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MERAVIGLIE

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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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giovedì 26 gennaio 2006
ore 11:33
(categoria: "Vita Quotidiana")





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giovedì 26 gennaio 2006
ore 09:49
(categoria: "Vita Quotidiana")



L’autogol del Cavaliere
di EUGENIO SCALFARI

Finalmente, con eccessivo ritardo rispetto alla rilevanza dell’episodio, la Procura di Roma ha dato notizia di aver chiesto l’archiviazione della pratica "Berlusconi-Unipol" apertasi con le dichiarazioni del presidente del Consiglio dinanzi alla stessa Procura. Va ricordato che il presidente del Consiglio si era presentato di sua iniziativa qualificandosi come "persona a conoscenza dei fatti" e premettendo che le notizie in suo possesso non avevano rilevanza giudiziaria ma grande rilevanza politica.

Uscito dagli uffici della Procura, Berlusconi aveva poi dichiarato in tutte le sedi che, dopo l’interrogatorio disposto dal procuratore del presidente delle Generali, Bernheim, era stata confermata la verità delle sue asserzioni e cioè che Bernheim aveva effettivamente incontrato Prodi, D’Alema, Veltroni, Rutelli e che l’oggetto degli incontri era stato la scalata dell’Unipol alla Bnl e la possibile vendita all’Unipol delle azioni della Bnl possedute dalle Generali nella misura dell’8 per cento del capitale.

Sull’asserita verità delle dichiarazioni di Berlusconi si è molto discusso nei giorni scorsi poiché gli interrogatori di Bernheim e di Tarak Ben Ammar (socio in affari di Berlusconi) sembravano non collimare affatto con quelle del presidente del Consiglio. Il comunicato emesso ieri dalla Procura chiude questa discussione affermando sì, che quei quattro incontri ci furono (insieme a parecchi altri da parte di Bernheim) ma in nessuno di essi si parlò della questione Unipol, delle azioni in possesso delle Generali e della loro possibile destinazione. Sicché (concludiamo noi) le dichiarazioni della "persona informata dei fatti" non avevano né rilevanza giudiziaria né rilevanza politica e contenevano invece forzatura e falsità.

A nostro avviso esisterebbero tutti gli estremi del reato di calunnia, che invece la Procura non ravvisa. Ma il testo del suo comunicato fornisce comunque senza ombra di dubbio la prova che da parte del presidente del Consiglio c’è stata diffamazione aggravata, compiuta a mezzo della stampa, delle televisioni e - circostanza di assoluta novità - anche a mezzo della Procura di Roma, strumento sicuramente inconsapevole della diffusione di una campagna di denigrazione politica basata su un presupposto rivelatosi inesistente.


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mercoledì 25 gennaio 2006
ore 18:49
(categoria: "Vita Quotidiana")



Bentornati al Medioevo
di Claudio Fava

Per una volta Berlusconi ha detto il vero: sotto il suo impero l’Italia conoscerà finalmente i poliziotti di quartiere. Ne ha istituiti una sessantina di milioni, ieri mattina alla Camera, con una legge che introduce in Italia la licenza di uccidere per chiunque contro chiunque.
Da domani, per sparare in faccia a qualcuno sarà sufficiente che ci si senta minacciati. E se non t’hanno dato il porto d’armi, la leggina del centrodestra prevede che tu possa ripiegare sul coltello o su qualsiasi altro «mezzo idoneo»: pinze, motoseghe, randelli, attizzatoi, fionde... Una fantasiosa estensione del principio di legittima difesa che ci riporta dritti dritti nel basso medioevo.

Eppure a codesta legge di un solo articoletto, che la Lega si prepara a sventolare negli alpeggi elettorali di Pontida tra ampolle sacre e piadine, va comunque riconosciuto un merito: fa piazza pulita di ogni ipocrisia, di ogni pietismo sociologico mettendo finalmente sullo stesso piano la vita e la borsa, la pelle e i piccioli. Si può sparare su chi ti aggredisce ma anche su chi cerca di fregarti il portafogli, sui ladruncoli che s’infilano a casa tua, sui briganti di quindici anni che vanno all’assalto delle tabaccherie, sul topo d’auto che ti guarda con la faccia cattiva. Come accadeva nel far west, quando i ladri di cavalli non si rieducavano: s’impiccavano e basta. Surreale il commento dell’ingegner Castelli: «È un importante passo avanti per Abele». Caino è avvertito.

È che se uno s’impegna, una buona ragione per mettere mano alla fondina si troverà sempre: difendere l’incasso, difendere la vita, difendere i cavalli, difendere la faccia... Qualche decina di anni fa accadde a Catania, nel vecchio San Cristoforo, che un giovane capomafia si prendesse a pistolettate con il boss d’una famigliola rivale. Per strada, sotto gli occhi del popolo: dicono le cronache che fu un bel duello. Uno ci rimase stecchito, l’altro finì in galera. Ma solo per poco: in Assise lo assolsero per legittima difesa. Spiegò l’avvocato, e gli credette la corte, che a quel duello l’imputato non si sarebbe potuto mai sottrarre, pena la sua onorabilità. E siccome da quelle parti l’onore vale quanto la vita e la borsa... Insomma, il tipo (che si chiamava Ferrera, detto «Cavadduzzo», ed era cugino di Nitto Santapaola) fu assolto e poté da quel giorno cominciare la sua carriera criminale. Il suo avvocato invece si meritò la paga e la gloria: era un principe del foro di Napoli, si chiamava Giovanni Leone. Quando lo elessero Presidente della Repubblica, a San Cristoforo festeggiarono con tre giorni di fuochi d’artificio.


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mercoledì 25 gennaio 2006
ore 14:25
(categoria: "Vita Quotidiana")



«Dormi nuda?»: Le telefonate di padre Fedele
Allusioni, volgarità, corteggiamenti nelle carte sul frate di Cosenza accusato di aver stuprato una suora

La prima volta, «mi fece entrare nella sua stanza con la forza. Erano poche ore prima che padre Fedele partisse per l’Africa». La seconda, «il giorno successivo al suo rientro». La terza, «ricordo che era il giorno prima del suo onomastico». La quarta «era il compleanno di mia madre». Per un paio di volte i violentatori «pagarono dei soldi», 160 mila e 100 mila euro.

È come se lei, la suora che ha fatto arrestare il frate francescano, si ostinasse a ricordare solo i contorni della sua angoscia. Come se i dettagli di quei giorni avessero preso il sopravvento per scacciare via le cose importanti, le violenze subite. Dalle 75 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare contro padre Fedele Bisceglia quasi la vedi, la suora. Minuta e spaventata. E la vedi mentre racconta la sua tragedia ai magistrati.

Il giorno della seconda violenza «nella stanza erano in tre». La suora fu picchiata e sulla violenza fu girato un video, scattate foto. Del terzo episodio la donna ricorda: «Padre Fedele mi legò i polsi alla sponda di ferro del letto con dei lacci emostatici perché così non mi sarebbero rimasti i segni. Sono stata bendata. Non ho visto la persona che mi ha violentata». Poi l’ultima offesa: «È stato sul lettino ginecologico dello studio medico».

La suora si è confidata con la madre superiora quasi per caso. «Ho partecipato a degli esercizi spirituali e il padre che li conduceva ci ha proposto una riflessione su come liberarci delle nostre ferite. Ci ha detto di scriverle su dei foglietti e bruciarle in un braciere». La suora decide che quello è l’attimo da cogliere. Con i suoi fogliettini fra le mani scrive parole che fino a quel momento non aveva saputo dire. È la storia nera dei suoi giorni all’Oasi francescana di padre Fedele. Scrive di essere stata violentata dal missionario e da altri, di aver provato vergogna e paura, di essere stata minacciata. Poi brucia tutto. L’esercizio spirituale è perfetto. Mentre la sua «ferita» brucia lei si alza e va a parlare con la madre superiora. Racconterà poi al pm che «una delle volte c’era con uno sconosciuto. Mi fecero prendere una pastiglia e a quel punto io non potei più fare resistenza. Mi legarono al letto».

LE DONNE E LE PASSIONI - Stefano Dodaro, capo della squadra mobile di Cosenza, capisce dalle intercettazioni che, nella migliore delle ipotesi, padre Fedele non si comporta come ci si aspetterebbe da un francescano.

Il missionario dei diseredati, l’uomo che ha costruito la sua immagine a metà strada fra la dedizione per il prossimo e quella per il calcio, ha sempre avuto una passione inconfessata, le donne. Dagli atti risulta che abbia costretto almeno una decina di loro a soddisfare le sue manie sessuali. E pare che in tanti sapessero. Non soltanto della sua passione nuda e cruda ma del fatto che non tutte le sue avventure sessuali fossero consenzienti o, quantomeno, che fossero «estorte» in cambio di favori. Virginia (romena), Anna (bulgara), Cristina (russa) rivelano di aver dovuto cedere alle avances del francescano in cambio del permesso di soggiorno. Cosmina, anche lei rumena, racconta: «Siamo entrati in una stanza e padre Fedele ha subito chiuso a chiave la porta. Si è tolto il saio. Si è avvicinato a me, mi ha detto che avevo un bel seno e me lo ha toccato con entrambe le mani. Io mi sono ritratta e lui mi ha detto che mi avrebbe potuto aiutare a restare in Italia facendomi avere i documenti. Io gli ho risposto che non volevo assolutamente alcun rapporto sessuale ed a quel punto lui, alzò la voce rosso dalla rabbia, "sei una p...., non lo sai che tutte le donne dell’Oasi sono state con me, sei arrivata tu e fai la preziosa"».

LE MINACCE E LA MAFIA - Dopo aver firmato la denuncia, il 24 ottobre, la suora si rifugia a casa di amici, a Roma. Ha paura che padre Fedele la faccia cercare per chissà quale ritorsione. Del resto era stato proprio lui a dirle che «se parli sei finita. Guarda che io conosco giornalisti, magistrati, poliziotti, carabinieri, la tua parola contro la mia non varrebbe niente». E se questo non le fosse bastato che ricordasse anche un’altra cosa, «sono un amico del mafioso Carmelo De Pasquale». Così aveva pensato di tenerla in scacco. Inutilmente. E quattro giorni dopo la prima deposizione a verbale, sul cellulare di lei è comparso un messaggino chiaro: «Ritira la denuncia, siamo sempre più vicini». Anche altre delle donne che hanno avuto rapporti sessuali con il frate descrivono i suoi modi spicci per convincerle a non parlare: «Qui conto solo io», oppure «non dirai niente sennò ti caccio via dal centro». Le cacciava anche se per caso si rifiutavano di accontentarlo nelle sue richieste sessuali. Ma la suora che ha denunciato il fatto, più delle altre, è stata a un passo dalla tragedia. «Il 29 giugno, prima di partire per Roma, il monaco e il segretario hanno tentato di farmi ingoiare una pillola il cui effetto avrebbe dovuto essere quello di spingermi a buttarmi dall’ultimo piano dell’Oasi». Non l’ha fatto e chissà adesso quante volte ha ripensato a momenti duri come quello e alla sua voglia di farla finita. Raccontano le consorelle: «Ebbe un profondo cambiamento comportamentale. Era nervosa, irascibile, piangeva e diceva spesso "voi non capite"». Adesso tutte capiscono. La suora vuole dimenticare quella che loro definivano «la strana paura di ritrovarsi da sola con padre Fedele».


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mercoledì 25 gennaio 2006
ore 10:35
(categoria: "Vita Quotidiana")



La lezione americana che il Polo dimentica
DI VITTORIO ZUCCONI

SOTTO l’ombrello della Costituzione americana che garantisce il diritto di portare armi, concimato da una cultura della frontiera che ha sempre incoraggiato il principio del "shoot first and ask questions later", prima spara e poi fai domande, gli Stati Uniti sono da secoli il laboratorio sociale dove si sperimenta quel diritto alla difesa individuale della proprietà, e non solo della persona, che da ieri è divenuto legge anche in Italia, grazie ai neo-pistoleros della Lega.

Istintivamente popolare, e stampato negli occhi di noi che leggiamo e lamentiamo le storie atroci di poveri bottegai trucidati per una spilla, la privatizzazione della giustizia, il principio dell’autodifesa a mano armata, piace molto. Soprattutto in tempi nei quali la criminalità dilaga, lo Stato è inetto, distratto o impotente.
Chiunque abbia subito un furto, sa bene che trovarsi la casa ripulita, l’auto sventrata, la borsetta alleggerita da una mano furtiva, lascia un senso di violazione personale, spesso molto più bruciante del valore stesso degli oggetti rubati, quasi una forma di stupro alla estensione di noi stessi, che sono le cose che ci appartengono. Ma la domanda alla quale ora si deve rispondere, non è se a noi piaccia questo permesso di caccia al delinquente, come è ovvio che piaccia, è sapere se e quanto il diritto a sparare per primi contro presunti intrusi senza rischiare paradossalmente il carcere, serva a scoraggiare i criminali, ad aiutare le persone oneste, a rendere più sicura la società nella quale tutti viviamo.

Se la risposta deve essere cercata nel laboratorio americano, e non si vede dove altro cercarla, la risposta è, purtroppo, no, anzi, al contrario. A parte qualche rarissimo e aneddotico esempio, cercato e ingrandito con il microscopio dalla colossale lobby dei fabbricanti di armi, l’esperienza degli Stati Uniti dimostra seccamente come il diritto di sparare e di portare armi conduca a un incremento, e non a una riduzione, delle morti violente e dei feriti. Non tra i criminali, attenzione, ma tra gli onesti cittadini.

Nella Florida di Jeb Bush, dove 350 mila abitanti hanno chiesto e ottenuto il permesso non soltanto di possedere, ma portare con sé pistole e revolver, il numero di crimini violenti resta dove è sempre stato, il secondo di tutti gli Stati Uniti, dietro soltanto alla South Carolina, un altro Stato dove non è infrequente vedere per strada camioncini che esibiscono il fucile nel lunotto posteriore. La curva dei delitti a mano armata è scesa rapidamente ovunque, nell’ultima generazione, e dunque anche in Florida, ma è scesa indipendentemente dal diritto di "shoot first" o di portare armi nella borsetta. Il tasso di criminalità è una variabile indipendente dal possesso di rivoltelle e dal diritto di usarle, ma dipende da condizioni estranee al mito del Mezzogiorno di Fuoco, generazionali, economiche, sociali, culturali. In Giappone nessuno possiede o usa armi, e il numero di persone oneste uccise per rapina o per furto è il più basso del mondo civile.

Una disposizione come questa, concessa dalla maggioranza alla campagna elettorale della Lega, ha un corollario inevitabile, anche se per ora nascosto, una seconda parte che vedremo nella prossima legislatura, se questa destra tornasse al potere. Si chiama diritto di comperare e portare armi allargato, rispetto ai vincoli strettissimi di ora. Non avrebbe infatti molto senso concedere a tutti i cittadini il privilegio di sparare, se poi soltanto una ristretta categoria di commercianti o di professionisti avessero lo strumento per esercitarlo.

Qui si apre il secondo e terrificante abisso che questa demagogia da western spaghetti elettorali scava per tutti noi. Non soltanto essa non serve affatto come deterrente anticrimine e può essere addirittura un formidabile incentivo perché sia il nemico, l’intruso, a "shoot first", a sparare per primo, visto che sa di essere un bersaglio legittimo. In più, in molto di più, la diffusione delle armi, la rottura del tabù dell’Ok Corral, matematicamente porta a una strage di innocenti che supera di gran lunga il numero di innocenti uccisi dai malfattori. Le probabilità che il buon padre di famiglia uccida il proprio bambino o la moglie per accidente, per imperizia, per imprudenza o perché una lite violenta in famiglia anziché finire a riprovevoli sberle, finisca a micidiali revolverate è 22 volte più alta della probabilità di fermare o freddare un delinquente, secondo le statistiche dello Fbi.

Guardiamo di nuovo nel vetrino americano. Nove bambini al giorno sono uccisi, in media, perché colpiti direttamente, o nel fuoco incrociato da armi, spesso maneggiate da papà, perché possedere una Colt 45 non significa trasformarsi automaticamente in Wyatt Earp o John Wayne. Sedicimila persone all’anno commettono suicidio usando una pistola, che è l’arma d’elezione dei maschi che nei momenti di depressione acuta trovano il conforto di quel metallo freddo e sbrigativo contro la tempia. Senza neppure tenere conto dei casi celebri di malcapitati confusi per rapinatori o di amici fulminati per errore come accade anni addietro al calciatore Re Cecconi, che organizzò una rapina per scherzo a un amico gioielliere.

Rendere più facile, addirittura incoraggiare di fatto, il possesso e l’uso di armi garantisce, se i secoli di storia Usa e i 300 milioni di americani sono una "database" credibile come sono, un aumento delle vittime innocenti e solo trascurabili effetti positivi sulla criminalità, dunque l’opposto di quello che la demagogia elettorale delle "persone per bene" indifese contro i delinquenti vuol fare credere. Ed è sbalorditivo che sia proprio la destra, o ciò che in Italia passa per destra, ad avere dimenticato la lezione di un loro idolo, quello sceriffo di New York Rudi Giuliani, che ridusse la violenza nella sua città con la sola formula efficace: molti più soldi per addestrare e mandare in strada migliaia di agenti in più. Quello è il solo strumento di dissuasione che non uccide coloro che lo brandiscono. Non questa apertura della caccia al criminale, questa privatizzazione della giustizia alla Charles Bronson, che abbatterà, tragicamente, molti più cacciatori che selvaggina.


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mercoledì 25 gennaio 2006
ore 10:30
(categoria: "Vita Quotidiana")





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martedì 24 gennaio 2006
ore 19:02
(categoria: "Vita Quotidiana")



L’urna del Cardinale
di Gianfranco Pasquino

Potremmo cominciare raccontandoci la solita favola rassicurante, poiché noi, di sinistra, non soltanto siamo tolleranti, ma riconosciamo (ci mancherebbe altro) alla Chiesa e, in effetti, a chiunque, il diritto di intervenire nel dibattito pubblico. In particolare, riteniamo che durante la campagna elettorale, quando si valuta quello che un governo ha fatto e si soppesa quello che l’opposizione propone di fare, più voci si sentono, con le loro valutazioni e le loro indicazioni meglio è.

Circolano informazioni, si istruiscono i cittadini, i partecipanti diventano meglio informati. Dunque, serve anche la voce del cardinale Ruini che esprime le posizioni della Conferenza Episcopale italiana. Quella voce la sentiamo (che non è, naturalmente, la stessa cosa che «la ascoltiamo») oramai molto di frequente, persino sulle intercettazioni, non propriamente un argomento ecclesiastico sul quale misurare il tasso di fede. Tuttavia, sentire/ascoltare non può in nessun modo significare che condividiamo quello che il presidente della Conferenza Episcopale Italiana dice.

Vorremmo, comunque, che Ruini parlasse chiaro e forte, senza sotterfugi, senza i soliti messaggi che fanno leva su alcune tematiche, in maniera apparentemente asettica, richiamandosi a valori, per dare indicazioni di voto o, meglio, indicazioni di non voto. Insomma, Ruini ha detto per chi non bisogna votare, e lo ha detto in maniera trasversale, ovvero obliqua facendo leva su una concezione ristretta e parrocchiale, della famiglia e controversa della vita.

Scendendo sul suo campo, sarebbe facile rilevare che il messaggio di Ruini è «esclusivo», vale a dire che tende ad escludere alcuni partiti e alcuni schieramenti dall’orizzonte di voto dei cattolici. Nessuna sorpresa e, incidentalmente, nessuna interferenza: sono le opinioni di un attore, per quanto non proprio come gli altri perché, in una certa misura, è un attore più potente, non alieno dallo schierarsi. Insisto: sarebbe preferibile che si schierasse apertamente. Le cifre e i dati relativi a come la famiglia viene protetta e viene aiutata sono disponibili ed è lecito fare notare che, non tanto paradossalmente, è nelle regioni rosse (comuniste, on. Berlusconi) che i servizi alle famiglie sono più abbondanti, meglio finanziati, più efficaci.

Naturalmente, Ruini dovrebbe anche sapere che le famiglie cattoliche sono, in questo Paese, una minoranza. Quanto alla vita, forse, si culla in una errata interpretazione dell’esito del referendum sulla procreazione assistita. Se voleva contare davvero i suoi sostenitori e cantare legittimamente vittoria avrebbe, in effetti, dovuto invitare i cattolici e le loro famiglie non a disertare le urne, ma ad andare a votare e a contarsi.

Una volta protette e promosse le famiglie cattoliche (non aggiungerò «esclusivamente» cattoliche) da una legislazione speciale, poiché è questo che Ruini sta chiedendo, certo di avere una audience attentissima e schieratissima nel centrodestra (e, temo, anche in alcuni settori del centrosinistra), anche se in contraddizione non soltanto con i suoi comportamenti, ma persino con i suoi stanziamenti, ne verrebbe migliorata la qualità della vita di tutte le famiglie italiane? Oppure Ruini è interessato soltanto a quel nucleo, sicuramente duro, del cattolicesimo italiano? Ruini insiste in una visione assolutamente particolaristica del suo messaggio. Non c’è ecumenismo e, se posso permettermi, scendendo (in)trepidamente sul suo terreno, non c’è carità in questa visione angusta.

Sento di tanto in tanto raccomandazioni a non criticare la Chiesa e le sue indicazioni poiché, secondo queste raccomandazioni, la Chiesa si muoverebbe in un’altra orbita, del tutto spirituale. Purtroppo, non è affatto così. La Chiesa, in maniera addirittura accentuata con il nuovo Papa, ha deciso di muoversi esplicitamente dentro l’orbita della politica. Non ricerca affatto dialogo e dialoganti. Lanci messaggi di sostegno ad alcuni e di distacco critico ad altri. Quanto al centrosinistra italiano ha un dovere politico chiaro e semplice. Deve formulare politiche inclusive che diano risposte concrete e efficaci ai problemi, ai bisogni e alle preferenze di tutta la cittadinanza, senza discriminazioni e senza privilegi. Grazie a risposte che funzionano ciascuno potrà, poi, scegliere come vivere la sua vita. I laici non danno certezze e non impongono comportamenti. Offrono scelte meditate e garantiscono opportunità. È un linguaggio che le religioni e i loro rappresentanti raramente capiscono, ma è il linguaggio di una politica moderna che si cura dei diritti di tutta la cittadinanza.


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martedì 24 gennaio 2006
ore 18:41
(categoria: "Vita Quotidiana")



Allarme blog per gli studenti Usa
Le scuole: "Possono essere rischiosi"
di GIANVITO LO VECCHIO

Mallory ha quattordici anni, veste come una pin-up e guida le cheer-leader della sua scuola in California. Sul suo blog tutto rosa racconta con brio le giornate tra lezioni, amiche e shopping. Ed esibisce decine di foto in pose da diva, con lunghi capelli biondi e occhiali da sole. Ogni giorno decine di ragazzi e ragazze visitano il suo sito e scrivono commenti. Tutti possono leggere della vita di Mallory e di altre migliaia di adolescenti come lei, che quotidianamente si raccontano sui blog studenteschi.

Spesso sono banali cronache quotidiane, condite con emozioni personali. Talvolta, però, contengono informazioni che possono finire nelle mani sbagliate. E così le scuole americane stanno cominciando a muoversi per contrastare il fenomeno e mettere in guardia gli allievi. Qualche preside sceglie metodi persuasivi, altri preferiscono una risposta più drastica.

Pensieri intimi e fotografie bizzarre. I diari online degli adolescenti non sono una novità. Già da qualche anno, ormai, sono sempre più diffusi in tutto il mondo blog scritti da teenager. Strabordanti di colori e fantasia, pensieri intimi e fotografie strampalate. In fondo, sono una versione tecnologica del vecchio diario personale. Negli Stati Uniti, in particolare, esistono siti web specializzati nel mettere in contatto tra loro studenti-blogger, iscritti a scuole di tutta la nazione. Xanga, Facebook e MySpace, solo per fare qualche nome. Ora però presidi e insegnanti si stanno accorgendo che i racconti dei ragazzi possono creare seri problemi. Non soltanto alla loro sicurezza, ma anche al loro futuro scolastico e professionale.

Dal registro di classe al Web. Nicole, 16 anni, di Sacramento, descrive la sua scuola come un posto orribile, caotico, "peggio di Laguna Beach", l’affollata località balneare tra Los Angeles e San Diego. Matt, tredicenne dell’Alabama, non risparmia parole poco gentili all’insegnante di scienze, che lo ha punito con un votaccio. E ridicolizza "quei dementi di Damon e Brad", più incapaci di lui. Pensieri istintivi e banali, che fino a qualche anno fa finivano nei diari personali o sui muri dei bagni. Ma ora questi giudizi lapidari, queste "informazioni involontarie", sono accessibili a tutti con un clic. Qualcosa che nessuno aveva previsto.

Guerra ai blog. Così alcune scuole hanno cominciato una vera battaglia contro i blog. Solo nell’area di Washington, nelle ultime settimane, quattro istituti hanno preso provvedimenti. La Sidwell Friends School ha vietato agli studenti di registrarsi, usando la propria e-mail scolastica, ai siti per blogger più popolari tra i giovani. Altre scuole, come la Georgetown Day, la Madeira e la Barrie School, si sono rivolte direttamente ai genitori, invitandoli a controllare i figli per evitare un uso "improprio" dei diari online. Sono stati organizzati persino dei seminari, per istruire le famiglie sui rischi creati dalla diffusione dei blog. Perché non c’è soltanto l’ovvio pericolo che i malintenzionati cerchino di incontrare i ragazzi, sfruttando il contatto sul web. Ma c’è anche il rischio che quelle informazioni personali su lezioni e pagelle, corsi ed esami universitari, possano finire nelle mani dei pubblicitari o di un potenziale datore di lavoro. E danneggiare, in maniera inconsapevole, se stessi, altri studenti e gli insegnanti.

Fuori per una frase virtuale. Divieti e raccomandazioni, dunque, e talora anche punizioni esemplari. Qualche volta si è decisa persino l’espulsione, dopo aver scoperto foto di teenager ubriachi o racconti di sbronze collettive. Di recente, tre ragazzini di una middle school di Chicago sono stati sospesi per aver pubblicato frasi oscene e minacciose dirette a una loro professoressa. Una decisione che ha spaccato la scuola e causato un acceso dibattito.

A novembre, poi, un altro liceale americano, della Sherwood High School del Maryland, ha scritto insulti contro i suoi coetanei di colore, tra i commenti di un blog studentesco. La notizia si è diffusa rapidamente e, poco tempo dopo, il ragazzo ha cambiato scuola, forse su pressione dei professori. Come hanno ammesso molti presidi e insegnanti, la verità è che "sono situazioni completamente nuove, cui non siamo preparati e spesso non sappiamo come affrontare".

Non mancano le reazioni drastiche: un istituto cattolico del New Jersey ha addirittura vietato l’uso dei blog a casa. Una proibizione difficile da far rispettare, e che pone anche seri dubbi di legalità.

Tanti rischi e qualche montatura. Per le scuole americane si annuncia una difficile battaglia educativa. Perché, soprattutto per i giovani, le insidie della Rete sono tante e multiformi. Secondo il National Center for Missing and Exploited Children (Centro nazionale per i bambini scomparsi e sfruttati sessualmente), nel 2005 negli Usa ci sono stati più di 1.200 casi di ragazzini "agganciati" da adulti via internet. Si stima, poi, che circa un quinto di essi abbia ricevuto "sollecitazioni" sessuali online. La Rete offre grandi possibilità, ma non mancano le trappole per i più indifesi e inesperti. E tenerli lontani dal web è impresa ardua. "Avere 14 anni non è facile, nessuno lo capisce - scrive Jill, della Williams High School, in Virginia -. È ancora più difficile se non sei una bionda cheer-leader, ma una ragazzina timida e poco attraente. Ma io scrivo poesie, mi piace leggere, viaggiare: se il blog è un modo per farmi notare da qualcuno, perché non dovrei averlo?".

L’unica consolazione, per i genitori, è che talvolta le esperienze raccontate dai figli sui blog sono gonfiate a dismisura. Secondo gli psicologi, infatti, i teenager, quando si raccontano online, si dipingono come persone molto più audaci, sfrenate e aggressive di quel che sono realmente. Come Amanda, del Wisconsin, appena 12 anni, che si dice "single" e racconta improbabili sbornie a base di cocktail alla frutta. Forse, qualche volta, le notti di bisboccia con amici e amiche sono solo fantasie, che mascherano tranquille serate in famiglia. Forse.


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martedì 24 gennaio 2006
ore 18:24
(categoria: "Vita Quotidiana")



"Ho subito minacce e abusi
Ma ho trovato la forza di dirlo"

E’ di origine siciliana la suora che ha accusato di violenza sessuale padre Fedele Bisceglia, il francescano di Cosenza arrestato ieri mattina insieme ad un suo collaboratore, Antonio Gaudio. A convincere la suora a parlare e a denunciare gli abusi subiti tra febbraio e giugno 2005 (mentre si trovava nell’Oasi Francescana, la struttura per l’assistenza ai poveri e ai diseredati voluta e fondata da Padre Fedele), sarebbe stata la sua superiora, alla quale ha raccontato tutto subito dopo essere stata trasferita dalla Calabria a Roma.

La religiosa, che avrebbe subito violenze sessuali, sarebbe stata minacciata e ricattata affinchè non rivelasse gli abusi: "Ho tenuto dentro di me quello che mi era accaduto per le minacce di padre Fedele. Mi aveva detto che, se avessi parlato, avrebbe diffuso le immagini video e fotografiche che lui ed i suoi complici avevano registrato e scattato in occasione degli abusi da me descritti".

Partita da Cosenza la religiosa ha dovuto affrontare il trauma subito: "Ciò che mi ha sbloccato è stato il corso di esercizi spirituali cui ho partecipato. Da quel momento ho deciso che dovevo parlare con la mia superiora. La decisione di presentare la denuncia l’ abbiamo presa insieme".

Intanto padre Fedele, che si trova nel carcere della città calabrese, continua a dichiararsi innocente, sostenendo che le accuse contro di lui sono assolutamente infondate e frutto della "fantasia di una pazza". Il religioso verrà ascoltato nel pomeriggio dal gip Giusy Ferrucci, che ha emesso l’ordinanza di arresto su richiesta del sostituto procuratore Claudio Correli che ha coordinato le indagini. All’interrogatorio sarà presente il legale di padre Fedele, l’avvocato Tommaso Sorrentino.


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martedì 24 gennaio 2006
ore 14:43
(categoria: "Vita Quotidiana")





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