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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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lunedì 20 marzo 2006
ore 18:50
(categoria: "Vita Quotidiana")





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lunedì 20 marzo 2006
ore 11:25
(categoria: "Vita Quotidiana")



Il museo della memoria negata: in mostra gli orrori di Mao
FEDERICO RAMPINI

A tre ore di volo da Pechino, cinque ore di auto da Canton, passata la città di Shantou bisogna inerpicarsi fra le colline, nella vegetazione lussureggiante del Guangdong, per scoprire un nuovo edificio circolare che sembra una pagoda buddista.

Solitario e deserto, custodito da un vecchietto con lo sguardo perso nel vuoto che fuma una sigaretta dopo l’altra, questo è il primo e unico memoriale di una delle tragedie della Cina comunista: la Rivoluzione culturale che Mao Zedong scatenò 40 anni fa, gettando la nazione in un decennio di caos e di terrore.
La memoria negata continua a perseguitare la Cina. Nel 1989 il movimento democratico voleva togliere da Piazza Tienanmen il mausoleo con la salma di Mao, per costruirvi invece un museo dedicato alle sue vittime. Ancora una settimana fa al Congresso di Pechino un gruppo di intellettuali guidati dallo scrittore Zhang Xianliang - pioniere della "letteratura delle cicatrici" dedicata alle sofferenze dell’èra maoista - ha presentato una petizione perché si costruisca nella capitale un museo degli orrori della Rivoluzione culturale. Anche quella richiesta è stata ignorata.

Sono passati trent’anni dalla morte del presidente Mao ma solo un piccolo funzionario di provincia ha affrontato il tabù e ha spezzato la congiura del silenzio: l’ex vicesindaco di Shantou ha fatto costruire questo museo con donazioni private; lui stesso dopo averlo inaugurato ora sembra spaventato per avere osato tanto, è diventato invisibile e si nega ai giornalisti. Nonostante la sua povertà, l’aspetto semiclandestino e la scarsità di visitatori, il nuovo museo di Shantou non lascia indifferenti.

La tecnica usata per ricostruire i fatti del 1966-76 è semplice ed efficace. Le foto in bianco e nero tratte dai giornali dell’epoca, insieme con brevi e sobrie spiegazioni, sono riprodotte e fissate sui muri sotto forma di incisioni su pietra nera. E’ come se la storia fosse rimasta scolpita per sempre su steli funebri. Lungo le pareti scorrono le istantanee della follia che precipita la Cina nell’isolamento internazionale, in una guerra civile istigata dall’alto, che semina morte e sofferenze per generazioni. Delle teche di vetro custodiscono vecchie spille di Mao, francobolli commemorativi, le prime edizioni del Libretto Rosso, i bracciali delle Guardie Rosse: reliquie del culto religioso votato al Grande Timoniere che fu all’origine di tutto.

Un’immagine cattura l’inizio "ufficiale" del movimento di massa: è l’8 agosto 1966, un corteo di giovani che protestano agita lo striscione su cui Mao ha scritto di suo pugno lo slogan "Bombardate il quartier generale". Il vecchio leader accende la polveriera, dà il via libera alla rivolta della base contro la burocrazia del partito. Lui stesso in quei giorni battezza il termine "Grande Rivoluzione Culturale" per indicare un movimento che all’inizio appare spontaneo e liberatorio, in realtà è manipolato dal presidente per riprendersi un potere che gli stava sfuggendo. C’è la mitica nuotata di Mao (allora 72enne) nel fiume Yangtze, esibizione di vigore di un leader che in realtà nasconde già i primi sintomi del morbo di Parkinson.

In una lettera scritta alla moglie Jiang Qing, una delle istigatrici del movimento, Mao annuncia esultante: "Grande è il caos sotto il cielo". Nel solo anno 1966, spiega una didascalia, ben undici milioni di giovani inquadrati nei ranghi delle Guardie rosse affluiscono in pellegrinaggio a Pechino nelle adunate oceaniche di Piazza Tienanmen per sentire i comizi di Mao, imparano a memoria le massime del Libretto rosso, poi sciamano per il paese a diffondere il nuovo Verbo radicale. Ci sono foto di bambine delle elementari che incollano dazebao a scuola per criticare i propri maestri: un ingrediente della Rivoluzione culturale è la rivolta generazionale, la ribellione dei giovani contro gli anziani (donde gli attacchi virulenti a Confucio e alla sua etica "paternalista").

Si vedono contadini in cattedra all’università di Pechino per insegnare il pensiero maoista: preludio alla chiusura delle facoltà, alla deportazione dei giovani cittadini nelle campagne, alla paralisi degli studi e della ricerca. Poi arrivano le immagini più dure, scattate durante le campagne di "rieducazione socialista". Contadini costretti a umiliarsi nell’autocritica pubblica davanti al villaggio accusandosi di "deviazioni borghesi". Uomini alla gogna con al collo il cartello di "controrivoluzionario". Vecchi costretti a indossare in pubblico magliette con l’elenco delle loro colpe, come la stella di Davide degli ebrei sotto il nazismo. I processi sommari ai monaci tibetani, che sfilano tra gli insulti con il lungo cappuccio della vergogna. Statue di Budda coperte di striscioni contro "l’idolo reazionario".

Poi Mao ha paura che gli sfugga di mano la spontaneità movimentista delle giovani Guardie rosse. Con un voltafaccia il Grande Timoniere scatena le forze dell’esercito regolare in una repressione feroce dei suoi stessi sostenitori. E’ il periodo della massima violenza e dell’anarchia, dei regolamenti di conti mortali tra le fazioni. Si vedono assemblee di giovani con le teste fasciate e sanguinolente, braccia e gambe ferite e bendate, in mano lance e coltelli, gli strumenti di una guerra civile all’arma bianca. Ci sono i "criminali" arrestati dalle Guardie rosse, legati e in ginocchio, in attesa di esecuzione. Le foto che arrivano sulla stampa libera di Hong Kong di orrende torture, cadaveri mutilati e sventrati e poi appesi agli alberi per "educare le masse", i morti che galleggiano nel Delta delle Perle.

La sezione della mostra dedicata alle vittime è ricca di personaggi illustri: il segretario personale di Mao caduto in disgrazia, che si suicida nel 1966 senza che il capo muova un dito per proteggerlo; tanti artisti famosi perseguitati, imprigionati, deportati nei lager, "suicidati", le loro opere proibite e bruciate in piazza negli autodafè. La tragica fine dell’ex presidente della Repubblica Liu Shiaoqi morto di malattia dopo le torture, sepolto sotto falso nome per negargli il funerale. Ma nel museo di Shantou solo le vittime famose hanno diritto a qualche scampolo di omaggio.

Solo i politici e gli intellettuali precipitati nella disgrazia hanno lasciato qualche traccia, libri e proteste, e i loro discendenti hanno avuto gli onori di una riabilitazione postuma. Centinaia di migliaia, forse milioni di perseguitati restano nell’ombra, perfino a Shantou sono volti senza un nome. Quante furono le vittime della Rivoluzione culturale? Il museo cita solo casi locali: 13.000 in fuga da Shandong, due milioni colpiti dalla carestia a Wuhan. Il bilancio dei morti resta un segreto di Stato. Eppure tanti parenti e discendenti delle vittime sanno, e sono costretti a seppellire il dolore nella memoria privata, senza poter cercare un senso a quella tragedia.

L’esposizione si chiude con il processo alla Banda dei Quattro, inclusa la vedova di Mao, capri espiatori su cui vengono fatte ricadere le colpe maggiori. C’è il lieto fine, la vittoria di Deng Xiaoping, il moderato che inaugura l’apertura della Cina al mondo e le riforme di mercato. Su Deng la Rivoluzione culturale lascia tracce personali e dolorose: un lungo periodo di emarginazione dal potere, la violenza delle Guardie rosse che si accanisce contro suo figlio facendone un invalido a vita. Eppure è Deng a blindare il dibattito politico con la celebre frase su Mao: "per il 70% giusto, per il 30% sbagliato". Deng e i suoi successori fino all’attuale leader Hu Jintao hanno sempre negato ai cinesi la verità sulla Rivoluzione culturale per non rimettere in discussione il dogma sull’infallibilità del partito unico, il patto scellerato che li lega per sempre all’eredità di Mao.

All’uscita del museo di Shantou c’è una grande campana di bronzo, secondo la tradizione buddista i suoi rintocchi sono un ammonimento. Ma non c’è nessuno per suonare la campana. A fianco c’è un brano autografo dello scrittore Ba Jin, il grande romanziere del Novecento morto l’anno scorso all’età di 101 anni, lui stesso perseguitato durante la Rivoluzione culturale: "Costruire il museo non è compito di una persona. E’ una responsabilità collettiva per illuminare le generazioni future e tenere viva la memoria delle nostre colpe. Solo ricordando il passato possiamo essere i padroni del nostro futuro".


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lunedì 20 marzo 2006
ore 09:55
(categoria: "Vita Quotidiana")





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sabato 18 marzo 2006
ore 10:12
(categoria: "Vita Quotidiana")





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venerdì 17 marzo 2006
ore 16:04
(categoria: "Vita Quotidiana")



Il presidente panettiere



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giovedì 16 marzo 2006
ore 19:02
(categoria: "Vita Quotidiana")



Parigi, cariche e scontri: i giovani sono tornati in piazza

Alta tensione a Parigi, dove migliaia di giovani sono tornati in piazza per protestare contro la riforma del mercato del lavoro. Sotto accusa il Contratto di primo impiego (Cpe), che autorizza il licenziamento senza giusta causa per i neo assunti con meno di 26 anni entro i primi due anni. Manifestazioni si sono svolte in tutta la Francia.

Solo a Parigi sono 30mila i ragazzi che hanno risposto all’appello del Collettivo dei giovani anti-Cpe, che raggruppa una quindicina di sindacati studenteschi. I giovani hanno fronteggiato la polizia, che ha effettuato cariche di alleggerimento ma senza calcare troppo la mano: il ministro dell’interno Sarkozy ha ordinato alle forze dell’ordine di fare un "uso misurato della forza e solo in caso di assoluta necessità".

Un punto d’intesa sembra però lontano: de Villepin ha offerto agli studenti la possibilità di operare alcune modifiche, ma è rimasto fermo sulla sostanza della legge. Si tratta della più grave crisi del suo governo negli ultimi dieci mesi: le possibilità di salire all’Eliseo sulla poltrona di Chirac diventano sempre più remote.

Il governo è compatto con il premier, artefice della riforma, duramente criticata dai sindacati e dai socialisti all’opposizione. Pieno sostegno al suo operato è stato dato dal presidente Jacques Chirac, che ha invitato ad avviare un dialogo "costruttivo" con le parti sociali. Parlando con il premier, il presidente gli ha confermato la sua fiducia: "Ha ragione a cercare di aprire la discussione con le parti coinvolte. Spero che il dialogo riesca a decollare, e mi auguro che i nostri interlocutori si impegnino a portare avanti un discorso costruttivo e responsabile".


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giovedì 16 marzo 2006
ore 10:46
(categoria: "Vita Quotidiana")



Raddoppia la sete del mondo. In 50 anni dimezzate le scorte
di RICCARDO STAGLIANÒ

Il problema della scarsità d’acqua annega nei paradossi. L’indiana Cherrapunji, per dire, è la città più piovosa del mondo ma dai rubinetti escono solo poche gocce. Mancano le infrastrutture, ha denunciato nei giorni scorsi un gruppo ambientalista. E mentre nel mondo un miliardo di persone non ha accesso ad acqua potabile e 2,6 miliardi non sanno cosa siano servizi sanitari negli ultimi cinque anni il consumo di acqua in bottiglia è cresciuto del 57%. In questa classifica sprecona di chi beve più litri per persona il Messico, nella cui capitale si apre oggi il quarto forum mondiale dell’acqua, è secondo solo all’Italia.

L’appuntamento, che ha lo scopo di raggruppare una sorta di super-lobby dei diritti idrici che comprenda politici, imprenditori e ong, si tiene ogni tre anni ed è organizzato dal Consiglio mondiale dell’acqua. E ogni volta, a guardare i numeri, la situazione peggiora. Se le riserve mondiali per abitante erano di 16.800 metri cubi nel 1950, nel 2000 erano scese a 7300 e nel 2025 si assesteranno a 4800. Checché ne dicessero una volta i professori di economia negli esempi delle loro lezioni, l’acqua è una risorsa "finita". E come tale è preziosa.

Eppure la gente, nello spicchio ricco del mondo, si comporta come se non fosse così e uno scarico di una toilette occidentale ne usa tanta quanta ne serve a una persona nei paesi poveri per le esigenze di un giorno intero. Per non dire dei 30 litri che servono per produrne uno di birra, i 4500 per 1 chilo di riso e i 100 mila per un chilo di alluminio.

Le contraddizioni sono ancora più radicali. In America latina e in Africa equatoriale, dove l’acqua è naturalmente abbondante, da un quarto a metà della popolazione ha difficoltà a berne di pulita. Le ragioni sono politiche e finanziarie. "Per uno stato - spiega su Le Monde Pierre Victoria, direttore delle relazioni internazionali di Veolia-eau - è più semplice partecipare alla distribuzione dell’energia o delle grandi infrastrutture. Ma bisogna convincersi che è più importante investire sull’acqua che sui telefoni cellulari". Non foss’altro perché la carenza di questi ultimi non provoca 8 milioni di morti all’anno, addirittura più vittime di quelle da malnutrizione.

Le multinazionali l’hanno capito e riempiono i buchi lasciati dalle amministrazioni. Alla loro maniera, però, sino a quando la popolazione si arrabbia. Come è successo a Cochabamba, in Bolivia, dove la privatizzazione da parte di una società controllata dalla californiana Bechtel portò a rincari del 300% che i campesinos non potevano permettersi. All’inizio del 2000 ci furono scontri, 6 morti e centinaia di feriti e alla fine la municipalità cancellò il contratto capestro.

L’Onu si è data un obiettivo: dimezzare entro il 2015 il numero di persone senza acqua potabile o servizi sanitari (ovvero quelle che non dispongono di 20 litri al giorno a una distanza inferiore a 1 chilometro). Per raggiungerlo servono i soldi di chi il problema lo apprende da giornali e tv, magari sorseggiando una Perrier, ovvero investimenti tra i 7,5 e 25 miliardi di euro all’anno contro i 4 stanziati oggi. L’impegno terrà banco al forum. Dove qualcuno cinicamente ricorderà che altri appetiti sono in gioco da momento che Fortune ha valutato in 403 miliardi di euro l’anno il valore dell’industria dell’acqua ("il miglior settore dove investire"), pari al 40% di quella del petrolio.


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giovedì 16 marzo 2006
ore 10:34
(categoria: "Vita Quotidiana")



"Stanno abbandonando la nave ma affogheranno anche loro"
di CLAUDIO TITO

"Pensano di abbandonare la nave come i sorci, pensano che stiamo affondando. Ma non hanno capito che se affondo io, affondano anche loro. Dovrò fargli capire che io, anche se perdo le elezioni, non me ne vado. Resto e le carte per il futuro della Cdl, le darò comunque io". Dopo il duello televisivo tra Berlusconi e Prodi, il centrodestra sembra una scialuppa in balia delle onde. Con Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini rapidi nel prendere le distanze dal premier, Umberto Bossi silenzioso nella sua degenza e il Cavaliere infuriato con gli alleati.

Il Cavaliere infuriato per le critiche degli alleati non esclude di rinunciare al match di ritorno e pensa di rilanciare il partito unico

Alla ricerca di una ricetta per rimettere la campagna elettorale sui binari sperati e per scovare le contromisure più adatte per sfidare il Professore nel faccia a faccia decisivo, quello del 3 aprile.

Sta di fatto che a meno di 24 ore dallo scontro con il leader dell’Unione, il Cavaliere non si aspettava un "voltafaccia" così esplicito dai due principali partner, ossia dal leader di An e da quello dell’Udc. Così, prima di assistere a San Siro alla partita di addio dell’ex milanista Demetrio Albertini, si è fatto leggere le loro dichiarazioni. E a quel punto è scattato. "Sono stati in silenzio fino ad ora e parlano adesso. Bella figura. Mi ero liberato di Follini e adesso me ne ritrovo due".

Una situazione inaccettabile per l’inquilino di Palazzo Chigi. Che è deciso a ingabbiare politicamente gli alleati per affrontare gli ultimi 25 giorni di campagna elettorale. La scorsa settimana aveva già fatto commissionare un sondaggio per verificare l’impatto sull’elettorato di un eventuale rilancio del progetto del partito unico. Da ieri quell’idea è tornata sul tavolo del premier. "Diciamo subito che il giorno dopo le elezioni ci sarà una sola formazione nel centrodestra, annunciamo che ci saranno i gruppi unici. E vediamo che succede".

Nel piano del premier, questo progetto non serve solo a sterilizzare le polemiche interne e a improntare i rapporti interni nel segno della "coesione indispensabile per vincere". Ma è anche una sorta di "assicurazione" sulla vita in caso di sconfitta. Sarebbe il contenitore nel quale bloccare tutte le spinte centrifughe che si azioneranno nel Polo davanti al governo Prodi e, in più, confermare la leadership berlusconiana anche all’opposizione. "È chiaro che quei due stanno facendo una corsa per il dopo 10 aprile. Entrambi pensano di prendere il mio posto, di farmi fuori. Evidentemente ancora non hanno imparato a conoscermi".

Insomma, Berlusconi vuole costruire fin da ora una barriera che alzerà dopo il voto se la rincorsa non si concluderà con la vittoria. Il Cavaliere vuole essere comunque il "king maker" della Cdl e il referente quando si intavoleranno le trattative per scegliere il nuovo capo dello Stato. Con un occhio agli interessi delle aziende che, a suo giudizio, "si tutelano meglio se si è al vertice di una forza politica di rispetto".

Di certo, in una giornata delicata per il centrodestra, non può essere un caso che Berlusconi non abbia sentito né Fini, né Casini. Avrebbe voluto, semmai, parlare con Bossi. "Se Umberto riuscisse a fare un po’ di campagna elettorale, molto cambierebbe. L’ho anche detto ai suoi: "fategli fare qualche uscita alla radio o in tv"".

In questo clima, invece, le uniche telefonate sono intercorse tra il presidente della Camera e il ministro degli Esteri. Concordando di fatto le loro uscite. "La verità - ha spiegato Casini al suo staff - è che serve un rinnovamento generazionale. È la campagna elettorale a dircelo. Vale per noi come per l’Unione. Il duello in tv ha mostrato due esponenti di una politica vecchia".

Non solo. Già qualche settimana fa, il capo dei centristi aveva avvertito che se il Cavaliere non fosse riuscito a riacciuffare Prodi almeno nei sondaggi, avrebbe cominciato a sferrare "calci". E ieri, in effetti, ha iniziato. Anche perché con la sovraesposizione berlusconiana, "noi siamo di fatto cannibalizzati.

Finché c’era la possibilità di arrivare alla vittoria, va bene. Ma se non è così, dobbiamo difenderci. Se Silvio vuol fare tutto da solo, noi siamo costretti a farci sentire. In gioco, ormai, è il futuro. E non il presente". Fini è meno tranciante. Ma il discorso è analogo. "Noi dobbiamo rilanciare l’attacco a tre punte. Abbiamo capito che ci sono elettori che non voteranno mai l’Unione e non vogliono nemmeno votare il presidente del consiglio. Ecco, vogliamo far sapere che possono dare a noi la loro preferenza. Noi, e non Forza Italia, possiamo intercettare il voto dei delusi".

Riflessioni che Berlusconi conosce perfettamente. E per questo si sta preparando a rintuzzare gli assalti, degli alleati e degli avversari, senza scartare neanche l’ipotesi di rinunciare al match di ritorno con Prodi: "Da oggi - ha annunciato ai suoi - si cambia registro. Si passa all’attacco su tutto. Il prossimo faccia a faccia deve essere diverso. Altrimenti tanto vale non farlo. Tutte le cartucce le utilizzerò lì, ad una settimana dal voto quando quel 25% di incerti inizia davvero a valutare se schierarsi".

Si vuole giocare tutte le carte di riserva. Sfoggiare proposte nuove. "Gli italiani vogliono sognare e devo farli sognare". Ed entro il 3 aprile, il Cavaliere spera anche in "un aiuto esterno". Perché, dicono a Via del Plebiscito, "le inchieste giudiziarie sui vertici del centrosinistra che si erano fermate, nei prossimi giorni potrebbero ripartire. Se si tratta di questioni pesanti, allora cambierà tutto".


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giovedì 16 marzo 2006
ore 09:43
(categoria: "Vita Quotidiana")



Uomini senza
di Claudio Fava

A me ricorda certe cartoline siciliane, (io non c’ero: racconti ricevuti) quando ancora la terra era una somma di latifondi e nei paesi del dopoguerra i disoccupati, per campare, s’industriavano a fare i «giornatari», braccianti pagati un tanto a giornata di lavoro per mietere, vendemmiare, seminare. Solo che i posti erano pochi e i disperati tanti: ci si raccoglieva in fondo alla notte nelle piazze dei paesi, all’alba il mezzadro arrivava, squadrava, misurava. E infine sceglieva.

Tu oggi lavori, tu te ne torni a casa. Campare, a quel tempo, era una lotteria tra miserabili.
Adesso questa lotteria l’abbiamo regalata agli immigrati. Maghrebini, neri, filippini. In fila da sabato pomeriggio, e poi per tutta la notte, davanti agli uffici postali d’Italia. Per essere tra i primi e tra i pochi a ricevere il “kit dei desideri”, la bustona che contiene la richiesta del datore di lavoro per far entrare in Italia la manodopera straniera. 170 mila i posti in palio per i più svelti ad arrivare. Qualcuno s’è divertito a incrociare un po’ di numeri e ha scoperto che solo i primi ventisette in coda davanti ad ogni ufficio postale avranno avuto la fortuna di ricevere il loro kit. E di sperare in altri due anni di permesso di soggiorno in Italia.

È andata come doveva andare. Le lunghe file sui marciapiedi, i bivacchi davanti ai seimila uffici postali, la paura di perdere il turno, il freddo che allunga la notte, la pazienza e la rabbia che tutto si riduca sempre in una corsa, in una porta stretta. L’aver procurato queste immagini è forse il tratto più umiliante di cinque anni di politiche cucite dalla destra sulla pelle degli extracomunitari. È la scelta, consapevole, di ridurre la vita degli altri a un lancio di dadi. O di metterli gli uni contro gli altri: tu oggi lavori, tu te ne torni a casa. In fondo all’Africa, in mezzo al mare: purché altrove.

Non sono pensieri da missionario. Sono fatti. La fretta di mettersi in coda, la speranza di non essere scartati, il gioco osceno degli imprevisti e delle probabilità a cui appendere il destino di mezzo milioni di “irregolari”: sono tutti fatti. Un modo per costringere queste donne e questi uomini a sentirsi cittadini minori, braccianti della vita. Giornatari, appunto. Sono fatti anche le aste che si consumano in taluni nostri consolati all’estero, il mercato dei visti smerciati dai 1.800 euro in su per poter venire in Italia senza affrontare il mare su una barca.

È un fatto l’ignobile accordo che il nostro governo ha firmato con la Libia per convincere Gheddafi a riprendersi i clandestini respinti dall’Italia, e per ammassarli nei suoi lager sul bordo del deserto. Sono fatti le cronache raccontate dai giornalisti come Fabrizio Gatti: ciò che avviene alle frontiere, nei campi profughi, in mare o nei civilissimi Cpt.

La lotteria di sabato sera è stata solo il colpo di coda di una stagione politica ormai marcita, felice di costruire selezioni e gerarchie perfino nel diritto alla speranza. È bene che chi verrà dopo non dimentichi nulla, nessun dettaglio, di questi anni d’infamia.


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mercoledì 15 marzo 2006
ore 18:16
(categoria: "Vita Quotidiana")



Duello tv, Fini bacchetta Berlusconi
Il leader di An: «Ha sbagliato a dire che va tutto bene». Anche Casini critico: «Occasione mancata, solo un dibattito sul passato»

Romano Prodi è stato apatico, ma Silvio Berlusconi ha ecceduto in ottimismo. È la sintesi che fa il leader di An Gianfranco Fini a proposito del duello televisivo che ha visto opposti il Cavaliere e il Professore. «Non credo che il dibattito tv abbia cambiato di molto la situazione - spiega Fini - Più che serenità, Prodi ha trasmesso apatia. Non ha entusiasmato né spaventato. È stato piatto, grigio come il futuro che prospetta». Non proprio entusiasta dell’esito del faccia a faccia nemmeno l’altra punta della Cdl, Pierferdinando Casini: «È stata una occasione mancata - spiega il presidente della Camera - È stato un dibattito del passato e sul passato». E si augura che nel suo prossimo faccia a faccia con Rutelli «si possa fare un confronto sul futuro dell’Italia e degli italiani».

LA CRITICA AL PREMIER - Per Fini «Berlusconi ha rafforzato il convincimento di chi ha già scelto il centrodestra, ha giustamente ricordato le tante cose buone fatte dal governo e le molte contraddizioni del centrosinistra, ma ha dato l’impressione di credere che tutto vada bene. Ha cercato di essere promosso con il massimo dei voti e la lode. Un eccesso, perché i tanti elettori ancora indecisi sanno che nella nostra società ci sono ancora molti problemi».

UN CENTRODESTRA DIVERSO - Per costruire un futuro migliore il centrodestra resta di gran lunga e per tante ragioni più credibile del centrosinistra. Ma a condizione - osserva Fini - che «dal voto esca un centrodestra vincente ma diverso dall’attuale, più capace di ascoltare la gente comune. Un centrodestra ugualmente determinato ma più realista».


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