Spritz.it - ecce_'s HOME - BLOG DIRECTORY - IL TUO BLOG - Segnala qs BLOG




NICK: ecce_
SESSO: m
ETA': 33
CITTA': padova
COSA COMBINO:
STATUS: single

[ SONO OFFLINE ]
[PROFILONE COMPLETO]

[ SCRIVIMI ]



STO LEGGENDO


HO VISTO



STO ASCOLTANDO


ABBIGLIAMENTO
del GIORNO


ORA VORREI TANTO...


IN QS PERIODO STO STUDIANDO...


OGGI IL MIO UMORE E'...


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...




PARANOIE
Nessuna scelta effettuata

 


MERAVIGLIE

Nessuna scelta effettuata








Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

(questo BLOG è stato visitato 27387 volte)
ULTIMI 10 VISITATORI: ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite,


ULTIMI 10 messaggi
(per leggere i precedenti naviga attraverso il calendarietto qui a destra:
i giorni linkati sono quelli che contengono interventi )


martedì 10 luglio 2007
ore 16:51
(categoria: "Vita Quotidiana")





COMMENTA (0 commenti presenti) - SEGNALA questo BLOG

martedì 10 luglio 2007
ore 16:36
(categoria: "Vita Quotidiana")



Bossi jr.: «Voglio fare il naufrago»

MILANO - «Papà, lasciami fare l’Isola dei famosi». Così Riccardo Bossi, figlio del leader della Lega, si rivolge al padre in un’intervista al settimanale «Chi». «Chiedo a mio padre, con educazione e rispetto, che mi lasci partecipare a L’Isola dei famosi. Ho rinunciato, per suo volere, alla politica, ma voglio che non mi ostacoli in questa scelta» aggiunge Riccardo. Bossi jr, nato dal primo matrimonio del Senatùr, è fra i candidati alla prossima edizione del reality e sarebbe bloccato da un veto del padre.

IL VETO DEL SENATUR - E la risposta del Senatùr non si fa attendere. «Mio figlio Riccardo all’Isola dei Famosi? Ma gli tiro un calcio nel sedere!» ha detto il leader del Carroccio in un’intervista in edicola mercoledì su «Gente». A nulla sembrerebbe dunque siano servite le richieste di Bossi jr. «Sono un ragazzo solare e a modo - dice Riccardo a «Chi» - non infangherò la reputazione di mio papà andando sull’Isola. All’inizio lui non sembrava contrario, mi ha risposto: "La vita è tua, fai quello che vuoi"» racconta Riccardo Bossi. «Ma poi mi hanno riferito che ha parlato con Antonio Marano, direttore di Raidue, e ha cambiato idea. Non capisco cosa possa aver detto a mio padre per irritarlo così tanto da fargli mettere un veto sulla mia candidatura». Riccardo Bossi parla poi di Simona Ventura, conduttrice del reality: «L’ho già sentita e mi è sembrata entusiasta, è una persona splendida, mi ha già conquistato».



COMMENTA (0 commenti presenti) - SEGNALA questo BLOG

lunedì 9 luglio 2007
ore 12:06
(categoria: "Vita Quotidiana")



La Grande Spia tenta l’ultimo ricatto
Lo scontro esce dai "sotterranei"
di GIUSEPPE D’AVANZO

ROMA - Nicolò Pollari, appena ieri lo spione più amato dalla politica italiana, si dice "pronto a raccontare i misteri d’Italia dagli anni Ottanta ad oggi, nonostante l’atmosfera di regime". Non si accontenta delle stanze chiuse della commissione di controllo sui servizi segreti (Copaco). Sono troppo protette, dice, e i commissari vincolati alla riservatezza per quel che ascoltano e accertano. Insomma, da quelle stanze lo spione non può parlare "ai cittadini", come si è messo in testa di fare.

Manco fosse un caudillo e non un funzionario dello Stato che, potentissimo agente segreto, ha lavorato nel "regime" e per "il regime". Curioso per uno spione, la segretezza è oggi un deficit per Pollari. Egli vuole che si sappia che cosa svela e insinua e manipola (è quel che solitamente gli riesce meglio). Attraverso un bizzarro "portavoce" (il senatore Sergio De Gregorio, che fa lo stesso mestiere per il generale Roberto Speciale) chiede allora la platea più visibile e sensibile, una illuminatissima commissione d’inchiesta parlamentare.

Lo spione sa che ogni iniziativa politica, se agitata nello spazio mediale e con la voce dei media, può fare a meno di autenticità e fondatezza (basta ripensare alle commissioni Telekom Srbija e Mitrokhin). Alle prese di venti deputati e venti senatori che, si possono immaginare, inesperti dei metodi e delle strategie di un’intelligence così controversa, e addirittura non consapevoli della cronologia degli avvenimenti, Pollari avrebbe l’opportunità in prima battuta di scrivere a mano libera il copione. Di graduare, secondo necessità, il potere di pressione e di condizionamento che si è assicurato nel tempo intrattenendo rapporti non convenzionali con entrambi gli schieramenti politici.

Che domande potrebbero fargli i quaranta parlamentari? Dovrebbero soltanto ascoltare la "sua" verità (a Pollari non piace avere contraddittori), le sue mezze verità e mezze menzogne e, in attesa di definire la fondatezza del suo racconto, un caos fangoso schiaccerebbe ogni possibilità di fare luce. E’ la condizione che, per il momento, sconsiglia la commissione d’inchiesta, strumento che offre molte opportunità a chi deve spiegare che cosa ha combinato e molte poche a chi deve accertarlo.

Appena l’altro giorno si diceva che il gioco sarebbe stato nelle mani degli spioni e non del Parlamento. E tuttavia chi poteva attendersi che le minacciose intenzioni di Pollari sarebbero venute allo scoperto, con tanta fretta, nell’allusiva forma del ricatto?
L’iniziativa dell’amatissimo spione non è altro. E’ un chiassoso ricatto che ha il pregio, per così dire, di rendere chiara e concreta qualche circostanza, anche a chi per convenienza o spensieratezza o arroganza finora l’ha negata.

L’"agglomerato oscuro", legale e clandestino, nato nella connessione abusiva dello spionaggio militare (Sismi) con diverse branche dell’investigazione della Guardia di Finanza (soprattutto l’intelligence business) in raccordo con la Security di grandi aziende come Telecom e il sostegno di agenzie d’investigazione private che lavorano in outsourcing, si è "autonomizzato". Lavora per sé, secondo un proprio autoreferenziale interesse e non più, come nel passato, al servizio di questo o quell’utile politico, di questa o quella consorteria politica. La scandalosa deformità s’era già avvistata.

Si immaginava però che il ritorno sul "mercato della politica" dell’"agglomerato" con la sua massa critica di potenziali ricatti si sarebbe consumato, come di consueto, in quei sotterranei dove le fragili "power élite" italiane si proteggono, si rafforzano, si difendono, si accordano. L’eterogenesi dei fini ha rotto lo schema. Lo scontro Visco/Speciale ha costretto il governo di centro-sinistra a dubitare del patto di non-aggressione tacitamente sottoscritto con il network spionistico.

Il Consiglio superiore della magistratura, con il documento approvato con discrezione dal capo dello Stato, ha spinto il confine ancora più in là mettendo sotto gli occhi della società politica una minaccia per un democrazia ben regolata. Il ceto politico non ha potuto lasciar cadere, come d’abitudine, la questione e - pur nella diversità degli strumenti da usare - è stato costretto a impegnarsi a fare verità e chiarezza. Pollari, come ieri il fido Roberto Speciale, ha cominciato a vedere davanti a sé un tritacarne e la catastrofe.

Se Speciale ha pensato di salvarsi sollevando un’inchiesta giudiziaria e quindi "giudiziarizzando" il conflitto con il governo, Pollari è stato costretto a venire allo scoperto abbandonando il "sotterraneo" dove si trova più a suo agio. Imputato a Milano e indagato a Roma, è stato costretto a "politicizzare" la sua avventura e il suo destino. Sollecita così, per i canali politici che ancora gli restano, la nascita di una commissione d’inchiesta che gli permette o di far saltare il tavolo o di ridurre al silenzio i suoi critici di oggi (e magari amici di ieri).

Ora è evidente che il ricatto dello spione non può essere accettato. Deve essere accettata la sua disponibilità a testimoniare. Nicolò Pollari dica quel che sa, ma non gli sia consentito di farlo a ruota libera, senza alcuna regola, in un rapporto diretto con l’emotività dell’opinione pubblica, lontano da una pratica che sappia accertare fatti e responsabilità prima di giungere a un qualsiasi esito. Ci sono tre sedi in cui Pollari può liberare la sua ansia di verità (si fa per dire). Il Palazzo di Giustizia di Milano, dove è imputato per il sequestro di un cittadino egiziano. La procura di Roma che lo indaga per l’ufficio di disinformazione e dossieraggio di via Nazionale.

Dinanzi all’autorità giudiziaria Pollari (come chiede) può liberarsi del segreto di Stato senza alcuna autorizzazione governativa, perché la Costituzione privilegia il diritto di difesa dell’imputato rispetto al segreto di Stato. Pollari può farlo dunque da subito. Lo faccia. C’è una terza sede, politica, istituzionale. E’ il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. Chieda di essere ascoltato. Non c’è dubbio che lo ascolteranno di buon grado e con i tempi adeguati. In quel contesto, e con le opportune norme di riservatezza, le sue parole possono essere tenute nel giusto conto, analizzate, verificate.

Il Copaco ha strumenti d’indagine limitati? Non ci vuole molto per rafforzarli (se il Parlamento vuole), ma per intanto il comitato ha competenza e la memoria (si vedrà se la voglia) per discernere, nel racconto di Pollari, il grano da loglio anche con il contributo della documentazione che saprà offrire l’ammiraglio Bruno Franciforte, oggi a capo del Sismi. Sempre che Pollari non si sia portato dietro l’archivio. Addirittura dagli anni Ottanta ad oggi.


COMMENTA (0 commenti presenti) - SEGNALA questo BLOG

lunedì 9 luglio 2007
ore 11:45
(categoria: "Vita Quotidiana")



Il New York Times sferza Bush: "Basta con la guerra in Iraq"

WASHINGTON - "E’ giunto il momento per gli Stati Uniti di lasciare l’Iraq". Il duro stop alla guerra, fortemente voluta dall’amministrazione Bush, arriva dal New York Times. Il quotidiano affida la sua dura presa di posizione ad un lungo editoriale che chiama ’La via del ritorno’. E sono parole che pesano come macigni sulla Casa Bianca. "Come tanti americani abbiamo rinviato questa conclusione in attesa di un segnale che il presidente Bush stesse cercando di sottrarre gli Stati Uniti al disastro da lui creato invadendo l’Iraq senza ragioni sufficienti, sfidando l’opposizione generale, senza un piano successivo per stabilizzare il paese", scrive il quotidiano.

Una bocciatura totale. Che non lascia margini di ripensamenti. Manca, sintetizza il Nyt, un progetto per il futuro dell’Iraq. "E’ spaventosamente chiaro che il piano di Bush è mantenere la rotta attuale finchè sarà presidente per poi scaricare questo macello sul suo successore. Qualsiasi fosse la sua causa, è una causa perduta".

E se la causa è persa, perdute sono anche le vite di moltissimi soldati Usa uccisi nei continui scontri in Iraq. "Continuare a sacrificare le loro vite sarebbe sbagliato" taglia corto il New York Times. Che vede un solo strada possibile: il ritiro delle truppe. "Gli americani devono ammettere con onestà il fatto che mantenere le nostre truppe in Iraq servirebbe solo a peggiorare la situazione", afferma il giornale notando che le guerra irachena ha avuto come conseguenza il distogliere le risorse del Pentagono dall’Afghanistan per creare in Iraq "una nuova roccaforte" dei terroristi.

E non serve a nulla dire, come fanno Bush e del suo vice Dick Cheney, che un ritiro delle truppe Usa "produrrebbe un bagno di sangue, caos e incoraggerebbe i terroristi". "E’ pura demagogia - dice il giornale - Tutto questo è già successo in Iraq, come risultato di questa invasione non necessaria e della gestione incompetente di questa guerra".


COMMENTA (0 commenti presenti) - SEGNALA questo BLOG

lunedì 9 luglio 2007
ore 11:04
(categoria: "Vita Quotidiana")





COMMENTA (0 commenti presenti) - SEGNALA questo BLOG

giovedì 5 luglio 2007
ore 18:32
(categoria: "Vita Quotidiana")



G8 di Genova, 24.000 euro a donna picchiata dalla polizia

GENOVA - Sarà risarcita con 24.300 euro per danni biologici ed esistenziali Rita Sieni, di 44 anni, abitante a Pinerolo (Torino), che durante il G8 del 2001 a Genova venne gravemente ferita nel corso di ripetuti pestaggi da parte dei poliziotti. La donna riportò la frattura di una mandibola, trauma cranico e lesioni varie in tutto il corpo.

Lo ha deciso nei giorni scorsi, come pubblicano oggi alcuni quotidiani genovesi, il giudice civile Angela Latella. A farsi carico del risarcimento, maggiorato della rivalutazione secondo gli indici Istat, sarà il ministero dell’ Interno.

L’ episodio in cui la donna subì la violenza dei poliziotti si verificò il 21 luglio del 2001 davanti a Punta Vagno, in corso Italia, quando alcuni agenti si misero all’inseguimento di un gruppo pacifico il "Coordinamento pinerolese contro il G8", di cui anche lei faceva parte, cominciando a picchiare tutti i manifestanti indistintamente e a lanciare lacrimogeni.

Secondo il racconto di alcuni testi, Rita Sieni, come altre persone, per fuggire dal fumo e dalla furia degli agenti, che cercavano i black bloc tra la folla, cominciarono a scappare, prese dal panico. La donna venne però raggiunta dai poliziotti, e picchiata a manganellate. Le venne anche spruzzato in faccia un liquido urticante che la rese cieca per alcuni minuti.


LEGGI I COMMENTI (1) - SEGNALA questo BLOG

giovedì 5 luglio 2007
ore 17:07
(categoria: "Vita Quotidiana")



La Cinquecento hi-tech con l’effetto nostalgia
di MICHELE SERRA

L’avvento della nuova Cinquecento è favorito da un pregiudizio benevolo e diffuso. Spiegabile solo in parte con il potente e sapiente apparato pubblicitario e celebrativo messo in campo dalla Fiat, e dal notevole appeal di una macchinetta che riesce a tenere insieme la memoria popolare e i nuovi comfort tecnologici. Il cuore di questa benevolenza, di questa fortuna annunciata (anche troppo), è il sollievo.

Il sollievo di poter tornare a misurare le capacità produttive, la freschezza creativa, la salute economica di un Paese a partire da un oggetto, da un manufatto (o robot-fatto), e non più dai fumosi e inquietanti spostamenti della nebulosa finanziaria, dell’economia virtuale e immateriale, che hanno dominato il clima degli ultimi due decenni. Generando, tra l’altro, una nuova classe di speculatori e faccendieri piuttosto ripugnante, e schiettamente asociale.

Il ritorno al prodotto, trascurando il quale la Fiat è sprofondata nella crisi più nera della sua storia, è indicato da tutti gli analisti come il "segreto" vincente della gestione Marchionne. E pensandoci meglio, l’idea che una fabbrica debba soprattutto fabbricare è così ovvia da lasciarci intendere quanto distorcente, e malata, e pericolosa, sia stata l’egemonia degli alchimisti finanziari, e degli avventurieri del denaro, rispetto alla vocazione manifatturiera e produttiva che ha sempre segnato, e quasi sempre in bene, le sorti dell’economia italiana. Fare le cose, e cercare di farle bene, è una delle poche eccellenze nazionali, quasi il nocciolo caratteriale di un paese. E’ il salvagente che ci ha permesso di galleggiare nel mezzo disastro delle sovrastrutture, di sopravvivere a quelle gravissime lacune di socialità e di spirito pubblico che rendono penoso e spesso odioso vivere in Italia. Le "cose belle", la percezione di passare la vita comunque e nonostante tutto in un luogo capace (anche) di qualità e di ingegno, sono state e sono una forte compensazione psicologica contro le molte derive in atto.

La nuova piccola Fiat sbuca dunque, come un campione sportivo, tra due ali di folla tifosa, solo in parte condizionata dall’appiccicosa attrazione per l’evento, solo in parte ammaliata da quel patriottismo demagogico e un po’ poveraccio che anima molti bagordi mediatici, specie calcistici. La festa è vera, è sentita, esprime favore e simpatia per il definitivo ritorno in scena del Prodotto, tangibile misura di capacità a lungo offuscate. Premia una città, Torino, che pur essendosi attrezzata molto meglio di altre alla crisi della fabbrica, adattando a nuove esigenze i suoi enormi vuoti industriali, inventando Olimpiadi, cultura e socialità sulle proprie ceneri, oggi riscopre nella nuova salute della Fiat non solo un tratto fondante della propria storia, ma un pezzo decisivo del presente e una garanzia per il futuro: troppo spesso e troppo in fretta abbiamo imparato a definirci un Paese post-industriale e terziarizzato, quando gli operai sono ancora molti milioni e le sorti dell’economia ancora si misurano in miriadi di containers in partenza per il mondo, zeppi di manufatti, di macchinari, di lamiera e di tessuti foggiati secondo estro e talento, di oggetti industriali, artigianali e agricoli.

Il valore simbolico della nuova Cinquecento, in questo senso, è impagabile. Partendo dell’effetto nostalgia, molto seducente in una comunità spaesata come la nostra, ci aggiunge un fortissimo tratto di modernità hi-tech, come per rimettere in asse passato e futuro, suturando una profonda slabbratura tra il come eravamo e il come siamo: eravamo e siamo un paese che produce molte cose, e tra di essere parecchie belle cose. Nel rimandarci, per inevitabile suggestione, al primo boom, magari mitizzato (furono anni durissimi, soprattutto in fabbrica), la nuova Fiat invoglia i baby-boomers a misurare il proprio potere d’acquisto ricomperando come seconda o terza macchina, quasi come gadget, l’erede dell’utilitaria che portava tutta la famiglia in gita quando erano bambini. Costringendoci a valutare, tra i tanti sfavorevoli decorsi sociali, civili e ambientali, anche il complessivo, impressionante miglioramento delle condizioni economiche del Paese in mezzo secolo di storia: che dev’essere pure, nei bilanci che tentiamo di fare, un elemento di oggettiva valutazione.

I progettisti della Fiat, da questo punto di vista, hanno fatto un mezzo miracolo: la nuova city-car allude perfettamente al vecchio trabiccolo, lo ricorda a colpo d’occhio come certi nipoti ricordano i nonni per misteriose vie genetiche. Ma, nel contempo, non è un remake, non è appesantito dalla retorica passatista. È un oggetto nuovo (un nuovo uovo, con facile giochetto di parole), guarnito dei tanti comfort (innanzitutto lo spazio interno) che segnano la differenza, non da poco, tra l’evo dei padri e quello dei figli.

È così precisamente "automobile", la Cinquecento, che forse potrà aiutarci, passata l’eccitazione del brindisi, anche a riconsiderare quel gigantesco rimosso che è la questione operaia, la questione della fabbrica, del lavoro, del salario. Semi-sotterrata dalle macerie dell’ideologia. Niente e nessuno, come gli operai, è finito nel cono d’ombra. L’orgoglio di fabbrica della Fiat sarà felicemente completato quando, sulla scia trionfale della nuova Cinquecento, si riaccenderanno le luci anche sulla questione del lavoro e del salario.


LEGGI I COMMENTI (2) - SEGNALA questo BLOG

giovedì 5 luglio 2007
ore 14:11
(categoria: "Vita Quotidiana")



L’outing della ministra «Io amo una donna»
Assia, la vicepremier «confessa» e la Germania applaude
di Maria Laura Rodotà

Mentre nell’Europa dell’Est sale la marea omofobica; mentre in Italia la politica al femminile ribolle di proclami sulla famiglia tradizionale uniti a gite dal parrucchiere; mentre succede tutto questo, in Germania una democristiana vicepremier di un Land importante — nonché ministro della Cultura, nonché portatrice di un taglio semicorto a bassa manutenzione — dichiara pubblicamente di stare con una donna. Lei è Karin Wolff, 48 anni non botulinati, numero due dell’Assia (capitale Wiesbaden, città principale Francoforte), protagonista di un coming out sobrio ma clamoroso. Ha portato la fidanzata, Marina Fuhrmann, medico osteopata, a una festa della Bild, primo quotidiano popolare tedesco. Ottenendo un titolone sensazionale in prima, «Ministra della Cdu—Io amo una donna!», e un commento più che incoraggiante visto il giornale non liberalissimo: «Che donna coraggiosa ».

Coraggiosa nel raccontare la banalità della storia. Ha conosciuto Fuhrmann due anni fa andando nel suo studio per un mal di schiena. Hanno cominciato a frequentarsi, sono diventate amiche, dopo più di un anno si sono messe insieme. Hanno «molti interessi in comune, lo sport, la musica, la lettura». Wolff ha aspettato a farsi vedere con lei, ma «è normale; è normale cercare di conoscersi bene prima di presentare un nuovo partner». E prima di farsi fotografare insieme, in tailleurs pantalone crucchissimi-da-cerimonia, brindando con calici di vino bianco; sorridendo con l’aria pacificata-miracolata di chi ha trovato il Vero Amore nella mezza età (e un vero amore che cura la schiena incriccata, molte quarantenni etero la invidiano, di sicuro).

Insomma, una bella coppia. Non bella secondo i canoni attuali, anche in politica; ma rasserenante, affettuosa, civile. Le due signore sembrano difficili da classificare come malate bisognose di cure psichiatriche; come ha definito tempo fa i gay una potenziale omologa di Wolff, Paola Binetti, cristiana del futuro Partito democratico (nessuno pretende che si fidanzi con una osteopata, per carità). E sono impossibili da archiviare come nuove icone della cultura edonista-senza Dio-senza valori. Wolff non è di sinistra, è laureata in Teologia evangelica a Magonza, ha insegnato religione. Come ministro però ha preso posizioni ultra-laiche. Sul velo islamico nelle scuole — in Germania sono i Lander a stabilire se si può portare o no — ha dichiarato: «Non si tratta di folklore o di un simbolo di conciliazione. Il velo è professione di fede e perciò non ha spazio nelle nostre classi». Semplice.

Come è stata semplice la sua uscita da politica democristiana lesbica; e chissà se in Germania, o in Europa, il caso Wolff aiuterà qualche sua collega a uscire dall’ipocrisia e dalla auto-negazione; rendendo più semplice la vita di tante altre donne. Certo, scriveva il tedesco Bertolt Brecht, la semplicità è difficile a farsi (oddio, lui parlava del comunismo, oggi ci si accontenta di molto meno, anche di unioni con chi si vuole alla luce del sole, per dire).


COMMENTA (0 commenti presenti) - SEGNALA questo BLOG

giovedì 5 luglio 2007
ore 12:24
(categoria: "Vita Quotidiana")



Va al pronto soccorso per una crisi di ansia
E il medico prescrive la cura del sesso

GENOVA - Il disturbo: ansia. La cura del medico: sesso, ma con moderazione. "Farlo due volte alla settimana, non di più". Questa la prescrizione che un dottore in servizio al pronto soccorso dell’ospedale genovese Villa Scassi ha fatto ad una giovane donna affetta da "stato ansioso". La visita è stata effettuata lunedì scorso, nel pomeriggio. La notizia è stata riportata questa mattina dal quotidiano di Genova "Corriere Mercantile".

La donna si è presentata nel punto di primo soccorso del nosocomio di Sampierdarena afflitta da una profonda agitazione. Il medico l’ha visitata a lungo effettuando anche una visita ginecologica. Dopo avere esaminato gli esiti della misurazione della pressione, dei battiti cardiaci, della respirazione in correlazione alle altre visite, il sanitario ha messo per iscritto il suo consiglio: "Fare sesso due volte alla settimana, non di più" per curare i sintomi di ciò che ha definito, sempre per iscritto, un semplice "stato ansioso".


LEGGI I COMMENTI (1) - SEGNALA questo BLOG

mercoledì 4 luglio 2007
ore 18:53
(categoria: "Vita Quotidiana")



Leghisti e siciliani contro Garibaldi
Lite al Senato per il bicentenario

ROMA - Autonomisti padani e siciliani uniti nella contestazione di Garibaldi. Luogo: l’aula del Senato; occasione: le celebrazioni del bicentenario della nascita dell’"Eroe dei due mondi". Nella solenne giornata di commemorazioni, mentre il sabaudo (e liberale) Valerio Zanone ricorda Garibaldi insieme a Mazzini, Cavour e Vittorio Emanuele come "costruttori dell’unità d’Italia", Calderoli fa sapere che i leghisti sono in lutto e che Garibaldi avrebbe fatto meglio a non dedicarsi a certe imprese: "Lui e i Savoia hanno fatto il male della Padania e del Mezzogiorno, che stavano bene dove stavano’’. Paradossalmente (ma fino a un certo punto) gli fa eco Giovanni Pistorio senatore siciliano della Dc per le autonomie che afferma: "un’occasione sprecata di agiografia di un personaggio la cui verità storica oggi è oggetto di profonda revisione da parte della comunità scientifica".

Insomma, uno scontro, quasi una lite che il presidente Franco Marini riesce a frenare non senza difficoltà. Garibaldi, dunque, non piace proprio a tutti. E Pistorio, rappresentante del sud e di origine catanese, ci tiene a puntualizzarlo prendendo la parola in aula, e alzando anche un po’ il tono di voce: "voglio formalizzare che non c’è unanimità, voglio esprimere il mio dissenso". Marini non ci sta: "Lei sta facendo una prepotenza, io non posso accettarlo. E’ irrituale il suo intervento, le cose impossibili non si possono chiedere".

Roberto Castelli, presidente dei senatori del Carroccio, prende la parola per sottolineare che "l’aula è un luogo sacro per la democrazia e qui il paese ha diritto di esprimere il suo dissenso sulla relazione di Zanone che - secondo Castelli- in certi momenti ha sfiorato il grottesco". E ribadisce che la Lega Nord non ha partecipato alla cerimonia, volendo esprimere così il suo dissenso. "Certo - conclude - in questa aula le camice rosse vanno di moda".

Marini replica che "quella di stamattina non è una seduta e l’aula non si è espressa su nulla, ma ha solo ospitato una cerimonia su cui il Senato non ha pronunciato nessun giudizio". Inutile tentativo di placare gli animi perché Pistorio continua la sua protesta impedendo ad altri di parlare. "Lei è componente del consiglio di presidenza", ricorda Marini a Pistorio. Nel frastuono si sente anche la parola "dittatura". Marini richiama all’ordine Pistorio e avverte: "non vorrei espellerla, anzi non lo voglio proprio fare". Pistorio annuncia le sue dimissioni dall’ufficio di presidenza del Senato.


COMMENTA (0 commenti presenti) - SEGNALA questo BLOG


> > > MESSAGGI PRECEDENTI
APRILE 2026
<--Prec.     Succ.-->
Do Lu Ma Me Gi Ve Sa
      1 2 3 4
5 6 7 8 9 10 11
12 13 14 15 16 17 18
19 20 21 22 23 24 25
26 27 28 29 30

RICERCA:
Solo in questo BLOG
in tutti i BLOG


BLOG che SEGUO:

misia chiara@ ebe dpa glendida daisychain gigio9 favola blink sharmel autarkeia kispriss pippiri tiredbrain opo elenya AFInside81 scriccy crystal83 epthavale trilly86 Jane_D


BOOKMARKS

fumetti della gleba

(da Arte e Cultura / Cartoni & Fumetti )

UTENTI ONLINE: