedo nella mia vita, pur nella povertà di una testa che non capisce un tubo, un numero grande di delicatezze di Dio, vedo delle cose troppo belle, per cui faccio degli applausi al Signore che se uno mi vede dice che sono matto. Quando ho scoperto che Cristo è vivo, che io gli sto a cuore e che mi vuol bene fino ad incollarsi su una croce, ho detto: “Questo o è pazzo o non si può buttare via senza prima avergli dato un’occhiata!”. Quando ho visto che non te le manda a dire le cose, ma che è libero, che dice pane al pane e vino al vino, che dice: “Vieni dietro a me, starai bene”, ho detto: “Basta, me ne frego di tutto e sto solo con Lui”. Bestemmiarlo? Cancellato. Anzi: mi viene voglia di stare nel difficile, nell’impossibile. Una volta pensavo: “Sta’ gente che segue Cristo, tutta gente senza palle”. Invece ho scoperto che le hanno. E buone. Che fegato ci vuole a stare con Cristo. Ingannare? Darla a intendere? Fingere? Doppia vita? Maschere? Che schifezza… Quando vedi che quelli, pur di apparire, vendono tutto, che per far carriera vanno a letto con il primo che passa, ti prende una pena che vorresti gridare: “Stai con Cristo! Metti Cristo nel cuore! E ti scrollerai di dosso tutte queste porcherie”.



Camminare per insegnare a camminare! E camminando le chiacchiere non servono. Nella Scrittura Sacra le chiacchiere dovresti spiegarle… le parole, invece, calano nell’anima come la neve s’addentra nelle viscere della terra. Come i segmenti di papiro che narrano eventi di una storia sacra: “Ascolta Israele – dice Dio - … Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai” (Dt 6,5-7).
Da Calvene a Sacra Famiglia. E ora si ri-parte. Per l’ennesima volta. E saranno ancora colori avventurosi, spazi nuovi, occasioni di vita, pagine di quel ”quinto vangelo” che anch’io, come battezzato, ho il dovere di comporre. Storia sacra!
Scrisse don Lorenzo Milani, priore di Barbiana: “Io al mio popolo gli ho tolto la pace. Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero. Ho sempre affrontato le anime e le situazioni con la durezza che s’addice al maestro. Non ho avuto né educazione, né riguardo, né tatto. Mi sono attirato contro un mucchio d’odio, ma non si può negare che tutto questo ha elevato il livello degli argomenti di conversazione e di passione del popolo” (L. MILANI, Esperienze Pastorali, LEF, Firenze 1958, p. 146).

Camminare per inventare.
Inventare: esatto contrario di fotocopiare.
Camminare per non fotocopiare!


RINGRAZIAMENTI
"A chi mi ha supportato, a chi mi ha sopportato dico: Grazie!"

Dietro un grande uomo c’è sempre nascosta una grande donna. Anche il prete è uomo. Conclusione: dietro un grande prete c’è sempre una grande donna. Lo insegna la storia. Anche don Marco nasconde geloso il volto di una donna: bellissima, seducente, innamorata, capace di tutto pur di difendere il suo tesoro. Poco prima di diventare prete il Signore me l’ha rubata, l’ha voluta vicino a Se’, perché da Lassù provi le vertigini a guardare il mondo. E lei era l’unica che potesse vantare questo privilegio. Perché è l’unica che serba tra le mani una storia completa, ubriaca di sorrisi e di fatiche, di vittorie e insuccessi, di gioia e malinconia… la storia di quel bambino che da sempre custodisce gelosa e orgogliosa nel suo cuore di donna, di sposa, di madre. Questa settimana l’aspettavo, perché è da quando son nato che mi ha viziato. Perché ogni volta che m’avvicino ad un incrocio lei è lì che mi aspetta per prendermi per mano perché non sbagli strada. L’altra notte m’ha svegliato nel sonno: una volta prendevo paura nel vederla. Adesso l’attendo con ansia. Mi ha detto solo poche parole, le parole che direbbe una donna che ti ama. La mia nonna m’ha raccomandato una sola cosa: “Ricordati, tesoro, di comportarti bene e di ringraziare prima di andare via”. Alla mia nonna non disubbidirò mai perché so Chi la manda. Poi lei… è lei: è la mia musa ispiratrice!
E allora ho fatto un piccolo viaggio, mentre la città dormiva. Ho preso una penna, dei Post-it e mi son soffermato di fronte alle porte delle case.


Ho scritto “Grazie che mi hai voluto bene” a due mamme che mi hanno fatto sedere in case che non erano mie. Due mamme, Paola e Licia, che hanno fatto di un estraneo un figlio. E dietro il loro volto di Aberto, Silvia e Laura, Enrico ed Elena: due famiglie stupende che, soprattutto in quest’anno, per me terribile e affascinante, mi hanno stretto accanto a loro come si fa con un bambino che la notte ha paura. E’ proprio vero: Dio i suoi profeti non li abbandona!
Ho scritto “Grazie che mi hai voluto bene” sulla porta di casa vostra, splendidi e amati ragazzi. Grazie per aver accettato la mia sfida: parlare di Dio notte e giorno! Grazie per esservi fidati, per avermi aiutato, per aver raccolto le mie lacrime e i miei sorrisi. Grazie per non avermi mai chiesto strutture ma momenti di preghiera, occasioni di confronto, pensieri di speranza! Dopo i fatti vergognosi di questi giorni, un grazie immenso lo spendo per tutte voi, bellissime ragazze, che con affetto e tenerezza mi avete aiutato ad essere un uomo onesto, un prete credibile e trasparente. Ve l’assicuro: Dio si è servito del vostro lato femminile per addomesticare un suo ministro!
Ho scritto “Grazie che mi hai voluto bene” sulle porte di chi, a riflettori spenti, mi ha aiutato: con la manovalanza. Dietro il volto di Renato e Mariarosa… tante mani sempre all’erta. Anche solo per dipingere una carezza. Perché don Marco è un bambino che sciogli con una carezza. Con un abbraccio. Con un gesto di semplice umanità. Perché don Marco muore se lo avveleni di formalità…
Ho scritto “Grazie che mi hai voluto bene” sulla porta di tre preti a cui debbo tutto, in primis la salvaguardia del mio sogno: a don Attilio Mazzola, a don Sandro Panizzolo, al mio Vescovo. Avete ragione: sono un buono a nulla. Un buono a nulla, ma capace di tutto, perché consapevole che, quanto più ci si abbandona in Dio, tanto più si riesce a migliorare la gente che ci sta attorno.
Ho scritto “Grazie che mi hai voluto bene” sulla porta di Alessandro Marangoni (Questore di Padova) e della sua famiglia: un uomo dalla delicatezza straordinaria che non mi ha mai abbandonato un istante, quasi fossi un figlio. E dietro di lui la grande famiglia della Polizia di Stato di Padova che tante volte mi ha incoraggiato a continuare proteggendo la mia corsa. Di don Luigi Ciotti e don Fortunato di Noto: due preti strani nella cui stranezza Dio ha nascosto più di qualcosa per me. Del Sen. a vita Giulio Andreotti, personaggio-simbolo, che ha accettato per una sera di parlarmi di Dio. Di Agnese Moro e Marisa Raciti: storie di fatica filtrate da pagine di Vangelo vissute tra le mura di casa. Di quel tremendo vecchietto di nome Alfredo Bonazzi: 30 anni di galera per ri-alzarsi e camminare a testa alta. Di Claudia Koll, il lato misericordioso e intrigante della fantasia di Dio! Degli amici di Canale Italia, Rete Veneta, RaiUno, RaiDue, MTV, della redazione de Il Corriere del Veneto (in particolare di Davide D’Attino, il mio talent-scout che ha sempre raccolto con onestà il mio sogno di Chiesa), de Il Padova, de Il Giornale di Vicenza , della comunità virtuale di www.spritz.it. Porte alle quali ho bussato per tentare una chiesa che non stia sempre e solo all’ombra di un campanile.

Poi son tornato a letto perché gli occhi erano tutti bagnati. E mi ricompare lei, quella vecchia bellezza testarda e innamorata. Compare e con la sua austerità mi dice: “Finito tutto, amore?” . “Si, nonna” – m’affretto a risponderle -. Mi guarda, prende un Post-it, scrive dei nomi e mi dice: “Ascoltami: vai via a testa alta. Perdona!”. La guardo nervoso: lei mi fa quel maledetto occhiolino. Cedo, perché combattere contro di Lei è sempre stato inutile. Ri-parto e appendo un Post-it con scritto “Grazie” sulla porta dove tante sere si è riunito un Consiglio Pastorale che ha faticato troppo a supportarmi. Sulla porta di parecchie famiglie che mi hanno voltato le spalle, criticato, offeso. Mi convinco di dire grazie per avermi dimostrato che la fantasia di Dio non è mai semplice da capire perché l’abitudine è dura a morire.
Dopo dieci mesi non prendo l’ascensore per salire in camera: entro in quella casa - che avrei voluto fosse casa mia - e lascio un biglietto a don Lino, il parroco, con scritto: “Grazie, don Lino, per ognuno di questi mille giorni di sacerdozio vissuti assieme: forse un giorno impareremo anche noi a camminare”.
Sudavo, ma mi sembrava di volare. L’ho guardata sulle scale. Mi ha abbracciato fino a togliermi il respiro, mi ha fatto recitare il rosario tenendomi tra le sue braccia di madre e di sposa, mi ha parlato di Dio come ai vecchi tempi. E io mi son commosso perché come mi parla Lei di Dio è semplicemente straordinario.
Poi, scappando, mi ha detto: “Ho il treno per Roma: devo sistemare le cose prima che tu arrivi!”. Ho sorriso perché lei non cambia mai: è la donna che da bambino m’insegnò a camminare, che da ragazzo m’insegnò a pregare, che da prete m’insegna a diventare santo.
Che fantastica storia è la vita!

God bless you!
don Marco Pozza


UN REGALO PERSONALIZZATO
"Semplicemente grazie...!"



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martedì 4 settembre 2007 - ore 15:05


Tre anni di vita assieme
(categoria: " Vita Quotidiana ")


DOMENICA SERA ore 18.45
"Mise il suo cuore dentro le scarpe e corse più veloce del vento"

di don Marco Pozza

Scrisse don Lorenzo Milani, priore di Barbiana: “Io al mio popolo gli ho tolto la pace. Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero. Ho sempre affrontato le anime e le situazioni con la durezza che s’addice al maestro. Non ho avuto né educazione, né riguardo, né tatto. Mi sono attirato contro un mucchio d’odio, ma non si può negare che tutto questo ha elevato il livello degli argomenti di conversazione e di passione del popolo” (L. MILANI, Esperienze Pastorali, LEF, Firenze 1958, p. 146).


Domenica prossima 9 settembre, alle ore 18.45, nella Parrocchia di Sacra Famiglia in Padova (Via Aosta, 6) celebrerò con tutti i miei ragazzi la Messa di ringraziamento al Signore per questi mille giorni trascorsi in questa chiesa di città. Giorni di fatica e bellezza, di simpatia e incomprensione, di affetto e inimicizia. Di sole, di cuore e d’amore.
Mille giorni! I miei primi mille giorni di prete!
"O Signore nostro Dio: quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!"

Che fantastica storia è la vita! “Una mattina sono uscito di casa, il cielo era azzurro e limpido, ho continuato a guardarlo mentre camminavo, stavo bene, respiravo a pieni polmoni, al terzo passo ho pestato una m…. Cosa devo fare? Rinunciare al cielo per paura delle m….? No, io no!” (F. Volo).
Regalami una preghiera in questi giorni di nervosa compassione e dovuta riconoscenza.
Io voglio diventare santo!

don Marco Pozza


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domenica 2 settembre 2007 - ore 09:16


Eucarestia domenicale
(categoria: " Riflessioni ")


XXII^ DOMENICA "PER ANNUM"
"Dopo tre anni lo ammetto.
Qualcuno in parrocchia ha ragione: voglio far carriera! "


di don Marco Pozza

Mia mamma Ivette è una donna meravigliosa nella sua delicatezza. Coraggiosa nelle sue scelte. Robusta nelle tristezze. Ma alla fine, davanti alla televisione, domenica è scoppiata a piangere. Sente la storia di don Sante e, da donna semplice, fa due conti. I figli sono due: uno è prete (tra l’altro penserà: “ma perché non sta zitto come tutti?”), all’altro manca poco. Penso che il sonno sarà sempre turbolento nella sua vita. Comunque, cara mamma, non sarà la fine! Nella Scrittura Sacra il momento di maggior oscurità è sempre germe di splendide aurore.
Riflettendo sul perché gli uomini siano così portati alla superficialità delle cose, completamente dimentichi di ciò che davvero conta, Kierkegaard porta questo esempio: “E’ come se su una nave ci fosse un solo megafono di cui si fosse impossessato il garzone di cucina, con il consenso di tutti”, è come se su quella nave non sia più la rotta ad interessare davvero, ma che tempo fa e che cosa si mangerà di lì a poco. Della meta, del viaggio, degli eventuali pericoli, di quello che ha da dire il capitano non importa un fico secco a nessuno, tanto che “alla fine fu il garzone di cucina ad impossessarsi del comando della nave, perché aveva il megafono”. In questi giorni qualcuno sta usando megafoni potentissimi per distrarre e sradicare, per dire a tutti: “Mangiamo e beviamo perché domani moriremo” (1 Cor 15,32).


Caro/a ragazzo/a, mi rivolgo a te stasera perché so che tu la porta in faccia non me la sbatti di certo. E nemmeno mi parli con borghese e raffinata formalità. Ho voluto scriverti per farti intraprendere un viaggio: un’esplorazione dentro il mio sacerdozio, questo patrimonio tremendo e affascinante con il quale mi son presentato da te 1000 giorni fa. Immagino che anche tu, in questi giorni, viva in uno stato di confusione. Forse leggendo i giornali, ascoltando la televisione o raccogliendo chiacchiere da bar la vergogna prende il sopravvento sulla fiducia. Immagino che anche tu abbia speso qualche frammento di tempo per pensare al tuo prete. Mi piacerebbe tu ti fossi ricordato anche di me in questi giorni. Per questo ti voglio raccontare del mistero che mi porto dentro, di questo Dio gelosissimo nei miei confronti, di quest’avventura di fede, amore e delicatezza con la quale Dio mi sta lentamente addomesticando.


Don Marco è prete! E’ meraviglioso! Di più: è sublime. Meglio ancora: è un’emozione che anticipa l’eternità. Sono uno strumento nelle mani di un Dio teso a confondere la forza del mondo con la mia debolezza. Sono prete! Se ci penso sento la vertigine, una sana inquietudine mi lacera, mi ingigantisce, mi fa sentire nano, mi fa rabbrividire, esplodere, innamorarmi e stupirmi. Prete per gridare una Storia Sacra nascosta nel mistero: un Dio che annuncia senza contraccettivi la nudità della vita e della morte, l’incanto e il sapore di cenere, l’altezza e la bassezza di cui è capace l’uomo! Che sfida (non sfiga!) essere preti oggi: creati il Giovedì Santo, mai come oggi siamo una sorprendente stonatura. La castità, la solitudine, lo scherno e l’indifferenza di una società che sembra non aver più posto per noi: bella la parte che ci siamo scelti! Prete: debitore del mio Seminario. Sono entrato bambino, ho vissuto la mia adolescenza e la mia giovinezza, i miei dubbi e le mie crisi di fede, i miei sentimenti e le mie passioni, mi sono innamorato, ho pianto, ho gioito…mi son formato come uomo. Hai ragione: qualcuno in Seminario bara, vive un effetto tunnel (anch’io c’avevo tentato), inganna superiori, educatori e docenti senz’accorgersi che si sta ingannando. Per buona sorte mi son imbattuto in un Rettore che mi ha insegnato a diventare uomo “di terra e di cielo”. Che mi ha smantellato, che mi ha fatto capire che è meglio avere dubbi che false certezze, dal quale ho appreso l’arte sottile d’essere prete-uomo. Con fatica atroce perché uomo dalla dure cervice io sono! Vedi: nel cammino verso la Verità…tanti gli strumenti forniti! Con la libertà di usarli o lasciarli impolverare. Ma poi rimane la battuta dell’amico Beppe Grillo: “Montagna assassina o alpinista pirla?”. Parafrasiamo: “Seminario assassino o seminarista pirla?”


- Don Marco è un uomo! Che a volte, la sera, si sente solo, triste, sfiduciato. Dove bussare? Tu non sai l’emozione di avvertire qualcuno/a che mi dice: “Ti voglio bene, don Marco!”, che mi regala un abbraccio, una carezza. Che mi apre la porta di casa sua. Che abbevera la mia umanità! All’inizio del mio viaggio di prete ho giurato al mio Vescovo povertà (non miseria), obbedienza (non servilismo), castità (non castrazione)! La sessualità è un mistero troppo grande: non la rifiuto. Rinuncio a praticarla per amore di un Dio immenso! Ma serbo geloso il mondo di sentimenti e di emozioni, di stupore e di meraviglia, di brividi e passioni che Dio m’ha dato! A voi ragazzi non ho mai nascosto la meraviglia altissima e la fatica sudata della verginità: perché voglio che mi aiutiate, che non mi sentiate un eroe senza affetti, arido d’umanità. Stasera andrò a letto e come ogni sera guarderò – al pari di Marcellino pane e vino - il mio Cristo aggiungendo un altro giorno di fedeltà. Domani sarò prete? Non so! Dovrò conquistarlo a denti stretti. Non posso assicurarlo perché, per fortuna, non mi sono abituato ad essere prete: “l’abitudine è una morte a rate” - ammoniva Charles Peguy -. E Dio m’aiuta in modo geniale. “God bless you”, mi disse una delle suore di Madre Teresa a Bujumbura, in quei metri di terra dove la vita guardava in faccia la morte! “Dio ti benedica” – mi ripeteva sempre mia nonna ogni volta che ripartivo -. E Dio mi benedice: sono fortunatissimo, me lo sto ripetendo in questi giorni di valigie e partenze, di rabbioso nervosismo e dovuta riconoscenza. Sfacciatamente benedetto perché guardo il volto delle tante ragazze che Dio m’ha fatte compagne nel cammino e penso a quante volte i loro occhi mi guardano, ma mi lasciano libero. Quante volte le loro mani mi abbracciano, ma non mi trattengono. Quante volte il loro amore mi avvolge, ma non mi chiude. Questa per me è la tenerezza di un Dio che mi stringe la mano. Chiedendomi fiducia assoluta.


- Don Marco vive dentro una Chiesa! Celibe. L’Assoluto non accetta d’essere relativo a nessuno! Sbaglia? Liberi di pensare. Ma quando diveniamo preti scegliamo noi di entrarci come ministri. Io non posso ingannare il mio vescovo, tradire la mia gente, vivere una doppia vita! Il mondo è già pieno di “funamboli”: ci vuole onestà per essere credibili! E la Chiesa non può insabbiare queste storie: devono venire a galla, vanno spiegate alla gente, va mostrata la fatica di essere preti fedeli oggi! La gente vuole bene al prete: lo cerca, lo incoraggia, lo ama! K. Hosseini, nel suo romanzo Il cacciatore di aquiloni, afferma: “Meglio essere feriti dalla verità che consolati da una menzogna”. Perché ancora oggi i giovani hanno le lacrime agli occhi sulla tomba di quel vecchio prete polacco lasciando confusi i parroci, i genitori, gli insegnanti, i cinici? E sì che quel guerriero di Dio sparava alto, non conosceva la stanchezza, la mediocrità, la pesantezza. Ci ha fatti piangere parlandoci di Dio! Te lo dico con sincerità: che fatica essere sacerdoti di Cristo oggi! Ma che brividi sentirti accompagnato da un Dio spettacolare. Esige di essere Assoluto ma non fa sentire nemmeno te relativo a nessuno: ti sazia con la sua presenza!


Scrive Francesco Guidolin, uno dei pezzi da novanta del calcio italiano di provincia: “Non voglio insegnare la vita a nessuno e non pretendo di cambiare il mondo, ma di sicuro un certo mondo non cambierà me”.
Un certo modo di fare il prete, cara mamma, non mi distoglierà da Lui.
Perché, come insinua qualcuno in parrocchia, io voglio far carriera nella vita: voglio diventare un prete santo!


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mercoledì 29 agosto 2007 - ore 14:51


Sconnessione totale...?
(categoria: " Riflessioni ")


EDITORIALE DE IL GIORNALE DI VICENZA
"Le urla dei megafoni e il garzone di cucina"

di don Marco Pozza
da Il Giornale di Vicenza, giovedì 30 agosto 2007, pag. 1

Comunque non sarà è la fine: nella Scrittura il momento di maggior oscurità è sempre germe di splendide aurore. Riflettendo sul perché gli uomini siano così portati alla superficialità delle cose, completamente dimentichi di ciò che davvero conta, Kierkegaard porta questo esempio: “E’ come se su una nave ci fosse un solo megafono di cui si fosse impossessato il garzone di cucina, con il consenso di tutti”, è come se su quella nave non sia più la rotta ad interessare davvero, ma che tempo fa e che cosa si mangerà di lì a poco. Della meta, del viaggio, degli eventuali pericoli, di quello che ha da dire il capitano non importa un fico secco a nessuno, tanto che “alla fine fu il garzone di cucina ad impossessarsi del comando della nave, perché aveva il megafono” . In questi giorni qualcuno sta usando megafoni potentissimi per distrarre e sradicare, per dire a tutti: “Mangiamo e beviamo perché domani moriremo”(1 Cor 15,32).
Come prete - “fuori le righe” ma sedotto dall’esigenza di questo Cristo - mi sento sconnesso in questi giorni di urla e di silenzi imbarazzanti in merito ad una vicenda che ha più i contorni di un reality show che di una proposta di santità. E io, che come altri confratelli mi guadagno con fatica giorno dopo giorno la mia credibilità di sacerdote, se questa è la Chiesa che s’approva, sento di non appartenerci.


- “L’educazione del seminario che esclude ogni contatto con gli altri, che vieta di andare al cinema, al bar, è sbagliata, finirebbe col deviare le persone” – ha dichiarato ieri il cittadino padovano Sguotti Sante. Sarebbe sbagliata! Perché questa non è la formazione umana che ho ricevuto io nel Seminario di Padova. Sono entrato bambino, ho vissuto la mia adolescenza e la mia giovinezza, i miei dubbi e le mie crisi di fede, i miei sentimenti e le mie passioni, mi sono innamorato, ho pianto, ho gioito…mi son formato come uomo. Forse c’è qualcuno che in Seminario bara, che vive un effetto tunnel, che inganna superiori, educatori e docenti senz’accorgersi che si sta ingannando. Fortunatamente mi son imbattuto in un Rettore che mi ha insegnato a diventare uomo “di terra e di cielo”. Che mi ha smantellato, che mi ha fatto capire che è meglio avere dubbi che false certezze, dal quale ho appreso l’arte sottile d’essere prete-uomo. Con fatica atroce perché uomo dalla dure cervice io sono! “Vietare il cinema, i bar, le persone?”. Ma dove si perpetra quest’assurdità? E l’evangelizzazione di strada, la Missione Giovani, i tempi trascorsi in parrocchia, le Scuole di Preghiera, le relazioni tessute in un Seminario che spalanca le sue porte? Chiedo: questo è escludere il contatto o elevarlo a palestra per il sacerdozio? Nel cammino verso la Verità…tanti gli strumenti forniti! Con la libertà di usarli o lasciarli impolverare. Rimane la battuta dell’amico Beppe Grillo: “Montagna assassina o alpinista pirla?”


- “I giornalisti vanno in pace. Col dubbio d’essere stati presi intelligentemente per i fondelli da un prete formato reality show” – ha scritto M. Smiderle nel suo pezzo -. Solo i giornalisti? E la sofferenza nascosta di quella piccola comunità, i pianti disperati che ho raccolto da chi non condivide quel modo di fare il prete, di chi è stato “escluso” perché tentava di evitare una situazione imbarazzante? Su 800 persone, 792 firme a favore? Tanto di cappello se anche i neonati e i bambini di età inferiore ad anni cinque sanno firmare con coscienza…I giovani lo applaudono. Gli stessi giovani, magari, che acclamavano Giovanni Paolo II quando chiedeva loro di diventare i “santi del nuovo millennio”, di essere “sale della terra e luce del mondo”. Stregati dalla semplicità di quel vecchio prete polacco che ha vinto la scommessa più dura: ri-accendere nel cuore dei giovani un sorriso entusiasta parlando loro non delle conigliette di Play-Boy, dei gossip mondani o di un’insulsa sessualità… ma testimoniando Gesù di Nazareth. Vogliamo stare dentro o fuori della Chiesa?


- “Noi abbiamo il dovere di fare luce sulla verità” – scrive il mio Vescovo Mons. Mattiazzo -. Forse il Signore qualcosa sta dicendo anche alla sua Chiesa con questa sofferenza. Forse le sta chiedendo coraggio, onestà, trasparenza. Le chiede di non nascondere la sua umanità, di difendere le anime più fragili. La chiesa deve tutelare tutti i suoi figli, cioè tutti i battezzati: non solo i preti. Perché la gente è il patrimonio della chiesa: la gente cerca il prete, lo ama, lo incoraggia, lo aiuta. Si fida! La gente ci vuole santi! Per 10 mila euro in più non accetta che si giochi sui grandi temi della vita sacerdotale! La parrocchia è un incrocio di storie e persone, di volti e sorrisi, di gioie e fatiche. Un ragazzo ieri sera ha ascoltato il mio sfogo con un superiore. Poi mi dice: “Tu ci parli di Dio. Non tradirci, don Marco”. I ragazzi sanno quello che vogliono da un prete! Dispiace per quei giovani che fra poco pagheranno un prezzo faticoso nel loro cammino di fede… Di chi sarà la responsabilità di fronte a Dio?
Che fatica essere sacerdoti di Cristo oggi! Ma che brividi sentirti accompagnato da un Dio spettacolare. Esige di essere Assoluto ma non fa sentire nemmeno te relativo a nessuno: ti sazia con la sua presenza!


Sposo le parole di un allenatore di calcio, uno dei pezzi da novanta del calcio italiano di provincia: “Non voglio insegnare la vita a nessuno e non pretendo di cambiare il mondo, ma di sicuro un certo mondo non cambierà me”(F. Guidolin).
Un certo modo di fare il prete non mi distoglierà da Lui.
Perché io voglio diventare santo nella vita!

Don Marco Pozza


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mercoledì 29 agosto 2007 - ore 10:22


Burundi 2007
(categoria: " Riflessioni ")


UN VIAGGIO IN AFRICA
"Alzati, rivestiti di luce! (Is 60,1)
Che fantastica storia è la vita... "


di don Marco Pozza
da Il Giornale di Vicenza, mercoledì 29 agosto, pag. 53

Un viaggio geograficamente lunghissimo, più di 6000 km. Roma Fiumicino – Addis Abeba – Kigali – Bujumbura. Poi 5 ore di pullman per “sbarcare” a ‘Ngozi, Burundi del Nord. Un viaggio interiormente massacrante: dalla sicurezza della schiavitù occidentale al rischio della libertà africana. 17 ragazzi/e, due preti e un’attrice, Claudia Koll. Un viaggio di speranza e di rimpianti, di riflessione e tormento. Un viaggio per non vivere da anonimi su una terra sconosciuta.



Bagagli pieni di vestiti e di aiuti da portare, domande e paure da dissetare, sogni da rischiarare. Atterriamo e loro sono lì, vivono lì, scrivono la storia lì. Ma lì dove? Sulla strada, al massimo sotto un bananeto, aggrappati ad un camion, all’ombra di un immondiziaio. Chi sono? Sono loro, burundesi di nascita, di speranza e di futuro. Tutti in movimento, di corsa, a piedi, in groppa a qualche vacca, profughi stipati in camion merci che rientrano dopo la guerra. Dieci anni di massacri, di abomini, di morte. Poi il “cessate il fuoco”: ma quanto durerà? Eppure sembrano il popolo d’Israele che marcia nel deserto: sono migliaia, non hanno nulla (o forse hanno tutto, loro), spartiscono, dividono, moltiplicano. La vita la fanno andare avanti. Cos’è la rassegnazione?
Poi ci siamo noi, amasunghi (“uomini bianchi”) di nascita, per una volta minoranza tra loro. Ci guardano, ci studiano, ci sorridono, ci accerchiano. Ci accolgono! Alle sei del mattino s’apre la vita, alle sei del pomeriggio la vita serra le imposte. E’ il tempo! Tic – tac che risuonano al crescer dei rami, minuti regolati dall’ululato del cane, giorni scanditi da pascoli, mungiture e silenzi. Annate: somma di primavere, estati, autunni e inverni. Naturali… corporei… mentali. Non esistono orologi, esistono solo raggi di sole, luccichii di lune e sentieri di stelle. Come nella creazione biblica!



Puoi essere anche prete quaggiù… ma non puoi scrollarti di dosso l’odore dell’umanità. Tu rimani uomo. Perché il presente è piantato nel passato e il domani è sogno d’invenzioni riallacciate. E camminando tra i bananeti cresciuti al limitar della foresta… punti interrogativi! Tanti. Il solo modo di comporre storia abbeverandosi di stupore, ubriacandosi di meraviglia, dissetandosi di ingenuità. Perché ogni domanda è risposta ad una domanda inespressa…!
Terra rossa a confondere i volti, a seminare nebbia nell’anima, ad accogliere un Occidente forse ignaro di un’Africa meravigliosa nel suo zoppicare. Non chiedono pesci: reclamano d’insegnar loro a pescare. Pescare perché la vita non s’interrompa con l’ultima spina strappata al pesce arrostito sulle lamiere della capanna. Apprendere per poi insegnare!
Scendiamo e ci guardiamo in faccia: Lacoste, Fila, North East Saile, Eastpack, Champion, Bikkembergs. Tutta roba usata, vecchia ma che ci rammenta subito la nostra inadeguatezza, seppur velata da una tentata sobrietà. Al ritorno le borse saranno quasi vuote: anche se non arrivano…perdiamo poco! Spiacenti solamente di smarrire il profumo d’Africa.



Il mercato è vita! Suoni e colori, musica e contrattazioni, miseria e baratto, cipolle, banane e tonnellate di riso. Il mercato fa andare avanti la vita. Il mercato rovina la vita: ai bordi della strada, sotto le bancarelle, vagiti di neonati abbandonati, rassegnazione di madri, pugni di umanità aggomitolata su se stessa. Trovi lei, Bruna Girini da Brescia. Suor Bruna, la suora bianca! Da quasi 50 anni l’angelo custode dei bambini di ‘Ngozi. Lei passa, tutti si fermano, si levano il cappello, le porgono la mano. Eppure la sensualità non fa per lei, le misure sarebbero tutte sballate, il fisico non richiama attenzioni speciali. Solo una cosa fa inciampare il passo frettoloso e distratto: due occhi che spaccano. Sembra una scheggia impazzita: corre, fa la spesa, impreca al cellulare, parla con i bambini, con le mamme, con gli adulti, contratta, vende, presta, carica, scarica, regala sorrisi, stringe mani, accarezza piedi sanguinanti… Lei, occidentale benestante, quaggiù? Un giorno annusa un terreno: lo compra, costruisce una capanna:la chiama Giriteka (in kirundi: “Ritrova la dignità”). Il logo: tre bambini che si alzano da terra e vanno verso casa. Dalla polvere della strada al calore di un focolare: il viaggio degli ultimi in compagnia di Suor Bruna. Sembrano sue le parole scritte da Paolo di Tarso: “Fratelli, non è per me un vanto predicare il vangelo; è per me un dovere: guai a me se non predicassi il vangelo” (1 Cor 9,16).



La Chiesa è vita! Musiche e danze, tamburi e voci, suoni profondi e voci acute. Varchi la porta della Chiesa e senti vibrare l’anima nascosta dell’Africa, il colore delle sue tradizioni, dei suoi riti, delle sue note dipinte all’ombra delle baracche di foglie. Chiesa viva, chiesa senza orologi, chiesa che denuncia. Chiesa che sostiene le redini di uno stato sull’orlo del tracollo. Economico, morale, umano. Un piccolo prete nero in mezzo a una turba di bianchi: padre Venant. Poco più di trent’anni, tredici passati in Italia a colorare il sogno del sacerdozio, la voglia di tornare laggiù, a Gisuru, in mezzo alla polvere che sin da bambino respirava calciando il pallone costruito con i guanti degli infermieri. La sua parrocchia è un disastro. O forse un segno di profezia. Manca la luce, l’acqua non arriva, la scuola non c’è. Ma butti lo sguardo oltre la porta e vedi il tabernacolo aperto: Lui c’è! Forse per questo non s’è ancora ammazzato. Non vuole compassione per il suo paese: al massimo qualche consiglio. Lui è convinto che la gente saprà risollevarsi tenendosi per mano. Prete, prete con la sua gente, prete per la sua gente!
Poco oltre campeggia una scritta: “The peace begins with a smile” (“La pace inizia con un sorriso”). Siamo all’entrata dell’orfanotrofio gestito dalle suore di Madre Teresa di Calcutta a Bujumbura, sulla riva del Lago Tanganica. Lei, la piccola suora che invitava a diventare santi, la senti vegliare tra i più poveri dei poveri che bussano a quel portone. Sembrano profezia le splendide parole del testamento di G.G.Marquez: “Ho imparato che tutto il mondo ama vivere/sulla cima della montagna,/senza sapere che la vera felicità/sta nel risalire la scarpata”.



L’Africa è vita! Terra di passaggi spalancati. La sua pista è scritta in cielo, costringe ad alzare gli occhi, insegna a dipendere da Qualcuno. “Come può vivere una vecchia tartaruga 300 anni ignara del cielo?” (A. KIAROSTAMI, regista israeliano). Una colonna di fuoco di notte e una colonna di nuvola al giorno tracciavano il percorso al popolo di Mosè. I greci per districarsi nei labirinti avevano bisogno di una chiave. L’Africa ti costringe a spogliarti per poterla osservare! “Cava i tuoi sandali” (Es 3,5) – è detto a Mosè presso il cespuglio in fiamme, perché quel suolo è sacro. I piedi devono essere nudi. “Corro scalzo per sentire meglio quello che mi sussurra la strada” (ABEBE BIKILA, maratoneta africano). Premessa essenziale dell’ascolto: aderenza al terreno, alla buccia, alla lettera senza la distanza indurita di un suolo. Scalza è la condizione dell’ascolto. L’Africa ti spoglia. Ti riduce all’essenziale. Ti priva del guardaroba. Ti toglie di dosso gli abiti che finora hai considerato assoluti. Ti fa sentire povero. Come una bisaccia vuota.
Ma solo la bisaccia vuota è pronta per essere riempita!



In aeroporto le scarpe firmate son sporche, i vestiti odorano di polvere, i profumi non rendono. A casa avremmo già recitato un rosario di lamentele. Quaggiù il solo pensiero fa arrossire. I miei ragazzi sorridono, le mie ragazze senza trucco son ancora più belle, Claudia Koll con il rosario in mano m’intriga ancor più che d’attrice.
Che contrappasso! Noi, esperti d’estetica, abbiamo dovuto scendere in Africa per vestirci di luce! “Alzati, rivestiti di luce” (Is 60,1-4).
Che figo un Dio così! Non puzza mai di scontato!


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sabato 25 agosto 2007 - ore 11:57


Lettera ad un sacerdote di Cristo
(categoria: " Riflessioni ")


IL CORRIERE DEL VENETO
"Caro don Sante, è vero: noi preti siamo tentati. Ma dobbiamo amare la gente senza ingannare la Chiesa"

di don Marco Pozza
da Il Corriere del Veneto, domenica 26 agosto 2007, pag. 2

Come leggere un romanzo tradotto! Solo la lingua originale t’assicura fedeltà al pensiero dell’autore. Ogni traduttore è un po’ traditore. E del poema della vita Dio ne rivendica l’interpretazione ufficiale: la libertà va tradotta con il vocabolario della Misericordia in mano. Solo Dio ne è capace. Per questo ogni traduzione è sempre nebbia rispetto alla luce! A Bujumbura attendo l’aereo per rientrare in Italia con i miei ragazzi/e. Apprendo dall’Ansa la tua storia, don Sante. Confuso ma non scandalizzato penso!


- Siamo preti! Una meraviglia: strumenti nelle mani di un Dio teso a confondere la forza del mondo con la nostra debolezza. Sono prete! Se ci penso sento la vertigine, una sana inquietudine mi lacera, mi ingigantisce, mi fa sentire nano, mi fa rabbrividire, esplodere, innamorarmi e stupirmi. Prete per gridare una Storia Sacra forte del mistero: un Dio che annuncia senza contraccettivi la nudità della vita e della morte, l’incanto e il sapore di cenere, l’altezza e la bassezza di cui è capace l’uomo! Che sfida (non sfiga!) essere preti oggi: creati il Giovedì Santo, mai come oggi siamo una sorprendente stonatura. La castità, la solitudine, lo scherno e l’indifferenza di una società che sembra non aver più posto per noi: bella la parte che ci siamo scelti! “Sono stato falso: ho un figlio”. Una gioia la paternità. Ma tra la gente Dio chiede un’altra paternità: come tradire un popolo per mesi se per loro siamo alter Christus? “Tutti i preti sono falsi” – dici -. Sicuro? Forse che il cammino della Verità accetta generalizzazioni di comodo?!


- Siamo uomini! E a volte, la sera, ci sentiamo soli, tristi, sfiduciati. Dove bussare? A me fa bene sentire qualcuno/a che mi dice: “Ti voglio bene!”, mi regala un abbraccio, una carezza, mi apre una porta. Che abbevera la mia umanità! Da prete ho giurato povertà (non miseria), obbedienza (non servilismo), castità (non castrazione)! Io non rifiuto la mia sessualità, rinuncio a praticarla per amore di un Dio immenso! Ma serbo geloso il mondo di sentimenti e di emozioni, di stupore e di meraviglia, di brividi e passioni che Dio m’ha dato! Ai ragazzi racconto la meraviglia sublime e la fatica sudata della verginità: non gliela nascondo perché voglio che mi aiutino, che non mi sentano un eroe senza affetti, arido d’umanità. Questa sera andrò a letto e come ogni sera guarderò – al pari di Marcellino pane e vino - il mio Cristo aggiungendo un altro giorno di fedeltà. Domani sarò prete? Non so! Dovrò conquistarlo a denti stretti. Ma Dio m’aiuta in modo geniale. Sono fortunato e, guardando le mie ragazze sedute vicine in aereo, penso a quante volte i loro occhi mi guardano, ma mi lasciano libero. Quante volte le loro mani mi abbracciano, ma non mi trattengono. Quante volte il loro amore mi avvolge, ma non mi chiude. Questa per me è la tenerezza di un Dio che mi stringe la mano. Chiedendomi fiducia.


- Siamo dentro una Chiesa! Celibe. L’Assoluto non accetta d’essere relativo a nessuno! Sbaglia? Liberi di pensare. Ma quando diveniamo preti scegliamo noi di entrarci come ministri. Io non posso ingannare il mio vescovo, tradire la mia gente, vivere una doppia vita! Il mondo è già pieno di “funamboli”: ci vuole onestà per essere credibili! E la Chiesa non può insabbiare queste storie: devono venire a galla, vanno spiegate alla gente, va mostrata la fatica di essere preti fedeli oggi! La gente vuole bene al prete: lo cerca, lo incoraggia, lo ama! K. Hosseini, nel suo romanzo Il cacciatore di aquiloni, afferma: “Meglio essere feriti dalla verità che consolati da una menzogna”.


Vedi, don Sante, la gente pensa che tu sia scomodo alla Chiesa. Ma scomodo perché: possono spiegarmelo? Sono altri i temi “border line” che costano nella Chiesa: questo è voler strappare con la Tradizione. Non si creano rivoluzioni, solo fratture! Il giovane ‘Ntoni Malavoglia sognava lidi lontani perché a casa era dura: ma appena lasciata la casa del Nespolo ha capito che il mare inghiotte i pesci piccoli. La “religione della famiglia”, invece, l’avrebbe reso grande!
L’aereo atterra ad Addis Abeba: quattro ore di attesa prima di imbarcarci per Roma. Sono stanco morto ma ho bisogno di celebrare l’Eucaristia. Pur non condividendo uno stile di sacerdozio, la celebro per me e per te: perché non venga meno la nostra fede!
“Tu es sacerdos in aeternum”! Che mistero si nasconde sotto la nostra debole storia di uomini! Da un confratello più piccolo: ti voglio bene, sacerdote di Cristo!

Don Marco Pozza


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martedì 24 luglio 2007 - ore 10:11


Comunicato ufficiale
(categoria: " Vita Quotidiana ")


COMUNICATO UFFICIALE
"Semplice avvicendamento pastorale"

di don Marco Pozza
27 giugno 2007

Dopo tre anni si conclude la mia esperienza pastorale nella parrocchia di Sacra Famiglia in Padova. Si tratta di un normalissimo avvicendamento pastorale come se ne stanno firmando tanti nell’estate della chiesa diocesana di Padova. Un avvicendamento maturato in piena sintonia con il mio Vescovo che dovrò sempre ringraziare per la vicinanza e l’affetto che mi ha fatto pervenire direttamente o tramite la bellissima presenza di don Attilio Mazzola e del mio rettore ai tempi del Seminario don Sandro Panizzolo . A loro il mio grazie riconoscente.
Per ogni prete, lo spostamento si rivela un periodo delicato dal punto di vista personale. Dal momento che tutti abbiamo un cuore che s’affeziona, che si lega, che s’attacca ad una realtà il distacco non è mai semplice, soprattutto interiormente.
Gentili Giornalisti, vi chiedo una cortesia. Non ricamateci intuizioni, riflessioni personali, interpretazioni errate attorno a quello che, lo ripeto, è un semplice avvicendamento pastorale come molti altri. Ne andrebbe della gratitudine che io devo ai miei superiori.
Non è mio obiettivo o interesse “sparare” contro la mia chiesa: non lo farò mai! Io ho cercato e cercherò fino all’ultimo giorno della mia vita di fare il prete come son capace: con la grinta, la passione e l’entusiasmo dei miei 27 anni.



Con queste righe firmo il mio silenzio concordato con i miei superiori(e chiedo di rispettarlo) anche per tutelare uno splendido gruppo di ragazzi/e che ha il diritto di vivere la loro estate in pace, serenità e concentrazione assieme al loro prete.

Non vogliatemene! Grazie e buon lavoro.
Don Marco Pozza



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venerdì 20 luglio 2007 - ore 00:28


Mons. Attilio Mazzola
(categoria: " Riflessioni ")


CON I PIEDI PER TERRA
"Don Attilio, per colpa mia forse hai perso la carriera. Ma hai aiutato un giovane prete!"

di don Marco Pozza
da Il Padova, venerdì 20 luglio 2007, pag. 6

Chiusi la chiamata e pensai: “Ma questo prete, cosa vuole?”. Un’affermazione che rispecchia la mia diffidenza verso il genere umano, la mia paura del diverso, il timore d’essere imbrigliato in una struttura che sterilizzi la fantasia e il genio che nascondo nell’animo. Fu questo il mio primo contatto con don Attilio Mazzola, un prete che la diocesi ha salutato lunedì scorso dopo 21 anni di servizio fedele e appassionato alla chiesa di Padova. Dopo mille giorni di sacerdozio ecco la risposta: “Cosa vuole? Mi vuol bene”.
E’ troppo facile oggi fare il prete: impresa più gigantesca e appassionante è quella di essere preti! Questo m’ha insegnato don Attilio. La carriera (ma nutro seri dubbi che sognasse questo) l’ha persa per aver scommesso su preti scomposti come il sottoscritto, per aver accettato di scorgere dentro un tronco rugoso i lineamenti di una donna da scolpire, per aver accolto la convinzione di Paolo di Tarso: “Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti” (1 Cor 1,27).


Tante volte ho pianto, ho avuto paura, mi son sentito le gambe tremare e il sorriso spegnersi. Tante volte mi son sentito solo: la sua presenza discreta ma feroce m’ha sempre impedito di cadere. Mai pentito d’aver consegnato a quest’uomo (che per me è stato un papà autorevole e non autoritario) la mia storia di bambino, i miei sogni di prete, la mia voglia di tentare il nuovo, la mia passione per l’uomo, la mia voglia pazza e sconsiderata di rischiare. Nelle centinaia di telefonate, nei molti incontri, nelle sue visite ai miei ragazzi non ho mai sentito puzza di gelosia, malizia nelle battute. Le orecchie me le ha tirate tante volte ma la mia storia di prete l’ha accarezzata di più. I no che mi ha detto son stati tanti ma le vittorie che abbiamo condiviso son state molte di più. Mi ha sempre chiesto diplomazia: non son riuscito a ripagarlo. Eppure m’ha dimostrato che il tentativo è apprezzabile più del risultato. Dietro il suo nome per me ci stava l’autorità, nei suoi gesti ci scorgevo l’affetto. Dopo ogni batosta puntuale arrivava il suo sostegno che m’incitava a non mollare, a concretizzare quella triplice immagine di Chiesa che con ostinato merito ha portato avanti: ponte sul territorio, scuola di formazione, casa di comunione.
Don Attilio, dopo tre anni di cammino assieme, voglio farti arrivare un grazie firmato a modo mio: ti voglio bene!


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mercoledì 18 luglio 2007 - ore 23:16


Mozione di solidarietà
(categoria: " Vita Quotidiana ")


CONSIGLIO DI QUARTIERE 5
SUD-OVEST
"Mozione di solidarietà"

Padova, 14 giugno 2007

Gentile don Marco,
sono ad esprimerle la solidarietà mai personale e del Consiglio di Quartiere 5. Allego copia della mozione sottoscritta dai consiglieri e colgo l’occasione per porgerle distinti saluti.
Il Presidente
Francesco Pavan



"Venuti a conoscenza dei gravissimi atti di intimidazione di cui è stato oggetto don Marco Pozza, a seguito della sua meritoria attività in difesa dei bambini, il Consiglio 5 Sud-Ovest Armistizio Savonarola Gli esprime la propria solidarietà, sollecitando le autorità preposte alla massima vigilanza per la tutela dell’operato suo e di quanti lavorano a favore dei più deboli".
(seguono le firme dei consiglieri)


A questa mozione aggiungo il grazie per la loro vicinanza a:
dott. Alessandro Marangoni, Questore di Padova
Donazzan on. Elena, Assessore all’Istruzione e alla Formazione della Regione Veneto
don Attilio Mazzola, delegato vescovile per la città di Padova
don Fortunato di Noto, prete anti-pedofilia (Associazione Meter)
Don Marco Cagol, Delegato per la Pastorale del lavoro della Diocesi di Padova
Per le opere del Padre, Associazione onlus di Claudia Koll


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