Spritz.it - ecce_'s HOME - BLOG DIRECTORY - IL TUO BLOG - Segnala qs BLOG




NICK: ecce_
SESSO: m
ETA': 33
CITTA': padova
COSA COMBINO:
STATUS: single

[ SONO OFFLINE ]
[PROFILONE COMPLETO]

[ SCRIVIMI ]



STO LEGGENDO


HO VISTO



STO ASCOLTANDO


ABBIGLIAMENTO
del GIORNO


ORA VORREI TANTO...


IN QS PERIODO STO STUDIANDO...


OGGI IL MIO UMORE E'...


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...




PARANOIE
Nessuna scelta effettuata

 


MERAVIGLIE

Nessuna scelta effettuata








Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

(questo BLOG è stato visitato 27389 volte)
ULTIMI 10 VISITATORI: ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite,


ULTIMI 10 messaggi
(per leggere i precedenti naviga attraverso il calendarietto qui a destra:
i giorni linkati sono quelli che contengono interventi )


venerdì 3 febbraio 2006
ore 10:59
(categoria: "Vita Quotidiana")



La lezione di Voltaire
di JEAN DANIEL

In quest’inizio del 2006, le nostre società hanno raggiunto un grado di tragica fatuità, che ai futuri storici apparirà sconcertante. In un’epoca in cui non si parla d’altro che di guerre di religione, quando i morti si accumulano a centinaia e centinaia di migliaia, e i monoteisti credono di potersi uccidere a vicenda nel cuore della capitale dell’universo monoteista, si fa mostra di sdegno per qualche scadente caricatura. Non dico che davanti a manifestazioni di derisione i credenti debbano dissimulare la loro sensibilità, la loro intima emozione: sono comprensibili, ogni qualvolta si va a toccare il sacro.

Ma del sacro ciascuno ha una concezione sua propria. E sarebbe auspicabile che l’opinione pubblica riservi la sua emozione e riprovazione ad altre immagini - quelle, spaventose, dei bombardamenti contro le città, degli attentati contro i civili, che vanno a colpire nell’anima l’umanità intera.

Ora, alcuni Stati musulmani pretendono la messa in riga di determinati giornali, perché a casa loro questa è la prassi corrente. L’idea che possa esistere una vera libertà di stampa è ancora totalmente estranea alla maggior parte dei governi arabo-musulmani. Le opinioni pubbliche sono le prime a saperlo, e ne soffrono. Ma la capitolazione di certi giornali davanti a questi ukase è incompatibile con l’onore democratico. Se accettassimo che tutte le religioni si uniscano per limitare le libertà d’espressione e di stampa, il risultato sarebbe semplicemente il regresso da un lato, e il comunitarismo dall’altro. Le comunità detterebbero legge contro le leggi.

Ma veniamo al fondo della questione, e a ciò che ho definito il suo carattere "tragicamente frivolo". Diciamo innanzitutto che le dodici caricature pubblicate dal quotidiano danese Jyllands-Posten non manifestano né audacia estetica né sensibilità emotiva, e neppure esprimono un particolare senso dell’opportunità politica. Non si può dire che in quei disegni si ritrovi alcunché della grande eredità di un Honoré Daumier o di un Salvador Dalì, e neppure, su un altro piano, di un Buñuel. In quei casi, la provocazione era riscattata dall’arte, cioè dal genio.

Quel che riscatta il Diderot de La Religieuse, il Voltaire di Ecrasons l’Infâme, Les Fleurs du Mal di Baudelaire o la raffigurazione del sesso femminile di Courbet con il titolo L’Origine du monde, è ancora una volta l’arte, semplicemente l’arte.

Per parte mia, sono pronto ad ammettere tutte le provocazioni artistiche su qualunque tema, che si tratti del Buddha o di Mosè, Gesù o Maometto. Ma trovo insopportabile che la volgarità sia la sola ad infangare il sacro. Se i surrealisti hanno potuto farlo, è perché erano allo stesso livello dell’oggetto della profanazione.
A questo punto, se quanto detto finora fa comprendere l’emozione, la riprovazione e la condanna suscitate da quelle caricature, resta da chiedersi se uno Stato possa arrogarsi il diritto di vietarle o metterle al bando.

La libertà è una grande conquista. E ha i suoi limiti nelle responsabilità che l’accompagnano. Non è lecito far subire ad altri ciò che non vorremmo venisse fatto a noi. Ma il difficile sta nella diversità di ciò che le società non sono disposte a subire.

Le cosiddette società musulmane si considerano gravemente offese da chi pretenda di rappresentare Maometto prestandogli una responsabilità diabolica; e ritengono che quest’offesa vada a colpire un’identità inseparabile dalla fede: un cittadino è innanzitutto un credente.

In Occidente, al contrario, una maggioranza composta da monoteisti o agnostici non considera offensivo o contrario alla fede far notare che alcuni credenti hanno potuto commettere crimini contro l’umanità in nome di Yahwe, di Gesù o di Maometto. La Bibbia è tutto un susseguirsi di guerre in cui Dio ha un ruolo dominante. I cristiani hanno inventato le Crociate e l’Inquisizione, che non sono cose di poco conto. Perché non si dovrebbe poter dire che certi musulmani usano il nome del loro profeta per commettere azioni vergognose?

Si tratta di una differenza di cultura molto vicina a un’incompatibilità di concezioni. Gli uni hanno sacralizzato la legge, gli altri la fede. Ma di diverso c’è anche una filosofia della libertà, che non data da oggi. Nel Medioevo c’è stato un grande musulmano, emulo di Aristotele e di Averroè, che ha cercato di tracciare i limiti della fede per liberare il pensiero. Ma più tardi i musulmani non hanno creduto di dover raccogliere il messaggio di quel grande, il maggiore che abbiano avuto, contro il pensiero teologico.

Sulle nozioni di tolleranza e di libertà gli scontri non sono mai cessati, fino all’epoca dei Lumi, quando Voltaire ha posto i principi di una civiltà scrivendo: "Non sono affatto d’accordo con ciò che dite, ma mi batterò fino alla morte perché nessuno vi impedisca di dirlo". Era questa l’idea: potevano esistere più verità, e si doveva essere liberi di sceglierne una. In altri termini, le caricature del giornale danese possono essere condannate in nome dell’arte e della sensibilità; ma non si possono vietare in nome dei principi di una civiltà.


LEGGI I COMMENTI (1) - SEGNALA questo BLOG

venerdì 3 febbraio 2006
ore 10:05
(categoria: "Vita Quotidiana")





LEGGI I COMMENTI (1) - SEGNALA questo BLOG

venerdì 3 febbraio 2006
ore 09:36
(categoria: "Vita Quotidiana")





COMMENTA (0 commenti presenti) - SEGNALA questo BLOG

giovedì 2 febbraio 2006
ore 19:13
(categoria: "Vita Quotidiana")





COMMENTA (0 commenti presenti) - SEGNALA questo BLOG

giovedì 2 febbraio 2006
ore 18:38
(categoria: "Vita Quotidiana")



Ma che ci fanno i giornalisti?
di Roberto Cotroneo

L’altra sera a «Porta a Porta» il presidente del Consiglio e delle Televisioni Silvio Berlusconi pareva più lucido del solito. Nel senso che il trucco, quella roba coprente che - spiegano i truccatori televisivi - serve a toglierti quel lucido dalla faccia, era stato dato con molta parsimonia. Faccia a parte, i contenuti invece erano sempre i soliti. Ormai è un canone. Inizia con il minutaggio, come lo chiama lui, e dice che Fassino, D’Alema, Rutelli, Capezzone, e quant’altri, hanno occupato il video molto più di lui, e proprio per questo ora lui si deve rifare.

Di fronte a questa affermazione il conduttore “di turno”, è proprio il caso di definirlo in questo modo, cincischia qualcosa, come a dire, ma su Presidente cosa dice, e lui insiste. Dopo il minutaggio c’è l’armeggiare dei fogli, da cui consulta dati che paiono più indiscutibili dei dieci comandamenti, e infine quel modo di condurre i dibattiti e di dare le risposte che non porta a un contraddittorio o a un dialogo, ma è una prova di forza. Meglio: un comizio. Solo che da un po’ di tempo i comizi sono preparati sotto forma di dialogo. Dove da una parte c’è Berlusconi che parla senza fermarsi, dall’altra domande sparse, di quelle che si possono sempre aggirare.

Così dopo i programmi di intrattenimento, dopo il mesto Martelli, è toccato a Vespa ospitare il premier. Ora, ci sono una serie di cose interessanti da dire sulla puntata di Vespa, che non riguardano le opinioni, ma i fatti. Prima cosa interessante: ormai non si parla più di giornalisti o di conduttori, ma di “registi”. Il regista è il principe della trasmissione. Lui conduce, lui ha in mano il destino politico di Berlusconi. La sua inquadratura conta più di un Ponte sullo stretto di Messina realizzato in un mese soltanto. Il regista lo deve rendere meno calvo, meno rugoso, più alto (ma tanto sta seduto), più giovane e più simpatico. Perché tutto questo possa avere un plausibile successo Silvio Berlusconi va inquadrato da lontano. Il più lontano possibile, si potrebbe dire. E nel paradosso c’è come sempre una verità.
Non è la prima volta che Berlusconi va a «Porta a Porta», ma l’altro ieri il nervosismo era maggiore. Soprattutto tra i tecnici. Il lettore forse non sa che tutti gli ospiti di una trasmissione vanno, come si dice in termine tecnico, microfonati. Ti fanno spostare la giacca, ti mettono una scatoletta lampeggiante applicata alla cintura, dietro, che non si vede. Poi ti fanno passare un filo, spesso da dentro la camicia e ti applicano il microfono, piccolo e poco visibile sul bavero della giacca. Peccato però che quel microfono non funziona sempre. Soprattutto nei programmi dove ci sono i dibattiti. È il regista a renderlo via via attivo, appena qualcuno mostra di voler parlare, o viene interrogato dal conduttore. La cosa è comprensibile: si evita che in una trasmissione possano mettersi tutti a parlare contemporaneamente, con effetti incomprensibili. Quando capita poi, che c’è qualche ospite un po’ troppo fluviale, basta tenere il microfono spento e non inquadrarlo che scompare quasi dalla trasmissione.

Bene, con Berlusconi avviene l’opposto. Se si facesse il minutaggio delle inquadrature dedicate al premier, si scoprirebbe che in video c’era quasi soltanto lui. E che i giornalisti ospiti in studio non sarebbero stati in grado di interromperlo. E forse è stato meglio così. Perché non deve essere stato facile per nessuno dei tre. E soprattutto perché sui tre giornalisti c’è un mistero.

Primo mistero, che obbedisce a un postulato iniziale. Dato che il presidente del Consiglio dei Ministri (e delle Televisioni) è il presidente del Consiglio dei Ministri, non dovrebbero - come accade in tutti i paesi del mondo - essere in studio i direttori dei quattro giornali italiani più diffusi e più autorevoli? Non ci sogniamo che invitino «l’Unità», giornale verso il quale il premier non mostra una spiccata simpatia, ma non sarebbe degno di un ruolo istituzionale, avere là seduti Ezio Mauro, Paolo Mieli, Giulio Anselmi e Ferruccio De Bortoli? Pare di no. L’altro giorno c’erano tre ottimi colleghi. Nell’ordine: Maria Latella, che tra le altre cose ha scritto la biografia di Veronica Berlusconi. Poi c’era Mario Orfeo, che dirige un diffuso e glorioso giornale regionale, «Il Mattino». E infine c’era Augusto Minzolini, cronista spiritoso e intelligente, il maestro del retroscena politico, che lavora alla «Stampa». A parte il fatto che Minzolini è stato chiamato da Berlusconi, «Minzo», e che questo appellativo così intimo e confidenziale non deve aver fatto piacere a un giornalista di una testata come «La Stampa», autorevole e molto sabauda. E forse in quel momento Minzolini si è pentito di essere andato in quella trasmissione. Cosa penseranno d’ora in poi i lettori di un giornalista che il premier, anche in pubblico, chiama «Minzo»?

E che sensazione daranno ai telespettatori dei bravi giornalisti che non riescono neppure a fare la fatidica seconda domanda? Dopo la prima risposta, svicolante e per nulla soddisfacente, o imprecisa, non c’è mai nessuno che riesce a fare a Berlusconi la fatidica seconda domanda. Quella vera. Gli ottimi colleghi pensano di andare in trasmissione, sedersi e parlare in un programma di informazione, e poi si accorgono che è il regista che fa l’informazione, è lui che inquadra Berlusconi, è lui che li tiene fuori limitando la possibilità del contraddittorio. E allora? Allora cosa rimane?
Pensiamoci un attimo. Berlusconi negli ultimi tempi è andato dappertutto.

Si è fatto intervistare da due giornalisti che fanno uno spettacolo di intrattenimento, e che il pubblico identifica come dei “conduttori”, termine ambiguo: Luca Giurato e Monica Maggioni. Poi si è fatto intervistare da un ex ministro e politico che i telespettatori identificano con tutto tranne che con il giornalismo: Claudio Martelli. Poi si è fatto intervistare da Paolo Bonolis. E giornalista, lo sappiamo bene, Bonolis non è. Poi ha fatto un faccia a faccia con Rutelli, affaticando persino uno come Mentana. Che doveva ricordargli appena gli era possibile che non stava lì per dare solo la parola a uno o all’altro. E infine il «Porta a Porta», con quei giornalisti che paiono invitati a una festa. «Minzo è venuto al cancello della mia villa alle Bermuda, mica potevo lasciarlo fuori». Figuriamoci, era anche in clima di vacanze. No che non poteva. Ma come potevano difendersi i tre giornalisti che stavano là seduti da un comportamento sempre un po’ troppo ammiccante, sempre un po’ troppo confidenziale, sempre un po’ troppo collusivo di Berlusconi? Il modo migliore per togliere peso e autorevolezza all’interlocutore, che non ha la possibilità di tracciare quella linea per terra che dice: di qua, oltre questo, non si passa.

Ed è proprio la linea per terra il punto su cui riflettere. Quella linea che dice: oltre non si va. Oltre c’è un mestiere che non si discute. Invece così non è, invece siamo sempre, come dice un vecchio detto, a pettinare le bambole. Chiacchiere, dati forniti a casaccio, cose che non stanno né in cielo e né in terra ma che nessuno riesce più a contestare, e non per incapacità, ma perché le trasmissioni sono strutturate in modo tale da non lasciare spazio a domande vere. Così nessuno riesce a mettere seriamente in dubbio le affermazioni di Berlusconi: un po’ perché si è stanchi di cercare di arginare uno che toglie il respiro a chiunque, un po’ perché quando stai per parlare non ti inquadra nessuno, un po’ perché a furia di rapporti poco formali si finisce per essere tutti sempre meno credibili.

Forse tutto questo è anche un po’ la conseguenza di un giornalismo di troppi retroscena, e di battute rubate dietro le mantovane e i tendoni della Camera dei Deputati, e quindi è anche un po’ colpa di un certo modo di fare i giornali di questi anni. Ma certo il risultato non piace a nessuno. Non piace che i colleghi non riescano a fare il loro mestiere come lo sanno fare. Ormai ci siamo rassegnati a vedere Berlusconi ovunque ci sia una telecamera accesa. Vorremmo vederlo almeno una volta in difficoltà, vorremmo vederlo una volta, una soltanto, per poco, pochissimo: silenzioso, zitto, incapace di fare una battuta, stupito di una domanda che non si aspetta. Chissà, la speranza è sempre l’ultima a morire.


COMMENTA (0 commenti presenti) - SEGNALA questo BLOG

giovedì 2 febbraio 2006
ore 14:10
(categoria: "Vita Quotidiana")





LEGGI I COMMENTI (1) - SEGNALA questo BLOG

giovedì 2 febbraio 2006
ore 11:26
(categoria: "Vita Quotidiana")





COMMENTA (0 commenti presenti) - SEGNALA questo BLOG

mercoledì 1 febbraio 2006
ore 17:33
(categoria: "Vita Quotidiana")






magari aiuta!


LEGGI I COMMENTI (1) - SEGNALA questo BLOG

mercoledì 1 febbraio 2006
ore 17:08
(categoria: "Vita Quotidiana")



Una minaccia le corna del finestrino
La Cassazione multa un automobilista

Da sempre è considerato di cattivo gusto rivolgersi all’automobilista accanto mostrando le corna o il medio della mano rivolto verso l’alto. Da oggi è anche un reato. Per la precisone una "minaccia". E’ scesa in campo la Corte di Cassazione per ricordare agli italiani il bon ton degli autonobilisti. Il pretesto è stato l’appello presentato, nel gennaio 2005, da Gianfranco L., un 62enne di Perugia reo di aver minacciato un compagno di volante imbottigliato, come lui, nel traffico cittadino.

Non si fa, hanno detto gli ermellini di piazza Cavour. "I gesti accompagnati dalle mani per imprecare contro gli automobilisti - ha sancito la Suprema Corte - sono da equipararsi al reato di minaccia. E in quanto tali, passibili di multa".

Per il gestaccio, l’automobilista aveva rimediato una multa di 51 euro dalla Corte d’appello di Perugia. I colleghi della Cassazione hanno fatto uno sconto: 20 euro bastano e avanzano.

Sostengono, i giudici romani, che il gesto in questione non aveva alcuna portata intimidatoria come invece hanno scritto i colleghi di Perugia. Insomma è arduo affermare che le corna dal finestrino siano sempre preludio della volontà di fare a botte. Spesso si limitano ad un’espressione di intemperanza, nulla di più. Come ha detto l’avvocato dell’imputato, "era solo un banale gestaccio". Per questo, i giudici supremi hanno giudicato "incongrua e irrazionale l’applicazione del massimo della pena". Per la Quinta sezione penale della Cassazione è sufficiente una multa simbolica di 20 euro. Meno di una contravvenzione per divieto di sosta.



LEGGI I COMMENTI (1) - SEGNALA questo BLOG

mercoledì 1 febbraio 2006
ore 14:56
(categoria: "Vita Quotidiana")



«Dissi a frate Fedele: via dall’Africa»
Il vescovo di Pointe-Noire: si comportava male con le donne, gli parlai molte volte

POINTE-NOIRE (Congo Brazzaville) - «Più volte gli ho consigliato di smettere, di cambiare vita. Ma lui è un testone, non ne ha mai voluto sapere. L’ho pure ammonito: "Se continui, finirai in galera"». E così è andata. Monsignor Jean Claude Loemba Makaya è il vescovo di Pointe Noire, la città portuale congolese dove padre Fedele Bisceglia ha costruito un dispensario e un centro d’accoglienza per ragazzi di strada: per anni il missionario ha fatto la spola tra l’Italia e l’Africa.
Il vescovo è reticente, fa fatica a parlare di questo frate. Ad ogni domanda fissa con uno sguardo penetrante l’interlocutore. «Io sono un uomo di Chiesa. Devo tenere la bocca cucita», mima disegnando una X con le dita davanti alle labbra. Poi sbotta: «Gli ho parlato tante volte, gli ho detto di cambiare atteggiamento verso le donne. L’abbiamo diffidato: se ti comporti così non tornare». Ma lui ha ammesso qualcosa? «No, ha sempre negato». Si dice che frequentasse prostitute. Lei ne sa niente? Il prelato si ferma a pensare, non risponde, scuote la testa. E violenze sulle donne? «No, no, violenze mai».

Il fratello del vescovo, Marzial Makaya, è il nuovo gestore del centro d’accoglienza per ragazzi sbandati. Lui è durissimo: «Dormiva in continuazione con donne che venivano a trovarlo. Il suo caso è stato discusso anche dalla conferenza episcopale congolese che gli ha intimato di non tornare più». Infatti Padre Fedele qui non si vede da almeno due anni.

«Meno male», sottolinea Marzial Makaya, che chiama a testimoniare Hélène Kinbanfu, 20 anni. La ragazza veste in modo vistoso. «Parla, parla francamente», la incita Marzial, e lei racconta. «Una volta sono stata in camera da padre Fedele per chiedergli dei soldi e lui mi ha accarezzato le gambe facendomi i complimenti sulla mia bellezza». Ma ti ha chiesto di andare a letto con lui? «No, questo no», risponde Hélène sicura. Marzial sembra deluso: «Se non è successo con lei, sarà successo con qualcun’altra. Lo vedevano sempre al ristorante Chez Gaspard con quelle là». Quelle là sarebbero le prostitute che a centinaia pullulano per le strade di Pointe-Noire. Ma camerieri e proprietario di Chez Gaspard negano: «È vero, veniva spesso, ma portava a mangiare qui i bambini del centro d’accoglienza, nient’altro».

Marianne Ntoso è infermiera presso il Centro Polio, fondato da Padre Fedele. «Ma lui purtroppo qui è venuto solo all’inizio, prima dell’inaugurazione, avvenuta il 22 giugno 2004. Poi non l’ho più visto. E’ vero, è molto chiacchierato, ma sono solo voci».
Frère Jacques è un francescano belga. A vederlo, accasciato su una poltrona da cui si alza a fatica, sembra centenario: «So che c’era una lite tra lui e il vescovo - confessa -. Padre Fedele era accusato di andare con le donne (e qui scoppia in una fragorosa risata) e il vescovo di volersi impadronire delle strutture create dal missionario». Perché ride? «Era risaputo che padre Fedele andasse con le donne, ma ha fatto buone cose, ed è questo che conta». Padre Fedele, raccontano in molti, aveva un’amica particolare: Josiane, morta in novembre di polmonite, a 30 anni. Gli stava sempre accanto. Anche di notte? «Certamente» racconta Hélène. Ma la si può definire la sua fidanzata? «No, questo no. Fidanzati vuol dire futuri sposi. Diciamo, la sua amichetta». La sorella di Josiane, Noëlle, alla domanda «ma erano fidanzati?» non vuol rispondere: «Io ho posto più volte questa domanda a Josiane, ma lei ha sempre negato. Io però ho i miei dubbi. Stavano troppo tempo assieme».

Le accuse che girano qui sono pesanti, ma c’è anche qualcuno che difende il monaco a spada tratta, come Marianne, l’infermiera: «Sono tutte maldicenze. L’hanno allontanato, ma se fosse qui questo centro non cadrebbe a pezzi. Sarebbe un motivo sufficiente per farlo tornare».


COMMENTA (0 commenti presenti) - SEGNALA questo BLOG


> > > MESSAGGI PRECEDENTI
MAGGIO 2026
<--Prec.     Succ.-->
Do Lu Ma Me Gi Ve Sa
          1 2
3 4 5 6 7 8 9
10 11 12 13 14 15 16
17 18 19 20 21 22 23
24 25 26 27 28 29 30
31

RICERCA:
Solo in questo BLOG
in tutti i BLOG


BLOG che SEGUO:

misia chiara@ ebe dpa glendida daisychain gigio9 favola blink sharmel autarkeia kispriss pippiri tiredbrain opo elenya AFInside81 scriccy crystal83 epthavale trilly86 Jane_D


BOOKMARKS

fumetti della gleba

(da Arte e Cultura / Cartoni & Fumetti )

UTENTI ONLINE: