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Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d’amore. Per sogni, per chimere e per castelli in aria l’anima ho milionaria. Talor dal mio forziere ruban tutti i gioielli due ladri: gli occhi belli. V’entrar con voi pur ora ed i miei sogni usati e i bei sogni miei tosto son dileguati. Ma il furto non m’accora, poiché vi ha preso stanza la dolce speranza!
Or che mi conoscete, parlate voi. Chi siete? Via piaccia dir?

Scrivo un diario inutile. senza note, senza parole, senza frasi. Solo pagine vuote, bianche. Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano. (Alessandro Sebastiano Morandi)
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mercoledì 29 marzo 2006
ore 16:28 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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mercoledì 29 marzo 2006
ore 10:57 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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lunedì 27 marzo 2006
ore 12:57 (categoria:
"Vita Quotidiana")
«Donne, la carriera uccide il femminismo» Ma la sorellanza (privata) esiste ancora. di Maria Laura Rodotà
Donne femministe, guardatevi dalle femministe professioniste. Meglio le dilettanti, le praticone, le pragmatiche. Ascolteranno le vostre lagne, daranno dei consigli. E se per una volta le cose vi vanno bene non elaboreranno teorie ansiogene sulla fine della sorellanza solo perché alcune sorelle (vivaddio) guadagnano un po’ di soldi. Qualcuna si congratulerà e sarà fiera di voi; come ci si complimentava (invidiando, a volte) per matrimoni riusciti-carrettate di figli- dedizione alle opere buone.
Tutte attività che le donne apprezzano, ma forse meno di una volta. Il che preoccupa una delle femministe professioniste di cui sopra, l’inglese Alison Wolf, professore al King’s College di Londra. Ha appena scritto un saggio, pubblicato dalla rivista Prospect, sostenendo che la nuova generazione di donne che lavorano con grande impegno e buoni stipendi ha ucciso il femminismo. Motivazioni: il desiderio di riuscire e guadagnare ha allontanato le donne di talento dai mestieri storicamente femminili come l’insegnamento (milioni di insegnanti sottopagate ringraziano per le belle parole); e non lascia loro tempo per il volontariato, altra manifestazione dell’«altruismo femminile » (parole di Wolf; si attendono proteste dai milioni di volontari uomini). E la voglia di successo fa spesso accantonare-rimandare- limitare la maternità. Morale: «È la morte della sorellanza... dopo millenni in cui le donne di tutte le classi sociali condividevano le stesse esperienze di vita a un livello molto più alto degli uomini».
Tralasciando le millenarie esperienze comuni (subordinazione ai maschi, impossibilità di espressione e affermazione, violenze domestiche, parti atroci, ecc.); ammettendo che sì, nella società attuale—flessibile, low cost, quel che è — si è allargata la forbice tra donne garantite e benestanti e donne precarie e/o dipendenti dai compagni; qualcuna ha criticato Wolf. «Le donne non sono un gruppo omogeneo, non lo sono mai stato», ha replicato con la pazienza di chi deve rispiegare la scoperta dell’acqua calda Katherine Rake, direttore della Fawcett Society, che si batte per le pari opportunità. Aggiungendo: «Bisogna lavorare per creare un equilibrio tra le attività di uomini e donne; e valorizzare il lavoro non pagato, come occuparsi dei figli (sempre per uomini e donne, per chi non volesse capire, ndr)».
Comunque, in attesa delle nuove polemiche (ci sono sempre, con saggi così) vale la pena di tenere — faziosamente, dilettantescamente — presente che: 1) Le élite women, come le chiama Wolf, non sono tantissime; neanche nel Regno Unito, in Italia non ne parliamo. E l’idea wolfiana secondo cui ora esiste una minoranza di amazzoni che vincono sul lavoro alla pari con gli uomini non pare ancora credibile. Molte inglesi, letto il saggio, hanno smentito al volo. 2) Di élite men o comunque di uomini in grado di ben mantenere una moglie e due-tre figli garantendo che non scapperanno mai con una aitante moldava se ne producono sempre meno. Per cui, tocca lavorare. 3) La sorellanza esiste; ma è limitata a piccoli gruppi (di donne simili e/o solidali in certe fasi o circostanze comuni). E si manifesta nella vita personale. Sul lavoro è più complicato: a volte le donne sono poche, spesso capi e colleghi tendono a mettere l’una contro l’altra; spesso ci riescono da sole (a farsi la guerra; l’una, l’altra, altre ancora), come gli uomini, del resto. 4) Vista la scarsità di élite men moldava-resistenti e di ragazzi moderni che condividano fatiche domestiche e familiari (loro sono in aumento, però) la questione lavoro-famiglia è più attuale che mai. Ma non si risolve denunciando il calo di altruismo femminile (le femministe italiane lo chiamano «la cura»). 5) L’altruismo o cura è una cosa bellissima. Fa sentire nobili, fa sentire bene, è antistress. Invece di tormentare le donne, consigliamolo agli uomini, è meglio della palestra (Ps. E le donne bravissime a lavorare alle quali della «cura» non frega niente? Quelle che legittimamente non amano i bambini? Si spera che intervengano, nel dibattito, il femminismo è una cosa troppo seria per lasciarlo alla studiose professioniste).
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lunedì 27 marzo 2006
ore 10:03 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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venerdì 24 marzo 2006
ore 16:40 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Vladimir Luxuria, candidata alla Camera dei deputati di Rifondazione Comunista, è anche testimonial della campagna antiproibizionista. Eccola mentre esibisce preservativi e cartine con su scritto: "Amore, quello libero", "Antiproibizionismo, quello contro le mafie". "Per i politici sono oggetti impresentabili", ha detto Luxuria, "ma i giovani ne fanno uso quotidiano"
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venerdì 24 marzo 2006
ore 11:32 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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giovedì 23 marzo 2006
ore 18:03 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Il Diario: voto elettronico a rischio La società è vicina al centrodestra MILANO - «Le elezioni private! Si rende conto? Quelli del Comitato Prodi cadevano dal pero, credevano fosse una piccola sperimentazione. Ma qui ci sono in ballo milioni di voti in mano a operatori informatici scelti da un’azienda e i prefetti non contano più niente, sono scavalcati, che garanzie abbiamo? Ci mancava solo che privatizzassero lo scrutinio, è inaudito...». Enrico Deaglio, direttore di Diario , ha il tono concitato. Il settimanale in edicola domani pubblica un’inchiesta di Gianni Barbacetto e Mario Portanova che delinea scenari poco rassicuranti per le prossime elezioni. Tutto parte dal primo decreto legge dell’anno, 3 gennaio 2006, che en passant dà le disposizioni per il nuovo scrutinio elettronico. Non una cosetta: riguarderà 12.680 sezioni e oltre un quinto degli elettori italiani, undici milioni di persone, in quattro regioni chiave come Liguria, Lazio, Puglia e Sardegna. Funziona così: in ogni sezione ci sarà un computer, due video e un operatore che digiterà i voti sulla tastiera man mano che gli scrutatori procedono con lo scrutinio tradizionale. Finito il conto, i dati saranno memorizzati in una «chiavetta Usb», in ogni edificio le varie «chiavette» verranno inserite in un computer centrale che invierà i voti al Viminale. Semplice e veloce. Ma è anche sicuro? Qui cominciano le risposte a dubbi già espressi in un’interpellanza della diessina Beatrice Magnolfi. «Le schede di carta resteranno in archivio, ma saranno estratte dagli scatoloni soltanto in caso di contestazioni». Aggiunge Deaglio: «Certo, in caso di verifica varrebbero le schede di carta, ma ci vorrebbero mesi...». Non basta. L’operazione «da oltre 34 milioni di euro» è stata assegnata a trattativa privata «stante il brevissimo lasso di tempo disponibile», fa sapere il ministro dell’Innovazione Stanca. Tre le aziende: Telecom Italia, Eds e Accenture, la società di consulenza che fu coinvolta, ricorda Diario, nelle polemiche sulle elezioni presidenziali in Florida, con i database da cui sarebbero stati tolti neri e ispanici per favorire i repubblicani. Di Accenture, aggiunge Diario , «è partner Gianmario Pisanu», figlio del ministro dell’Interno. I 18 mila operatori informatici, quelli delle «chiavette», sono invece forniti da un’azienda di lavoro interinale, la Ajilon. Deaglio sospira: «A questo punto, almeno, il centrosinistra dovrebbe chiedere garanzie» .
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giovedì 23 marzo 2006
ore 17:01 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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mercoledì 22 marzo 2006
ore 17:53 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Sgrena polemica su medaglia Quattrocchi "Non la meritava, era un mercenario"
"Un conto è se si va in Iraq per unazione nobile, un conto se ci si arriva come mercenario; chi va per guadagnare dei soldi facendo il servizio di sicurezza, chiamiamolo come vogliamo, è un mercenario" Giuliana Sgrena critica duramente la medaglia doro assegnata dal presidente Ciampi a Fabrizio Quattrocchi. In Sardegna per presentare il suo libro "Fuoco amico", edito da Feltrinelli, la giornalista del Manifesto dopo aver nuovamente invitato il governo a ritirare le truppe italiane dallIraq, ha polemizzato sullopportunità dellonorificenza assegnata alla memoria del bodyguard.
"Penso che anche se è morto dicendo vi faccio vedere come muore un italiano, questo non possa essere un motivo sufficiente per meritare un riconoscimento di questo tipo". La Sgrena, la cui vita fu salvata grazie al sacrificio dello 007 Nicola Calipari, si chiede come sia possibile paragonare la morte di Quattrocchi a quella di Calipari. O non conferire anche al giornalista Enzo Baldoni la stessa medaglia.
Sulla stessa linea della giornalista anche Maria Cimino, madre di Emanuele Ferraro, una delle vittime dellattentato di Nassiriya: "Ci rivolgiamo al Capo dello Stato per avere una risposta, per sapere perchè i nostri ragazzi non hanno avuto ancora una medaglia, a differenza di Quattrocchi. Mio figlio è morto indossando l uniforme italiana". La donna ha anche aggiunto che più volte a lei, e agli altri familiari dei carabinieri deceduti, era stata promessa unonorificenza analoga "finché la cosa era caduta nel dimenticatoio".
"Volevamo andare a Roma per protestare con gli striscioni - ha continuato la signora Cimino - ma non l abbiamo fatto per discrezione. Ci hanno detto che siamo stai ben retribuiti, ma la vita dei nostri figli non si paga con i soldi ma onorando la loro memoria".
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mercoledì 22 marzo 2006
ore 13:03 (categoria:
"Vita Quotidiana")
E italiano ma parla arabo. Si tratta del primo jeans studiato per un un parco clienti musulmano. Qual è la differenza? Luca Corradi, lo stilista che ha inventato taglio e brand del pantalone battezzato Al Quds, spiega che "i jeans non erano molto amati nei paesi arabi. Perché dovendo inginocchiarsi e piegarsi più volte al giorno per la preghera, risultavano scomodi ai devoti di Allah". Con qualche mirato ritocco al taglio, ora non lo sono più. Già in vendita in Francia, presto in Italia, costano circa 18 euro e vengono prodotti a Udine
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