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Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d’amore. Per sogni, per chimere e per castelli in aria l’anima ho milionaria. Talor dal mio forziere ruban tutti i gioielli due ladri: gli occhi belli. V’entrar con voi pur ora ed i miei sogni usati e i bei sogni miei tosto son dileguati. Ma il furto non m’accora, poiché vi ha preso stanza la dolce speranza!
Or che mi conoscete, parlate voi. Chi siete? Via piaccia dir?

Scrivo un diario inutile. senza note, senza parole, senza frasi. Solo pagine vuote, bianche. Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano. (Alessandro Sebastiano Morandi)
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lunedì 27 febbraio 2006
ore 19:04 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Bush non sa andare in bici con una mano
Il «comandante in capo» è davvero una frana quando sale sulle due ruote. Lo dice un rapporto stilato dalla polizia scozzese del Perthshire che inchioda George W. Bush senza appello. Il presidente Usa non sa andare in bicicletta e, al tempo stesso, salutare con la mano, è quanto in buona sostanza dichiarano gli agenti.
Lincidente in questione risale al 6 luglio 2005. È il primo giorno del vertice del G8 ospitato a Gleneagles, in Scozia. Summit super-blindato per la presenza nella zona di gruppi no-global.
Prima dellinizio dei lavori Bush decide comunque di fare una pedalata distensiva nel parco del resort esclusivo dove alloggia. Qui incrocia alcuni agenti della polizia locale. Solleva la mano dal manubrio per salutarli. Non lavessa mai fatto... Lesito di quel gesto è disastroso: graffi e sbucciature alle braccia e alle gambe per George W. E non solo. Un poliziotto viene investito dal mezzo guidato dal presidente e finisce in ospedale. La prima versione ufficiale riferisce di un ruzzolone nel tentativo di frenare, complice la pioggia. Ora si scopre che le cose sono andate in modo leggermente diverso.
Questa la ricostruzione dei fatti secondo il rapporto della polizia: «Lunità aveva avuto disposizione di controllare lincrocio tra lAucherarder e la Braco Road al momento del transito in bicicletta del presidente degli Stati Uniti. Alle 18 circa il presidente si avvicinava in velocità allincrocio; la strada al momento era sgombra. Al momento di superare il punto indicato, il presidente sollevava la mano sinistra per salutare gli agenti mentre pronunciava ad alta voce: «Grazie, ragazzi, di essere venuti».
Prosegue il comunicato: «Mentre compiva queste due azioni il presidente degli Stati Uniti perdeva il controllo del mezzo, cadeva rovinosamente e finiva con il proprio corpo e con la bicicletta sugli stinchi del funzionario di polizia. Questi, cadendo, picchiava la testa».
Il rapporto precisa anche come Bush abbia continuato a scivolare sullasfalto per altri cinque metri buoni, dopo avere abbattuto il poliziotto, cui sono state poi date due settimane di prognosi. La Casa Bianca si affrettò invece a dire che il ricovero dellagente era durato poche ore. Sulla cartella clinica del poliziotto, la causa dellinfortunio fu registrata come «contusione da oggetto volante o in movimento».
Bush può comunque consolarsi, visto che gli è stata risparmiata lumiliazione di vedersi appioppata una multa per guida pericolosa in bicicletta: linfrazione esiste davvero nel Perthshire e la polizia locale lanno scorso ne sanzionò tre.
Bush non è nuovo agli incidente in bici. Nel maggio del 2004 si rese protagonista di una caduta sulle colline attorno al suo ranch di Crawford, nel Texas. Il presidente si sbucciò la mano e si provocò escoriazioni al mento.
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lunedì 27 febbraio 2006
ore 18:39 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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lunedì 27 febbraio 2006
ore 13:43 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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lunedì 27 febbraio 2006
ore 10:48 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Per fermarli di Furio Colombo
«Siamo a qualcosa di peggio». Lo dice Tina Anselmi l’indimenticata e coraggiosa presidente della Commissione P2, in un’intervista all’Espresso del 23 febbraio. L’intervistatrice Chiara Valentini ricorda all’Anselmi la durezza del suo esordio politico, ai tempi del «duello all’ultimo sangue tra Togliatti e De Gasperi». E prontamente l’ottuagenaria ma non domata signora risponde: «Adesso siamo a qualcosa di peggio. Oggi c’è chi rifiuta le modalità della democrazia». Dice: «Quando presiedevo la Commissione della P2 ho avuto pressioni, minacce, denunce, sette chili di tritolo davanti casa, era una vita impossibile, ma Papa Wojtyla, mi ha detto battendomi una mano sulla spalla: “Forza, forza”. Nell’elenco di Gelli c’era una buona parte di quelli che contavano, uno spaccato tremendo del Paese. Ma ben più grave è che molti uomini della P2 siano passati indenni da quegli anni. Basti ricordare lattuale presidente Berlusconi, tessera P2 1816. E il suo aiutante, Fabrizio Cicchitto, tessera P2 2232».
Se in tempo di quote rosa si ammettesse che, oltre ai “padri”, ci sono anche le “madri della Patria”, quel titolo spetterebbe certo alla cattolica democratica Tina Anselmi. Per il coraggio che ha avuto, e per il coraggio che ha. Perché anche adesso il semplice menzionare un nome e una tessera P2 porta, come conseguenza immediata, di essere definiti «giornalisti criminali» e «testata omicida», con accuse di contiguità al terrorismo politico o al terrorismo islamico. Eppure le due tessere P2 sopracitate corrispondono, nell’ordine, a colui che si proclama l’uomo nuovo destinato da Dio a cambiare il Paese (lo ha cambiato, purtroppo, e anche senza essere credenti c’è da dubitare che Dio sia coinvolto con lui, con Dell’Utri e con Previti in questo umiliante cambiamento). E al portavoce del premier che appariva ogni giorno nei telegiornali di Stato per redarguire la sinistra sulla scarsità di senso morale, al tempo in cui andavano quotidianamente in onda notizie false sulle scalate Ds alle banche.
I n quel tempo il buon avvocato Mills, destinatario di un anticipo di seicentomila dollari misteriosamente giuntogli dall’Italia, non aveva ancora parlato, non aveva ancora indicato il mittente della sua fortuna. Se vi fermate un momento a riflettere, notate questo: tutti gli uomini del presidente (in particolare gli intimi) sono identificati o da una tessera P2 o da grandi somme di denaro, distribuite, assegnate o transitate per una ragione o per l’altra. Per questo Tina Anselmi dice, dopo aver ricordato i suoi tempi terribili, «adesso siamo a qualcosa di peggio».
Ma mettetevi nei panni di un normale lettore o lettrice dell’intervista Valentini-Anselmi. Molti constateranno di non avere mai sentito, da quando esiste questo governo, un simile discorso alla radio o alla televisione italiana. Infatti la campana di vetro che isola l’Italia da ciò che realmente accade, attraverso il controllo ferreo delle notizie (Tg e talk show, le altre fonti dissuase o intimidite, se necessario, con pesanti denigrazioni o minacce) produce la percezione di una realtà alterata in cui chi si ostina a dire le cose così come sono, appare un persecutore e anche un testardo. Infatti la realtà offerta dai Tg è completamente diversa. Al punto che il presidente del Parlamento Europeo Josep Borrell che vede gli eventi senza il filtro malato della Tv italiana, si è accorto subito delle dichiarazioni para-naziste di Romagnoli (uno dei nuovi alleati fascisti di Berlusconi, secondo i patti siglati a Palazzo Grazioli, sede privata del Governo) e del suo disprezzo della Shoah, ha subito dichiarato la sua incredula indignazione.
Molti italiani sarebbero stati colti di sorpresa da quella dichiarazione, se il presidente Ciampi, lo stesso giorno, di sua iniziativa, non si fosse recato alla Sinagoga di Roma per dire: «Un uomo della mia generazione non dimenticherà mai il rastrellamento degli ebrei nel ghetto di Roma, non dimenticherà mai la Shoah». Ora non crediate che Carlo Azeglio Ciampi si sia trovato a passare per caso sul Lungotevere, e abbia pensato di passare a fare una visita al suo amico livornese Elio Toaff.
Una ragione c’era, anche se manca nelle notizie italiane: arrivano i fascisti, e fanno campagna elettorale, per la prima volta nella storia democratica italiana, con un leader che viene dalla P2 e che va in giro spacciandosi per “liberale” (come scrivono benevolmente di lui sui muri di “Porta a Porta”). Ci sono anche collaborazionisti (più o meno consapevoli) della destra che si fanno trovare a bruciare bandiere di Israele (un Paese la cui distruzione viene continuamente invocata) in coda al corteo di un partito che figura nella coalizione guidata da Romano Prodi.
Prodi ha messo subito per iscritto, in una lettera a Giorgio Gomel e al gruppo Martin Buber, la sua recisa e incondizionata condanna per quella umiliante e incivile iniziativa. Si può capire l’imbarazzo di Berlusconi. Berlusconi non potrebbe scrivere quella lettera. Ha preso ben altri impegni con certi fascisti che, ancora adesso, si collegano direttamente alla Repubblica di Salò, e dunque anche alle leggi razziali. Ma qualche altro “liberale” della sua parte (o qualche cattolico fervente, come Casini) avrebbe potuto dedicare un minuto di attenzione alle squadre fasciste che si sono adunate a Palazzo Grazioli per fare il “saluto ad Arcore” e comunicare, almeno, un po’ di disaccordo. Invece continuano a parlare di Vladimir Luxuria, come se essere transessuale fosse un reato. Lo sarà, forse, se dovesse vincere, con i suoi fascisti a bordo, accanto a Casini e a Pera, la Casa delle Libertà.
C’è un film dvd di Enrico Deaglio che sarà distribuito con il settimanale «il Diario» il primo marzo, e poi nelle librerie Feltrinelli. Contiene un documento che è importante vedere. È l’intera sequenza della seduta del Parlamento Europeo che ascolta Berlusconi nel giorno infausto in cui si è insediato alla guida del semestre italiano. Di quell’evento è restato un senso di profondo imbarazzo in Italia, perché a nessuno piace mostrare in pubblico di aver meritato un simile primo ministro. Ma il nostro imbarazzo era motivato da brevissimi flash di telegiornale così cautamente contenuti che il Tg 1, per esempio, aveva soppresso la voce dei protagonisti e laveva sostituita con la narrazione fuori campo, durata comunque pochi secondi.
Che cosa è realmente accaduto? Lo vedrete nel dvd che mostra l’intera vicenda. È accaduto che il capo del governo italiano ha dato del nazista («Kapò») al deputato tedesco Martin Schultz, capogruppo dei socialisti in quel parlamento. La ragione della scenata di Berlusconi è familiare agli italiani. Schultz si era permesso di fare delle critiche e di alludere al gigantesco conflitto di interessi di Berlusconi che, fuori dall’Italia, continua a provocare meraviglia, disagio e anche disprezzo a causa dell’evidente illegalità. Di fronte a quelle critiche - durate in tutto un paio di minuti e contenute nel più tradizionale linguaggio parlamentare - Berlusconi ha perso la testa ed è passato all’insulto violento, con parole volgari e gridate. L’evento è servito molto ai parlamentari europei. Hanno colto al volo l’incapacità di governare di Berlusconi, che infatti ha prodotto, nel semestre italiano, soltanto circostanze penose, negative o ridicole. Ma hanno visto anche - dietro la finzione dell’eterno sorriso da venditore - una genuina cattiveria, una vera e non controllabile voglia di vendetta (che del resto questo giornale conosce bene, se pensate alle accuse costantemente sollevate contro chi non ha mai accettato di considerare Berlusconi un normale avversario e si è sentito costretto a insistere sul pericolo per la democrazia che il conflitto di interessi provoca con la sua infezione e la sua estraneità alla legalità).
Ma è necessario vedere il film di Deaglio perché nessuno di noi, in Italia, ha mai visto l’intera, umiliante sequenza, ha mai ascoltato i boati di indignazione dei parlamentari europei, ha mai visto la faccia esterrefatta di Prodi che ascolta, ha mai potuto sostare sui primi piani del presidente Cox, che appariva offeso e desolato, ha mai potuto ascoltare le sue parole. Vedendo il film apprenderete ciò che la Tv italiana ci ha negato, negando una pagina rilevante del giornalismo contemporaneo.
I parlamentari europei insorgono. Quando Parla Schultz lo applaudono in piedi per più di un minuto. Quando parla Berlusconi gridano e protestano, non per impedirgli di parlare, ma per le cose incredibili che ascoltano. Ascoltano sarcasmo, maleducazione, offesa e rifiuto di scusarsi. Invano il presidente Cox, che notoriamente non è di sinistra, ha offerto a Berlusconi una seconda occasione di prendere la parola. Il premier ha ripetuto e deliberatamente peggiorato le cose che aveva già detto. La reazione del Parlamento è stata di aperto rigetto. Niente di tutto ciò era stato visto in Italia, dove anche coloro che avevano giudicato severamente l’evento erano stati lasciati con l’impressione di un momento sbagliato o difficile in un incontro altrimenti normale. La verità è che si è trattato di un disastro di immagine gravissimo, irrimediabile. E solo un uomo prepotente e ricco è in condizione di bloccare l’informazione nel suo Paese, una informazione tanto importante su un fatto così clamoroso. Attraverso la pesante intimidazione, oppure l’amicizia conveniente, oppure la paura preventiva è stato reso possibile il quasi silenzio.
Ho ripensato a questa sequenza proibita quando all’improvviso, nel corso di una puntata di «Otto e mezzo» il senatore Debenedetti ha detto a Berlusconi, che era accanto a lui in trasmissione: «Lei ha spaccato l’Italia». La frase semplice e inequivocabile ha provocato un effetto dirompente. Il presidente-padrone è abituato alle lodi di corte o alla prudenza di chi conosce il suo istinto vendicativo. E, purtroppo, al silenzio dei giornalisti. In quel caso lo ha bloccato lo stupore. E, solo dopo, il furore. Ma questo, almeno, in Italia si è visto anche se Berlusconi non è sembrato in vena di perdonare la sorpresa. Berlusconi sa che, a causa del conflitto di interessi, è in grado di interferire in qualunque campo o attività imprenditoriale. Parlo delle imprese che controllano i giornali. Questo fatto, che è fuorilegge, spaventa e zittisce molti fra coloro che dovrebbero raccontare, interrogare, sollevare obiezioni.
Nei libri di storia italiani si ricorderà che la potente macchina illegale messa in funzione da Berlusconi e dai suoi associati - scelti a uno a uno dal condannato in primo grado Marcello Dell’Utri anche per le prossime elezioni - non ha potuto funzionare sui magistrati. «Delira», hanno detto di lui venerdì senza esitare i Giudici dell’Associazione Nazionale Magistrati, quando Berlusconi è tornato a dichiararsi vittima di persecuzione delle toghe rosse.
Parlando a Perugia, alla folla fatta pervenire sul posto per le riprese televisive, Berlusconi aveva appena assicurato i suoi: «Non me ne andrò finché non sarò riuscito a cambiare la magistratura». Vuol dire: metterli a tacere. I suoi elettori che - avrete notato - lo applaudono in continuazione ma, perfino loro si fermano stupiti e in silenzio quando lui ha il coraggio di dire: «Ho mantenuto tutti i punti del mio contratto», sanno che quella di far tacere i Magistrati è l’unica promessa che Berlusconi, se rieletto, si impegnerà davvero a mantenere.
Ciò rende ancora più urgente il voto di tutti i cittadini democratici, in qualunque parte si riconoscano, per chiudere l’epoca della illegalità e per informare i parlamentari e governi europei che l’Italia è tornata, che il Paese è uscito da una tremenda condizione di rischio. Come dice Tina Anselmi, «peggio della P2».
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giovedì 23 febbraio 2006
ore 19:01 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Beretta connection Pistole della nostra polizia. Rivendute allIraq. E trovate anche in mano alla guerriglia. E ora una legge rischia di bloccare linchiesta di Peter Gomez e Marco Lillo
Ci voleva un premier come Silvio Berlusconi per mettere in mano al tedoforo, al posto della fiaccola, una bella pistola fumante. Una Beretta calibro nove, per lesattezza. È accaduto l8 febbraio, quando nel decreto per le Olimpiadi, approvato dalla maggioranza a colpi di fiducia, è spuntato un articolo che non riguarda le gare di sci, quelle di bob o la sicurezza dei Giochi, ma la compravendita delle armi da guerra. Due righe in tutto con cui il governo permette ai fabbricanti di mitragliatrici e fucili anche "la riparazione delle armi prodotte" e "le attività commerciali connesse". Nove parole dietro le quali si nasconde lennesima legge ad personam, anzi ad armam. Una legge che salva le pistole di un caro amico e sostenitore del leader di Forza Italia, Ugo Gussalli Beretta, patron dellomonima industria di Gardone Val Trompia, e soprattutto tenta di mettere la sordina a uno scandalo con pochi precedenti: la svendita da parte del Viminale di migliaia di pistole della Polizia che oggi sparano in Iraq non solo in mano alle forze dellordine locali, ma anche in quelle degli amici di Al Zarqawi.
Per capire che cosa è successo bisogna andare a Brescia, in Procura, dove da più di un anno lo storico stabilimento è sotto inchiesta per una storia nera, fatta di armi rubate o senza numero di matricola, di società probabilmente vicine ai servizi segreti e di triangolazioni con la Gran Bretagna. Una storia che preoccupa la Beretta (in caso di condanna potrebbero essere messe in discussione le licenze di fabbricazione) e provoca molti imbarazzi anche a Roma, al ministero dellInterno. Al centro di tutto, come Lespresso è in grado di rivelare, ci sono più di 40 mila Beretta della Polizia italiana, metà delle quali già approdate attraverso un giro tortuoso e, secondo i magistrati, illegale in Iraq, in parte anche nelle mani degli insorti. Le Beretta in questione erano quelle in dotazione alla Polizia dal 1978. Quando avevano ormai compiuto la loro gloriosa carriera invece di finire dal robivecchi sono state riacquistate dalla società lombarda. Dopo la caduta di Baghdad, in Iraq si erano aperte ricche prospettive di mercato. Bisognava riarmare le nuove forze dellordine e le pistole dei nostri poliziotti, rimesse a nuovo in fretta e furia, erano state spedite sul teatro di guerra attraverso una triangolazione con una società britannica. Il tutto, secondo i pm di Brescia, in violazione delle norme sul commercio di armi.
Il diavolo però fa le pentole, ma non i coperchi. Così laffare comincia a venire alla luce il 6 dicembre del 2004. Quel giorno viene arrestata una dipendente della Beretta mentre tenta di portare una calibro nove fuori dalla fabbrica. È unimpiegata addetta al magazzino. Ha accesso ai registri informatici della società e i carabinieri, che le trovano in casa altri due revolver, ipotizzano un suo legame con la malavita organizzata calabrese. Inizialmente la donna viene accusata di aver asportato tra marzo e dicembre ben 152 pistole. Ma agli investigatori basta poco per rendersi conto che allinterno del magazzino si sono verificate numerose irregolarità che non dipendono da lei. Come si legge nellordinanza del tribunale del riesame, con cui è stato confermato il sequestro della seconda tranche di 15.478 pistole semi-automatiche dirette in Iraq, la Beretta custodiva "armi prive di matricola o con matricola abrasa o ripunzonata, armi prive di punzoni del Banco Nazionale Prove", mentre dal magazzino erano spuntate fuori anche alcune delle 152 pistole che secondo il registro risultavano rubate. In un caso poi viene anche sfiorata la spy-story. Tra le armi conservate in azienda ce ne è una il cui furto risulta denunciato dai nostri servizi segreti nel 1980. È la stessa pistola o sono due armi diverse? Una sola cosa è certa. In fabbrica le regole non sono rispettate. Durante una perquisizione vengono scoperte addirittura centinaia di Beretta 92S "sprovviste di numeri di matricola ed altre che non risultano prese in carico sul registro informatico di Pubblica sicurezza della ditta (che al contrario di quanto accade normalmente viene firmato non dalla questura ma dal sindaco di Gardone ndr)". Unarmeria fantasma in piena regola.
La vicenda probabilmente si sarebbe chiusa qui se, il 14 febbraio del 2005, i carabinieri di stanza in Iraq non avessero comunicato che "alcune pistole Beretta 92S" erano state "rinvenute in possesso di forze ostili". A quel punto lintera storia comincia a scottare. E minaccia di diventare un caso internazionale. Molte delle armi sequestrate agli insorti risultano "vendute tra il 1978 e il 1980 dalla Beretta al ministero dellInterno" italiano. Perché? Bastano poche settimane per svelare larcano: tra il febbraio del 2003 e laprile del 2004, 44.926 pezzi dichiarati "fuori uso" dal ministero erano stati ceduti alla Beretta nellambito di due contratti per una nuova fornitura. La società di Brescia le aveva poi rigenerate e tra il giugno e il luglio del 2004 ne aveva rivendute 20.318 a una società inglese, la Super Vision International Ltd, insieme a 20 mila carrelli di ricambio "per un controvalore di un milione e 398 mila e 826 euro".
Beretta aveva richiesto alla prefettura di Brescia lautorizzazione allesportazione. Aveva ricevuto lok, ma sui documenti non risultava il nome della ditta acquirente (la sconosciuta Super Vision), ma quello di una seconda azienda con una sede prestigiosa e una storia ventennale: la Heltston Gunsmith. Secondo gli investigatori non è una semplice casualità. Se fosse emerso il nome della Super Vision la licenza allesportazione sarebbe stata negata o ritardata. Il prefetto, come spiegano i giudici, deve infatti poter assumere informazioni sullaffidabilità dellacquirente e in questo caso non ha potuto "sapere in anticipo la reale destinazione finale della merce, ovvero lIraq, ed eventualmente sospendere lesportazione".
Il commercio delle armi è regolamentato in maniera severa. A partire dal 2001 i controlli sono diventati ancora più stringenti. Da tre anni a questa parte poi il ministero dellInterno richiede sempre il certificato end user (utilizzatore finale) e soprattutto lo valuta, incrociandolo con le relazioni del Sismi sulla situazione politica del paese realmente destinatario delle armi. Proprio per questo il ministero ha bloccato grosse forniture Beretta in Centramerica, Medio Oriente e Asia. La cosa, ovviamente, ha infastidito molto lazienda. Ugo Gussalli Beretta, un uomo talmente legato da rapporti di amicizia a Berlusconi e alla famiglia del presidente americano Bush da essere stato proposto come ambasciatore italiano a Washington (vedi scheda in questa pagina), ha attivato i suoi canali politici per lamentarsi della burocrazia divenuta, a suo dire, troppo rigida. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta si è così rivolto al ministro Giuseppe Pisanu che ha fatto pressioni sul proprio apparato. Ma le procedure non sono cambiate.
Un bel problema per la Beretta che a partire dal 2003, con la caduta di Saddam Hussein, vuole finalmente rientrare in un mercato precluso da anni. Grazie allaccordo con il ministero dellInterno vengono ritirate a un prezzo bassissimo, pare inferiore ai dieci euro, le vecchie pistole (qualificate come fuori uso anche se spesso sono perfettamente funzionanti) e già in questo caso ci si muove con disinvoltura. I quasi 45 mila pezzi arrivano a Brescia senza che il ministero della Difesa (come previsto da una legge del 2000) ne abbia deliberato la dismissione. Da questo punto di vista, secondo i giudici, "la stessa cessione delle armi da parte del ministero (dellInterno, ndr) appare illegale". Non solo: Beretta non ha più dal 2002 la licenza per riparare le armi. Quindi non può nemmeno rimetterle in funzione per rivenderle. Lazienda non se preoccupa. Comincia le spedizioni e solo quando la merce è già partita chiede per via ufficiale di esportare in Iraq armi destinate alla Cpa (Coalition Provisional Authority), il governo provvisorio di Baghdad. Ma, di fronte alle domande di chiarimenti, rinuncia. E, proprio in quel periodo, conclude la triangolazione con il Regno Unito.
Poi iniziano i problemi. Prima larresto della dipendente infedele. Quindi il ritrovamento da parte dei carabinieri delle nostre vecchie armi impugnate dagli insorti. Evidentemente qualcosa in Iraq è andato storto. Alcune Beretta 92S sono passate di mano. Nel caos del dopo Saddam la polizia locale le ha cedute alla cosiddetta resistenza. L11 febbraio del 2005 Pietro Beretta, il figlio di Ugo, annuncia che lazienda "è vicina" ad aggiudicarsi dei contratti di fornitura per la polizia e il nuovo esercito iracheno, ma spiega che "le procedure di acquisizione, attraverso i contractor, non sono proprio semplici". In realtà, come dimostra linformativa dei carabinieri redatta solo tre giorni dopo, molte Beretta già sparano a Baghdad.
A quel punto lazienda di Brescia si trova di fronte a un mare di guai. Il 20 aprile la magistratura dispone il sequestro delle restanti 15.478 vecchie 92S ancora in magazzino ma già vendute e pagate dallinglese Super Vision International ltd. Una settimana dopo Ugo Gussalli Beretta presenta ricorso al tribunale del riesame. In ballo non cè solo un affare valutato complessivamente più di due milioni e mezzo di euro. Cè molto di più. Un eventuale processo e uneventuale condanna potrebbe portare al ritiro della licenza di fabbricazione. E se la licenza dovesse essere ritirata la Beretta dovrebbe essere venduta a unaltra società in regola. Davanti ai giudici della prima sezione penale del tribunale lazienda si difende così con le unghie e con i denti. Sostiene che avendo già in mano una licenza che gli permette di fabbricare armi, detenerle e poi venderle, non era necessario richiederne una seconda per ripararle e commercializzarle. Aggiunge che le Beretta 92S non vanno considerate armi da guerra (e quindi soggette a particolari restrizioni). Afferma di "aver notiziato il capo della Polizia della destinazione finale delle pistole". I giudici del riesame le danno però torto su tutta la linea. Anche per loro sono state violate "le norme in materia di acquisto, riparazione ed esportazione". Il sequestro delle pistole è confermato.
Si cominciano così a battere altre strade. Tutte politiche. La Beretta insiste col ministero nel chiedere la semplificazione delle procedure e Pisanu preme sullapparato. Poi si apre uno spiraglio: il decreto sulle Olimpiadi. Allimprovviso il governo cambia la legge: chi fabbrica pistole può anche ripararle e commercializzarle. Poco importa se già il tribunale aveva spiegato quale fosse la ratio di una norma "che mira a proteggere lordine pubblico interno e internazionale ponendo sotto rigido controllo ogni passaggio e trasferimento di ogni singola arma". Una legge che se ignorata porterebbe allassurdo di rendere non punibile la commercializzazione, da parte di chi ha una generica licenza di detenzione e vendita di armi, di pistole e fucili provento di furto. In molti tirano un sospiro di sollievo. E non solo a Brescia, ma anche a Roma, dove decine di migliaia di pistole sono state vendute come "fuori uso", quando bastava un po di grasso per permettere loro di ricominciare a sparare.
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giovedì 23 febbraio 2006
ore 18:20 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Donne, cambiate giochi Vibratori Durex venduti nelle farmacie
"Its time to change your toys", è tempo di cambiare i tuoi giochi. Il messaggio è chiaro, anche se limmagine potrebbe far sorgere qualche dubbio, almeno sul genere di giochi di cui si sta parlando. Destinatarie le donne. In quanto ai giochi, non si tratta di pupazzi o bambole, bensì di sex toys, massaggiatori intimi femminili della linea Play, in vendita nelle farmacie comunali di Roma.
Frutto di un accordo tra la "Durex", nota azienda produttrice di profilattici, e la Farmacap, lAzienda speciale Farmasociosanitaria Capitolina, liniziativa sembra aver provocato qualche imbarazzo e resistenza. Non tutti i farmacisti sono infatti daccordo. E recentemente si è svolto un incontro con il direttore generale della Farmacap, Marco Orgera, nel corso del quale gli esercenti si sono espressi contro, ritenendo la farmacia un luogo poco adatto alla vendita di questo prodotto e ravvisando un rischio di perdita di credibilità professionale. Di diverso avviso il direttore generale della Farmacap, secondo il quale non ci sarebbe nulla di male a distribuire questi articoli nelle farmacie, essendo queste un luogo dove le persone cercano il benessere non soltanto fisico ma anche psichico.
Niente di più vero. La "Durex" infatti, che ha recentemente aperto il sito Durex Store, un negozio virtuale dove poter acquistare questo prodotto in maniera del tutto anonima, ha spiegato che i massaggiatori femminili Play, realizzati in collaborazione con lagenzia di design Seymour Powell e con un pool di esperti sessuologi, non intendono assolutamente associarsi ad articoli da sexy shop e precisa che il loro prodotto verrà venduto solo nei canali farmaceutici o della moda.
La linea, ha sottolineato la "Durex", nasce da un sondaggio che lazienda fa ogni anno via internet sulle abitudini e gli usi sessuali dei giovani, il Global sex Survey. I risultati di questa ricerca hanno riscontrato un cambiamento a livello internazionale nello stare insieme e nel rapporto di coppia. Da qualche hanno la Durex è quindi passata dal save sex, il sesso sicuro, al better sex, il vivere la sessualità in maniera più completa e divertente. Ma il messaggio non sembra ancora essere stato recepito. Poche o nulla finora le richieste e limbarazzo regna sovrano, per i farmacisti lItalia non è ancora pronta ad accettare la libera vendita di articoli che la maggior parte delle persone associa ad un sexy shop.
Nonostate le perplessità, il prodotto, che è stato distribuito soprattutto nelle farmacie comunali con servizio diurno e notturno, è stato comunque esposto per obblighi commerciali, ma non è stato messo in evidenza. Lespositore, che contiene anche gli altri prodotti Durex, è stato infatti collocato in un angolo poco visibile. Una scelta che si sta rivelando di scarso successo. La poca visibilità dellespositore ha infatti compromesso anche la vendita di profilattici della stessa marca.
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giovedì 23 febbraio 2006
ore 16:49 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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giovedì 23 febbraio 2006
ore 14:45 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Se i nemici siamo noi di Luigi Bonanate
Che cosa è più grave: che ad Abu Ghraib ci fossero anche degli italiani oppure che laggiù si fosse riunita una specie di «internazionale» di sadici e carnefici? È peggio che a Teheran venga bruciata la bandiera italiana o che vi si manifesti contro l’Occidente? In termini morali, ovviamente non importa la cittadinanza di chi ha agito, ma che cosa abbia fatto: torturare è ben peggio che bruciare pezzi di stoffa.
Ma c’è un lato, in queste brutte notizie, che ci colpisce in quanto italiani. Se non fosse che le ragioni sono molto tristi, verrebbe da sottolineare la novità e dire che, finalmente, nel mondo si parla anche dell’Italia. Come il nostro Presidente del Consiglio ci ha ripetuto alla nausea, anche noi contiamo e siamo amici dei potenti della terra. Ma getta nello sconforto accorgersi che una delle pochissime apparizioni italiane sulla scena internazionale è dovuta a eventi tanto esecrabili quanto evitabili. Non sono questi gli interventi umanitari che ci aspettavamo... Avremmo potuto persino consigliare, con un po’ di cinismo, ai nostri governanti come evitare certe trappole.
Vedete: forse qualcuno pensa che quanto più Abu Ghraib viene internazionalizzata, tanto meno le responsabilità «nazionali» appaiono gravi. Ma soffermiamoci un attimo sull’evento: tutti noi abbiamo visto le fotografie (e un notissimo pittore colombiano, Fernando Botero, vi ha dedicato una notevolissima serie di quadri esposti a Roma la scorsa estate) e ne siamo stati disgustati. Sappiamo che nella storia gli uomini hanno fatto anche di peggio, ma questa volta ciò che ci ha depressi maggiormente è stato lo spirito insolente, irridente, con cui le torture sono state applicate. Diciamolo chiaro: con l’arroganza della superiorità dell’uomo bianco! Che tra i torturatori ci fossero italiani non muta la gravità dei fatti: ma come erano arrivati ad Abu Ghraib? Non è il momento per della facile ironia: ma questa presenza rientrava nella missione umanitaria del nostro paese? Personalmente sono sicuro che non ci fosse alcun militare italiano tra loro e questo rafforza la preoccupazione che alcuni di noi (e io tra quelli) sollevarono quando in Iraq incominciarono i rapimenti di privati cittadini (di cui anche gli italiani furono vittima e tra loro il povero Quattrocchi, che perse anche la vita): volevamo segnalare che una brutta scia di mercenari (di poliziotti privati: chiamateli come volete, erano al «soldo» di chi li assumeva) aveva seguito i marines. Già appariva illegittimo l’attacco americano all’Iraq, ma quanto meno poteva nascondersi dietro un fine nobile; ma agli affari, via, in certe situazioni non ci si deve neppure pensare.
Non è una grande scoperta che degli italiani possono essere brutali e disgustosi come la soldatessa statunitense immortalata mentre fingeva di sparare contro i genitali dei prigionieri iracheni. Il dubbio è che qualche cosa stia andando storto nella politica estera nazionale. Basta fare due più due per vedere che l’ostilità anti-italiana non è stata sopita dalle dimissioni di Calderoli né dalle dichiarazioni di Berlusconi (che è riuscito persino a insinuare che Gheddafi stia per cader di sella). Sembra che, di colpo, la politica estera soft scelta dal nostro Ministro degli esteri crolli sotto i colpi del brutale realismo del collateralismo filo-americano. Effettivamente Berlusconi ha mille volte affermato che solo la sua amicizia per Bush consentiva all’Italia di entrare nel salotto buono. Tra i suoi amici più stretti c’è anche Putin, e allora il dubbio che frequenti delle cattive amicizie si rinforza...
La politica estera è tanto importante, per la salute democratica di un paese, quanto quella interna; non è un residuo né un hobby turistico. Vuole professionalità, serietà e competenza: il nostro paese, il cui governo si vanta di un quinquennio di stabilità, non ha però trovato in questa legislatura il ministro degli Esteri giusto, a quanto pare: Ruggiero se ne andò, Berlusconi lo interinò, Frattini colpì e fuggì; il cerino è rimasto nelle mani di Fini che era il meno interessato (con ogni probabilità) a un ministero nel quale non poteva esprimere se stesso e avrebbe dovuto verosimilmente anche fare buon viso a cattivo gioco. Se proprio dobbiamo trovarci all’onor del mondo per l’incoscienza di un per fortuna ormai ex-ministro o per la presenza di un italiano tra i torturatori di Abu Ghraib, almeno non vogliamo sentirci ripetere ancora (come il governo ritualmente e testardamente ogni volta fa) che si tratta di episodi circoscritti, che non c’era alcuna intenzione provocatoria, che ciò non coinvolge responsabilità governative, eccetera eccetera. Non sanno neppure quel che fanno né perché lo fanno.
Il mondo si sta attualmente avvitando in una difficile e un po’ insensata crisi. Volendo esportar democrazia, la si è ridotta; per difender le proprie radici si sono strappate quelle altrui; nella ricerca della pace si è espansa la guerra. È proprio vero che richiudere il vaso di Pandora, dopo che lo si è lasciato, quasi per distrazione, aperto è difficile: ci vuole saggezza, quella che contraddistingue i grandi stati che producono grandi statisti. È lecito dubitare che sia il caso nostro.
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giovedì 23 febbraio 2006
ore 13:01 (categoria:
"Vita Quotidiana")
La Fallaci sta preparando una vignetta su Maometto
Oriana Fallaci sta preparando una vignetta su Maometto. Lo ha annunciato lei stessa, martedì sera nella sede del consolato italiano a New York, dove ha ricevuto la Medaglia dOro dal presidente del consiglio regionale della Toscana Riccardo Nencini. E quanto riferisce il Giornale della Toscana in un ampio servizio in cui il direttore Riccardo Mazzoni racconta la cerimonia.
La Fallaci ha spiegato di voler raffigurare Maometto "con le sue nove mogli, fra cui la bambina che sposò a 70 anni, le sedici concubine e una cammella col burqa. La matita, per ora, si è infranta sulla figura della cammella, ma il prossimo tentativo probabilmente andrà meglio".
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giovedì 23 febbraio 2006
ore 09:53 (categoria:
"Vita Quotidiana")
«Berlusconi all’inizio entrò in politica per salvare il proprio impero mediatico e finanziario e per difendersi dalle accuse penali. Ma ha fatto molto di più: da solo ha quasi fatto deragliare l’operazione Mani Pulite, ha riportato nel tempo l’orologio della guerra alla mafia, ha stabilito una serie di inquietanti precedenti nella commistione tra affari pubblici e affari privati».
Alexander Stille, «Citizen Berlusconi», pag. 386
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