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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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mercoledì 1 agosto 2007
ore 11:01
(categoria: "Vita Quotidiana")



La nuova moda estiva: i «vegansessuali»
I vegani più intransigenti rifiutano di fare sesso con individui («sono impuri») che mangiano carne e prodotti animali
di Alessandra Farkas

NEW YORK – È la nuovissima moda dell’estate: i vegansessuali. Si tratta di un movimento, iniziato in Nuova Zelanda e poi diffusosi a macchia d’olio anche in Usa, che spinge i vegani a rifiutarsi di fare sesso con individui che consumano cibi a base di carne e prodotti animali.

NIENTE SESSO, SEI CARNIVORO - Il nuovo trend parte dal celebre scritto di Ludwig Feuerbach «L’uomo è ciò che mangia». Perché, come affermava il filosofo tedesco, «esiste un’unità inscindibile fra psiche e corpo e per pensare meglio dobbiamo alimentarci meglio». Oltre a non mangiare carne né avvalersi di alcun prodotto animale, i vegansessuali si rifiutano di andare a letto con individui non-vegan, i cui corpi, dicono, «sono composti di animali morti». Annie Potts, direttrice del New Zealand Centre for Human and Animal Studies dell’università di Canterbury, ha coniato la parola dopo che un studio da lei realizzato sulla vita dei consumatori di prodotti «senza crudeltà» ha scoperto come la maggior parte di loro si sentano «profondamente diversi e lontani» dalla popolazione cosiddetta «normale».

RICERCA - La Potts ha svolto un meticoloso sondaggio tra 157 vegani, ponendo loro una varietà di domande: da ciò che pensano del pollo in batteria alle loro preferenze sessuali, dal tipo di scarpe usate all’importanza degli odori negli incontri erotici. Le risposte l’hanno lasciata di stucco. Molte delle donne intervistate hanno affermato di essere sì attratte anche da persone che mangiano la carne, ma di non volere intrattenere rapporti sessuali con loro «perché i loro corpi sono fatti di carcasse animali». «È un trend completamente nuovo che non avevo mai riscontrato prima», spiega la Potts. Le motivazioni addotte dal popolo vegan sono semplici. «Se Feuerbach aveva ragione, allora dobbiamo preoccuparci dei fluidi corporei di chi si nutre di animali morti», spiega uno degli interpellati, «soprattutto quelli sessuali».

CIMITERO - «Non posso avere alcuna intimità con persone non-vegan», gli fa eco un’altra partecipante al sondaggio. «Anche se provo attrazione, mi ripugna sapere che il loro organismo è letteralmente fatto di altri corpi. Morti per tenere loro in vita». Nichola Kriek, un’altra vegan sposata al marito Hans, anch’esso vegan, da nove anni, non si autodefinisce una vegansessuale. Però dice di preferir un partner «che condivide le mie idee. Non riesco proprio a sentirmi fisicamente vicina a una persona non-vegan o non-vegetariana», spiega. «Quando sei vegan o vegetariano, sei molto conscio delle persone che invece hanno una dieta a base di carne», teorizza, «perché sono come cimiteri ambulante di animali».


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mercoledì 1 agosto 2007
ore 10:19
(categoria: "Vita Quotidiana")



«Buona l’idea del segretario dell’Udc Cesa di far adottare dal Parlamento misure per lenire la solitudine dei parlamentari. Perché oltre ad una indennità per il “ricongiungimento familiare” non propone anche l’accesso con la tessera parlamentare a raffinate case di appuntamento, anche bisex e non eterosessuali, scelte dai collegi dei questori delle due Camere, ed anche alla fornitura gratuita del Viagra?».

Francesco Cossiga, Ansa 31/7/07


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martedì 31 luglio 2007
ore 14:41
(categoria: "Vita Quotidiana")





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martedì 31 luglio 2007
ore 12:41
(categoria: "Vita Quotidiana")



Morto Michelangelo Antonioni
maestro del cinema dello sguardo
di CLAUDIA MORGOGLIONE

ROMA - Con Michelangelo Antonioni - morto ieri sera nella sua abitazione nella capitale, a 84 anni, assistito fino all’ultimo dalla moglie Enrica Fino - non se ne va solo uno dei grandi vecchi del cinema italiano e internazionale, amato e celebrato in tutto il mondo, come dimostra l’Oscar alla carriera ricevuto nel 1995. Con lui scompare anche uno stile davvero unico, all’interno della settima arte: quello di un regista che ha sempre fatto dell’occhio - quello della cinepresa, spesso apparentemente impassibile, e quella dell’autore che silenzionsamente la muove - il centro della sua visione poetica. In cui emergono l’incomunicabilità tra le persone, l’insufficienza delle parole, la solitudine. Ma anche, per contrasto, il potere dello sguardo, la perfezione dell’immagine.

Un modo di concepire, realizzare e "vedere" i film creata non solo con intenti estetizzanti, ma anche per far venire fuori, senza inutile retorica, l’interiorità e la psicologia dei personaggi. Con un tratto così particolare, e così coerente, da rendere vani i pur numerosi tentativi di imitazione. E senz’altro più adatto a una fruizione critica, o cinefila, che al grande pubblico. Una singolarità che Antonioni - autore di tanti e a volte controversi capolavori, a cominciare dagli eterni cult Blow up e L’avventura - ha tenuto ferma fino alla fine. A dispetto della malattia che negli ultimi anni gli ha impedito di parlare, ma non di comunicare attraverso le sue opere.

Classe 1912, ferrarese, una laurea a Bologna in Economia e commercio, Antonioni si accosta al cinema attraverso l’attività di critico per i giornali. Poi il trasferimento a Roma, dove frequenta il Centro sperimentale di cinematografia. Collaborando con autori del calibro di Roberto Rossellini. Ma è nella sua terra d’origine che realizza il suo primo documentario, il cui titolo dice già tutto: Gente del Po, anno 1947.

In quello stesso periodo, lavora anche come sceneggiatore, in pellicole importanti: Caccia tragica, di Giuseppe De Santis (1946), Lo sceicco bianco di Federico Fellini (1952). Il primo film che porta interamente la sua firma è Cronaca di un amore. Un’opera prima, ma già molto personale nei temi e nello stile: uno spunto quasi giallo, personaggi borghesi indagati nei loro moventi psicologici, una certa asciutezza. A questo esperimento, riuscito, seguono poi I vinti (1952) sulla crisi della gioventù europea; La signora senza camelia (1953), ambientato proprio nel mondo del cinema; Le amiche (1955) e Il grido (1956).

Ed è alla fine degli anni Cinquanta che arriva il suo primo, vero capolavoro, il film che molti cinefili, ancora oggi, considerano il suo migliore: L’avventura (1959). Pellicola così diversa dalle altre, così particolare, così raffinata, da suscitare, nella sua passerella a Cannes, reazioni assai contrastanti: forse per la lentezza, per il suo affidarsi alle immagini e agli sguardi, senza badare al ritmo. E che ha tra i protagonisti Monica Vitti, suo amore e sua Musa in questa fase della carriera.

E infatti, dopo L’Avventura, arrivano La notte (1960) e L’eclisse (1962), sempre con la Vitti. Così come Deserto rosso, anno 1964: il primo film in cui Antonioni accetta la sfida del colore, dopo tante produzioni in bianco e nero, e che gli vale il primo Leone d’Oro della Mostra di Venezia (il secondo, alla carriera, è del 1983). Ma il regista non si riposa sugli allori, anzi, allarga i suoi orizzonti anche all’estero: il suo eterno capolavoro Blow up (1966), ambientato in Inghilterra, vince la Palma d’oro al Festival di Cannes. Poco dopo, nel 1970, la sua quasi muta indagine sull’animo umano sbarca in America, con Zabriskie Point (1970). Gli Usa della contestazione giovanile e della musica rock (celebre la scena finale dell’esplosione, con musica dei Pink Floyd). Pochi anni più tardi, nuova pietra miliare: Professione reporter con Maria Schneider e Jack Nicholson (1975). E ancora, nel 1982, Identificazione di una donna. In cui, sulla falsariga di quanto già fatto da Federico Fellini con altri personaggi cinematografici giudicati di serie B, sdogana come interprete di serie A Tomas Milian, alias lo sbirro Monnezza.

A questo punto, il silenzio. Dovuto alla malattia che lo colpisce, che paralizza parte delle sue capacità comunicative. Ma il cinema - il suo cinema, così centrato sullo sguardo e così poco sulle parole o sui gesti frenetici - è più forte del male. E così, nel 1995, il maestro torna sul set, per girare, insieme all’amico e ammiratore Win Wenders, Al di là delle nuvole. E nel 2002, l’ultimo sforzo compiuto: l’episodio Il filo pericoloso delle cose, nell’ambito nel film a episodi Eros. Gli altri autori sono Wong Kar Wai, Steven Sederbergh, due cineasti più giovani di lui che sicuramente hanno assimilato la sua lezione. La pellicola partecipa alla Mostra di Venezia. L’ultima, girata da questo Grande del cinema.

E adesso - nello stesso giorno in cui si spegne un altro gigante, Ingmar Bergman - la fine: serena, in casa sua, accanto alla moglie. Domani in Campidoglio la camera ardente, dopodomani, nella sua Ferrara, i funerali.


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martedì 31 luglio 2007
ore 08:56
(categoria: "Vita Quotidiana")



L’ultima frontiera dei privilegi: un’indennità contro le tentazioni
di Gian Antonio Stella

E l’«indennità tentazioni»? La pensata di Lorenzo Cesa spalanca ai già vezzeggiati politici nostrani nuovi orizzonti. Per evitare che un parlamentare in trasferta a Roma ceda ai pruriti e metta le corna alla moglie con una squillo, come Cosimo Mele, gli italiani si dovrebbero far carico di aumentare il suo stipendio per il «ricongiungimento familiare».

Un’idea, diamogliene atto, fantastica. Che darebbe vita a un frizzante dibattito d’aula. Questo diritto al ricongiungimento, concetto in genere utilizzato per gli immigrati che dopo anni di lavoro in Italia vorrebbero essere raggiunti da moglie e figli rimasti in un’isola delle Filippine o sulla peruviana Cordillera Negra, vale per tutti o solo per chi ha la famiglia che abita oltre Viterbo e Frosinone? Vale per le mogli regolarmente sposate o anche per le compagne more uxorio? Possono bastare altri 4.190 euro (4.678 a Palazzo Madama) come quelli dati per stipendiare i portaborse o sono pochi? È dura, vivere a Roma! Chi potrebbe mai negare a queste spose e conviventi (per i parlamentari iDico ci sono già) deportate nella capitale un appartamento in cui vivere dignitosamente in centro storico? Mobili e lampadari su misura dei propri gusti? L’abbonamento a Sky per le lunghe giornate di seduta assembleare? I viaggi in treno o in aereo anche, eventualmente, per la diletta prole? Una domestica per dare una mano in casa, un reparto di pronto intervento elettro-idraulico per i guasti, una baby-sitter per i pargoletti, una tessera per andare al cinema gratis?

Direte: che razza di idea! Attenzione: c’è chi vi accuserebbe di qualunquismo. Preso atto che la capacità di resistere alla carenza di sesso di un deputato del suo partito cattolico è molto più ridotta di quella di Sharon Stone e non supera una manciata di giorni (l’ha detto il Mele in un’intervista: «Questa storia non c’entra niente coi valori della fami glia. Non posso essere un buon padre e un buon marito solo perché dopo cinque giorni fuori casa mi capita un’occasione?») Lorenzo Cesa ha detto proprio così. Testuale: «Si parla tanto di costi della politica, ma al parlamentare bisognerebbe dare di più e consentire il ricongiungimento familiare. Perché la vita del parlamentare è dura, la solitudine è una cosa molto seria». Certo, c’è chi dirà che, come denunciò Giulio Andreotti tre anni fa, «si lavora in aula solo tre giorni la settimana, dal martedì al giovedì».

Chi ricorderà che un mucchio di volte, in questi anni, è capitato che la maggioranza andasse sotto o che provvedimenti importanti saltassero per mancanza di numero legale solo perché, al giovedì sera o al venerdì, troppi deputati e senatori avevano già preso l’aereo per tornarsene a casa. Chi sottolineerà che nell’ultima legislatura, per fare un esempio, le sedute a Montecitorio sono state 749 in 1.735 giorni: tre alla settimana. Chi calcherà la mano precisando che nei primi sei mesi del 2005, per prendere un periodo a campione, le sedute tenute di venerdì si contano sulle dita di una mano. Chi noterà infine, come dice un’inchiesta dei radicali diffusa ieri da Ugo Magri, che gli eletti alla Camera dell’Udc marcano mediamente visita a una votazione su quattro. Insomma: se l’irredentista irlandese Bobby Sands riuscì a resistere 66 giorni senza mangiare, prima di morire in carcere a Belfast, un deputato nostrano non può resistere in astinenza tre giorni la settimana?

Nella strepitosa sortita del segretario neo-democristiano, che deve essersi morso la lingua davanti alle reazioni sarcastiche non solo degli avversari ma perfino di qualche amico, c’è tuttavia da prendere atto di una novità. In altri tempi, altri democristiani avrebbero proposto all’incontinenza erotica soluzioni diverse. Il mitico Matteo Tonengo, un contadino piemontese eletto per lo scudocrociato, arrivò nei primi anni del dopoguerra a chiedere ai questori della Camera di usare il tesserino parlamentare anche per andare gratis al bordello. Altri tempi. Il caso «sex&coca» che vede oggi come protagonista Mele, tuttavia, non è affatto una novità di questa seconda repubblica.

Basti ricordare lo scandalo intorno alla morte di Wilma Montesi, la ragazza trovata senza vita nel 1953 sulla spiaggia di Capocotta, vittima (così si disse) di un festino a base appunto di sesso e di droga, scandalo che vide il coinvolgimento di Piero Piccioni (figlio di Attilio, allora vice-presidente del consiglio) e sul quale l’Unità arrivò a infierire con botta-risposta come questo: «A Capocotta poca coca cape». «Non poca coca cape a Capocotta». Ecome dimenticare Mary Fiore, la parrucchiera siciliana che, venuta a Romadecisa a far fortuna e diventata proprietaria d’un famoso salone di bellezza («Jeunesse», vicino a largo del Tritone) venne arrestata nel 1961 perché, come ha scritto Filippo Ceccarelli nel libro «Il letto e il potere », aveva «messo su un’agenzia di prostituzione d’alto bordo, frequentata da uomini ricchi e potenti», molti dei quali politici?

Per non dire dell’«affaire» che troncò la carriera di Ettore Santi, un deputato umbro che nel 1947 fu beccato dagli agenti in una pensione nel quartiere dietro la Fontana di Trevi con una signorina disponibile e un grammo di cocaina posato sul comodino. Non era democristiano ma apparteneva a un partito, quello repubblicano di Ugo La Malfa, che aveva un forte senso del decoro. Non cercò, lui, di scusarsi sbuffando polemicamente come il nostro onorevole di oggi «quanti parlamentari vanno a letto con le donnine?». Non invocò «ricongiungimenti familiari». E non si dimise dal partito: fu cacciato. E bollato col marchio di «on. Cocò». Un po’ di senso dell’onore, però, gli era rimasto. E nella convinzione di avere tradito chi lo aveva eletto si dimise da parlamentare. Dimissioni vere. Non da teatrino.


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lunedì 30 luglio 2007
ore 12:32
(categoria: "Vita Quotidiana")



E’ morto il regista Ingmar Bergman, maestro del cinema dell’anima

STOCCOLMA - Il regista svedese Ingmar Bergman è morto. L’annuncio è stato dato dalla figlia, Eva, all’agenzia svedese TT. Si è spento serenamente nella sua casa sull’isola di Faaro, nel mar Baltico, all’età di 89 anni. Famoso per capolavori come Fanny e Alexander e Il Settimo Sigillo, aveva realizzato oltre 40 film nella sua lunga carriera ed era considerato una delle personalità più eminenti nel panorama cinematografico mondiale.

Nato a Uppsala, a nord di Stoccolma, il 14 luglio 1918, figlio di un pastore luterano della corte reale svedese, fu segnato dalla severa educazione religiosa. Studiò all’università a Stoccolma e si avvicinò alla regia dal teatro facendosi le ossa su Shakespeare e Strindberg.

Dal 1944 condusse una carriera parallela, teatrale e cinematografica, ottenendo fama internazionale con il cinema ma rimanendo legato in modo particolare al teatro. La sua prima pellicola, Crisi, è del 1945, ma il successo arrivò nel 1956 con Il settimo sigillo che ottenne diversi riconoscimenti oltre al premio speciale al Festival di Cannes. Arrivarono poi l’Orso d’Oro al Festival di Berlino e il premio della critica al Festival di Venezia per Il posto delle fragole (1957).

Successivamente Alle soglie della vita e Il volto gli valsero il premio per la miglior regia rispettivamente a Cannes e a Venezia, mentre nel 1960 La fontana della vergine gli fece ottenere il suo primo Oscar.

Il nome di Bergman è legato anche a Sussurri e grida (1972), Scene da un matrimonio (1974) e Sinfonia d’autunno (1978).

Nel 1982, dopo quarant’anni di attività, Bergman decise di abbandonare improvvisamente il cinema, per dedicarsi al teatro e alla televisione. Fu quello l’anno del suo ultimo film per il grande schermo, Fanny e Alexander, nato originariamente per la televisione, e ispirato sontuosamente alla sua infanzia e alla sua passione per lo spettacolo. La pellicola vinse quattro Oscar, compreso quello per la regia, il terzo della carriera del maestro svedese.

Nel 2003 girò Sarabanda, il seguito di Scene da un matrimonio, e sul set disse: "Questo è il mio ultimo film". E stavolta lo fu veramente. Nel gennaio 2005 Bergman ricevette il Premio Federico Fellini per l’eccellenza cinematografica.

Dalla morte della sua ultima moglie Ingrid, nel 1995, Bergman viveva solo per gran parte dell’anno sull’isola di Faaro, in cui ha anche ambientato diversi suoi film.

Comandante della Legion d’onore, membro dell’Accademia delle lettere svedese, drammaturgo, Bergman ha sondato i rapporti fra uomo e donna in una luce spesso tragica, dominata dall’angoscia dell’esistenza. Ha rivelato molto della sua vita privata e professionale in una celebrata autobiografia, La Lanterna magica. Sposato cinque volte, Bergman lascia nove figli.


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lunedì 30 luglio 2007
ore 09:31
(categoria: "Vita Quotidiana")



Il cinema perde Michel Serrault, indimenticabile Zaza nel Vizietto
di SILVIA FUMAROLA

ROMA - Se ne va un grande del cinema francese, che ha legato al suo nome a registi come Sautet e Chabrol. Michel Serrault, impagabile protagonista di tante commedie di successo, è morto ieri a 79 anni, dopo una lunga malattia. Serrault era stato ricoverato per alcune settimane all’ospedale americano di Neuilly per recarsi a fine giugno nella sua casa di Honfleur.

Una lunga carriera cinematografica, con 135 film e tre Cesar, ne hanno fatto uno degli attori francesi più popolari con grandi prove sia nel registro drammatico che in quello comico in particolare nella sua interpretazione di uno dei due omosessuali de "La cage aux folles"("Il vizietto") diretto da Eduard Molinaro girato nel 1978 con Ugo Tognazzi. In oltre cinquanta anni di carriera, ha dato prova di sapersi trasformare come nessuno, diretto da registi come Clouzot, Chabrol, Mocky, Lautner, Audiard, Blier e Kassovitz.

Per Sautet in "Nelly e Monsieur Arnaud", accanto alla bellissima Emmanuelle Beart, ha interpretato il ruolo di un giudice piegato dalla vita borghese e dagli obblighi. Cristina Comencini, che l’ha diretto in "Buon Natale, buon anno", gli aveva affidato la parte del marito di Virna Lisi, una coppia piccolo borghese che sfuggiva agli obblighi familiari e per cercare un po’ d’intimità si rifugiava in alberghi fuori mano.

Serrault era nato il 24 gennaio 1928 a Brunoy nell’Essonne in una famiglia modesta e molto religiosa, il padre per tirare avanti faceva due lavori, di giorno il rappresentante e la sera maschera in teatro. Michel a 14 anni entra in seminario tentando di far coabitare le sue passioni: "far ridere e occuparmi di Dio". Durerà poco, sceglie l’universo dello spettacolo, ma non ha mai abbandonato la fede. Da ragazzo canta in un coro in Chiesa, la sua è una vita da romanzo. Destinato al seminario, appunto, rinuncia perché s’innamora di una ragazza incontrata nel metrò. La passione per la recitazione lo porta a frequentare il Centre du Spectacle per un paio d’anni. Prova a entrare in Conservatorio, senza riuscirci.

Finita la guerra, nel 1946 firma il primo contratto per una tournée teatrale in Germania. Ma sarà il cinema il suo futuro. Ha un aspetto anonimo, non ha la presenza di Noiret, il fascino di Trintignant, lo sguardo di Piccoli, ma è un grande attore versatile, perfetto per la commedia e per regalare ai personaggi, al di là dell’apparenza, una vena malinconica segreta. Renzo Martinelli lo chiama nel 2001 per "Vajont", il film che ricostruisce la tragedia del 1963. Serrault interpretava Semenza, uno degli ingegneri che danno l’ok per costruire il bacino artificiale. Amava l’Italia, e il pubblico italiano ricambiava l’affetto: per tutti era rimasto Albin, detto Zaza, l’amante di Tognazzi nel "Vizietto", di cui girò anche il seguito.



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domenica 29 luglio 2007
ore 18:33
(categoria: "Vita Quotidiana")





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domenica 29 luglio 2007
ore 10:41
(categoria: "Vita Quotidiana")



Cina, il ritorno delle concubine: sesso e corruzione per i nuovi potenti
diFEDERICO RAMPINI

PECHINO - La videocamera del casinò di Macao riprende l’anziano vicepresidente del Parlamento cinese, Cheng Kejie, mentre punta migliaia di dollari alla roulette. A fianco ha una vistosa bellezza di 45 anni, Li Ping, il cui ampio décolleté mette in mostra una sovrabbondanza di gioielli. Tutti quei soldi che il politico rovescia sul tappeto verde, e quelli che ha investito per decorare il corpo della sua amante, sono stati sottratti illecitamente dalle casse della Repubblica popolare.

Grazie alla confessione della donna, Cheng viene condannato a morte e giustiziato poco tempo dopo. La signorina se la cava con una pena di carcere più modesta per aver collaborato con la giustizia. La sua testimonianza, prima ancora della telecamera a circuito chiuso del casinò, è stata decisiva per incastrare il politico corrotto. Dietro il "ravvedimento operoso" dell’amante c’è la scoperta che il vecchio Cheng manteneva un intero esercito di concubine, e lei non era più la favorita dell’harem.

Una storia parallela ha per protagonista il viceammiraglio di Pechino di cui le cronache hanno taciuto rispettosamente nome e cognome (il prestigio delle forze armate supera perfino quello del partito comunista). Dopo anni di ruberie nelle casse dello Stato l’alto gerarca della marina militare era convinto di poter contare sull’impunità. L’anno scorso invece è stato condannato all’ergastolo. Il suo errore fatale: è "scivolato" sulla vendetta di una delle sue numerose amanti, convinta di ricevere una fetta troppo piccola del bottino.

Non accade solo in Cina che gli scandali di corruzione politica abbiano anche dei risvolti sessuali. Ma a Pechino la nomenklatura di regime sembra avere riesumato integralmente l’antico costume imperiale: un Vip che si rispetti deve manifestare il suo status mantenendo un esercito di giovani amanti. L’ampiezza dell’harem di concubine è uno degli indicatori più fedeli del livello di potere politico o finanziario. Già Mao Zedong si era premurato di emulare gli imperatori: le memorie del suo medico personale narrano che alcune Guardie rosse della sua scorta avevano il compito specifico di reclutare giovani compagne sempre nuove, per sfamare l’insaziabile appetito sessuale del leader comunista.

Ma ai tempi di Mao questo privilegio sovrano era riservato quasi esclusivamente al Grande Timoniere. La rivoluzione capitalistica ha diversificato i ranghi della nomenklatura e ne ha allargato le disponibilità economiche. Una vasta élite di nuovi capitalisti e manager arricchiti condivide le risorse con i politici che intascano tangenti; nella classifica dei loro consumi opulenti le giovani amanti figurano al primo posto.

Il fenomeno delle "seconde mogli" iniziò con i cinesi della diaspora all’inizio degli anni Ottanta: non appena Deng Xiaoping aprì le frontiere al ritorno dei capitali che erano fuggiti all’estero durante il periodo più duro del comunismo. I ricchi imprenditori di Hong Kong e Taiwan attirati dalle riforme economiche furono i primi a investire in Cina. Facendo la spola con la terraferma mantenevano due famiglie: una nel luogo d’origine, l’altra nella seconda casa intestata a una ragazza di Canton o Shanghai.

Il fenomeno della doppia vita si è esteso a tal punto che nelle ricche metropoli industriali della Cina orientale e meridionale, da Hangzhou a Shenzhen, interi quartieri di lusso sono noti oggi come "i condominii delle seconde mogli", abitati dalle giovani amanti (e dai figli) dei ricchi businessmen pendolari.
Ora, con l’avvicinarsi del congresso del partito comunista che si terrà questo autunno, i vertici del regime lanciano una delle solite campagne anti-corruzione. E al primo posto figura, non a caso, la denuncia della "poligamia di fatto" che si accompagna alle ruberie dei potenti. La signora Liu Xirong, numero due della Commissione disciplina del partito (un organismo ben più temuto della magistratura), ha rivelato che "l’anno scorso nel 70% degli scandali di corruzione le tangenti sono finite nelle tasche di mogli e amanti". I mass media ricevono direttive dal dipartimento di propaganda per intensificare gli appelli alla moralità con l’avvicinarsi dell’importante scadenza congressuale.

In una fase in cui molte famiglie, anche nel ceto medio, sono preoccupate per l’aumento del costo della vita e dalla dura competizione per i figli neolaureati sul mercato del lavoro, lo spettacolo degli harem di concubine dei potenti viene denunciato come "perversione e decadentismo". Con un’audacia evidentemente autorizzata dall’alto, alcuni organi di stampa hanno ripreso da un blog su Internet una "classifica nazionale dei campioni dell’adulterio", un inedito campionato ufficioso degli harem.

La palma d’oro viene assegnata a un ex boss di partito del sud del paese, Su Qiyao, che con 146 amanti ufficiali ha sgominato la competizione. Yang Feng, ex segretario comunista nella provincia dello Anhui, ha vinto il premio speciale per "qualità di management". Avendo conseguito un Master in business administration all’università di Pechino, Yang ha messo in pratica la sua competenza economica nella gestione del suo harem. Alla concubina più efficiente ha affidato la contabilità per le altre sei, e ognuna riceveva regolarmente una pagella di valutazione del suo rendimento a letto.

Ma l’arrivo di una nuova compagna ha scatenato un crescendo di gelosie che hanno portato alla denuncia e alla caduta del boss. Perché naturalmente in questa classifica sono finiti solo i casi che il regime ha deciso di scoperchiare e castigare, la punta dell’iceberg.
Il fenomeno delle seconde, terze, quarte mogli in Cina denota una persistente diseguaglianza tra i sessi. Solo di recente, con la diffusione del benessere, si segnala anche il fenomeno inverso: ricche imprenditrici, o mogli di miliardari trascurate dai mariti, "affittano" per migliaia di euro al giorno giovanotti di bella presenza che le accompagnano a fare shopping, al ristorante, in discoteca e naturalmente nel dopo-discoteca. Ma è ancora un fenomeno minoritario. L’infedeltà maschile sembra provocare una riprovazione etica e sociale meno forte dell’infedeltà femminile.

Il dilagare delle concubine è uno degli ingredienti che spiegano il crescente successo delle serie televisive sulla storia imperiale. In questo momento in testa agli indici di audience c’è un telefilm di 80 puntate dedicato al secondo imperatore della dinastia Tang. Gli episodi che hanno il massimo ascolto sono quelli che descrivono le complesse lotte di potere tra concubine e cortigiane. Dietro le elaborate scenografie d’epoca il pubblico deve aver colto un sapore di attualità.


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sabato 28 luglio 2007
ore 22:00
(categoria: "Vita Quotidiana")



Lui non la cura, lei muore di cancro
Solo conviventi, quindi non è colpevole

MILANO - Lui è un camionista milanese, 51 anni, iniziali N.L.N. Lei, la sua compagna, di origine slava, è morta nel 2002, di tumore, senza assistenza, senza cure, senza un aiuto. Lasciata morire. Ma erano "solo" conviventi e per la giustizia lui, il camionista, non è colpevole di alcunchè. In base al codice, almeno. La coscienza, poi, quella è un’altra cosa.

Lo ha deciso oggi la I sezione della Corte d’Assise che ha assolto N.L.N dall’accusa di abbandono di persona incapace perchè "il rapporto di convivenza, in quanto rapporto di fatto non disciplinato dalla legge, è privo di rilevanza penale". La coppia viveva insieme da quindici anni pur senza essere - come dice la sentenza - disciplinati dalla legge. Non erano sposati, insomma. Due estranei sotto lo stesso tetto per cui però non scatta alcun tipo di obbligo, nè civile nè penale.

Tutto bene finchè la donna si ammala: tumore, obbligo di cure, necessità di assistenza, un’agonia lunga. E in solitudine visto che lui, dicono le accuse, non si è preoccupato di assisterla e di farla curare. Abbandono di persona incapace fino a causarne la morte. Secondo l’accusa, non le avrebbe somministrato le cure necessarie, tanto che la donna muore il 19 maggio 2002 dopo una lunga e devastante malattia che l’aveva ridotta a pesare 30 chili.

Con queste accuse, mosse dai parenti di lei, il camionista è finito sotto processo. Consulenti e periti confermano lo stato di totale abbandono in cui era stata lasciata la donna. Ma la Corte d’Assise lo ha assolto. Scrivendo una sentenza destinata a far discutere.

Per il presidente Luigi Domenico Cerqua non può estendersi al rapporto di convivenza quanto previsto dall’articolo 143, comma 2, del codice civile "che limita ai soli coniugi l’obbligo all’assistenza morale e materiale". Questo, infatti, comporterebbe una "inammissibile interpretazione analogica in mala partem". Per il giudice "sarebbe infatti contra legem, in un sistema retto dal principio di legalità, rendere applicabile la norma penale anche alle violazioni di obblighi morali o di solidarietà, e quindi anche nei confronti delle famiglie di fatto, ovvero di coloro che convivono more uxorio". "La cura, al pari della custodia - argomenta il presidente della Corte - deve fondarsi su uno specifico obbligo giuridico che trova la propria fonte nella legge o nel contratto, che peraltro fonda pur sempre nella legge la propria forza vincolante". E’ obbligata alla cura, per esempio, la badante o l’infermiera che, in forza di un contratto, deve svolgere un determinato compito. Ma non due conviventi fantasma in quanto non riconosciuti da alcun tipo di contratto o articolo.

Si tratta di un primo grado e quindi di una decisione provvisoria in attesa di arrivare in Cassazione. Ma è una scelta che ha comunque un peso nel dibattito che riprenderà in autunno sui Dico e sulla sua ultima versione nota, i Cus - contratti di unione solidale - che portano la firma del senatore Giovanni Salvi, presidente della Commissione giustizia. La sentenza di Milano, infatti, è una negazione netta e chiara dei diritti delle coppie di fatto. In questo caso in "positivo" per l’imputato. In negativo da tutti gli altri punti di vita. E, anche, la dimostrazione che quando si parla di diritti per le coppie di fatto non ci si riferisce solo alle coppie gay ma anche, soprattutto, a quelle eterosessuali.

Tra gli obiettivi dei contratti di natura privatistica che riconoscono i diritti alle coppie di fatto c’è proprio il riconoscimento dell’assistenza sanitaria in caso di malattia di uno o dell’altro convivente. Oltre al diritto a subentrare nel contratto di affitto piuttosto che a ricevere la pensione di reversibilità.

Al di là delle intenzioni dei giudici milanesi, la sentenza di assoluzione del camionista stupisce e chocca. E dimostra, in tutta evidenza, la necessità di un regolamento che riconosca diritti e doveri dei conviventi. Che sono anche etero e non solo omosessuali.


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