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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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mercoledì 10 ottobre 2007
ore 09:24
(categoria: "Vita Quotidiana")



Le stampelle di Storace ricordano il regime
di RITA LEVI-MONTALCINI

CARO DIRETTORE, ho letto su Repubblica di ieri che Storace vorrebbe consegnarmi, portandomele direttamente a casa, un paio di stampelle. Vorrei esporre alcune considerazioni in merito.

Io sottoscritta, , in pieno possesso delle mie facoltà mentali e fisiche, continuo la mia attività scientifica e sociale del tutto indifferente agli ignobili attacchi rivoltimi da alcuni settori del Parlamento italiano.

In qualità di senatore a vita e in base all’articolo 59 della Costituzione Italiana espleterò le mie funzioni di voto fino a che il Parlamento non deciderà di apporre relative modifiche. Pertanto esercito tale diritto secondo la mia piena coscienza e coerenza.

Mi rivolgo a chi ha lanciato l’idea di farmi pervenire le stampelle per sostenere la mia "deambulazione" e quella dell’attuale Governo, per precisare che non vi è alcun bisogno. Desidero inoltre fare presente che non possiedo "i miliardi", dato che ho sempre destinato le mie modeste risorse a favore, non soltanto delle persone bisognose, ma anche per sostenere cause sociali di prioritaria importanza.

A quanti hanno dimostrato di non possedere le mie stesse "facoltà", mentali e di comportamento, esprimo il più profondo sdegno non per gli attacchi personali, ma perché le loro manifestazioni riconducono a sistemi totalitari di triste memoria.


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martedì 9 ottobre 2007
ore 16:31
(categoria: "Vita Quotidiana")



Uranio impoverito, Parisi in Senato
"Tra i soldati all’estero 255 casi di tumore"

ROMA - Sono 255 i malati di cancro, tra i militari italiani che negli ultimi dieci anni hanno partecipato a missioni all’estero, 37 sono deceduti. Almeno stando ai dati ufficiali. A rivelarlo è il ministro della Difesa, Arturo Parisi, nel corso di un’audizione davanti alla commissione d’inchiesta sull’Uranio impoverito del Senato. Numeri, questi, assai inferiori rispetto a quelli forniti dall’Osservatorio militare che, infatti, li contesta frontalmente e parla di almeno 2.500 malati e 150 morti.

Secondo i dati della Direzione di sanità militare, spiega il ministro, "sono in totale 255 i militari che hanno contratto malattie tumorali e che risultano essere stati impegnati all’estero nei Balcani, in Afghanistan, in Iraq e in Libano nel periodo 1996-2006. Di questi militari, 37 sono morti". Nello stesso periodo i militari malati per tumore, e non impiegati all’estero, sono stati 1.427.

Parisi assicura anche che nell’impiego di soldati "in zone critiche", la Difesa "sta applicando ogni misura precauzionale. Non intendiamo in alcun modo sottovalutare il fenomeno e tantomeno dissimularlo". Un’ammissione comunque importante, da parte di un ministro. Che comunque aggiunge: l’Italia "non ha mai fatto uso di armamento ad uranio impoverito, nè risulta che nel nostro poligono possa essere stato utilizzato da altri, a meno di dichiarazioni mendaci degli utilizzatori stranieri, che non voglio neppure ipotizzare".

Ma Domenico Leggiero, dell’Osservatorio militare, l’associazione che assiste gli appartenenti alle forze armate e i loro familiari, sostiene che i dati sono molto diversi: "Ci dispiace, ma così anche Parisi perde credibilità. Avevamo riposto speranze in lui, ma queste cifre sono troppo lontane dalla verità".

Leggiero è pronto a mostrare "altri dati ufficiali della Difesa che parlano di un numero di malati quasi decuplicati e di un numero delle vittime da moltiplicare per tre: "Proprio oggi, in Sicilia, si stanno svolgendo i funerali del carabiniere Giuseppe Bongiovanni, morto l’altro ieri per un tumore contratto durante una missione all’estero. Se andate a vedere, questa morte non risulta al ministero".


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martedì 9 ottobre 2007
ore 10:02
(categoria: "Vita Quotidiana")



I frati di Assisi e la fiction su Francesco
"Ben raccontata". "No, film approssimativo"
di ORAZIO LA ROCCA

ROMA - "Una fiction dignitosa, ben raccontata in alcuni tratti, aderente alla vicenda storica, umana e spirituale di San Francesco e Santa Chiara, ottimamente interpretati da Ettore Bassi e Mary Petruolo". "No, è un film approssimativo, privo di respiro ascetico e teologico, con una scenografia carente, una fotografia non all’altezza e una Chiara più credibile, nella recitazione, di Francesco. Quasi una brutta copia del Francesco di Zeffirelli".

Non è unanime il giudizio dei frati conventuali del Sacro Convento di Assisi su Chiara e Francesco, la mini serie sul Poverello trasmessa da RaiUno domenica e ieri sera. Un filmtv che ha, comunque, fatto registrare nella prima parte un picco di circa 7 milioni di telespettatori, pari a uno share di circa il 30 per cento (il più alto della serata).

Padre Vincenzo Coli, custode del Sacro Convento, parla di "film dignitoso, con buone sottolineature, come, ad esempio, il rapporto tra Chiara e Francesco, raccontato senza la retorica dei due fidanzatini, un episodio storicamente non provato. Anche se è vero che i due si stimavano e che, come si vede nel film, si volevano bene in Cristo". Padre Coli promuove pure i due attori protagonisti, anche se "la figura di Chiara mi sembra meglio impostata negli sguardi e nella profonda dolcezza del viso".

Per il custode un "altro aspetto positivo del film è l’aver messo al centro della storia il ruolo del Vangelo, che Francesco applicò alla lettera fin dal suo primo abbraccio al lebbroso". Ma secondo padre Coli "è difficile fare paragoni con altri film su San Francesco, anche se quello di Rossellini resta sempre un capolavoro e Fratello Sole, Sorella Luna di Zeffirelli è certamente il migliore in assoluto, per la recita, il racconto e la bellezza delle immagini".

Per un altro frate del Sacro Convento, padre Silvestro Bejan, "è un film molto reale, senza mistificazioni e sdolcinature, in grado di rispondere ad alcune domande del nostro tempo". Placet anche da frà Marcello Daga che loda "il rigore storico di una fiction che ha il merito di non essere caduta in aspetti retorici come il presunto fidanzamento di Chiara e Francesco, che come si vede anche nel film, non erano coetanei".

"A me è piaciuto un po’ meno - confessa padre Andrea Zichichi - sia per le scene che per i costumi, storicamente non in sintonia col racconto". "E invece è una brutta copia di Zeffirelli sotto tutti i punti di vista", taglia corto padre Antonello Fanelli, responsabile delle vocazioni francescane. Giudizi, parzialmente condivisi da padre Enzo Fortunato, direttore della sala stampa del Sacro Convento, che pur ammettendo che "il film ha il merito di veicolare comunque il messaggio francescano", parla di "carenze tecniche nelle immagini e nella scenografia: un peccato perché la ricchezza delle immagini avrebbe potuto compensare meglio la profondità teologica ed umana del santo, che così poteva essere rappresentata con più rigore. Il film, però, è ugualmente piaciuto e come figli di Francesco attenti anche alla comunicazione siamo contenti e grati a chi l’ha fatto. Speriamo - conclude padre Fortunato - che la Rai continui su questa strada, magari presentando altri grandi cristiani di ieri e di oggi, senza dimenticare due grandi papi come Paolo VI e Pio XII".


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lunedì 8 ottobre 2007
ore 10:16
(categoria: "Vita Quotidiana")





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lunedì 8 ottobre 2007
ore 09:47
(categoria: "Vita Quotidiana")



Quando emergono le false paure
di GIUSEPPE D’AVANZO

CLEMENTE Mastella sbanda, straparla. Quasi posseduto da una "follia" narcisistica che non gli permette di vedere al di là del suo naso e del suo destino politico, della sua famiglia, della sua Ceppaloni, del suo piccolo partito, sovrappone errore a errore, cantonata a strafalcione incurante degli esiti che possono danneggiare il governo e la maggioranza di cui fa parte.

Questo fino a ieri. Ieri è andato oltre da New York, dove era per festeggiare il Columbus Day (ma era proprio necessario mettere in mostra altri viaggi, altre spese pubbliche, altre presenze familiari come se un ministro di Giustizia, con i tempi che corrono dalle nostre parti, non avesse altro da fare che passeggiare nei dintorni di Central Park). Mastella ha voluto dare così un altro giro di vite al cupio dissolvi che si è impadronito di lui combinando un altro pasticcio, molto più grave di un gravissimo abbaglio.

Quel che il ministro ha deciso di muovere è un giudizio politico di dubbia responsabilità. Ha ipotizzato che in Italia si annuncia addirittura una nuova stagione di terrorismo. Lo aveva già bofonchiato, in verità nel disinteresse generale, qualche giorno dopo essere stato colpito sotto la cintura negli studi di Ballarò. "Chiederò al ministro di avere una tutela, cioè una scorta, più adatta a me", aveva detto e non si era capito che cosa chiedesse al Viminale perché la sua scorta è già più che robusta. I suoi dell’Udeur avevano spiegato che "dopo l’allarme lanciato dall’ex ministro Pisanu sulla potenziale recrudescenza del pericolo terrorista e i rigurgiti Br delle ultime settimane, chiediamo ufficialmente al ministro dell’Interno Amato di garantire la massima sicurezza al ministro Mastella e alla sua famiglia, vittime di questa infame aggressione".

Suoni sconnessi che erano caduti nel nulla. Rigurgiti delle Br? Quando, dove? Come ministro avrebbe dovuto sapere che Cristoforo Piancone era soltanto un rapinatore e non un brigatista in cerca di finanziamenti. E poi perché evocare gli allarmi di Pisanu e non le più serene analisi del ministro in carica, Giuliano Amato. Insomma, una sortita alquanto penosa che nessuno ha preso molto sul serio, nemmeno nel suo governo. Ma evidentemente Mastella non si è perso d’animo e ieri ha denunciato che in Italia c’è clima politico che "rischia di essere un terreno di coltura di un neo-terrorismo che da noi non è mai stato eliminato completamente", neppure dopo l’attentato a Marco Biagi. "Questo clima rischia di essere uguale a quello della prima volta in cui venne messa in discussione la legittimità di un governo della Dc". E con tutta evidenza il ministro pensava al 1978, all’anno in cui le Brigate rosse rapirono Aldo Moro.

Si potrebbe liquidare il tutto come un’ennesima sciocchezza di uomo, forse scoraggiato da linciaggio mediatico che ha dovuto subire nelle ultime settimane. Ma sarebbe un errore. Le parole di Mastella sono gravissime. Dove sono le tracce, anche nascoste, di questo terrorismo che incombe? Quali sono gli indizi, gli annunci? Ne sa qualcosa il ministro dell’Interno? La verità è che non c’è alcuna traccia di una nuova stagione di terrorismo, ma soltanto un diffuso malessere che attraversa il Paese, un’insoddisfazione radicale che separa larghi strati della società dalla politica, dai politici, dal governo.

Questa irritazione si è concentrata su Mastella per la sua esibita spensieratezza nell’uso privato di risorse pubbliche. È diventata rabbia per le mosse improprie decise dal ministro contro un pubblico ministero che indaga anche sul conto del capo del governo. Ora reagire a queste legittime proteste criminalizzandole, dicendole eversive, dipingendole - per di più dall’estero - come potenzialmente assassine è un atto irresponsabile che Prodi e, per quel che gli compete Amato, farebbero bene a smentire già nelle prossime ore.


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domenica 7 ottobre 2007
ore 18:07
(categoria: "Vita Quotidiana")



Scicli 1951, delitto "siculo-pakistano"
di Giovanni Maria Bellu

C’È stato un tempo, nemmeno tanto lontano, in cui somigliavamo moltissimo agli odierni "altri". Convivevamo serenamente con tradizioni che oggi troviamo inaccettabili. Ne abbiamo trovato una piccola ma agghiacciante dimostrazione sfogliando, nell’emeroteca della Biblioteca nazionale, la raccolta del Giornale d’Italia del 1951. La ricerca riguardava tuttaltro argomento, ma quel titolo, benché di dimensioni modeste, si faceva notare, "cantava" come dicono i vecchi caporedattori. Anche se si trattava di un canto lugubre: "Impicca la figlia per ragioni d’onore". Occhiello: "Un atroce delitto". Luogo e data: "Palermo, 27 marzo 1951".

Nell’articolo, una quarantina di righe non firmate, si raccontava una tragedia avvenuta il giorno precedente a Scicli. Protagonisti, tale Giuseppe Grimaldi, padre omicida, e la figlia quindicenne Maria Teresa la quale, "pur nella sua giovane età si era data alla prostituzione clandestina".

Testo: "La giovane, senza alcun freno, scappata di casa, aveva generato la triste collera del padre il quale, ligio ai principi dell’onore, umiliato e offeso dalla condotta corrotta della figlia, incapace di correggerla, dopo aver tentato in tutti i modi di sottrarla al male, non ha saputo contenere la propria collera che è esplosa nel raccapricciante delitto".

Il cadavere della ragazzina pendeva da un albero poco distante dalla casa di famiglia. Il padre omicida l’aveva esposto alla pubblica vista per rendere manifesta la propria responsabilità. Aveva agito, infatti, per ragioni che riteneva, se non condivise, almeno comprese dalla comunità. Non solo da quella locale. "Per ragioni d’onore", chiariva infatti il titolo (redatto a Roma, nella redazione centrale del quotidiano). E queste ’ragioni d’onorè non erano richiamate solo per chiarire al lettore l’atteggiamento psicologico dell’assassino. Erano condivise, fatte proprie dal giornalista e dal suo giornale, come risulta evidente dalla frase conclusiva dell’articolo: "L’omicida è mutilato di guerra, decorato di Medaglia d’argento al valore militare conseguita nella campagna di Spagna del 1937". Un uomo onorabile, dunque.

Nessun accenno, né nell’articolo, né nel titolo, agli uomini che avevano approfittato della ragazzina. Né al momento in cui "si era data alla prostituzione clandestina". Anche se l’insistenza sui vani tentativi tentativi fatti dal padre per "sottrarla al male" faceva intuire che la "condotta corrotta" era cominciata da tempo. Quando, cioè, la ragazzina era una bambina. Oggi gli anonimi clienti della "sfrenata giovane" verrebbero definiti stupratori e pedofili. Nel nostro ieri venivano trattati, da un giornale nazionale, come l’anonima clientela di una giovane depravata. E la notizia del sacrificio umano compiuto dal padre - che oggi avrebbe riempito per giorni le prime pagine - occupava due colonne in cronaca. Eravamo così.

E’ quanto, all’inizio dell’estate, aveva ricordato Giuliano Amato durante un convegno su Islam e integrazione: "Nessun Dio autorizza un uomo a picchiare la donna. E’ una tradizione siculo-pakistana che vuole far credere il contrario".

La battuta suscitò reazioni indignate. Così Amato dovette tornare sull’argomento per esplicitare quanto gli ascoltatori sereni avevano già capito: "Da figlio di famiglia siciliana, da bambino, ho conosciuto una Sicilia che, insieme alle tante cose positive che amavo, era anche la tradizione cui ho fatto riferimento".

Secondo la consolidata regola della politica-spettacolo - corroborata dal più recente dilagare del neoirrazionalismo declamatorio - la questione fu accantonata nello stesso istante in cui gli strepiti rischiavano di dover diventare un ragionamento. Ma una riflessione su come eravamo ieri - un istante fa per i tempi della storia - ci farebbe molto bene.

Rileggiamo i nostri giornali degli anni Cinquanta e Sessanta. Ricordare come eravamo significa anche constatare come siamo cambiati, tutto sommato rapidamente, e dunque considerare la possibilità che anche gli altri, come noi, possano rapidamente cambiare.


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sabato 6 ottobre 2007
ore 11:19
(categoria: "Vita Quotidiana")





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sabato 6 ottobre 2007
ore 09:41
(categoria: "Vita Quotidiana")





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venerdì 5 ottobre 2007
ore 15:37
(categoria: "Vita Quotidiana")



"Insegnanti di tutto il mondo..."
Ecco le richieste della scuola
di TULLIA FABIANI

"Noi, insegnanti del mondo, chiediamo...". Le richieste, tutte sommate, significano migliori condizioni di lavoro: un ambiente decente, classi non sovraffollate, formazione professionale, pari diritti e opportunità per le donne. E anche retribuzioni adeguate, risorse didattiche, valutazione della qualità del lavoro. Perché se lavorano bene gli insegnanti, altrettanto gli studenti. E a guadagnarci è l’apprendimento.
Semplice ma fondamentale filosofia quella del manifesto che il 5 ottobre celebra la giornata mondiale degli insegnanti: un’occasione, voluta dall’Unesco e presente in più di 100 paesi, per sensibilizzare i governi, il mondo della scuola e la pubblica opinione, sulla necessità di investire risorse finanziarie e umane nell’educazione.

Il manifesto. Quest’anno si insiste sulla qualità: ci vogliono docenti di qualità per avere una educazione qualificata, sostiene l’Internazionale dell’Educazione (www.ei-ie.org). L’organizzazione - alla quale aderiscono centinaia di sindacati della scuola di tutto il mondo, tra cui gli italiani Flc-Cgil, Cisl Scuola e Uil Scuola - ricorda infatti che "mancano 15 milioni di insegnanti a livello mondiale per raggiungere l’obiettivo di un’educazione di qualità per tutti entro il 2015", e che altri milioni di docenti lavorano in condizioni precarie, in classi sovraffollate e senza supporti didattici. Perciò è necessario che le politiche dei vari paesi tengano conto dell’urgenza di reclutare nuovi insegnanti e di mantenere dignitosamente in servizio quelli già impiegati. E in tal senso, denunciano i sindacati, "devono essere presi provvedimenti nel più breve tempo possibile".

Il caso italiano. In Italia c’è fibrillazione sui rinnovi contrattuali. "Noi la giornata la festeggiamo due volte - annuncia Enrico Panini, segretario generale Flc-Cgil - il 5 come previsto e il 27 con una manifestazione nazionale e un probabile sciopero. Chiediamo infatti che gli obiettivi assunti dal governo circa la scuola pubblica siano praticati e non solo dichiarati". La protesta riguarda il taglio degli organici, le retribuzioni, tra le più basse d’Europa, la precarietà: "Alla scuola si chiede molto e sempre di più, ma si dà poco - dichiara Francesco Scrima, segretario generale di Cisl Scuola - la scuola viene lasciata sola e lo dimostra il fatto che nell’ultima finanziaria non è prevista alcuna copertura economica per il rinnovo del contratto di lavoro, scaduto da due anni". L’emergenza è il mancato riconoscimento del lavoro degli insegnanti. "Serve meno burocrazia e più attenzione concreta al lavoro quotidiano svolto con i ragazzi - sottolinea Massimo Di Menna, segretario generale Uil scuola - spesso ci sono tante idee, tante tavole rotonde, tanti esperti che parlano e poi scarsi impegni reali nel favorire la qualità dell’insegnamento". Ma la riqualificazione non è solo discorso economico: "il problema è anche sociale - nota una maestra di Melfi, Maria Carmela Lapadula - perché ormai è una professione che ha perso prestigio e non se ne riconosce affatto l’importanza che invece merita".

Il risultato, in vista della giornata, è una denuncia dell’"l’irresponsabilità del governo" e la promessa di una decisa mobilitazione al fine di ribadire, come recita il manifesto dell’Internazionale dell’Educazione, che "serve una contrattazione collettiva per difendere e rinforzare i diritti degli insegnanti": le condizioni di lavoro e la valutazione della qualità dell’insegnamento devono essere oggetto di contrattazione tra i rappresentanti di governo, i datori di lavoro e i rappresentanti delle organizzazioni sindacali.


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venerdì 5 ottobre 2007
ore 12:12
(categoria: "Vita Quotidiana")



Lo so che te la sei comprata!!!



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