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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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i giorni linkati sono quelli che contengono interventi )


venerdì 22 settembre 2006
ore 17:55
(categoria: "Vita Quotidiana")



Non ridà i porno-gadgets al suo ex
Condannata a 4 mesi di reclusione

PORDENONE - Se non volete incorrere in spiacevoli inconvenienti alla fine di una storia d’amore restituite sempre i regali ricevuti dai vostri ex fidanzati. Anche quelli particolari. A Pordenone una donna di 41 anni è stata condannata a quattro mesi di reclusione con l’accusa di appropriazione indebita: si era rifiutata di restituire al suo ragazzo i porno gadgets che utilizzavano per fare insieme del sesso estremo.

L’uomo, anche lui 41 anni, di Pordenone, aveva comprato i giochi erotici - rivela il Gazzettino - per rendere piccanti gli incontri con la sua fidanzata. Alla fine della relazione aveva preteso da lei la restituzione degli oggetti. Ma senza ricevere risposta. A quel punto si è rivolto ai carabinieri, che hanno perquisito la casa della donna ritrovando numerosi articoli acquistati da lui al sexy shop. La vicenda è finita in Tribunale e nei giorni scorsi l’avvocato della signora ha deciso di patteggiare con il pm Federico Facchin. Oltre alla pena concordata, la signora è stata costretta a restituire gli oggetti erotici in suo posseso, ora di nuovo in mano al suo ex.

Sempre a Pordenone solo due settimane fa un’insegnante di scuola media era stata costretta a lasciare il suo incarico in seguito alle proteste dei genitori degli alunni: su internet erano comparse alcune foto della donna senza veli.


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venerdì 22 settembre 2006
ore 14:29
(categoria: "Vita Quotidiana")



In un blog la provocazione di Sara
"Mi vendo per un contratto di lavoro"

"Mi chiamo Sara, sono di Roma e ho compiuto trent’anni il novembre scorso. Considero l’apertura di questo blog l’ultima spiaggia". Inizia così la trovata di una "trentenne disperata" che, pur di poter firmare un "contratto reale, a tempo indeterminato con uno stipendio minimo di milleduecento euro", ha trovato come "unica soluzione" quella di vendere se stessa per "una e soltanto una notte di sesso".

I più maligni potrebbero paragonarla alla cerbiattona Lonelygirl che, spacciata per una Lolita 15enne che si confidava in rete, in realtà si chiama Jessica Rose ed è un’attrice ventenne, con tanto di troupe e autori, in cerca di gloria. Ma Sara non vuole fare la star. Sara cerca solo "continuità, la possibilità di programmarsi un futuro, dei figli, una casa".

Appena una settimana dopo, il suo unico post pubblicato sul blog è stato sommerso da 2389 commenti e oltre 140mila visite. "Ho ricevuto una trentina di proposte di lavoro - racconta Sara F. - tra cui anche quella di un ente collegato al Vaticano che mi ha chiesto come unica condizione quella di chiudere il blog". Voleva provocare e ci è riuscita. Ha solleticato uomini e donne, giovani e meno giovani, madri e mogli, mariti e padri.

Come scrive nel blog "senza falsa modestia", riesce "bene" in ogni cosa che fa. "Eppure non sono riuscita ad imbastire uno straccio di carriera entro i trent’anni, collezionando, invece, lavori in nero e contratti interinali". Fino all’ultimo impiego, "protratto quasi cinque anni, alla fine del quale mi hanno detto arrivederci e grazie". Sara, in realtà, un lavoro ce l’ha. E anche un fidanzato.

"Lavoro per una società che è collegata allo Stato - racconta al telefono - nel settore delle comunicazioni, con un contratto a termine che non so se sarà rinnovato. E sono profondamente arrabbiata". Guadagna poco meno di mille euro al mese con il contratto interinale, frequenta un corso di inglese e ogni tanto va in palestra. Ma è indignata lo stesso.

Perché, come già scriveva nel suo blog, "non c’è nessuno, nè governo nè sindacati, nè destra nè sinistra, che stia muovendo un dito per rimediare a questo scandalo". E non si può passare la vita saltellando tra una lista e l’altra di società interinali. "Non si riesce a pensare al futuro". Per questo ora Sara pensa di raccogliere le testimonianze e concretizzare il suo impegno. "Credo che scriverò una lettera al ministro del Lavoro per sottoporgli la reazione che hanno avuto i lettori al mio post". Ovvero un profluvio di opinioni che ha scatenato un vero e proprio dibattito tra simili.

"Non so se posso aiutarti - le scrive BelloDaBaciare - ma mi ha colpito e vorrei che mi scrivessi x parlare, non voglio sesso". Sono in tanti quelli che hanno affermato di capirla e di trovarsi nella sua stessa situazione. Molto pochi quelli che hanno condiviso il suo gesto estremo. "Poniamo che con questa via trovi lavoro - ipotizza un utente anonimo - ma come si sentiranno quelle che il solito lavoro avrebbero potuto averlo onestamente e con le sole capacità lavorative e se lo sono viste soffiare da una che come curriculum ha aperto le gambe?". In molti l’hanno presa sul serio e si sono sentiti offesi. Come l’omonima Sara da Milano. "Piuttosto mi adatto a fare dei lavori inferiori ma almeno sono a posto con me stessa".

E poi c’è anche chi alla provocazione ha risposto a tono: "Io ho 32 anni, a 23 mi sono lanciato in un’attività libero professionale abbandonando un contratto a tempo indeterminato (...). Ora, dopo umiliazioni, fallimenti, crisi, e tanto altro guadagno 6.500 euro al mese... tanto che cerco un/una giovane di 20/23 anni che mi aiuti".

E chi, per smascherarla, le ha scritto calcolatrice alla mano: "Partiamo dal presupposto che una notte con te equivale ad attualizzare (diciamo ad un tasso costante del 2 per cento) un flusso di cassa di 1200 euro al mese per circa 30 anni. Significa che una notte con te vale circa 26.800 euro (...) Quindi la teoria della notte di sesso non regge neanche un po’!".

Lei è rimasta a gurdare e non ha risposto a nessuno. Nè a chi le ha dimostrato solidarietà, nè a chi le chiedeva una foto. Tanto meno a chi l’ha provocata con toni all’aceto. "Molte persone non hanno capito che il mio non era un proposito reale".

Certo è che, come commenta Concetta, "questo tuo messaggio mette tutti davanti a una realtà drammatica com’è quella del lavoro per noi trentenni!!" E poi conclude "non so chi ci potrà aiutare, forse nessuno se non noi stessi e la nostra tenacia e caparbietà di non mollare! non ti buttare via, non buttiamoci via!".


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venerdì 22 settembre 2006
ore 12:11
(categoria: "Vita Quotidiana")



Nel piatto 119 sostanze tossiche
WWF: "Legislazione più severa"

ROMA - I veleni sono serviti: DDT nel pesce, nel burro e nel formaggio; refrigeranti nel miele. Dopo dieci anni di lavoro, il WWF pubblica il dossier sulla contaminazione alimentare. In 27 campioni di alimenti comuni acquistati nei supermercati di sette stati europei, i chimici dell’associazione hanno evidenziato 119 sostanze tossiche: ftalati nell’olio d’oliva, nei formaggi e nella carne; pesticidi organoclorurati, come il DDT, nel pesce e nel burro; muschi artificiali nel pesce; ritardanti di fiamma nella carne. "Neanche la dieta più salutare ci mette al riparo dagli inquinanti chimici tossici", commenta Michele Candotti, segretario generale del WWF Italia.

"Leggi più severe". Per salvaguardare la salute dei consumatori, serve un intervento legislativo più restrittivo: questa è la convinzione del WWF. "Siamo alla vigilia del voto su Reach, lo strumento della Ue per la regolamentazione delle sostanze chimiche", spiega il portavoce della sezione italiana dell’associazione. "Chiediamo ai parlamentari europei che siano bandite le sostanze più pericolose e applicato il principio di sostituzione.

E’ necessario che il consumatore sappia quali sostanze sono presenti nei prodotti di uso quotidiano".

Ventisette alimenti sotto il microscopio. I 27 campioni di alimenti analizzati provengono dall’Italia ma anche da Gran Bretagna, Polonia, Svezia, Spagna, Grecia e Finlandia. Sono prodotti di largo consumo: latte, burro e formaggio, salsicce, petti di pollo, salame, bacon, salmone, tonno, aringhe, e ancora pane, olio d’oliva, miele e succo d’ arancia. "Nessuno dei prodotti, tutti comprati in supermercati e di marche comuni - afferma il Wwf - è risultato esente da tracce di sostanze chimiche. Al contrario, in tutti sono stati rinvenuti, in varia misura e secondo miscele differenti, 119 composti tossici".

"Studiamo gli effetti sui neonati". Cosa fare allora? Non mangiare più? Il WWF tranquillizza: "I livelli di contaminanti rilevati negli alimenti analizzati non sono in grado di causare conseguenze dirette o immediate sulla salute. Noi non diciamo che i consumatori devono evitare il cibo. Piuttosto chiediamo una seria analisi sugli effetti di un’esposizione cronica, anche a basse dosi, di un cocktail di sostanze contaminanti, soprattutto sui feti e sui neonati".


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giovedì 21 settembre 2006
ore 17:49
(categoria: "Vita Quotidiana")





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giovedì 21 settembre 2006
ore 17:37
(categoria: "Vita Quotidiana")



Italiani sempre più lontani dai libri: nel 2005 la metà non ha mai letto

Nemmeno uno. Al massimo tre. Che gli italiani leggessero poco è cosa nota. E il fatto che in tutto il 2005, più della metà dei cittadini (57,7 per cento) non ne abbia preso in mano neanche uno, è una triste notizia. Tutt’altro che buona, vista la strettissima relazione che vige tra indice di lettura e Pil e considerato che la scuola, invece di incoraggiare alla lettura, fa altro. Gli italiani, mediamente, spendono per i libri in un anno quanto destinano per una cena in trattoria.

E’ desolante il quadro che emerge dalla ricerca dell’associazione italiana Editori sul valore di sviluppo economico della lettura, presentata oggi a Roma nell’ambito dei due giorni "Gli Stati generali dell’Editoria", manifestazione che riunisce editori e amministratori pubblici, intellettuali e industriali.


A dire il vero, la palma d’oro come fanalino di coda nella lettura l’abbiamo vinta nel 2000: allora, il 61,4% degli italiani non aveva letto nemmeno una riga in 365 giorni. Consola, dunque, che nell’arco di cinque anni, siano rientrati nel calderone della lettura quasi due milioni e mezzo di persone.

Nonostante ciò, la strada per competere sui mercati internazionali è ancora lunga e tutta in salita. Se, infatti, appena il 5,7% degli italiani legge almeno un libro al mese, il 42,3% della popolazione ci mette un anno per arrivare alla fine. I restanti, come detto, non ne hanno mai maneggiato nemmeno uno. Scenario ben diverso da quello francese (61 per cento), tedesco (66 per cento) e inglese (73,5 per cento). E che cosa dire dei 64 euro e rotti a testa che gli italiani spendono mediamente in un anno per i libri, scolastici compresi, a fronte, ad esempio dei 209 spesi dai norvegesi?

L’altro tasto dolente che evidenzia il rapporto è lo stretto collegamento che esiste tra il tasso di lettura e la produttività economica. Prendendo in esame un periodo che va dal 1980 al 2003, i risultati sono inequivocabili. Le regioni del nord, che contribuiscono per il 54,02% al Pil, raccolgono il 53,4% dei lettori; quelle del centro, che portano il 21,03% del Pil contano il 20,24 % dei lettori e il sud, infine, che contribuisce per il 24,94% al Pil, totalizza il 26,2% degli affezionati alla parola scritta.

Dunque, più lettori è uguale a più Pil. E, scendendo nello specifico, i numeri non mentono: si va dalla Lombardia, che contribuisce al Pil per il 18,9% e ha il 20% di lettori, alla Puglia, con il 4,7% del Pil e il 4,6% di lettori. In altre parole, la lettura rispecchia perfettamente i fattori di sviluppo economico presenti nelle varie aree regionali. Basti un esempio: se la Calabria, stima il rapporto, avesse avuto negli anni ’70 il tasso di lavoro della Liguria, oggi avrebbe una produttività del lavoro maggiore di 50 punti. E ancora, se in Abruzzo si fosse mantenuto un tasso di lettura pari a quello medio nazionale, oggi la produttività della regione sarebbe maggiore di 20 punti.

Strettamente collegato è anche il rapporto tra tasso di lettura e performance scolastiche degli studenti. Ed ecco che chi ha la fortuna di avere in casa una piccola biblioteca ha risultati scolastici superiori del 17% ai loro compagni.

Dati di cui, però, le famiglie italiane non sembrano essere consapevoli: gli investimenti in acquisto di libri negli ultimi tre anni sono calati del 16,9%. Una disaffezione alla lettura socialmente trasversale: se le famiglie di operai destinano lo 0,67% della spesa complessiva nell’acquisto di libri, all’incirca la stessa quota è riservata dai dirigenti e liberi professionisti. Ancora meno (lo 0,59 per cento) è il "sacrificio" dei lavoratori in proprio. D’altronde, appena il 46% di dirigenti e professionisti leggono per aggiornamento professionale. Un dato allarmante, se lo si paragona, per esempio, all’81% della Francia.

A destare preoccupazione è anche il grave ritardo delle infrastrutture in Italia, soprattutto al sud. Senza arrivare ai casi limite dei 112 comuni con più di 20mila abitanti che non hanno nemmeno una libreria, al sud e nelle isole la situazione è preoccupante: appena il 5% dei comuni ne possiede almeno una. Tradotto, significa che più di 7 milioni e mezzo di persone non possono entrare in libreria. E non è nemmeno tutto oro quello che luccica, visto che solo il 3% delle biblioteche ha una quantità di libri "significativa" (oltre i 100mila volumi). E non consola più di tanto apprendere che le risorse destinate dalle biblioteche pubblicche si aggirano intorno ai 2 euro pro capite all’anno per l’acquistdo di nuovi libri di lettura.

Dulcis in fundo, il rapporto mette in luce anche l’incoraggiamento alla lettura fornito dalla scuola in maniera assolutamente insufficiente. A cominciare dal fatto che le biblioteche scolastiche sono quasi del tutto assenti e meno di un’istituto su quattro ha una collocazione a scaffale aperto. Se poi si pensa che solo il 13,6% degli studenti e addirittura il 2% dei docenti frequenta quelle esistenti la situazione si fa plumbea.

Si conferma basso anche l’investimento annuo degli istituti: 3,31 euro per studente, ovvero un cappuccino e brioche al bar. Dunque, conclude il rapporto, la scuola non incoraggia alla lettura "contraddicendo la logica della società dell’informazione, la cui parola d’ordine è formazione e autoformazione continua e permanente". Ecco perché c’è poco da stupirsi se appena l’11,9% dei giovani in cerca di prima occupazione dichiara di leggere libri per migliorare la propria preparazione professionale.


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giovedì 21 settembre 2006
ore 12:13
(categoria: "Vita Quotidiana")





Jakarta, Indonesia. Inizia il Ramadan e la battaglia contro l’alcol illegale diviene ancora più importante: la polizia di Jakarta ha distrutto oltre 30.907 bottiglie di alcolici illegali. La lotta all’illegalità non si ferma, però, all’alcol: sono finiti sotto lo schiacciasassi anche milioni di dischi masterizzati


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mercoledì 20 settembre 2006
ore 16:35
(categoria: "Vita Quotidiana")



La "gavetta"? Serve sempre meno. Non si assumono i giovani precari
di FEDERICO PACE

C’è modo di rendere ancor più piena di ostacoli una strada già molto impervia? A quanto pare sì. Tanto che la via che dovrebbe portare i giovani verso un posto stabile si è andata complicando ancor di più. Fino a qualche anno fa si faceva un po’ di gavetta, si accettava un po’ di flessibilità, e dopo un paio di anni si poteva ad approdare a qualcosa di certo. Ora però il numero di quelli che riescono nell’impresa è sempre più basso. "Tra il 2003 e il 2005 la quota dei contratti a termine degli ’under’ che si è trasformata in contratti a tempo indeterminato - ci ha detto Marco Centra, responsabile Isfol per l’analisi e valutazione delle politiche per l’occupazione - è diminuita in maniera preoccupante. Due anni fa era il 40 per cento. Ora invece viene stabilizzato solo il venticinque per cento dei giovani. "Se si guarda ai contratti di collaborazione ci si accorge che la quota degli ’under 25’ che riesce a passare a un contratto permanente è pari a un misero undici per cento.

Al Sud nel 2005, secondo i dati della ricerca presentata in questi giorni dalla Svimez, un ragazzo su cinque non cerca lavoro e non studia: in tutto 824mila giovani. Lo scorso anno, dicono gli esperti Svimez, il Mezzogiorno ha assistito ad un calo degli occupati tra i 15 e i 34 anni pari a 221mila unità. Tre giovani su quattro hanno visto peggiorare la propria posizione professionale e solo il 19,6 per cento dei giovani è riuscito a vincere la sua personale lotteria: vedere trasformato il contratto atipico in uno a tempo indeterminato.

Così, quegli strumenti che dovevano permettere un più agevole accesso del mercato, quegli strumenti che parevano chiedere ai ragazzi e alla ragazze solo qualche sacrificio da sostenere nei primi tempi, dal 2003 hanno preso a tradire le promesse. Tanto che da allora è cresciuta anche la quota degli under 25 che fanno il percorso inverso e, dal lavoro "a tempo", escono per andare nella grigia area degli inattivi o in quella di chi cerca lavoro: nel 2002-2003 erano l’11 per cento ora sono quasi il venti per cento.

Ma cosa è successo? Quali sono le ragioni? "Alle imprese - spiega Centra - non conviene più assumere i giovani perché non hanno più gli incentivi economici previsti per il contratto di formazione e lavoro mentre il ’nuovo’ apprendistato è praticamente bloccato." Il fenomeno sembra ancora più acuto proprio in uno dei più importanti mercati del lavoro. Nel Nord Ovest le "speranze" dei giovani si scontrano con una realtà quasi paradossale: solo il 26,2 dei contratti dei temporanei si trasforma in contratti stabili mentre succede lo stesso al 33,2% per la media totale. I giovani ormai paiono condividere lo stesso destino dei loro colleghi più maturi. E la stabilizzazione arriva sempre più tardi: nel 1998 si raggiungeva a 36 anni mentre ora si riesce a conquistarla solo a 38 anni.

Il Nord Est sembra essere l’unica area territoriale dove le imprese utilizzano ancora i contratti a termine per avviare i giovani verso un percorso professionale stabile. Qui, negli ultimi anni, la percentuale di conversione per gli "under 25" è stata del 35,1% rispetto al 30,6% del totale dei lavoratori.

Anche secondo il rapporto Ocse ("Boosting Jobs and Incomes") i posti a tempo determinato, seppure possono produrre benefici effetti sul mercato del lavoro, rischiano di intrappolare certi lavoratori in situazioni di impieghi instabili con retribuzioni incerte. In media la penalizzazione retributiva è nei paesi dell’Unione europea pari al 15% (si va dal 6% in Danimarca al 24% in Olanda).

Cosa fare allora? "Bisogna puntare sul rilancio dell’apprendistato - ci ha detto l’economista Carlo Dell’Aringa - Nel momento in cui Regioni, sindacati e parti sociali si metteranno d’accordo, questo istituto sarà molto utilizzato e la stabilizzazione tornerà ai livelli di prima. Se non esiste un contratto del genere le imprese ne approfittano e tengono un atteggiamento di eccessiva attesa nei confronti dei giovani. Non va bene però lasciare le nuove generazioni a macerare. Non va bene dal punto di vista sociale e non risponde nemmeno a esigenze forti delle aziende".


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martedì 19 settembre 2006
ore 12:43
(categoria: "Vita Quotidiana")





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lunedì 18 settembre 2006
ore 17:43
(categoria: "Vita Quotidiana")





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venerdì 15 settembre 2006
ore 15:36
(categoria: "Vita Quotidiana")





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